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Franco Rosi,
napoletano come me, di Mafia & Camorra se ne intende e "Le mani sulla
città", tra i suoi film-inchiesta più celebri nel mondo, è entrato nella storia
del Grande Cinema italiano. La città è Napoli, le mani quelle della Mafia
napoletana, la Camorra.
I Capibastone delle bande
camorriste che, a braccetto con la Politica, si dividevano il Potere
economico e sociale, si riunivano al ristorante la Casina Rossa di
Torre del Greco, che era assieme la Sala del Gran Consiglio dei Boss
e teatro di storici "regolamenti di conti" e, se non ne ammazzavi almeno due
al mese, non eri nessuno. Il "Pensiero politico" della Mafia partenopea, ora
ridottasi a squallida delinquenza comune, si vede che ha fatto fagotto e ha
traslocato al Parlamento ove non passa giorno che due o tre mafiosità sono
assicurate e gli avanzi di galera, come i magistrati, non mancano. Anzi. Si
fanno mancare, si fa per dire, il pane, ma non galeotti e magistrati. Le ultime
"performances" del "Pensiero politico" parlamentare sono sotto gli occhi,
esterrefatti e schifati, di tutti gli italiani: l'ultimo mafioso finanziamento
pubblico, cioè finanziamento di noi contribuenti, ai partiti e il tradimento,
a confronto del quale Giuda diventa 'na creatura, dei partiti maggiori &
minori del centrosinistra consumato contro il Partito "compagno" della Rosa
nel Pugno che i piranha (piragna) dell'Unione si vogliono spolpare portandosi
a casetta loro i voti di Rosa e Radicali impedendogli, manu militari, di presentarsi
democraticamente agli elettori in nome della Rosa a causa di "Un'odiosa discriminazione,
un'ingiustizia che si annida nelle pieghe oscure di una legge proporzionale
che è davvero nata male e si rivela non priva di incongruenze" come ha scritto
Stefano Folli sul Sole24Ore
Le sceneggiate
tra Sinistra & Destra che si sono viste e sentite al Senato e alla Camera
sono un Pacs tra il Padrino, 'o
Rre' Franceschiello e il Brigante Musolino.
E qua è d'obbligo un grosso e pesantissimo ma.
Sulla "Questione Morale" un giorno sì e l'altro pure l'Unione rompe le palle
alla Casa delle libertà e all'odiato Cavaliere mentre, sempre con "la Questione
Morale", la Margherita le palle le sta rompendo, da agosto, pure ai Democratici
di Sinistra per piragnarsi i voti del "Compagno Alleato". "la Questione Morale",
però, nel centrosinistra nessuno se la pone quando "è il caso" di far mancare
i suoi parlamentari alle Camere e così rubare democrazia al Popolo italiano
fottendo il "Partito Alleato", la Rosa nel Pugno.
Rosa nel Pugno che,
la pugnalata, se l'è presa dall'Unione non certo dalla odiata Casa
delle libertà che, invece, le Camere le ha disertate proprio per essere
in minoranza e far passare la mozione del centrosinistra. Centro--sinistra che, a parole
sussiegose e roboanti, ha sollevato "la Questione Morale" contro la nuova
legge elettorale - voluta manu militari dall'odiato Cavaliere -.
Legge che, sussiegando
e roboando, l'Unione, giustamente, ha così stigmatizzato: "è una legge che
penalizza una formazione politica democratica, antica, storica, presente da
sempre nel Parlamento italiano ed europeo, in Regioni, Comuni, Province e
nella vita democratica del Paese. Legge fascista e liberticida!!". Ma,
guarda caso, della legge fascista e liberticida dell'odiato Cavaliere, l'Unione
se ne è servita per metterlo in quel posto ai "Compagni Alleati" della Rosa
nel Pugno. Quando si dice Mafia....
Scommettiamo che dopo i primi sussulti e grida sussiegose e roboanti di prammatica,
tra poche ore, mica giorni, i Magnifici 11 dell'Unione non li sentiremo neanche
sussurrare sulla "Questione Morale" dell'ultimo vergognoso finanziamento ai
partiti voluto dall'odiato Governo Berluscaccio? Tutti zitti e mosca e vissero
felici e contenti.
Letto sul Sole24Ore l'articolo del Presidente del
Censis Giuseppe De Rita "Perchè la gente è così lontana dalle
istituzioni"?
Dovrebbero leggerlo tutti i cittadini.
Perciò, ugurandomi che lo leggano in tanti lo allego qua, in calce alle lettere
dei
lettori.
Giuliana
D'Olcese http://www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm vi saluta e cede la tastiera a due lucidi lettori, uno lettore del Corsera,
che potete leggere qua in calce ad uno stralcio significativo di un articolo
di Emanuele Macaluso pubblicato su il Riformista in cui Macaluso osserva:
"Parto dal convincimento che i risultati elettorali (ricordiamoci che si vota
con la proporzionale) rimetteranno in discussione tutti i progetti che riguardano
i partiti che sono in entrambi gli schieramenti.
Dopo il voto nulla sarà
come oggi. A mio avviso si aprirà, comunque vadano le elezioni, una nuova
fase per tutti i partiti.
Penso che in questo quadro
magmatico l'affermazione della "Rosa nel Pugno" può costituire un fatto molto
positivo.
Anche perché i temi che
ha messo al centro della sua campagna elettorale saranno inevitabilmente al
centro del rimescolamento politico a cui ho accennato. Soprattutto a sinistra,
anzi nel centrosinistra".
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*Le
Mani sulla Rosa*
Cara D'Olcese, sono un'italiana tipo, colpita in pieno dalla crisi, con figli,
in parte precari e in parte disoccupati, da supportare.
Ceto medio, prima benestante,
con adesso problemi, se non di sopravvivenza, ma di qualità della vita. Detto
questo, vorrei dirti che, se sono d'accordo con te che chi va al governo abbia
degli interessi di parte e personali cui da' priorità sia perchè fa parte
della natura umana, sia perchè non vuole scontentare dei tipi di elettori,
quali la chiesa, gli industriali, i sindacati e promette quindi a tutti, prendendo
delle posizioni ambigue, ho però motivi fondati, dovuti a ciò che sento dire
dalla gente, per pensare che si continua in seno alla sinistra a farsi la
guerra in pubblico la gente non voterà l'Unione perchè non si fida di una
coalizione dove tutti sono contro tutti (cosa che la destra sta strombazzando
da tutte le parti) e si ributterà su quella parte già sperimentata che porterà
a termine l'opera di annientamento totale dell'Italia, fino a farci sparire
dal numero di paesi, se non industrializzati, almeno possibili di sopravvivenza.
Bisogna, una volta scelta la linea di condotta, giungere fino al voto per
lasciare a noi italiani una possibilità, anche se minima, di ripresa. Sia
chiaro che dopo il voto, possibilmente positivo, bisogna continuare su questa
linea per non perdere l'acquisito, come successe l'altra volta quando regalammo
il "potere" a questi che ancora stanno qui, per cui ribatto che le discussioni,
quando si entra in una coalizione, debbano farsi in famiglia, per apparire
al di fuori più uniti possibili. Questo è quello che ha fatto la destra, più
o meno bene, fino adesso, mentre ora, temendo giustamente una "detronizzazione,
fa uscire allo scoperto le lotte di potere e le "prese di distanza". Ho troppa
paura di ritrovarmi per altri cinque anni questi "dilettanti" della politica,
per di più anche odiosi, arroganti e con aspirazioni dittatoriali e anche
ignoranti, per non chiedervi di seguire queste linee per non fare il gioco
di chi vuole continuare a rovinarci. Siamo nelle vostre mani. Ciao e grazie
Claudia Spagnuolo
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Otto
x Mille:
Tremonti ha ragione, la differenza
è radicale: si tratta di truffa
con destrezza.
Il Ministro dell'Economia informa del "suo" 5xmille, e definisce conquista
di civiltà il fatto che 20 milioni di contribuenti non sappiano dove finisce
il loro 8xmille. Durante Porta a Porta, il Ministro dell'economia Giulio Tremonti,
discutendo con l'onorevole Boselli sul sistema dell'8xmille, ha parlato di
"due visioni del mondo radicalmente diverse" tra lui e la Rosa nel
Pugno.
Ha ragione, la differenza è radicale. Noi non definiamo "una conquista di
civiltà" il fatto che il 60% dei contribuenti si veda scippato del suo 8xmille
nonostante non abbia espresso alcuna volontà di destinarlo alle confessioni
religiose. Si tratta di truffa con destrezza, che si realizza da 15 anni tenendo
gli italiani all'oscuro del reale meccanismo di funzionamento dell'8xmille.
E di un regalo clericale alla Conferenza episcopale italiana, che così incassa
una plusvalenza di oltre mezzo miliardo di euro l'anno.
Dal 2003 www.anticlericale.net informa i cittadini
dell'inganno, e chiede al Governo di fare altrettanto. In questi tre anni,
l'Esecutivo ha realizzato 72 campagne di comunicazione, praticamente su tutto:
non una parola per informare i 20 milioni di tassati che ignorano dove vada
il loro 8xmille. Il Ministro dell'economia è però solerte a far conoscere
la sua ultima creatura, il 5xmille: lo scorso febbraio è iniziata una campagna
di comunicazione ad hoc per propagandare l'ennesima prova di fiscalità creativa.
È proprio vero, siamo diversi. Maurizio Turco, membro
di direzione della Rosa nel Pugno.
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Governo di Salute Pubblica per governare l'emergenza
Fra pochissimo il Paese eleggerà deputati e senatori che dovrebbero
proteggerlo dai rischi mortali cui è esposto. Ma saranno gli eletti all'altezza
del compito che li attende? Il Paese non può attendere e deve assicurarsi
la stabilità del presente e la conquista del futuro. Per questo è necessario
che la "classe dirigente italiana" si impegni a fondo in modo unitario, superando
le vecchie divisioni, e persegua esclusivamente il bene comune. Gli schemi
della politica corrente, basati sulle anacronistiche divisioni fra destra,
sinistra e centro sono obsoleti e vanno spazzati via come relitti di ingloriose
epoche passate. Sotto la spinta dell'emergenza, si dovrebbero sin d'ora formare
coalizioni o alleanze fra tutte le forze politiche sane e democratiche del
Paese, senza rivalità e senza tentazioni egemoniche, al fine di proporre agli
elettori un programma elettorale finalizzato alla soluzione concreta dei problemi
che assillano il Paese, fra i quali in via prioritaria quelli relativi all'economia
e ai rapporti internazionali, perché da questi dipendono lo sviluppo e la
stessa sopravvivenza del Paese. In un Paese normale vige la legge democratica
dell'alternanza.
Ma è oggi l'Italia un Paese normale? No certo, per una molteplicità di ragioni,
fra le quali lo stato di emergenza in cui versa.
E l'emergenza non si gestisce con interventi normali, bensì con misure eccezionali,
quali un governo di salute pubblica.
Se, come temo, le prossime elezioni non porteranno ad un governo stabile e
credibile, sarà inevitabile ricorrere ad un governo di salute pubblica, che
non dovrebbe richiamarsi all'infausto compromesso storico o al governo tecnico,
ma essere espressione di tutte le forze vitali del Paese, comprese quelle
politiche. Gentile Signora D'Olcese, sono molto lieto che Lei approvi la proposta
di governo di salute pubblica, già da Lei auspicata due anni fa. Sto cercando
di diffondere questa idea negli ambienti della politica e del giornalismo,
suscitando fin d'ora un interesse superiore a quanto mi sarei aspettato. Le
sarei grato se volesse, con la Sua ammirevole capacità di divulgazione politico-culturale,
far conoscere questa proposta all'ampia cerchia dei Suoi interlocutori.
E' una provocazione, ma quando falliranno le altre
soluzioni, questa potrà risultare vincente. Salvatore
Custodero
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Come ha ragione caro
Custodero!!!!!!!
E' quello che penso da due anni nonostante
che le reprimenda dei Soloni della informazjia abbiano liquidato la proposta in
quattro e quattr'otto. Non hanno assolutamente più nessun senso ne' tempo
storico le divisioni ideologiche e moraliste. Nella politica e nei governi
l'unica regola, attuale, da applicare è un sano pragmatismo ed il rispetto per
l'intelligenza e il tenore di vita degli elettori. Propongo Slogan rosso "Più
giustizia per tutti" contro Slogan azzurro "Meno tasse per tutti".
GD'O
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Caro Romano, un altro conflitto di
interessi?
Mario Draghi, governatore fresco di nomina
della Banca d'Italia, è considerato un enfant (per i canoni italiani) prodige
della finanza e gode di prestigio e stima nella finanza internazionale e in
buona parte del giornalismo economico che conta.
La sua nomina è avvenuta in seguito ad una
ragionata e scrupolosa selezione tenendo conto dei suoi meriti e delle sue
potenzialità.
A conferma di ciò basti leggere l'Economist che lo
chiama addirittura Super Mario. Sta di fatto, però, che Draghi è stato fino a
poco tempo fa un uomo d'affari in conflitto d'interessi con il ruolo super
partes che pertiene al capo di una istituzione come la Banca Centrale e che ora
si appresta a ricoprire. A mio avviso non può non destare qualche perplessità il
fatto che egli sia stato vice presidente di una banca d'affari americana, la
Goldman Sachs, che ha supportato il Banco di Bilbao nel tentativo di
acquisizione della Banca Nazionale del lavoro in contesa con la ormai
"famigerata" (non per colpa delle migliaia di lavoratori ma della sua dirigenza)
Unipol. A Lei, che per anni è stato un alto funzionario dello Stato e ha
percorso le tappe di una carriera all'interno dell'amministrazione, porrei una
domanda: Come mai non si trovano candidati di provenienza interna
all'amministrazione alla quale s'impone un vertice? Non ci lamentiamo se al
pubblico funzionario si attaglia la figura svogliata e improduttiva della
persona che ha perennemente la gazzetta dello sport nella tasca e non si pone
altri problemi sul luogo di lavoro che informarsi sul pranzo o sulla cena.
Semplicemente, all'ordinario funzionario non è data la possibilità di progredire
nella carriera e gli vengono preferiti, troppo spesso, brillanti menti (da
provare) e performanti managers che per contrasto ne opacizzano ancor di più la
figura, ancor di più del cappottone grigio. Questa è a mio avviso una della
cause dell'inefficienza della pubblica amministrazione.
Quanto alla straordinarieta delle doti necessarie a
coprire certi ruoli riporto un brano di Jonathan Swift nei Viaggi di
Gulliver.
A Lilliput la pensavano così: "in choosing persons for all
employments, they have more regard to good morals than to great abilities; for
since government is necessary to mankind, they believe that the common size of
human understanding is fitted to some station or other, and that Providence
never intended to make the management of pubblic affairs a mystery, to be
comprehended only by few persons of sublime genius..; but they suppose truth,
justice, temperance, and the like, to be in every man's power".
Paolo M
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Perchè la gente è così
lontana dalle istituzioni
di Giuseppe De Rita - il
Sole24Ore - 5 gennaio 2006
Per molti anni parlare e
scrivere di istituzioni è stato un esercizio nobile, visto che esse erano
considerate (da tutti e non solo dalle classi dirigenti) i luoghi in cui si
garantivano i diritti e gli interessi collettivi, in cui si elaboravano
politiche orientate al bene comune, in cui la classe dirigente - politica e no -
si esercitava a orientare e sostenere lo sviluppo complessivo del Paese.
In
cui, con parole un po' retoriche, i padri risorgimentali avevano attuato la
nascita e il consolidamento della Nazione, contro ogni resistenza e inimicizia
(dei cafoni meridionali, degli austriaci, del mondo cattolico). Per questo
chiunque si occupasse di istituzioni era circondato da un'ansa di prestigio
anche sociale. La situazione è di molto cambiata. Certo non sono diminuiti i
testi sui temi istituzionali, anche tecnicamente pregevoli, se si vuole; ma
l'argomento in genere non induce interesse, opinione, dialettica di tipo
collettivo. La stessa riforma costituzionale approvata di recente non ha assunto
nessuna ansa di nobiltà anche nelle tante critiche di principio ad essa rivolte.
Manca il senso dell'interesse collettivo. Figurarsi quanta commozione abbiano
indotto i testi e le decisioni su ministeri, authorities, agenzia di scopo,
autonomie funzionali e quant'altro. Son cose che non interessano. È colpa del
cronico disinteresse italiano per i poteri che li governano, è colpa dei
facitori d'opinione attratti da argomenti diversi e più di moda, o è anche
specialmente colpa delle istituzioni che non ci sono più e quindi non possono
neppure essere oggetto di attenzione e di impegno? Personalmente sono propenso
all'ultima ipotesi. Chi vive da decenni frequentando "il Palazzo" non può non
essere colpito dal fatto che quella metafora non vale più (se mai ha avuto un
valore non puramente letterario) perché non c'è più un apparato pubblico che
possa esercitare adeguato potere, direi minimale potere. È impressionante vagare
per ministeri surrealmente vuoti (nei corridoi come nelle stanze, se non quelli
sedi di minuti commerci di chiacchiere e talvolta prodotti); è impressionante
vedere enti pubblici senza mission reale ma pieni di personale attento solo alla
sua permanenza sul posto; è impressionante vedere autorità pubbliche anche
formalmente prestigiose infarcite di clientes, nei livelli alti come a quelli
bassi; è impressionante vedere una dirigenza pubblica disintegrata dalla
discrezionalità assoluta con cui i ministri - con o senza lo spoil system - li
tiene al guinzaglio con contratti da Cococo o con stipendi mai visti
nell'amministrazione italiana; è impressionante vedere il menefreghismo cinico
con cui si lavora nel pubblico, "un impiego come un altro", anche nelle funzioni
più tradizionalmente di mission (nella formazione come nella ricerca). Se tutto
ciò è visto solo da pochi la ragione sta nelle misure di sicurezza che blindano
i palazzi e non fanno rilevare il vuoto spesso anche fisico che li caratterizza.
Nelle istituzioni non circolano più gli stake-holders, solo gli inquilini degli
uffici. Si può pensare di adagiarsi in questa condizione di pratica inesistenza,
tanto è opinione comune degli italiani che si può vivere (anzi si vive meglio)
senza istituzioni; a patto che non costino troppo: meno Stato e più società,
meno Stato e più mercato sono indicazioni che nobilitano il vivere senza
istituzioni. Non è così. Una società moderna è fatta certamente da una pluralità
di soggetti, di interessi, di poteri; è strutturalmente policentrica e quindi
tendenzialmente rifiuta il ruolo di un potere unico, onnicomprensivo, organico,
gerarchico come è stato sempre lo Stato italiano. Ma questo non vuol dire che
non abbia bisogno di istituzioni, cioè di strutture capaci di collegare le
dinamiche fra i diversi soggetti della società e di far interagire società e
politica. Le vuole non accentuate, non gerarchiche, non omogenee ed
omogeneizzanti; le vuole distribuite, leggere, relazionali; ma le vuole. Perciò,
anche se non è più un esercizio nobile e di moda, è opportuno che qualcuno
ritorni a ragionare di istituzioni: con la volontaristica voglia di un loro
"riarmo" (un riarmo istituzionale potrebbe essere un buon paragrafo di un
programma elettorale) o con la più modesta voglia di un "esodo al di là di quel
che resta di esse".
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Emma Bonino incanta e
infiamma la platea del congresso SDI - Il manifesto Bonino: "Spina nel fianco
dell'Unione".
di Goffredo De Marchis - la Repubblica -
febbraio 2006
L'Italia descritta come un "paese di baciapile", gli
"strani cattolici Fazio, Fiorani e Ricucci" che devono aver frainteso il
concetto di "carità cristiana", i loro difensori Re, Ruini e Sodano, preti
"d'assalto". E Marcello Pera, sempre più "portavoce di Ratzinger".
Sono i
bersagli di Emma Bonino. La leader radicale incanta e infiamma la platea del
congresso SDI. Dai delegati applausi a scena aperta. E' un'incoronazione sul
campo. Preparata, del resto, dai dirigenti socialisti che la accolgono come una
diva dedicandole un video con la sua lunga storia e una colonna sonora
particolare, "Siamo solo noi" di Vasco Rossi. La Bonino vorrebbe Vasco candidato
della Rosa nel Pugno, insieme con Umberto Veronesi, simboli di un'Italia
"tollerante, liberale". Simboli diversi della stessa bandiera: la laicità.
Elegante con la sua giacca di velluto rossa, la Bonino dice chiaro e tondo ciò
che i leader dell'Unione hanno capito da un pezzo: "Saremo la spina del
centro-sinistra: la nostra autonomia contro il progetto
catto-comunista".
Anche Berlusconi è nel mirino, premier "fuori dalla
decenza istituzionale". Far raccogliere in tutta fretta le firme alla Rosa per
presentarsi al voto è come "costringere una squadra a realizzare la campagna
acquisti con un mese delle altre".
La nuova formazione radical-socialista sta tutta
dentro il centro-sinistra, ma con la sua voce. Quella che chiede "la
restituzione dei 4 mila miliardi dell'8xmille e dei finanziamenti alla scuola
cattolica per investirli in ricerca e cooperazione". Quella che vuole un paese
"dove ci sia la piena libertà religiosa". Quella che critica le quote rosa:
"Basta scorciatoie protette, le donne in politica esistono per merito non per i
numeri. La politica è un grande amore, se quest'amore non lo avete, fate altro".
All'ex commissaria UE piace Ségolène Royal, in corsa per l'Eliseo, "una donna
coraggiosa che parla della sinistra liberale". E solo un accenno ma rimanda alla
proposta di Pannella avanzata sabato: primarie per la scelta del candidato al
Quirinale e la Bonino in pista.
Francesco Rutelli risponde quasi con fastidio: "Il
Colle è una cosa seria. E' scritto nella Costituzione come si vota per il
presidente della Repubblica". Enrico Boselli non si sbilancia: "Le primarie?
Perché no". L'Udeur taglia corto: "Pennellata".
Ma il tema Quirinale
scotta dentro il centro -
sinistra.
E il segretario dello SDI esamina anche l'ipotesi
D'Alema. Non sembra il suo candidato ideale: "Vedremo. C'è tempo. C'è libertà di
coscienza. Nel nostro gruppo sarà massiccia", dice sibillino. Pannella replica
al leader della Margherita: "Penso alle primarie anche per le presidenze delle
Camere. Sono una cosa molto seria, anche se i leader della destra e della
sinistra certe cose preferiscono non farle alla luce del sole". Boselli chiude
il congresso dello SDI suggellando l'intesa con i radicali. Viene confermato
segretario. Rilancia la battaglia in difesa della scuola pubblica e il no dei
socialisti "a qualsiasi finanziamento della scuola privata".
Chiede un laico
tutto d'un pezzo (forse lo stesso Veronesi) al ministero della Pubblica
istruzione. Punta al voto degli insegnanti.
E condanna ancora una volta la
candidatura di D'Ambrosio. Attaccando Fassino: "Venerdì non è venuto a Fiuggi,
ma non per questo ci sentiamo più soli".
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Lettera Aperta di Emma
Bonino, "ai senatori, ai deputati e ai delegati
regionali chiamati ad eleggere il Presidente della Repubblica" Il Foglio maggio 1999.
Cari
Colleghi, (uso questo termine perché sono stata per tre volte una di voi,
partecipando all'elezione del Presidente Pertini nel1978, del Presidente Cossiga
nel 1985, e del PresidenteScalfaro nel 1992) sarò, se mi eleggerete, Presidente
della Repubblica quale la Costituzione scritta impone e consente di essere.
Durante il mio settennato non mi rivolgerò mai direttamente al Paese, mai mi
esprimerò pubblicamente - quali che siano le prassi pregresse - su temi che
possano anche indirettamente concernere la vita politica, e vigilerò a non dare
alle relative "consuetudini" automatiche valenze giuridiche. Mi indirizzerò
esclusivamente al Parlamento per inverare la dialettica inter-istituzionale -
così come in cinquant'anni non è accaduto - attraverso lo strumento ordinario
dei messaggi presidenziali, dei quali il popolo avrà regolare contezza solo
perché costitutivi, anch'essi, degli atti parlamentari.
Sarò la Presidente di
una Repubblica parlamentare, senza remore e con determinazione, finché la
Costituzione non verrà mutata. E, se lo sarà stata, servirò con determinazione
la nuova, come l'antica, fino al termine - confermato o mutato che sia - del mio
mandato. Non mi permetterò mai, per alcuna ragione, di interferire con le
responsabilità e le prerogative anche dei partiti, cui la Costituzione assegna
il compito di concorrere liberamente - e liberi quindi da pesanti ipoteche e
intrusioni - a determinare la politica nazionale, precludendo così in maniera
assoluta al Presidente della Repubblica di ergersi a soggetto politico
costituzionale, al pari di quelli riconosciuti in quanto tali: Parlamento,
Governo, Regioni, popolo legislatore attraverso i referendum, e, appunto,
partiti.
Vigilerò perché non accada più che il voto del popolo sovrano, in
caso di approvazione di referendum abrogativi ai sensi dell'art. 75 della
Costituzione, venga ignorato o, peggio, annullato; ciò, ovviamente, per quanto
starà nelle competenze e nelle prerogative presidenziali, che ritengo
perfettamente adeguate a questo fine. In uno Stato di diritto sono perfettamente
fisiologici anche i conflitti di poteri, a condizione che come tali siano e
vengano riconosciuti e giudicati. Si deve dirimerli, non sopraffare niente e
nessuno.
Come Presidente della Repubblica, non sarò minimamente disposta ad
avere una qualsiasi preferenza - dirò di più: una qualsiasi attenzione - per "il
senso della storia", se ce n'è uno (come torno a leggere qua e là), né per le
propensioni o le volontà, di riforma o di conservazione che siano, della
maggioranza, forte o debole, vera o supposta, delle forze politiche, anche
istituzionali.
Il compito che eserciterò sarà quello del massimo servizio per
il massimo funzionamento e per la massima efficacia delle attuali prescrizioni
costituzionali. Ma lo eserciterò vietandomi (come la Costituzione impone) di
sostituirmi ai poteri di indirizzo che sono propri del Parlamento, e, per la
loro attuazione, del Governo, com'è troppo spesso accaduto. Ubbidirò, insomma,
ai dettami della legge fondamentale che è compito esclusivamente,
liberamente,sovranamente di altri modificare, e modificare nella direzione in
cui vorranno e potranno modificarla. Come Presidente della Repubblica, avrò
tutt'al più il compito di vigilare affinché non avvengano o non si confermino
surrettizie modifiche da legittimare successivamente come"costituzione
materiale", o, piuttosto, come costituzione elegge "di fatto".
In un certo
senso, potrei quindi dire che il mio compito dovrà essere quello di garantire al
massimo la possibilità della conservazione dell'attuale Costituzione. Non di
indebolirla, disapplicarla, bombardarla o sabotarla, di disperare in essa, di
fare "sintesi" fra passato e avvenire, di pasticciare, di esercitare
"supplenze", nel nome di non meglio precisate (e che comunque non spetta al
Presidente né precisare, né immaginare, né tantomeno prospettare)evoluzioni,
involuzioni o riforme. Dai partiti, da tutti i partiti maggiori, da tutti gli
ambienti,mi pare invece che siano giunti obiettivi, criteri, auspici e argomenti
per eleggere un Presidente della Repubblica che abbia come compito, come
impegno, come ragione della propria elezione, il suo essere politicamente di
parte -riformista o restauratrice, maggioritaria o proporzionale che sia -, il
suo essere "politico" in proprio o per conto d'altri. Un Presidente così già
l'abbiamo: tanto varrebbe - allora - il confermarlo, piuttosto che trasferire al
Quirinale una sua qualche pallida fotocopia.
Per cultura, o piuttosto per
ideologia, chiunque eserciti in Italia un potere, piccolo o troppo spesso
grande, è tentato di farlo come se il passaggio dalle concezioni proprie delle
monarchie assolute a quelle delle monarchie costituzionali e degli Stati di
diritto, non fosse mai avvenuto. Per me e con me, Presidente da voi eletta,
"tutto", certo,non muterebbe. Ma nei limiti dei miei poteri-doveri, con umiltà
ma anche con decisione, una mutazione (e mi sembra di poter dire: una mutazione
non del tutto irrilevante) avverrebbe di certo. Per le attività e le presenze
internazionali e comunitarie, e le funzioni rappresentative dell'Italia che
possono essere confidate anche al/alla Presidente della Repubblica, agirò in
assoluto rispetto di quanto la Costituzione chiaramente indica (anche se troppi
occhi sono stati accecati da questa evidenza): la responsabilità della politica
essendo tolta al Capo dello Stato, solo d'intesa con il Governo ne potrò
individuare occasioni, forme e contenuti. La Costituzione affida al Presidente
anche l'incarico e il compito di presiedere il Consiglio Superiore della
Magistratura e il Consiglio Supremo di Difesa. Non li eluderò, ma ne assumerò
l'onore e l'onere, con piena consapevolezza di quanto questi cinquant'anni
abbiano in proposito determinato situazioni di grande delicatezza e fragilità,
grandi distanze insorte dal primitivo disegno, distanze che occorrerà superare e
governare con il massimo di prudenza, certo, ma anche con il massimo di rigore e
di chiarezza.
In particolare, il Consiglio Supremo di Difesa sarà (ri)animato
e adeguato al suo funzionamento e alle sue responsabilità. In entrambi i casi,
la Presidente della Repubblica opererà quale Presidente dei suddetti organismi
non in base a pregiudizi o dogmi ideologici o anche di"scuole" o di schieramenti
attivi nel paese, ma in modo da conformare la propria azione ai principi
generali del nostro diritto scritto e alle esigenze di una gestione che i
giuristi definirebbero da "buon padre di famiglia".
Se qualcuno dovesse
temere che il mio rispetto assoluto della regola del silenzio, della riserva di
meditazione e di saggezza, della estraneità ai momenti ed alle forme della
politica, possa relegare la Presidenza della Repubblica lontano dalla vita e
dalla coscienza dei suoi cittadini, si sbaglia. La maestà della legge,
l'evidenza del suo rispetto, l'umiltà di fronte ad essa, che è anima necessaria
dei doveri civili, trarranno forza anche dal ritrovato consenso dei cittadini, e
dalla verifica che faremo della efficacia del disegno costituzionale quale fu
concepito e troppo parzialmente, troppo brevemente,troppo raramente, compreso,
condiviso, rispettato.
Il senso dello Stato può vivere più forte che la
ragion di Stato. Sono certa che ne faremo la prova.
Queste sono, Colleghi, le
mie intenzioni, le linee programmatiche che seguirei, se mi eleggerete come
tanta parte degli italiani auspica e vi chiede. Sono perfettamente consapevole
di dire in tal modo un fermo "no" a quasi tutte le richieste e le attese che
sono autorevolmente avanzate da ogni parte. Si dà, infatti, come per scontato
che il Presidente della Repubblica debba essere al servizio di questo o di
quello, di questa o di quella politica, di questo o di quel calcolo, di questo o
di quel compromesso. Il/la Presidente della Repubblica italiana, se fosse libero
e capace di rispettare la Costituzione, di servirla, di essere tale quale la
Legge esige e gli detta, se desse tale esempio, con ciò stesso potrebbe fare
molto per l'Italia e gli italiani, ma anche per l'Europa e per affrontare i
drammi del presente, in collaborazione e dialettica istituzionale con i poteri
dello Stato, in primo luogo il Parlamento ed il Governo. Ne sono convinta, e
mene ritengo capace. E' per queste ragioni che nei giorni scorsi ho manifestato
lamia disponibilità ad incontrare i gruppi parlamentari, disponibilità che oggi
rinnovo. Roma, 10 maggio 1999.
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'Le mie ragioni'. Dicono di me e della mia
candidatura'.
di
Emma Bonino Il Foglio maggio
1999
Le mie Ragioni
Nel
1976, quando, come radicali, entrammo in quattro alla Camera dei Deputati,
chiedemmo di poter occupare nell'aula quattro seggi dell'"Estrema". Rivendicammo
quei posti"rivoluzionari" perché, ispirati dalla "Destra storica" e suoi eredi,
intendevamo perseguire lo Stato di diritto e la riforma contro la conservazione
partitocratica, contro il cosiddetto "arcocostituzionale" e contro una
concezione antiliberale del diritto e della legge, foriera di illusioni e
controriforme costosissime e perniciose, per il paese e per la società. Dicemmo
anche che l'"arcocostituzionale" e i suoi prescelti antagonisti rappresentavano
non già l'ordine costituzionale, democratico e liberale, ma il "disordine
costituito". La maggioranza assoluta degli italiani auspica la mia elezione. Non
posso certo tradire questa fiducia. Intendo al contrario farne tesoro,
trasformarla in capitale politico mio e del mio partito. Perché a mio giudizio
non possono esserci dubbi sul fatto che - dopo decenni di lotte radicali -
l'Italia riconosce in me, prima ancora che le mie capacità, l'espressione più
visibile di quelle lotte, della nostra storia collettiva. Il paese sente,
comprende, che sarei una Presidente capace di farmi forte della legge, del suo
rispetto, quale essa è, e non quale dovrebbe essere. Il paese intuisce o
comprende che a nulla varrebbe la stessa grande Riforma che io, che
noi,propugniamo, quella più radicale, anglosassone, "americana", se non fosse
comunque preventivamente instaurato nel nostro paese il rispetto della legge
quale è. Senza raggiungere tale obiettivo, a nulla servirebbero riforme e nuove
costituzioni destinate, come quella vigente, ad essere negate o travolte dalla
anarcoide proliferazione di leggi "materiali" o di fatto.
Il nostro motto è
da decenni: "per il diritto alla vita, la vita del diritto". Abbiamo predicato
il rispetto delle regole, del "libro" e delle sue prescrizioni. Abbiamo dato
corpo alla tradizione nonviolenta, quella che da Socrate a Gandhi ci ha
insegnato a onorare la legge a tal punto che - per rafforzarla, mutarla,
renderla migliore - può occorrere violarla apertamente, quando non ci sembri
giusta o adeguata; e chiedere alla polis di giudicarci, e di giudicare, così,
anche la legge stessa o le sue interpretazioni giurisdizionali.
Ci siamo
autodenunciati, siamo stati e siamo tuttora processati. Io stessa, per le mie
idee, sono stata arrestata in Italia, in Polonia, negli Stati Uniti, in
Afghanistan. Ma, per quelle stesse idee, sono stata sostenuta dal Presidente
Pertini, decorata dal Principe ereditario di Spagna, accolta e ascoltata all'ONU
dai due suoi ultimi Segretari Generali. Per quelle stesse idee mi viene, oggi,
la fiducia di tanta parte del paese. Qualcuno finge di scandalizzarsi perché,
candidata al Quirinale, ho dato il mio nome anche a una lista per le elezioni al
Parlamento europeo. Ma cosa si pretendeva dai radicali?
Il nostro è il
partito del Manifesto di Ventotene e di Ernesto Rossi, sempre così vicino ad
Altiero Spinelli; il partito il cui gruppo parlamentare si è sempre chiamato
"Gruppo Federalista Europeo"; il partito transnazionale che ha per Segretario un
deputato europeo di nazionalità belga, eletto in Italia; il partito che per il
suo carattere transpartitico non può presentarsi in quanto tale alle elezioni.
Si pretendeva forse che, con i programmi e gli obiettivi che io mi trovo a
rappresentare, essendo il nostro l'unico movimento politico federalista europeo
del nostro paese, noi non chiedessimo, io non chiedessi il voto agli italiani,
non dessi loro questa opportunità? O si pretendeva che mi travestissi da
"indipendente" - cioè dipendente - di sinistra, di centro o di destra, anziché
indossare il mio abito liberale, radicale? Che disertassi questo appuntamento
essenziale per il futuro dell'Europa?
Dicono di
me e della mia candidatura.
Se vivessi in un paese
democratico e liberale, nelle sue alternative e nelle sue contrapposizioni,
critiche e ostilità alla mia candidatura alla presidenza della Repubblica
potrebbero costituire un contributo prezioso. Di critiche di tale natura,
invece, non c'è traccia. Emma Bonino è stata trattata come uno qualsiasi
dei"grandi elettori", un millesimo di numero, un attore secondario della scena
politica che, essendo uscito dal seminato, produce un fastidio che va
imbrigliato, tenuto a bada, possibilmente eliminato.
E tanto più dal paese è
salito il suggerimento di valutare anche me come possibile eletta, tanto più si
è risposto ignorandola o liquidandola come espressione più o meno folkloristica
di un popolo minorenne, inconsapevole o irresponsabile, potenziale nemico del
Palazzo e dei suoi abitanti e regnanti. Di fronte al perdurare del "fastidio"
qualcuno ha cercato di risolvere il problema scoprendo Bonino come donna. E
poiché il nostro é il paese dei latin lover, sono fioccate serenate,
dichiarazioni d'amore,voci del cuore e pensieri alla melassa. Insomma:tutti
amano Emma, ma per la Presidenza della Repubblica, meglio Ciampi, più serio,
pertinente, competente. E uomo. S'è fatta un'eccezione solamente per Rosa Russo
Jervolino, l'unica che abbia meritato d'essere trattata come un uomo. Ciò che si
tenta di respingere, in realtà è la sola candidatura autenticamente politica, la
sola libera da giochi di Palazzo, la sola popolare, la sola voluta da una
maggioranza di italiani, quegli stessi del divorzio, dell'aborto, ma anche del
finanziamento pubblico dei partiti, della responsabilità civile dei magistrati,
e via dicendo. Anziché discutere il mio programma di candidata si è scritto e
detto: E' una candidata anti-partito. Dimenticando che tutta la mia vita
politica - da un quarto di secolo -è stata vita di partito, dello stesso
partito, del solo - per di più - che non abbia dovuto mutare nome, obiettivi,
metodi e collocazione da almeno trent'anni. Certo, il partito in questione é
partito"altro", diverso, e persegue una società e uno Stato diversi dagli altri
soggetti politici italiani - quelli scomparsi o quelli appena apparsi; è un
partito che ha ottenuto successi storici nel e per il nostro paese, l'unico
partito al mondo riconosciuto dall'ONU con uno statuto di "organizzazione
nongovernativa di prima categoria".
E' una candidata anti-politica,
"qualunquista", come si sarebbe detto una volta. Dimenticando che proprio alla
politica ho dedicato la mia vita, con i miei compagni; la vita, letteralmente,
dando corpo,parola, voce, volto ai miei ideali, con tutta l'integrità laica e
tollerante della nonviolenza, con digiuni, arresti, processi, marce, con una
semiologia alternativa, oltre che con una presenza parlamentare, legislativa,
culturale e referendaria. Dimenticando che da sempre provo a dare forza e
priorità politica a intere società prive di voce e di rappresentanza, come
quelle sterminande per fame e/o per guerra, o vittime di dittature feroci e
disperate; scegliendo la difesa della vita del Dalai Lama e del popolo tibetano,
così come di tutti ipopoli oppressi, in Cina, Serbia, Cuba, Medio-Oriente,
Africa. Se tutto ciò non è politica, che cos'è?
Non é una candidata "super
partes". Forse perché sono candidata e insieme guida una lista che concorre alle
elezioni europee, o magari perché sono "per la guerra", mentre altri, ministri
del governo che alla "guerra" partecipa, sarebbero invece "per la pace". Ma chi
è da considerare"super partes" tra i "non-candidati" del "toto-Quirinale"? Gli
esponenti di tutti gli altri partiti? O gli "indipendenti" di sinistra o di
centro-sinistra, da sempre, in Italia, simboli viventi di totale dipendenza
dalla politica, usi a trarne vantaggio senza oneri di militanza civile? O i
"servitori dello Stato", cioè, in Italia, dell'establishment di turno? O i
membri di una compagine governativa retta da una coalizione di centro-sinistra?
O i Presidenti delle due Camere, espressione di una precisa maggioranza
parlamentare? O forse "super partes" èchi finge meglio di essere del tutto
indifferente alla politica o all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica?
Appartengo, con qualche fierezza, ad una tradizione per la quale essere, come
individui,"super partes" - parti che possono essere onore e anima della
democrazia (quando c'è, e ancor più quando non c'è)- è un modo per essere al di
sotto, non al di sopra della vita civile. I capi di Stato dei paesi di
tradizione anglosassone sono più che altrove "di parte", per origine o anche per
destinazione, ma danno vita al potere dalla legge ed alla profonda unità del
loro paese. Infine, per molti gentiluomini, in particolare "verdi",e per non
poche gentildonne, non sarei presentabile o sostenibile perché apparterrei
al"polo opposto". E' lecito chiedersi a quale "polo"appartenga mai Emma Bonino,
nominata sì commissaria europea dal Governo Berlusconi nel1994, assieme a Mario
Monti, ma anche invitata dall'attuale Presidente del Consiglio, appena sei o
sette mesi fa, a far parte del suo Governo.
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Corsa al
Colle, la strana regola dei
candidati senza programma. I perché
di una prassi che funziona fin dall'elezione di Einaudi - di Michele Ainis - Questa analisi è stata pubblicata su La Stampa
del 4 maggio 1999
La prima regola del perfetto candidato è
quella di negare l'esistenza stessa della sua candidatura. Lo fece anche un uomo
per solito assai schietto come Sandra Pertini, quando Craxi lo indicò per la
prima volta a nome del partito (naturalmente allo scopo di bruciarlo); era il 2
luglio del 1978, e il giorno successivo arrivò, puntuale, la smentita. Perché
nella battaglia per eleggere il nuovo Presidente ogni colpo è lecito, purché
inflitto dietro le quinte, dove nessuno può vedere. Tanto che a suo tempo
perfino Moro ammise d'essere turbato per le "oscure modalità" della vicenda, in
una lettera indirizzata a Pietro Nenni, nel maggio del 1962 (era appena stato
eletto Segni). E laggiù, nel retrobottega del Palazzo, capita che anche il Papa
faccia sentire la sua voce: come fece ad esempio Paolo VI alla vigilia di Natale
del 1964, spronando la Dc a rompere gli indugi durante il rosario di 21
interminabili scrutini che precedette l'elezione di Saragat. E la Dc lo ripagò a
tambur battente depositando nell'urna sette beffarde preferenze per l'onorevole
Ludovico Montini, fratello del Pontefice. O altrimenti può succedere che il capo
della P2 offra per iscritto il proprio appoggio (nel 1971) al candidato che poi
vincerà la partita; anche se la lettera di Gelli fu ricevuta da Leone quando
ormai gli mancava un solo voto per tagliare il nastro del traguardo. C'è una
precisa ragione tuttavia se la bagarre per salire sul colle più alto si consuma
ai piani bassi, nei sotterranei di Montecitorio. Il motivo sta nel fatto che
l'elezione avviene senza candidature ufficiali, e perciò senza programmi sui
quali i candidati possano richiedere il consenso dei votanti. Una regola
stabilita dalla Costituzione?
Niente affatto. Piuttosto, una semplice prassi:
la cui origine risale alla mattina dell' Il maggio 1948, quando fu eletto
Einaudi.
E quando Togliatti e alcuni altri deputati chiesero
una breve sospensione delle procedure di voto, per ragionare sul da farsi;
beccandosi però il niet della democrazia cristiana, che per bocca di Dossetti
sostenne la stravagante tesi secondo cui il Parlamento in seduta comune
fungerebbe unicamente da seggio elettorale, dove si vota ma non si può
discutere.
All'epoca, una vera e propria rottura istituzionale: che infatti
la destra accolse abbandonando l'aula, e la sinistra votando scheda bianca. Non
solo perché altrove succede viceversa che i gruppi parlamentari designino
formalmente il proprio candidato, come è accaduto in Germania fin dagli Anni 50.
Ma soprattutto perché il Parlamento, come dice la parola stessa, è invece per
definizione un luogo dove tutti possono parlare. E anzi devono farlo, per
consentire a chi li ha eletti di giudicarne l'operato. In questo caso in vece
gli italiani non hanno un posto a tavola (dato che non votano direttamente il
loro Presidente), ma non gli è data neppure la possibilità di leggere il menù
che verrà servito ai commensali. Poi, si sa, c'è sempre modo di legittimare
l'esistente. Non è forse questo il mestiere dei giuristi? E infatti l'assenza di
candidature ufficiali e di programmi è stata via via giustificata sulla scorta
d'un duplice (e alquanto ipocrita) argomento. In primo luogo per non indebolire
il futuro Presidente, esponendolo al fuoco delle critiche; come se la critica
non fosse il sale delle democrazie, e come se del resto, le oscure modalità
dell'elezione abbiano poi risparmiato attacchi furibondi ai presidenti in
carica, a Scalfaro non meno che a Cossiga. E in secondo luogo perché - si dice -
il Capo dello Stato non ha mai un programma da sottoporre ai suoi elettori, dato
che per lui il programma coincide con la Costituzione. Ma la Costituzione si può
leggere in molti e diversi modi: tanto per dire, vi si può ricavare l'obbligo di
sciogliere le Camere dopo un "ribaltone" nella maggioranza di governo, oppure
no. Inoltre non è affatto vero che i neo-presidenti siano privi d'una qualche
concezione dei propri poteri: basta metterne a confronto i discorsi
d'insediamento, da quello secco e quasi ingegneresco di Einaudi ai 30 minuti che
si prese Granchi, il democristiano ché fece tremare la Dc.
Insomma i loro
programmi esistono, ma li scopriamo soltanto a cose fatte; come se alle
politiche votassimo qualcuno senza sapere se è di destra, di centro o di
sinistra. E in più col rischio di fare confusione sul nome dell'eletto; mancando
candidati ufficiali, ed essendo eleggibile ogni cittadino italiano che abbia già
compiuto cinquant'anni, per paradosso, chi potrebbe impedire all'omonImo di
presentarsi davanti ai corazzieri per ottenere, chiavi in mano, il Quirinale?
Sicché c'è un doppio invito da rivolgere ai partiti e ai loro candidati. Per i
primi, l'invito di giocarla a carte scoperte la partita, se non altro
nell'interesse di noi spettatori. Quanto ai secondi, basterà ripetere
l'esortazione che il Giornale d'Italia destinò a suo tempo al nostro primo
Presidente, Enrico De Nicola, per vincere la sua proverbiale ritrosia a farsi
candidare: "Onorevole, decida di decidere se accetta di accettare".
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La Rosa nel Pugno e le
sue Spine
Bonino e Boselli La
Rosa lancia la sfida - Si chiude il
congresso Sdi. La radicale candida
Vasco Rossi.
"Grazie, resto
rockstar". di Simone Collini L'Unità - 6 febbraio
2006
Standing ovation per Enrico Boselli, standing ovation per Emma
Bonino. Boselli che guarda al voto di primavera come al" battesimo elettorale"
di una nuova forza politica e Bonino che dice alla platea socialista riunita a
congresso a Fiuggi: "Siamo insieme adesso, lo saremo il 9 aprile e lo saremo
anche dopo". Boselli che viene riconfermato all'unanimità alla guida dello Sdi e
subito dopo annuncia: "Non voglio interrompere la festa, ma penso che questa sia
l'ultima volta che parlo dopo l'elezione a segretario".
E Bonino che invita pubblicamente a candidarsi alle
politiche Umberto Veronesi (che nicchia) e Vasco Rossi (che fa sapere che
intende rimanere una rockstar e però invita a votare la Rosa nel pugno). Storie
e stili diversi, ma i due, giacca rossa lei, cravatta rossa lui, danno
l'impressione di una squadra già ben collaudata. Insieme, socialisti e Radicali,
correranno sotto il simbolo della Rosa nel pugno. Il via libera è stato dato
all'unanimità dal congresso dello Sdi che si è chiuso ieri al Palaterme di
Fiuggi. L'impegno è che il simbolo non venga archiviato dopo il voto ma continui
a vivere per portare avanti battaglie ben precise: in primis, difesa della
laicità dello Stato e dell'istruzione pubblica. Boselli lo dice a chiare lettere
rivolgendosi direttamente a Prodi: "Noi non voteremo mai finanziamenti alle
scuole private", avverte il leader dello Sdi, aggiungendo anche, probabilmente
consapevole del fatto che uno dei nomi che circolano per quel posto è quello di
Rosy Bindi: "Non vorremmo che al ministero dell'Istruzione si mettesse un amico
o un amica del cardinale Ruini". E Bonino definisce "anacronistico" il
Concordato, assicurando che "non c'è la volontà di imbavagliare la Chiesa", ma
quella di "eliminare privilegi" sì, compreso quello dell'8xmille: "Quei soldi
tornino allo Stato per la ricerca, la scuola, la cooperazione internazionale".
Istanze che la Rosa nel pugno è intenzionata a far valere quale che sia l'esito
elettorale.
"Se i cittadini ci daranno forza è anche con noi
che dovrà fare i conti il prossimo governo", dice la Bonino. Perchè se la leader
Radicale attacca duramente il centrodestra, anche per il centrosinistra le
critiche non mancano. L'accusa alla Cdl è di non garantire le libertà
riconosciute in Spagna (Pacs), Stati Uniti (ricerca scientifica), Francia
(pillola abortiva) o Olanda (eutanasia).
A Pera rimprovera di essersi fatto "portavoce di
Ratzinger", visto quanto affermato dal presidente del Senato circa le vignette
satiriche su Maometto, e a Berlusconi dice che "un po' di decenza istituzionale
farebbe bene anche a lei, oltre che al Paese":
"Ci manca solo che sostituisca Bernacca al servizio
meteorologico. In nessun altro posto al mondo si è visto mai un presidente del
Consiglio che canta da Fiorello e balla a Isoradio". Al centrosinistra, però,
sia Bonino che Boselli ribadiscono che non li convince un cattocomunismo che
vuole diventare egemone nel paese". "Se così è noi saremo la vostra spina, le
vostre tante spine nel fianco", promette la prima. "Non va bene un compromesso storico bonsai", manda a dire alle principali
forze del centrosinistra il secondo, che pure distingue: "Nella Margherita come
partito a prevalenza cattolica, vi è una ricorrente tentazione a mettersi in
sintonia con le gerarchie ecclesiastiche. Nei Ds, invece, vi è stato spesso
l'emergere di posizioni simili alle nostre. Per questo, quando vediamo timidezze
da parte loro, noi dobbiamo esercitare una funzione di critica e di stimolo".
Ora, l'obiettivo è vincere le elezioni e dar corpo alla Rosa nel pugno: "La
partita è truccata, e sgambetti non mancheranno anche a sinistra, perchè c'è chi
ci vuole marginali. Mettetevi la spilletta col simbolo, portatela in giro,
andateci anche a dormire" è l'invito della Bonino ai mille delegati socialisti
che applaudono entusiasti. Per altre questioni,
come le primarie per il Quirinale lanciate da Marco Pannella ("perchè no?", è la
semplice risposta di Boselli) con candidata Emma Bonino, c'è tempo.
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Quirinale, via alla corse Rutelli ferma
la Bonino. Il Veto. La Margherita gela la Rosa
nel Pugno.
di Alessandro Farruggia -
QN - 6 febbraio 2006
Fa presto Mastella a
derubricare in una 'pannellata' l'idea delle primarie per il Colle. Perché il
progetto che vi sta dietro di una Bonino presidente, pur affascinante per molti,
pare destinato a far poca strada, ma la verità è che di questi tempi il nome
della Rosa (nel Pugno) suscita più di un'apprensione nell'Unione e dintorni. Ove
in molti temono che il suo laicismo, spina nel fianco della Margherita e
dell'Udeur, possa provocare l'incendio che - per restare in metafora con il
libro di Eco - porti a distruzione l'abbazia della maggioranza-prossima-ventura.
All'idea antipartitocratica di primarie per il Quirinale, lanciata al congresso
Sdi di Fiuggi e ancora ieri ribadita da Pannella e Boselli, è giunto ieri il
disco rosso di Francesco Rutelli che, chiudendo la festa sulla neve della
Margherita, ha detto chiaro e tondo che "il Quirinale è una cosa seria" e che
"come si vota per il Presidente della Repubblica è scritto nella Costituzione".
Punto. Replica Pannella: "Le nevi d'Abruzzo accecano Rutelli. Capisco che per
molti esponenti del regime l'ideale sia che le cose serie si concludano e si
trattino all'oscuro. Ma nè la Costuzione nè la logica prescrivono come le
candidature debbano essere proposte ed eventualmente votate". Ma nel Grande
Gioco per il Colle - che certo non è gradito all'inquilino attuale -la proposta
della Rosa nel Pugno si interseca e rischia di essere travolta con ben altre
logiche, più strutturate e legate agli azionisti principali dell'Unione. Per
dire, ieri il Manifesto tornava a suggerire il nome di D'Alema. E molti altri
circolano da tempo. Troppi forse, al punto che il presidente dei Verdi Pecoraro
Scanio ha sentito l'obbligo di frenare: "In questo momento l'Unione pensi a
vincere, sennò al Quirinale ci va Berlusconi". In questo senso va anche la
frenata di Rutelli, che è sul metodo (le primarie) e sul merito (la Bonino). E
vuoI ribadire che nel Grande Gioco la Margherita, al pari dei Ds, ha diritto di
veto. Certo, a Rocca di Mezzo, Rutelli ha detto anche altro. Ad esempio che la
Margherita è pronta a impegnarsi "subito dopo la vittoria elettorale" a iniziare
il processo per dar vita al partito Democratico. "In tempi non storici ma
politici" ha promesso. Ma con le dovute maniere. Perché se Fassino ha chiesto
che la Margherita riconosca la "generosità" dei Ds in questo progetto, il
partito di Rutelli chiede che la Quercia apprezzi la sua "lealtà e
lungimiranza", nella consapevolezza che è solo grazie alla Margherita che i Ds
potranno costruire un grande partito dei riformisti che non sia un'annessione ai
Ds. E quindi non la semplice e fallimentare riedizione della "cosa" dalemiana ma
un'aggregazione più ampia. Sul percorso, si vedrà. Adesso l'obiettivo è battere
il centrodestra e poi trovare la quadratura del cerchio per il Quirinale. Il cui
attuale inquilino anche ieri ha incassato i placet di Casini, Fini, Mastella,
Rotondi.
E che, senza l'ombra di un'autocandidatura,
potrebbe essere ed è la riserva a se stesso.
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Primarie per il Colle?
Gelo dall'Unione
Dopo
la proposta radicale Casini rilancia un "Ciampi bis", riparte il toto-Quirinale.
di r. r. la Stampa - 6 febbraio 2006
Primarie
per il Colle? "Non scherziamo. Il Quirinale è una cosa seria. C'è scritto nella
Costituzione come si vota per il presidente della Repubblica". Il leader della
Margherita Francesco Rutelli liquida così, con queste poche parole, la proposta
di Marco Pannella per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Un
posto per il quale il leader radicale ha già pronta quella che ritiene essere la
candidata giusta: Emma Bonino. Manca ancora qualche mese alla scadenza del
mandato, ma il "toto-presidente" è già partito.
E alla grande. Il presidente della Camera
Pierferdinando Casini, ad esempio, rilancia l'ipotesi del Ciampi-bis. "Se fosse
per me lui sarebbe il candidato giusto. Certo si dovrebbe vincere la ritrosia di
un signore che ormai sente di avere una certa età".
Ospite di Lucia Annunziata a "In mezz'ora"
Pierferdinando Casini nega che la rielezione di Ciampi possa essere considerata
un'anomalia. "Assolutamente no. E questo non significa che non ci siano altre
persone degne di fare il presidente della Repubblica. Semplicemente, se una cosa
funziona bene, perché pensare di cambiarla?".
Di qui alle elezioni la
domanda su chi sarà il nuovo inquilino del Quirinale sarà sempre più all'ordine
del giorno. E' il primo atto importante che attende le nuove Camere a pochi
giorni dall'insediamento. L'ipotesi di ricandidare Ciampi la lanciò già qualche
settimana fa Gianfranco Fini. "Ambisco a chiudere il mio mandato con dignità",
rispose Ciampi lasciando intendere di non avere altra ambizione che quella di
fare il nonno a tempo pieno. Forse per questo a differenza di Casini Fini ieri
si è limitato ad un pubblico elogio: "E' stato veramente un grande Presidente.
Ha ridato valore ad una parola come nazione che in Italia sembrava diventata una
parolaccia". La scelta del nuovo presidente dipenderà in realtà molto dagli
equilibri parlamentari che usciranno dal voto proporzionale. Le uscite del
centro-destra sembrano più che altro una tattica per mettere in difficoltà
l'Unione che, in caso di vittoria, ha in realtà più di un nome autorevole da
proporre. Per evitare trattative estenuanti Marco Pannella insiste con l'idea
delle elezioni primarie. "Che io sappia", ha detto rispondendo al no di Rutelli,
"nè la Costituzione, ne la logica prescrivono come le candidature debbano essere
propuste confrontate ed eventualmente votate". E del resto "Rutelli ha finora
salutato con soddisfazione le elezioni primarie tenute con grande successo di
partecipazione popolare dall'Unione e dintorni". L'idea di Pannella non
raccoglie consensi nel centro-sinistra. Per l'Udeur non è niente di più di una
"pannellata". E comunque "per quanto ci riguarda non vediamo perché ipotizzare
una successione ad un Presidente che in questi sette anni ha fatto bene, è
stimato e amato da tutti gli italiani", il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro
Scanio invita a non perdere tempo con queste polemiche: "L'Unione si concentri
sulle elezioni e poi pensi all'elezione del Presidente". L'unico favorevole
all'idea avanzata dal leader radicale è il segretario dello Sdi Enrico Boselli.
"Perchè no?", dice dal palco del congresso della Rosa nel pugno. E se uno dei
candidati fosse Massimo D'Alema, come chiede maliziosamente un giornalista
rilanciando l'idea apparsa ieri sul Manifesto, Boselli risponde che "in questo
caso ci dovremmo riunire, poi valutare, decidere...".
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I prodiani bocciano le
primarie per il Quirinale
di Mario Ajello - il
Messaggero - 7 febbraio 2006
Chi volete al
Quirinale: Emma for president, il Leader Massimo o il dottor Sottile? Il popolo
delle primarie si mette in fila davanti ai gazebo e in preda all'entusiasmo
("Siamo molti di più dei quattro milioni e mezzo che votarono nel plebiscito per
Prodi!") scrive il nome del candidato prediletto da mandare sul Colle e lancia
così una nuova moda della politica italiana: il presidente della Repubblica me
lo scelgo io. Elezione diretta? No, elezione primaria. Una sorta di fai-da-te
inventato da Marco Pannella e fatto apposta per azzerare le dinamiche della
partitocrazia. Quelle che un tempo portarono al Quirinale un tipo come Giovanni
Leone, che stavano per issare sul Colle (al posto di Ciampi) Franco Marini e ora
potrebbe favorire l'elezione di Massimo D'Alema o di Giuliano Amato. I
super-affezionati alle primarie e alla retorica delle primarie come massimo
"bagno di democrazia", cioè Prodi e i prodiani, dovrebbero esultare per la
trovata pannelliana che toglie un potere agli alchimisti dei partiti (che
rischiano di spedire alla presidenza della Repubblica un "bollito" o un
semi-sconosciuto che piace soltanto a loro) e lo mette nelle mani del popolo
sovrano dei gazebo. E invece? "Mi sembra una sciocchezza!", taglia corto il
deputato Franco Monaco, uno degli uomini più vicini al leader dell'Unione.
Aggiunge: "Le primarie sono e devono restare strumento per scegliere una
leadership di parte e interna a uno schieramento, in vista di una funzione di
governo. Non riesco proprio a immaginare questo metodo applicato al Capo dello
Stato: cioè alla più alta figura di garanzia che deve raccogliere un largo
consenso, magari anche trasversale agli schieramenti".
E tuttavia, il fronte
di Emma for President insiste. Su "Radio Radicale" ieri, Sergio Scandura e gli
altri cronisti si sono scatenati con un fuoco di domande lungo l'intero arco
politico: primarie per il Colle o no? Francesco Rutelli ha detto no e poi no
(perché "l'elezione del capo dello Stato è una cosa seria"); Rita Borsellino sì
e poi sì, qualche DS fa timide aperture problematiche (da Morando a Salvi); per
Rosy Bindi andrebbe fatto "qualche approfondimento in più". Maccanico è per il
no. Grillino è per il sì, e anche Turci (sempre DS). Di Pietro e Leoluca Orlando
pure, il rutelliano Enzo Bianco giammai: e "damose 'na carmata" è il suo modo
romanesco per stroncare l'idea anche se lui è catanese. Dunque, sul fronte
politico la Margherita non ne vuole sentire parlare.
Su quello politologico e costituzionalistico, i
professori si dividono: Stefano Ceccanti: "Ho molte perplessità per le primarie
sul Capo dello Stato. La Costituzione, per il Quirinale, ci propone una scelta
preferenziale che è quella di un presidente eletto con una maggioranza più ampia
di quella di governo. Le primarie rappresenterebbero un irrigidimento di questo
meccanismo. Perché così, oltre al premier, anche il capo dello Stato finirebbe
per essere espressione di chi ha vinto le elezioni". Però le primarie
eviterebbero il rischio del "bollito" sul Colle. "Chi dice questo", incalza
Ceccanti, "potrebbe proporre il passaggio all'elezione diretta del presidente
con poteri più ristretti. Ma a me questa ipotesi non convince affatto". Il
politologo Gianfranco Pasquino invece è entusiasta dell'idea pannelliana.
Osserva: "Così si toglie la possibilità a piccoli gruppi, all'interno dei DS o
della Margherita, di imporre non il solo candidato alla presidenza della
Repubblica, ma anche quelli alle presidenze del Senato e della Camera. Le
primarie spariglierebbero questo gioco opaco e molto vetero-partitocratico". E
gli elettori di centro-destra? "Potrebbero liberamente votare alla consultazione
organizzata dal centro-sinistra. Hanno una serie di candidati? Li mettano in
piazza, anzi nei gazebo, e li votino.
Oppure, si possono fare delle primarie per i fatti
loro. E sarebbe una ventata d'aria fresca".
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Le manovre per il
Colle
di Marcello Sorgi - La Stampa
- 7 febbraio 2006
Su un punto, ormai, sono tutti
d'accordo: anche stavolta, sarà una corsa tra senior, la tradizione che vuole il
Capo dello Stato scelto tra i padri, e qualche volta tra i nonni, della
Repubblica, sarà nuovamente rispettata. A conti fatti, tra le conseguenze che la
nuova legge elettorale porterà con sé, c'è quella di produrre maggioranze
limitate, non in grado di esprimere autonomamente un candidato forte per il
Colle senza trattare con le minoranze. Questo esclude di fatto i leader
cinquantennììi della nuova generazione, da una parte e dall'altra. Ed apre la
strada ad una serie di combinazioni interessanti, che vanno già delineandosi nei
conciliaboli della lunga vigilia. Pur se il centrodestra è più esplicito nel
parlarne (Casini sè schierato con Fini in appoggio all'ipotesi di una riconferma
di Ciampi), è nel centrosinistra, favorito dai sondaggi per la vittoria
elettorale, che la discussione è più approfondita.
Tra i leader dell'Ulivo circola anche una battuta
consolatoria, per dire che al Quirinale è sempre meglio arrivarci alla fine del
cursus honorum: "In fondo i presidenti giovani, in tutto il mondo, quando
lasciano l'incarico finiscono a parlare da soli".
Anche in questo caso tutti
i ragionamenti partono da Ciampi. Il Presidente in carica ha il più alto tasso
di popolarità nella storia della Repubblica, ha svolto benissimo il suo mandato
in un settennato molto difficile, fino all'ultimo, adoperando tutti i suoi
poteri e respingendo la legge sulla riforma del processo d'appello, ha tenuto
alto il prestigio del Quirinale. Di qui, se il Capo dello Stato dichiarasse la
propria disponibilità, la possibilità di andare a una rielezione concordata
rapidamente tra i poli. L'ipotesi che pareva remota, e che lo stesso Ciampi, con
chi glielo ha chiesto, ha sempre escluso, di giorno in giorno si va facendo più
consistente: al punto che, prima di toglierla dal campo, occorrerebbe un passo
formale volto ad accertare quale sarebbe la risposta del Presidente di fronte a
una proposta concreta di riconferma, sorretta da un largo appoggio bipartisan.
Ma intanto, nell'attesa, si incrociano valutazioni, impressioni,
testimonianze dirette di chi ha avuto occasione di incontrare Ciampi in questo
ultimo periodo di mandato, e lo ha trovato sereno e molto attento e previdente
sull'agenda dei suoi impegni: come quando, con largo anticipo e con dichiarato
senso di cortesia istituzionale, ha voluto sottoporre ai suoi interlocutori
politici i propri orientamenti per la nomina dei giudici costituzionali. Se
Ciampi ha, nelle previsioni dei leader che giocheranno in prima persona la
partita del Quirinale, almeno un terzo di probabilità di essere rieletto, in
caso di sua indisponibilità, il primo nome a cui tutti pensano è quello di
Giuliano Amato. L'ex premier ed ex ministro del Tesoro è il più giovane dei
seniores ed ha alle spalle una carriera di rilievo internazionale, culminata
nella partecipazione alla stesura del testo della Costituzione europea. E'
certamente il candidato del centrosinistra più gradito al centrodestra. Ha
insomma la personalità, la biografia, lo status e, almeno sulla carta,
l'appoggio necessario per riuscire. Presupposti importanti, tutti questi, ma non
sempre decisivi in un gioco complicato come quello del Quirinale.
La storia
dei Presidenti infatti ha premiato fin qui le figure di compromesso, spingendo
presto o tardi fuori campo i candidati più forti. All'interno del centrosinistra
il criterio di partenza è che se, come tutto lascia prevedere, il premier sarà
Prodi, cioè un cattolico, al Quirinale dovrà andare un laico, con
"un'equilibrata presenza", sottolineano i Ds, delle maggiori forze della
coalizione ai vertici delle istituzioni. In questo quadro, Amato può andare al
Quirinale, ma non in rappresentanza diretta della Quercia, che rivendica una
delle presidenze delle Camere. E poiché la più contesa è la Camera dei deputati,
che vede candidati insieme, e in contrapposizione, D'Alema e Bertinotti, i Ds
appoggerebbero Amato come Capo dello Stato solo dopo aver eletto D'Alema a
Montecitorio.
Resta da vedere se la Margherita accetterebbe una soluzione
del genere, equilibrata fino a un certo punto, in cambio dell'elezione di Marini
alla presidenza del Senato. E se Rifondazione alla fine abbozzerebbe a veder
deluse le aspirazioni di Bertinotti. Senza dire che ai primi accenni di
fibrillazione della coalizione, si aprirebbero spazi per il centrodestra, per
negoziare, far valere il proprio peso, e proporsi, nella fase finale della
corsa, come partner utile a formare maggioranze trasversali.
L'alternativa,
finora solo sussurrata, è che al Colle vada un Ds. E qui l'unico candidato in
grado di imporre la propria identità di uomo delle istituzioni sul facile
pregiudizio contro "il comunista al Quirinale" è proprio uno che nel Pci, finché
c'era, ha trascorso la maggior parte della propria vita politica: Giorgio
Napolitano, il liberal per anni ministro degli Esteri "ombra" del Bottegone, il
"migliorista" sconfitto nella lunga contesa interna con l'ala dura, "diversa",
del partito berlingueriano, e poi a sorpresa riscoperto e portato ad esempio da
Fassino nella svolta riformista. Napolitano è stato presidente della Camera
nell'ora più difficile della transizione italiana, ha fatto il ministro
dell'Interno nel primo governo dell'Ulivo, da poco è stato nominato da Ciampi
senatore a vita e ha raccontato la sua storia in un recentissimo libro
autobiografico, in cui confessa candidamente anche gli errori.
Ad oggi è un
candidato.