*Le Mani sulla Rosa*
Ogni riferimento alle Mani sulla Città è puramente non casuale
di Giuliana D'Olcese
Allora Urge un Governo di Salute Pubblica?
Perchè la gente è così lontana dalle istituzioni
di Giuseppe De Rita
il Manifesto di Emma Bonino
Con i commenti di G.de Marchis - Il Foglio - M.Ainis - S.Collini - A.Farruggia - R.R. la Stampa - M.Ajello - M.Sorgi
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Franco Rosi, napoletano come me, di Mafia & Camorra se ne intende e "Le mani sulla città", tra i suoi film-inchiesta più celebri nel mondo, è entrato nella storia del Grande Cinema italiano. La città è Napoli, le mani quelle della Mafia napoletana, la Camorra.
I Capibastone delle bande camorriste che, a braccetto con la Politica, si dividevano il Potere economico e sociale, si riunivano al ristorante la Casina Rossa di Torre del Greco, che era assieme la Sala del Gran Consiglio dei Boss e teatro di storici "regolamenti di conti" e, se non ne ammazzavi almeno due al mese, non eri nessuno. Il "Pensiero politico" della Mafia partenopea, ora ridottasi a squallida delinquenza comune, si vede che ha fatto fagotto e ha traslocato al Parlamento ove non passa giorno che due o tre mafiosità sono assicurate e gli avanzi di galera, come i magistrati, non mancano. Anzi. Si fanno mancare, si fa per dire, il pane, ma non galeotti e magistrati. Le ultime "performances" del "Pensiero politico" parlamentare sono sotto gli occhi, esterrefatti e schifati, di tutti gli italiani: l'ultimo mafioso finanziamento pubblico, cioè finanziamento di noi contribuenti, ai partiti e il tradimento, a confronto del quale Giuda diventa 'na creatura, dei partiti maggiori & minori del centrosinistra consumato contro il Partito "compagno" della Rosa nel Pugno che i piranha (piragna) dell'Unione si vogliono spolpare portandosi a casetta loro i voti di Rosa e Radicali impedendogli, manu militari, di presentarsi democraticamente agli elettori in nome della Rosa a causa di "Un'odiosa discriminazione, un'ingiustizia che si annida nelle pieghe oscure di una legge proporzionale che è davvero nata male e si rivela non priva di incongruenze" come ha scritto Stefano Folli sul Sole24Ore
           Le sceneggiate tra Sinistra & Destra che si sono viste e sentite al Senato e alla Camera sono un Pacs tra il Padrino, 'o Rre' Franceschiello e il Brigante Musolino. E qua è d'obbligo un grosso e pesantissimo ma.
Sulla "Questione Morale" un giorno sì e l'altro pure l'Unione rompe le palle alla Casa delle libertà e all'odiato Cavaliere mentre, sempre con "la Questione Morale", la Margherita le palle le sta rompendo, da agosto, pure ai Democratici di Sinistra per piragnarsi i voti del "Compagno Alleato". "la Questione Morale", però, nel centrosinistra nessuno se la pone quando "è il caso" di far mancare i suoi parlamentari alle Camere e così rubare democrazia al Popolo italiano fottendo il "Partito Alleato", la Rosa nel Pugno.
Rosa nel Pugno che, la pugnalata, se l'è presa dall'Unione non certo dalla odiata Casa delle libertà che, invece, le Camere le ha disertate proprio per essere in minoranza e far passare la mozione del centrosinistra. Centro--sinistra che, a parole sussiegose e roboanti, ha sollevato "la Questione Morale" contro la nuova legge elettorale - voluta manu militari dall'odiato Cavaliere -.
Legge che, sussiegando e roboando, l'Unione, giustamente, ha così stigmatizzato: "è una legge che penalizza una formazione politica democratica, antica, storica, presente da sempre nel Parlamento italiano ed europeo, in Regioni, Comuni, Province e nella vita democratica del Paese. Legge fascista e liberticida!!". Ma, guarda caso, della legge fascista e liberticida dell'odiato Cavaliere, l'Unione se ne è servita per metterlo in quel posto ai "Compagni Alleati" della Rosa nel Pugno. Quando si dice Mafia....
              Scommettiamo che dopo i primi sussulti e grida sussiegose e roboanti di prammatica, tra poche ore, mica giorni, i Magnifici 11 dell'Unione non li sentiremo neanche sussurrare sulla "Questione Morale" dell'ultimo vergognoso finanziamento ai partiti voluto dall'odiato Governo Berluscaccio? Tutti zitti e mosca e vissero felici e contenti
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Letto sul Sole24Ore l'articolo del Presidente del Censis Giuseppe De Rita "Perchè la gente è così lontana dalle istituzioni"?
Dovrebbero leggerlo tutti i cittadini. Perciò, ugurandomi che lo leggano in tanti lo allego qua, in calce alle lettere dei lettori.
    Giuliana D'Olcese
http://www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm vi saluta e cede la tastiera a due lucidi lettori, uno lettore del Corsera, che potete leggere qua in calce ad uno stralcio significativo di un articolo di Emanuele Macaluso pubblicato su il Riformista in cui Macaluso osserva: "Parto dal convincimento che i risultati elettorali (ricordiamoci che si vota con la proporzionale) rimetteranno in discussione tutti i progetti che riguardano i partiti che sono in entrambi gli schieramenti.
Dopo il voto nulla sarà come oggi. A mio avviso si aprirà, comunque vadano le elezioni, una nuova fase per tutti i partiti.
Penso che in questo quadro magmatico l'affermazione della "Rosa nel Pugno" può costituire un fatto molto positivo.
Anche perché i temi che ha messo al centro della sua campagna elettorale saranno inevitabilmente al centro del rimescolamento politico a cui ho accennato. Soprattutto a sinistra, anzi nel centrosinistra".
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*Le Mani sulla Rosa*
Cara D'Olcese, sono un'italiana tipo, colpita in pieno dalla crisi, con figli, in parte precari e in parte disoccupati, da supportare.
Ceto medio, prima benestante, con adesso problemi, se non di sopravvivenza, ma di qualità della vita. Detto questo, vorrei dirti che, se sono d'accordo con te che chi va al governo abbia degli interessi di parte e personali cui da' priorità sia perchè fa parte della natura umana, sia perchè non vuole scontentare dei tipi di elettori, quali la chiesa, gli industriali, i sindacati e promette quindi a tutti, prendendo delle posizioni ambigue, ho però motivi fondati, dovuti a ciò che sento dire dalla gente, per pensare che si continua in seno alla sinistra a farsi la guerra in pubblico la gente non voterà l'Unione perchè non si fida di una coalizione dove tutti sono contro tutti (cosa che la destra sta strombazzando da tutte le parti) e si ributterà su quella parte già sperimentata che porterà a termine l'opera di annientamento totale dell'Italia, fino a farci sparire dal numero di paesi, se non industrializzati, almeno possibili di sopravvivenza.
Bisogna, una volta scelta la linea di condotta, giungere fino al voto per lasciare a noi italiani una possibilità, anche se minima, di ripresa. Sia chiaro che dopo il voto, possibilmente positivo, bisogna continuare su questa linea per non perdere l'acquisito, come successe l'altra volta quando regalammo il "potere" a questi che ancora stanno qui, per cui ribatto che le discussioni, quando si entra in una coalizione, debbano farsi in famiglia, per apparire al di fuori più uniti possibili. Questo è quello che ha fatto la destra, più o meno bene, fino adesso, mentre ora, temendo giustamente una "detronizzazione, fa uscire allo scoperto le lotte di potere e le "prese di distanza". Ho troppa paura di ritrovarmi per altri cinque anni questi "dilettanti" della politica, per di più anche odiosi, arroganti e con aspirazioni dittatoriali e anche ignoranti, per non chiedervi di seguire queste linee per non fare il gioco di chi vuole continuare a rovinarci. Siamo nelle vostre mani. Ciao e grazie Claudia Spagnuolo
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Otto x Mille: Tremonti ha ragione, la differenza è radicale: si tratta di truffa con destrezza.
Il Ministro dell'Economia informa del "suo" 5xmille, e definisce conquista di civiltà il fatto che 20 milioni di contribuenti non sappiano dove finisce il loro 8xmille. Durante Porta a Porta, il Ministro dell'economia Giulio Tremonti, discutendo con l'onorevole Boselli sul sistema dell'8xmille, ha parlato di "due visioni del mondo radicalmente diverse" tra lui e la Rosa nel Pugno.
Ha ragione, la differenza è radicale. Noi non definiamo "una conquista di civiltà" il fatto che il 60% dei contribuenti si veda scippato del suo 8xmille nonostante non abbia espresso alcuna volontà di destinarlo alle confessioni religiose. Si tratta di truffa con destrezza, che si realizza da 15 anni tenendo gli italiani all'oscuro del reale meccanismo di funzionamento dell'8xmille.
E di un regalo clericale alla Conferenza episcopale italiana, che così incassa una plusvalenza di oltre mezzo miliardo di euro l'anno.
Dal 2003 www.anticlericale.net informa i cittadini dell'inganno, e chiede al Governo di fare altrettanto. In questi tre anni, l'Esecutivo ha realizzato 72 campagne di comunicazione, praticamente su tutto: non una parola per informare i 20 milioni di tassati che ignorano dove vada il loro 8xmille. Il Ministro dell'economia è però solerte a far conoscere la sua ultima creatura, il 5xmille: lo scorso febbraio è iniziata una campagna di comunicazione ad hoc per propagandare l'ennesima prova di fiscalità creativa.
È proprio vero, siamo diversi. Maurizio Turco, membro di direzione della Rosa nel Pugno.
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Governo di Salute Pubblica per governare l'emergenza
Fra pochissimo il Paese eleggerà deputati e senatori che dovrebbero proteggerlo dai rischi mortali cui è esposto. Ma saranno gli eletti all'altezza del compito che li attende? Il Paese non può attendere e deve assicurarsi la stabilità del presente e la conquista del futuro. Per questo è necessario che la "classe dirigente italiana" si impegni a fondo in modo unitario, superando le vecchie divisioni, e persegua esclusivamente il bene comune. Gli schemi della politica corrente, basati sulle anacronistiche divisioni fra destra, sinistra e centro sono obsoleti e vanno spazzati via come relitti di ingloriose epoche passate. Sotto la spinta dell'emergenza, si dovrebbero sin d'ora formare coalizioni o alleanze fra tutte le forze politiche sane e democratiche del Paese, senza rivalità e senza tentazioni egemoniche, al fine di proporre agli elettori un programma elettorale finalizzato alla soluzione concreta dei problemi che assillano il Paese, fra i quali in via prioritaria quelli relativi all'economia e ai rapporti internazionali, perché da questi dipendono lo sviluppo e la stessa sopravvivenza del Paese. In un Paese normale vige la legge democratica dell'alternanza.
Ma è oggi l'Italia un Paese normale? No certo, per una molteplicità di ragioni, fra le quali lo stato di emergenza in cui versa.
E l'emergenza non si gestisce con interventi normali, bensì con misure eccezionali, quali un governo di salute pubblica.
Se, come temo, le prossime elezioni non porteranno ad un governo stabile e credibile, sarà inevitabile ricorrere ad un governo di salute pubblica, che non dovrebbe richiamarsi all'infausto compromesso storico o al governo tecnico, ma essere espressione di tutte le forze vitali del Paese, comprese quelle politiche. Gentile Signora D'Olcese, sono molto lieto che Lei approvi la proposta di governo di salute pubblica, già da Lei auspicata due anni fa. Sto cercando di diffondere questa idea negli ambienti della politica e del giornalismo, suscitando fin d'ora un interesse superiore a quanto mi sarei aspettato. Le sarei grato se volesse, con la Sua ammirevole capacità di divulgazione politico-culturale, far conoscere questa proposta all'ampia cerchia dei Suoi interlocutori.
E' una provocazione, ma quando falliranno le altre soluzioni, questa potrà risultare vincente. Salvatore Custodero
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Come ha ragione caro Custodero!!!!!!!
E' quello che penso da due anni nonostante che le reprimenda dei Soloni della informazjia abbiano liquidato la proposta in quattro e quattr'otto. Non hanno assolutamente più nessun senso ne' tempo storico le divisioni ideologiche e moraliste. Nella politica e nei governi l'unica regola, attuale, da applicare è un sano pragmatismo ed il rispetto per l'intelligenza e il tenore di vita degli elettori. Propongo Slogan rosso "Più giustizia per tutti" contro Slogan azzurro "Meno tasse per tutti". GD'O
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Caro Romano, un altro conflitto di interessi?
Mario Draghi, governatore fresco di nomina della Banca d'Italia, è considerato un enfant (per i canoni italiani) prodige della finanza e gode di prestigio e stima nella finanza internazionale e in buona parte del giornalismo economico che conta.
La sua nomina è avvenuta in seguito ad una ragionata e scrupolosa selezione tenendo conto dei suoi meriti e delle sue potenzialità.
A conferma di ciò basti leggere l'Economist che lo chiama addirittura Super Mario. Sta di fatto, però, che Draghi è stato fino a poco tempo fa un uomo d'affari in conflitto d'interessi con il ruolo super partes che pertiene al capo di una istituzione come la Banca Centrale e che ora si appresta a ricoprire. A mio avviso non può non destare qualche perplessità il fatto che egli sia stato vice presidente di una banca d'affari americana, la Goldman Sachs, che ha supportato il Banco di Bilbao nel tentativo di acquisizione della Banca Nazionale del lavoro in contesa con la ormai "famigerata" (non per colpa delle migliaia di lavoratori ma della sua dirigenza) Unipol. A Lei, che per anni è stato un alto funzionario dello Stato e ha percorso le tappe di una carriera all'interno dell'amministrazione, porrei una domanda: Come mai non si trovano candidati di provenienza interna all'amministrazione alla quale s'impone un vertice? Non ci lamentiamo se al pubblico funzionario si attaglia la figura svogliata e improduttiva della persona che ha perennemente la gazzetta dello sport nella tasca e non si pone altri problemi sul luogo di lavoro che informarsi sul pranzo o sulla cena. Semplicemente, all'ordinario funzionario non è data la possibilità di progredire nella carriera e gli vengono preferiti, troppo spesso, brillanti menti (da provare) e performanti managers che per contrasto ne opacizzano ancor di più la figura, ancor di più del cappottone grigio. Questa è a mio avviso una della cause dell'inefficienza della pubblica amministrazione.
Quanto alla straordinarieta delle doti necessarie a coprire certi ruoli riporto un brano di Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver.
A Lilliput la pensavano così: "in choosing persons for all employments, they have more regard to good morals than to great abilities; for since government is necessary to mankind, they believe that the common size of human understanding is fitted to some station or other, and that Providence never intended to make the management of pubblic affairs a mystery, to be comprehended only by few persons of sublime genius..; but they suppose truth, justice, temperance, and the like, to be in every man's power".
     Paolo M
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Perchè la gente è così lontana dalle istituzioni
di Giuseppe De Rita - il Sole24Ore - 5 gennaio 2006
Per molti anni parlare e scrivere di istituzioni è stato un esercizio nobile, visto che esse erano considerate (da tutti e non solo dalle classi dirigenti) i luoghi in cui si garantivano i diritti e gli interessi collettivi, in cui si elaboravano politiche orientate al bene comune, in cui la classe dirigente - politica e no - si esercitava a orientare e sostenere lo sviluppo complessivo del Paese.
In cui, con parole un po' retoriche, i padri risorgimentali avevano attuato la nascita e il consolidamento della Nazione, contro ogni resistenza e inimicizia (dei cafoni meridionali, degli austriaci, del mondo cattolico). Per questo chiunque si occupasse di istituzioni era circondato da un'ansa di prestigio anche sociale. La situazione è di molto cambiata. Certo non sono diminuiti i testi sui temi istituzionali, anche tecnicamente pregevoli, se si vuole; ma l'argomento in genere non induce interesse, opinione, dialettica di tipo collettivo. La stessa riforma costituzionale approvata di recente non ha assunto nessuna ansa di nobiltà anche nelle tante critiche di principio ad essa rivolte. Manca il senso dell'interesse collettivo. Figurarsi quanta commozione abbiano indotto i testi e le decisioni su ministeri, authorities, agenzia di scopo, autonomie funzionali e quant'altro. Son cose che non interessano. È colpa del cronico disinteresse italiano per i poteri che li governano, è colpa dei facitori d'opinione attratti da argomenti diversi e più di moda, o è anche specialmente colpa delle istituzioni che non ci sono più e quindi non possono neppure essere oggetto di attenzione e di impegno? Personalmente sono propenso all'ultima ipotesi. Chi vive da decenni frequentando "il Palazzo" non può non essere colpito dal fatto che quella metafora non vale più (se mai ha avuto un valore non puramente letterario) perché non c'è più un apparato pubblico che possa esercitare adeguato potere, direi minimale potere. È impressionante vagare per ministeri surrealmente vuoti (nei corridoi come nelle stanze, se non quelli sedi di minuti commerci di chiacchiere e talvolta prodotti); è impressionante vedere enti pubblici senza mission reale ma pieni di personale attento solo alla sua permanenza sul posto; è impressionante vedere autorità pubbliche anche formalmente prestigiose infarcite di clientes, nei livelli alti come a quelli bassi; è impressionante vedere una dirigenza pubblica disintegrata dalla discrezionalità assoluta con cui i ministri - con o senza lo spoil system - li tiene al guinzaglio con contratti da Cococo o con stipendi mai visti nell'amministrazione italiana; è impressionante vedere il menefreghismo cinico con cui si lavora nel pubblico, "un impiego come un altro", anche nelle funzioni più tradizionalmente di mission (nella formazione come nella ricerca). Se tutto ciò è visto solo da pochi la ragione sta nelle misure di sicurezza che blindano i palazzi e non fanno rilevare il vuoto spesso anche fisico che li caratterizza. Nelle istituzioni non circolano più gli stake-holders, solo gli inquilini degli uffici. Si può pensare di adagiarsi in questa condizione di pratica inesistenza, tanto è opinione comune degli italiani che si può vivere (anzi si vive meglio) senza istituzioni; a patto che non costino troppo: meno Stato e più società, meno Stato e più mercato sono indicazioni che nobilitano il vivere senza istituzioni. Non è così. Una società moderna è fatta certamente da una pluralità di soggetti, di interessi, di poteri; è strutturalmente policentrica e quindi tendenzialmente rifiuta il ruolo di un potere unico, onnicomprensivo, organico, gerarchico come è stato sempre lo Stato italiano. Ma questo non vuol dire che non abbia bisogno di istituzioni, cioè di strutture capaci di collegare le dinamiche fra i diversi soggetti della società e di far interagire società e politica. Le vuole non accentuate, non gerarchiche, non omogenee ed omogeneizzanti; le vuole distribuite, leggere, relazionali; ma le vuole. Perciò, anche se non è più un esercizio nobile e di moda, è opportuno che qualcuno ritorni a ragionare di istituzioni: con la volontaristica voglia di un loro "riarmo" (un riarmo istituzionale potrebbe essere un buon paragrafo di un programma elettorale) o con la più modesta voglia di un "esodo al di là di quel che resta di esse".
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Emma Bonino incanta e infiamma la platea del congresso SDI - Il manifesto Bonino: "Spina nel fianco dell'Unione".
di Goffredo De Marchis - la Repubblica - febbraio 2006
L'Italia descritta come un "paese di baciapile", gli "strani cattolici Fazio, Fiorani e Ricucci" che devono aver frainteso il concetto di "carità cristiana", i loro difensori Re, Ruini e Sodano, preti "d'assalto". E Marcello Pera, sempre più "portavoce di Ratzinger".
Sono i bersagli di Emma Bonino. La leader radicale incanta e infiamma la platea del congresso SDI. Dai delegati applausi a scena aperta. E' un'incoronazione sul campo. Preparata, del resto, dai dirigenti socialisti che la accolgono come una diva dedicandole un video con la sua lunga storia e una colonna sonora particolare, "Siamo solo noi" di Vasco Rossi. La Bonino vorrebbe Vasco candidato della Rosa nel Pugno, insieme con Umberto Veronesi, simboli di un'Italia "tollerante, liberale". Simboli diversi della stessa bandiera: la laicità. Elegante con la sua giacca di velluto rossa, la Bonino dice chiaro e tondo ciò che i leader dell'Unione hanno capito da un pezzo: "Saremo la spina del centro-sinistra: la nostra autonomia contro il progetto catto-comunista".
Anche Berlusconi è nel mirino, premier "fuori dalla decenza istituzionale". Far raccogliere in tutta fretta le firme alla Rosa per presentarsi al voto è come "costringere una squadra a realizzare la campagna acquisti con un mese delle altre".
La nuova formazione radical-socialista sta tutta dentro il centro-sinistra, ma con la sua voce. Quella che chiede "la restituzione dei 4 mila miliardi dell'8xmille e dei finanziamenti alla scuola cattolica per investirli in ricerca e cooperazione". Quella che vuole un paese "dove ci sia la piena libertà religiosa". Quella che critica le quote rosa: "Basta scorciatoie protette, le donne in politica esistono per merito non per i numeri. La politica è un grande amore, se quest'amore non lo avete, fate altro". All'ex commissaria UE piace Ségolène Royal, in corsa per l'Eliseo, "una donna coraggiosa che parla della sinistra liberale". E solo un accenno ma rimanda alla proposta di Pannella avanzata sabato: primarie per la scelta del candidato al Quirinale e la Bonino in pista.
Francesco Rutelli risponde quasi con fastidio: "Il Colle è una cosa seria. E' scritto nella Costituzione come si vota per il presidente della Repubblica". Enrico Boselli non si sbilancia: "Le primarie? Perché no". L'Udeur taglia corto: "Pennellata".
Ma il tema Quirinale scotta dentro il centro - sinistra.
E il segretario dello SDI esamina anche l'ipotesi D'Alema. Non sembra il suo candidato ideale: "Vedremo. C'è tempo. C'è libertà di coscienza. Nel nostro gruppo sarà massiccia", dice sibillino. Pannella replica al leader della Margherita: "Penso alle primarie anche per le presidenze delle Camere. Sono una cosa molto seria, anche se i leader della destra e della sinistra certe cose preferiscono non farle alla luce del sole". Boselli chiude il congresso dello SDI suggellando l'intesa con i radicali. Viene confermato segretario. Rilancia la battaglia in difesa della scuola pubblica e il no dei socialisti "a qualsiasi finanziamento della scuola privata".
Chiede un laico tutto d'un pezzo (forse lo stesso Veronesi) al ministero della Pubblica istruzione. Punta al voto degli insegnanti.
E condanna ancora una volta la candidatura di D'Ambrosio. Attaccando Fassino: "Venerdì non è venuto a Fiuggi, ma non per questo ci sentiamo più soli".
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Lettera Aperta di Emma Bonino, "ai senatori, ai deputati e ai delegati regionali chiamati ad eleggere il Presidente della Repubblica" Il Foglio maggio 1999.
Cari Colleghi, (uso questo termine perché sono stata per tre volte una di voi, partecipando all'elezione del Presidente Pertini nel1978, del Presidente Cossiga nel 1985, e del PresidenteScalfaro nel 1992) sarò, se mi eleggerete, Presidente della Repubblica quale la Costituzione scritta impone e consente di essere. Durante il mio settennato non mi rivolgerò mai direttamente al Paese, mai mi esprimerò pubblicamente - quali che siano le prassi pregresse - su temi che possano anche indirettamente concernere la vita politica, e vigilerò a non dare alle relative "consuetudini" automatiche valenze giuridiche. Mi indirizzerò esclusivamente al Parlamento per inverare la dialettica inter-istituzionale - così come in cinquant'anni non è accaduto - attraverso lo strumento ordinario dei messaggi presidenziali, dei quali il popolo avrà regolare contezza solo perché costitutivi, anch'essi, degli atti parlamentari.
Sarò la Presidente di una Repubblica parlamentare, senza remore e con determinazione, finché la Costituzione non verrà mutata. E, se lo sarà stata, servirò con determinazione la nuova, come l'antica, fino al termine - confermato o mutato che sia - del mio mandato. Non mi permetterò mai, per alcuna ragione, di interferire con le responsabilità e le prerogative anche dei partiti, cui la Costituzione assegna il compito di concorrere liberamente - e liberi quindi da pesanti ipoteche e intrusioni - a determinare la politica nazionale, precludendo così in maniera assoluta al Presidente della Repubblica di ergersi a soggetto politico costituzionale, al pari di quelli riconosciuti in quanto tali: Parlamento, Governo, Regioni, popolo legislatore attraverso i referendum, e, appunto, partiti.
Vigilerò perché non accada più che il voto del popolo sovrano, in caso di approvazione di referendum abrogativi ai sensi dell'art. 75 della Costituzione, venga ignorato o, peggio, annullato; ciò, ovviamente, per quanto starà nelle competenze e nelle prerogative presidenziali, che ritengo perfettamente adeguate a questo fine. In uno Stato di diritto sono perfettamente fisiologici anche i conflitti di poteri, a condizione che come tali siano e vengano riconosciuti e giudicati. Si deve dirimerli, non sopraffare niente e nessuno.
Come Presidente della Repubblica, non sarò minimamente disposta ad avere una qualsiasi preferenza - dirò di più: una qualsiasi attenzione - per "il senso della storia", se ce n'è uno (come torno a leggere qua e là), né per le propensioni o le volontà, di riforma o di conservazione che siano, della maggioranza, forte o debole, vera o supposta, delle forze politiche, anche istituzionali.
Il compito che eserciterò sarà quello del massimo servizio per il massimo funzionamento e per la massima efficacia delle attuali prescrizioni costituzionali. Ma lo eserciterò vietandomi (come la Costituzione impone) di sostituirmi ai poteri di indirizzo che sono propri del Parlamento, e, per la loro attuazione, del Governo, com'è troppo spesso accaduto. Ubbidirò, insomma, ai dettami della legge fondamentale che è compito esclusivamente, liberamente,sovranamente di altri modificare, e modificare nella direzione in cui vorranno e potranno modificarla. Come Presidente della Repubblica, avrò tutt'al più il compito di vigilare affinché non avvengano o non si confermino surrettizie modifiche da legittimare successivamente come"costituzione materiale", o, piuttosto, come costituzione elegge "di fatto".
In un certo senso, potrei quindi dire che il mio compito dovrà essere quello di garantire al massimo la possibilità della conservazione dell'attuale Costituzione. Non di indebolirla, disapplicarla, bombardarla o sabotarla, di disperare in essa, di fare "sintesi" fra passato e avvenire, di pasticciare, di esercitare "supplenze", nel nome di non meglio precisate (e che comunque non spetta al Presidente né precisare, né immaginare, né tantomeno prospettare)evoluzioni, involuzioni o riforme. Dai partiti, da tutti i partiti maggiori, da tutti gli ambienti,mi pare invece che siano giunti obiettivi, criteri, auspici e argomenti per eleggere un Presidente della Repubblica che abbia come compito, come impegno, come ragione della propria elezione, il suo essere politicamente di parte -riformista o restauratrice, maggioritaria o proporzionale che sia -, il suo essere "politico" in proprio o per conto d'altri. Un Presidente così già l'abbiamo: tanto varrebbe - allora - il confermarlo, piuttosto che trasferire al Quirinale una sua qualche pallida fotocopia.
Per cultura, o piuttosto per ideologia, chiunque eserciti in Italia un potere, piccolo o troppo spesso grande, è tentato di farlo come se il passaggio dalle concezioni proprie delle monarchie assolute a quelle delle monarchie costituzionali e degli Stati di diritto, non fosse mai avvenuto. Per me e con me, Presidente da voi eletta, "tutto", certo,non muterebbe. Ma nei limiti dei miei poteri-doveri, con umiltà ma anche con decisione, una mutazione (e mi sembra di poter dire: una mutazione non del tutto irrilevante) avverrebbe di certo. Per le attività e le presenze internazionali e comunitarie, e le funzioni rappresentative dell'Italia che possono essere confidate anche al/alla Presidente della Repubblica, agirò in assoluto rispetto di quanto la Costituzione chiaramente indica (anche se troppi occhi sono stati accecati da questa evidenza): la responsabilità della politica essendo tolta al Capo dello Stato, solo d'intesa con il Governo ne potrò individuare occasioni, forme e contenuti. La Costituzione affida al Presidente anche l'incarico e il compito di presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura e il Consiglio Supremo di Difesa. Non li eluderò, ma ne assumerò l'onore e l'onere, con piena consapevolezza di quanto questi cinquant'anni abbiano in proposito determinato situazioni di grande delicatezza e fragilità, grandi distanze insorte dal primitivo disegno, distanze che occorrerà superare e governare con il massimo di prudenza, certo, ma anche con il massimo di rigore e di chiarezza.
In particolare, il Consiglio Supremo di Difesa sarà (ri)animato e adeguato al suo funzionamento e alle sue responsabilità. In entrambi i casi, la Presidente della Repubblica opererà quale Presidente dei suddetti organismi non in base a pregiudizi o dogmi ideologici o anche di"scuole" o di schieramenti attivi nel paese, ma in modo da conformare la propria azione ai principi generali del nostro diritto scritto e alle esigenze di una gestione che i giuristi definirebbero da "buon padre di famiglia".
Se qualcuno dovesse temere che il mio rispetto assoluto della regola del silenzio, della riserva di meditazione e di saggezza, della estraneità ai momenti ed alle forme della politica, possa relegare la Presidenza della Repubblica lontano dalla vita e dalla coscienza dei suoi cittadini, si sbaglia. La maestà della legge, l'evidenza del suo rispetto, l'umiltà di fronte ad essa, che è anima necessaria dei doveri civili, trarranno forza anche dal ritrovato consenso dei cittadini, e dalla verifica che faremo della efficacia del disegno costituzionale quale fu concepito e troppo parzialmente, troppo brevemente,troppo raramente, compreso, condiviso, rispettato.
Il senso dello Stato può vivere più forte che la ragion di Stato. Sono certa che ne faremo la prova.
Queste sono, Colleghi, le mie intenzioni, le linee programmatiche che seguirei, se mi eleggerete come tanta parte degli italiani auspica e vi chiede. Sono perfettamente consapevole di dire in tal modo un fermo "no" a quasi tutte le richieste e le attese che sono autorevolmente avanzate da ogni parte. Si dà, infatti, come per scontato che il Presidente della Repubblica debba essere al servizio di questo o di quello, di questa o di quella politica, di questo o di quel calcolo, di questo o di quel compromesso. Il/la Presidente della Repubblica italiana, se fosse libero e capace di rispettare la Costituzione, di servirla, di essere tale quale la Legge esige e gli detta, se desse tale esempio, con ciò stesso potrebbe fare molto per l'Italia e gli italiani, ma anche per l'Europa e per affrontare i drammi del presente, in collaborazione e dialettica istituzionale con i poteri dello Stato, in primo luogo il Parlamento ed il Governo. Ne sono convinta, e mene ritengo capace. E' per queste ragioni che nei giorni scorsi ho manifestato lamia disponibilità ad incontrare i gruppi parlamentari, disponibilità che oggi rinnovo. Roma, 10 maggio 1999.
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'Le mie ragioni'. Dicono di me e della mia candidatura'.
di Emma Bonino Il Foglio maggio 1999
Le mie Ragioni

Nel 1976, quando, come radicali, entrammo in quattro alla Camera dei Deputati, chiedemmo di poter occupare nell'aula quattro seggi dell'"Estrema". Rivendicammo quei posti"rivoluzionari" perché, ispirati dalla "Destra storica" e suoi eredi, intendevamo perseguire lo Stato di diritto e la riforma contro la conservazione partitocratica, contro il cosiddetto "arcocostituzionale" e contro una concezione antiliberale del diritto e della legge, foriera di illusioni e controriforme costosissime e perniciose, per il paese e per la società. Dicemmo anche che l'"arcocostituzionale" e i suoi prescelti antagonisti rappresentavano non già l'ordine costituzionale, democratico e liberale, ma il "disordine costituito". La maggioranza assoluta degli italiani auspica la mia elezione. Non posso certo tradire questa fiducia. Intendo al contrario farne tesoro, trasformarla in capitale politico mio e del mio partito. Perché a mio giudizio non possono esserci dubbi sul fatto che - dopo decenni di lotte radicali - l'Italia riconosce in me, prima ancora che le mie capacità, l'espressione più visibile di quelle lotte, della nostra storia collettiva. Il paese sente, comprende, che sarei una Presidente capace di farmi forte della legge, del suo rispetto, quale essa è, e non quale dovrebbe essere. Il paese intuisce o comprende che a nulla varrebbe la stessa grande Riforma che io, che noi,propugniamo, quella più radicale, anglosassone, "americana", se non fosse comunque preventivamente instaurato nel nostro paese il rispetto della legge quale è. Senza raggiungere tale obiettivo, a nulla servirebbero riforme e nuove costituzioni destinate, come quella vigente, ad essere negate o travolte dalla anarcoide proliferazione di leggi "materiali" o di fatto.
Il nostro motto è da decenni: "per il diritto alla vita, la vita del diritto". Abbiamo predicato il rispetto delle regole, del "libro" e delle sue prescrizioni. Abbiamo dato corpo alla tradizione nonviolenta, quella che da Socrate a Gandhi ci ha insegnato a onorare la legge a tal punto che - per rafforzarla, mutarla, renderla migliore - può occorrere violarla apertamente, quando non ci sembri giusta o adeguata; e chiedere alla polis di giudicarci, e di giudicare, così, anche la legge stessa o le sue interpretazioni giurisdizionali.
Ci siamo autodenunciati, siamo stati e siamo tuttora processati. Io stessa, per le mie idee, sono stata arrestata in Italia, in Polonia, negli Stati Uniti, in Afghanistan. Ma, per quelle stesse idee, sono stata sostenuta dal Presidente Pertini, decorata dal Principe ereditario di Spagna, accolta e ascoltata all'ONU dai due suoi ultimi Segretari Generali. Per quelle stesse idee mi viene, oggi, la fiducia di tanta parte del paese. Qualcuno finge di scandalizzarsi perché, candidata al Quirinale, ho dato il mio nome anche a una lista per le elezioni al Parlamento europeo. Ma cosa si pretendeva dai radicali?
Il nostro è il partito del Manifesto di Ventotene e di Ernesto Rossi, sempre così vicino ad Altiero Spinelli; il partito il cui gruppo parlamentare si è sempre chiamato "Gruppo Federalista Europeo"; il partito transnazionale che ha per Segretario un deputato europeo di nazionalità belga, eletto in Italia; il partito che per il suo carattere transpartitico non può presentarsi in quanto tale alle elezioni. Si pretendeva forse che, con i programmi e gli obiettivi che io mi trovo a rappresentare, essendo il nostro l'unico movimento politico federalista europeo del nostro paese, noi non chiedessimo, io non chiedessi il voto agli italiani, non dessi loro questa opportunità? O si pretendeva che mi travestissi da "indipendente" - cioè dipendente - di sinistra, di centro o di destra, anziché indossare il mio abito liberale, radicale? Che disertassi questo appuntamento essenziale per il futuro dell'Europa?
Dicono di me e della mia candidatura.
Se vivessi in un paese democratico e liberale, nelle sue alternative e nelle sue contrapposizioni, critiche e ostilità alla mia candidatura alla presidenza della Repubblica potrebbero costituire un contributo prezioso. Di critiche di tale natura, invece, non c'è traccia. Emma Bonino è stata trattata come uno qualsiasi dei"grandi elettori", un millesimo di numero, un attore secondario della scena politica che, essendo uscito dal seminato, produce un fastidio che va imbrigliato, tenuto a bada, possibilmente eliminato.
E tanto più dal paese è salito il suggerimento di valutare anche me come possibile eletta, tanto più si è risposto ignorandola o liquidandola come espressione più o meno folkloristica di un popolo minorenne, inconsapevole o irresponsabile, potenziale nemico del Palazzo e dei suoi abitanti e regnanti. Di fronte al perdurare del "fastidio" qualcuno ha cercato di risolvere il problema scoprendo Bonino come donna. E poiché il nostro é il paese dei latin lover, sono fioccate serenate, dichiarazioni d'amore,voci del cuore e pensieri alla melassa. Insomma:tutti amano Emma, ma per la Presidenza della Repubblica, meglio Ciampi, più serio, pertinente, competente. E uomo. S'è fatta un'eccezione solamente per Rosa Russo Jervolino, l'unica che abbia meritato d'essere trattata come un uomo. Ciò che si tenta di respingere, in realtà è la sola candidatura autenticamente politica, la sola libera da giochi di Palazzo, la sola popolare, la sola voluta da una maggioranza di italiani, quegli stessi del divorzio, dell'aborto, ma anche del finanziamento pubblico dei partiti, della responsabilità civile dei magistrati, e via dicendo. Anziché discutere il mio programma di candidata si è scritto e detto: E' una candidata anti-partito. Dimenticando che tutta la mia vita politica - da un quarto di secolo -è stata vita di partito, dello stesso partito, del solo - per di più - che non abbia dovuto mutare nome, obiettivi, metodi e collocazione da almeno trent'anni. Certo, il partito in questione é partito"altro", diverso, e persegue una società e uno Stato diversi dagli altri soggetti politici italiani - quelli scomparsi o quelli appena apparsi; è un partito che ha ottenuto successi storici nel e per il nostro paese, l'unico partito al mondo riconosciuto dall'ONU con uno statuto di "organizzazione nongovernativa di prima categoria".
E' una candidata anti-politica, "qualunquista", come si sarebbe detto una volta. Dimenticando che proprio alla politica ho dedicato la mia vita, con i miei compagni; la vita, letteralmente, dando corpo,parola, voce, volto ai miei ideali, con tutta l'integrità laica e tollerante della nonviolenza, con digiuni, arresti, processi, marce, con una semiologia alternativa, oltre che con una presenza parlamentare, legislativa, culturale e referendaria. Dimenticando che da sempre provo a dare forza e priorità politica a intere società prive di voce e di rappresentanza, come quelle sterminande per fame e/o per guerra, o vittime di dittature feroci e disperate; scegliendo la difesa della vita del Dalai Lama e del popolo tibetano, così come di tutti ipopoli oppressi, in Cina, Serbia, Cuba, Medio-Oriente, Africa. Se tutto ciò non è politica, che cos'è?
Non é una candidata "super partes". Forse perché sono candidata e insieme guida una lista che concorre alle elezioni europee, o magari perché sono "per la guerra", mentre altri, ministri del governo che alla "guerra" partecipa, sarebbero invece "per la pace". Ma chi è da considerare"super partes" tra i "non-candidati" del "toto-Quirinale"? Gli esponenti di tutti gli altri partiti? O gli "indipendenti" di sinistra o di centro-sinistra, da sempre, in Italia, simboli viventi di totale dipendenza dalla politica, usi a trarne vantaggio senza oneri di militanza civile? O i "servitori dello Stato", cioè, in Italia, dell'establishment di turno? O i membri di una compagine governativa retta da una coalizione di centro-sinistra? O i Presidenti delle due Camere, espressione di una precisa maggioranza parlamentare? O forse "super partes" èchi finge meglio di essere del tutto indifferente alla politica o all'elezione del nuovo Presidente della Repubblica? Appartengo, con qualche fierezza, ad una tradizione per la quale essere, come individui,"super partes" - parti che possono essere onore e anima della democrazia (quando c'è, e ancor più quando non c'è)- è un modo per essere al di sotto, non al di sopra della vita civile. I capi di Stato dei paesi di tradizione anglosassone sono più che altrove "di parte", per origine o anche per destinazione, ma danno vita al potere dalla legge ed alla profonda unità del loro paese. Infine, per molti gentiluomini, in particolare "verdi",e per non poche gentildonne, non sarei presentabile o sostenibile perché apparterrei al"polo opposto". E' lecito chiedersi a quale "polo"appartenga mai Emma Bonino, nominata sì commissaria europea dal Governo Berlusconi nel1994, assieme a Mario Monti, ma anche invitata dall'attuale Presidente del Consiglio, appena sei o sette mesi fa, a far parte del suo Governo.
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Corsa al Colle, la strana regola dei candidati senza programma. I perché di una prassi che funziona fin dall'elezione di Einaudi - di Michele Ainis - Questa analisi è stata pubblicata su La Stampa del 4 maggio 1999
La prima regola del perfetto candidato è quella di negare l'esistenza stessa della sua candidatura. Lo fece anche un uomo per solito assai schietto come Sandra Pertini, quando Craxi lo indicò per la prima volta a nome del partito (naturalmente allo scopo di bruciarlo); era il 2 luglio del 1978, e il giorno successivo arrivò, puntuale, la smentita. Perché nella battaglia per eleggere il nuovo Presidente ogni colpo è lecito, purché inflitto dietro le quinte, dove nessuno può vedere. Tanto che a suo tempo perfino Moro ammise d'essere turbato per le "oscure modalità" della vicenda, in una lettera indirizzata a Pietro Nenni, nel maggio del 1962 (era appena stato eletto Segni). E laggiù, nel retrobottega del Palazzo, capita che anche il Papa faccia sentire la sua voce: come fece ad esempio Paolo VI alla vigilia di Natale del 1964, spronando la Dc a rompere gli indugi durante il rosario di 21 interminabili scrutini che precedette l'elezione di Saragat. E la Dc lo ripagò a tambur battente depositando nell'urna sette beffarde preferenze per l'onorevole Ludovico Montini, fratello del Pontefice. O altrimenti può succedere che il capo della P2 offra per iscritto il proprio appoggio (nel 1971) al candidato che poi vincerà la partita; anche se la lettera di Gelli fu ricevuta da Leone quando ormai gli mancava un solo voto per tagliare il nastro del traguardo. C'è una precisa ragione tuttavia se la bagarre per salire sul colle più alto si consuma ai piani bassi, nei sotterranei di Montecitorio. Il motivo sta nel fatto che l'elezione avviene senza candidature ufficiali, e perciò senza programmi sui quali i candidati possano richiedere il consenso dei votanti. Una regola stabilita dalla Costituzione?
Niente affatto. Piuttosto, una semplice prassi: la cui origine risale alla mattina dell' Il maggio 1948, quando fu eletto Einaudi.
E quando Togliatti e alcuni altri deputati chiesero una breve sospensione delle procedure di voto, per ragionare sul da farsi; beccandosi però il niet della democrazia cristiana, che per bocca di Dossetti sostenne la stravagante tesi secondo cui il Parlamento in seduta comune fungerebbe unicamente da seggio elettorale, dove si vota ma non si può discutere.
All'epoca, una vera e propria rottura istituzionale: che infatti la destra accolse abbandonando l'aula, e la sinistra votando scheda bianca. Non solo perché altrove succede viceversa che i gruppi parlamentari designino formalmente il proprio candidato, come è accaduto in Germania fin dagli Anni 50. Ma soprattutto perché il Parlamento, come dice la parola stessa, è invece per definizione un luogo dove tutti possono parlare. E anzi devono farlo, per consentire a chi li ha eletti di giudicarne l'operato. In questo caso in vece gli italiani non hanno un posto a tavola (dato che non votano direttamente il loro Presidente), ma non gli è data neppure la possibilità di leggere il menù che verrà servito ai commensali. Poi, si sa, c'è sempre modo di legittimare l'esistente. Non è forse questo il mestiere dei giuristi? E infatti l'assenza di candidature ufficiali e di programmi è stata via via giustificata sulla scorta d'un duplice (e alquanto ipocrita) argomento. In primo luogo per non indebolire il futuro Presidente, esponendolo al fuoco delle critiche; come se la critica non fosse il sale delle democrazie, e come se del resto, le oscure modalità dell'elezione abbiano poi risparmiato attacchi furibondi ai presidenti in carica, a Scalfaro non meno che a Cossiga. E in secondo luogo perché - si dice - il Capo dello Stato non ha mai un programma da sottoporre ai suoi elettori, dato che per lui il programma coincide con la Costituzione. Ma la Costituzione si può leggere in molti e diversi modi: tanto per dire, vi si può ricavare l'obbligo di sciogliere le Camere dopo un "ribaltone" nella maggioranza di governo, oppure no. Inoltre non è affatto vero che i neo-presidenti siano privi d'una qualche concezione dei propri poteri: basta metterne a confronto i discorsi d'insediamento, da quello secco e quasi ingegneresco di Einaudi ai 30 minuti che si prese Granchi, il democristiano ché fece tremare la Dc.
Insomma i loro programmi esistono, ma li scopriamo soltanto a cose fatte; come se alle politiche votassimo qualcuno senza sapere se è di destra, di centro o di sinistra. E in più col rischio di fare confusione sul nome dell'eletto; mancando candidati ufficiali, ed essendo eleggibile ogni cittadino italiano che abbia già compiuto cinquant'anni, per paradosso, chi potrebbe impedire all'omonImo di presentarsi davanti ai corazzieri per ottenere, chiavi in mano, il Quirinale? Sicché c'è un doppio invito da rivolgere ai partiti e ai loro candidati. Per i primi, l'invito di giocarla a carte scoperte la partita, se non altro nell'interesse di noi spettatori. Quanto ai secondi, basterà ripetere l'esortazione che il Giornale d'Italia destinò a suo tempo al nostro primo Presidente, Enrico De Nicola, per vincere la sua proverbiale ritrosia a farsi candidare: "Onorevole, decida di decidere se accetta di accettare".
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La Rosa nel Pugno e le sue Spine
Bonino e Boselli La Rosa lancia la sfida - Si chiude il congresso Sdi. La radicale candida Vasco Rossi.
"Grazie, resto rockstar". di Simone Collini L'Unità - 6 febbraio 2006
Standing ovation per Enrico Boselli, standing ovation per Emma Bonino. Boselli che guarda al voto di primavera come al" battesimo elettorale" di una nuova forza politica e Bonino che dice alla platea socialista riunita a congresso a Fiuggi: "Siamo insieme adesso, lo saremo il 9 aprile e lo saremo anche dopo". Boselli che viene riconfermato all'unanimità alla guida dello Sdi e subito dopo annuncia: "Non voglio interrompere la festa, ma penso che questa sia l'ultima volta che parlo dopo l'elezione a segretario".
E Bonino che invita pubblicamente a candidarsi alle politiche Umberto Veronesi (che nicchia) e Vasco Rossi (che fa sapere che intende rimanere una rockstar e però invita a votare la Rosa nel pugno). Storie e stili diversi, ma i due, giacca rossa lei, cravatta rossa lui, danno l'impressione di una squadra già ben collaudata. Insieme, socialisti e Radicali, correranno sotto il simbolo della Rosa nel pugno. Il via libera è stato dato all'unanimità dal congresso dello Sdi che si è chiuso ieri al Palaterme di Fiuggi. L'impegno è che il simbolo non venga archiviato dopo il voto ma continui a vivere per portare avanti battaglie ben precise: in primis, difesa della laicità dello Stato e dell'istruzione pubblica. Boselli lo dice a chiare lettere rivolgendosi direttamente a Prodi: "Noi non voteremo mai finanziamenti alle scuole private", avverte il leader dello Sdi, aggiungendo anche, probabilmente consapevole del fatto che uno dei nomi che circolano per quel posto è quello di Rosy Bindi: "Non vorremmo che al ministero dell'Istruzione si mettesse un amico o un amica del cardinale Ruini". E Bonino definisce "anacronistico" il Concordato, assicurando che "non c'è la volontà di imbavagliare la Chiesa", ma quella di "eliminare privilegi" sì, compreso quello dell'8xmille: "Quei soldi tornino allo Stato per la ricerca, la scuola, la cooperazione internazionale". Istanze che la Rosa nel pugno è intenzionata a far valere quale che sia l'esito elettorale.
"Se i cittadini ci daranno forza è anche con noi che dovrà fare i conti il prossimo governo", dice la Bonino. Perchè se la leader Radicale attacca duramente il centrodestra, anche per il centrosinistra le critiche non mancano. L'accusa alla Cdl è di non garantire le libertà riconosciute in Spagna (Pacs), Stati Uniti (ricerca scientifica), Francia (pillola abortiva) o Olanda (eutanasia).
A Pera rimprovera di essersi fatto "portavoce di Ratzinger", visto quanto affermato dal presidente del Senato circa le vignette satiriche su Maometto, e a Berlusconi dice che "un po' di decenza istituzionale farebbe bene anche a lei, oltre che al Paese":
"Ci manca solo che sostituisca Bernacca al servizio meteorologico. In nessun altro posto al mondo si è visto mai un presidente del Consiglio che canta da Fiorello e balla a Isoradio". Al centrosinistra, però, sia Bonino che Boselli ribadiscono che non li convince un cattocomunismo che vuole diventare egemone nel paese". "Se così è noi saremo la vostra spina, le vostre tante spine nel fianco", promette la prima. "Non va bene un compromesso storico bonsai", manda a dire alle principali forze del centrosinistra il secondo, che pure distingue: "Nella Margherita come partito a prevalenza cattolica, vi è una ricorrente tentazione a mettersi in sintonia con le gerarchie ecclesiastiche. Nei Ds, invece, vi è stato spesso l'emergere di posizioni simili alle nostre. Per questo, quando vediamo timidezze da parte loro, noi dobbiamo esercitare una funzione di critica e di stimolo". Ora, l'obiettivo è vincere le elezioni e dar corpo alla Rosa nel pugno: "La partita è truccata, e sgambetti non mancheranno anche a sinistra, perchè c'è chi ci vuole marginali. Mettetevi la spilletta col simbolo, portatela in giro, andateci anche a dormire" è l'invito della Bonino ai mille delegati socialisti che applaudono entusiasti. Per altre questioni, come le primarie per il Quirinale lanciate da Marco Pannella ("perchè no?", è la semplice risposta di Boselli) con candidata Emma Bonino, c'è tempo.
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Quirinale, via alla corse Rutelli ferma la Bonino. Il Veto. La Margherita gela la Rosa nel Pugno.
di Alessandro Farruggia
- QN - 6 febbraio 2006
Fa presto Mastella a derubricare in una 'pannellata' l'idea delle primarie per il Colle. Perché il progetto che vi sta dietro di una Bonino presidente, pur affascinante per molti, pare destinato a far poca strada, ma la verità è che di questi tempi il nome della Rosa (nel Pugno) suscita più di un'apprensione nell'Unione e dintorni. Ove in molti temono che il suo laicismo, spina nel fianco della Margherita e dell'Udeur, possa provocare l'incendio che - per restare in metafora con il libro di Eco - porti a distruzione l'abbazia della maggioranza-prossima-ventura. All'idea antipartitocratica di primarie per il Quirinale, lanciata al congresso Sdi di Fiuggi e ancora ieri ribadita da Pannella e Boselli, è giunto ieri il disco rosso di Francesco Rutelli che, chiudendo la festa sulla neve della Margherita, ha detto chiaro e tondo che "il Quirinale è una cosa seria" e che "come si vota per il Presidente della Repubblica è scritto nella Costituzione". Punto. Replica Pannella: "Le nevi d'Abruzzo accecano Rutelli. Capisco che per molti esponenti del regime l'ideale sia che le cose serie si concludano e si trattino all'oscuro. Ma nè la Costuzione nè la logica prescrivono come le candidature debbano essere proposte ed eventualmente votate". Ma nel Grande Gioco per il Colle - che certo non è gradito all'inquilino attuale -la proposta della Rosa nel Pugno si interseca e rischia di essere travolta con ben altre logiche, più strutturate e legate agli azionisti principali dell'Unione. Per dire, ieri il Manifesto tornava a suggerire il nome di D'Alema. E molti altri circolano da tempo. Troppi forse, al punto che il presidente dei Verdi Pecoraro Scanio ha sentito l'obbligo di frenare: "In questo momento l'Unione pensi a vincere, sennò al Quirinale ci va Berlusconi". In questo senso va anche la frenata di Rutelli, che è sul metodo (le primarie) e sul merito (la Bonino). E vuoI ribadire che nel Grande Gioco la Margherita, al pari dei Ds, ha diritto di veto. Certo, a Rocca di Mezzo, Rutelli ha detto anche altro. Ad esempio che la Margherita è pronta a impegnarsi "subito dopo la vittoria elettorale" a iniziare il processo per dar vita al partito Democratico. "In tempi non storici ma politici" ha promesso. Ma con le dovute maniere. Perché se Fassino ha chiesto che la Margherita riconosca la "generosità" dei Ds in questo progetto, il partito di Rutelli chiede che la Quercia apprezzi la sua "lealtà e lungimiranza", nella consapevolezza che è solo grazie alla Margherita che i Ds potranno costruire un grande partito dei riformisti che non sia un'annessione ai Ds. E quindi non la semplice e fallimentare riedizione della "cosa" dalemiana ma un'aggregazione più ampia. Sul percorso, si vedrà. Adesso l'obiettivo è battere il centrodestra e poi trovare la quadratura del cerchio per il Quirinale. Il cui attuale inquilino anche ieri ha incassato i placet di Casini, Fini, Mastella, Rotondi.
E che, senza l'ombra di un'autocandidatura, potrebbe essere ed è la riserva a se stesso.
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Primarie per il Colle? Gelo dall'Unione
Dopo la proposta radicale Casini rilancia un "Ciampi bis"
, riparte il toto-Quirinale.
di r. r. la Stampa
- 6 febbraio 2006
Primarie per il Colle? "Non scherziamo. Il Quirinale è una cosa seria. C'è scritto nella Costituzione come si vota per il presidente della Repubblica". Il leader della Margherita Francesco Rutelli liquida così, con queste poche parole, la proposta di Marco Pannella per scegliere il prossimo presidente della Repubblica. Un posto per il quale il leader radicale ha già pronta quella che ritiene essere la candidata giusta: Emma Bonino. Manca ancora qualche mese alla scadenza del mandato, ma il "toto-presidente" è già partito.
E alla grande. Il presidente della Camera Pierferdinando Casini, ad esempio, rilancia l'ipotesi del Ciampi-bis. "Se fosse per me lui sarebbe il candidato giusto. Certo si dovrebbe vincere la ritrosia di un signore che ormai sente di avere una certa età".
Ospite di Lucia Annunziata a "In mezz'ora" Pierferdinando Casini nega che la rielezione di Ciampi possa essere considerata un'anomalia. "Assolutamente no. E questo non significa che non ci siano altre persone degne di fare il presidente della Repubblica. Semplicemente, se una cosa funziona bene, perché pensare di cambiarla?".
Di qui alle elezioni la domanda su chi sarà il nuovo inquilino del Quirinale sarà sempre più all'ordine del giorno. E' il primo atto importante che attende le nuove Camere a pochi giorni dall'insediamento. L'ipotesi di ricandidare Ciampi la lanciò già qualche settimana fa Gianfranco Fini. "Ambisco a chiudere il mio mandato con dignità", rispose Ciampi lasciando intendere di non avere altra ambizione che quella di fare il nonno a tempo pieno. Forse per questo a differenza di Casini Fini ieri si è limitato ad un pubblico elogio: "E' stato veramente un grande Presidente. Ha ridato valore ad una parola come nazione che in Italia sembrava diventata una parolaccia". La scelta del nuovo presidente dipenderà in realtà molto dagli equilibri parlamentari che usciranno dal voto proporzionale. Le uscite del centro-destra sembrano più che altro una tattica per mettere in difficoltà l'Unione che, in caso di vittoria, ha in realtà più di un nome autorevole da proporre. Per evitare trattative estenuanti Marco Pannella insiste con l'idea delle elezioni primarie. "Che io sappia", ha detto rispondendo al no di Rutelli, "nè la Costituzione, ne la logica prescrivono come le candidature debbano essere propuste confrontate ed eventualmente votate". E del resto "Rutelli ha finora salutato con soddisfazione le elezioni primarie tenute con grande successo di partecipazione popolare dall'Unione e dintorni". L'idea di Pannella non raccoglie consensi nel centro-sinistra. Per l'Udeur non è niente di più di una "pannellata". E comunque "per quanto ci riguarda non vediamo perché ipotizzare una successione ad un Presidente che in questi sette anni ha fatto bene, è stimato e amato da tutti gli italiani", il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio invita a non perdere tempo con queste polemiche: "L'Unione si concentri sulle elezioni e poi pensi all'elezione del Presidente". L'unico favorevole all'idea avanzata dal leader radicale è il segretario dello Sdi Enrico Boselli. "Perchè no?", dice dal palco del congresso della Rosa nel pugno. E se uno dei candidati fosse Massimo D'Alema, come chiede maliziosamente un giornalista rilanciando l'idea apparsa ieri sul Manifesto, Boselli risponde che "in questo caso ci dovremmo riunire, poi valutare, decidere...".
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I prodiani bocciano le primarie per il Quirinale
di Mario Ajello
- il Messaggero - 7 febbraio 2006
Chi volete al Quirinale: Emma for president, il Leader Massimo o il dottor Sottile? Il popolo delle primarie si mette in fila davanti ai gazebo e in preda all'entusiasmo ("Siamo molti di più dei quattro milioni e mezzo che votarono nel plebiscito per Prodi!") scrive il nome del candidato prediletto da mandare sul Colle e lancia così una nuova moda della politica italiana: il presidente della Repubblica me lo scelgo io. Elezione diretta? No, elezione primaria. Una sorta di fai-da-te inventato da Marco Pannella e fatto apposta per azzerare le dinamiche della partitocrazia. Quelle che un tempo portarono al Quirinale un tipo come Giovanni Leone, che stavano per issare sul Colle (al posto di Ciampi) Franco Marini e ora potrebbe favorire l'elezione di Massimo D'Alema o di Giuliano Amato. I super-affezionati alle primarie e alla retorica delle primarie come massimo "bagno di democrazia", cioè Prodi e i prodiani, dovrebbero esultare per la trovata pannelliana che toglie un potere agli alchimisti dei partiti (che rischiano di spedire alla presidenza della Repubblica un "bollito" o un semi-sconosciuto che piace soltanto a loro) e lo mette nelle mani del popolo sovrano dei gazebo. E invece? "Mi sembra una sciocchezza!", taglia corto il deputato Franco Monaco, uno degli uomini più vicini al leader dell'Unione. Aggiunge: "Le primarie sono e devono restare strumento per scegliere una leadership di parte e interna a uno schieramento, in vista di una funzione di governo. Non riesco proprio a immaginare questo metodo applicato al Capo dello Stato: cioè alla più alta figura di garanzia che deve raccogliere un largo consenso, magari anche trasversale agli schieramenti".
E tuttavia, il fronte di Emma for President insiste. Su "Radio Radicale" ieri, Sergio Scandura e gli altri cronisti si sono scatenati con un fuoco di domande lungo l'intero arco politico: primarie per il Colle o no? Francesco Rutelli ha detto no e poi no (perché "l'elezione del capo dello Stato è una cosa seria"); Rita Borsellino sì e poi sì, qualche DS fa timide aperture problematiche (da Morando a Salvi); per Rosy Bindi andrebbe fatto "qualche approfondimento in più". Maccanico è per il no. Grillino è per il sì, e anche Turci (sempre DS). Di Pietro e Leoluca Orlando pure, il rutelliano Enzo Bianco giammai: e "damose 'na carmata" è il suo modo romanesco per stroncare l'idea anche se lui è catanese. Dunque, sul fronte politico la Margherita non ne vuole sentire parlare.
Su quello politologico e costituzionalistico, i professori si dividono: Stefano Ceccanti: "Ho molte perplessità per le primarie sul Capo dello Stato. La Costituzione, per il Quirinale, ci propone una scelta preferenziale che è quella di un presidente eletto con una maggioranza più ampia di quella di governo. Le primarie rappresenterebbero un irrigidimento di questo meccanismo. Perché così, oltre al premier, anche il capo dello Stato finirebbe per essere espressione di chi ha vinto le elezioni". Però le primarie eviterebbero il rischio del "bollito" sul Colle. "Chi dice questo", incalza Ceccanti, "potrebbe proporre il passaggio all'elezione diretta del presidente con poteri più ristretti. Ma a me questa ipotesi non convince affatto". Il politologo Gianfranco Pasquino invece è entusiasta dell'idea pannelliana. Osserva: "Così si toglie la possibilità a piccoli gruppi, all'interno dei DS o della Margherita, di imporre non il solo candidato alla presidenza della Repubblica, ma anche quelli alle presidenze del Senato e della Camera. Le primarie spariglierebbero questo gioco opaco e molto vetero-partitocratico". E gli elettori di centro-destra? "Potrebbero liberamente votare alla consultazione organizzata dal centro-sinistra. Hanno una serie di candidati? Li mettano in piazza, anzi nei gazebo, e li votino.
Oppure, si possono fare delle primarie per i fatti loro. E sarebbe una ventata d'aria fresca".
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Le manovre per il Colle
di Marcello Sorgi
- La Stampa - 7 febbraio 2006
Su un punto, ormai, sono tutti d'accordo: anche stavolta, sarà una corsa tra senior, la tradizione che vuole il Capo dello Stato scelto tra i padri, e qualche volta tra i nonni, della Repubblica, sarà nuovamente rispettata. A conti fatti, tra le conseguenze che la nuova legge elettorale porterà con sé, c'è quella di produrre maggioranze limitate, non in grado di esprimere autonomamente un candidato forte per il Colle senza trattare con le minoranze. Questo esclude di fatto i leader cinquantennììi della nuova generazione, da una parte e dall'altra. Ed apre la strada ad una serie di combinazioni interessanti, che vanno già delineandosi nei conciliaboli della lunga vigilia. Pur se il centrodestra è più esplicito nel parlarne (Casini sè schierato con Fini in appoggio all'ipotesi di una riconferma di Ciampi), è nel centrosinistra, favorito dai sondaggi per la vittoria elettorale, che la discussione è più approfondita.
Tra i leader dell'Ulivo circola anche una battuta consolatoria, per dire che al Quirinale è sempre meglio arrivarci alla fine del cursus honorum: "In fondo i presidenti giovani, in tutto il mondo, quando lasciano l'incarico finiscono a parlare da soli".
Anche in questo caso tutti i ragionamenti partono da Ciampi. Il Presidente in carica ha il più alto tasso di popolarità nella storia della Repubblica, ha svolto benissimo il suo mandato in un settennato molto difficile, fino all'ultimo, adoperando tutti i suoi poteri e respingendo la legge sulla riforma del processo d'appello, ha tenuto alto il prestigio del Quirinale. Di qui, se il Capo dello Stato dichiarasse la propria disponibilità, la possibilità di andare a una rielezione concordata rapidamente tra i poli. L'ipotesi che pareva remota, e che lo stesso Ciampi, con chi glielo ha chiesto, ha sempre escluso, di giorno in giorno si va facendo più consistente: al punto che, prima di toglierla dal campo, occorrerebbe un passo formale volto ad accertare quale sarebbe la risposta del Presidente di fronte a una proposta concreta di riconferma, sorretta da un largo appoggio bipartisan.
Ma intanto, nell'attesa, si incrociano valutazioni, impressioni, testimonianze dirette di chi ha avuto occasione di incontrare Ciampi in questo ultimo periodo di mandato, e lo ha trovato sereno e molto attento e previdente sull'agenda dei suoi impegni: come quando, con largo anticipo e con dichiarato senso di cortesia istituzionale, ha voluto sottoporre ai suoi interlocutori politici i propri orientamenti per la nomina dei giudici costituzionali. Se Ciampi ha, nelle previsioni dei leader che giocheranno in prima persona la partita del Quirinale, almeno un terzo di probabilità di essere rieletto, in caso di sua indisponibilità, il primo nome a cui tutti pensano è quello di Giuliano Amato. L'ex premier ed ex ministro del Tesoro è il più giovane dei seniores ed ha alle spalle una carriera di rilievo internazionale, culminata nella partecipazione alla stesura del testo della Costituzione europea. E' certamente il candidato del centrosinistra più gradito al centrodestra. Ha insomma la personalità, la biografia, lo status e, almeno sulla carta, l'appoggio necessario per riuscire. Presupposti importanti, tutti questi, ma non sempre decisivi in un gioco complicato come quello del Quirinale.
La storia dei Presidenti infatti ha premiato fin qui le figure di compromesso, spingendo presto o tardi fuori campo i candidati più forti. All'interno del centrosinistra il criterio di partenza è che se, come tutto lascia prevedere, il premier sarà Prodi, cioè un cattolico, al Quirinale dovrà andare un laico, con "un'equilibrata presenza", sottolineano i Ds, delle maggiori forze della coalizione ai vertici delle istituzioni. In questo quadro, Amato può andare al Quirinale, ma non in rappresentanza diretta della Quercia, che rivendica una delle presidenze delle Camere. E poiché la più contesa è la Camera dei deputati, che vede candidati insieme, e in contrapposizione, D'Alema e Bertinotti, i Ds appoggerebbero Amato come Capo dello Stato solo dopo aver eletto D'Alema a Montecitorio.
Resta da vedere se la Margherita accetterebbe una soluzione del genere, equilibrata fino a un certo punto, in cambio dell'elezione di Marini alla presidenza del Senato. E se Rifondazione alla fine abbozzerebbe a veder deluse le aspirazioni di Bertinotti. Senza dire che ai primi accenni di fibrillazione della coalizione, si aprirebbero spazi per il centrodestra, per negoziare, far valere il proprio peso, e proporsi, nella fase finale della corsa, come partner utile a formare maggioranze trasversali.
L'alternativa, finora solo sussurrata, è che al Colle vada un Ds. E qui l'unico candidato in grado di imporre la propria identità di uomo delle istituzioni sul facile pregiudizio contro "il comunista al Quirinale" è proprio uno che nel Pci, finché c'era, ha trascorso la maggior parte della propria vita politica: Giorgio Napolitano, il liberal per anni ministro degli Esteri "ombra" del Bottegone, il "migliorista" sconfitto nella lunga contesa interna con l'ala dura, "diversa", del partito berlingueriano, e poi a sorpresa riscoperto e portato ad esempio da Fassino nella svolta riformista. Napolitano è stato presidente della Camera nell'ora più difficile della transizione italiana, ha fatto il ministro dell'Interno nel primo governo dell'Ulivo, da poco è stato nominato da Ciampi senatore a vita e ha raccontato la sua storia in un recentissimo libro autobiografico, in cui confessa candidamente anche gli errori.
Ad oggi è un candidato.