Elezioni politiche e comunali 2006, Opinioni e Commenti ante e post
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*Quel Tram chiamato Conscio collettivo*
che si proclama classe dirigente
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di
Nicola Cariglia - Marco Pannella - Luca Bagatin - Guido Gentili - Gabriele Pagliuzzi - Renato Tubère - Davide Giacalone
Lucio Russo - Maurizio Blondet - Giorgio Ferrari - Lanfranco Vaccari - Andy Favilli - Luigi Melilli - Vito De Russis - Andrea Di Paola
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Martedì 12 Aprile. Non ritengo inappropriato sostenere che, alla luce della realtà evidenziata dalle urne, sono i media, gli uomini e le donne del mondo dell'informazione, tutto, ad avere la maggiore responsabilità degli sviluppi sociali, politici ed economici che prenderà il Paese.
Mi rivolgo, in special modo, al direttore del Corriere della Sera unico quotidiano che non ha titolato "Paese spaccato in due".
Il messaggio che gli italiani hanno recapitato alla politica sembra essere questo: "E ora attaccatevi al tram. Chi ha vinto siamo noi.
Non ci sono vincitori. Ne' vinti. Non c'è trippa per gatti con gli stivali dei vinciuti ne' forca per i tacchini di Natale".
Soltanto i ciechi e i sordi non vedono e non sentono ciò che il popolo italiano ha dettato alla politica con il saggio rivoluzionario memorabile voto del 10 Aprile. "Se la politica non sa esserlo siamo noi a farci classe dirigente. A dettare le regole.
Noi italiani non siamo "spaccati in due", come la brodaglia mediatica supponente e ruffiana ha decretato, e continuerà a proclamare per mesi, ma uniti dalla civiltà e dalla legittimità di pensarla in maniera opposta. Come è nei Paesi avanzati, nei Paesi dinamici, moderni e democratici. Non più sudditi ma sovrani. Siamo un popolo pronto ad essere governato non per colore politico ma per le esigenze reali che una società che corre in avanti ha il diritto-dovere di evidenziare e di realizzare cancellando i freni corporativi e nefasti di una politica obsoleta e ripiegata su se stessa. Di rifiutare in blocco una classe dirigente e un personale politico incarogniti e truffaldini che fanno i propri grandi & piccoli interessi infischiandosene del bene e degli interessi dei governati.
Guai a quanti ciurleranno nel manico imponendo le proprie regole all'altra metà del Paese. Sessanta milioni di anime e di corpi non possono essere governati da 25.000 vincitori numerici. Il Suffragio alle elezioni politiche non è un Referendum dove vince il 50% dei votanti più 1. Chi non capisce, o pur capendolo, non accetta la inequivocabile realtà manifestata nelle urne dal popolo italiano, e non si regola di conseguenza, ha perso due volte.
Pur vincitore per 25.000 voti, salvo verifiche in atto, perderà il tram dell'alternanza democratica. Perderà e sarà umiliato due volte.
E sì, perchè lo spettacolo della "vittoria" dell'Unione proclamata alle tre di notte, aspramente criticata anche da ampi settori del centrosinistra, per chi del centrosinistra l'ha seguito in tv è stato uno spettacolo umiliante, cocente più di una sonora sconfitta con quei militanti illusi di avere ottenuto la grande vittoria sul "grande nemico" infreddoliti, amareggiati e costretti dalle amare circostanze a inscenare il Grande Sabba della "grande vittoria".
Che malinconia, che spettacolo cafone e surreale. Anzi un avanspettacolo in piena regola.
Ma grazie agli uomini e alle donne italiane l'undici Aprile l'Italia si è svegliata unita dalla forza più preziosa della democrazia:
lI conscio collettivo di essere capaci e pronti a dettare le regole. E capaci di rifiutare di subire, ancora, regole e regolamenti di conti di parte e corporativi. Nel Paese non ci sono ne' vinti ne' vincitori. C'è un Popolo unito dal buonsenso che reclama regole uguali
per tutti, contratti certi e rispettati da tutti. Questo devono tenere ben presente stampa, media, poteri e poterucci.
Per quanto mi riguarda aggiungo che è sconcertante come la politica sia lontana dal territorio tanto da ignorare cosa si stesse delineando nel Paese. Sono due anni che scrivo del Governo di Salute Pubblica, o per rispetto a illusi e illusionisti, del Governo Istituzionale. E sono mesi che al riguardo ho pubblicato varie opinioni di cittadini ma la politica politicante non si aspettava ciò che è accaduto nel Paese. Del pareggio elettorale, infatti, informazione e politici ne cianciavano accademicamente o scaramanticamente come fosse una superstizione popolana e non una ineluttabile realtà in atto. Oggi, D'Alema e dalemiani, fanno sapere che non sarebbero contrari ad una soluzione che andasse in direzione di un Governo delle larghe intese ad alto profilo istituzionale.
So di interi quartieri che hanno votato un polo al Senato e l'altro alla Camera, notizia confermata solo oggi da alcuni quotidiani del centrosinistra, di cittadini che hanno dato la preferenza alla Camera alla Rosa nel Pugno, anticlericale, e al Senato all'Udc, baciapile e soggetta al cardinal Ruini. Di gente di Rifondazione e del Manifesto che ha votato Fini o Forza Italia.
Conosco antiproibizionisti, divorzisti e abortisti che hanno votato a destra. Proibizionisti, antiabortisti, antidivorzisti e cattolici clericali che hanno votato a sinistra.
Il conscio collettivo ben sapeva che per imporre un salutare scossone alla politica, e così riequilibrarla, per contare e trovare ascolto, finalmente, c'era estrema necessità che nessuno vincesse. E così è stato. Ora la speranza è che non si vada in cerca di intrugli governativi tanto per far vedere che si è vinto. In tal caso il salto dalla padella bollente nella brace ardente è assicurato.
                 Giuliana D'Olcese  www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
Prossima puntata
      "Sarà Mediacom il Colosso delle Intercettazioni? Un ricco Pacs tra Berlusca & Tronchetti".
 
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*Quel Tram chiamato Conscio collettivo*
Mi complimento per l'eccellente articolo. Brava Giuliana! Domenico Iannantuoni
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Carissimi Angelo Panebianco e Piero Ostellino
Completamente estraneo ai bizantinismi politici, so soltanto una cosa: che se il tandem Prodi/Bertinotti dovesse seguire il proprio <interesse bene inteso> dovrebbe battersi per portare D'Alema al Quirinale. L'en plein realizzato in tal modo dall'Unione sarebbe un successo oggettivo tale da vanificare tutte le dietrologie, le furberie, le interpretazioni dialettiche possibili e immaginabili. Da buon liberale ho sempre avuto in gran pregio il principio di identità -A = A. Un D'Alema, presidente della Repubblica, significa solo che i vincitori <al meno di mezzo punto> delle elezioni, mettendo da parte ogni considerazione di fair play istituzionale, per la prima volta nella storia della Repubblica (almeno nel senso che non si erano mai verificati margini di vittoria così microscopici..), si assegnano le tre più alte cariche super partes della Repubblica. Da uomo della strada vedrei solo questo: le presidenze della Camera, del Senato, della Repubblica sono assegnate alla sinistra. Punto e basta. Il resto è ermeneutica politica.
Un abbraccio Dino Cofrancesco
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Unioni. L'endorsement di Olimpia, con Veltroni per la vita.
La "Binetti capitolina a il sindaco che "non si è speso per il referendum". di Francesco Cundari - da Il Riformista
Marcello Pera è per lei "un punto di riferimento fondamentale", ma alle comunali di Roma Olimpia Tarzia appoggerà la lista Veltroni. Per entrambi nutre comunque una profonda stima: "Sono persone che sui temi della vita e della famiglia manifestano una grande competenza e cultura, che poi sono in grado di tradurre in termini politici, ognuno dal suo punto di vista". Chiunque abbia seguito anche solo distrattamente l'ultima campagna referendaria non può non ricordarsi di Olimpia Tarzia, bionda e combattiva segretaria del Movimento per la vita che in ogni dibattito sulla fecondazione rintuzzava colpo su colpo gli argomenti del fronte del Sì.
I lettori di giornali un po' meno distratti ricorderanno le furibonde polemiche che suscitò la sua proposta di legge sui consultori - avanzata da presidente della Commissione per le Politiche familiari negli anni della giunta Storace - che da sinistra le attirò le accuse di volere distruggere la 194 e spalancare le porte dei consultori agli integralisti cristiani. I lettori di giornali veramente attenti ricorderanno forse anche lo sfogo berlusconiano riportato dalla Stampa all'indomani delle regionali del 2005, quando il Cavaliere, incrociando il ministro Giovanardi, gli disse a brutto muso: "Non mi sembra che nel Lazio la Chiesa ci abbia dato un grande aiuto, è andata male a Storace, ma lo sai che neppure la candidata della Cei è stata eletta. Noi ci siamo svenati, ma la Chiesa non ci ha aiutati". Dopo quella mancata elezione Olimpia Tarzia si è ritirata dalla politica attiva, continuando però il suo impegno nel volontariato di ispirazione cristiana). E oggi, a sorpresa, sostiene la Lista Veltroni per le prossime amministrative. Ma stavolta niente candidature. "Il mio - spiega - è solo un appoggio esterno". (....)
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Grazie Giuly!
Se ci uniamo tutti noi cervelli pensanti forse possiamo spezzare le catene ed allora sì che sarà un nuovo 25 aprile!
Kiss e grazie. Luca Bagatin
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L'Amaro Bottiglione
E' ufficiale: il centrodestra, inteso come coalizione politica ormai all'opposizione da più di 40 anni al Comune di Torino, ha deciso di rinunciare a comportarsi seriamente di fronte ai suoi potenziali elettori. Aver designato il professor Rocco Buttiglione, degna persona ma all'oscuro della complessa realtà subalpina, come rivale dell'attuale sindaco significa una sola cosa: far rieleggere già al primo turno il torinesissimo Sergio Chiamparino. Nessun cittadino che, pur criticando l'operato di questa giunta, abbia a cuore prima di tutto le sorti della propria città affiderebbe le chiavi della stessa a una persona così profondamente distante dai problemi di Torino come Buttiglione. Il vertice romanocentrico della Casa delle Libertà, invece, lo ha fatto: come Giustiniano mandava nelle province del suo vasto impero i generali come Belisario o Narsete per ricompensarli dei loro preziosi servigi, così il Cavaliere appena disarcionato pensa d'inviare i suoi ex ministri a governare nel lontanissimo (dalla sua mentalità accentratrice) Nord Ovest italico. Con sommo sprezzo del ridicolo e all'indomani della bruciante sconfitta di misura nelle elezioni nazionali, l'errore di sempre: il non tenere mai in alcun conto la volontà del suo elettorato, è stato commesso un'altra volta. E io, sia pure con la rabbia in corpo, andrò a votare rifiutandomi di bere l'amaro Buttiglione! Un caro saluto - Renato Tubère
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Cara Giuliana, sono d'accordo con te.
Ti pensavo in festa a Santi Apostoli fra gli infreddoliti di Prodi. Ciao, Arturo Gismondi
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Ma sei grande! mi hai tolto (migliorandole di molto) le parole di bocca.
Dovevi vedere ieri le facce sbalordite delle persone con cui parlavo dicendo che questo era un grande risultato perche finalmente ogni parte era *costretta*, muso messo nella cacca come con il cucciolo che la fa in casa, a capire e tenere conto che *l'altra* parte esiste, e ha il diritto di contare, e vale, quanto te. E ha il diritto di essere rispettata, e le sue opinioni non sono fantasie ma hanno un fondamento. La Grande lezione, basilare, di democrazia vera. Ora che sarà? I trafficanti palesi e occulti della politica non si faranno certo da parte e, visto che qualunque società umana organizzata è retta da una oligarchia, QUALE potrà ora soddisfare la richiesta di operare nell'interesse del paese? E COME potrà essere legittimata? cioè QUALI vantaggi che non ha ora potrà trarne dal farlo? Solo quella che guarda di più al (proprio) futuro, quella più lungimirante. La Chiesa o ....?
Intanto temo, come qualcuno diceva, che la politica è l'arte di rimandare - per un bel po'.
   Joe Falchetto
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Non per autoincensarci ma sul tram conscio collettivo avevi visto bene e come te la penso pure io.
Il voto popolare è stato dato con un equilibro di pesi e misure e con una prudenza da gioco del sette e mezzo. Gli elettori sono partiti da carte mediocri, da qualche asso e qualche figura (di merda), e non se la sono sentita di scommettere molto sulle carte successive, per paura di sballare. Chi parla di paese spaccato in due mente sapendo di mentire. Mai nella storia elettorale del dopoguerra i cittadini italiani sono stati più unanimi, consci e pregni di ponderato disincanto. Sì, è vero, c'è stato qualche commento esacerbato nei confronti di un leader o dell'altro, ma senza particolare motivazione, giusto una sensazione a pelle di maggior fastidio nei confronti di uno dei due. In realtà non ci sono eserciti di elettori convinti dietro i nuovi duellanti. Prodi - Berlusconi è solo una delle ennesime false dicotomie presentate al popolo gregge come vere e proprie alternative poste al loro libero arbitrio e al loro senso di responsabilità, quelle del tipo fascisti-comunisti, proprietari-inquilini, industriali-lavoratori, clericali-anticlericali e così via, quando invece la vera unica alternativa della storia democratica italiana rimane pur sempre "o ti mangi sta minestra o ti butti dallla finestra". Questa volta gli italiani sono rimasti a guardare con un pizzico di scetticismo e indecisione.
E' bugiardo questo rullare di tamburi conclamando trionfi personali o maggioranze nette, i numeri dicono esattamente il contrario.
Oggigiorno non ci sono più i fedeli e smarriti parrocchiani a sostenere il loro pastore Don Camillo da una parte nè convinti e determinati militanti di partito a sostenere Peppone dall'altra parte. Nel corso delle ultime elezioni non c'è stata una vera contrapposizione dialettica o una vera alternativa; anzi, i ruoli dei duellanti sembrano quasi sovrapponibili al punto che alcuni storici già parlano di una disputa tra Pippone, curato di romagna, e Don Capillo, coriaceo segretario di un partito che non c'è.
Paolo Manfredi
P.S: A proposito di consci collettivi dopo l'editoriale di Paolo Mieli avevo mandato due lettere alla rubrica dell'Ambassadeur eccole:
La scelta di Paolo Mieli di dichiarare la preferenza di voto è un esempio di trasparenza che anche altri dovrebbero seguire.
E' vero che per alcune testate la dichiarazione sarebbe pleonastica ma per il Corrierone - un'istituzione più che un semplice giornale - la manifestazione inequivoca della linea editoriale è un esempio di coerenza con la storia del giornale.
Celeberrima, infatti, è rimasta la dichiarazione di voto di Montanelli col suo stile icastico ("turiamoci il naso e votiamo DC").
Credo che Mieli sarebbe rimasto il "terzista" di sempre ma, così come Montanelli a suo tempo, è stato costretto a prender partito, forse spaventato dalla prospettiva di una coalizione allargata modellata sulla falsariga della "grosse Koalition" tedesca che in Italia avrebbe assunto i connotati di un "grosso Inciucion" all'insegna di chissà quale comune connotazione (un governo di solidarietà nazionale per il mediocre stato dell'economia? unità politica dei cattolici? uniti contro il calo demografico?)
E il terzista Mieli, costretto dai tempi e dalle circostanze a rinunciare alla terza via, pur di non veder esaurita la spinta dialettica della politica ha preferito l'Italia bipolare a quella monolitica.
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Caro Romano,
dalla riflessione sull'editoriale di Paolo Mieli e dalla sua non-dichiarazione di voto traspare che anche lei, come Mieli, ha un'anima terzista e le sue parole ben riflettono l'indecisione di milioni di cittadini italiani su come votare alle prossime elezioni.
Questa indecisione, in sé, lungi dall'essere qualunquismo, è indice di una mancanza di fiducia nella capacità e nella volontà del "ceto" politico di affrontare e risolvere i problemi reali. Potrebbe sembrare che in un sistema bipolare schierarsi sia una necessità: o di qua o di là, "tertium non datur". E' chiaro, però, che quando il governo potenziale non si prospetta nettamente migliore di quello attuale la decisione può essere molto sofferta. A questo punto una constatazione viene naturale: se un Paese intero disprezza il reale e il potenziale, ma allo stesso tempo non riesce a crearsi una terza via, ciò significa che è depresso, malato, incapace di sognare e di pensare al futuro. Paolo Manfredi
In risposta a queste mie ricevevo una risposta il 12 03 2006 nientepopòdimeno che dal Direttore
Gentile Signor Manfredi,
vorrei ringraziarla per le parole di sostegno che ha voluto inviarmi. Credo che abbia soprattutto apprezzato la scelta di trasparenza che accomuna il Corriere ai grandi giornali del mondo. Una scelta che si unirà sempre al racconto oggettivo dei fatti, alla libertà di giudizio e al pluralismo delle opinioni. Grazie ancora e un caro saluto. Paolo Mieli
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Stando a Rossana Rossanda, "Nume tutelare de il Manifesto",
il cui prestigio intellettuale rimane per me un mistero ma <ci sarà pure una ragione>, come ebbe a dire Eugenio Montale di uno scrittore, a suo avviso, sopravvalutato - <ne' la grande stampa, ne' la Confindustria, ne' le banche>, nell'ultima tornata elettorale, hanno appoggiato il Cavaliere. Per quali motivi, vien da chiedersi, estetici? E' difficile credere che nell'orizzonte mentale di chi è occupato, soprattutto, a far soldi le questioni di stile abbiano un ruolo rilevante.'Pratici'? Se così fosse, si dovrebbe supporre che Berlusconi non ha governato nell'interesse dei 'poteri forti' ma solo in quello della sua famiglia e dei suoi clienti, anche se, complice la Chiesa, ha fatto credere il contrario a una metà degli italiani. Questo significherebbe, però, che in una società capitalistica avanzata, i capitalisti non contano granché e che i loro uomini di fiducia possono andare al governo solo... alleandosi con i sindacati e con i partiti della classe operaia. Nasce, però, un dubbio: ma chi ha veramente messo Marx in soffitta? Sfido a trovare un liberale hayekiano che abbia liquidato il materialismo storico in maniera più drastica della Rossanda! Dino Cofrancesco
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*Quel Tram chiamato Conscio collettivo*
Brava Giuliana!! questo sì che è scrivere. Attendo altri tuoi articoli. Pietro Vitale
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Credo di avere capito che sei contraria al comunismo,
se così fosse hai qualche idea per contrastare le schifezze del governo Prodi? Tipo Bertinotti alla Camera, l'eliminazione di Mediaset ecc.ecc. Fammi sapere. Purtroppo dove stò io ci sono troppi sinistri e vorrei fare gruppo con dei liberali di centro destra.
Satiro Santos
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Essendo uno dei nove senatori della Repubblica
legittimamente e regolarmente votati ed eletti per il momento espulsi dal Senato con una operazione di pretto stampo fascista, o comunista, dichiaro pubblicamente che la candidatura di Giulio Andreotti onora - e non: colpisce - quella di Franco Marini, che come Rosa nel Pugno sosteniamo convintamente e che voterei - ove non ne fossi impedito con una violenza istituzionale - con assoluta convinzione. Personalmente, con oltre venti altri esponenti radicali, mi è già stato tolto da anni il diritto all'elettorato passivo sia nelle elezioni politiche regionali sia in tutte quelle politico-amminsitrative, mentre i miei residui diritti politici sono, da decenni e sempre più (come quelli di tutti gli appartenenti al movimento radicale) ridotti al mero "libero esercizio", passivo e attivo, del materiale "diritto di voto" nella mia sezione elettorale. Espulso - per ora - dal Senato dove gli elettori mi hanno eletto, aggiungo che non sono affatto sorpreso, poiché già nel 1960 - come "Amici del Mondo" e radicali, ci riunimmo a convegno sul tema "Verso il Regime". Da tempo e oggi lottiamo non più contro quel pericolo ma contro la realtà in atto di un regime dominante di monopartitismo (sempre meno) imperfetto. Nel frattempo ho visto i potenti e prepotenti illudersi tutti di poterci eliminare, se non di averlo già fatto, in uno Stato divenuto sempre più - oggi - di stampo pontificio. Li abbiamo - contro ogni previsione - quasi tutti questi potenti accompagnati ai loro funerali politici, togliendo loro il piacere di omaggiare il radicale morto (com'è accaduto con Luca Coscioni, in vita da loro stessi anatemizzato e colpito vilmente).
Marco Pannella "Notizie Radicali", il giornale telematico di Radicali Italiani www.radicali.it
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Grazie Giuliana, per tutto quello che fai. Buona Pasqua. Vittorio Lussana
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Istanza al Presidente della Repubblica e al Ministro dell'Interno
Qui a Napoli dicono tutti Vox Populi Vox Dei: Allora che siano stati pagati i voti documentati con una foto scattata dal cellulare? Poichè penso sia ora impossibile dimostrare quali partiti e forze politiche abbiano messo in atto tale turpe mercato, e per ovviare ad ulteriori mercati credo sia indispensabile che i Carabinieri vigilino su tutti i votanti affinchè lascino il cellulare in deposito ai rappresentanti del seggio, oppure che la cabina elettorale venga abbassata in modo tale da consentire di mettere solo la x sul voto senza poter fare la foto che dimostri il voto votato quale fosse. Chiedo al Presidente della Repubblica e al Ministro dell'Interno o alle Procure (in special modo la Procura di Napoli) di voler predisporre i necessari provvedimenti per ovviare a tali mercatini.
  Arch. Graziella Iaccarino-Idelson Napoli
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Comunque, per come la vedo io:
Mortadella sarà presidente della Repubblica e sarà varata una grande coalizione. Scommettiamo? Vittorio Baccelli
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Piuttosto non hai notato che le opzioni di voto praticamente erano solo due?
Entreresti mai in un negozio d'abbigliamento dove potresti scegliere solo tra due vestiti? Hai capito che gli italiani a questa domanda hanno risposto quasi tutti sì? Ti sei resa conto che la democrazia in questo modo é stata annientata?
Adesso abbiamo (e lo avremmo avuto comunque) un capo del governo che ha lo stesso potere di un monarca.
Berlusconi in parte ha ragione a dire che chi vota per Prodi é un coglione. Ha ragione in parte perché in realtà il popolo dei coglioni é molto più esteso e riguarda almeno il 99% degli elettori i quali hanno accettato di comprare in un negozio dove si poteva scegliere solo tra due vestiti, uno blu e uno rosso. Luca Fontana
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*Quel Tram chiamato Conscio collettivo*?!
Conquista la pace e così solo, molti intorno a te si salveranno. Auguri! Annaserena Pirola
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La matematica non è un'opinione
Cara Sig.ra D'Olcese, non so se anche lei come molti italiani ha ricevuto il libro propaganda di Slvio Berlusconi sull'operato del governo quindi le inoltro questo messaggio ricevuto da un amico professore di matematica a cui non è sfuggito questo tentativo, diciamo così, di "coglionare" (mi perdoni ma il termine è di moda) gli elettori. Mi sembra degno di diffusione.
Grazie, cordiali saluti Fabio Massimo Corsi
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La matematica non è un'opinione... per molti, ma non per tutti
Se hai ricevuto il libro di Silvio vai a pagina 154: C'è una serie di informazioni interessanti, tra cui, quella che più mi ha colpito è la prima. E' scritto che nel 2006 il reddito medio degli Italiani è pari a 27.119 dollari, mentre nel 2001 era di 24.670 dollari.
Facendo due conti, perciò, risulta che il reddito medio degli Italiani è cresciuto di circa 2.500 (2.449) dollari. Mi sono chiesto: ma perché mi danno le cifre in dollari? Io già ho difficoltà a capire le cifre in Euro, figuriamoci con la moneta di uno stato estero!
E come me, anche moltissime famiglie, massaie e pensionati che hanno ricevuto il libro! Comunque, per capire meglio queste cifre, mi sono fatto un po' di conti; sono andato sul sito internet www.uic.it, che è il sito dell'Ufficio Italiano dei Cambi, per tradurre le cifre in euro. Dunque, il 22 maggio 2001 (il giorno dopo le ultime elezioni politiche), per fare un dollaro ci voleva 1,15 Euro, quindi 24.670 dollari (reddito 2001) moltiplicato per 1,15 fa: 28.370,5 Euro. Poi, il 31 marzo 2006, per fare un dollaro bastavano solo 83 centesimi di euro, quindi 27.119 dollari (reddito 2006), moltiplicato per 0,83 fa: 22.508,77 Euro. In altre parole, mi si spacciano le cifre in dollari per farmi credere che il reddito medio sia aumentato, mentre, invece, di fatto è diminuito di 5.861,73 Euro. Ho sbagliato i conti?
E se sono giusti, ti prego, diffondi questa informazione. Ma allora era proprio ubriaco anche quando ha scritto il libretto!
Prodi aveva ragione. Maurizio Falcone
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E' incredibile, no, io non l'ho ricevuto il libercolo di m.
Si vede che Telecom & Lui "seguono" passo passo le mie performances... e che Lui sa che è meglio per Lui che non mi invii puttanate. Farò in modo, dopo le elezioni perchè ho deciso di tenermene fuori da ogni aggiunta ai già alluvionali commenti stampa e tv, di farne una nota assieme a qualche altro argomento. In quanto a Prodi che sull'ubriachezza aveva ragione... Sì, aveva ragione, ma devono essere stati ubriachi pure lui, Ciampi e Visco quando hanno introdotto l'Euromoneta senza ombrello e ad un tasso di cambio molto molto al di sopra di quanto ci chiedesse l'Europa. Hanno sbagliato la tabellina e il pallottoliere o erano ubriachi anche Visco, Prodi e Ciampi? Comunque siamo noi che paghiamo i danni cari e amari, ne' Lui, ne' Visco, ne' Prodi ne' Ciampi.
Alla prossima, GD'O
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Cara D'Olcese. Non dice una parola su chi,
dopo aver cambiato unilaterarmente le regole del gioco (cioè la legge elettorale), nega la realtà dei fatti parlando di brogli.
Col sistema maggioritario basta un voto (non 25.000) in più per governare (possibile che gli Stati Uniti non abbiano insegnato niente? - 600 voti in più per Bush su Al Gore). Potrà spiacerle, ma un vincitore c'è stato. Volete tornare al proporzionale?
Legittimo, ma abbiano il coraggio di dirlo. Per loro forse "nondum matura est", ma per gli altri è l'ora della vendemmia.
Se ne facciano una ragione (insieme con Berlusconi). Brinderemo poi assieme. Saluti Giovanni Bandi
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Gli unionisti? Troveranno ......pane per i loro denti!! Ing. Enrico Romano
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Altro che pane ci vuole.
Dalle indiscrezioni, sembra che al berlusca non dispiaccia un segreto inciucio col baffetto. Sarebbe una jattura.
Ci vuole pane vecchio e duro di 3 mesi, roba da spaccare i denti. Propongo di allargare il gruppo e scrivere tutti insieme al forum di Forza Italia. Alle prossime elezioni, al massimo tra due anni, si potrebbe avere il 60%. Ovviamente senza le stupidaggini fatte con le ultime regole da romantici spiritualmente perdenti. Berlusca sarà bravo,... ma forse resta un commerciante.
Proviamo a farne uno statista, come ha voluto far vedere agli americani. Buona Pasqua Girolamo Ascenzo
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A P P R O V O  D'OLCESE  E  M I  C O M P L I M E N TO!!
Vittorio Soldaini
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E se cominciassimo a pensare seriamente ad uno "SCIOPERO FISCALE"?
Perchè credo che Prodi e C. ne stiano pensando delle belle a danno di noi popolo produttivo. E non possiamo ne' dobbiamo farci cogliere impreparati. Già un comunista fiero di esserlo, estimatore a viso aperto di Fidel Castro, prossimo presidente della Camera dei Deputati, terza carica dello Stato, non mi fa dormire sonni tranquilli, visto quello che è stato ed è il COMUNISMO, pensare anche a Prodi e C. che si apprestano a governare questo paese rischia di far diventare il peggiore incubo una amara realtà.
Dunque, prima che sia troppo tardi, organizziamoci. RESISTENZA e, se necessario, DISOBBEDIENZA CIVILE, Libera, Liberale, Liberista e Libertaria. Perchè, ora più che mai, il nostro peggior nemico è LO STATO.
Galgano Palaferri
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Sono perfettamente d'accordo con lei.
Ha vinto il paese che vuole meno arroganza politica e più democrazia dal basso. Nicoletta Hristodorescu
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Elezioni Romane. Che idea di Ulivo è mai quella che riesce a comprendere nelle sue fila anche Olimpia Tarzia?
Che idea di Ulivo è mai quella che riesce a comprendere nelle sue fila anche Olimpia Tarzia? Che il sindaco Veltroni sia il campione nazionale del buonismo è cosa nota. Ma può il buonismo superare ogni dialettica ideale e abbracciare un'area di idee che va dai referendari alle sponde teocon di Marcello Pera? Veltroni dice che una comunità aperta e solidale deve essere capace di tenere dentro di se tutti, nessuno escluso. Ma la comunità è cosa diversa dal governo e c'è da temere che proprio idee come quelle della signora Tarzia siano alla base di politiche escludenti e discriminatorie. Quale sarà il programma sui consultori della giunta Veltroni: quello della Tarzia o quello delle donne che difendono la legge 194? Che cosa farà il Comune di Roma per le coppie di fatto?
E cosa farà per le coppie portatrici di malattie genetiche che chiedono l'accesso alla fecondazione assistita?
Temo che una melassa di buone parole possa coprire politiche conservatrici sul terreno dei diritti civili e della laicità. Temo che gli accordi romani siano la anticipazione di un partito democratico pronto a rimettersi alle indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana. La signora Tarzia ricorda maliziosamente che Veltroni non si è speso molto per il Sì al referendum. E' vero!
Sarà bene che se lo ricordino anche le donne romane al momento di scegliere fra l'Ulivo per Veltroni e la Rosa nel Pugno.
Lanfranco Turci deputato de La Rosa nel Pugno
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Carissima, lasciami dire che ti ammiro per come scrivi ma non ti condivido:
chi ha perduto è il paese e chi ha inventato il marchingegno elettorale che lo escludeva dalle scelte. Si può votare per un uomo che si sa serio e impegnato, si può votare per un uomo che si sa legato a potenze economiche e votarlo per ottenere il mantenimento di una promessa fatta in pubblico o privato, si puà votare per unn mafioso o per un santo; non si può votare e votare coscientemente per un simbolo tra tanti, anche se schierati per i due raggruppamenti. Ma ti leggo sempre volentieri Luigi Melilli
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Come ogni cittadino - diritti e doveri - devo lavorare x vivere).
Nel mio lavorare ho due strumenti (diagnosi e terapia). Le tue diagnosi sono chiare, condivisibili......, sono disposto a lavorare e cercare la terapia (politica). A presto Marcello Russo.
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Su *Quel Tram chiamato Conscio collettivo*
Stai certa che il centro sinistra non userà il Parlamento come una clava che si abbatte contro milioni di persone che non la pensano come loro; come invece ha fatto il centrodestra che ha governato a colpi di decreti legge e voto di fiducia, infischiandosene della maggioranza degli italiani che per loro non avevano votato, se ricordi: l'Ulivo + Rifondazione e Italia dei Valori (questi ultimi si presentarono da soli) di fatto erano la maggioranza. La RES pubblica non è uno scontro tra religioni è vero.
Fabrizia Arduini
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Ma di che vai cianciando? Per favore. Larghe intese?
Ulivo che festeggiava quando non doveva? Se chi ha votato centro sinistra la pensa così, meglio perdere. Meglio andare a elezioni anticipate. L'altra volta il Berlusca ha vinto pure lui grazie a una diversa legge elettorale. Questa legge nuova l'hanno voluta loro.
Non solo, anche quella degli italiani all'estero l'ha voluta disperatamente il centro destra. E allora perché parlare di Paese spaccato a metà. Casomai hanno limitato i danni. Se poi tu, cara Giuliana, non stai bene con il centro sinistra chi ti vieta di creare un club di Forza Italia? O lo hai già fatto? Mi sembra che a seminare zizzania sia chi dice che il paese è spaccato a metà. Perché l'altra volta non lo era? Se poi, dietro queste tue riflessioni si celano cose che io non conosco, ti pregherei di essere più chiara e non criptica. Io sono una persona disponibile a sentire tutte le campane e poi a giudicare pragmaticamente in base a un metodo non falsato da ideologie ma di pura adesione ai fatti. Spesso, questi (i fatti), mi hanno indotto a rivedere le mie idee. Spero anche a te.
Franca
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Se Prodi e Berlusconi fossero dei veri Statisti!
<Gruppo dei Centouno Direttore Responsabile Nicola Cariglia>
Sorprendente, anche per noi, è stato il numero dei commenti suscitati dall'ultimo editoriale di Pensalibero, "Se Prodi fosse un vero statista...". Conteneva un invito a guardare a quanto fece De Gasperi all'indomani delle elezioni del 1953: Rinunciò al premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale che avrebbe potuto facilmente far scattare chiedendo di ricontrollare la gran massa di schede non conteggiate perché sistematicamente e non di rado pretestuosamente contestate dagli scrutatori e rappresentanti di lista di sinistra. Tale rinuncia segnò la fine della carriera politica dello statista trentino, anche perché provocò il risentimento dei partiti alleati di De Gasperi (PSDI, PRI, PLI) che avevano pagato il prezzo più alto della martellante propaganda PCI-PSI contro una legge elettorale moderatamente maggioritaria alla quale era stata affibbiata l'arbitraria ma efficace definizione di legge-truffa.
L'invito, implicito, a Prodi era di ispirarsi a quell'esempio, dimostrando lo stesso senso dello stato.
Molti di coloro che hanno commentato hanno condiviso; molti altri (forse più numerosi) hanno manifestato dissenso.
La quantità delle lettere e i toni appassionati ci convincono di aver messo il dito sulla piaga di questo risultato elettorale e ci inducono a tornare sull'argomento: senza la pretesa di avere ragione, ma per capire e farci capire approfondendo il confronto fra tesi diverse. Intanto: l'invito era rivolto a Prodi e non a Berlusconi perché è il professore che si appresta a governare in una situazione critica, con una coalizione composita, e con una maggioranza risicata e incerta. Insomma, è Prodi che reclama i diritti di una vittoria per meno di 25.000 voti, di fronte ad uno schieramento equivalente che si appella alla ragguardevole cifra di schede annullate (un milione e centomila). La logica del bipolarismo, che l'attuale legge elettorale ha mantenuto, grazie al premio di maggioranza, da il diritto di governare anche con un solo voto di maggioranza: nessun dubbio.
Ma tale logica tende a garantire efficacia e stabilità al governo del Paese. Non può essere interpretata (secondo un sentimento diffuso in entrambi gli schieramenti) come strumento per "mazzolare" gli avversari e legalizzare il settarismo: quando si governa lo si fa per tutti, per chi ti ha votato e per chi non vede l'ora di mandarti a casa. Non ci sembra proprio, con la sua risicata maggioranza e le divisioni interne all'Unione, che Prodi sia in grado di affrontare l'attuale situazione. Il responso delle urne riflette l'esatta equivalenza elettorale dei due schieramenti e non dipende dalla legge elettorale. Lo stallo in una o in entrambe le Camere lo si sarebbe potuto avere anche con il sistema precedente. Si è avuta una campagna elettorale lunga e dura, tutta personalizzata su Prodi e Berlusconi. Gli elettori non hanno assegnato la vittoria ad alcuno dei due. L'interesse di tutti (non quello di parte) vuole che se ne prenda atto e si trovi un'altra soluzione. Dunque, se preferite, modifichiamo il titolo del precedente articolo ed esplicitiamo ciò che era sottinteso: "Se Prodi e Berlusconi fossero dei veri statisti...". Perché una domanda vorremmo farla ad alcuni che hanno criticato l'editoriale precedente nel nome di un anti berlusconismo incrollabile.
Dice niente il fatto che Berlusconi sia stato il primo a proporre larghe intese per formare il governo?
Pensate proprio che non se lo immaginasse che così rendeva molto più difficile la cosa? Nicola Cariglia
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*Quel Tram chiamato Conscio collettivo* di Vittorio Baccelli
Agli amici radicali, oggi rosa nel pugno, che mi hanno tirato in ballo per le prossime elezioni in Provincia, vorrei fare pubblicamente delle considerazioni a beneficio sia loro che della cittadinanza lucchese. Non sono più referente di alcuna organizzazione d'ispirazione radicale, dato che il Centro Studi AZIONE LIBERTARIA si è autosciolto due mesi fa e che il Comitato Provinciale dei Diritti Civili ha deciso l'anno passato di cessare la propria operatività. (entrambi le notizie sono state riportate sulla stampa locale) Premesso questo, alle recenti elezioni politiche sono stato contattato per essere in lista, al Senato dai radicali nel polo (per il primo posto in Toscana), da Italia Moderata (per il 2° posto) e dalla rosa nel pugno, in posizione defilata. Ho accettato Italia Moderata, premettendo come ho fatto coi radicali nel polo, che non avrebbero fatto in tempo a raccogliere le firme necessarie: così è stato. Riguardo alle prossime elezione in Provincia sarò presente nella lista di Italia Moderata poichè questo raggruppamento ha recepito nel proprio programma alcuni dei punti fondamentali per i qulai da tempo mi batto: 1. Lucca Provincia Autonoma; 2. Riacquisizione della Valdinievole; 3. Casinò stagionali a rotazione tra Bagni di Lucca, Montecatini e Viareggio; 4. Metropolitana di superficie tra Pisa e Piazza al Serchio; 5. Strada Versilia Modena; 5. Ospedale unico della Valle del Serchio. Ed è proprio in virtù di questi punti programmatici che invito gli amici radicali, oggi rosa nel pugno, gli amici della Lega a partecipare a questa lista, così come rivolgo un caloroso invito a Grabau, a Spadaro e all'ex sindaco di Villa Basilica, Ansaldi. Riguardo poi alle elezioni passate, il pareggio ottenuto non permette certo a Prodi di poter governare dato anche il suo programma è folle in politica estera e disastroso in quella economica - sì che è definito il partito della tasse - L'unica soluzione sarà quella di una grande coalizione, a meno che...
Già, chi voleva cancellare Berlusconi, mi sembra che ne sia uscito malconcio: il Berlusconi è a capo del più forte partito d'Italia e, pur all'opposizione, mi sembra sia più forte che mai. in 15 giorni è riuscito a ribaltare ogni previsione che lo dava sotto dal 10 al 7 per cento. Fossi il Presidente, lui convocherei, perchè formi un governo. Come si faceva un tempo: si convocava il presidente del partito di maggioranza relativa. E sono sicuro che lui lo formerebbe. Prodi da solo crollerà alla prima finanziaria, o anche prima, o forse non ci sarà neppure... Vittorio Baccelli Lucca http://baccelli1.interfree.it
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Concordo in generale, ma secondo me l'analisi andrebbe per alcuni aspetti forse corretta. di Luigi Melilli
e per altri approfondita. Sarebbe bello che si trattasse davvero di coscienza o consapevolezza, ma non ne sono molto convinto, purtroppo. Come dice un mio amico, pessimista ma realista, in quasi tutta la popolazione della terra, c'è un 50% che si sente responsabile e partecipe, e un 50% qualunquista, incapace per sua stessa natura - potremmo parlare di categorie evolutive spirituali? - di proiettarsi in un collettivo. Ma anche loro votano e il loro voto nell'urna vale lo stesso che quello di un filosofo.
Questo semmai potrebbe essere un limite della democrazia, non la testimonianza di una coscienza collettiva matura.
I sondaggi un mese prima delle elezioni davano il 5% a vantaggio dell'Unione, che ancora solo tre giorni prima del voto, aveva 2 punti di differenza. Cosa succede: che il popolo della sinistra vota, sempre e compatto - dice sempre quel mio amico - è gente che ha pagato nelle primarie per esercitare il proprio diritto/dovere di votare. Anche sull'altra sponda c'è una fetta convinta, ma buona parte è qualunquista, quando sono scontenti loro semplicemente non vanno a votare - e quale governo può evitare di scontentare un popolo individualista, soprattutto in una congiuntura di crisi internazionale? Lo ha capito bene Berlusconi che prima di lanciarsi nella campagna disse: "Se riesco a far votare l'85%, vinco!". E ci è quasi riuscito, accendendo uno spirito di chiamata alle armi - e di tornaconto personale - in questo popolo amorfo; insomma, li ha fatto votar tutti. Popolo diviso? Governo di unità nazionale?
Ricordiamo G. W. Bush J. Ha governato il mondo con una differenza di 650 voti circa su 230 milioni di persone. E nessuno si è scandalizzato, perché il bipolarismo funziona così, le alternanze funzionano così. Con poche manciate di voti in più il cancelliere Shroeder ha governato per due legislature, e nessuno si è scandalizzato. Berlusconi ha governato scontentando l'altra metà del popolo - con una briciola di voti in più. Se così non fosse, che bisogno ci sarebbe di premi di maggioranza?
E credo che neanche D'Alema & C.sarebbero disponibili a una grande alleanza, sarebbe l'ennesimo tradimento verso il proprio elettorato. Gli accordi di programma sono stati chiari: niente accordo, piuttosto si rivà alle urne.
La visione politica che oggi propongono alcuni non è comunque nuova: era quella dei DC morotei e del compromesso storico di Berlinguer. Poiché il paese è diviso in due, vediamo cosa si può fare. Ma non sarebbe certo praticabile con questa attuale destra. Ricordiamo che D'Alema concesse loro la Bicamerale e il premio di maggioranza che li portò a vincere e ad essere il primo governo stabile che ha governato per 5 anni di fila. Non mi pare che gli sono stato molto riconoscenti. Hanno legiferato tutto o quasi solo con i decreti legge. Sarà difficile che la sinistra oggi faccia alleanza con loro. In conclusione, e a malincuore, protendo più per motivazioni dettate da banali suggestioni e piccoli egoismi, che per un effettivo salto di coscienza. Spero di sbagliarmi.
Luigi Melilli
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E/lezione. di Vito De Russis
I lavori per le elezioni politiche 2006 sono finiti. Ma le/lezioni restano tante. Vediamone alcune. E' aumentata l'affluenza alle urne ed è crollato (oltre il 60 %) il numero delle schede nulle e di quelle bianche Motivo: bastava fare una semplice croce su uno dei tanti segni. E' quello che fanno gli analfabeti ed i popoli "in tensione", cioè quelli non liberi dalla paura, dai bisogni, di parlare e di essere laici. La popolazione italiana si è divisa a metà. Motivo: chi vive di paura (sotto numerosa scorta) ha seminato paura tra i ricchi e semi-ricchi; chi doveva essere semplice e comprensibile ha seminato confusione e complicato le cose semplici tra coloro che già hanno la vita complicata. E' quello che normalmente fanno i gestori del potere ed i loro amici. Le previsioni e le proiezioni dei risultati sono state sbagliate. Motivo: le persone interpellate (analfabeti e "in tensione") non sono state sincere. Come lo sono sempre state nelle tornate elettorali quando vinceva la DC (Democrazia Cristiana): era eccezionale trovare la persona che aveva votato per la DC. Pertanto, si è registrato quello che, normalmente, avviene da 60 anni esatti (Prima elezione il 2 giugno del 1946) Chi vince deve governare ma, se... Motivo: la maggioranza è quella minima e, quindi,... Se c'è la volontà politica i politici riescono a fare le cose anche in tempi rapidi. Nel 1982, per scippare al popolo "in tensione" il referendum per il ripristino della contingenza nella "Liquidazione" dettero vita al TFR (Trattamento di Fine Rapporto) con 8 voti di fiducia consecutivi. Questo Governo (uscente), come quello precedente, spesso ha usato lo strumento della fiducia.
Fiducia (in Parlamento) e partecipazione popolare (nelle piazze) / si può governare (il Paese). Ci si domanda dove si prendono i soldi per coprire le spese da deliberare. Motivo: le casse dello Stato sono al verde (come quelle dei lavoratori e dei pensionati nella quarta settimana di ogni mese) e il debito pubblico è ad oltre il 106 % del PIL. Purtuttavia, tutti i partiti e i movimenti passeranno alla cassa dello Stato a riscuotere la loro quota parte del rimborso spese elettorali di 5 euro per ogni iscritto alle liste elettorali.
Si dimenticheranno di ridurre al lumicino le spese militari (rientro immediato in Italia di tutti i militari sparsi nel mondo), quelle delle ambasciate (bastano poche persone e qualche auto), quelle delle scorte e delle auto blindate (a meno che non dichiarino lo stato di guerra con il coprifuoco), quelle delle consulenze (cioè il riciclaggio degli amici non eletti); si dimenticheranno di applicare la legge detta "delle manette agli evasori fiscali" (si chiamano così i ladri eccellenti).
E, per ora (vista l'ora!), buona notte. Vito De Russis
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Aborto Terapeutico
L'Italia è governata da tempo da una oligarchia trasversale ed intersecata a svariati livelli con massoneria ed Opus Dei, la dialettica ufficiale tra gli schieramenti assomiglia sempre più ad un incontro di wrestling e di bipartisan c'è solo la quotidiana spartizione di tangenti e privilegi con i conseguenti molteplici ricatti incrociati. In questa imprescindibile cornice la maggioranza risicata che dovrebbe sostenere il governo Prodi non ha ne' i numeri (al Senato) ne' i requisiti etici e di indipendenza da condizionamenti essenziali per assicurare una politica non velleitaria ma all'altezza delle impellenti necessità del Paese e che dovrà affrontare con efficacia tematiche quali: la riforma elettorale, la lotta alla corruzione, fenomeno mai menzionato in tutta la campagna elettorale nonostante che l'Italia sia al 40° posto nella classifica mondiale della trasparenza con un danno annuale di 70 miliardi di euro e con gravissima influenza sulla mancata competitività (47° posto), la lotta alla criminalità organizzata con confisca dei beni delle mafie stimabili in 1.000 miliardi di euro (fonti Confcommercio, Economy, Procura antimafia), l'eliminazione di svariati conflitti di interesse, assicurare alla Rai l'indipendenza dai partiti, la cancellazione delle leggi ad personam, una riforma fiscale e previdenziale improntata a maggiore equità; la riforma sanitaria, una nuova legge per gli appalti pubblici e tanti altri che, dovendo colpire gli interessi di parti coinvolte nel giro di collusioni e ricatti, non potranno essere di fatto adottati.
Non occorre la sfera di cristallo per prevedere questo scenario, bastano un minimo di capacità di analisi e la conoscenza di quanto è accaduto nella precedente esperienza di governo dell'Ulivo specialmente alla luce di quanto descritto ne Il topino intrappolato (Elio Veltri, Ed. Riuniti), con l'aggravante che negli ultimi cinque anni di governo di centro destra si sono aggiunte altre porcherie bipartisan e quindi altri ricatti. Gran parte degli elettori hanno avuto modo di constatarlo ed hanno votato, turandosi il naso per l'ennesima volta, coloro che l'oscena legge elettorale ha permesso alle segreterie dei partiti di imporre tra uno specchietto per le allodole e l'altro, ma i voti raccolti da questi partiti di CS in questa anomala e frustrante situazione non devono e non possono essere scambiati per consenso bensì come l'unico modo per liberare il Paese e l'Europa dall'incubo Berlusconi (copyright D'Alema & Bertinotti). Per il bene del Paese e per senso di responsabilità e pragmatismo occorrerebbero l'approvazione immediata di una legge elettorale e nuove elezioni entro sei mesi, auspicando nel frattempo la nascita di un nuovo soggetto politico liberalsocialista o social democratico, "il partito, o movimento che non c'è, formato da persone provenienti dalla società civile che si mettano subito a lavorare a tavoli tematici per un programma per la politica internazionale, nazionale e locale. La nascita di un nuovo soggetto politico di centrosinistra non ingannevole come gli attuali e libero da condizionamenti sarebbe di stimolo affinché possa avvenire altrettanto nel centro destra, con immenso beneficio alla qualità della politica in generale e quindi per il Paese tutto.
Andrea Di Paola
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"Partito della Democrazia" di Luca Bagatin
Da tempo rifletto sulla necessità della presenza nella politica e nel tessuto sociale italiano di un Partito della Democrazia.
Ovverosia l'antico sogno degli Azionisti dello storico Partito d'Azione (fondato nel 1942) che ebbe fra i suoi esponenti di spicco i fratelli Rosselli, Guido Calogero, Ugo La Malfa, Gaetano Salvemini, Ferruccio Parri e molti altri militanti, intellettuali e partigiani dell'epoca. Lo storico Partito d'Azione racchiudeva al suo interno concezioni politiche di Sinistra spesso contrastanti e ciò fu il principale motivo della sua prematura scomparsa dalla scena politica (nel 1947). Tre erano i filoni politico-culturali principali sui quali si reggeva l'Azionismo: una concezione socialista a tratti influenzata dal marxismo; una liberaldemocratica influenzata dagli insegnamenti di Benedetto Croce ed una liberalsocialista che cercava di coniugare le istanze sociali con la libertà individuale. Queste tre concezioni si trovarono spesso a scontrarsi e ciò determinò lo scioglimento del Partito politico più intransigente, integerrimo e moralmente onesto della storia politica italiana. Ora siamo nel 2006 ed un Partito d'Azione rinnovato, per quanto piccolo, esiste ancora, ovvero il Partito d'Azione Liberalsocialista guidato dal Prof. Nicola Terracciano e rifondato nel 1998 da Bruno Zevi, Giorgio Parri e da altri storici militanti azionisti. Lo ritengo una presenza importante nel panorama politico della sinistra italiana, non di mera testimonianza ma di presenza attiva in alcuni Comuni nei quali stiamo tentando di radicarci, in una posizione di Sinistra libera di opposizione al centrodestra e a questo falso centrosinistra.
Abbiamo aderito al progetto del Polo Laico-Liberalsocialista lanciato dal Gruppo dei Centouno - il cui appello si può trovare consultando il sito www.pensalibero.it - e vorrei rilanciare all'interno di questo progetto la nascita del Partito della Democrazia.
Un Partito nel quale possano convivere istanze socialiste, liberaldemocratiche e repubblicane che, per quanto diverse fra loro, sappiano dialogare con intelligenza e pragmatismo. Il tutto nell'unica collocazione possibile per un movimento di questa portata e cioé la Sinistra. Una Sinistra vera e moderna che nulla abbia a che vedere con Unioni o Ulivi di sorta che al loro interno comprendono di tutto e di più. Un Partito della Democrazia di Sinistra contro le istanze provenienti da una destra confessionale e fintamente liberale capitanata dal Cav. Berlusconi, un "parvenu" estraneo alla cultura democratica propria di un Paese civile.
Questo è il sogno che personalmente coltivo sin da ragazzino e che trovo possa essere utile all'attuale momento storico-politico che stiamo vivendo.
  Luca Bagatin - Segretario del Partito d'Azione Liberalsocialista del Friuli Venezia Giulia www.lucabagatin.ilcannocchiale.it
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Voto con pareggio, perde l'Italia. - di Guido Gentili - Il Sole 24Ore - 4 aprile 2006
Diceva Giulio Andreotti parlando di calcio che il pareggio, in fondo, non è proprio da buttar via. "Si muove la classifica", spiegava il senatore. Si può dire la stessa cosa di un sostanziale pareggio politico come risultato delle elezioni del 9 e 10 aprile?
L'ipotesi, grazie anche alla nuova legge elettorale di stampo proporzionalista, non è da escludere. Sotto traccia, i sondaggi a disposizione dei due schieramenti in lizza indicherebbero che al momento si viaggia sul filo del raspio di pochissimi punti di differenza. La partita la farebbero gli indecisi dell'ultima ora e in ogni caso è difficile pronosticare una vittoria piena della Casa delle Libertà o dell'Unione sia al Senato che alla Camera. Sempre che non si finisca addirittura con due maggioranze diverse nelle due Camere. Al pareggio, del resto, aspirano (più o meno segretamente) in molti. Mentre non è poi così facile dire che in questo caso, come ha chiesto Romano Prodi due giorni fa, si tornerà subito a rivotare per ottenere un verdetto più netto.
Il pareggio avrebbe l'effetto, soprattutto in prospettiva, di "elidere" i due contendenti principali, Berlusconi e Prodi, che si sono riproposti agli italiani per la seconda volta in dieci anni. La non prevalenza di entrambi segnerebbe comunque un declino parallelo. Nel caso del Professore di Bologna, sfidante partito con un grande vantaggio sul premier uscente, la parità suonerebbe anzi come una sconfitta sonante. Alle spalle di Berlusconi e Prodi, al di là delle posizioni ufficiali, si muovono interessi forti. In gioco ci sono le leadership dei due schieramenti: da un lato premono Fini e Casini, dall'altro si allunga sull'Unione l'ombra del nuovo Partito democratico di Rutelli e Veltroni. E in entrambi i casi un pareggio Berluscopìni-Prodi farebbe tutto sommato assai comodo, consentendo maggiori spazi di manovra per ridisegnare la scacchiera politica. L'operazione di tornare, eventualmente, subito alle urne sarebbe la via maestra.
Ma non così agevole come potrebbe apparire a prima vista. Perché la decisione spetta comunque al capo dello Stato (si vota anche per il presidente della Repubblica) e perché è facile pronosticare che i neosenatori e i neodeputati (che devono cumulare un'anzianità legislativa minima di due anni e mezzo per maturare la pensione) non sarebbero poi così felici di rimettersi presto in gioco. Il problema vero è che un pareggio, con relativo post-dibattito su ipotesi di Governi tecnici o istituzionali, di "Grande coalizione" o "Governissimo", non sarebbe, per un sistema economico in attesa di una ripartenza rapida dopo una lunghissima campagna elettorale, un risultato provvidenziale. E non muoverebbe, per dirla con Andreotti, nemmeno la classifica.
Basta scorrere le statistiche dell'Ocse per rendersi conto che l'Italia ha bisogno comunque di terapie precise e non di politiche economiche calibrate sulla base di compromessi politici, più o meno grandi, e sull'attendismo di chi scommette su una generale ricomposizione del quadro politico. Bisogna riprendere a crescere e quel calo della produttività totale (-0,3% annuo a partire dal '95) indica senza margini di dubbio che la perdita di competitività del sistema-Italia può essere colmata solo con politiche che indichino una direzione di marcia trasparente. E' evidente che una vittoria netta di uno dei schieramenti renderà più agevole un percorso definito. Che potrà anche non piacere, ma che se non altro avrà il pregio di essere chiaro. E ferma restando la possibilità (anzi l'esigenza) di scelte condivise su alcuni temi fondamentali, come la politica estera, a sua volta l'opposizione avrà modo di far valere il suo punto di vista. Per muovere davvero la classifica dell'Italia, insomma, è meglio non accontentarsi di un pareggio.
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Cara Giuliana, una volta tanto, purtroppo, non sono d'accordo con te.
Premesso che ho votato convintamente su entrambe le schede (Camera e Senato) per la Rosa nel Pugno (tanto per far capire che non sono né un bolscevico, né un no-global, ecc.) vorrei dire la mia su questa faccenda dell'Italia spaccata in due.
Che Rutelli e Fassino non avessero un sufficiente appeal neanche per gli elettori di centrosinistra era cosa ormai risaputa.
E dobbiamo solo alla spocchia di una certa sinistra (non tutta per fortuna, ma parecchia sì) se l'Unione s'è presentata alle elezioni con LA STESSA classe dirigente che 5 anni fa era stata trombata alla grande. Se la squadra che vince non la cambia neanche Gesù Cristo, forse dovrebbe essere vero anche il contrario, e cioè che quella che prende una batosta dovrebbe avere la dignità di farsi da parte. Chi ricorda l'accorato e sincero appello di Nanni Moretti a Piazza Navona? L'unica vera novità di queste elezioni, a Sinistra, era proprio la Rosa nel Pugno, che però è stata lasciata dai suoi alleati fuori dall'uscio (e - a proposito - vorrei sapere quanto ha preso Mastella, che ha sempre mantenuto nei confronti della RNP un atteggiamento di ostracismo, perché mi chiedo a che titolo uno che porta l'1,4% possa permettersi di aver qualcosa da ridire su chi ha portato almeno il doppio di lui).
Non è stata data abbastanza visibilità a questa forza politica, che molti hanno scambiato per gli avanzi dei Radicali, mentre sia sul piano elettorale che su quello politico credo che siano molto di più. In compenso credo che non pochi hanno potuto ammirare lo spessore di gente come Emma Bonino, che forse è una dei pochi politici con la testa sulle spalle. Detto questo, bisogna anche analizzare più a fondo il voto: chi aveva dato per spacciato Berlusconi si è dovuto ricredere, e a quanti erano scesi in piazza per festeggiare la fine del Cavaliere, il grido è rimasto strozzato in gola. A scanso di brogli elettorali (che, però, nella migliore tradizione dovrebbero - nell'eventualità che ci fossero - più avvantaggiare chi ha le mani in pasta - cioè il governo uscente - piuttosto che chi deve ancora prendere il potere) risulta evidente che l'Unione non ha avuto la vittoria ampia che si aspettava.
Molto ci ha messo di suo la legge elettorale, concepita da chi sapeva già di perdere e fatta apposta perché "muoia Sansone con tutti i Filistei". Ne vogliamo parlare?
E non tanto per lo scandalo della legge elettorale in quanto tale, quanto per il principio sacrosanto che in una competizione ci si mette al tavolino con le stesse regole per tutti, e non si cambiano le regole a partita in corso a seconda delle proprie convenienze!
Se poi fosse davvero come tu dici sarebbe ancora più preoccupante, perché dimostrerebbe che gli Italiani, apostrofati da Berlusconi con l'epiteto di "coglioni" (almeno metà di essi), hanno dimostrato ahimé di non averne, rimanendo ancorati al loro eterno cerchiobottismo che da anni (o secoli?) non porta questo Paese da nessuna parte salvo in malora, e a rimanere con la nave alla mercè delle tempeste mondiali, preferendo di più il ruolo più comodo e deresponsabilizzante del mozzo che quello del timoniere. A Roma, la saggezza popolare, direbbe che chi ha votato per non far vincere nessuno ha fatto come quello che i coglioni se li tagliò per far dispetto alla moglie. Purtroppo invece bisognerebbe dare - ahimé - al voto un'altra lettura, sicuramente non più nobile e lusinghiera per il popolo italiano di quella descritta da te. Quello che è preoccupante non è che Berlusconi abbia ottenuto quasi la metà dei voti, ma che l'abbia ottenuti dopo i 5 anni in cui ha mostrato ampiamente di cosa è capace e del concetto che abbia del potere politico, ben lungi da quello di servire gli interessi di un Popolo o una Nazione, ma semplicemente quelli di servire i propri e al massimo quelli dei propri sodali. Il Berlusconi politico è forse stato sconfitto (attendiamo il conforto dei numeri, si fa per dire), ma il Berlusconismo è ancora ben lungi dall'essere debellato. E per berlusconismo si intende proprio quella "filosofia di vita" che nel leader della CdL trova la massima espressione e incarnazione: l'arrivismo, il qualunquismo, il menefreghismo e in buona sostanza l'italianissimo anteporre i propri interessi personali al bene della collettività.
Non stupirebbe se Berlusconi prendesse i voti dei capitani di industria, che come lui si impastano la bocca con l'Orgoglio Nazionale ma portano i propri soldi alle Cayman o in una cassetta di sicurezza in Svizzera (viva la coerenza). Quello che stupisce - e preoccupa - è che Berlusconi prenda i voti dell'operaio che crede ad "aboliamo le tasse" senza chiedersi con cosa gli pagheranno la cassa integrazione o i servizi sanitari. Prende i voti della massaia che crede che se vincerà la Sinistra le toglieranno Rete4 e quindi non potrà più vedere le sue amate soap (TUTTO VERO! Non posso fare nomi e cognomi per il rispetto della privacy).
Tanto poi, quando è partito il contingente italiano in Iraq ci hanno spedito quel comunistaccio perdigiorno del figlio della vicina di casa, mica il suo caro nipotino, imboscato al servizio militare grazie all'amico colonnello e bivaccante universitario fuori sede (e fuori corso) a spese di mamma e papà. E ovviamente vota Forza Italia anche lui, che ha qualcosa da farsi perdonare, in primis quello di frequentare a scrocco (e con scarso profitto) l'Università mentre il suo amico figlio di una casalinga vedova non se la può neanche permettere. Che vi piaccia o no, questa è l'Italia di Berlusconi. E il 9 e il 10 Aprile ha bussato alla porta e ha detto "ci siamo anche noi, e siamo tanti quanto voi". E se questo è il seme della futura classe dirigente c'è poco da stare allegri, ed aver mancato (l'ennesima!) opportunità per voltare pagina con tutto questo schifo è qualcosa che ci dovrebbe più coprire di vergogna che qualcosa di cui andare fieri.
Andrea Favilli
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Dopo le elezioni politiche 2006 Nessun Vincitore, Tutti Sconfitti.
L'editoriale di Gabriele Pagliuzzi, candidato sindaco alle amministrative di Milano.
Il sistema elettorale dell'imbroglio ha partorito un mostro. L'Italia divisa e paralizzata, senza più un esercito degno di questo nome, senza più sovranità sulla propria moneta, si vede espropriata anche della capacità autonoma di esprimere un governo che abbia una sufficiente base di consenso popolare. La sconsiderata richiesta di osservatori Onu per controllare la democraticità delle elezioni avanzata dal centro-destra non sfocerà presto nell'invocazione agli Stati Uniti di un protettorato modello Iraq?
Sono scenari oscuri, drammatici, ma non così sinistramente fantasiosi. Di chi la colpa? Di tanti. A partire dal Presidente Ciampi che ha firmato questa legge elettorale non capendo la perversa strumentalità dei suoi obiettivi: il mirare a perpetuare un sistema di potere fatto di monopoli incrociati, di partitocrazia sempre più coriacea che si alimenta del debito pubblico in crescita incontrollata, di un'economia asfittica perchè illiberale, di un sistema in definitiva che ci avvicina rapidamente al peggiore Sud America.
Bene ha fatto il nostro movimento a lanciare la protesta del non voto: una scelta dolorosa, contingente, che però ha il pregio della chiarezza e della dignità (leggi --->>). Di fronte all'intruppamento servile e opportunistico di quanti speravano di trarre profitto dalla situazione, avvallando il mostro illiberale e raccattando percentuali infinitesime, la voce flebile e nascosta degli italiani perbene che pensano al proprio Paese e non ai loro affari personali e che non si abbandonano al piacere livoroso della fazione deve trovare un punto di riferimento. Oggi questa voce non ha potuto esprimersi che nella marginalità e nella delusione, per noi liberali di destra ancora più cocente perché vediamo sprecato il patrimonio politico del moderatismo italiano, da sempre complessivamente superiore ad ogni sinistrismo coalizzato, scomposto nel rifiuto verso questo centro-destra per una somma di errori che vanno dall'arroganza delle leggi ad personam al "tricolore nel cesso" di Bossi.
Purtroppo o per fortuna, per la drammaticità della situazione, non è più solo questione di "liberali", pur essendo già di per sé questo un problema di vitale importanza per la sopravvivenza attiva della nostra coscienza di uomini liberi. Non è più possibile infatti rimandare ancora il momento dell' incontro e della riorganizzazione non servile di un movimento nazionale degno di questo nome.
La posta è tuttavia oggi più alta. Se scompare la nostra Patria scompare anche la nostra libertà. Se muoiono i valori di rispetto della vita e di dignità della persona, di inviolabilità della proprietà e i principi morali della nostra tradizione, argini invalicabili dal demone del denaro e dell'usura, muore la libertà di tutti. È questo il viatico con cui la Destra Liberale intende sollecitare un appuntamento risolutivo aperto a tutti i liberali di buona volontà, organizzati e non, così rispondendo anche all'opportuno richiamo comparso poco tempo fa sull'Opinione grazie all'iniziativa dell'amico Jinzo. In quella sede auspichiamo che possa essere redatto un manifesto comune di libertà e di italianità e un progetto, concreto e immediato, per azzerare attraverso una improrogabile Assemblea Costituente la deriva "gerontocratica" del nostro Paese che mortifica le forze di rinnovamento e di libertà. Una nuova carta che sostanzi un sistema elettorale condiviso che ci faccia restare nel novero dei paesi civili con dignità ed onore.
Gabriele Pagliuzzi, Presidente del Movimento DL/LpI http://www.liberaliperlitalia.it/
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Illustre, non ho il piacere di conoscerla, ma la stimo e ammiro per la sua professionalità,
nella forma, ma ancor più nella sostanza, vorrei esternarle una mia considerazione, proprio da cittadino italiano Meridionale.
In premessa le significo che lottare per un Potere contro un altro, per prenderne il posto usando le rimembranze ideologiche, è stantio. Ciò significa che della povera gente non gliene frega niente a nessuno e non rispecchia la "realtà" reale, ma quella mediatica. Lottare per la povera gente contro gli abusi di un Potere, esso sia giudiziario, forense, amministrativo, economico, malavitoso, ecc, è moderno. Ciò è sostenuto e seguito dalla gente, stufa delle menzogne dei politici di destra, di centro e di sinistra. Rendersi liberi dalla sudditanza clientelare e psicologica del Potere, porta a rendere un futuro migliore per i nostri figli fatto di successi accessibili, ottenuti per merito e non per nepotismo o clientelismo. La mia associazione antimafia, antiracket e antiusura, è iscritta presso la Prefettura di Taranto, ma a causa della sua attività, che non guarda in faccia a nessuno è tacitata dai media, contrastata dalle Istituzioni, ignorata dai Parlamentari, specie meridionali. Lei, come vede attraverso le denunce insabbiate presentate nel territorio, ovvero dalle testimonianze su www.associazionecontrotuttelemafie.org può aiutare l'associazione a rendersi visibile affinché possa aiutare tutte le vittime in ogni parte d'Italia. La mafia, bianca o nera, prima ti isola e poi ti distrugge.
Faccia conoscere l'esistenza dell'associazione. Combattiamo insieme l'omertà.
Cordialmente Dr. Antonio Giangrande Avetrana Email: presidente@associazionecontrotuttelemafie.org
Associazione contro tutte le mafie e di Promozione Sociale (ONLUS) C.F. 90151430734
Presidente dott. Antonio Giangrande Sede Legale Via Piave 127-74020 Avetrana (TA) Tel-fax Segr. 099/9708396 Cell. 3289163996
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Complimenti e Gravissimi Dubbi
Non posso condividere che sia una vittoria il fatto che una persona abbia votato in due maniere opposte: che voleva affermare?
Non la propria indipendenza, perché nessuno l'avrebbe obbligata a votare diversamente, e forse neppure a votare. Avrei capito la deposizione nell'urna di schede bianche o con scritte significative. Personalmente - e sono schierato politicamente dal 1944 - una volta che le cose non andavano nel giusto verso, ma non si era in un momento caotico e violento come l'attuale (la violenza del potere non delle piazze, di cui in Italia non si può dire che dobbiamo avere paura, neppure rispetto alla cugina Francia) scrissi sulla scheda elettorale un motto che non definirei infamante, ma giù di lì: "Abbasso le tangenti evviva le secanti". Sapevo che non avrebbe sortito effetto, anche perché sarò stato l'unico, ma mi pronunciavo su una materia concreta. Io non ti credo una sognatrice, per cui aspetto che nel tuo prossimo scritto tu chiarisca come uno Stato come il nostro si deve gestire, chi e per quali ragioni.
Rimango dell'idea di Churchill: "La democrazia ha tanti difetti, ma non vedo da cos'altro potrebb'essere sostituita". Mancanza di fantasia churcliliana? Se sì anche io ne manco e chissà quanti come me; se no... a te l'ardua sentenza: illuminaci, perché diversamente saremo davvero lupi secondo una teoria filosofica notissima e per fortuna non mai praticata. So che sei una donna capace e che di quanto affermi ne conosci chiaramente le ragioni. Faccele conoscere: Ti ringrazieremo sinceramente.
  Luigi Melilli
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"Venghino, siore e siori! Abbiamo vinto noi e tutto, d'ora in poi, cambierà per sempre!" di Renato Tubère
Già ci pare di sentirli, loro, i vincitori delle elezioni politiche più inutili del dopoguerra: inutili perchè ridotte ad un referendum stucchevole pro o contro Silvio Berlusconi. Nessun programma vero e proprio ha convinto la maggioranza risicata degli elettori a votare per il centrosinistra, ma solo il richiamo all'unità di fronte al grave pericolo per la democrazia italica rappresentato ai loro occhi dal mitico "Cavaliere Nero di Arcore". Ma chi sono i futuri governanti dell'Italia postberlusconiana? Sono le banche, Confindustria, la Triplice sindacale ma non solo. Ad averli votati in massa è, in primis, una generazione di famelici quarantenni smidollati. Nati nei primi Anni Sessanta in pieno boom economico, costoro sono stati cresciuti da genitori arrendevoli con loro perché troppo distratti a godere dei frutti di quel benessere illusorio. Col tempo si sono organizzati in società piramidale trasformandosi in mostri che definirei "Buonisti Crudeli". Lo Stato, inteso come amministrazione pubblica, è per loro l'unico vero Dio e, allo stesso tempo, l'immensa e prodiga mammella cui succhiare il nettare che dà loro sostentamento: ecco perché oggi impazzano con le loro omelie ammorbanti sui diritti acquisiti da difendere con le unghie e coi denti contro l'odiosa e impresentabile destra! Alcuni di loro occupano posti di responsabilità provvedendo a distribuire fette di potere, o anche solo briciole dello stesso, a parenti, amici, compagni di partito. Senso del dovere, sacrificio, patria, religione, tradizione, rispetto e onore sono vocaboli a loro completamente sconosciuti: è raccapricciante riflettere su quanti di loro facciano fortuna in magistratura, peccato che siamo così in pochi a farlo! Sanno però imporre, i Buonisti Crudeli, la loro verità su tutto e su tutti: la scuola post sessantottina, infatti, ha insegnato loro a brandire l'arma letale del Conformismo. Sono i depositari del neo manicheismo all'italiana: i brutti, sporchi e cattivi solo da una parte, mai la loro, naturalmente! I Buonisti Crudeli bazzicano nel mare magnum dell'assistenzialismo, facendo a pugni e rinnegando le loro stesse famiglie pur di ottenere soldi, prebende e favori vari, e c'è da rabbrividire al pensiero che loro maestri di vita siano i vari Michele Serra, Enzo Biagi, Fabio Fazio e Claudio Magris: vale a dire il ciarpame intellettualoide di chi scrive perchè milita, non certo perché studia o ha studiato qualcosa.
Siamo ormai nelle loro mani, amici miei, e pensare che saremo governati nei prossimi cinque anni dai clown del premiato Circo Prodi, divisi su tutto tranne che sull'odio atavico per Berlusconi, dà un'immagine a dir poco pietosa dell'Italia nel resto del mondo.
Un caro saluto - Renato Tubère http://tubere.blogspot.com
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L'Italia cui dire basta - di Davide Giacalone
Non sono solo quelli della Nexus a dovere scappare, magari travestiti da suore, nel cuore della notte. No, c¹è tutto un convento che deve alzar le gonne per correre più veloce. La legge stabilisce che, nell'ultima parte della campagna elettorale, non si possono pubblicare i sondaggi, perché influenzerebbero il voto. Ma noi veniamo da più di un anno in cui i sondaggi hanno costantemente detto che la sinistra avrebbe sbaragliato il berlusconismo. Resta da stabilire se si tratta di un collettivo d'incapaci (che si copiano i risultati l'un con l'altro), o di uno dei frutti del più cieco conformismo. Propendo per la seconda ipotesi, dando per scontata la prima. Quante volte mi è capitato di essere guardato con amicale compassione quando sostenevo che il risultato elettorale era ancora aperto? Quante volte ho risposto ad ascoltatori e lettori che non si capacitavano di come una persona intelligente (bontà loro) potesse non vedere l'evidente. E l'evidenza era, a sentir loro, che gli italiani ne avevano le tasche piene di Berlusconi e del centro destra. Essendo prudente rispondevo: ma non amano nemmeno questa sinistra, e non vedo come persone avvedute possa entusiasmarsi per Prodi. Nelle mie preferenze politiche includevo la sconfitta di questa sinistra, sembrandomi la condizione necessaria per vederne nascere una diversa, seria, pragmatica, atlantista, di cui l'Italia ha bisogno. Ha bisogno.
C'è una grande parte degli italiani che non ne può più di sentirsi descrivere come imbecille, o come complice di delinquenti, o come fautrice d'evasione fiscale, c'è una grande parte degli italiani che non crede al moralismo senza etica di chi predica e razzola facendo una cosa peggio dell'altra. E c'è una grande parte degli italiani che sente le vittorie del centro destra come usurpazione del giusto, del vero, del bene, del buono. Gli uni e gli altri vittime dell'abbaglio nato nel lampo giustizialista del biennio 92-94.
Agli uni ed agli altri vengono proposti prodotti improponibili, costretti a votare per parenti di defunti o per funzionari di partito, sempre perché agli "altri" non si deve darla vinta. Basta. La sinistra che dice di avere vinto le elezioni è in pieno delirio, qualcuno li avverta. La destra che spera di provare la rivincita ricontando i voti cerchi di ricordare l'esempio di De Gasperi: se i voti fossero stati ricontati la vittoria, il premio di maggioranza, si sarebbe accompagnata ad una troppo forte lacerazione del Paese. Gli uni e gli altri guardino dentro il voto, e si ricordino che la nostra non è una Repubblica presidenziale.
Erano 5 anni che la destra se lo era dimenticato e si comportava come se lo fosse.
Il voto degli italiani è ragionevole e moderato, espresso in modo civile ed ordinato. Si riparta da lì. Si andrà a rivotare ben prima di 5 anni, ma non possiamo andarci fra 5 mesi. E' l'ora del senso di responsabilità, e chi non ne ha, si tolga dai piedi.
PURCHE' LA RESPONSABILITA' SIA IL "GOVERNISSIMO".
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it 11 aprile 2006
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Può bastare un voto a testa o per vivere meglio o, comunque, per una rivincita.... di Lucio Russo
Carissimi amici romani, abbiamo perso le elezioni nazionali per un pugno di voti. E purtroppo le ha vinte un coacervo di persone vuoi oramai incapaci (Mortadella), vuoi da sempre incapaci (il Piacione), vuoi tutta quella sguana di personaggi o troppo laici o troppo gay o troppo bruciabandiere di nostri amici e di grandi democrazie o troppo antiBerlusconi e basta e dentro il cervello niente.
Nel Lazio Forza Italia è risultato il primo partito, a Roma Alleanza Nazionale ha avuto 350.000 consensi e l'UDC è cresciuta e l'Ulivo ha avuto una maggioranza risicata grazie all'effetto trainante di Veltroni. Possiamo a mio avviso tentare di impedire che l'intelligente e furbo Veltroni venga rieletto. E non solo per una rivincita che pur avrebbe un sapore piacevole. Ma per innumerevoli altri motivi che qui appresso elencherò. Se ognuno di voi riuscirà a dissuadere dal votarlo quei tanti che sono convinti che Veltroni sia stato un buon sindaco avremo fatto un buon lavoro sia nell'interesse generale sia nel nostro interesse di cittadini.
A mio avviso Veltroni una volta eletto ad amministrare la più bella e pregiata città del mondo aveva una ragione in più per dedicarsi anima e corpo al suo lavoro e cioè che il suo quadriennio seguiva: -agli 8 anni inutili anzi disastrosi di "tabula rasa" Rutelli (basti pensare all'introduzione, in una città come Roma(!) dei Jumbobus, all'incomprensibile costosissimo lavoro di rifacimento dell'Ara Pacis, ecc., ecc.). - Ai precedenti 4 anni di Carraro, non romano, accanito giocatore di golf ed impegnato nel suo periodo da Sindaco molto nel golf (passava intere giornate sui campi dell'Olgiata) molto in cento altri mestieri, ebbene Veltroni tutto ha fatto tranne che fare il Sindaco. Ha però ben lavorato tramite il suo formidabile ufficio stampa per far credere ai molti che ci sono cascati di essere un buon Sindaco dedito alla città ed ai cittadini. Ha fatto una interminabile politica di annunci cui non ha dato assolutamente seguito. In prima persona ho seguito quelli in materia di pulizia della città. Fu nell'Ottobre 2001 che parlò testualmente di una "Rivoluzione" nel servizio di pulizia. Da quella data nulla è successo. Roma è anzi diventata ancora più sporca. Ho scritto lettere a decine a tutti i giornali (Corriere, Giornale, Messaggero, Libero, Tempo), in prevalenza sulla sporcizia, ma in generale sul degrado della città. Ho scattato centinaia di foto che spesso ho allegato alle mie lettere e/o ho mostrato di persona agli addetti ai lavori. Risultati meno che zero.
Ma non è solo la pulizia che a Roma lascia a desiderare c'è anche un inarrestabile degrado. Strade e marciapiedi dove spuntano arbusti dall'asfalto o costellate di buche. Giardini e verde incolti. Marciapiedi invasi da motorini o auto in sosta. Strade ridotte a defecatoi per cani o a latrine a cielo aperto. Arroganza e maleducazione, stradale e non, ai limiti del sopportabile. Traffico caotico e pericoloso. Enormi SUV, a decine, autorizzati a girare nel centro storico. Motorini che schizzano impunemente da ogni dove e a chi accenna una protesta fanno cenni irripetibili. Auto che sfrecciano a velocità folli o passano col rosso e non solo la notte. Palazzi appena ripuliti ricoperti da ignobili graffiti. Stazioni di metro che mettono paura a chiunque. Strade un tempo signorili ridotte a bazar.
E cosa fa Veltroni? Si dubita che abiti e o viva a Roma.
-Rilascia pagine intere di interviste ai giornali.
- E' sempre presente su molte reti televisive e invade letteralmente il Tg3 regionale.
- Non manca mai alla festa dell'Unità dovunque questa si svolga, così come è sempre in tribuna all'Olimpico.
- Va spesso allo show dell'amico Costanzo o vi arriva di sorpresa, lui iuventino, se ha saputo che ci sarà Totti.
- Scrive libri. Incide CD. Riceve in pompa magna i divi di Hollywood. Va spesso nella sua Africa ad inaugurare opere benefiche.
- Tenta vani gemellaggi con sindaci, quelli sì sindaci, di grandi metropoli.
- Non prende mai una sola misura impopolare che favorisca la pulizia, l'organizzazione, la dignità, il decoro, il prestigio vero e non mediatico della città.
Ma, di grazia, quando fa il sindaco costui? E fosse almeno attorniato da collaboratori validi ed esperti. Causi, l'amministratore, sembra non abbia la 5^elementare; Morassut, l'architetto, ha l'aria dell'imberbe nullità; D'Erme, il non so cosa, è dedito a raccogliere sterco da spargere dinnanzi alla residenza del Premier......
Non di rado ho trovato conforto alle mie opinioni in alcuni articoli a firme emerite apparsi sui giornali. Cito ad esempio: -"Caffè e bar ignoranti" di Alberto Abruzzese con la denuncia dello sradicamento sistematico di locali di Roma per far posto a locali senza gusto e senza qualità realizzati da geometri o architetti ignoranti ed autorizzati da geometri altrettanto ignoranti. E di piazze risistemate in modo squallido stravolgendone l'identità con cupi selciati ed orribili sculture laddove in una città già straricca di monumenti bastava, per ridarvi decoro, un semplice e meno costoso prato fatto ad aiuola. Si pensi solo a piazza Risorgimento che non si sa più se sia una piazza o cosa sia.
- "A Roma rimpiangendo Parigi" di Udelrico Munzi.
- "Il rispetto delle regole" di Vittorio Roidi, in cui addirittura il Roidi lamentava come nella via a senso unico dove abita qualcuno per
  sua comodità avesse divelto il segnale di direzione vietata.
- <A piazza Navona spadroneggia la corte dei miracoli...> di Vittorio Emiliani.
- <Basta fare 2 passi a sera a piazza Navona e pensare ai turisti che vi passano e vergognarsi. Profondamente> di Andrea Garibaldi
- <Roma è ormai una enorme latrina...> di Andrea Garibaldi.
- <.. l'orinatoio a cielo aperto della rinnovata Stazione Termini...> di Claudio Lazzaro.
- <Trinità dei Monti la scalinata più celebre del mondo è un bazar a cielo aperto senza controlli..> di Di Gianvito ed Ester Palma.
- "Adesso ridateci il marciapiede" di Antonio Debenedetti.
Purtroppo molti di questi scrittori ed opinionisti hanno avuto via via meno spazio, sino a scomparire del tutto mano a mano che lo strapotere mediatico di Veltroni&C si faceva largo (altro che il Berlusca!). E ciò senza clamore, furbescamente, e, senza che i più se ne accorgessero. Anche nelle piccole banali cose questa Amministrazione è assente. I grandi tabelloni in digitale servirebbero per dare indicazioni ai cittadini su attività, orari, zone chiuse al traffico, avvenimenti, ecc. Ebbene chi non ha visto quello di Porta Pinciana che da innumeri anni riporta sempre la stessa scritta <in via Andrea Doria restringimento della carreggiata...>.
Ma a chi è rivolto? E poi ormai chi vi passa non lo conosce a memoria?
In via Giacinta Pezzana hanno disegnato di recente le strisce blù. Ma chi pagherà il parcheggio dato che il 99% di auto in sosta appartengomno a residenti o a dimoranti? Non solo. Dopo aver disegnato accuratamente le strisce sono passati ad asfaltare facendole scomparire. Poi sono ripassati a ridisegnarle. Ma chi paga per questi sprechi?
Roma è una città complessa. Ma Londra lo è certo di più. Parigi e Madrid lo sono altrettanto. Siete stati a Madrid di recente?
Un esempio di come va tenuta una città degna di tal nome! Evidentemente con un sindaco meno politico, meno esibizionista, forse anche meno intelligente, ma con un sindaco che fa il sindaco e che si dedica alla città, nelle piccole e nelle grandi cose.
Che dia meno importanza alle notti bianche e ai grandi concerti,che intraprenda (sarebbe ora!) opere pubbliche utili e degne, che viva la città e lavori per la città e solo per la città, lavoro per cui è profumatamente pagato in soldoni ed in benefits.
Un buon Sindaco comunque deve essere consapevole che la pulizia "in primis" è elemento essenziale perchè una città possa essere giudicata una città civile. Ebbene Roma è una delle città più sporche non d'Europa, ma del mondo.
Tra pochi giorni verrà inaugurata (se non erro per la seconda volta e forse non sarà l'ultima) dopo lunghi anni di lavori la nuova teca dell'Ara Pacis. Nella sua dimensione abnorme andrà a sostituire quella senza pretese ma dignitosa di Morpurgo. A parte i tantissimi soldi spesi per questa opera che avrebbero potuto avere inpiego migliore, è opinione diffusa che nelle dimensioni in cui è stata realizzata andrà ad oscurare le preziose opere presenti nella zona (San Rocco, San Girolamo, San Carlo di cui toglierà alla vista la più bella cupola romana disegnata da Pietro da Cortona, Mausoleo di Augusto)togliendo respiro a questa bellissima parte di Roma e addirittura seppellendo l'antico porto di Ripetta. Molti hanno detto che ha l'aspetto di un enorme distributore di benzina.
Ma Bravo Rutelli che dà all'architetto americano Meier l'incarico di costruire un tale obbrobrio da collocare in una parte preziosa di Roma (che preziosa così non sarà più) e poi dà, ancora al Meier, l'incarico di costruire una bellissima opera, la chiesa di Tor Tre Teste che con le sue vele riecheggia nientemeno l'"Opera" di Sidney, da collocare in un campo di broccoli alla periferia della città.
E bravo Veltroni che imperterrito senza un battito di ciglio ha portato a termine l'opera intrapresa dal suo illustre predecessore. Andrebbero entrambe, solo per questo, e non solo perchè non hanno fatto o non hanno voluto fare o non hanno saputo fare i sindaci, sottoposti a giudizio popolare ed interdetti dall'amministrare pubblici uffici e pubblici denari.
un abbraccio a tutti, Lucio Russo
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Un Paese unito il Aprile 2006 fsteggia in piazza Santi Apostoli con in mano il tricolore e la bandiera dell'Unione Europea. -
di Maurizio Blondet
Dopo ore ed ore di chiacchiere TV, autorizzate e conformiste, sul "Paese spaccato", anche gli ingenui lo capiscono: dal voto è uscito un popolo unito. Unito dal rigetto e dal disprezzo di una classe politica obliqua, falsa, che risponde solo ai suoi referenti lobbistici e ai suoi interessi, ed è incapace di indicare un orizzonte. Il risultato è quello che ci siamo augurati su queste pagine.
Berlusconi meritava di perdere; ma il popolo che lo ha votato non lo meritava. Ed ha mostrato di esistere, di essere forte, un saldo blocco sociale: capace, nel Nord ma anche in Campania e in Puglia, di rovinare la festa che già si erano preparati gli auto-definitisi vincitori. Questi avevano già con sé tutti i poteri cosiddetti "forti", i grandi parassiti di Stato, confindustriali, bancari, persecutori in toga, e i loro trombettieri e maggiordomi nei media di proprietà: tutti coalizzati.
Gli mancava il "popolo": e non l'hanno avuto. Il popolo non gli ha dato la cambiale in bianco che, con infondata sicumera, si aspettavano. Berlusconi ha meritato la sconfitta. Ma ancor più meritata è la sconfitta dei Paolo Mieli, Gad Lerner e de Bortoli: e l'hanno avuta. Non hanno trascinato il voto dove volevano loro. La gente continua a diffidare dei tassatori al riparo delle finanziarie lussemburghesi, di coloro che ci fanno lezioni di "competività" sotto l'ombrello dell'impiego garantito e delle regalie pubbliche, dei dipendenti Goldman Sachs tutti protesi a fare gli interessi dei loro padroni internazionali. Il popolo, unito, li disprezza.
Anche a sinistra. Perché se quello che si raccoglie attorno a Berlusconi (non per lui, ma ormai per sé) è definito "populismo", non sfugga che anche l'antiberlusconismo di sinistra è - anzi di più - un populismo: quello moralistico di chi detesta che sia al governo un miliardario, quello dei girotondini che credono alla santità infallibile del "popolo" (loro stessi: registi, puttane della repubblica e direttori TV). Il voto massiccio alle sinistre estreme è stato un voto contro i parassiti confindustriali, bancari e Goldman Sachs di cui sono alleate: e un "no" preventivo ai progetti di "flessibilità", tagli e tasse che i potenti sperano Prodi faccia per loro.
Qualcuno dovrà notare, poi, il comportamento di Prodi nelle ore del "testa a testa".
Prima il prematuro chicchiricchì di vittoria, poi la scomparsa per tutto il pomeriggio e la notte.
Ha lasciato sola la folla pronta a festeggiare coi cantanti pop davanti ai tabelloni; non è andato a soffrire con la sua gente, l'ha abbandonata. Una replica, in piccolo e ridicolo, dell'8 settembre. Prodi ha messo su il disco di Badoglio: la guerra continua, fatela voi. Poi, naturalmente, è riapparso a gridare chicchiricchì, gonfio, ambiguo, losco e vendicativo, e tronfio. Ma la gente di sinistra farebbe bene a non dimenticare questa prova di carattere vile, questo impulso allo squaglio, alla diserzione e alla paura.
Prodi, dopo 40 anni di presenza nell'ambigua penombra tra politica, tangenti e tecnicismi, dietro le quinte, merita di comandare? Dopo non essere riuscito a convincere tanti indecisi che di Berlusca hanno le scatole piene?
Dopo aver traccheggiato sulle tasse, aver biascicato cifre sulla ricchezza patrimoniale da colpire, prima 250 mila euro, poi i "molti milioni"? Vi fidate? Fate voi. Ora, avverrà l'inevitabile. I benintenzionati che hanno creduto di votare Giovanardi, hanno votato Follini e Tabacci. E Tabacci era già raggiante: l'UDC ora ha la forza - nella mezza sconfitta della Sinistra - per il governo "di larghe intese" che da sempre i democristiani come lui avidamente sognano. Passare dall'altra parte, dare la maggioranza a chi l'ha avuta negata dall'elettorato; in cambio di alti prezzi corruttori e di sottogoverno. Prendere voti al Centro per portarli a Sinistra, con accordi sottobanco: è questo l'eterno gioco DC. E nella larga intesa le due anime della DC si incontreranno. I dati elettorali rendono inevitabile questo esito, col taglio delle "ali estreme" delle due parti e l'ammucchiata collusiva al Centro, per "fare le riforme", per "l'emergenza nazionale". Tutto sta a vedere quali "riforme", si capisce. Se saranno quelle dettate da Goldman Sachs, avremo perso noi: il popolo italiano unito nel disprezzo. Ora, questo popolo unito dovrebbe trovare l'unità per ricordare a lorsignori, ogni giorno, che questa non sarà la grande coalizione tedesca, col suo destino manifesto segnato dalla storia e dalla geografia (Berlino, appena tornata capitale, già allaccia a Mosca la sua potente industria e corre verso l'Est).
La "larga intesa" italiota è un'altra cosa: è la coalizione di perdenti, di minoritari senza progetto. Sarà bene lo ricordino: i democristiani soprattutto, non hanno avuto la cambiale in bianco.
Maurizio Blondet http://www.effedieffe.com/
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Processo ai Giornali - Fuori dal Mondo, s'illudono di crearlo loro. - di Giorgio Ferrari - Avvenire
Che cosa ci aspettiamo, in ultima analisi, dai giornali? Notizie, informazioni, commenti, indicazioni politiche, battaglie civili, quella indispensabile funzione di controllo della moralità pubblica, di sorveglianza sul bene comune, di salvaguardia dei confini di ciò che chiamiamo impropriamente società civile? Sì, ci aspettiamo tutto questo dal Quarto potere, ben sapendo (noi giornalisti per primi) che un'obiettività al quadrato, più utopistica che teorica, non esiste: il solo atto di compiere delle scelte è di per sé una potenziale distorsione prospettica, probabilmente inevitabile, se non addirittura necessaria. Verrebbe da dire tuttavia che tutte queste componenti vengono vanificate se ne manca una in particolare, che tutte le riassume e le anima: il contatto con la realtà.
Questo in fondo era (e dovrebbe rimanere) il motore primo che spinge a raccontare qualcosa che si è visto, sperimentato, compreso. Lo faceva Erodoto nelle sue Storie, lo facevano i logografi nella Magna Grecia, hanno continuato a farlo per secoli cronisti e analisti europei, storici e memorialisti di ogni fatta, ciascuno con la propria personale inclinazione (o distorsione prospettica, anche) ma inevitabilmente mantenendo separati quei due mondi contigui eppure diversissimi che sono la realtà dalla fantasia, la nudità dei fatti dalla letteratura, che di per sé è e non può che essere un sublime inganno attuato con la piena complicità del lettore.
Ecco, qui sta il punto. Oggi viviamo in una terra di mezzo, in cui i giornali credono troppo a se stessi e la realtà tende a plasmarsi attraverso l'autoabbaglio che i media provvedono a fabbricare. È superfluo rammentare la grande allucinazione collettiva americana, che due anni fa dipingeva una società totalmente avversa a Bush, alla gue rra in Iraq e totalmente aperta alle sperimentazioni sociali più ardite, allucinazione supportata da tutte le grandi testate (ad eccezione del Wall Street Journal) e poi smentita da un elettorato che metteva l'Iraq al quarto posto nelle emergenze e il disordine etico al primo, bocciando Kerry e facendo trionfare il pur immeritevole George W.Bush. Stessa coda accadeva in Francia, dove da Le Monde a Libération a tutta l'ala radical chic della sinistra "al caviale" si piangeva compunti sui disastri italiani ma nessuno, ripetiamo nessuno si accorgeva che Jean-Marie Le Pen stava annientando il governo socialista e insidiava alle politiche il centrodestra di Chirac. Anche sponsorizzare in modo faraonico cause perse come referendum che non arrivano al 10 per cento del quorum o movimenti che non ottengono neanche uno scranno al Senato è una imbarazzante fuga dal buon senso. Abbagli, distorsioni prospettiche, strabismi, errori di parallasse: troppi, ormai, anche in casa nostra. I media, cioè, sembrano non saper più cogliere la realtà delle cose, ma solo evocarla: purgata, modificata, abbagliata dai propri - legittimi, è ovvio - pregiudizi. Il Paese reale, insomma, non c'è, non viene descritto, non viene capito. Schopenhauer coniò un termine per definire tale attitudine: Wunschvorstellung, come dire volontà di rappresentazione, o anche il suo opposto, rappresentazione di un volere. Entrambe le cose però, lontanissime dalla realtà. Errore in cui si sta cadendo, nel mondo dell'informazione, troppo di frequente ormai. Forse è da ripensare il giornalismo. Sempre che si possa ancora definirlo tale.
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Lettera del direttore de il Secolo XIX - C'è un "giornalista" a Berlino? di Lanfranco Vaccari
Giornalismo: Martedì sera, 4 aprile, sono stato invitato da Carlo Rossella, il direttore del Tg5, per intervistare Silvio Berlusconi in uno speciale di Terra! che sarebbe dovuto andare in onda il giorno dopo. Ho accettato volentieri. Mercoledì mattina, Rossella mi ha telefonato per avvertirmi che c'erano dei problemi: dopo una fatwa contro la trasmissione di Giuseppe Giulietti, parlamentare Ds, ex giornalista Rai e figura storica del sindacalismo della categoria, gli altri partecipanti si erano tirati indietro. "Confermi la tua disponibilità?", mi ha chiesto. "Certo", ho risposto. Nel primo pomeriggio, prima ancora che intervenisse l'Authority, l'idea di intervistare Berlusconi è stata affossata. Il Corriere della Sera mi ha chiamato per chiedermi perché fossi stato il solo a non rifiutare di andare alla trasmissione. Ho risposto di essere convinto che il mestiere del giornalista consiste (anche) nel fare domande, a chiunque, tutte le volte che è possibile, poiché questo (forse) aiuta il pubblico a capire e comunque a informare l'elettore (che così ha maggior potere). Mi è stata posta anche un'altra domanda: partecipando, non correvo il rischio di infrangere la par condicio?
Ho risposto che pensavo il problema non riguardasse me, bensì fosse una faccenda fra l'Authority e l'emittente: far rispettare la legge non rientra nei compiti primari di un giornalista. Ultima domanda: "Lei è schierato a sinistra?". Risposta: "Non ci penso nemmeno a schierarmi. Io sono un giornalista e non voglio aggiungermi alla folta schiera di chi si sente portavoce o rappresentante degli uni o degli altri". Fine dell'intervista. Per aver chiaro l'intero quadro, aggiungo che l'Authority non è dovuta intervenire, perché la polemica politica seguita all'annuncio della trasmissione ha indotto Canale 5 a non farne più niente. Se fosse intervenuta stabilendo che l'intervista costituiva una violazione della legge, non sarei andato in tv, ma non avrei gridato al regime incombente, né mi sarei imbavagliato. Mi sembrava, la mia, una posizione legittima all'interno di una concezione che tiene a separare la professione dalla militanza, tanto che non ho ritenuto fosse necessario riferirne sul Secolo XIX.
Sbagliavo. A quest'episodio Eugenio Scalfari ha dedicato la sua rubrica sull'ultimo Espresso. Sotto il titolo "Con la testa embedded", esamina quello che definisce il "Vaccari-pensiero" perché "temo che sia una concezione alquanto diffusa nella nostra corporazione". Mi presta (sarcasticamente) "idee chiare sulla deontolo-gia giornalistica". La prima: "Il nostro dovere è anzitutto quello di non avere o almeno di non mostrare idee proprie. Se proprio non si può fare a meno di pensare bisogna comunque nasconderlo con cura. Infatti per ottemperare questo proposito Vaccari non va nemmeno a votare. Resta a casa con fiera convinzione come si addice a un giornalista che aspiri alla perfezione deontologica".
La seconda: "Il suo secondo dovere è quello di domandare (...) ma mi riesce difficile raffigurarmi le domande di un giornalista asettico che ha volutamente svuotato la sua scatola cranica da ogni convinzione politica". Il collega di Roma si chiede poi come "una persona priva di metro" (quale io sarei) possa valutare i fatti reali e mi accusa di non dirlo. Si lancia allora nella descrizione di un giornalista tanto monco: "Somiglia a quello che gli americani chiamano "embedded" e di cui è stato fatto largo uso in Iraq. È un giornalista che guarda alla realtà solo attraverso lo spiraglio che i suoi ospitanti gli mettono a disposizione. Una realtà taroccata e misurata col metro di chi gentilmente ti ospita". Tuttavia, almeno per una volta, un metro me lo concede: quando sostengo le ragioni per cui non mi sono rifiutato di intervistare Berlusconi. Naturalmente, "il metro di Vaccari è in questo caso sbagliato" perché"il giornalista che partecipa ad una iniziativa vietata dalla legge diventa corresponsabile di un illecito o di un reato e se ne assume i rischi e la responsabilità".
La conclusione di quest'ennesima lectio magistralis scalfariana merita di essere citata per intero: "La professione del giornalista e la deontologia che la governa non sono così semplici come pensa il collega Vaccari: presuppongono convinzioni e criteri, sforzo di osservazione costante del contesto, senso di responsabilità, spirito critico. Pensare che basti svuotarsi la testa e così svuotata cimentarsi con i doveri professionali è un'ingenuità o un'eccessiva furbizia. Il lavaggio del cervello d'altronde crea il giornalista "embedded" di cui non c'è assolutamente bisogno".
Trovo sgradevole il tono e le argomentazioni neppur troppo velatamente insultanti che il collega di Roma usa nei miei confronti.
Ma, scorrendo la sua biografia, debbo convenire che "convinzioni e criteri" non gli sono certo mancati. Egli è stato fascista nel '43. Monarchico nel '46 e azionista subito dopo il referendum. Liberale e poi radicale negli anni '50. Socialista (e deputato) nei '60. Berlingueriano nei '70. Demitiano negli '80. Negli ultimi 15 anni, infine, si è abbandonato a una deriva egotista (quella che lo ha portato a scrivere un libro ingombrante già nel titolo: Incontro con Io) accompagnata da un ossessivo anti-berlusconismo.
Lo "sforzo di osservazione costante del contesto" non gli ha mai fatto difetto. Sempre sull'Espresso, una quarantina d'anni fa sosteneva che l'Unione Sovietica aveva ormai inevitabilmente vinto il confronto con gli Stati Uniti, ciò che sarebbe divenuto a tutti chiaro nel giro di pochi anni, e che anche nella politica interna italiana bisognava prendere atto della superiorità del socialismo reale rispetto al capitalismo. Lo "spirito critico"", infine, lo ha saldamente sorretto durante tutte le sue evoluzioni fra i protagonisti della politica che di volta in volta ha avuto la bontà di benedire: come dimenticare, per fare un solo esempio, che individuò in Ciriaco De Mita l'uomo che avrebbe "trasformato l'Italia in una nuova Svizzera"?
Tuttavia, sarebbe ingeneroso liquidare Scalfari così sbrigativamente. È stato certamente il più grande direttore che il giornalismo italiano abbia avuto nel dopoguerra. È stato amico, confidente e sodale di tutti quelli che hanno contato nella Prima Repubblica (e anche nella Seconda: quando Romano Prodi resisteva alle lusinghe di De Mita che gli offriva la presidenza dell'Iri, si prese le briga di telefonargli direttamente per convincerlo). Ha scritto un libro, Razza padrona, faziosamente unilaterale ma certo fra i più importanti degli anni '70. Il suo genio manageriale ha trasformato l'Espresso da settimanale per una ridotta intellighenzia in una delle maggiori aziende editoriali del Paese. Ha messo in piedi dal nulla un giornale, la Repubblica, per trasformarlo subito in un eterodosso partito politico. Nella sua stanza in piazza Indipendenza, a Roma, ha inventato un modo di fare questo mestiere che, per quanto male - e giustamente - se ne possa pensare, ha segnato un'epoca e almeno un paio di generazioni di cronisti. Ha influenzato come nessun altro la politica italiana degli anni fra i '70 e i '90, facendo e disfando governi e ministri. Si può ironizzare sui disastrosi esiti di uomini e partiti da lui sponsorizzati, ma è doveroso riconoscergli una grandezza un po' mefistofelica e con pochi paragoni nella storia recente del giornalismo.
Per tutte queste ragioni, si rassicuri se non altro su un punto: la sua concezione del giornalismo ha avuto molto più successo ed è molto più diffusa nella corporazione di quanto non lo sia la mia. Lui ha sempre agito come se i giornali dovessero fare la politica, io sostengo che devono limitarsi a raccontarla. Lui preferisce che un giornalista si schieri da una parte o dall'altra (meglio dalla sua, ovvio, ma riconoscerà che nella sua vita non è sempre stato agevole stabilire esattamente quale fosse), io che si sforzi nei limiti del possibile di guardare la realtà senza pregiudizi o partiti presi: non significa non avere opinioni forti, ma evitare quelle viziate da ogni apriorismo. È desolante essere costretti a ricordare a Scalfari che si possono avere idee senza tuttavia doverle sovrapporre al mestiere: questo sì un modo per vedere solo la realtà taroccata, attraverso lo spiraglio consentito dal paraocchi indossato per l'occasione (e, una volta di più, proprio dalla sua parabola professionale apprendiamo che ce ne sono molti appesi nella rastrelliera della scuderia). È curioso, poi, l'uso che il collega di Roma fa dell'espressione inglese "embedded". Vuol dire "intruppato" ed è un aggettivo che solo un ribaltamento ottico può attribuire a chi, con molti limiti e altrettanti errori, senza nessuna pretesa di infallibilità, cerca di dare un senso all'idea del giornalismo "indipendente". In maniera molto più appropriata andrebbe accostato a chi è convinto che qualcuno abbia tutte le ragioni e qualcun altro tutti i torti, a chi tifa (nell'esercizio della professione) per l'uno o contro l'altro, a chi occulta le notizie sgradite ed enfatizza quelle favorevoli, a chi insomma si sceglie un referente politico e alla sua maggior gloria piega la realtà. Una siffatta visione del mestiere, dove si annulla la linea di demarcazione che dovrebbe non farlo sconfinare nella militanza, è nefasta perché totalizzante. E, come per tutte le idee totalizzanti, le manca sempre pochissimo per diventare totalitaria. A differenza di Scalfari, non credo che esista (per restare al suo percorso) un giornalismo fascista, monarchico, azionista, liberale, radicale, socialista, comunista, democristiano (di sinistra), anti-berlusconiano e prodiano. Con David Randall e una antica scuola del giornalismo anglosassone, sono invece convinto che chiunque scriva qualcosa che serva queste cause (o qualunque altra) non sia un giornalista, ma un propagandista. Che ci sono soltanto il giornalismo buono e quello cattivo. E che chi, durante tutta la sua vita, ha dato ampie dimostrazioni di praticare il secondo non abbia titolo per impartire boriose lezioncine.
Lanfranco Vaccari
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Due Twin Towers di schede elettorali - di Maurizio Blondet 13/04/2006
Il ritrovameno a Roma tra i rifiuti dello scatolone contenente schede elettorali. Un lettore mi chiede: "cosa ne pensa di quanto di anomalo è successo in queste elezioni?". Sondaggi ed exit poll (concordi tra loro da anni) ribaltati come nelle elezioni finte di Bush, non abbastanza da cambiare il vincitore ma abbastanza da rendere il Paese quasi ingovernabile. I risultati che cambiano con un trend costante nel corso dello spoglio, cioè una crescita-decrescita costante delle coalizioni e non oscillazioni. I risultati che dovevano essere definitivi entro le 20 e quasi non lo sono ancora, lo scrutinio elettronico che rallenta anzichè accelerare lo spoglio (il Lazio è stato l'ultimo a dare il risultato definitivo alla camera, alle 3.30 della notte). E l'arresto dopo 43 anni (!) di latitanza di Provenzano. Si parlava, ora non più, ma vedremo poi i fatti quando si voteranno le leggi, di una sorta di governo di unità nazionale, secondo me per escludere quelle forze sia da una parte che dall'altra che si oppongono ai poteri forti della finanza e della politica internazionale (le parti contrarie all'ultra-liberismo, a Bush e a Israele che si trovano in entrambi gli schieramenti).
Da Vespa sia quelli della Margherita che dell'UDC avevano una sola domanda preoccupata: "cosa penserà la finanza internazionale?". Testuali parole. Magari sono solo coincidenze... Confesso che, non avendo trascorso le mie giornate davanti alla TV, mi erano sfuggite alcune "anomalie" dello spoglio di cui parla il lettore. Può trattarsi di casualità: il caso esiste, dopotutto.
Ma è anche vero che sono state alcune "anomalie" iniziali a farci intuire che l'11 settembre era qualcosa di diverso dall'attentato islamico della versione ufficiale. La caduta perfettamente verticale e simmetrica dei due immensi grattacieli, per esempio: qualcosa di troppo netto, perfetto e televisivo per non lasciare il sospetto che l'apparenza dell'evento fosse stata "preordinata" - con cariche esplosive da demolizione - per essere spettacolare.
Ora in Italia abbiamo due Torri gemelle di schede elettorali: eguale altezza, perfetta simmetria, metà e metà. Di nuovo qualcosa di "preordinato per apparire?". O stiamo esagerando in dietrologia?
Il fatto è che un amico che abita a Washington ci esprime gli stessi sospetti del lettore.
E ci invita a dirigere l'attenzione sull'agenzia americana di sondaggi ingaggiata da Berlusconi per la campagna.
E' la Penn, Schoen & Berland Associates (PSB). Ora, la PBS come agenzia di sondaggi è essa stessa "anomala".
Nel marzo 2005, dunque in data non sospetta, l'analista Jonathan Mowat (1) indicava la PBS come un nodo della vasta rete di consulenti ed esperti di agitazione e sovversione che hanno creato lo "scenario democratico" in Serbia contro Milosevic, e in Georgia e Ucraina contro i regimi sostenuti da Mosca. Un organo di quell'apparato che Mowat definisce la "nuova Gladio": l'organizzazione "stay-behind" rielaborata nella nuova dottrina americana ("Revolution in military Affaire") che con metodi non-violenti persegue - come guerra psicologica - gli stessi scopi delle forze armate americane. Cosa sia questa nuova Gladio lo spiegava il 26 novembre 2004 Ian Travor, l'inviata del Guardian a seguire la "rivoluzione arancio" ucraina, con le folle di giovani che "spontaneamente" erano scese in piazza per la "democrazia".
"La campagna è una creazione americana, un esercizio sofisticato e brillantemente concepito di marketing di massa e di politica del marchio all'occidentale che, in quattro Paesi in quattro anni, è stata usata per salvare elezioni con brogli e rovesciare regimi discutibili...L'operazione, che consiste nel fabbricare (engineering) la democrazia con urne elettorali e disobbedienza civile, è così ben collaudata che i metodi sono diventati maturi come procedura standard per vincere le elezioni altrui". Gli strumenti psicologici di questo tipo di operazioni sono stati messi a punto molto tempo fa da sociologi di un tipo particolare. Già dal 1967 il Tavistock Institute di Londra (clinica psichiatrica e anche laboratorio di guerra psicologica, diretta da psichiatri che hanno il grado di generale o colonnello) concentrava le sue ricerche sul modo di provocare "cambi di paradigma", di indurre stati d'animo collettivi in certe società-bersaglio. Specificamente, attraeva quegli studiosi il fenomeno degli "swarming adolescents" (adolescenti in torma, in orda o sciame) che agitavano i concerti rock: queste torme potevano essere utilizzate per destabilizzare politicamente interi Stati, dirigendo la "rebellious hysteria" delle torme verso i bersagli da destabilizzare.
La spontanea rivolta giovanile che nel 1967 fece cadere il governo De Gaulle e diede inizio al "maggio '68" pare essere stata una precoce applicazione del metodo.
E' noto che all'Università di Trento, un giovane Francesco Alberoni sociologo studiava lo "Stato nascente" dei gruppi giovanili (forma nostrana della "rebellious hysteria") insieme a Curcio, Franceschini e agli altri fondatori delle prime Brigate Rosse: quelle movimentiste, non le successive a cellula clandestina ed omicida. Nel novembre 1989, all'università dell'Ohio, si inaugura un "Programma per l'innovazione sociale nella gestione globale". In quest'ambito, nel '91, Howard Perlmutter, docente di "architettura sociale" alla Wharton School e allievo del Tavistock, esemplifica nel concetto di "video rock a Kabul" la metodologia da applicare per destabilizzare culture tradizionali e renderle così "aperte alla civiltà globale".
Sottolinea anche la necessità di "costruire reti impegnate a livello internazionale" che si colleghino con "organizzazioni a vocazione locale" per creare "eventi" che, benchè "locali", troveranno "un'immediata risonanza internazionale attraverso i mass-media". Peter Ackerman, un altro sociologo, perfeziona processi e concetti. Essenziale il concetto di "swarming" (azione in sciami; "swarm" è uno sciame, specialmente di vespe arrabbiate) che è - nota Mowat - comune sia alle operazioni militari che non-militari nella nuova dottrina americana. Nel 1994 Ackerman pubblica il suo saggio capitale, "Strategic non-violent conflicts", in cui teorizza fra l'altro che "le nuove tecnologie si stanno democratizzando", sì che "rendono possibile un'assemblea digitale decentrata" capace di buttare giù regimi rigidi e dittatoriali. Basterà dotare l'orda, lo sciame giovanile arrabbiato, di cellulari e internet ed altro materiale hi-tech, e della preparazione psicologica necessaria per vincere la paura, scendere in piazza, deridere il regime con graffiti e piccole recite stradali e così via (2). Nel giugno 2004 Ackerman parla di tutto questo al Dipartimento di Stato.
Ma le tattiche e i metodi che promuove sono diventati politica americana già da molto tempo.
Già sono nati gli enti - privati, "culturali" e "senza scopo di lucro" - che forniscono metodi consulenze (e denaro) per la "spontanea fabbricazione della democrazia" all'estero. Mowat li elenca.
Albert Einstein Institute.
Finanziato da George Soros, è diretto dal colonnello Robert Helvey (ex ufficiale della DIA, l'intelligence militare) e da Gene Sharp; sociologo di Harvard. Sharp ha scritto un manuale, "The politics of non-violent action", tradotto in 27 lingue, dal serbo al cinese all'italiano. Gene Sharp è anche l'autore di un vecchio manuale di resistenza civile ad una possibile invasione sovietica - il manuale di Gladio, si può dire - che è stato tradotto ovviamente in italiano: "Verso un'Europa inconquistabile" (1989), con introduzione di Gianfranco Pasquino: sociologo di Bologna e della John Hopkins University, direttore de Il Mulino (cui collaborano Panebianco e Paolo Prodi), potenziale candidato della Rosa nel Pugno, già senatore della sinistra cosiddetta indipendente: insomma uno dell'area Prodi, più che di Berlusconi. Un "amico" di Washington con casacca di sinistra, come Giuliano Amato.
International Center for non-violent conflicts.
Diretto da Jack DuVall (ex ufficiale dell'Air Force) e da James Wollsey (ex capo della CIA e neocon), "sviluppa e incoraggia l'uso di strategie fondate sui civili, non militari, per stabilire e difendere la democrazia e i diritti umani nel mondo"; Beninteso, "fornisce addestramento e consiglieri sul campo" a questo scopo.
The Arlington Institute.
Ha lo scopo dichiarato di "contribuire a ridefinire il concetto di sicurezza nazionale in termini molto più larghi e inclusivi, introducendo nell'equazione della difesa...i salti di paradigma sociale"
Freedom House, finanziato da George Soros, con presidente Woolsey.
La sue azioni e consulenze per la "democrazia" hanno fatto espellere questa ONG da diversi Paesi dell'Est.
National Endowment for Democracy. Creato nel 1983 per "fare apertamente ciò che la CIA fa in segreto", ha filiato il National Democratic Institute for International Affairs e l'International Republican Institute, che agiscono o appaiono come due facciate dei due partiti USA. Ma per un unico scopo. Tutti questi enti hanno avuto una parte molto attiva nell'agitazione democratica che ha fatto cadere Milosevic, nelle rivoluzioni colorate nell'Est post-sovietico, e anche in Birmania, Venezuela (contro Chavez) e Messico.
Sempre allo scopo di fabbricare democrazie filo-americane. Ma dobbiamo tagliare l'interessantissimo rapporto di Mowat.
Arriviamo alla società di sondaggi assoldata da Berlusconi, così come la descriveva Mowat nel 2005:Penn, Schoen & Berland Associates. "Ha giocato un ruolo da pioniera nell'uso delle operazioni di sondaggio, specialmente 'exit polls', per facilitare i rivolgimenti politici" ["democratici", ndr.]. La sua missione primaria è creare l'apparenza che il gruppo messo al potere in un Paese-bersaglio goda di ampio appoggio popolare. Il gruppo ha cominciato a lavorare in Serbia quando il suo fondatore, Mark Penn, era il primo consigliere politico di Clinton [dunque "di sinistra", ndr].
Nell'ottobre 2000, con una lettera riportata sul sito web della ditta, così Madeleine Albricht, il ministro degli Esteri di Clinton, lodava le attività dell'impresa: "il vostro lavoro con il National Democratic Institute e l'opposizione jugoslava ha contribuito direttamente e in modo decisivo al recente successo della democrazia in quel Paese... è forse la prima volta che i sondaggi hanno svolto un ruolo così essenziale nel determinare ed assicurare gli obiettivi [USA] di politica estera".
La PSB ha condotto anche gli exit poll per le elezioni della nuova "democrazia" ucraina, per conto dell'OCSE, e con ampa risonanza televisiva mondiale. La Albricht è oggi presidente del National Democrayic Institute.
Nello stesso sito si può leggere un articolo intitolato "Defeating dictators ad the ballot box" (sconfiggere i dittatori con le urne): "strategi internazionali, consulenti politici e mediatici - come noi siamo - hanno svolto un ruolo essenziale dietro le quinte (proprio così: behind the scenes) delle votazioni in Serbia e Zimbabwe, aiutando i partiti d'opposizione a elaborare strategie e messaggi e ad organizzare una campagna efficace e credibile... L'introduzione delle tecniche più avanzate di comunicazione e di creazione dell'immagine è un'arma potente come gli aerei, le bombe e la tecnologia di spionaggio" (sic).
La PBS ha fatto adeguati "exit poll" anche in Venezuela per l'opposizione a Hugo Chavez, predicendo ovviamente (e sbagliando) la sconfitta di Chavez, ma in modo da creare la "percezione" opposta. L'opposizione era finanziata dal National Endowment for Democracy. Stessa operazione in Messico nel 2000, dove gli esperti dell'agenzia sono stati definiti "delinquenti politici".
Notevole la lista dei clienti della PSB.
Fra Siemens ed American Express, Texaco e De Beers, Citigroup e BP, brilla la Goldman Sachs.
Goldman Sachs.
Singolare coincidenza: proprio due giorni prima delle elezioni, sul "Riformista" di D'Alema, Gian Carlo Padoan - l'economista di fiducia di D'Alema - scriveva un articolo in cui difendeva, se non Berlusconi, l'Italia dagli attacchi al governo del Cavaliere che in quei giorni avevano scatenato l'Economist e il Financial Times. Diceva in sostanza Padoan: gli stessi attacchi erano stati il preludio, nel 1994, al saccheggio dell'economia del nostro Paese da parte dei passeggeri del "Britannia" e di Goldman Sachs.
Non basta: anche allora c'erano al potere in Italia le stesse figure istituzionali (Ciampi e Draghi), diceva Padoan.
Ed oggi, a quei gruppi che deridono Berlusconi fanno gola banche ed ENI (3)... Questo solo per dire che le cose sono un po' più complicate di quel che sembrano. Perché è troppo semplice pensare che la PBS abbia fatto un servizio a Berlusconi.
Forse si è fatta pagare dall'ingenuo impresario ("amico dell'America" e accecato dal non aver capito che oggi l'alleato è il vero avversario) ma per fare un lavoro utile ai suoi referenti del Dipartimento di Stato, del partito Democratico e delle banche d'affari USA. O che non sia riuscita a far molto in ogni caso. Dopotutto, l'Italia non è la Serbia né l'Ucraina: alle elezioni siamo abituati, c'è troppo controllo sociale per poter manipolare "l'apparenza" sì da farla apparire sostanza. Ma resta in piedi l'ipotesi del nostro lettore: che il pareggio-spaccatura sia stato preordinato per agevolare il governo di larghe intese che darà quel che resta di buono in Italia ai poteri forti internazionali, tagliando fuori le "estreme" che nei due schieramenti sono ostili alla finanza globale. Ma allora, perché il sonoro "no" di Prodi (Goldman Sachs) alla grande coalizione? Forse la spiegazione è ovvia: Prodi non ha bisogno di fare un accordo di legislatura con il Polo.
Basta che ne aspetti lo sfaldamento, che può ritenere inevitabile, ed accogliere i transfughi democristiani. Forse solo il futuro può chiarire dubbi e sospetti. Resta il dispiacere che l'area di D'Alema (che pare aver capito chi è il nemico principale) sia uscita indebolita dal voto. E restano quelle due torri di schede elettorali: così uguali, così simmetriche, così "anomale".
Maurizio Blondet
Note
1) Jonathan Mowat, "The new Gladio in action?", Online Journal, 19 marzo 2005.
2) Alla luce di questi studi sull'utilizzo dello "swarm" giovanile può porsi qualche domanda inquietante sui veri mandati delle violentissime manifestazioni di piazza del G8 a Genova (dove i più violenti erano individui stranieri, benissimo organizzati), e dell'ancor più violento, immotivato e indecifrabile attacco di un gruppetto no-global in Porta Venezia a Milano (10 marzo 2006, a un mese dalle votazioni). Anche questi erano "swarms" in azione.
3) Gian Carlo Padoan, "Sinistra, non gioire per l'Economist", Il Riformista, 8 aprile 2006.
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