Immigrazione

Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria

Il genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese

Scomode verità che nessuno osa dire su immigrazione e razzismo
La divisione in classi è sempre stata all'origine della rovina dei popoli. Nessuna difesa dell'identità è anche solo concepibile senza includere una guerra a quel sistema economico che sancisce il primato del profitto e dell'individuo contro l'interesse nazionale. E che ci rimbambisce dicendoci che il mescolamento è bello e ci fortifica, e gli stranieri, "purchè onesti", sono nostri amici.
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Belpietro - Ricolfi - Franco - Gnocchi e Palmaro - Telese - Tolardo - Zeusnews - Lsdi Bollettino 37/08

 

Come promesso qualche articolo tradotto dal sito del british National Party allo scopo di aiutare i nazionalisti italiani. Noi usiamo questo sito per dare notizie ignorate dalla stampa di regime e informare il pubblico delle nostre attività. Spero di poter offrire un esempio positivo.
Il genocidio silenzioso della Gran Bretagna: 40% della popolazione sotto i 20 anni a Londra è fatta da immigrati (mi chiedo in Italia se ci sono statistiche a riguardo). http://bnp.org.uk/2009/06/britain%e2%80%99s-bloodless-genocide-40-of-under-20s-in-london-are-%e2%80%9cethnic%e2%80%9d/

 

Il genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese tramite l'immigrazione di massa dal terzo mondo ha raggiunto il massimo con la notizia che almeno il 40% dei giovani sotto i 20 anni a Londra non sono indigeni.

Questi dati indicano che in una genarazione e mezza i bianchi inglesi saranno una minoranza nella capitale inglese e subito dopo estinti dalle strade londinesi.
Un rapporto annuale rilasciato ieri da Whitehall (il governo inglese), GENERAL TREND, dichiara che più di 700,000 bambini e adolescenti in Gran Bretagna sono classificati come non bianchi e rappresentano il 40% di quel gruppo a Londra. Attualmente si stima che un terzo della popolazione londinese è non bianca ma questi dati sono destinati a cambiare profondamente come questa popolazione giovane diventa adulta. I dati anche mostrano che recenti ondate di immigrazione hanno avuto un impatto maggiore a Londra che in altre parti del Regno Unito. L'analisi dell'ufficio nazionale statisiche dice che nel West Midland, la seconda area multirazziale del paese dopo Londra, giusto il 19% dei bambini e adolescenti sono non bianchi.
In un commento, sir Nadrew Green di Migrationwatch, un centro studi ha dichiarato a un giornale che questo mostra il massivo cambiamento che sta avvenendo nella nostra società a velocità impressionante senza che la popolazione indigena sia stata mai consultata. Sarebbe l'ora che la classe politica cacciasse la sua testa fuori dalle nuvole e risponda all'opinione pubblica che vuole l'immigrazione sotto controllo. 3 comuni di Londra ora hanno una maggioranza non bianca, Newman, Tower Hamlets e Brent. 15% dei giovani londinesi sono classificati come asiatici e 14% neri. BNP e il leader e parlamentare Europeo Nick Griffin hanno definito la sistematica sostituzione della popolazione indigena della Gran Bretagna tramite l'immigrazione di massa come silenzioso genocidio portato avanti dagli altri partiti.
I britannici hanno una scelta storica da fare in futuro dice Griffin. O scelgono il suicidio votando i soliti politici o votano per il BNP che è il solo partito impegnato a bloccare e invertire questo processo che se non controllato vedrà la distruzione di 15000 anni di storia e identità.
IL PRESIDENTE EUROPEO: DOPO IL TRATTATO DI LISBONA CIRCA IL 100% DELLE LEGGI EUROPEE SARANNO FATTE A BRUXELLES
(In Italia tutti i giornali hanno taciuto o dato copertura positiva di questo trattato senza dire che dopo la ratifica il parlamento italiano non servirà a niente e che a legiferare saranno burocrati che nessuno ha eletto e che non rispondono a nessuno)
http://bnp.org.uk/2009/06/eu-president-after-lisbon-treaty-%e2%80%9cnearly-100%e2%80%9d-of-european-laws-will-be-made-in-brussels
Il presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Pottering, ha dichiarato senza equivoci che una volta che il trattato di Lisbona è in vigore, l'unione Europea sarà responsabile di circa il 100% delle leggi fatte in europa. Parlando a un domanda e risposta organizzato da coveritlive.com e presentato da NRC Handelsblad in Olanda, Politiken.dk in Danimarca e Spiegel online in Germania, Pottering ha ripetuto i commenti fatti al parlamento europeo riguardo il livello di controllo europeo sugli stati nazionali. Rispondendo a una domanda sulla crescita della UE, Pottering ha detto "come membro del parlamento europeo fin dal 1979 ho visto il totale sviluppo del parlamento europeo. Nel 1979 l'europarlamento non aveva potere legislativo. Oggi è colegislatore di circa 75% della legislazione europea assieme al consiglio.
Col trattato di Lisbona il parlamento europeo sarà colegislatore in quasi il 100% dei casi. In relazione al bilancio europeo, il parlamento europeo ha l'ultima parola".
Pottering ha anche confermato che il trattato di Lisbona permetterà all'EU di avere il totale controllo sull'agricoltura, immigrazione, diritto d'asilo, ecc. E' un obiettivo per il futuro avere più influenza in politica estera, sebbene il parlamento europeo può già influenzare la politica estera tramite il bilancio europeo.
Il presidente europeo ha anche annunciato che la priorità della UE è prendersi cura dei contadini del terzo mondo.
"La percentuale del bilancio UE destinata all'agricoltura è diminuita negli ultimi anni" - ha detto - Nel futuro ci dobbiamo prendere cura degli interessi dei contadini, specialmente i piccoli, del terzo mondo, soprattutto in Africa. Negli accordi dell'organizzazione mondiale del commercio abbiamo bisogno di nuovi accordi che sono favorevoli all'Africa" ha aggiunto. La biografia ufficiale di Pottering publicata sul sito della UE dice che ha un interesse nel dialogo interculturale. Nel 2006 ha visitato la Spagna del sud e stabilito legami con l'organizzazione Tre Culturas a Siviglia il cui lavoro è finalizzato all'immigrazione e al dialogo tra culture.
L'ATTIVISMO DEL BNP CONTINUA A NUNEATON MENTRE IL PARTITO CELEBRA LA VITTORIA
(Quando si è attaccati da tutti e boicottati dai media l'unico modo per promuoversi è quello di essere presente sul territorio, cosa che in Italia i nazionalisti dovrebbero fare più spesso)

http://bnp.org.uk/2009/06/bnp-activism-in-nuneaton-continues-as-party-celebrates-victory
Mentre altri membri del BNP stavano celebrando a Blackpool la vittoria elettorale dei 2 europarlamentari eletti, altri erano fuori ancora distribuendo volantini e facendo canvassing (bussare porta a porta e spiegare alla gente chi siamo e cosa facciamo). L'infaticabile squadra del BNP del Black County sotto la direzione del consigliere comunale Russ Green hanno rinunciato ai loro piani di andare a celebrare la vittoria a Blackpool e invece hanno risposto alla richiesta di aiuto dell'infaticabile consigliere comunale di Nuneaton Martin Findley a preparare una campagna in quella città. La by-election, che segue l'espulsione del sindato conservatore in carica in disgrazia dopo che è stato rivelato ha violato, sapendo, le regole elettorali, non è stata fissata ma avverrà presto dichiara John Salvage, il corrispondente del Black county.
Il Consigliere Findley ha una eccellente reputazione a livello locale e si è messo in gioco. Ha dichiarato Salvage. "Noi avevamo pianificato di andare a Blackpool ma dopo essere stati chiamati ad offrire aiuto in una elezione che si può vincere, abbiamo deciso che un'altra potenziale vittoria del BNP può essere sentita nei nostri cuori".
Come risultato il team del Black county è andato a Nuneaon ad aiutare a distribuire volantini e fare canvassing sabato 20 giugno.
"Uno dei più grossi problemi per i residenti locali è la minaccia di 15.000 nuove case pianificate per quella zona" ha dichiarato Salvage. "Se questo avviene in un'intera zona di area verde con alberi e pascoli aperti che risalgono al 15 secolo, verrà completamente distrutta e col consenso del partito conservatore".
Questo tema è al cuore degli elettori locali e sarà al centro della campagna elettorale. "Ringraziamenti devono andare a Terry Lewin che ha fornito il trasporto e aiutato nel volantinaggio anche se ha una gamba ferita" ha aggiunto Savage.
In cella solo cibo Islam: proteste Olanda, detenuto vuole carne di maiale
Vorrebbe gustare carne di maiale, ma è costretto a un menù a base di carne halal, ovvero preparata secondo i dettami alimentari della religione islamica. Per questo un detenuto olandese del carcere di Sittard, in Olanda, ha chiesto una compensazione dallo Stato di 25 euro al giorno.
"Il mio cliente - ha spiegato il legale - non vuole che una religione gli sia imposta, vuole solo poter mangiare polpette di maiale". Per tagliare sulle spese il ministero della Giustizia ha sottoscritto un accordo coi fornitori perché consegnino solo alimenti halal, racconta il quotidiano Telegraaf. Negli istituti di reclusione, infatti, degli oltre 14mila detenuti, oltre uno su due sono di origine straniera (55%) e i gruppi etnici più rappresentati sono quelli delle persone che provengono dal Marocco e dai territori della ex Jugoslavia. Fornire un doppio menù, per i musulmani e i non è troppo costoso. E allora via il maiale, animale più che rappresentato nella cucina tradizionale olandese, e sulla tavola solo manzo e pecora. "La libertà di religione è una gran cosa - ha commentato l'avvocato del detenuto - ma il mio cliente non vuole che una religione gli sia imposta".
Società multirazziale e morte di un popolo. L'esperienza delle Hawaii

Spesso,nei discorsi relativi all'immigrazione e alla società multirazziale, ci si sente dire che le correnti migratorie sono una cosa perfettamente naturale perchè sono sempre esistite e a meno che non siano causate da invasioni violente non comportano per il popolo ospite conseguenze negative.
Ci assicurano che la cultura e lo stile di vita degli indigeni non subiranno mutamenti indesiderati perchè i nuovi venuti sono una risorsa economica fondamentale e si adegueranno alle costumanze e alle leggi in vigore. Nutro per questi discorsi una diffidenza istintiva. Un ostilità derivante dall'istinto che avverte un pericolo in questa mancanza di sana paura e di orgoglio. Diffidenza accresciuta leggendo il bel libro dello scrittore Michener intitolato Hawaii. Si tratta della storia delle isole Hawai dalla prima colonizzazione ai giorni nostri. Una storia interessante perchè dimostra di come un popolo possa perdere la propria terra senza subire in precedenza una conquista militare o una vera e propria invasione violenta. Guardiamo le tappe con cui si è verificata questa sostituzione vera e propria di una popolo con altri.
Le isole furono colonizzate da polinesiani provenienti da Tahiti all'incirca all'epoca di Carlo Magno. Per mille anni la loro stirpe prosperò e si diffuse con pochi contatti con il resto del mondo. Nel 1778 furono scoperte dagli europei ad opera di capitan Cook che rilevò una popolazione di circa quattrocentomila persone retta da una monarchia ereditaria. Era l'epoca quella della grande espansione dei missionari europei. Finanziati dalle loro chiese i missionari si recavano nei paesi esteri a convertire le popolazioni e prepararle ad una nuova mentalità.
Le Hawaii furono toccate dai missionari provenienti dalla Nuova Inghilterra, quella zona degli USA abitata sopratutto da protestanti, con una forte presenza dei calvinisti.
Infatti furono proprio i congregazionalisti, seguaci di Calvino, ad essere inviati alle isole il primo settembre 1821. Sbarcarono alle isole Maui e grazie alla preponderanza tecnologica degli americani, che gli indigeni vedevano arrivare su grosse navi, il prestigio dei missionari e della loro religione crebbe notevolmente. E nonostante che essi subito presero a disprezzare i riti e i sacrari degli hawaiani la reazione non fu di rivolta ma di paura. I membri della classe dirigente hawaiana, chiamati Alii, cercarono l'amicizia con gli estranei e un compromesso con la loro religione per accattivarsi il loro Dio, che essi erano disposti ad adorare, anche se assieme agli altri dei.
Gli hawaiani erano gente semplice e primitiva, incapaci di dialettica contro la religione dei premi e delle punizioni. Erano superstiziosi e la loro pratica era quella di ingraziarsi tutti gli dei possibili. I missionari cominciarono ad aprire scuole e i figli dei nobili presero a frequentarle.
I missionari tra le altre cose instillarono negli indigeni nuovi bisogni e nuove vergogne. Per esempio fecero credere che il nudismo era una colpa grave e che vestirsi era necessario, possibilmente secondo le mode del New England. Da qui il bisogno di tessuti e stoffe.
Uno dei congregazionalisti, un certo Abner Hale, progenitore di una famiglia destinata a grande successo nelle isole, organizzò un commercio di tapa (materiale usato per calafatare), olona, maiali, manzo selvatico. Materiali portati dagli indigeni prestati come manodopera servile dalla nobiltà locale al reverendo. E da lui venduti alle navi di passaggio lungo la rotta del Pacifico. In cambio ebbe quantità di stoffe per vestire tutti i nudisti.
Da qui la religione e i buoni affari si unirono in una combinazione fatale agli indigeni. Ma una minaccia ben più diretta arrivò dalle malattie importate dagli europei.
Nel 1828 un altro missionario, il dottor Whipple, rilevò che quando il capitan Cook scoperse quelle isole cinquantanni prima gli abitanti erano quattrocentomila e adesso si erano ridotti a centotrentamila. Morbillo, sifilide e altri malanni decimarono gli indigeni. Nel 1832 il morbillo eliminò un terzo della popolazione. Nonostante ciò la popolazione non riuscì neppure a concepire un piano di riscossa contri i nuovi arrivati. La loro tradizionale ospitalità gli impediva tutto ciò.
Il loro modello familiare non prevedeva neppure una distinzione netta tra i propri figli e quelli degli altri, tra la propria moglie e le altrui. Uomini senza gelosia e avidità, generosi e amichevoli, sembravano l'incarnazione perfetta del buon selvaggio. Ma tale liberalità li stava uccidendo. Secondo la mentalità umanitaria hawaiana i figli erano di tutti non derivando tanto da legami di sangue ma di affetto e tenerezza.
La causa della decadenza di quel popolo fu appunto la scarsa possibilità di stabilire un confine tra amico e nemico, tra tuo e mio. Intanto i furbi missionari sposarono le donne nobili del posto divenendo comproprietari di estese porzioni di terreno. La loro reazione di fronte allo spopolamento indigeno fu di... importare manodopera dall'estero. Nonostante l'estrema ospitalità ricevuta gli yankees disprezzavano le usanze hawaiane, puntando sopratutto sui punti che ad un occidentale sarebbero sembrati osceni tra cui il matrimonio tra fratello e sorella dei nobili e l'eutanasia dei neonati deformi. La coscienza era a posto e la morale tranquilla.
Nel 1830 nacque la prima ditta di navigazione, la Janders & Whipple. I regnanti locali lasciarono fare. Pensarono che in fondo gli americani non facevano niente di male con le loro ditte. Anzi creavano ricchezza, senza toglierla agli indigeni tradizionalmente dediti alla pesca.
Nel 1865 la compagnia di navigazione Hoxworth & Hale cominciò ad organizzare la grande migrazione cinese. Ingaggiati dapprima come lavoratori nelle piantagioni divennero grazie alle capacità lavorative e commerciali indispensabili all'economia locale. Ben presto il dottor Whipple sul Mail di Honolulu affermò che quella era un'immigrazione di stanziamento vista la grande propensione al lavoro dei cinesi. E quindi al profitto dei propietari. Inoltre i cinesi, sposandosi con hawaiane disponibili cominciarono a possedere terre e proprietà immobiliari. E di fatto a far parte della comunità americana delle isole laddove gli indigeni ne erano sempre rimasti ai margini. Ciò perchè per l'economia erano più importanti. E, caso strano, quegli stessi missionari che avevano combattuto gli dei pagani hawaiani ora accettavano tranquillamente confucianesimo e buddismo. Ma si sa che anche Dio ama i buoni affari.
Nel 1878 gli indigeni rimasero in 44mila. Ormai erano minoranza. Ma si cullarono pensando che comunque a comandare erano loro perchè la nobiltà era sempre formata dagli alii e il re un puro hawaiano. Che poteva importare a loro se nelle città ormai erano esclusi? E se nelle terre coltivabili lavoravano cinesi. A cui nel 1880 si aggiunsero giapponesi e più tardi filippini. I giapponesi sopratutto si rivelarono micidiali per gli indigeni poichè la loro propensione al lavoro e la fedeltà alle autorità era tale da rendere il loro ingaggio richiestissimo. La situazione era matura per l'atto finale.
Che prese l'avvio da una decisione del governo USA del 1892. Bisogna sapere che nel 1876 un accordo conchiuso con gli Stati Uniti prevedeva l'esportazione di merci hawaiane senza dazio in cambio dell'utilizzo della base navale di Pearl Harbour da parte di navi da guerra americane. Ma nel 1892 i latifondisti della Luisiana e del Colorado fecero revocare l'accordo del libero scambio per fermare la concorrenza relativa al commercio dello zucchero, che le Hawaii esportavano in abbondanza.
I notabili delle grandi famiglie calviniste si accorsero allora che sarebbe stato opportuno fare a meno della monarchia "corrotta" per stabilire una democrazia il cui primo atto avrebbe dovuto essere l'unione con gli USA. Uno degli Hewlett, il più forte proprietario di piantagioni propose: "dobbiamo cercare di tirare in ballo il concetto di democrazia, dobbiamo far credere che i liberi americani di queste isole sono stufi di vivere in una monarchia corrotta". Un soprassalto di orgoglio venne allora dal governo hawaiano.
A dire la verità la monarchia non era mai stata forte. Congiure e deposizioni di re erano un fatto abbastanza comune e i consiglieri delle famiglie ricche di origine missionaria detenevano di fatto le redini. Nel 29 gennaio 1891 andò al potere la regina Liliuokalani, donna forte e autoritaria, ammiratrice della regina Vittoria.
Ma giunse al potere quando le esportazioni di zucchero divennero le vere fornitrici della ricchezza dell'isola. Cercò di guerreggiare contro di esse, contro i missionari e contro le idee repubblicane, ormai dilaganti nell'isola a causa delle lotte tra i nobili locali. Ma ormai era troppo tardi. Per troppi decenni ormai avevano lasciato che il potere economico finisse in mano a genti straniere. Il 15 gennaio 1893 le truppe americane sbarcarono dalle navi da guerra e occuparono Honolulu per "proteggere" i cittadini americani. Dopo un po' di tergiversazioni da parte del Presidente americano, dovute più che a scrupoli alle pressioni dei concorrenti economici degli esportatori hawaiani, le isole divennero possedimento il 12 agosto 1898. Una nuova legislazione diede il potere ai ricchi anche ufficialmente in quanto il diritto di voto era stabilito per censo.
Quando il 12 marzo 1959 le isole divennero il cinquantesimo Stato dell'unione oramai gli indigeni erano dei poveri emarginati, ridotti a piccola minoranza costretta a vivere di espedienti. Buffoni per turisti, i più fortunati. E all'ultima regina non rimase che viaggiare per gli USA in una specie di esilio. Non fu ne imprigionata ne eliminata.
Non ce ne fu bisogno. Oramai era solo il simbolo di un popolo morto lentamente. Di indolenza. E ospitalità. Certo, al termine di questo breve excursus sulla storia hawaiana direte che tra europei e isolani c'è una bella differenza. Ma pensateci bene. E' vero o che le ideologie maturate da tanti secoli a questa parte, chiedono la fine dell'istintiva nozione di CONFINE, tra un popolo e l'altro? In fondo è da San Paolo che la morale insiste su questo. Sul concetto di uguaglianza e di fraternità obbligatoria. Con l'implicita condizione che per essere fratelli bisogna adeguarsi alle idee del padrone.
Padrone che cerca di renderci sempre più mansueti, più "hawaiani", per quel che concerne la difesa della nostra identità etnica e culturale. In fondo il nemico peggiore non è tanto quello che si presenta come tale ma quello che i padroni dell'economia ci mettono accanto perchè lavori assieme a noi per il suo guadagno.
Non è vero che poi si finisca per essere tutti uguali. La storia soprascritta lo dimostra. Si finisce per perdere tutto ciò che non è materiale. Ci si riduce a numeri, a unità di produzione e consumo della grande macchina e se ci si ribella ci si scopre in pochi. Deboli di numero e sfiduciati. Pensate che a Torino o Milano o Genova sia possibile, anche solo per ipotesi, una ribellione degli indigeni alla colonizzazione meridionale? Ma quanti hanno almeno uno dei nonni indigeno?
Tra qualche decennio ormai gli europei nelle città saranno minoranza. E tanto idioti, come i poveri hawaiani, da consolarsi dicendo che "comandiamo ancora noi"!
Finchè si risveglieranno un brutto giorno e scopriranno che non contano più nulla. Datemi retta, non fate i cretini, non cedete alle lusinghe!
IL VERO NEMICO E' QUELLO CHE TI SCONFIGGE COMINCIANDO A TOGLIERTI IL CONTROLLO SULL'ECONOMIA.
La divisione in classi è sempre stata all'origine della rovina dei popoli. Nessuna difesa dell'identità è anche solo concepibile senza includere una guerra a quel sistema economico che sancisce il primato del profitto e dell'individuo contro l'interesse nazionale. E che ci rimbambisce dicendoci che il mescolamento è bello e ci fortifica e gli stranieri "purchè onesti" sono nostri amici. Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria.
Saturday, July 04, 2009 From: GIUSEPPE DE SANTIS desantisg_2000-yahoo.com
Il genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese
Saturday, July 04, 2009 From: carlaliberatore-libero.it
Cronaca di una città occupata

 

CRONACA DA UNA CITTA’ OCCUPATA

TESTIMONIANZA DELL’INFILTRATO SPECIALE

Quella che segue è la testimonianza un volontario che ha prestato la sua opera presso alcune tendopoli di L’Aquila, questa persona non vuole essere visibile per timore di perdere il “privilegio” di servire il suo popolo attraverso l’associazione di cui fa parte.
Attenzione alle menzogne confutate con verità, e attenzione anche a non enfatizzare troppo la verità delle cose. Riprendo tale testimonianza così come mi è stata girata, aggiungendo che comunque di sicuro in questi ultimi tempi a L’Aquila, visto pure l’avvicinarsi del G8 - grande spettacolo di cui vedremo cosa ne rimarrà di buono - si respira un’aria davvero molto pesante e famiglie intere che vivono in campi diversi rischiano di non potersi incontrare finché la passerella delle potenti prostitute della terra, non sarà finita.

Scrive il volontario:
La gente dell’Aquila nelle tendopoli in particolar modo ma anche quella ospite negli alberghi di sicuro non è né felice e né sorridente e tanto meno è convinta che la ricostruzione sia davvero vicina. Nelle tendopoli si vivono momenti di terrore fra molestie di ogni tipo, tentati o avvenuti stupri, aggressioni e caste di malavitosi stranieri e nostrani che sono state confinate in quelle che sono state poi definite le “Tendopoli Ghetto”, una di queste ad esempio è Piazza d’Armi in cui sono rimaste pochissime persone e tutte quanti appartenenti a categorie che non si vogliono far sapere in giro.
Inoltre negli alberghi vige lo status di aquilani sfollati, secondo i quali: “è meglio starcene zitti, sennò rischia che ci buttano fuori da qua e ci rimandano nelle tendopoli”, ma la verità è che purtroppo in molti alberghi vengono fatte discriminazioni più o meno pesanti fra gli sfollati e i cosiddetti ospiti paganti. Si perché noi sfollati siamo stati definiti ospiti non paganti da molti albergatori, i quali hanno creduto opportuno potersi comportare come peggio si può.
La responsabilità di questo è di tutti, anche nostra, ossia di noi sfollati che invece di denunciare gli accadimenti ci mettiamo la coda fra le gambe e non diciamo niente per paura di chissà cosa. Ciò dimostra come ancora è insita nelle nostre popolazioni la mentalità mafiosa che si nutre delle paure di chi si trova nelle situazioni di peggior disagio. Inutile stare a specificare quali implicazioni hanno gli enti, la politica e la religione nel far sì che la gente continui ad aver paura di essere, di denunciare e di parlare. Del resto tali implicazioni, con relative motivazioni, sono fortunatamente oramai sotto gli occhi di tutti, comprensibili a chiunque.
G8 o non G8, adesso è il momento di parlare e di farla finita di starcene zitti a subire solo perché siamo ospiti, solo perché ci danno da mangiare. E’ come se fossimo in balia di una tacita dipendenza emotiva determinata prima dalla sopravvivenza e poi dalla volontà di migliorare le nostre condizioni di vita. Intanto sbruffoni di potere se ne vanno in giro a fare campagne elettorali alle nostre spalle, sulla nostra pelle e le tanto declamate casette di legno, gli appartamenti antisismici per l’inverno e i moduli prefabbricati tardano ad arrivare ammesso che arrivino prima o poi. Al di là di ogni polemica, per chiunque sia d’accordo o non lo sia, il fatto è che si qualcuno mostra lustrini laddove invece c’è solitudine, disperazione e desolazione. Noi aquilani rivogliamo la nostra città e non essere messi in mostra come polli in batteria che aspettano il becchime quotidiano. E quindi: “Giù le armi dalla città e dai cittadini”. Rivogliamo la nostra città innanzitutto!!!!

 

TESTIMONIANZA DI UN VOLONTARIO CHE HA PRESTATO SERVIZIO PRESSO ALCUNE TENDOPOLI DI L’AQUILA:

Serata dei primi di maggio all'entrata del campo gestito dai Parà della Folgore, pochi attendati più volontari, discorso generale con un militare del suddetto corpo: "Cercate di non andare troppo in giro la sera perchè c'è l'allerta no global, ci sono state già avvisaglie del tipo furti di divise, atti di vandalismo, e noi per il G8 possiamo difenderci come vogliamo, una specie di licenza di uccidere: per difesa ma è così, e comunque eseguiamo ordini dall'alto". Quasi una giustificazione. In effetti uno dei crucci dei campi è proprio la scomparsa di divise. Sulle prime l'attenzione era ricaduta su ladri d'arte che in una città come L’Aquila hanno tutte le convenienze a appropriarsi di ogni tipo di beni culturali, divise comprese? Invece ora si pensa ad uno stratagemma dei NO GLOBAL per infiltrarsi tra la popolazione civile, il che autorizza i militari ad abusare del privilegio sopraccitato.
Nei campi la popolazione è stremata anche per colpa dei volontari che sulle prime hanno pensato ad offrire esageratamente il loro aiuto, creando un esagerato senso di sicurezza-agiatezza, tipo "no faccio io, ma lascia stare ci siamo noi". Ora che tutto questo è finito, ora che i volontari sono meno numerosi e la popolazione deve iniziare a rimboccarsi le maniche, iniziano le azioni incontrollabili. Un'altro errore fatto dalle varie associazioni che gestiscono i campi è stato quello di tenere quanto più possibile separate le etnie, creando divisioni razziali all'interno, se avessero agito diversamente forse si sarebbero avuti meno problemi.
Mi spiego: la mescolanza etnica dall'inizio avrebbe creato un tacito rispetto condominiale fatto anche solo di buongiorno e buonasera ma era un modo per riconoscersi, un aquilano avrebbe avuto la possibilità di scambiare due chiacchiere in più, avrebbe potuto prendere tranquillamente un caffé nella tenda di un rumeno, e viceversa, notando anche le differenze culturali che ci sono tra etnie per comprendere meglio cosa fare e cosa non fare. Anche se devo ammettere che questa cosa in qualche campo già avviene e cioè in poche delle tendopoli aquilane sia le popolazioni del posto e sia quelle straniere riescono a convivere pacificamente senza scontri né conflitti. Ma purtroppo sono solo poche le situazioni come questa.
Mi giunge voce che per la durata del G8 i lavoratori assunti per rimettere in sesto la guardia di finanza, verranno segregati all'interno, a ben ragione dico io sono tutti extracomunitari e persone poco raccomandabili della popolazione indigena, e nei migliori casi: persone che hanno perso il lavoro in tarda età, licenziati prima e dopo il terremoto; insomma tutta gente da non mostrare ad Obama e ai grandi della Terra, a me sembra una pubblicità azzeccatissima per uno Stato fatto di effimero e fiction, basato su quanto sono bello e bravo. Ma retoriche politiche a parte, c’è chi afferma che la segregazione all’interno della caserma della Finanza a L’Aquila sia parziale. Fatto è che qualcuno si è già preparato la borsa per soggiornare 4 giorni presso la caserma di Coppito.
Un altro cruccio degli aquilani sono le spese folli affrontate per la messa in scena, perchè di questo si tratta, mobilia lussuosa ed iper galattica che dopo il G8 non si sa bene che fine farà, strade che si costruiscono in mezza giornata, rotonde favolose fatte di giardini che invogliano i botanici, o artistiche a più colori, ricami fatti con sampietrini tanto cari a chi all'Aquila ci è nato e c’ha vissuto. Si parla di milioni di euro. Ma il malessere cresce, le casette di legno tranne nel caso di Onna comprate tra l'altro dalla Croce Rossa non si vedono, gli attendati più fortunati le comprano da soli sperando nel rimborso ma rassegnati al non averlo, la casetta di 30 metri quadri allo stato grezzo costa una media di 5000 euro se poi la coibenti e tutti sanno il freddo invernale all'Aquila arrivi anche a8/10 mila con un buon impianto di riscaldamento 15/18 mila da pagare subito. Ora io mi chiedo: se percepisco una pensione di 600 euro ci metto anche il sussidio d'accompagnamento se sono fortunato ad avere un disabile da accudire arrivo a1200, come la pago?
A ben ragione sono incazzato nero, tanto da voler rinchiudere i pezzi grossi nelle tendopoli, ma a vita. Per non parlare del supporto psicologico, assente tranne in casi estremi perché mi son sentito dire che gli sporadici psicologi che girano per i campi sono psicologi per l'emergenza, ma i campi hanno bisogno di psicologi fissi 24 ore al giorno, che riescano a sedare le risse e le violenze che si verificano costantemente, compresi quei fenomeni di bullismo adolescenziale presenti ovunque nei riguardi sia della figura femminile sia della diversa etnia.
Per quanto riguarda invece la conduzione di alcuni campi, sono stato testimone di scene di subordinazione totale da parte dei volontari e degli, per così dire, ospiti delle tendopoli. Purtroppo si ravvisano situazioni in cui i Capi Campo si comportano come Feudatari, tutto il resto è loro corte e pertanto passibile delle misure di disciplina che intendono far rispettare come nei casi di quei campi in cui un determinato Vice campo che chiamerò ‘Sig. Pancione’, per tutto il tempo che è stato in servizio come volontario, si è sentito autorizzato a molestare a volte anche pesantemente, tutte le più belle ragazze che dopo soli pochi giorni iniziarono ad essere terrorizzate dalla sua presenza.
Così come quelle persone che non esprimono opinioni pubbliche davanti alle telecamere e ai giornalisti in genere poiché essendo loro stesse sfollate nelle tendopoli con pochissimi benefici umani a cui attingere, si rifiutano di denunciare tutte angherie dirette e indirette che sono costrette a sopportare per paura di chissà quale ritorsione. Inoltre tanto per coronare il tutto, la città di L’Aquila è diventata ormai una città militarizzata, per entrare nei campi a visitare i propri cari e i propri amici bisogna esibire un documento, l’accesso ai giornalisti viene sempre di più negato a meno che non siano accreditati da qualche redazione istituzionale. Infine ci sono aggressioni sessuali che vengono taciuti e volontarie traumatizzate, ma di questo non si fa menzione, siamo tutti belli e bravi”.
Carla Liberatore Reporter Indipendente y Terremotata

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Il pozzo senza fondo
di Giovanni Sartori Corriere della Sera 15 giugno 2009
Per chi non lo sapes­se, il pozzo di San Patrizio è un pozzo senza fondo, e quin­di un pozzo che non si riempie mai. Finora risulta­va che la terra fosse un pia­neta tondo e racchiuso in se stesso. Ma per i «popola­zionisti» e per chi si occu­pa di migrazioni di massa è, si direbbe, un pozzo di San Patrizio.
Siamo più di 7 miliardi? Nessun proble­ma, il pozzo li ingurgita tut­ti. Sarebbe lo stesso se fossi­mo 77 miliardi: provvede­rebbe sempre San Patrizio. Un Santo del VI secolo che la Chiesa dovrebbe rivaluta­re. Ma procediamo con ordi­ne. Di recente Alberto Ron­chey ricordava su queste co­lonne che un secolo fa gli africani erano 170 milioni, mentre oggi si ritiene che siano 930 milioni. La sola Nigeria potrebbe arrivare, nel 2050, a 260 milioni di abitanti; e le Nazioni Unite stimano che Paesi come l’Etiopia, il Congo e il Su­dan, già stremati da ricor­renti carestie, rischiano di raddoppiare, entro il 2050, la loro popolazione. E men­tre la popolazione cresce a dismisura, le risorse ali­mentari del continente afri­cano sono state malamente dilapidate dall’erosione del suolo e dalla desertificazione.
Questi sono, all’ingrosso, i numeri della «pressio­ne dell’Africa» richiamata da Ronchey, che è la pres­sione a noi più vicina e quindi più minacciosa. Una pressione che si ascrive alla categoria degli «eco-profu­ghi », e correlativamente de­gli «eco-rifugiati». Che fa­re? Come accoglierli? Fino­ra si è parlato di diritto di asilo. Ora si comincia a parlare di «profughi ambienta­li ». La prima categoria è im­propria e difficile da accertare, mentre la seconda è davvero troppo larga, troppo onnicapiente: presuppone che il mondo sia quel pozzo di San Patrizio che non è.
Il diritto di asilo è stato, nei millenni, una protezione, una immunità religiosa dalla «vendetta del sangue » (i parenti di un ucci­so, o simili) per chi si rifugiava in un luogo sacro. Questo asilo trova la sua massima espansione nel­l’Europa medievale, per poi venir meno. E il punto è che l’asilo non è mai stato riconosciuto come «diritto » di intere comunità e tanto meno per motivi poli­tici. Pertanto il diritto di asilo concepito come titolo di entrata in un Paese per i ri­fugiati politici è una recente invenzione.
E andiamo ancora peggio con la nozio­ne di «vittime ecologiche». Questa categoria è davvero smisurata e sconfitta dai numeri. Gli eco-profughi sono già centinaia di milio­ni; e basterebbe che il dissesto del clima spostasse i monsoni per ridurre alla fa­me mezzo miliardo di indiani.
Il rimedio certo non può essere di accogliere tutti e di un Occidente che si pren­de carico dei diritti di asilo e dei profughi ambientali. Per l’Africa un’idea sarebbe di «rinverdirla», di renderla di nuovo fertile e vivibile. Un po’ tardi, visto che l’agricoltura è già per metà perduta, che i laghi si prosciugano e che la desertificazione è irreversibile. Per carità, l’Africa va aiutata. Ma tutto è inutile se e finché non apriremo gli occhi alla realtà, al fatto che l’Africa (e non soltanto l’Africa) muore di sovrappopolazione, e che la crescita demografica (ovunque avvenga) va risolutamente affrontata e fermata.

 

Immigrati e dilettanti allo sbaraglio

di Davide Giacalone Libero 7 Luglio 2009
Il problema dell’immigrazione è serio, con pesanti risvolti umani e d’ordine pubblico. Si deve stare attenti, pertanto, a non agire da dilettanti allo sbaraglio, com’è accaduto ed accade. Il governo ha proposto ed il Parlamento ha approvato un pacchetto sicurezza che, fra le altre cose, introduce il reato di clandestinità. Qui abbiamo commentato positivamente, pur mettendo in luce i limiti di questo strumento penale. Il reato, però, ha un senso se è possibile essere in regola, e da noi, invece, il rispetto della legge è acrobatico e beffardo. Non a caso, del resto, uno dei padri della legge sull’immigrazione, Fini, ne chiede la modifica. Legge che, così come la precedente, la Napolitano-Turco, di diverso colore politico, contiene l’assurdo che imprese e famiglie italiane dovrebbero assumere gente che non conoscono, nel mentre ancora risiedono nel loro Paese d’origine.
Carlo Giovanardi, sottosegretario alla famiglia (ma a che serve?), segnala la contraddizione fra l’introduzione del reato e l’avere tollerato il diffondersi di lavoratori clandestini. E, fin qui, avrebbe fatto meglio a dirlo prima. Poi aggiunge: l’attuale non è il governo della Lega. Significa che non si può cedere a tutto quello che gli uomini di Bossi vogliono. Ma se si lascia intendere che il “rigore” è leghista, ma dissennato, mentre l’“umanità” è cattolica, ma sbracante, allora farebbero meglio, dopo aver commesso un tale errore politico, a tornare a casa. Possibilmente silenti.
Come non basti, forse per dare maggior peso alla pertinenza “familiare”, si parla di badanti, ovvero di lavoratrici irregolari cui si affidano i vecchi. Sembriamo un Paese incapace d’affrontare l’emergenza bava, senza disturbare figli e nipoti, figuriamoci se in grado di far funzionare la produzione. Così andando si produce un frullato in cui lo spacciatore si mescola al muratore, con la sicurezza che cacceremo il secondo. Il tutto senza alcuna iniziativa che punti non solo a regolare gli accessi, nella misura richiesta da mercato e famiglie, ma che promuova anche la qualità degli immigrati, scegliendo i migliori.
Ho scritto a favore del reato di clandestinità, così come anche delle segnalazioni da parte dei medici. Con altrettanta chiarezza indico l’attuale spettacolo come sintomo d’incoscienza, frammista ad incapacità.

 

Per una nuova sinistra
di Davide Giacalone Libero 19 Febbraio 2009
La sinistra ha un grande futuro, se la pianta d’essere un avanzo del passato. Quando Veltroni fu portato alla segreteria del partito democratico, scrissi che era l’ultimo comunista incaricato di salvare il salvabile di una storia vergognosa. Missione fallita, e, del resto, impossibile. Si è dimesso usando le parole di un film di Moretti (molto bello). Solo che le pronunciava un prete, davanti ad una torta. Quelle parole sono la cifra di una cultura, direi dell’antropologia di una classe dirigente viziata ed impreparata, mantenuta e non coltivata. Pensateci: continuano a ripetere di volere rappresentare i lavoratori, ma loro non hanno lavorato un solo giorno della vita, sono nati, cresciuti, pasciuti ed andati in pensione (perché sono già pensionati) a spese degli altri. Nella storia del comunismo italiano c’è anche la passione di tanta brava gente, di molti che hanno veramente creduto fosse la formula del bene e del giusto, del riscatto del lavoro, dell’aspirazionead un’internazionale di pace.
Chi li capeggiava era corrotto fino al midollo, e non solo perché prendeva soldi frutto di tangenti (anche), ma perché sapeva quanto questo fosse falso. La sinistra ha provato a traghettare quel “popolo” in una terra nuova, dove il passato diveniva bello e rimpianto, mentre il presente si legittima sperando di mandare in galera quelli dell’altro fronte, accusandoli d’immoralità. Roba da psichiatria.
Veltroni ha colpe enormi, a cominciare dal giorno in cui accettò la falsa elezione delle false primarie. Tutta roba qui scritta e prevista, per tempo. Se i suoi oppositori e successori continueranno ad essere comunisti (alla Bersani) o democristiani (alla Franceschini), Berlusconi non avrà rivali in Parlamento, ma solo negli interessi costituiti. Se, invece, guarderanno al patrimonio culturale e politico della sinistra democratica, per ciò stesso anticomunista, allora vedremo nascere, finalmente, una sinistra occidentale e di governo. Si chiuderà una piaga aperta già con la Resistenza e dalla fine della guerra, con l’influenza sovietica sulle cose di casa nostra.
Quel che occorre loro, oggi, non è il coraggio, perché sono al disfacimento. Basta un pizzico d’orrore per se stessi, che era roba di Petrolini, quindi fuori dal raggio culturale modello cineforum e figurine Panini.

 

Se scoppia la guerra tra Rep. e Pd
di Giampaolo Pansa - Il Riformista 9 dicembre 2008
Prima o poi, anche Veltroni andrà a incatenarsi davanti a Repubblica, a Roma. Visto il successo mediatico del lucchetto di Leonardo Domenici, sindaco di Firenze, Veltroni farà come lui quando il giornale di Ezio Mauro smetterà di sostenere il Pd con l’entusiasmo di oggi. A quel punto Walter non potrà che lucchettarsi e protestare. Ma credo che i suoi lamenti non serviranno a nulla.
Schierarsi a favore di un partito non è mai una buona scelta per un quotidiano generalista come Repubblica. Il risultato è un prodotto monocorde, prevedibile, noioso. Quand’anche si scoprisse che il vertice del Pd fa il narcotraffico, i lettori sanno che il giornale non smetterebbe di appoggiarlo. Mentre i fondisti alla Giannini e i rubrichisti come Messina, Longo, Serra e Maltese seguiterebbero a cantare la gloria del partito di Super Walter e a sparare contro il Caimano delle Libertà. Tuttavia questo rapporto amoroso non è destinato a durare ancora per molto. L’editore assiste sempre più perplesso al corso politico del proprio giornale. "Repubblica" sta perdendo lettori in misura superiore agli altri quotidiani del suo rango. E non è arbitrario pensare che l’emorragia dipenda soprattutto dal pensiero unico di largo Fochetti.
Tutti gli editorialisti la vedono nello stesso modo e scrivono il medesimo articolo. Le opinioni in contrasto con il coro non sono ammesse. Anche il lettore più distratto sa in partenza che cosa leggerà l’indomani. Un bel guaio in questi tempi di crisi, quando è facile rinunciare all’acquisto di una testata che non ti dà nessun brivido.
A cominciare dal brivido dell’imprevisto.
In più oggi "Repubblica" rischia di perdere per strada i lettori di stretta osservanza diessina e adesso democratica. La questione morale sta devastando il Pd.
Molte procure hanno aperto indagini su esponenti del partito di Veltroni. Tutte queste inchieste generano verbali e intercettazioni, pane quotidiano per i giornali.
La direzione di "Repubblica" non rinuncerà mai a pubblicare quanto hanno scoperto i suoi cronisti giudiziari, eccellenti cani da tartufo. Gettando nello sconforto chi è sempre stato convinto della superiorità etica della sinistra. Ma dallo sconforto al rifiuto di leggere, il passo può essere breve.
Sto descrivendo uno scenario che in parte abbiamo già sotto gli occhi, grazie alle catene del sindaco di Firenze. In questa vicenda folle, s’intravede quanto avverrà.
E che oggi possiamo definire la nemesi non di un potere, ma di due poteri.
Il primo è quello di un giornale diventato l’alleato insostituibile di un partito. Per citare un esempio solo, l’edizione toscana di Repubblica è sempre stata il sostegno robusto dei Ds e oggi del Pd. Non era una scelta obbligata neppure in una regione rossa. Ma così è avvenuto, e non solo per volontà del responsabile dell’edizione, Pietro Jozzelli. Nessun capo redattore può muoversi come si è mosso lui senza il placet del direttore, ossia di Mauro.
A Firenze questo ha reso Repubblica un potere alla pari del sindaco Domenici e del governatore toscano Claudio Martini. Dall’alleanza fra il giornale e la sinistra locale è nato un asse informativo-politico che ha reso intoccabile la giunta fiorentina. Ma dopo anni e anni di cordiale amicizia, nelle ultime settimane questo blocco si è rotto su un terreno delicato e scivoloso: l’inchiesta giudiziaria sugli affari edilizi del gruppo Ligresti e sulle presunte connivenze di esponenti del Pd.
Del resto, che cosa poteva fare Repubblica? Lasciare che le carte e le intercettazioni di quell’indagine finissero in bocca alla Nazione e all’edizione fiorentina del Corriere della Sera? Il giornale di Mauro ha deciso di no. E per la prima volta è entrato in conflitto con il Pd, il potere travolto dall’inchiesta giudiziaria.
Il partito di Veltroni si è visto ripudiato di colpo da Repubblica. La crisi da abbandono ha trovato la propria raffigurazione nel sindaco Domenici che s’incatena di fronte al giornale traditore. E urla contro il palazzo dove si è stabilito di lasciarlo alla mercè degli accusatori. Anzi che è diventato uno dei suoi persecutori.
Il risultato è uno scontro impari, perché Repubblica, oggi, sembra pronta a sopportare anche cento sindaci rossi in catene. Lo testimonia la replica secca del giornale ai lamenti di Domenici. In poche righe, il palazzo di largo Fochetti ha bollato come «una piccola oligarchia» i dirigenti del Pd fiorentini coinvolti nell’inchiesta. E ha garantito ai lettori che continuerà a scoprire gli altarini della sinistra a Firenze e altrove.
A questo punto gli sviluppi possibili sono due. Il potere perdente, quello del Pd fiorentino e nazionale, potrebbe dichiarare guerra al giornale di Mauro. Per esempio rivelando i retroscena della lunga alleanza fra Repubblica e la sinistra, non solo a Firenze. Ma è un’ipotesi irrealistica, viste le condizioni disastrose del partito di Veltroni. La seconda ipotesi è che Repubblica, soprattutto per volere dell’editore, dichiari sciolta un’alleanza che ormai può recarle soltanto danno.
Se questo accadrà, si riapriranno molti giochi nella stampa italiana, un mondo in crisi per le arcinote ragioni. Dunque, non resta che vedere come finirà.

 

Mafia genera Mafia
di Danilo D'Antonio Laboratorio Eudemonia 23 Gennaio 2009
Nel ringraziare di cuore tutti coloro che sono impegnati nella lotta contro la Mafia per un impegno di così gran peso e straordinaria importanza, mi permetto di notare quanto grande, nella generazione del cruento fenomeno mafioso, sia l'apporto dell'altra, certo più mite ma non per questo meno malefica, Mafia di Stato.
Esiste infatti una Mafia Privata ed una Mafia Pubblica, l'una e l'altra generandosi e rafforzandosi a vicenda. E per questo non possiamo credere sia possibile liberarci dalla Mafia Privata, nè d'altronde ne avremmo diritto morale, senza aver prima liberato il nostro Paese dalla più diffusa Mafia di Stato. A questo proposito occorre riconoscere quale sia l'esatta origine di quest'ultima: il fatto che i ruoli e poteri del Pubblico Impiego sono assegnati a vita. Infatti, inevitabilmente, tra persone assunte a vita all'interno di una organizzazione tendono facilmente a stabilirsi legami distorti, nel migliore dei casi di tipo parentelare nel peggiore di tipo mafioso. Di fatto, trascorsi un certo numero di anni, tra i pubblici dipendenti a vita si stabiliscono rapporti che minano la democrazia e realizzano invece una iniqua oligarchia. Proprio ciò che è indispensabile terreno di coltura e sostegno del più truculento e noto fenomeno mafioso. Tra l'altro le risorse della Pubblica Amministrazione, ruoli, poteri e redditi, appartenendo esse all'intera comunità per loro stessa origine e definizione di pubbliche attività, non dovrebbero, non potrebbero essere assegnate a vita, poiché in questo modo si rende di fatto la cosa pubblica di proprietà esclusiva di una privilegiata minoranza della popolazione. Se vogliamo vivere in una vera Res Publica occorre allora venga presto, effettivamente e finalmente, reso pubblico il Pubblico Impiego, attuando una equa, sana rotazione tra tutti coloro che volessero svolgerlo ed avessero i requisiti necessari. In questo modo, scomparendo la Mafia di Stato ed avendo noi realizzato una società più giusta e partecipativa, anche l'altra grande Mafia Privata si spegnerà, non trovando più i presupposti per perpetuarsi. Nell'interesse collettivo, son dunque qui a chiedere che ognuno rivolga lo sguardo al rozzo, vecchio ed iniquo ordinamento del Pubblico Impiego assegnato a vita, affinché possa notarne le tristi, spesso tragiche conseguenze e rivolgere così una parte del proprio impegno in favore di una fondamentale sua riforma: http://Pubblica-Amministrazione-Democratica.hyperlinker.org Senza questa riforma si potrà combattere, si potrà lottare, si potrà morire, ottenendo pure qualche temporanea vittoria. Ma non si potrà MAI definitivamente debellare nè l'una nè l'altra Mafia.
Danilo D'Antonio Laboratorio Eudemonia Piazza del Municipio 64010 Rocca S. M. TE - Abruzzo tel. 339 5014947 tel. 328 0472332

 

I falsari della povertà
di Vittorio Macioce Il Giornale 16 ottobre 2008
Questa crisi non è uno scherzo. Tocca l’economia vera, quella che quando sbanda licenzia. Quella che ci rende tutti più poveri e insicuri. Ma non è una sorpresa.
Lo sapevamo. Lo stesso Berlusconi, in campagna elettorale, aveva parlato di lacrime e sangue. Ecco, ci siamo. C’è davvero da rimboccarsi le maniche. È necessario aprire una discussione, politica, su come riscrivere il welfare. L’epoca del posto fisso è tramontata. Può non piacere, ma è così. Forse questa crisi serve a qualcosa.
Ci mette di fronte a una realtà che non possiamo più evitare: l’Italia è cambiata, serve una nuova mappa per navigare verso il futuro. L’apocalisse può attendere.
La povertà non è spuntata all’improvviso. La depressione di questi giorni, con il crollo della finanza globale e i vaghi segni di respiro, è la spia luminosa che avverte: grave pericolo. È il segnale che serve una svolta, bisogna ripensare tutto, scrivere qualcosa di nuovo dopo che il Novecento, politico, culturale ed economico, è crollato.
La miseria italiana viene da lontano. È tanto che i vecchi, spesso soli, si arrabattono con una pensione da fame. È tanto che le imprese faticano, le tasse sono troppe, il debito ci strozza, il futuro non arriva. È tanto che il lavoro emigra in terre dove costa meno, Polonia, India o Romania. È tanto che vediamo nero.
C’è una generazione che si è ritrovata in faccia la precarietà, e non era preparata. Ormai viaggia velocemente verso i quaranta. È la prima generazione, racconterà la storia, più povera rispetto ai padri. È un welfare state vecchio, disegnato per un’altra era, che per proteggere tutti lascia nel fango, e un po’ più giù, chi ne ha davvero bisogno. È vero, in Italia i poveri stanno peggio rispetto alla Germania, la Svezia o l’Irlanda. È per questo che c’è bisogno di riforme vere, profonde, dolorose. Questo è un Paese che sopravvive e non ha il coraggio di cambiare. Troppi feudi. C’è una cultura politica e sindacale che legge in ogni mutamento un attentato, un tradimento. Difende il passato e uccide il futuro.
Quando la Caritas fa i suoi numeri nasconde un po’ tutto questo. Il rapporto, scritto dalla Fondazione Zancan, dice: ci sono 7,5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà. Hanno un reddito più basso dei 970,34 euro mensili che segna la fame senza speranza. Altri sette milioni e mezzo stanno appena più su, un passo misero oltre il confine. Roba di 50-100 euro, basta una multa, una spesa improvvisa, un piccolo colpo di malasorte e non ce la fai più. È l’Italia che non vede la quarta settimana. Quando va bene. Per più di qualcuno neppure la prima. La povertà esiste e chiudere gli occhi non serve.
Quello che a livello politico passa dei dati Caritas è, però, altro. I poveri, si legge in sottofondo, sono raddoppiati in un solo anno. È bastata una stagione, un lento inverno e un naufragio autunnale. È bastato un nome, un governo. E la povertà diventa l’ultima apocalisse. Veltroni, con la sua opposizione sdentata, su questi dati prova a giocarsi le sue carte: «Già oggi nelle famiglie italiane c’è una riduzione dei consumi, le piccole e medie imprese sono in difficoltà. Questa si chiama recessione, la bestia più brutta per un Paese. Bisogna aiutare la ripresa, non solo le banche». Tutto vero. Ma è vero anche che i dati Istat, su cui nasce la ricerca, sono del 2006. La povertà non l’ha inventata Berlusconi. C’era prima. E forse è perfino un po’ irritante ricordarsi adesso che in Italia esistono le piccole e medie imprese. Non solo le banche. Veltroni ogni tanto scopre l’America, questa volta tocca a Steinbeck, Dos Passos, Farrell, Algren. Benvenuto. Che si fa? Tutti in piazza e scioperi a raffica? Meraviglioso. Si danza sulle macerie. Nessuno stupore: l’opposizione dovrebbe fare il suo mestiere. Quello che preoccupa è questa vocazione all’apocalisse.
L’Italia è spacciata, nera, fosca, buia, senza redenzione. L’Italia di Berlusconi non può che essere razzista, fascista, superficiale, povera, di malaffare, violenta. L’Italia di Berlusconi deve incarnare tutti i mali del mondo. Non si evoca direttamente l’apocalisse, ma si spera che arrivi. Si prega un qualche Dio che maledica l’ultimo peccato degli italiani: aver votato in maggioranza dalla parte sbagliata. È la logica del tanto peggio, tanto meglio.

 

La paura
di Davide Giacalone 30 Sttembre 2008
Li chiamano xenofobi, e quelli prendono i voti dei turchi e degli slavi. Li chiamano nostalgici e reazionari, e quelli prendono i voti dei giovani, razziando fra i sedicenni per la prima volta chiamati alle urne. Può darsi che a molti non freghi niente di quel che è successo in Austria, ma è solo una variante di un più generale problema democratico, che coinvolge anche noi. Per raccontare il contorcimento di budella, in questa parte, occidentale e ricca, del mondo, si usano categorie del secolo scorso, come “destra estrema” o “sinistra radicale”. Per capire il disagio economico ci attacchiamo al concetto di “potere d’acquisto”, descrivendo consumatori sempre più poveri. Invece il mondo, negli ultimi dieci anni, è diventato più ricco e si è sviluppato globalmente, come mai nel passato. Certo, come capita agli adolescenti, ora si ritrova con brufoloni sulla faccia, una peluria oscena alle mandibole, od un seno troppo grosso su un corpo di bambina. Ma è cresciuto. Dovremo affrontare mille guai, perché da noi il mercato s’è sviluppato quale annesso della libertà, in Cina, per esempio, sarà la ricchezza diffusa a dover far saltare la dittatura. Il guaio grosso, però, rischiamo d’averlo in casa, con elettori che votano le estreme non per protesta, ma per paura. I turchi si sono fatti un mazzo tanto, in Austria od in Germania, per ottenere diritto di cittadinanza. Ora non tollerano i clandestini e gli irregolari, cui imputano la minaccia al loro sogno conquistato.
La classe media, che è classe generale, è cresciuta nel benessere, anche al di sopra delle proprie possibilità. Ora imputa alla globalizzazione od all’Europa il rischio di dovere rifare i conti. Il voto guidato dalla paura non deve intimorire, anzi, aiuta. E’ destinato a gruppi che deluderanno i loro odierni sostenitori. A me preoccupa il vuoto mentale di molte classi dirigenti, oramai incapaci di ripensare e riproiettare il futuro. La finanza che è saltata per aria aveva un orizzonte speculativo, a breve, senza progetto. Molta politica le somiglia. La democrazia è un metodo, come il capitalismo, ha poi bisogno di protagonisti. Se mancano idee e uomini guida, prevale l’egoismo del farsi i fatti propri, e nasce la paura che non sia più possibile. La politica serve, è indispensabile, ma se ha la P maiuscola.

 

Quei giovani arrabbiati destinati alla ribellione
di Gad Lerner La Repubblica - 26 settembre 2008 From: Luigi Sent: Sunday, September 28, 2008 11:56 AM
Articolo, questo seguente, ottimo per la lucidità con cui esamina il disagio e l'alienazione dei figli degli stranieri.La loro rabbia e la loro pericolosità sociale dovuta al fatto di non sentirsi ne italiani ne africani e identificarsi con lo stile di vita consumistico dei loro coetanei occidentali.Mentre i loro genitori accettavano il ruolo di servi imposto dal capitalismo in cambio del diritto a emigrare i figli si sentiranno discriminati in quanto stranieri alla patria di adozione e a se stessi e inoltre sfruttati in quanto appartenenti alle classi economicamente povere. Ottima analisi da parte di chi si è sempre schierato a favore della società multirazziale in nome di un buonismo genocida che non ha mai detto niente nei confronti delle stragi compiute dal Sistema democratico-capitalista oggi dominante. Scrive Lerner:
La seconda generazione è per sua natura destinata alla rivolta: lo insegna ormai da un secolo la sociologia dell´immigrazione, e non è certo difficile intuire il perché.
I figli degli affamati giunti da lontano in cerca di un lavoro purchessia, non provano la medesima rassegnazione dei genitori. Percepiscono semmai la falsità di una cittadinanza formale concessa loro dal paese in cui sono nati senza riuscire a sentirsi veramente a casa propria. Invece di stupirci per la scoperta di una "rabbia nera" che per la prima volta - da Castelvolturno al centro di Milano - si manifesta con intemperanza contro gli "italiani bastardi", dovremmo rammaricarci di non averne colto per tempo le avvisaglie.
Lo scatenarsi delle pandillas, le bande giovanili latino-americane, a Genova nel 2004. La rivolta della Chinatown milanese, con tanto di bandiere rosse, nell'aprile 2007.
La pacifica disobbedienza civile dei beurs, i giovani maghrebini laici che a Treviso inscenano da mesi improvvise adunate di "preghiera proibita" per protestare contro il generalizzato boicottaggio leghista del culto islamico. Le (per ora) timide manifestazioni dei rom e dei sinti oggetto di sgomberi e taglio di luce e acqua nelle baraccopoli di Roma. I blacks italo-africani sono dunque solo gli ultimi a organizzarsi, forse perché più deboli degli altri, ma il conflitto etnico fa già parte del nostro panorama metropolitano. Inesorabili presagi di una guerra favorita dall´assenza di sensibilità condivisa: solo di rado i loro morti ottengono la visibilità tributata agli italiani assassinati da stranieri. Tanto meno la cronaca registra gli innumerevoli episodi quotidiani di umiliazione della loro dignità. Anche perché nel nostro paese gli immigrati, nonostante molti di loro abbiano già conseguito con fatica la cittadinanza italiana, restano quasi del tutto privi della rappresentanza politica di cui già godono nelle altre democrazie europee. Purtroppo parlando di seconda generazione ci soffermiamo soprattutto sulle nude cifre - i giovani di origine straniera erano circa 400 mila nel 2003, si calcola che saranno un milione nel 2015 - ma fatichiamo a inquadrarne la condizione esistenziale. Ragazzi i cui genitori hanno pochissimo tempo da dedicare alla loro educazione. Famiglie spesso ancora separate, con madri e padri impreparati a seguire il percorso scolastico dei figli, quasi sempre prive di quel sostegno di accudimento fondamentale rappresentato dai nonni. Giovani smarriti, dunque, come ci ricorda il più autorevole studioso italiano della seconda generazione, Maurizio Ambrosini. Eppure si tratta di ragazzi bene o male inseriti in una società che fornisce loro un reddito sufficiente alla sopravvivenza, e che condividono le mode, i miti consumistici, le aspirazioni dei loro coetanei.
Qui scatta la maledizione di un sistema bloccato che penalizza qualsivoglia aspettativa di ascesa sociale. I figli degli immigrati sono italiani che dunque tenderanno a rifiutare i lavori tipici degli immigrati. Non vorranno fare la vita dei loro genitori, anche perché ce l'hanno sotto gli occhi. Entrano nel mondo del lavoro con standard occidentali, del tutto ignari delle condizioni di vita nei loro paesi d'origine. Se la prima generazione immigrata era disposta a sopportare enormi sacrifici pur di realizzare un progetto di sistemazione a lungo termine, i giovani nati in Italia (o approdati nella prima infanzia) sono titolari di ben altre aspettative. E se l'alternativa proposta loro fosse solo quella fra condizioni di lavoro degradanti e una vita di espedienti, siano pure illegali, potrà apparire loro conveniente anche il reclutamento o l'auto-organizzazione criminale. Tutto, pur di non fare la fine dei loro padri sfruttati nel lavoro nero o delle loro madri badanti.
È in questo retroterra che si diffonde il pericoloso stato d'animo degli stranieri in patria, intenzionati a sfuggire l'antica condizione dei meteci relegati alle necessità produttive ma privi di cittadinanza reale. Senza che possa essere presa in considerazione neppure l´ipotesi di un ritorno al paese da cui partirono i genitori, entità mitica che gli appartiene solo nella fantasia, oggetto di quella nuova forma di nostalgia che le diaspore esasperano nella relazione con luoghi sconosciuti, irrecuperabili.
La seconda generazione è italiana, dunque non estradabile.
La tunica di raso marrone indossata dal padre di Abdoul Salam Guiebre alla cerimonia funebre di Cernusco sul Naviglio, preannunciava ben di più che un richiamo folklorico. Perché quella salma di un giovane cittadino italiano stava per essere imbarcata su un aereo, destinata a una sepoltura nel Burkina Faso, lontano migliaia di chilometri dal luogo in cui aveva vissuto. Segno di rottura con un paese rivelatosi d´improvviso atrocemente inospitale.
In Africa, la seconda generazione può ritornarci da morta, mentre i fratelli di Abdoul soffriranno d'ora in poi una cittadinanza dimezzata. Coltiveranno probabilmente un'africanità che le circostanze paiono contrapporre all'italianità, spezzando il percorso dell'integrazione cui pure avevano lavorato gli insegnanti, gli amici, i vicini di casa, i datori di lavoro. Il recupero di un'identità alternativa, anche se spesso deformata e posticcia, pare l'esito inevitabile di questa disgregazione sociale.
Tipico è il caso di Meryem Fourdaus, la fantasiosa marocchina ventunenne di Treviso che ha dato vita al movimento "Seconda generazione". Giunta in Italia all'età di 10 anni, il padre operaio in cassa integrazione, la madre addetta alle pulizie in un ospedale, Meryem frequenta all'università di Padova un corso di Economia Internazionale e intanto fa la commessa part time. Non porta il velo islamico, si dichiara non praticante. Ma ciò non le ha impedito di organizzare per dieci settimane in un parcheggio della sua città la sorpresa della "preghiera segreta". Paradossalmente, la sua storia dimostra come possa essere l´ottusità leghista, il divieto di moschea, la causa di un riavvicinamento forzato alla religione di giovani che se n'erano allontanati.
La deriva di una guerra annunciata, il diffondersi sul nostro territorio di un conflitto etnico a cui si sentono richiamati molti cittadini italiani immigrati di seconda generazione, procede dunque come la più classica delle profezie di sventura che si autoavverano. A renderlo probabile, e ancor più pericoloso, è un'altra caratteristica del nostro sistema: gli immigrati da noi sono totalmente privi di rappresentanza politica. Col bel risultato che gli unici portavoce disponibili sul territorio e nel teatro mediatico sono dei capi comunità, per loro natura separatisti, spesso legittimati solo da una pseudo-autorità religiosa integralista. Non esistono oggi leader democratici dell'immigrazione perché, salvo eccezioni irrilevanti, i partiti politici italiani finora li hanno esclusi. Un deficit di rappresentanza che la seconda generazione rischia di colmare ben presto affidandosi a capiclan e militanti radicali, scavando ulteriormente il fossato della mancata integrazione.

 

Veltrunni alla riscossa: voto a rom & extracomunitari in cerca di voti rom
Bagnasco e i clandestini
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Tuesday, September 23, 2008
Il cardinale Bagnasco non ha ricordato che, secondo la dottrina cristiana (ed anche secondo il buon senso), siamo tutti fratelli, ha detto una cosa più precisa e significativa: sono nostri fratelli anche gli immigrati clandestinamente, che si trovano da irregolari nel nostro Paese. Dal punto di vista religioso, dunque, non ha fatto che ribadire l’ovvio, ma dal punto di vista politico l’affermazione è dirompente. E se metto in evidenza la politicità di quelle parole non è certo per criticarne l’“ingerenza”, come conformisticamente e ripetitivamente fanno molti laici, giacché, da laico, non ho alcun problema a contestare le tesi delle gerarchie, ma neanche a convenire.
Un Paese non può accettare che sul proprio territorio vi siano presenze irregolari, ma non può pensare di definire irregolari le presenze nelle proprie famiglie.
Quando questo capita, ed a noi capita, vuol dire che l’errore sta nel modo in cui si è regolata e controllata la faccenda. Quando capita che dei malavitosi italiani facciano strage di un gruppo d’immigrati, neri, può essere vero, ed anche probabile, che si tratti di uno scontro fra gruppi criminali, ma se non possono essere tollerate le reazioni del giorno dopo, da parte della comunità immigrata, neanche si può pensare che la causa del crimine sia la loro presenza. No, la causa è la perdita di sovranità a favore della camorra, che ha indebolito lo Stato, quando, in quelle zone, non lo ha annientato.
Quando due italiani ammazzano un nero, a Milano, può ben darsi che si tratti di un omicidio “normale”, senza alcuno sfondo razzista, ma come tale merita d’essere comunque punito con pene severe, senza cercare attenuanti nel disagio che quelle presenze straniere provocano, e senza consentire ai connazionali del defunto di manifestare contro gli  “italiani”. Ecco, di fronte a questi ed altri problemi, più volte la politica è scappata, ed è questa fuga a far prosperare l’equivoco. Un esempio: è in alcune zone del nord che maggiormente c’è bisogno di manodopera a basso costo, d’immigrati, ma è nelle stesse zone che si raccolgono i consensi contro l’immigrazione. Rispetto a questo rimpiattarsi dietro frasi di comodo, almeno Bagnasco ha avuto il coraggio di schierare la chiesa. Noto che i quotidiani più vicini al centro destra, quindi quelli che, nella vulgata semplicistica, dovrebbero essere anche più corrivi ai messaggi della conferenza episcopale, relegano la notizia nelle pagine interne e ne occultano la parte relativa agli immigrati. Segno che il cardinale ha messo il piede su un nervo scoperto.

 

Union del Popolo Veneto Circolo di propulsione politica
Siamo sempre più travolti da una immigrazione massiccia che avviene con lo sbarco di persone, operato con prepotenza ed illegalmente sul nostro territorio.
Si sostiene che questi stranieri, come mettono piede sul territorio italiano, maturano subito una serie di diritti, e che non si possono rispedire a casa.
Questa tesi sembra fatta propria da vari governi che nei loro rapporti con i cittadini italiani lasciano capire che quest’invasione sia ineluttabile e non affrontabile. Su tutta questa situazione volteggia un fatto strano nonché la sopravvenienza di intolleranze sempre più forti e determinate da parte dei cittadini italiani nei confronti di questi stranieri presenti illegalmente sul territorio nazionale. In fatto strano è che queste barche di disperati si dirigono maggiormente verso l’Italia, e non verso Malta o verso la Spagna, molto più vicine all’Africa rispetto all’Italia. Perché?
E’ presto detto. Malta e Spagna - a quanto si legge - reagiscono molto più duramente a queste invasioni. La Spagna è addirittura giunta all’estremo di ordinare ai controllori delle sue frontiere di sparare contro coloro che con la forza pretendevano di saltare la barriera di confine e di entrare così abusivamente in territorio spagnolo. L’altro aspetto, quella dell’intolleranza dei cittadini italiani sempre più vivace nei confronti di questi stranieri illegalmente presenti in Italia, lascia trasparire che gli italiani non ne possono più di vedere occupate le loro città ed i loro paesi da masse sempre più imponenti di questi abusivi.
A Napoli, proprio in questi giorni, si è già sfiorata la rivolta dei cittadini, più volte, quando la P.A. manifestò l’intenzione di creare un centro di raccolta di questi immigrati illegali in un quartiere della città. D’altra parte non è possibile che l’Italia possa di fatto divenire il luogo di raccolta di tutte le masse di diseredati dell’Africa e dell’Asia, perché proprio fisicamente non potrebbe farcela. Già oggi il rapporto tra territorio usufruibile ed abitanti per Kmq. è al di là di un corretto valore di sopportazione.
E a fronte di tutto questo dramma il governo Berlusconi sembra proprio non fare nulla. Manifesta stupore, dichiara d’essere inerme a fronte di quest’invasione, blatera di una autostrada da costruire in Libia (dalla Tunisia all’Egitto) a spese degli italiani, al fine di ottenere dal leader libico il blocco dell’imbarco di tutti questi disperati.
E nulla dice di questa possibilità oramai ben chiara a chi vuole leggere le vicende con obiettività, che potremmo essere alla vigilia di una guerra tra disperati: tra gli italiani oramai ridotti alla povertà, e tutti questi abusivi occupanti di terreno e di case italiane. Tanto che sorge spontanea la domanda: ma questo signor Berlusconi che certamente è ed è stato un ottimo imprenditore, è riuscito oppure no a divenire anche un bravo statista?
L’impressione che purtroppo si deve trarre leggendo tutta questa vicenda, è quella che il signor Berlusconi sia un bravo affabulatore, un bravissimo imprenditore, un abile intrattenitore di personaggi e tante altre belle cose, ma certamente non uno statista. L’ultimo statista degno di questo nome è stato il signor Bettino Craxi.
La personalissima interpretazione, che - per carità - potrebbe essere errata è che poi sia sopraggiunto il buio. A questo punto domandiamoci anche quanto può valere in credibilità quanto il governo dice ai cittadini, e cioè che poco può fare contro questa immigrazione selvaggia, perché le normative in essere impediscono persino di rispedire al paesello natio, in massa, tutti questi immigrati abusivi. La giustificazione non ha fondamento giuridico.
Quando l’uomo decise di eliminare la modalità di vivere in solitudine ed accettò di fare patti con altri uomini per socializzare tra loro e per vivere in comunità, pose in essere in sostanza un cosiddetto “contratto sociale”.
Una delle regole base di questi “patti sociali” è quella che la mia casa è inviolabile, che nessuno ha il diritto di entrarvi se non ne ottiene preventivamente il mio permesso. Se nonostante il mio divieto “quel signore” forza le cose ed entra in casa mia, io ho il pieno diritto di ributtarlo fuori, in alcuni casi anche con l’uso di armi.
Il principio viene da sempre riassunto nella massima: “vis vim repellere licet”. Principio che nessuna legge, nessuno statuto, nessuna costituzione statale può abolire, perché se lo facesse violerebbe e renderebbe nullo il predetto basilare patto sociale. Con le conseguenze che sono evidenti a tutti.
Questo principio valido nei rapporti civili, è altrettanto valido in sede di leggi internazionali. Perché allora l’attuale governo ci propina quelle sue tesi e nulla fa?
Richiamiamo a questo punto alcuni principi basilari fissati nelle leggi vigenti. Nella Legge 25 ottobre 1977, n. 881, “diritti dell’uomo e delle genti”, nella parte prima art. 1 si afferma: “tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. Il virtù di questo diritto essi decidono liberamente del loro statuto politico, e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale… in nessun caso un popolo può esser privato dei propri mezzi di sussistenza.” All’art. 12 si afferma: “ogni individuo che si trovi legalmente nel territorio di uno Stato ha diritto alla libertà di movimento e alla libertà di scelta della residenza in quel territorio.
”NOTA BENE - Non chi è presente illegalmente.
Nel successivo art. 13 si dispone che: “uno straniero che si trovi legalmente nel territorio di uno Stato parte del presente patto, non può essere espulso se non in base ad una decisione presa in conformità della legge…” All’art. 47 si stabilisce: “nessuna disposizione del presente patto può essere interpretata in senso lesivo del diritto inerente a tutti i popoli di godere e di disporre pienamente e liberamente delle loro ricchezze e risorse naturali.”
Fondamentale poi è l’Art. 4 del DPR 14 aprile 1982, n. 217 “diritti dell’uomo e delle genti”, che afferma: “le espulsioni collettive di stranieri sono proibite.”
Il governo si richiama a questa norma, che peraltro deve essere applicata solo verso chi da qualche tempo è presente sul territorio italiano. Norma, invece, che non va applicata in caso di sbarchi o di entrate clandestine ed illegali di gruppi di stranieri, gruppi che quindi possono in massa essere immediatamente espulsi
Presidente, usi le leggi e faccia respingere tutti gli invasori ILLEGITTIMI da Marina, Esercito e forze di polizia.
Per quanto concerne la Romania (che ci ha mandato persone davvero gradite, ma anche con loro commisti gli zingari) applichi il Trattato di Schengen e blocchi le frontiere con la Romania per i due anni di rito. Nel contempo, come le leggi internazionali consentono, chieda all’ONU e all’UE la modifica delle attuali normative così da aver modo di dare accoglienza ai Romeni e di respingere gli zingari privi di lavoro stabile, di abitazione e mezzi certi di sostentamento.
Quanto all’autostrada pretesa da Gheddafi noi veneti le chiediamo di NON concederla, e se del caso rifiutiamo sin d’ora di partecipare a quella spesa. Se accetterà il nostro parere destini quei soldi agli italiani più bisognosi.
Diffidi, invece, il signor Gheddafi a risarcire alle migliaia di italiani che lui dalla sera alla mattina, nel 1972, cacciò dalla Libia a risarcire gli stessi ogni danno. Se queste soluzioni non sono gradite, in via alternativa può: destinare l’isola dell’Asinara a CPT di tutte le persone che entrano o che sono già entrate illegalmente in Italia.
Oppure si renda promotore presso l’UE di una iniziativa tesa a chiedere all’Egitto una adeguata porzione di territorio ove costruire un ospedale e le piccole infrastrutture necessarie, con regime di extraterritorialità ed ivi far confluire poi tutte le persone illegalmente entrate in Italia e nell’UE. Comunque, signor Presidente, una decisione deve prenderla se vuole salvare l’Italia. lunedì 4 agosto 2008 Il Presidente Avv. Mario Rigori

 

UNA CULTURA AL BIVIO “Lo stato assente”, titola il Corriere. “Italiani antirazzisti”, giudica un ministro spagnolo. “Il nuovo premier vada dallo psicologo”, dice un altro politico spagnolo
“Alitalia aspetta la cordata italiana”, dice qualche politico. Ma qualche europeo viaggiatore sa che, per far funzionare Alitalia, ci vorrebbe una struttura straniera (cioè che sappia gestire correttamente), non certo il tipo di gestione finora prevalso (non competitivo e legato a lottizzazioni, io credo).
“La sicurezza sarà migliorata”, promette un politico. Un europeo di buonsenso invece direbbe: “Come garantire la sicurezza, quando la Giustizia è in crisi da un decennio? Perché non si provvede prima a mettere in funzione la Giustizia?“. Da notare che la Giustizia francese, il cui codice deriva da quello napoleonico come il nostro, funziona bene. E se consultassimo i Francesi, per vedere come essi fanno? I motivi di tante emergenze, di tanti rinvii alle calende greche, di tanti litigi politici, di gestione africane della mondezza, di tanti apprezzamenti negativi da parte di europei, sono sempre gli stessi! Il problema sociale italiano è gigantesco. Il non averlo capito negli ultimi 20 anni  (e non aver quindi adottato le contromisure necessarie) ha portato tanti nodi, tutti insieme, al pettine italiano. Sbrogliare tanti nodi, è possibile? In principio lo è, ma ad una condizione: ascoltando anche testimonianze di chi vive in Paesi avanzati…!
Il sistema Italia, la cultura e i rapporti sociali italiani, sono ad un bivio. La mentalità italiana, il modo di ragionare nella vita sociale, l’assenza di capacità gestionali adeguate alle necessità pubbliche, l’assenza di valori positivi, portano il sistema Italia, obtorto collo, a dover ora scegliere, fra queste opzioni:
a) il risveglio di un popolo di dormienti che decida di aprirsi al progresso, alla vita ed alle future fortune europee. Partendo da riflessioni sociali adeguate..!
b) oppure il fallimento del Paese continuerebbe.

Luigi Barzini scrisse nel ’65, “Gli Italiani”. In esso egli descrisse non solo i motivi storici delle difficoltà sociali, ma anche i segni esteriori di tali difficoltà e incapacità. Due citazioni da tale libro:

“E’ sempre apparso agli italiani che il loro Paese era la disgraziata vittima di un circolo vizioso: il carattere nazionale fatalmente generava tirannie; le tirannie (si riferisce ai secoli passati) rafforzavano e esasperavano i difetti del carattere nazionale e invitabilmente portavano il Paese a nuove avventure. Per salvare l’Italia dal suo destino luttuoso occorreva spezzare il circolo vizioso...”.
“Tutto, in verità, veniva fatto non solo per il suo valore in sé, ma principalmente per l’effetto che avrebbe prodotto. Per due secoli o più uomini di genio in numero incredibile, dedicarono i loro talenti al convincimento nazionale che lo spettacolo è, faute de mieux, un ottimo surrogato della realtà.
Che forma e sostanza fossero la stessa cosa. Colmarono il mondo di capolavori per trovare un compenso alla mancanza di sicurezza, al vuoto, al disordine, all’impotenza e alla disperazione della loro vita nazionale, per dimenticare l’uminiazione e la vergogna, per dimenticare la loro colpa collettiva”.
Il mio commento: molto bel detto !
Le caratteristiche negative del DNA sociale (un modo di lavorare ed una struttura sociale affatto europei) hanno prodotto, sia negli ultimi decenni che nei secoli precedenti, sopraffazioni. Ingiustizie, fallimenti, perdite di opportunità. Tali rovinosi risultati sono sempre stati, nel passato, tollerati da un popolo abuso alla sopraffazione, ai sacrifici senza motivi. In quanto in passato c’erano le frontiere, non bisognava confrontarsi con popoli maturi. I risultati italiani negativi sono stati sempre tollerati, perché il sistema Italia ha sempre sopportato e vissuto con una cultura levantina.
Ora però siamo entrati da anni nel mercato globale e nella U.E. A causa di ciò dobbiamo confrontarci tutti i giorni colle capacità, coi risultati di tanti Paesi (molti dei quali sanno essere seri ed efficienti, per avere risultati). Non possiamo continuare a sopportare le conseguenze delle incapacità sociali; e considerarci, nonostante ciò, una società ed una civiltà europea. Eccoci allora ad affrontare la realtà. Suggerirei questo metodo, che è poi europeo: - si fa la lista delle cause delle proprie incapacità sociali. Si lavora seriamente per eliminarle, aiutandosi con consigli e professionalità europee. Si potrà allora gestire un Paese, divenire una vera democrazia, inventando gli strumenti necessari; fra cui il primo è: INSEGNARE, EDUCARE, FORMARE! Con particolare attenzione al sociale....
- se si vuole generare occupazione e sviluppo economico, diviene urgente liberarsi di certe abitudini sottosviluppate, generatrici di emergenze. Finora gli Italiani hanno vissuto, mi sembra, nella fatua illusione di essere un Paese socialmente capace, non troppo corrotto, idoneo a realizzare gli obiettivi nazionali (non quelli dei diversi clans), i quali sono talora predicati da gente incapace, i nostri politici. Continuando con tale illusione, si fallisce tutto, perché non si potrà progredire.
Se l’attuale modello del sistema Italia sarà conservato, per mancanza delle volontà, delle capacità e determinazione necessarie alla catarsi urgente, allora i migliori se ne andranno, come adesso. I peggiori resteranno, per vivere la povera vita di un popolo distrutto e vinto da una mentalità sottosviluppata, da una rassegnazione a non cambiare. Rinnovarsi? E’ possibile. Una possibile decisione di rinnovare la società in senso europeo comporterebbe una seria scelta dei modi (ma anche delle persone coinvolte) per una campagna di promozione delle efficienze e dei comportamenti europei. Un programma appropriato di rinnovamento che è accennato nel testo “Divenire Paese avanzato”. Dettagli possono essere richiesti. Davanti a voi due strade: vi fidate dei politici; la destinazione finale del sistema Italia sarà il terzo mondo.

 

VIA I POLITICI FANNULLONI

di Mario Caligiuri IL RESTO DEL CARLINO - LA NAZIONE - IL GIORNO LUNEDÌ 4 AGOSTO 2008 PRIMO PIANO PAGINA 11

L’ITALIA è davvero uno straordinario Paese. Da noi anche la politica virtuale riesce a produrre effetti, se è accompagnata da qualche provvedimento mirato. A quanto pare, gli annunci del ministro Brunetta stanno dando risultati sorprendenti. Da Aosta ad Agrigento centinaia di dipendenti pubblici vengono individuati e gli arresti e le denunce fioccano come se piovesse. Con l’aggiunta di qualche licenziamento: provvedimento inaudito fino a qualche tempo fa. Forse in tutti questi anni i sindacati avranno tirato troppo la corda? Forse perché, magari vedendo alberghi e spiagge molto meno affollati del solito, c’è un sussulto di timore, e quindi di responsabilità, da parte della società italiana? E’ presto per dirlo, ma occorre sperare in qualche tenue inversione di tendenza.
NATURALMENTE, nessuno pensa che, dopo decenni di inettitudine, la nostra pubblica amministrazione si possa magicamente trasformare in quella svizzera.
Ma come si vede, Pietro Ichino aveva ragione da vendere. Due anni, il libro «I fannulloni» - che oggi è un termine entrato di prepotenza nel vocabolario della lingua italiana per indicare i dipendenti pubblici scansafatiche - venne accolto a base di insulti da tanti settori politicamente «corretti»: addirittura qualcuno scrisse che Ichino fosse stato «colpito dal solleone». La situazione attuale è stata creata da un insieme di circostanze che vede coinvolti da una parte certo gli statali assenteisti ma dall’altra anche medici compiacenti, politici distratti, dirigenti incapaci, finanzieri disimpegnati. E che dire di quei magistrati che davano sistematicamente torto al datore di lavoro, pubblico o privato che fosse? Si è alimentata una grande giostra dell’irresponsabilità che ha appesantito le casse dello Stato, aumentato l’inefficienza della pubblica amministrazione, prodotto devastanti esempi a cascata per l’intera collettività. Questi danni chi li pagherà mai? Cosa diciamo alle giovani generazioni che hanno un presente così nebuloso? Per un fatto morale, è doveroso mandare via i dipendenti assentisti. Ma dato che gli esempi debbono provenire dall’alto, attendiamo che sia anche la volta dei politici fannulloni, quelli che pigiano i tasti degli altri durante le votazioni del Parlamento e che si intascano i soldi dei portaborse.

 

Molti si ritirano a vita privata. Molti amici mi dicono: non combattere più per una pulizia dei partiti e per un Governo decente: ridono di te! Combatti per dei CADAVERI! Non c'è più NULLA da SPERARE! Basta vedere IL DIVO e la trasmissione BLU NOTTE scorsa. Forse in una Unione Europea più forte ed incisiva? arch. Graziella Iaccarino-Idelson Napoli

 

Sopravvivere nell’italia terminale
di Maurizio Blondet 3-7 Settembre 2008 http://falsoblondet.blogspot.com/2008/09/sopravvivere-nellitalia-terminale.html
Sotto gli occhi di tutti Berlusconi non solo non sta mantenendo alcuna promessa fatta in campagna elettorale ma sembra stia facendo esattamente l’opposto di quanto atteso da coloro che lo hanno votato. Perfino peggio da ciò fatto dall’orrendissimo governo Prodi. Non solo l’immigrazione non è stata frenata ma è incentivata in ogni modo. Non direttamente dal governo s’intende, bensì dalle varie branche della casta dominante come chiesa e magistratura che l’esecutivo non sta riducendo all’impotenza. I poteri forti stanno procedendo nel loro piano di controllare il paese sabotando anche le poche iniziative lodevoli escogitate dal governo guidato dal Cavaliere Blu.
(1) Nessuna limitazione è stata finora posta ai ricongiungimenti famigliari ne moratorie sugli ingressi dai paesi neocomunitari. Men che meno qualche espulsione con camicia di forza stile Zapatero. In più gli immigrati avranno il diritto di voto contro la volontà della maggioranza dei cittadini italiani e la Libia otterrà un sacco di soldi
nostri per fare finta di combattere l’immigrtazione clandestina. Anche la “sicurezza” un imbroglio. I militari schierati nelle città sorvegliano gli obiettivi “sensibili” tipo ambasciate, ministeri, palazzi di giustizia. Sensibili per la casta non per il popolo. Robin Hood Tremonti annuncia di volere azzerare il deficit delo stato in tre anni. Una promessa al limite del delirio. Perchè eliminare i 70 MILIARDI DI EURO di deficit annuo significherebbe spremere ulteriormente una popolazione già stremata dalla globalizzazione e dai parametri di Maastricht. Inoltre il debito pubblico, in un solo anno di lacrime e sangue unioniste, passato da 1605 a 1661 MILIARDI, nel 2011 sarà abbondantemente fuori controllo. Tuttavia, ci proverà a “risanare” i conti col certo risultato di schiantare l'economia del paese.
Le tasse così non solo non stanno diminuendo ma incrementano a profusione per mantenere i sempre più foschi privilegi dei boiardi di stato. Mai licenziabili, dal TFR raddoppiato, sempre garantiti oltre ogni immaginazione come ben delineato dalla faccenda Alitalia. E naturalmente per Milano, il Nord solo beffe: dopo che i polentoni si sono dovuti sobbarcare lo smaltimento di TUTTI i rifiuti della Campania assieme i cittadini del Nord si pretenderebbe PER LEGGE che dirigano a Roma per imarcarsi sui voli intercontinentali in nome del “libero mercato” all’amatriciana. Questo portarà al probabile fallimento dell’Expo 2015. Perché lo stato “equosolidale” che DEVE regalare mliliardi di euro alle mafie per la vergognosamente gratuita autostrada Salerno-Reggio Calabria, per l’inutile tav Napoli-Bari, per il sismicissimo ponte sullo Stretto non avrà i soldi per l’Esposizione Universale dovendo ridurre il disavanzo dello stato.
Dopodiché i giornali ROMANI, battendosi il petto gonfio d’orgoglio, pontificheranno che “la Lega ha torto, Milano non è meglio di Napoli”.
Le pensioni stanno per essere nuovamente tagliate, ma unicamente quelle del settore privato già appestato dal precariato dilagante e dai salari più bassi del continete. Così come le piccole e medie aziende saranno costrette a consegnare il TFR dei loro lavoratori a Roma capitale. Con la pistola puntata alla tempia dei piccoli imprenditori. Questo perché meridionali e nuovi italiani pretenderanno sempre di più in cambio dell’adesione all’unità d’italia. Perché questa, solo e sempre, è la VERA questione. Tutto il chiacchiericcio sulla “meritocrazia”, sul “sistema paese”, sull’”italianità” è una barzelletta ormai stantia raccontata a beneficio degli scemi che ancora abboccano.
L’italia affonda in una schizofrenia contagiosa quanto la peste bubbonica: di quelli che non vogliono il federalismo per “garantire l’uniformità su tutto il territorio nazionale” e un secondo dopo invocano nuove leggi speciali per il Mezzogiorno e per Roma; di coloro che detestano sentire parlare di razze ed etnie però difendono i menù “etnici” nelle scuole pubbliche; di coloro che vogliono farci sentire “italiani” orgogliosi per poi udire il cittadino numero uno, il presidente della repubblica in persona affermare che “l’italia non andrebbe avanti senza immigrati”. Bel rinforzo allo “spirito nazionale”! (2) E che dire di coloro che vorrebbero “spazzare via” gli extracomunitari dalla Padania ma sono favorevoli all’allargamento della base Nato di Vicenza? Appoggiando così gli americani che degli immigrati sono i più pericolosi detenendo decine di bombe atomiche in suolo padano. Simmetricamente i cattocomunisti, sostenitori del referendum anti-Dal Molin perchè “democratico” ma contrari ad altrettanto democratiche consultazioni in materia di moschee e campi nomadi! Non ultimi gli psicobuffoni che biascicano di “democrazia dal basso” e poi chiedono l’abolizione dei piccoli comuni e delle comunità montane ossia degli organismi di gran lunga più vicini alle esigenze della popolazione.
Cosa deve fare allora il cittadino medio per salvarsi dal Giano Bifronte Berlusconi-Veltroni? Molto per la verità, nonostante tutto. In prima scelta emigrare ma se per voi partire è un po’ morire ecco qualche “dritta”. NON PAGARE LE TASSE, o quantomeno fare di tutto per pagarne il meno possibile.
Perché ogni singolo centesimo che voi versate sotto forma di contributi INPS, canone TV, bollo auto, Irpef eccetera verrà usato dal sistema centralista per salvare se stesso. Contro di voi! Importante è capire che l’attuale momento storico è di transizione. Per cui solo chi possiederà l’abilità di comprendere i segni e reagire di conseguenza avrà possibilità di salvarsi. Per gli altri, senza scampo, l’impoverimento nell’oblio del bisogno e della vergogna nelle favelas a mo’ del peggior Brasile iconico. Badate che ci siamo già. Alla periferia di Roma e Napoli. E già di altre citta del Sud le bidonville stanno arrivando anche alle periferie di Milano, Torino e Bologna con i campi nomadi come nucleo di accrescimento. In secondo luogo evitare ogni forma di consumo inessenziale. L’auto nuova, il televisore al plasma, il supercellulare, Telecom, sigarette, abbonamento Sky eccetera si possono evitare.
Sempre cercare di acquistare nel mercato dell’usato il quale grazie alla Rete, tramite le aste online, siti di annunci gratis e altro, è la migliore fonte di rifornimento a prezzi accessibili di praticamente qualunque cosa. Andare a vivere in una casa SINGOLA abbastanza spaziosa con un annesso terreno coltivabile da poterne ricavare un orto e un frutteto. Possibilmente in campagna, meglio ancora in colina dal clima più salubre.
L’abitazione deve essere abbastanza grande da potere avere una stanza/ripostiglio in cui riporre cose e oggetti dismessi o non più usati che potrebbero essere barattati o venduti in seguito. Anche per riporvi oggetti trovati e ritenuti utili. Importantissimo è l’approvvigionamento idrico.
Fate in modo che la vostra abitazione sia dotata di un pozzo PRIVATO.
SICCHÉ L’ATTUALE GOVERNO HA DATO LA POSSIBILITA’ DI PRIVATIZZARE GLI  ACQUEDOTTI. Significa che il prezzo dell’acqua dell’acquedotto comunale, una volta privatizzato, salirà alle stelle.
Non lasciate a quegli stronzi la possibilità di decidere quante volte voi potete tirare lo sciacquone IN CASA VOSTRA. O di quante volte al giorno vostra moglie possa farsi la doccia in estate. Molte vecchie abitazioni hanno pozzi insabbiati, riattivateli. Se un pozzo non lo avete favetevolo fare da una ditta specializzata MA NON CHIEDETE IL PERMESSO al comune poiché la casta cercherà un qualsiasi pretesto di non darvi il consenso. Passato del tempo, se vi romperanno le scatole, direte che il pozzo era li da molti anni e solo ora avete pensato bene di usufruirne. Per fare un nuovo pozzo non ci vuole tanto. Basta infilare nel terreno un tubo da due pollici fino a quando si trova il prezioso elemento. Poi una elettropompa che riempie un autoclave. Un sensore di pressione attiverà automaticamente l’elettropompa quando la pressione nell’autoclave scenderà sotto una certa soglia. E acquedotto malefico addio! NON contate sulle amministrazioni locali specialmente se di ispirazione “progressista”.
Se davvero danno il voto agli stranieri, gli occhi della casta cattocomunista saranno solo per loro, impegnati nell’assistenza/solidarietà/integrazione dei neoitaliani.
Voi sarete lasciati alla deriva. Anche per questo vi serve una casa grande.Per potere avere figli, la più sicura polizza vita/pensione per il futuro. Come in passato. Corsi e ricorsi storici. Nei periodi di trasformazione come l’attuale nulla vale quanto l’informazione: perciò è necessario che siate ben collegati alla Rete.Lasciate perdere il doppino telefonico. Stipulate un contratto di fornitura via etere (RDSL, meglio a 5,4 GHz) con un provider locale più efficiente e più vicina al cliente delle grosse società via cavo telefonico. Se vi rimangono dei risparmi metteteli in piccole banche territoriali (credito cooperativo consigliato) che saranno le ultime a fallire.
Aprite un conto corrente CON INTERESSI (almeno 2,5% lordo) e gestione online gratuita. Se vi è un costo, fate a meno di bancomat, carta di credito e dell’estratto conto postale. Con l’accesso online il resoconto cartaceo non è necessario.
Investite in buoni fruttiferi emessi da queste banche indicizzati all’Euribor + 40 punti base (o più se ne trovate). Il tasso variabile renderà questi bond sempre “attuali” e “spendibili”, se li venderete prima della scadenza, e il rendimento si avvicina oggi al 5% netto. Per nessun motivo investire in Borsa A MENO di essere degli speculatori appassionati ed esperti pronti a entrare ed uscire dal “gioco” in ogni istante. Se ne avete la possibilità, fate un’assicurazione sanitaria per la vostra famiglia presso un istituto in una qualche confederazione neutrale collegata ad un conto cifrato inaccessibile allo stato italiano. Infine, una nota dolente ma irrinunciabile.
Prendete in seria considerazione la possibilità di procuravi armi da fuoco per difesa personale.
La casta dei fankazzisti si è alleata con le peggiori organizzazioni criminali del mondo per potere “unire il paese” e con esso scampare le proprie immonde prerogative. Non ci vuole mica tanto a capirlo Negli scorsi anni Roma capitale (da non confondersi con Roma città) ha scientemente deciso la chiusura notturna di centinaia di stazioni dei carabinieri proprio negli anni della crescita esplosiva della criminalità immigrata. Col risultato che il Centronord è divenuto nottetempo terra vergine di caccia per bande di romeni, albanesi, magrebini oltre che dei soliti pendolari della rapina meridionali. Ogni notte nell’indifferenza assoluta dei media “nazionali” avvengono MIGLIAIA di furti nelle auto parcheggiate (se non rubate le stesse), scassinamenti di bancomat, distributori di sigarette e di biglietti ferrovie/bus.
Per non dire delle altre MIRIADI di scooter, furgoni, ruspe, trattori agricoli e attrezzature varie che svaniscono giornalmente.
Senza che “Famiglia Cristiana”, troppo impegnato a perdere lettori e copie vendute, ne faccia menzione alcuna ogni giorno accade un numero impressionante di furti ed atti vandalici a danno di luoghi sacri: a chiese di ogni dimensione, cappelle di campagna, santuari e cimiteri.
L’immigrazione non lascia in pace neanche i morti. E rapine nelle case, naturalmente. Non solo nelle ville dei ricchi come i media bugiardi cercano di farci credere.
Addirittura reiterazione, misfatti ripetuti a distanza di breve tempo nel medesimo posto. Vuol dire che i nuovi italiani godono dell’impunità assoluta in cambio della loro permanenza sul territorio della penisola. Dell’imminente riforma della giustizia un altro indulto camuffato da “depenalizzazione”. A goderne una moltitudine di delinquenti e mafiosi di ogni colore, razza e religione che torneranno a delinquere il giorno stesso della scarcerazione con o senza bracciale elettronico. Indispensabile quindi è proteggersi. Se non potete legalmente detenete un’arma, rivolgetevi al vostro albanese/slavo/calabrese losco di fiducia e contrattate l’acquisto di un revolver con matricola abrasa e almeno un paio di scatole di munizioni. Meglio una pistola di calibro medio piccolo. Facile da usare e da nascondere. Poco precisa sui bersagli distanti ma se non siete dei tiratori allenati, non vi conviene nemmeno mirare oltre i dieci metri Siate pronti ad ammazzare ed a essere ammazzati. Fatevi crescere un bel po di pelo sullo stomaco, vi servirà alquanto per sopravvivere nell’italia terminale. Questo è il futuro che l’”unità nazionale” ci riserva. Sotto gli occhi di tutti e senza speranza.
F. Maurizio Blondet
1) L’ottimo Leonini, che ringrazio, mi invia il link a questo articolo che fornisce un perfetto spaccato di come la magistratura, CHE PAGHIAMO PROFUMATAMENTE, intende per “cultura della legalità”, “rispetto della costituzione” e “uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”. http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288617
State ben tranquilli che se, per ipotesi, a finire davanti al giudice fosse stato un cameraman ucraino clandestino impiegato in nero a Mediaset, lui, di razza bianca, lo avrebbero immediatamente espulso e l’intero consiglio di amministrazione di Mediaset finito sotto processo per violazione della legge Bossi-Fini!
2) Secondo voi è possibile che a sciorinare un frase assurda del genere fosse il presidente tedesco, francese o la regina degli inglesi? Vedete, la cosa non è che questa affermazione di Napolitano sia vera oppure no (e non è vera) ma il fatto che il capo di uno stato orgoglioso NON può dire una cosa simile nemmero se fosse veritiera.
da http://falsoblondet.blogspot.com/Brunetta sta dando l’esempio per quanto di sua competenza: ci attendiamo che Fini e Schifani facciano altrettanto. Naturalmente, al ritorno dalle vacanze, che per i nostri onorevoli saranno molto diverse e più lunghe di quelle degli italiani normali. Certo che però loro è difficile licenziarli.

 

Disfacimento sinistro Monday, September 15, 2008 10:36 AM
Quel che accade a sinistra riguarda e dovrebbe preoccupare tutti. Per sapere quanto Prodi fosse contrario all’investitura falso-plebiscitaria di Veltroni non c’è bisogno di dedicarsi allo spionaggio, essendo sufficiente leggere le cose dette e da noi scritte. Era talmente contrario alle primarie che minacciò di candidarsi egli stesso, nella convinzione che, dopo il primo tradimento subito, la rinnovata presunzione d’avere vinto le elezioni gli avesse consegnato una specie di potere assoluto sulla coalizione. In realtà, la non maggioranza si reggeva talmente con lo sputo che non poté resistere alle richieste del partito più consistente. I Ds, del resto, puntarono su Veltroni non per convinzione, ma per esclusione, dato che il segretario, Fassino, e l’uomo forte, D’Alema, erano azzoppati da tante polemiche e rivalità, oltre che dalle ind agini sulle scalate bancarie. Da queste ultime, va detto, sono stati sollevati a furor d’applausi parlamentari, lasciando però l’impressione più triste: essere stati fregati da Consorte, che non diede loro una banca, ma si tenne i quattrini.
Quel che Veltroni si ritrovò in mano, dunque, non era certo utile per vincere le elezioni, tanto più che gli toccava difendere un governo, Prodi, che non piaceva a nessuno di loro, e meno ancora agli elettori. Così sembrò scegliere la strada del rinnovamento politico, mettendo in conto la sconfitta elettorale: basta con l’antiberlusconismo e si costruisca una sinistra occidentale e di governo. Omettendo tutte le considerazioni su coerenza e credibilità, ci parve un buon disegno. Solo che la sconfitta elettorale è stata meno tragica di quel che si dice, mentre l’iniziativa politica quasi inesistente. Nel giro di qualche settimana, difatti, lo scontro con il governo è stato portato sul terreno meno calcabile, quello della giustizia, mentre sul lato propositivo il governo ombra non è neanche l’ombra d’un partito.
Ne deriva un guasto terribile, perché in assenza di programmi e proposte la sinistra resta ostaggio delle forze populiste e protestatarie, capaci di dare al suo corpo la forza dei sussulti epilettici, ma non quella della politica. Ed in assenza di opposizione seria il confronto rischia d’essere fra piazzate. E’ grave, perché il mondo è cambiato e se scivoliamo nessuno ci tende la mano. Davide Giacalone www.davidegiacalone.it

 

Federalismo sì, federalismo no di Luca Bagatin 13 Sttembre 2008 www.lucabagatin.ilcannocchiale.it
"Per un vero federalismo senza statalismi": Ma sì, dai. Ovviamente se questo è funzionale, come diceva il patriota repubblicano Carlo Cattaneo - grande teorico federalista - a gestire meglio la cosa pubblica da parte dei cittadini. Abbiamo da sempre invece fortissimi dubbi e perplessità sulla Lega Nord che è e rimarrà per noi un partito statalista, parolaio, che continua a tirare a campare sulla base di slogan vuoti e comunque traditi dai fatti sin dai tempi della Secessione.
Le prime sparate di Bossi & Co. erano contro la Prima Repubblica e "Roma Ladrona", come se nelle sue file "lumbard" tutti fossero onesti e liberisti.
Lo stesso Umberto Bossi era un attivista del Partito Comunista Italiano in anni non sospetti e, oltre a ciò, il suo movimento non ha mai nascosto le sue antipatie per il liberalismo. Basti pensare al rifiuto della Lega alla proposta nel PdL di abolire le Province e le Comunità Montane. E sì che questa dovrebbe essere la premessa per un vero federalismo, per una vera riduzione della spesa pubblica e per un conseguente abbassamento delle tasse. Le Province sono utilissime, ma solo come enti tecnico-amministrativi di collegamento fra Regioni e Comuni. Punto e stop.
Presidenti, giunta provinciale e relativi consiglieri sono assolutamente inutili, costosi e spesso di impiccio. Quella dell'abolizione delle Province quale ente politico è una proposta che lanciò l'allora Segretario del Partito Repubblicano Italiano Ugo La Malfa e fu il suo cavallo di battaglia dal secondo dopoguerra sino alla morte. Alle elezioni provinciali del 2004 di Pordenone, una delle poche volte che scesi in lizza, mi candidai alla carica di consigliere in una lista civica indipendente che sosteneva proprio come punto fondamentale del programma l'abolizione di questo ente inutile. Fummo e di gran lunga superati dalla Lega che proponeva l'ennesimo slogan: "Pordenone Provincia autonoma", il che equivaleva a dire: "aria fritta in salsa padana".
Gli elettori di oggi, quindi, non si lascino intortare anche questa volta dalle camicie verdi. Già Roberto Calderoli parlava di una nuova introduzione dell'ICI (la più iniqua tassa che potesse esistere), subito smentito dai suoi alleati, ed oggi il Disegno di Legge da lui avanzato sul federalismo parla di una non meglio precisata "tassa di scopo"! Occhio alla Lega, dunque. Perché federalismo, può anche significare nuovo statalismo se a governare le varie realtà locali non ci sono dei veri liberali.
E' uscito venerdì 12 settembre in edicola, abbinato al quotidiano "Libero" di Vittorio Feltri, un agile ed ottimo volumetto a cura dell'Istituto Bruno Leoni e dell'economista Oscar Giannino (peraltro membro del Direttivo del PRI) dal titolo "Tassiamoci da soli". Lo sto leggendo e sfogliando ed in ogni pagina vi leggo cose interessantissime e sacrosante. Si parla principalmente del federalismo svizzero e di come lì le cose funzionino davvero. Al punto che taluni Cantoni hanno introdotto la salutare "flat tax", ovvero l'aliquota unica, invocata anche dall'Eurispes per l'Italia e che sarebbe una vera mano santa per la crescita economica e per tutelare financo i redditi più bassi.
In Svizzera, insomma, il federalismo funziona ed è collaudato da anni. Qui da noi, invece, ancora troppi slogan e poco pragmatismo. Auguriamoci che il Premier sappia bypassare presto la Lega e che porti una ventata di vero liberalismo federalista.

 

Pubblicità atea e musulmani sul sagrato di Davide Giacalone Libero 14 Gennaio 2009
Gli atei comprano pubblicità per annunciare l’inesistenza della divinità, somigliando a dei talebani integralisti. I musulmani si riuniscono in preghiera sul sagrato di una chiesa, che non è solo lo spazio antistante l’ingresso principale, ma, appunto, uno spazio consacrato. Naturalmente, per chi ci crede. Da laico, sento il dovere di puntare il dito contro queste forme di decadimento e degrado civile. Non violente, ma non per questo da far passare sotto silenzio.
La grande conquista della nostra civiltà, ciò che la rende superiore ad altre, è lo Stato laico. Casa comune di credenti e non credenti. Presuppone il rispetto.
Il dileggio del credente, il comunicargli provocatoriamente che non ha bisogno della divinità, non è segno di razionalità, ma di dogmatismo per negazione. Posso rinunciare alla fede senza avvertire il minimo bisogno di fare lo spiritoso su chi, invece, ne fa parte della propria vita. Posso, ed effettivamente lo faccio, contestare alle gerarchie questa o quella tesi, ma senza tirare in ballo la religione. Se un prelato cattolico marcia su una moschea, o su una sinagoga, con l’intenzione di benedirne le mura, lo bollo come pericoloso. Se, con incenso ed aspersorio, pretende di entrare nel cimitero acattolico, chiamo la polizia. Me la presi anche con chi pensava fosse divertente e risolutivo (sbagliando due volte) portare dei maiali sul terreno dove sarebbe potuto sorgere un luogo di culto. Con lo stesso criterio, trovo esecrabile che il duomo cattolico diventi meta di pellegrinaggio per una preghiera musulmana. Perché dovrei condannare il prelato e tacere sugli islamici?
Parlo, dunque, e condanno tutte le intolleranze. Quando entro in una chiesa, in una moschea, in una sinagoga, od in altri templi, lo faccio con rispetto, in silenzio, uniformandomi ai costumi di chi li abita. Con curiosità intellettuale. Non aderisco al credo, ma rispetto il credente. Perché dovrei accettare che si facciano sberleffi?
Sono affari loro, si potrebbe dire. Niente affatto, sono affari miei, perché le manifestazioni di sopraffazione minano le conquiste della laicità statuale, evocano il mostro del fondamentalismo, ci ripiombano nell’incubo della discriminazione. E non importa da quale parte ci si entra, nell’incubo. Quella roba va combattuta, senza tentennamenti.

50 milioni di africani in Europa. Il nuovo potere temporale. Razzismo. L'Italia che dice tutti al muro. Joerg Haider e Wall Street.
Razzismo quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo.

Geopolitica EURABIA: La Svezia saudita
Malmoe la terza città più grande della Svezia è controllata dai musulmani

From: Marcus Prometheus marcusprometheus-gmail.com 5 gennaio 2009 *LA SVEZIA SAUDITA* da kinvuli
I Musulmani controllano la terza città più grande della Svezia. Da una serie di articoli dei media svedesi tradotti da Ali Dashti per "Jihad watch".
La Svezia è uno dei paesi europei maggiormente colpiti dall'immigrazione musulmana, dal buonismo e dal "Politically Correct". Ora anche le forze di polizia svedesi hanno pubblicamente ammesso di non avere più il controllo di una delle maggiori città della Svezia. Gli articoli che ho estratto dalla stampa svedese mostrano il probabile futuro di EURABIA, a meno che gli europei non si sveglino in tempo. Ho intravisto il futuro di EURABIA, si chiama Svezia. Malmø è la terza maggiore città della Svezia, dopo Stoccolma e Gothenburg. La "una volta" pacifica Svezia, patria degli ABBA, dell'IKEA e del Premio Nobel sta assomigliando sempre di più al medio oriente(dei tempi peggiori). I seguenti sunti sono stati tradotti da articoli delle maggiori testate della stampa Svedese:
http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,529910,00.html

Malmø, Svezia. La polizia, ora ammette pubblicamente ciò che molti scandinavi sapevano già da tempo: le forze della sicurezza non hanno più il controllo della situazione nella città di Malmø, essa in effetti è sotto il giogo di violente squadracce di immigrati islamici. Alcuni dei musulmani che vivono nel quartiere di Rosengård ormai da oltre 20 anni, non sanno tutt'ora nè leggere nè scrivere in svedese. Gli addetti delle ambulanze, dopo aver subito diversi attacchi con pietre ed armi si rifiutano di intervenire nella zona se non accompagnati dalla polizia. Recentemente, un giovane albanese accoltellato da un arabo è stato lasciato morire dissanguato mentre l'ambulanza attendeva la scorta della polizia. La polizia stessa esita di intervenire in queste zone, se non con diverse unità e le loro auto vengono spesso vandalizzate.
http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10092861
Il numero di cittadini Svedesi che abbandonano la città di Malmø stà raggiungendo livelli impressionanti. Gli Svedesi, che alcune decine di anni fa decisero di aprire le loro porte ai "rifugiati" musulmani, ora sono loro ad essere diventati dei "rifugiati", degli stranieri in patria e sono costretti ad abbandonare le loro case. I cittadini che abbandonano la città, citano come ragioni principali della loro decisione; la criminalità endemica, l'apatia delle autorità locali ed un futuro incerto per i loro figli.
http://w1.sydsvenskan.se/Article.jsp?article=10090830
Tutti i vetri delle 600 finestre di una scuola di Malmø sono stati frantumati durante le vacanze estive. Ogni anno il vandalismo nelle scuole costa milioni di euro alla comunità. Gli autobus di linea sono stati forzati ad evitare il ghetto degli immigrati, in quanto vengono spesso fatti segno di lancio di pietre e bottiglie da parte di bande di ragazzacci. L'anno scorso un giovane di origini afgane, aveva preparato un piano per far saltare in aria la sua scuola.
http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093267
Il personale del pronto soccorso del principale ospedale di Malmø riceve continuamente insulti e provocazioni. Pazienti armati di pugnali o pistole sono diventati la norma. Si era discusso di installare un "metal detector"all'entrata, ma la direzione ed i sindacati temono che la cosa possa sembrare una provocazione.
http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093495
Lisa Nilsson ha vissuto a Manhattan, New York City, per 25 anni. Da quando è tornata a Malmø, avverte la mancanza di sicurezza che aveva a New York.
A Malmø la sera non si sposta se non in taxi. http://www.expressen.se/index.jsp?a=180423
Gli stupri in Svezia sono aumentati drammaticamente negli ultimi 10 anni e del 17% dal 2003. Gli stupri organizzati da bande, in maggior parte composte da immigranti islamici che assalgono ragazze native Svedesi sono divenuti comuni. Due settimane fa, 5 kurdi hanno violentato una ragazza [svedese autoctona] di 13 anni. http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,528363,00.html
Una ragazza ventiduenne che stava facendo jogging è stata violentata da 3 extra-comunitari. L'unica parola che le hanno rivolto è stata "cagna!".
[Ali Dashti commenta: "Storie come queste vengono riportate settimanalmente dalla stampa svedese. I media svedesi su direttive del governo fanno molta attenzione a non menzionare la provenienza etnica dei perpetratori di questi atti, ma leggendo tra le righe è facile intuire chi costoro siano". Non solo; come hanno reagito i politici al caos causato in una civile città Svedese da immigrati in maggioranza di provenienza islamica, dei quali persino le forze dell'ordine hanno paura? Emettendo delle leggi che rendono l'afflusso di un maggior numero di musulmani in Svezia più semplice! http://www.cphpost.dk/get/81008.html
I politici Svedesi intravedono I "matrimoni arrangiati" come una tradizione positiva; una tradizione culturale che gli immigrati dovrebbero mantenere anche in Svezia.
Il governo svedese crede che intervenire con delle leggi sui "matrimoni arrangiati" sia un interferenza sulla vita privata. Inoltre gli immigrati possono fare richiesta di "riunificazione familiare" anche per persone che non fanno parte della cerchia familiare, come un marito o una moglie scelti per i loro figli dai genitori nei paesi d'origine. *(Commento di Kinvuli: Niente di nuovo sotto il sole. Che la nostra sinistra abbia governato anche in Svezia?), questi a loro volta possono invitare altri parenti*. In una ricerca del 2002 fatta dall'Università di Växjö, il professore di economia Jan Ekberg ha scoperto che l'immigrazione è costata quell'anno ai contribuenti Svedesi ben 33 miliardi di vecchie Corone Danesi comparati ai 10 miliardi di vecchie Corone spesi dalla Danimarca.
E mentre qualcuno, ragionevolmente può credere che queste spese siano eccessive e che vadano tagliate emanando delle leggi che limitino l'immigrazione, il governo Svedese procede nella direzione opposta. Una commissione governativa ha proposto l'abolizione, per quanto riguarda l'immigrazione della legge sui controlli dei finanziamenti la "seriousness requirement" Tradotto da kinvuli DA: http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2009/01/muslims-control.html

 

Buongiorno *Buon Natale*
di Massimo Gramellini 27/12/2008
Vorrei che l'anno vecchio si portasse via notizie come questa: una centralinista della Florida licenziata perché rispondeva al telefono «buon Natale».
Secondo l'abbecedario perbenista dei suoi padroni, avrebbe dovuto dire «buone vacanze» per non offendere i credenti non cristiani, i cristiani non credenti (la maggioranza) e gli atei di ogni ordine e grado. Quel che mi ha sempre colpito nel «politicamente corretto» è il suo strabismo. Un datore di lavoro può essere così sensibile da preoccuparsi delle conseguenze che un «buon Natale» avrà sulle orecchie di un musulmano o di un ebreo.
Ma lo stesso datore di lavoro sa essere abbastanza insensibile da cacciare sui due piedi un'impiegata alla vigilia di Natale (pardon, delle vacanze). Ieri è stata una giornata tremenda. Dopo la storia della centralinista, mi hanno raccontato che le scuole inglesi hanno bandito le correzioni a matita rossa perché quel colore è «aggressivo» e «demotivante» per gli allievi. Ora, sono le stesse scuole che non fanno una piega se gli allievi, aggrediti e demotivati dalle matite rosse, utilizzano coltelli di qualsiasi colore per farsi rispettare dai bulli della baby gang avversa. Nutro la pia speranza che il 2009, come tutti gli anni difficili, porti con sé un barlume di serietà. Che si torni a dare peso al contenuto e non al contenitore, alla sciabola e non al fodero, a ciò che sta in fondo al cuore e non sulla punta biforcuta della lingua.

 

Reggiani, sentenza sconvolgente
Caro Beppe, leggo della sentenza per l'omicidio Reggiani e sono sconvolto. La terza sezione penale della corte d'assise ha in un certo qualmodo ritenuto l'imputato degno di «attenuanti» perché la vittima si è difesa. «La Corte, pur valutando la scelleratezza e l'odiosità del fatto commesso in danno di una donna inerme e da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che sia l'omicidio che la violenza sessuale, limitata alla parziale spoliazione della vittima e ai connessi toccamenti, sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di completa ubriachezza e di ira per un violento litigio sostenuto dall'imputato e la fiera resistenza della vittima. In assenza degli stessi, l'episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi». Prosegue: «l'assassino, a causa della reazione della vittima, non riesce ad averne ragione a mani nude»; la sua responsabilità, unico aggressore, «è pienamente provata. La selvaggia violenza dei colpi sarebbe stata inutile se l'azione fosse stata condotta da più persone»; ciononostante «all'epoca era ventiquattrenne, incensurato, e l'ambiente in cui viveva era degradato. Queste circostanze, assieme al dettato costituzionale secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione, inducono la Corte a risparmiargli l'ergastolo, concedendogli le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate, pur irrogando la pena massima per l'omicidio».
Io di legge non ne capisco niente, ma sono inorridito davanti a questa sentenza, possibile che nessuno possa licenziare 'sti giudici? Possibile che nessuno altro organo giudiziario li mandi a casa? Non mi rimane che pensare che alcune antiche usanze della mia zona (Barbagia) siano tutt'altro che incivili.
Saluti da Los Angeles (dove questo non sarebbe MAI successo). Giovanni Pau

 

Il nuovo potere temporale
di Stefano Rodotà - La Repubblica 12 novembre 2008
Di fronte ai segni di un possibile rafforzarsi delle politiche dei diritti la Chiesa interviene con durezza e con un tempismo preoccupante.
I giudici della Corte di cassazione sono in camera di consiglio per discutere il ricorso del Procuratore generale di Milano contro il provvedimento che ha autorizzato l’interruzione dei trattamenti per Eluana Englaro. Nello stesso momento il cardinale Barragan, presidente del Pontificio consiglio per la salute, afferma che saremmo di fronte a "una mostruosità disumana e un assassinio". Lo stesso cardinale ha "espresso preoccupazione" per l’annuncio secondo il quale il nuovo Presidente degli Stati Uniti si accinge a revocare il divieto, imposto da Bush, di finanziamenti federali alle ricerche sulle cellule staminali embrionali, sostenendo che "non servono a nulla".
Colpisce, in questi interventi, una aggressività di linguaggio che nega ogni legittimità alle posizioni altrui, presentate in modo caricaturale e criticate con toni sprezzanti e truculenti. Questo atteggiamento, nel caso della Corte di cassazione, si traduce in una assoluta mancanza di rispetto per le istituzioni della Repubblica italiana da parte di un "ministro" di uno Stato estero. Si interviene proprio nel momento in cui la più alta magistratura sta decidendo su una questione della più grande rilevanza umana e sociale, sì che massimi dovrebbero essere il silenzio e il rispetto. Che cosa sarebbe successo se, in una situazione analoga, un qualsiasi governo straniero avesse definito "assassino" un giudice italiano per una sua possibile decisione?
Conosciamo la risposta. La Chiesa agisce nell’esercizio della sua potestà spirituale, dunque ad essa non sono applicabili categorie che riguardano la sfera della politica. Ma, per il modo in cui ormai ordinariamente agisce, la Chiesa si è costituita proprio in soggetto politico, pratica un nuovo "temporalismo", pretende un potere di governo sociale che cancella il principio che vuole lo Stato e la Chiesa, "ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" (articolo 7 della Costituzione).
Due parti autonome e distinte, dunque. E questo, lo espresse con parole chiare e misurate Giuseppe Dossetti all’Assemblea costituente, vuol dire che "nessuna di esse delega o attribuisce poteri all’altra o può, per contro, in qualsiasi modo, divenire strumento dell’altra". Nel mentre esercita il suo potere di fare giustizia, lo Stato italiano ha diritto di pretendere che siano rispettate la sua indipendenza e la sua sovranità perché, in un caso come questo, così vuole la sua Costituzione.
Siamo, dunque, di fronte ad una violazione grave che, in governanti forniti di un minimo senso dello Stato, avrebbe dovuto determinare una immediata e ferma risposta.
Se, guardando al di là di questo fondamentale aspetto di politica costituzionale, si considerano le argomentazioni adoperate, lo sconcerto, se possibile, cresce.
Nulla del dibattito scientifico sull’idratazione e l’alimentazione forzata è degnato di una pur minima attenzione dalla posizione vaticana. Si tace colpevolmente dei risultati di una commissione istituita da Umberto Veronesi quand’era ministro; delle pazienti spiegazioni mille volte date da Ignazio Marino, mostrando come non corrisponda alla realtà clinica la rappresentazione di una "terribile morte per fame e per sete"; delle opinioni espresse, in tutto il mondo, da autorevoli studiosi. Vi è solo una invettiva, nella quale è vano scorgere le ragioni della fede e, dove, invece, compare un sommo disprezzo per l’intelligenza delle persone, evidentemente considerate del tutto ignoranti, incapaci di trovare le informazioni corrette in materie così importanti.
Non diversa è la linea argomentativa (si fa per dire) della critica a Obama, per l’annunciata volontà di consentire il finanziamento delle ricerche sulle cellule staminali embrionali confondi federali. Cito solo una frase pronunciata ieri dal cardinale Barragan. "Gli scienziati lo dicono chiaramente: fino adesso le cellule staminali embrionali non servono a nulla e finora non c’è mai stata una guarigione". Ma la ricerca scientifica serve appunto a far avanzare le conoscenze, a scoprire opportunità fino a ieri sconosciute, a far diventare utile quel che ieri non lo era, a lavorare perché siano possibili guarigioni oggi fuori della nostra portata. Proprio per questo gli scienziati fanno esattamente l’opposto di quel che ci comunica il cardinale. Ricercano intensamente, esplorano nuove strade, ricevono finanziamenti dall’Unione europea ed è bene che li ricevano anche dall’amministrazione americana, perché la ricerca finanziata da fondi pubblici è più libera, sottratta ai possibili condizionamenti del finanziamento privato (chi vuole informarsi ricorra al recentissimo libro di Armando Massarenti, Staminalia, Guanda, Parma 2008).
Scrivo queste righe con gran pena. Conosco e pratico un mondo cattolico diverso, anche nelle sue gerarchie, aperto al mondo e ai suoi drammi, che accompagna con intelligenza e cristiana pietà. E’ questo il mondo che può darci il necessario dialogo, negato ieri da una cieca e inaccettabile chiusura.

 

L'Italia che dice tutti al muro
di Giampaolo Pansa - Il Riformista 20 ottobre 2008
«Tutti al muro!». Urlava così la scritta che mi ha sorpreso all’ingresso di un borgo toscano. L’aveva tracciata sull’asfalto una mano sicura. E sembrava molto recente.
Ho chiesto a un anziano del posto: «Quando è comparsa?». «Poco dopo l’inizio di ottobre». «E chi dovrebbe essere messo al muro?».
Lui ha ridacchiato: «Quelli che hanno fatto il pasticcio che stiamo vedendo. I banchieri e gentaglia così. Ma anche i politici che non l’hanno impedito».
I media conoscono poco di quanto sta accadendo nella testa della gente. Frequentare la strada fa intuire qualcosa di più. E quel che intravedo mi spaventa. Dire «Tutti al muro!» rivela lo stato d’animo inferocito di chi teme per i risparmi o il lavoro, messi a rischio dalla crisi finanziaria. Ed è convinto che la politica abbia sbagliato tutto. Ormai siamo lontani dallo scherno per la casta. Siamo al discredito. E il discredito sta generando il disprezzo per i padroni dei partiti. Le facce al top del discredito sono quelle della sinistra. Il perché è evidente: stanno sulla scena da più tempo. Da quanti anni vediamo un trio di vecchie star bollite come Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni? Gli italiani senza potere constatano che il tempo passa anche per loro, eppure stanno sempre lì. In tutti i telegiornali, nei talk show, nelle chilometriche interviste.
D’Alema farà i sessant’anni il prossimo aprile, ma sembra un Matusalemme, sia pure ben conservato. È diventato leader del Pds nel luglio 1994, quattordici anni fa.
Si è seduto a Palazzo Chigi nell’ottobre 1998, un decennio fa. E dicono che voglia tornare a guidare il Pd. Quando venne eletto alla Fiera di Roma c’ero anch’io a vedere la sua vittoria inaspettata contro Veltroni. Nel pomeriggio lo cercai alle Botteghe Oscure. Gli dissi che avrebbe ricevuto molte recensioni negative, perché Walter non era borioso come lui. Max convenne che avevo ragione. E mi confessò che, tra i tanti soloni dell’informazione, lo preoccupavano "i super-soloni" di Repubblica. Che difatti gli regalarono un titolone al veleno: «Il pugno del Partito», con tanto di iniziale maiuscola. In realtà, anche D’Alema è diventato un super-solone. Sussiegoso persino nel rosario dei suoi «diciamo». Mentre gli occhi mandano lampi cattivi, da capo guerrigliero ceceno che ha trovato un buon sarto.
Fassino, coetaneo di Max, è sul campo da un trentennio. Cominciai a scrivere di lui a metà degli anni Settanta, quando a Torino si batteva contro il terrorismo.
Dopo il settennato da segretario dei Ds, adesso si sente un senza lavoro. Nel terzetto, è il più consapevole del disastro della propria generazione. Lo dicono persino le occhiaie pendule. E l’aspetto da San Sebastiano scheletrico, trafitto da mille frecce, tutte di compagni. Il più giovane del trio, Veltroni, venti anni fa stava nella segreteria del Pci. E aveva già iniziato una carriera tormentata, da vero Perdente di Successo. Oggi ha l’aspetto del bamboccione invecchiato. Non più dolce, ma urlante, per non farsi mettere sotto da un Di Pietro che lo vuole alla canna del gas.
Come uomini di governo, tutti e tre hanno fallito. Sono riusciti a vincere due volte, nel 1996 e nel 2006, sempre trainati dal democristiano Romano Prodi. E in entrambi i casi sono stati retrocessi all’opposizione. Con quale coraggio possono proporsi di guidare la riscossa contro Silvio il Caimano? Ma la domanda non riguarda soltanto loro, bensì l’intera sinistra riformista italiana. La mia impressione è che questa sinistra, così come la conosciamo oggi, sia già defunta. Per vecchiaia, cupezza, impotenza a rinnovarsi. Se è vero che il diavolo si nasconde nei dettagli, la dice lunga l’incidente dei manifesti per il raduno romano del 25 ottobre. La folla che compare su tutti i muri d’Italia sotto il logo dei Partito democratico è quella cattolica di piazza San Pietro, pellegrini andati lì per salutare il Papa. Una folla finta per un corteo inutile. Deciso da leader indecisi a tutto. Siamo agli sgoccioli? Credo proprio di sì.
Tuttavia anche il centrodestra non sta meglio. Il Cavaliere è sugli scudi, dicono i sondaggi. Tanti elettori pensano che, proprio perché è un miliardario e di soldi ne capisce più di tutti, saprà salvarci dallo tsunami economico. Ma se qualcosa andrà storto, verranno a galla tutti i difetti del magico Silvio.
Ci renderemo conto che è un signore anziano, ancora energico, ma che ha già settantadue anni. Il sottoscritto ne ha uno di più, però di mestiere non fa il premier.
La nostra è un’età pericolosa. Si accentua la tendenza a sbroccare, che è il parlare a vanvera. Il narcisismo si espande. La mania del primato («Sono stato io il primo ad avvertire, a proporre, a fare...») diventa un vizio ridicolo. E anche il politico più ottimista rischia di trasformarsi in un venditore di fumo, troppo azzimato, teatrale.
Che adesso ha pure la fissa di durare più di Mussolini.
Il Cavaliere ha una prima linea forte. Penso a Tremonti, a Sacconi, a Brunetta, a Matteoli, alla coraggiosa Gelmini. Ma nella sua squadra di governo c’è pure tanta minutaglia. Sere fa, a un dibattito in tivù, è comparso il sottosegretario alla Pubblica istruzione, con la delega all’Università. Mi sono detto: ma quello è il famoso Pizza! Trent’anni fa era il leader nazionale dei giovani democristiani. Il professor Fanfani lo silurò dopo aver saputo che due suoi quadri che gli aveva regalato erano stati appesi nel bagno, sopra il water e il bidet. Tutte queste facce si stanno spappolando, come accadeva al ritratto di Dorian Gray nella novella di Oscar Wilde. Con la differenza che la loro putrefazione viene mostrata ogni giorno alla luce del sole. Emergono le piaghe più laide: la logorrea, l’incompetenza, l’arroganza, il fastidio per gli italiani qualunque. Che li ricambiano con la medesima moneta. Che cosa succederà se la recessione comincerà a strozzarci?
E se dopo la recessione verrà la gelata della depressione? Ecco perché quella scritta sull’asfalto, «Tutti al muro!», mi fa paura.

 

Sprechi in tempo di crisi, un lusso che non possiamo permetterci
di Alessandra Coppola - Repubblica.it del 17 ottobre 2008
Immaginiamo di apparecchiare una tavola, tre volte al giorno, per 620.500 persone. Costerebbe almeno un miliardo di euro. Tanto vale lo spreco del cibo nella catena della grande distribuzione alimentare in Italia. Il conto salato dei prodotti che restano invenduti. Nella spazzatura delle famiglie italiane finiscono invece più di 25 milioni di tonnellate di cibo. Alcuni lo gettano un po' troppo in fretta, quando compaiono i primi segnali di muffa, per altri sette milioni di persone una dieta alimentare equilibrata è diventata un lusso che non possono permettersi. Siamo consumatori bulimici di beni e servizi, predoni di un pianeta sempre più povero di risorse.
Quello che accade con il cibo è solo un esempio di un modo di fare che viene replicato dalle risorse energetiche fino agli acquisti superflui. Così il seme della resistenza nella società usa e getta è quello di chi ha deciso di andare controcorrente. Le storie e i progetti di chi ha fatto suo il dittico "Non sprecare". Iniziative che funzionano e hanno fatto scuola altrove, raccontate nel libro "Non sprecare" di Antonio Galdo (Einaudi).
A recuperare il cibo che viene scartato dai supermercati ci ha pensato Andrea Segrè, docente di Economia e Ingegneria agraria dell'Università di Bologna che con un gruppo di allievi ha creato la catena del "Last minute food". L'esperimento avviato con un ipermercato della Cooperativa Adriatica, oggi è una rete che coinvolge 13 città e otto regioni italiane. E, in tempi di crisi economica, è anche una risorsa utile per quelle famiglie che fanno i conti con la quarta settimana.
Anche il debito accumulato dai comportamenti spreconi nei confronti del pianeta è insostenibile. Consumiamo un terzo di risorse naturali in più rispetto alla capacità della terra di riprodurle. E mentre Legambiente sta per avviare una campagna nazionale contro gli sprechi, bisogna guardare, si legge nel libro, a progetti come quello delle "isole verdi" dell'Enel. Capraia ha fatto da laboratorio a cielo aperto: 20 chilometri quadrati a emissioni zero. Un appartamento modello di 180 metri quadrati si trova a Gais in provincia di Bolzano: in Italia quello di Albert Willeit è il più ecologico. La bolletta per l'elettricità è pari a circa 400 euro l'anno, per fare un esempio.
Prima che questo tipo di abitazioni diventi popolare, ciascuno può contribuire a contenere gli sprechi, modificando piccole abitudini. Basta ricordare che, anche quando si tiene in stand by, la tv consuma. Una famiglia potrebbe risparmiare fino 100 euro l'anno se spegnesse la lucina rossa del televisore, del pc e del videoregistratore. Anche la spazzatura può essere fonte di sprechi (come a Napoli) o trasformarsi in risorsa. Il termovalorizzatore di Brescia lo è, trasforma 3000 tonnellate di rifiuti in acqua calda ed energia per le famiglie della città e della provincia. Vivono all'insegna della sobrietà quelli che hanno scelto uno stile di vita che pratica il dittico "non sprecare". Il libro mostra come si possa applicare ovunque: dai consumi alla politica, dalle parole fino al talento, dal corpo alla salute fino alla stessa vita.

 

50 milioni di lavoratori africani stanno per essere invitati in Europa http://www.effedieffe.com/content/view/4915/183/

From: Luigi Sent: Monday, October 20, 2008 11:45 PM

Daily Express 20 ottobre 2008 C'è una congiura per lasciar entrare 50 milioni di africani nell'Unione Europea
Il Daily Express di oggi rivela che più di 50 milioni di lavoratori africani stanno per essere invitati in Europa in una migrazione segreta di grande portata. Un controverso "ufficio collocamento" aperto in Mali questa settimana, e finanziato coi soldi dei contribuenti, non è che il primo passo per promuovere il "libero movimento della gente in Africa ed Unione Europea". Gli economisti di Bruxelles sostengono che Inghilterra ed Unione Europea "avranno bisogno" di 56 milioni di lavoratori immigrati per il 2050, per compensare il "declino demografico" causato dal crollo del tasso delle nascite e dalla salita del tasso di mortalità in Europa. Il resoconto, fornito dall'ufficio statistico europeo Eurostat, mette in guardia che un vasto numero di migranti potrebbe essere necessario per supplire ad una carenza, da qua a due anni, se l'Europa vuole avere la possibilità di pagare le pensioni e l'assistenza sanitaria alla sua popolazione sempre più anziana. Così afferma: "I paesi con basso tasso di fertilità potrebbero avere bisogno di un significativo numero di immigrati nei prossimi decenni se vogliono conservare l'attuale numero di popolazione lavorativa. "Avere un numero sufficiente di persone in età da lavoro è vitale per l'economia e per il gettito fiscale".
L'analisi, condotta dal Membro del Parlamento Europeo Francoise Castex, chiede che siano riconosciuti agli immigrati i diritti legali e l'accesso all'assistenza sociale ed ai benefici. Dice il Sig. Castex: "E' urgente che gli stati membri tengano un atteggiamento pacato verso l'immigrazione. Come dire: "sì", ci serve l'immigrazione... non si tratta di un nuovo sviluppo, dobbiamo accettarlo." La proposta include la creazione di un sistema di "carte blu". I titolari di carte blu avranno il diritto di muoversi liberamente nell'Unione Europea e di metter su casa in qualunque dei 27 stati membri. La notte scorsa, Sir Andrew Green, della Mig-rationWatchUk, ha detto: "L'Inghilterra, insieme all'Olanda, è di già il paese più affollato d'Europa. "Se le cose stanno così, nei prossimi 25 anni dovremo costruire, per gli immigrati già attesi dal Governo, l'equivalente di sette città della dimensione di Birmingham.
"Ancora una volta la politica europea dell'"una-sola-taglia-va-bene-a-tutti", produce dei risultati assurdi. Queste sarebbero delle proposte ridicole se dovessero applicarsi alla Britannia. "Il Governo deve garantire che questi permessi di lavoro non saranno validi per il Regno Unito. "Livelli più alti di immigrazione, con una recessione che si avvicina, sono l'ultima cosa della quale abbiamo bisogno". Dominic Grieve, Segretario del Governo Ombra agli Affari Interni, ha detto: "Quando dei ministri parlano duramente circa gli sforzi per controllare l'immigrazione, devono fornire una spiegazione convincente che la politica nazionale non è stata segretamente minata a Bruxelles". Il capo dell'UK Indepen-dence Party, Nigel Farage, ha criticato la manovra come "oltraggiosa". Ha detto:"Prima la Britannia si riprende il controllo dell'immigrazione, meglio è". Le proposte - parte degli Scambi Africa-Unione Europea firmati in Portogallo lo scorso dicembre - mettono anche in guardia dagli effetti negativi dell'immigrazione di massa e sollecitano una "migliore integrazione degli immigrati africani".
Sollecitano anche un approccio compassionevole nei confronti degli otto milioni di immigrati illegali che già vivono nell'Unione Europea. Vi si afferma: "Gli immigrati irregolari non devono essere trattati come criminali. Molti rischiano la propria vita in cerca di libertà o di mezzi di sussistenza, in Europa. Finchè l'Unione Europea avrà standards di vita superiori a quelli dei paesi al suo sud ed est, ci sarà la tentazione di raggiungerla - specialmente se ci sono in prospettiva dei posti di lavoro".
La dichiarazione invita l'UE ad assistere i governi africani ad allestire centri di informazione per migranti "per gestire meglio la mobilità della forza lavoro fra Africa ed UE". Il primo è stato il "centro di collocamento" aperto a Bamako, capitale del Mali, lunedì. Si aspetta presto l'apertura di altri centri in altri stati dell'Africa occidentale e, successivamente, di quella del nord. Ieri, il Daily Express ha rivelato che, in apparente contraddizione con la politica di immigrazione, migliaia di migranti - come Kanoute Tieny dal Mali - hanno ricevuto un premio di 5.500 sterline inglesi, versato dall'UE, perchè se ne ritorni a casa in Africa. Il presidente francese Nicolas Sarkozy vuole mettere a punto prima della fine dell'anno, quanto decadrà dalla carica di capo del Consiglio dell'UE, un piano di immigrazione per tutta l'UE. Il piano ingloba le varie politiche proposte dalla Commissione Europea e discusse dal Parlamento Europeo. Il ministro francese all'immigrazione, Brice Hortefeux, in una serie di piroettanti visite attraverso l'Africa occidentale, ha rappresentato tutti i 27 paesi membri, per aiutare a creare una strategia. La notte scorsa, il Ministero degli Interni ha detto che il Regno Unito non ha nulla a che fare con questo progetto dell'UE. Un portavoce di un Ente Doganale ha detto che l'iniziativa mira a promuovere rotte legali di migrazione nell'area Schengen dell'UE dalla quale il Regno Unito si è chiamato fuori. L'area include la maggior parte, ma non tutti, i paesi membri.
"Pertanto noi conserviamo il pieno controllo sulle nostre frontiere e sul nostro sistema di accettazione dell'immigrazione".
Nick Fagge in Mali - Tradotto per EFFEDIEFFE.com da Massimo Frulla

 

Quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito di immigrazione e di razzismo
di Francesco Lamendola - 07/10/2008 Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=21521
All'armi siam razzisti?
Da un po' di tempo questo sembra essere divenuto il leit-motiv delle tavole rotonde politicamente corrette del Bel Paese, sull'onda emozionale di alcuni fatti di cronaca che hanno suscitato un vero e proprio rigurgito di cattiva coscienza e di buone intenzioni da parte un po' di tutti, compreso il Vaticano e passando, tra l'altro, per l'onorevole Fini. Eppure c'è una scomoda verità di cui nessuno parla e che tutti fanno finta di non sapere, che vizia a monte ogni discussione su immigrazione e razzismo e inquina i termini del dibattito, in buona o in cattiva fede che sia.
Fermo restando che i Paesi del Nord della Terra hanno una precisa responsabilità nei confronti delle disastrose condizioni economiche in cui versano i Paesi del Sud, e che una giusta politica mondiale avrebbe dovuto puntare a una più equa ripartizione dei beni esistenti, resta il fatto che il problema del crescente, ulteriore immiserimento dei Paesi del Sud non si risolve accettando il trasferimento di masse di decine e centinaia di milioni di persone verso quelli del Nord. Ciò costituisce la morte di ogni speranza di ripresa nei paesi del Sud, abbandonati dalla loro unica, attuale risorsa: la popolazione giovanile; e crea problemi giganteschi e insolubili nei Paesi del Nord, impossibilitati ad accogliere una immigrazione di proporzioni bibliche. Anzi, se è vero che la chiarezza e la verità devono fondarsi sull'uso delle parole adeguate, nemmeno di migrazione dobbiamo parlare, ma di autentica invasione. Si dirà, da parte dei soliti ambienti politicamente corretti, che questo termine è eccessivo; che crea allarmismi ingiustificati; e che, infine, sa di razzismo.
Ebbene, lasciamo pure che dicano e guardiamo ai fatti. Invasione è l'ingresso di uno o più popoli nel territorio di un altro Stato, senza che questo possa opporsi a tale movimento. E che altro è quella che si sta verificando da una trentina d'anni, nei Paesi del Nord, se non una invasione metodica e capillare?
Davanti alle carrette del mare stracariche di sventurati esseri umani, che rischiano la vita pur di sbarcare sulle nostre spiagge, nessuna efficace resistenza è possibile: in nome dell'umanità, costoro non solo non vengono respinti, ma, al contrario, vengono aiutati e sistemati a terra; salvo poi procedere a un'espulsione del tutto teorica di quanti non hanno il diritto legale di domandare asilo politico. In pratica, rimangono quasi tutti; e quelli che sono accompagnati alla frontiera, ritornano. Ritornano; e, se fermati, ci riprovano: due, tre, dieci volte; finché passano. Ogni volta che vengono fermati, esibiscono documenti falsi o danno nomi diversi, tanto che è difficile capire che si tratta, sovente, delle stesse persone.
Ricordiamo il caso di una nave carica di clandestini asiatici che, giunta in vista delle coste australiane, venne allontanata con la forza dalla Marina militare di quel Paese. Da noi, le navi, le barche o i gommoni dei clandestini sbarcano si può dire ogni giorno il loro carico di disperati, magari sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti: è uno spettacolo ormai familiare. Questo, per quanto riguarda i clandestini; che, in quanto tali, contribuiscono in larghissima misura all'aumento vertiginoso della criminalità: dal traffico della droga, a quello della prostituzione, fino ai furti in villa e alla violenza privata. Nelle carceri del Nord Italia, il 60% dei detenuti è costituito da immigrati extracomunitari; in alcune zone del Veneto la percentuale sale all'80%. Pagano, ovviamente, i contribuenti, cioè noi; senza contare l'ulteriore allungamento dei tempi della giustizia penale, oberata da migliaia e migliaia di procedimenti in corso.
Per quanto riguarda gli immigrati regolari, bisogna dire che il loro aumento incontrollato (o controllato sulla base di parametri assurdi) sta letteralmente alterando l'assetto demografico del nostro Paese. In alcune zone del Nord Italia, gli immigrati costituiscono l'8 o il 10% della popolazione. E il fatto che percentuali analoghe si registrino in Francia, Germania o Gran Bretagna non ci tranquillizza: anzi, il caso della rivolta nelle periferie francesi abitate dagli immigrati maghrebini ci mette in ulteriore allarme.
Si tratta di persone giunte nel giro di pochissimi anni e provenienti dai Paesi più diversi, portatrici di culture, usanze e religioni fra loro diversissime. Persone che non sempre sono disposte a rispettare le leggi, le usanze e le tradizioni del Paese che le ospita; che, al contrario, non di rado vorrebbero imporre le proprie; e che, in ogni modo, più che di assimilarsi, nutrono la segreta speranza di poter assimilare noi. Un poco alla volta, con la forza del numero.
I politici che parlano di facile e rapida integrazione, non sanno quello che dicono. I responsabili del mancato attentato terroristico all'aeroporto di Londra erano tutti immigrati della terza generazione, e quasi tutti erano inseriti discretamente nella società inglese, anche in posti rilevanti dal punto di vista economico-sociale.
Forse non avevano visto che una sola volta i Paesi d'origine dei loro nonni; ma tanto era bastato per rinfocolare in loro l'odio per l'Occidente. Non che nutrire sentimenti di gratitudine per il Paese che li ospitava fin dalla nascita, avrebbero voluto vederlo distrutto.
Certo, gli immigrati non sono tutti così; ci mancherebbe. Ve ne sono molti seri, onesti, laboriosi e rispettosi delle leggi.
Però, e questo è il punto, hanno verificato con mano e compreso il segreto che costituisce la grande debolezza dei Paesi ospitanti: che non esiste alcuna seria volontà di porre un freno all'invasione, e sia pure all'invasione pacifica. Specialmente gli immigrati di religione islamica e di provenienza nordafricana vengono in Europa, e soprattutto in Italia, con la ferma intenzione di non integrarsi, di non assimilarsi, ma semmai, un poco alla volta, con la forza del numero e dei petrodollari degli sceicchi sauditi e kuwaitiani, di convertire noi.
Essi, inoltre, conoscono un secondo segreto, che hanno scoperto vivendo nel nostro Paese: che la nostra cultura dell'accoglienza ci impedisce di dare torto al povero, a quello che sembra il più debole, anche se il suo torto è, invece, palese; che noi abbiamo il terrore di essere considerati, o di considerarci noi stessi, dei razzisti.
Perciò sanno di poter tirare la corda oltre il limite di ogni ragionevole sopportazione, perché ben difficilmente noi reagiremmo con durezza: la nostra cultura ce lo impedisce. Le radici della nostra cultura sono, essenzialmente, due: il cristianesimo e il socialismo: l'una e l'altra sono basate su principi di solidarietà, di condivisione e di benevolenza. L'una e l'altra ci fanno sentire cattivi ed egoisti se pretendiamo anche dai più svantaggiati il rispetto delle regole; per cui tendiamo a giustificarli, sempre e comunque, e a dare, piuttosto, torto a noi stessi.
Se a ciò si aggiunge la debolezza del sentimento nazionale italiano, ne risulta un quadro in cui l'immigrato sa di potersi permettere comportamenti che i nostri nonni e bisnonni, quando erano loro ad emigrare verso le miniere di carbone del Belgio o verso le fazendas del Brasile, mai e poi mai avrebbero osato assumere, consapevoli di essere degli ospiti assunti «in prova» (e ad eccezione, ovviamente dei malavitosi che, però, gettavano il discredito su tutti gli altri).
Ora, è bene dire con la massima chiarezza che pretendere dagli immigrati il rispetto di tutte le regole, comprese quelle non scritte, ma che fanno parte integrante della nostra tradizione (ad esempio, la nostra idea della laicità dello Stato, oppure il modo di vestire o di comportarsi delle nostre donne), nonché nutrire il timore che un aumento ulteriore della loro consistenza numerica arrechi una alterazione permanente della fisionomia materiale e spirituale della nostra nazione, con effetti a dir poco problematici, non sono affatto una manifestazioni di razzismo.
Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei confronti degli altri popoli e delle altre culture. Il popolo italiano non è mai stato razzista e non crediamolo lo sia diventato adesso (benché singoli individui possano certamente esserlo). Ma qui non si tratta di questo. Qui si tratta di stabilire se tutti i cittadini residenti nel nostro territorio debbano avere gli stessi diritti e gli stessi doveri, oppure no; e se sia giusto, oppure no, preoccuparsi di preservare il valore della nostra identità culturale e spirituale.
Ma sul tappeto c'è anche un'altra questione scomoda, della quale non si sente mai parlare pubblicamente, anche se molti di noi - crediamo - intuiscono essere la questione veramente centrale di tutto il dibattito pro o contro l'immigrazione.
Si tratta di questo: se ogni popolo ha il diritto di preservare la propria identità culturale e spirituale, questo deve valere, evidentemente, anche al di là e al di fuori dei confini politici che stabiliscono la sovranità dei singoli Stati. Di conseguenza, gli immigrati - in teoria - sarebbero nel loro pieno diritto nel rifiutare l'integrazione, se con ciò si intende la rinuncia sostanziale alla propria identità e l'assunzione di una identità diversa. Ma, allora, bisogna avere anche il coraggio di riconoscere che:
1)  Se tutti i gruppi etnici immigrati in Italia e in Europa adottassero questa filosofia, si creerebbe il caos. Ciascuno, per fare solo un esempio, vorrebbe santificare pienamente le proprie festività religiose; e le fabbriche, i negozi, le scuole, i trasporti,  rimarrebbero paralizzati sette giorni su sette e dodici mesi all'anno.
Oppure nelle scuole, per fare un altro esempio, gli studenti figli di immigrati potrebbero rifiutarsi di parlare e scrivere in italiano, in nome della difesa della propria lingua.
E si badi che a questi assurdi ci stiamo già avvicinando, magari per quel malinteso senso di rispetto dell'altro di cui parlavamo prima: come quando delle maestre rinunciano a far cantare ai bambini della scuola elementare le canzoni di Natale, o a costruire il presepio, per non «offendere» (che parola male adoperata!) i sentimenti religiosi dei loro alunni di altra religione.
2)  Se tutte le comunità nazionali degli immigrati si arroccassero a difesa del loro diritto di conservare le proprie usanze, anche il più blando tentativo di far rispettare regole comuni potrebbe essere percepito come una forma di violenza xenofoba e dar luogo a reazioni fisiche. Allora, una multa a un furgone per sosta vietata potrebbe scatenare la rabbia di un'intera comunità, con tanto di bandiere al vento (ricordate il caso dei Cinesi di Milano?) e, magari, autorizzare l'intromissione diplomatica del loro governo. E cose succederebbe se le forze di pubblica sicurezza, in ottemperanza a quanto stabilito dalle leggi, chiedessero a una donna islamica di levarsi il burkha per farsi riconoscere, come qualunque altro cittadino?
3)  D'altra parte, proprio perché è giusto che ogni comunità nazionale possa conservare i propri usi e le proprie tradizioni, bisogna avere la coerenza di riconoscere che la migrazione massiccia di enormi masse di persone da un luogo all'altro della Terra, con i ritmi e le dimensioni che sta assumendo oggi il fenomeno, non può essere la soluzione dei problemi economico-sociali: né del bisogno di avere un reddito dell'una parte, né della necessità di importare forza-lavoro dell'altra. La ricerca di una soluzione, semmai, passa attraverso un profondo ripensamento del modello economico sviluppista; una radicale riforma della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale; una totale cancellazione del debito estero dei Paesi del Sud; una politica di investimenti produttivi e di prestiti a tasso agevolato da parte dei Paesi del Nord; nonché su una politica volta a incentivare il graduale ritorno in patria degli immigrati già stabilitisi in Europa, creando nuove opportunità di lavoro nei loro Paesi e consentendo il ricongiungimento delle loro famiglie nel proprio contesto socio-culturale.
Dire queste cose non è affatto una manifestazione di razzismo: razzismo alla rovescia è la pretesa di ignorare la realtà dei problemi, facendo leva su un ricatto morale, affinché non se ne possa parlare apertamente. E, intanto, i problemi si aggravano. Chi ha la possibilità di conoscere direttamente le numerose attività di accoglienza presenti nel nostro Paese - ad esempio, le sedi diocesane della Caritas -, sa che i problemi di cui abbiamo parlato esistono. Sa che esiste un certo modo, aggressivo e prepotente, di porsi di fronte alla società e alle stesse strutture di accoglienze, da parte di certi immigrati. Sa che, da parte di altri, vi è una scarsa disponibilità al sacrificio e al lavoro, e una attesa passiva di soluzioni al problema del mantenimento di sé stessi e della propria famiglia.
Sa, infine, che dietro richieste in sé perfettamente legittime, come quelle di appositi spazi da dedicare alla preghiera secondo il proprio credo, si nasconde, spesso, un preciso disegno politico, volto a creare posizioni di forza in vista di una complessiva rinegoziazione dei rapporti, per così dire, di forza, in seno al Paese ospitante.
Perché, diversamente - tanto per fare un esempio - insistere nella richiesta di costruire una moschea nel capoluogo di una provincia dove la presenza islamica è, sì, numerosa, ma non lo è, appunto, nel capoluogo stesso, se non per dare il massimo della visibilità politica a quella religione, magari con il generoso sostegno finanziario degli sceicchi del petrolio?
Tuttavia, ci dicono i nostri politici e i nostri economisti, e ce lo ripetono da due o tre decenni, come se fossimo degli scolari un po' testoni, noi abbiamo bisogno di manodopera straniera, altrimenti la nostra economia si fermerebbe. Ma è proprio vero? Che vadano a dirlo a un laureato della provincia di Catanzaro o di Reggio Calabria, dove la disoccupazione giovanile è alle stelle; e vedremo che cosa gli risponderà.
E poi: è la nostra economia che ha bisogno di quel tipo di manodopera - poco qualificata, e dunque a basso costo; specialmente se impiegata in nero - o ne ha bisogno un certo tipo di borghesia imprenditoriale, che vuole sempre giocare sul sicuro, realizzando il massimo del profitto con il minimo dei rischi e dei costi? E che cosa ne pensano i piccoli commercianti, i piccoli artigiani - un barbiere di paese, per esempio, o il gestore di un negozietto di frutta e verdura -, schiacciati dalle tasse e dai costi astronomici della distribuzione, costretti a veder andarsene i clienti l'uno dopo l'altro e, infine, a chiudere la loro modesta attività in proprio, sopraffatti dalla concorrenza inesorabile dei grandi magazzini e dai centri commerciali, che si servono largamente di manodopera straniera a basso costo?
C'è un ultimo problema - e non dei meno spinosi - da affrontare, quando si vuol parlare a cuore aperto di tali questioni, rischiando il linciaggio morale o, quanto meno, il boicottaggio dell'ambiente culturale politicamente corretto.
Intendiamo alludere alla condotta di una parte del mondo politico, la quale, invece di farsi responsabilmente interprete  del disagio della popolazione italiana, e specialmente delle classi più umili, di fronte al peggioramento della qualità complessiva della vita dovuto al gigantesco afflusso di immigrati, ne istigano e ne cavalcano i sentimenti più viscerali e irrazionali, strumentalizzando quel disagio per un pugno di voti e lanciando slogan incivili e brutali, che sa benissimo di non poter tradurre in pratica, a fini meschinamente propagandistici. Quando un uomo politico indossa davanti alle telecamere una maglietta contenente frasi e disegni insultanti nei confronti dell'Islam, o quando un vicesindaco afferma, parlando della richiesta di un luogo di culto da parte degli immigrai di religione islamica: «Che se ne vadano a pregare nel deserto!», quei signori sanno molto bene di fare e dire delle cose non soltanto stupide e razziste, ma anche irrealizzabili.
Ecco, è proprio questo fatto - che la classe politica italiana, se non tace omertosamente sulla portata dei problemi relativi all'immigrazione, ne parla in maniera sguaiata e irresponsabile, per puro calcolo elettorale, che spinge tante persone per bene a tacere e a rassegnarsi, pur vedendo che l'attuale politica ci conduce al disastro: per non fare il gioco di simili individui, per non essere accomunate ad essi nell'accusa - meritata, questa volta - di razzismo.
E anche questo è un ricatto al quale bisogna trovare la forza civile di reagire.
È un ricatto non poter criticare le scelte dei nostri politici che, nel giro di un paio di generazioni, renderanno l'Italia (e l'Europa) completamente sommerse dalla pacifica invasione degli immigrati, i quali diventeranno maggioranza e muteranno radicalmente la fisionomia materiale e spirituale del  nostro continente; ed è una forma di ricatto (o di auto-ricatto) anche il tacere per non essere accomunati a dei personaggi cinici e incolti, che si servono degli umori xenofobi - oggi ancora latenti - per farsene una piattaforma elettorale, sia a livello amministrativo che politico. Sia chiaro, dunque, che non vogliamo avere niente a che fare con quel genere di personaggi: la loro battaglia non è la nostra, le loro parole d'ordine non ci appartengono. Noi siamo per il rispetto, la tolleranza e la collaborazione fra tutti i popoli, fra tutte le culture e fra tutte le religioni. Questo, però, non significa che dobbiamo restare a guardare mentre l'Italia e l'Europa vengono colonizzate e si avviano a perdere, per sempre, la loro identità. No, su questo non siamo d'accordo, perché riteniamo che ogni cultura nazionale sia una forma di ricchezza per il mondo intero; e che, pertanto, ogni cultura nazionale (e regionale) merita di essere difesa e sostenuta, merita di sopravvivere. Non ci piacerebbe un mondo omologato, dove tutti bevono Coca-Cola e masticano chewin-gum. E neppure - sia detto con il massimo rispetto per una religione diversa dalla nostra - un mondo dove tutti si genuflettono cinque volte al giorno per pregare Allah e onorare il suo profeta Mohammed; e dove le donne, magari, devono indossare il burkha, o almeno lo chador.
E non perché ci sia qualcosa di male, in sé, nel fatto di indossare il burkha o lo chador (checché ne dicano i nostri liberaldemocratici politicamente corretti), ma perché ciò non fa parte della nostra tradizione; e non vorremmo che, un domani, ci venisse imposto, quando fossimo diventati - e, seguitando di questo passo, lo saremo presto - minoranza nel nostro stesso Paese.Oppure bisogna pensare che la tolleranza funziona solo a senso unico, serve solo a tutelare gli ultimi arrivati; e non deve valere per coloro che, in un certo luogo, sono sempre vissuti, da decine e decine di generazioni?
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Sull’immigrazione: peggio di quanto credessi. «Non volete immigrati? Mandate i figli a lavorare».
di Maurizio Blondet 25/08/2006
L’Italia sta andando peggio di quel che credono anche i più pessimisti, fra cui il sottoscritto. Me lo rivelano due lettere, in qualche modo di protesta contro il mio articolo Eccole: «Sono un laureato in chimica con due corsi di specializzazione post laurea, ho trentun anni e sono di Napoli. Dopo tanto penare ‘per anni’ a mandar curriculum in giro per tutta Italia sono riuscito ad avere un contratto a tre mesi (3) in Liguria (a Isoverde di Campomorone, per l’esattezza), per lavorare in una aziendina che produceva aromi alimentari. Dico produceva perchè ora è fallita (o meglio, è stata fatta fallire perchè ai proprietari conveniva venderla per appianare debiti che avevano precedentemente). Comunque lì mi sono ritrovato, man mano, a capire che non avevano bisogno di un chimico, bensì di un operaio che spostasse con transpallet i carichi di materiale grezzo, che lavasse per terra, e che all’occorrenza mettesse firme false su analisi HACCP mai avvenute in laboratori inesistenti che certificassero la bontà dei prodotti.
In aggiunta il simpatico capo-responsabile si divertiva ad angariarmi continuamente perchè ero lento, perchè non riuscivo a spostare un transpallet con una tonnellata (sì, ha letto bene, una tonnellata) di carico in un lampo da una parte all’altra del  magazzino, perchè a parer suo non riuscivo a pulire bene a terra, provvedendo a buttare taniche di sostanze chimiche a calci a terra e poi facendomi  ripulire da capo. Il tutto condito da ‘ti faccio vedere io chi ha la laurea in chimica, Napoli!’ (lui era di Milano).
Dato che avevo bisogno di lavorare, ho continuato a non fiatare e a subire, finchè non ha chiuso e non mi sono trovato letteralmente in mezzo a una strada.
Si badi che, chimico con due corsi di specializzazione, ero inquadrato come operaio e guadagnavo sì e no 1000 euro al mese.
Per alcuni giorni ho vagato per Genova aiutato da qualche soldo mandatomi da mio padre giù da Napoli, pensionato dell’Italsider (sono di famiglia operaia e so quanto il pane che viene messo su una tavola operaia costi sudore),  finchè non ho trovato un altro posto in un saponificio, dove sembrava mi dovessi occupare di manutenzione di laboratorio, schede tecniche, legge 626 sulla sicurezza et similia. Ovviamente assunto come ultimo degli operai, e inquadrato come ultimo degli operai, s’intende, a sì e no 900 euro al mese. Per il primo mese ho fatto un lavoro immenso per cercare di razionalizzare una situazione completamente caotica e creare un lavoro di buona fattura da presentare alle ispezioni che si presentavano.
Per non farla tanto lunga, si va avanti così fino alla fine del primo mese, dopodichè arrivano quelli dell’ispezione, vedono tutte le carte in ordine (di cui molte, ovviamente,  falsificate perchè non c’era  tempo e soldi per fare tutti i controlli di legge), si congratulano con me e se ne vanno. Dal giorno successivo, mi si mette una ramazza in mano e mi si dice che sono stato promosso al mio vero lavoro, l’operaio! Per terminare, il contratto di sei mesi che mi viene  fatto scade.
Ora sono tornato a Napoli, disoccupato.
[…] In moltissimi casi la laurea, lungi da aprire prospettive, si rivela essere un vero danno, in quanto i ‘padroni’ (mi scuserà il termine) vogliono per l’appunto solo i ‘senegalesi e marocchini’ che possono  permettersi di sottopagare tranquillamente. Va detto che vengono preferiti i ‘senegalesi e i marocchini’ di cui parla nel suo articolo, non perchè siano più buoni, bravi e  belli, ma perchè lavorano senza contributi pensionistici, al nero più nero, senza alcuna garanzia sul lavoro, con turni da macello e trattati come bestie su cui esercitare un potere di ricatto molto maggiore che su noi italiani ‘veri’. In quella che lei chiama ‘la grande scuola della  fabbrica’ io ci sono stato, e mi hanno insegnato umiliazioni, pressappochismo, ottusità, bestialità e, soprattutto, frode e falsificazioni».
L’altra lettera:
«Ho 32 anni e una laurea in ingegneria elettronica; dopo aver lavorato come operaio nelle catene di montaggio (quando ero assunto con contratti a progetto per far funzionare gli ultimi prototipi di macchine di automazione industriale) prima per un mese,  poi per un altro... l’ennesima presa in giro… me ne andai... Se mi avessero detto guarda qui per te c’è solo il lavoro d’operaio, forse starei ancora là... Segue la mia esperienza di insegnante di informatica (entrato con una raccomandazione) presso vari enti pubblici dopo i quali col cambio del governo, incuranti che ero l’unico ad avere a fine corso un numero maggiori di studenti di quelli che lo iniziavano… tanto che col passa parola gli alunni portavano in classe amici per ascoltare le lezioni insieme... una ragazza si portò addirittura il fidanzato ‘ciao Marco oggi c’è anche lui, almeno così impara qualcosa’. Seguirà un periodo di stasi dove ho chiesto apertamente a maggio di questo anno di fare lavori come portiere notturno, receptionist, ecc... Mi hanno risposto che ero troppo qualificato per fare lavori del genere, e un mio amico mi ha detto che gli immigrati costano  molto di meno di un receptionist italiano, ingegnere che sia, possa costare...». Prima constatazione tristissima: l’Italia non riesce ad occupare decentemente i suoi laureati tecnici.
Non ne ha bisogno. Perché non ci sono più le industrie che necessitavano di questo settore «alto» del lavoro. E ciò, dopo che ai giovani è stato detto e ripetuto che, per vincere la competizione globale, dovevano riqualificarsi appunto nei settori alti; che abbiamo troppo pochi ingegneri in confronto a Cina e India, e via predicando.
La cosa è tragica. Fino a pochi anni fa, la Lombardia pullulava di aziende produttrici di macchine utensili, ad esempio quelle che per destinazione chiara dovrebbero occupare ingegneri. Le macchine utensili - poi ribattezzate «a controllo numerico», e il settore sfocia nella robotica - sono le macchine che servono a fabbricare le macchine, beni capitali per eccellenza, non merci di consumo, e fonte di ricerca e sviluppo. Fino a pochi anni fa, lo stato di sviluppo di un Paese si valutava dal suo settore delle macchine utensili, dal grado di automazione; e in questo l’Italia - all’insaputa degli italiani, perché queste fabbriche non «compaiono» in TV - era fra i primi Stati al mondo. Dopo la Germania e forse alla pari degli Stati Uniti, e prima della Francia.
Dove sono finite queste fabbriche che ieri volevano, reclamavano, ingegneri e operai specializzati? Sono morte silenziosamente, distrutte dalla concorrenza cinese e asiatica? Vado a cercare i comunicati dell’associazione del settore (UCIMU) e scopro che nel 2005 la Cina ha scalzato l’Italia nel terzo posto mondiale, in un anno in cui il commercio mondiale di queste macchine è aumentato del 23 %. E tuttavia, la nostra industria si difende. Le nostre esportazioni di macchine utensili sono cresciute del 14 %, 2,2 miliardi di euro. Ma se sopravvive, è in lavorazioni di nicchia: si è specializzata in produzioni quasi su misura a richiesta del cliente.
Lo dice la struttura del settore: sono 400 imprese, quasi tutte sotto i 70 dipendenti (la media in Giappone è 200); e sono le più grandi, non le più piccole, quelle che esportano di più. Chi resiste in questa nicchia, evidentemente non ha più bisogno di centinaia di ingegneri, nemmeno di quei pochi che si laureano, con duri studi, in Italia. Quanto alla chimica, l’abbiamo perduta da decenni; niente più chimica fine, niente più farmaceutica. Siamo totalmente dipendenti dalle importazioni.
A che serve laurearsi in chimica? Fabbrichette arretrate che campano con la frode, ti offrono posti precari da scaricatore e addetto alle pulizie.
L’esperienza amara dei nostri due lettori è illuminante del degrado profondo e malato della struttura economica italiana, anzi della società.
E i giovani che sono disposti a fare i lavori «che gli italiani rifiutano», si sentono dire che sono «troppo qualificati».
Quei lavori sono per gli emigranti, i soli di cui si occupano la Caritas e le burocrazie «caritative»; non accade mai che la carità pelosa «cattolica» si occupi degli ingegneri che non trovano lavoro: non cercano abiti usati, né piatti di minestra, la facile e pelosa carità somministrabile agli «ultimi».
E’ una retorica, dietro cui si nasconde un business (i caritatevoli ricevono contributi statali per ogni assistito, ovviamente), che lascia i nostri giovani nella trappola: non c’è lavoro per te come ingegnere; se chiedi di fare il portiere, sei troppo qualificato. Non puoi fare nemmeno i lavori che «gli italiani rifiutano».
Ciò rompe radicalmente un tacito legame, impalpabile, che univa le generazioni, un legame di lealtà. Questo è il risultato dell’adesione al «mercato» di tipo anglosassone, funestamente entusiasta all’inizio, della nostra sedicente classe dirigente politica e imprenditoriale.
Per gli imprenditori, la dottrina del privatismo, che ha reso il lavoro una merce come ogni altra (basata sul prezzo), si è tradotta nella sua forma più patologica: lo sfruttamento, la dequalificazione, il menefreghismo assoluto verso i dipendenti.
Arrangiatevi ragazzi, ora vige il privato. E mica vorrete il lavoro a vita… Per confronto, penso alla ditta farmaceutica in cui lavorò - per tutta la vita - mio padre.
Quando si ammalò gravemente, il direttore del personale dell’epoca - era un conte, un aristocratico - telefonò personalmente a mia madre, le chiese se poteva permettersi spese, credo le abbia dato del denaro; e la assicurò che il posto ci sarebbe sempre stato, per mio padre (quando morì, fu assunta mia sorella).
La ditta era la casa, i dirigenti si sentivano attivamente responsabili dei dipendenti. Non è ciò che s’insegna alla Bocconi: s’insegna che il lavoro è «un costo», e che va liquidato e alleggerito alla prima occasione. Stranamente l’Italia andava meglio quando gli aristocratici milanesi, capi del personale, mettevano la lealtà fra azienda e lavoratori prima dei «costi». Tutto questo «taglio sui costi» bocconiano ci ha portato all’arretramento nel mondo, a dipendenza crescente dall’estero, a impoverimento generale. Qui, la colpa è dei politici. La dottrina liberista - che vieta alla Stato di occuparsi di imprese - l’hanno tradotta come un immenso scarico di responsabilità: lo Stato non si occupa più nemmeno di economia generale, di mantenere il Paese all’altezza nel mondo.
E' avvenuto un grande rapidissimo cambiamento - la competizione globale, i salari cinesi ci hanno distrutto - e questa classe politica non ha fatto niente.
Anzi peggio: si è chiusa nella sua sfera dorata dove si dà stipendi miliardari, ben salda al riparo dalla competizione globale (mica possiamo importare magistrati e funzionari cinesi a 200 euro mensili), estraendo questi emolumenti da un Paese che stava velocemente impoverendo, e socialmente degradandosi.
Nella storia d’Italia, non c’è mai stata una classe burocratica, che abbia presieduto a una così tragica fase di impoverimento, e così ricca, enormemente più ricca dei suoi cittadini. Le responsabilità dei sindacati sono anch’esse enormi: non hanno segnalato il mutamento in atto e le sue patologie; in contatto col mondo del lavoro, hanno badato ad addormentarlo, non sono stati culturalmente in grado di vedere dove si finiva. Del resto, ormai, gli iscritti ai sindacati non sono più lavoratori, ma pensionati. Certo non interessati allo sviluppo generale.
Ora una mia amica che abita in Russia e viene periodicamente, trova l’Italia ferma, senza forza intellettuale, completamente disorientata e istupidita.
Senza qualcuno che dia la direzione; del resto, dove lanciarsi? Come quasi tutti i Paesi europei, infatti, l’Italia è stato un Paese culturalmente retto dal dirigismo.
Il «liberismo globale» anglosassone, che ci è stato imposto da fuori, non lo comprendiamo e non lo viviamo nel modo giusto: anzi, ci fa male.
La Russia aveva ben più del dirigismo, la socializzazione forzata, l’abolizione della proprietà privata: le rovine del «liberismo», là sono state anche peggiori.
Ma ora, ogni giorno con sempre maggior sicurezza, sta adottando il dirigismo - l’indicazione di traguardi nazionali da parte del potere, l’educazione all’ambizione non privata ma collettiva, ad essere qualcosa nel mondo come nazione - che noi abbiamo abbandonato. In Russia, nonostante tutto, c’è più vivacità intellettuale, dice la mia amica. E ci ha fatto male l’Europa a-democratica, dove il discorso pubblico è limitato, dove non si deve parlare di certe cose.
Ci ha fatto male anche l’'euro: l’Europa non ha dato direzioni, solo regole su regole; ha dato prescrizioni invece che orizzonti e traguardi. Ed è ovvio, perché una burocrazia non sarà mai la madre di nazioni, né sostituirà mai la nazione. In Europa, accade questo: che la Germania, a forza di tagli crudeli sulla pelle dei suoi lavoratori, s’è rese «competitiva», grande esportatrice di nuovo: a spese di Italia e Francia, i cui «costi sociali» sono rimasti alti. Non siamo soci di un progetto comune; siamo concorrenti sul mercato globale, restiamo avversari sotto la trappola pseudo-unificante dell’euro. E’ questa l’Europa Unita?
L’Europa ci predica la «flessibilità», la competizione, ci dice che dobbiamo rassegnarci al «mercato», quello per cui i giovani non trovano lavoro che precario.
Non ha visto in tempo - stupida, come ogni  burocrazia - che la Cina non ci avrebbe spiazzato solo dai settori «bassi» (tessile, scarpe, cemento) ma dai settori d’alta gamma tecnologica a cui la burocrazia incitava i giovani. Non c’è stato pensiero, non c’è stata elaborazione, e nemmeno sostegno dopo la rovina.
Solo, negli ultimi tempi, visto che i consumi languono, veniamo incoraggiati a «sostenere la domanda interna»: per poi scoprire che lo stimolo alla domanda non giova alle aziende locali, ma provoca un aumento rapidissimo delle importazioni. Perché ciò che oggi i consumatori vogliono comprare non è più prodotto in Italia né in Europa: i telefonini da Taiwan, le scarpe Reebock dalla Cina... persino il cibo locale non è più richiesto, dalle nuove generazioni degenerate fin nel gusto; e così la musica pop, lo spettacolo, persino l’architettura: è richiesto solo quello che compriamo dall’estero. Bisognava sostenere l’offerta, non la domanda.
Ma ciò comportava l’indicazione di traguardi e settori strategici, la promozione culturale di chi se ne occupava, lo stimolo al senso di lealtà fra le generazioni, unite nel comune destino: insomma, ancora una volta, «dirigismo» sia pur in regime di proprietà privata e pluralismo economico. Ma appunto di questo è vietato parlare.
Un argomento tabù: parlare di dirigismo sarebbe in qualche modo «fascista», parola su cui grava un sacro interdetto.
E’ impossibile aprire il discorso, esaminare quello che nel «fascismo» (nei dirigismi europei del ventesimo secolo) funzionava, e se è possibile separarne la lezione economica dalla lezione politica, il cosiddetto «totalitarismo» (che forse, poi, era meno totalitario del conformismo mediatico di oggi, e sicuramente meno del socialismo reale staliniano: manteneva la proprietà privata, ma lo Stato interveniva per salvare le competenze umane e professionali che i padroni gettavano sulla strada come un costo). A forza di tabù stiamo soffocando e istupidendo. Siamo degenerati perché costretti a vivere in un universo economico che non ci appartiene, in un «liberismo» mercantile e finanziario che non è nostro, perché non è stato elaborato da noi. Abbiamo gettato nel cesso tutti i nostri patrimoni storici, per nulla. A cosa porterà tutto questo? Al Sudamerica. Alla borghesia compradora chiusa nei suoi quartieri di lusso circondati da mura e sorvegliati da guardie armate, per difendersi dalla violenza e dai furti di una popolazione giovanile perennemente disoccupata, eternamente senza reddito certo, e senza istruzione perché «non è richiesta». Da questa devastazione della lealtà reciproca nasce, inarrestabile, la violenza. E con in più, la concorrenza degli immigrati di colore e di altra fede: l’ideale per fare della questione sociale una miscela esplosiva di tipo razziale. Il Sudamerica oggi si dà capi-popolo venuti da questo popolo inoccupabile e degradato, ossia ignoranti: Chavez ne è l’esempio, che i nostri uomini di sinistra ultrà - ignorantissimi - stanno imitando. Ma Chavez ha almeno il petrolio. E noi?

 

IMMIGRAZIONE, UNA SCONFITTA PER TUTTI - di Gianfredo Ruggiero EXCALIBUR 8 ottobre 2008
L’immigrazione è generalmente considerata una risorsa. Io invece la considero una sconfitta, anzi una doppia sconfitta: per i Paesi di origine e per i Paesi di approdo.
Per i Paesi da cui partono perché si dimostrano incapaci di assicurare un futuro ai loro figli, costringendoli ad abbandonare la loro casa e i loro affetti per cercare fortuna in terre spesso inospitali, come accadeva ai nostri nonni quando, con la valigia di cartone in mano, leggevano esterrefatti all’ingresso dei bar nel nord Europa avvisi del tipo “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Rappresenta una sconfitta per i Paesi d’arrivo a causa dei conflitti sociale che ne derivano quando il fenomeno assume proporzioni di massa e, soprattutto, quando la fame degli immigrati è sfruttata dagli industriali per abbassare i salari e le condizioni di lavoro.
L’immigrazione di massa - da non confondere con la libera circolazione degli uomini e delle idee e con gli scambi culturali tra i popoli che, al contrario, vanno incoraggiati – è un fatto negativo e per nulla ineluttabile, il frutto della subalternità della politica alle leggi egoistiche e disumane dell’economia mondializzata. Il nostro Paese si è modernizzato durante gli anni trenta, diventando autosufficiente e primeggiando i tutti i settori economici e non solo, ha superato i difficili anni della ricostruzione e successivamente si è imposto a livello mondiale grazie all’esclusivo lavoro degli italiani e all’impegno dei nostri imprenditori.
Oggi vogliono farci credere che il nostro futuro dipende dagli immigrati, in realtà sono i nostri industriali che hanno bisogno degli extracomunitari, da quando hanno perso la loro coscienza sociale e il loro amor di Patria per abbracciare l’ideologia capitalista. Un’ideologia che ha un solo obiettivo, il profitto e una sola regola, il libero mercato. Agevolati in questo dai governi di destra e di sinistra. Con il pretesto della “competitività sui mercati internazionali” i nostri capitani d’industria, secondo la convenienza, assumono mano d’opera immigrata per abbassare i costi di produzione (leggi stipendi), trasferiscono all’estero la produzione dopo aver chiuso le fabbriche in Italia e licenziato i nostri operai, oppure si trasformano in comodi e redditizi importatori dalla Cina. Arriveremo all’assurdo dell’imprenditore liberale che invece del figlio disoccupato assume l’immigrato perché gli costa meno. A questo ci stà portando l'ideologia capitalista. Se gli extracomunitari sbarcano a frotte sulle nostre spiagge, e con loro i delinquenti, è perché qualcuno li assume!
Un vero Stato Sociale, come quello che noi auspichiamo, deve avere come obiettivo il benessere e la prosperità del suo popolo, assicurando un lavoro dignitoso a tutti i suoi figli, anche ai meno dotati e ai meno volenterosi, prima di prendere in considerazione una seppur minima immigrazione. Se questo non avviene (abbiamo milioni di disoccupati italiani e altrettanti immigrati stabilmente occupati, anche nel sud d’Italia) è perché l’immigrazione di massa è vista con favore dalla sinistra, per annacquare la nostra identità, dalla destra per favorire gli industriali e dalla Chiesa per un mal compreso senso di carità cristiana (per una madre suo figlio viene prima degli altri, per la Chiesa invece sono tutti figli di Dio). Ciò premesso, se una Nazione che si ritiene civile, come l’Italia, decide di aprirsi all’immigrazione lo deve fare con umanità, considerando le sofferenze e le privazioni subite da questi uomini, donne e bambini e rispettando, nei limiti delle nostre leggi, i loro usi e costumi (velo compreso), le loro tradizioni e anche la loro fede religiosa. Integrazione non deve essere sinonimo di omologazione.
Per una parte d’opinione pubblica, quella che politicamente si riconosce nella Lega e nel centrodestra, gli immigrati vanno bene quando lavorano in nero, sfruttati e sottopagati, quando per un posto letto in un tugurio pagano affitti esorbitanti al padrone bianco, quando per pochi soldi puliscono il sedere alla vecchia inferma; non vanno bene quando, è quello che succede a Gallarate, chiedono un luogo dove pregare. In questo caso sono vessati e ostacolati in tutti modi, fino a protestare se un Parroco di quartiere concede loro uno spazio sotto un tendone con il pretesto della mancata reciprocità con i paesi di provenienza, come se le limitazione poste ai cristiani in quelle regioni fosse colpa loro. Questo atteggiamento utilitaristico e vagamente razzista, non deve stupire: è tipico delle società a capitalismo avanzato dove in primo piano è posto il “cittadino” d’illuministica memoria con i suoi interessi personali ed egoistici, assecondati da uno Stato sempre e comunque al servizio dell’economica. Io, al contrario, credo nello Stato sociale e nazionale e al centro pongo la comunità, il popolo, la nazione. Sono geloso e orgoglioso delle nostre tradizioni, identità e cultura millenaria che possono essere preservati solo ponendo un freno all’immigrazione e rivalutando il lavoro degli italiani. Ma se immigrazione deve essere, perché le convenienze dei singoli e la regola del libero mercato prevalgono, che sia almeno rispettosa della dignità umana.
Gianfredo Ruggiero (presidente Circolo Excalibur - Varese)

 

Joerg Haider e Wall Street
Venerdì 17 ottobre 2008 http://falsoblondet.blogspot.com/2008/10/joerg-haider-e-wall-street.html
L’assassinio del dott. Joerg Haider sembra indicare un innalzamento del livello di scontro tra l’Europa e i poteri forti mondiali.
Il tenore del messaggio è stato chiaro, alla vigilia della riunione dell’”eurogruppo”: i governi europei non possono fare a meno di sottomettersi al dovere di finanziare Wall Street e l’apparato angloamericano indebitato oltre ogni misura a causa della dissennata “finanziarizzazione”. E salvare il dollaro USA, ovviamente. Vengono soppressi spietatamente coloro che si oppongono al progetto di globalizzazione (leggi americanizzazione) pianificato da una setta di pazzi paranoici, in attesa degli extraterrestri e pure ambiziosi di controllare il tempo meteorologico (schie chimiche?) (1). Vittime sono già state Pim Fortuyn, l’”Haider di Rotterdam”, e Milosevic.
Per quest’ultimo avevano anche ideato una ridicola entità chiamata tribunale penale internazionele dell’Aia. Come il Fondo Monetario Internazionale, la “Banca Mondiale”, la Trilaterale, il misteriosissimo Svalbard Global Seed Vault (2) organizzazioni di cui nessuno sa l’origine né chi le controlli veramente ma che ottengono cieca obbedienza dai governi di tutto il mondo. Poiché non riuscivano a dimostrare nulla contro il leader serbo, lo hanno dovuto eliminare. Così il movimento di Haider si era ripreso alle recenti elezioni, poteva dare fastidio se gli austriaci col tempo avessero capito in massa quale è il progetto per l’Austria e l’Europa intera.
Il partito di Haider (FPO) ebbe un exploit nel ’99. In quall’anno Hollywood stava producendo il film Mission Impossible II, uscito poi nel 2000. Nel ruolo del “cattivissimo” antagonista di Tom Cruise, l’attore Dougray Scott, fu intenzionalmente fatto assomigliare al politico austriaco. Tecnica psicologica subliminare usatissima dai poteri forti.
E’ l’Europa della moneta unica con i suoi popoli, tradizioni, millenni di storia e solidarietà sociale (i Comuni) che fa paura. La Cina è l’india stanno divenendo potenze economiche ma culturalmente sono totalmente sottomesse dell’America. Del grottesco modello basato sulla “tolleranza” di una società in verità “multirazzista”, spersonalizzata in cui i centri di aggregazione sono i supermercati (!), le scuole sono luoghi boccacceschi, la televisione come sonnifero per la ragione.
Le “piccole patrie” (nel senso di M. Fini) sono additate come il “nazismo” del 21esimo secolo da estirpare in ogni modo sterminando quegli uomini politici coraggiosi che pure a stento riescono a coagulare una resistenza democratica e popolare.
Badate che la crisi finanziaria “globale” è quasi tutta anglosassone. Perché è in quel mondo in cui esiste, da un lato, un’esiziale propensione al’acquisto a credito, dai libri alle abitazioni e, dall’altro, la tendenza ad investire i risparmi in borsa e prodotti “derivati”.
L’Europa continentale è assolutamente più equilibrata verso i titoli a reddito fisso, come i titoli di stato, e la bolla immobiliare, per adesso è scoppiata solo in Spagna.
E nonostante ciò il Banco di Santander sta per acquisire la barcollante banca americana Sovereign. Dopo che per un decennio hanno spalmato il debito per tutto il pianeta, adesso sostengono che è tutto il mondo ad avere un problema da sanare con i denari “globali”. Non ci sarebbe alcuna ragione che a pagare sia il mondo intero come fatto osservare dal ministro tedesco delle finanze Peer Steinbrueck. Si tratta di un’immensa frode per salvare i ricchi che i soldi li hanno in banca. I poveri (per definizione!) non avendo soldi non hanno nulla da perdere se falliscono gli istituti di credito, e i detentori dei mutui, bellamente hanno tutto da guadagnare se la bisca finanziaria dovesse fare naufragio.
A questo è servito l’omicidio di Joerg Haider. Egli aveva di recente tuonato contro le banche criminali: a persuadere i politici europei a non scucire i soldi per un collasso d’oltreoceano. Poichè questo per l’Europa comporterà pesantissimi tagli all’istruzione Pubblica, alla sanità Pubblica, al sistema previdenziale Pubblico e trasporti Pubblici, nuove “privatizzazioni” naturalmente “benedette” dalle banche centrali.
Facile percepire che l’uccisione del leader del FPO è stato un piano premeditato. Mentre andava a trovare sua madre 90enne, quindi una strada che faceva spesso, un percorso su cui gli attentatori potevano “lavorare”. Anche il giudice Paolo Borsellino fu fatto saltare in aria, assieme agli uomini della scorta, mentre si recava dall’anziana madre come dovere di ogni decoroso figlio. Le agenzie di stampa non hanno detto se è stato fatto andare fuori strada ma che andava al doppio della velocità consentita. Lo stesso ragionamento per cui non sono loro che ci riempiono di immigrati, siamo noi “intolleranti”. Da aggiungere, chi ha un minimo di dimestichezza con gli incidenti stradali sa che, specie nei sinistri senza testimoni, si può dimostrare tutto e il contrario di tutto. Figuriamoci per gli specialisti in “morti accidentali”.
La misteriosa auto con un’altrettanto fugace donna sono probabilmente state la “centrale di controllo” che ha gestito l’incidente. Dopo essersi fermata ed accertato che lo scopo era stato raggiunto, ripulendo la scena del delitto da qualche marchingegno, ha chiamato il “118”. Può voler dire che questo piano è stato ben supportato da elementi in alto allo stato austriaco o perfino al suo stesso partito. Anche farlo passare per “ubriacone” rappresenta il marchio di fabbrica dei cospiratori sionisti.
In primo luogo non è scritto da nessuna parte che uno che ha bevuto debba ammazzarsi in un incidente stradale. In secondo luogo, era ubriaco poi?
Tutti sanno che è impossibile stabilire con certezza il tasso alcolimetrico in una persona morta da ore, o addirittura da giorni, a causa delle continue e repentine trasformazioni chimiche che avvengono nel sangue di un cadavere. La cosa fu ben evidenziata nel famoso incidente nel quale morì lady Diana, in cui tuttora non si è riusciti a stabilire se l’autista Henry Paul fosse ubriaco o meno al momento dello schianto.
Significativamente è subito comparso un articolo che sembrava tranquillamente essere stato scritto per tempo, che auspicava una riunione delle destre austriache dopo Haider. Nel segno assai conosciuto del bipartitismo fantoccio americano. Articolo che pareva scritto dai medesimi che da noi hanno incensato la creazione dei due partiti unici italioti, PD e PDL. Secondo voi, quanti iscritti ad AN o DS, Forza italia o Margherita erano favorevoli alla fusione con altre entità politiche?
Altro metodo in voga di fabbricazione delle “morti naturali” è quella dell’attacco cardiaco. Facilmente inducibile tramite una sostanza chiamata Digitalina la quale ha anche il buon gusto di non lasciare traccia alcuna. Questo sistema si addice particolarmente ai galeotti che difficilmente si spostano in auto.
Con questa tecnica è stato probabilmente eliminato Slobodan Milosevic. Altra opzione, più “soft”, di sopprimere gli avversari è di fare venire loro un tumore. Indurre un cancro in una persona è facilissimo. Basta, ad esempio, esporre il soggetto a contatto prolungato con una forte radioattività la quale è assolutamente inavvertibile. Sicché nessuno si sogna di passare al contatore Geiger tutto il cibo che ingoia, ogni vestito che indossa o la macchina che guida. Questo sistema viene sovente impiegato contro giornalisti, divulgatori e uomini di spettacolo per “ammorbidirne” la prosa attraverso la malattia.
Doveva essere tolto di mezzo anche Umberto Bossi ma Lucifero non emise il suo afflato di morte nonostante la Cabala, i rigorosi precetti talmudici fossero stati minuziosamente eseguiti. Il leader della Lega Nord fu colpito da ictus alla stessa ora del medesimo giorno degli attentati “islamici” in Spagna (11 marzo 2004, 3, 7, 11, 13 e i loro reciproci multipli, tenete a mente questi numeri).
La notizia degli “attentati” madrileni di Al Qaeda avrebbe oscurato quella della morte di Bossi, così come le ultime sul “meltdown” finanziario quella di Haider, come è putualmente avvenuto. E Bossi sarebbe stato fatto passare per “puttaniere”, da “ubriacone” lui lo avevano già marchiato.
Il “Senatur”, da uomo intelligente qual è, ha dimostrato di avere capito l’antifona. Nella recente intervista alle “Iene”, per citare, ben due volte ha risposto di essersi “Tranquillizzato”, “più ragionevole” dopo la malattia (3). Forse un messaggio a quelli che lo volevano fare fuori.
Fuori dal “vecchio continente” c’è il problema del dollaro e del petrolio. Quando, una ventina di anni fa, Gheddafi iniziò a parlare di commerciare il petrolio libico in marchi tedeschi fu oggetto di un feroce ostracismo internazionale (come l’Austria di Haider) culminato col famoso bombardamento americano, atto ad ucciderlo, a cui scampò per miracolo. Una decina di anni or sono Saddam Hussein ventilò la possibilità di usare il neonato Euro come moneta di riferimento per la valutazione del barile di petrolio irakeno. Sapete com’è andata a finire, anzi come non è finita purtroppo ancora per il popolo irakeno.
Recentemente il presidente del’Iran ha attivato una borsa petrolifera in euro. Potete anche qui immaginare il finale del film. Ma stavolta saranno gli europei a imbarcarsi per l’avventura militare iraniana sicchè gli USA stanno affondando ed a breve non avranno più le risorse per reggere il moccolo alle guerre giudaiche.
Il presidente Chavez del Venezuela, paese ricchissimo di petrolio, ha più volte affermato che gli americani hanno attentato alla sua vita. Col risultato di farsi dare del “matto”; troppo di sinistra per smerciarlo come “nuovo Hitler” come Haider o Mahmud Ahmadinejad.
Perché alla fine, se ben guardiamo, la finanza mondiale di poche centinaia di ultramiliardari, che a noi straccioni chiedono di scampare, è in mano ad ebrei, e le infinite guerre mediorientali sono per salvare Israele la cui esistenza è smisuratamente legata all’ intervento militare esterno essendo un paese troppo piccolo per fronteggiare da solo le centinaia di milioni di arabi rabbiosi che lo circondano. Tuttavia, l’”operazione Haider” suona come un deliberato aumento della velocità del programma. La qual cosa fa ritenere che la crisi globale sia assai più grave di quello che già sembra. Gli eventi precipitano, serve quindi una “accelerazione dell’agenda” (parole testuali di Tremonti) verso la distruzione dell’Europa, facendo piazza pulita dalla Resistenza dei Popoli ancora degni di questo nome.
F. Maurizio Blondet http://falsoblondet.blogspot.com

 

Il degrado dell’informazione in Italia in un nuovo libro di Beppe Lopez

http://www.lsdi.it/2009/05/30/il-degrado-dell-informazione-in-italia-in-un-libro-di-beppe-lopez

in Editoria, Media e potere di Redazione | 30 maggio 2009

E’ in libreria il nuovo libro di Beppe Lopez: “GIORNALI E DEMOCRAZIA” di Beppe Lopez Glocal Editrice (211 pag., euro 16) Sottotitolo: “Analisi del degrado dell’informazione in Italia, partendo dallo spartiacque della fine degli anni Settanta e dalla vicenda-metafora del primo quotidiano locale moderno e popolare: il Quotidiano di Lecce”...

Dopo un saggio introduttivo (“I giornali, fattori o demolitori di democrazia”) - nel quale riprende e sviluppa un’analisi già avviati nei suoi precedenti saggi e in particolare ne “La casta dei giornali”, e temi quotidianamente trattati nel suo sito “Informazione e democrazia” www.infodem.it - l’autore descrive i processi di democratizzazione anche nel settore informativo avviati e subito interrotti negli anni Settanta, per poi soffermarsi ampiamente sulla emblematica avventura del quotidiano locale da lui fondato nel 1979, dopo aver partecipato alla fondazione di Repubblica.
Il Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto nacque esattamente trent’anni fa, il 6 giugno 1979. E costituì, per una serie di ragioni, un punto di riferimento innovativo a livello nazionale e non solo sul piano meramente giornalistico. Nacque, si insediò e fu interrotto: come successe, in generale, al processo di democratizzazione e di socializzazione avviato e stroncato in quegli anni in Italia. Da quello spartiacque della vita nazionale nasce il processo di restaurazione e di omologazione di cui il degrado che vivono oggi la nostra democrazia e la nostra informazione è il frutto maturo. Il libro - spiega una nota editoriale - racconta dunque una vicenda-metafora, che intreccia protagonisti e questioni cruciali per capire il passato e il presente dell’informazione e della democrazia nel nostro Paese: la Repubblica, l’assassinio di Moro e la fine del compromesso storico, il craxismo, la degenerazione della “sinistra socialista” in “sinistra ferroviaria”, Carlo Caracciolo, Paese Sera, il caso-D’Urso, Tangentopoli, la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, le provvidenze per l’editoria, La Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe Gorjux, Giuseppe Romanazzi, Francesco Gaetano Caltagirone, le grandi conglomerate editorial-finanziarie…
BEPPE LOPEZ ha attraversato e raccontato - da giovanissimo pubblicista, da cronista politico, da direttore di giornali e di agenzia, e infine da abile narratore e saggista - quasi mezzo secolo di storia italiana. Ha collaborato con le più importanti testate nazionali. Ha partecipato alla fondazione di Repubblica. Ha fondato e diretto quotidiani e riviste. Ha diretto la Quotidiani Associati. Ha scritto, fra l’altro, due importanti romanzi: Capatosta (Mondadori) e La scordanza (Marsilio). Ha ottenuto uno straordinario successo editoriale con La casta dei giornali (Stampa alternativa-Eri). E’ su “Informazione e democrazia” www.infodem.it di cui in copertina il libro riprende il logo: una macchina da scrivere che diventa aula parlamentare.

 

Giornali e internet, come uscire dalla crisi? 26 maggio 2009

È possibile trovare una formula che permetta di conciliare carta stampata e informazione online? Quali sono le tendenze dominanti e le soluzioni più convincenti?
Perché la pubblicità che abbandona i giornali si trasferisce solo in parte sui siti internet? A queste e ad altre domande risponde l’ultima ricerca dell’Osservatorio europeo di giornalismo intitolata: “Giornali e Internet: come uscire dalla crisi?” http://www.lsdi.it/2009/05/26/giornali-e-internet-come-uscire-dalla-crisi/
È possibile trovare una formula che permetta di conciliare carta stampata e informazione online? Quali sono le tendenze dominanti e le soluzioni più convincenti?
Perché la pubblicità che abbandona i giornali si trasferisce solo in parte sui siti internet? A queste e ad altre domande risponde l’ultima ricerca dell’Osservatorio europeo di giornalismo intitolata: “Giornali e Internet: come uscire dalla crisi?”
La nuova ricerca* dell’Osservatorio europeo di giornalismo, condotta da Piero Macrì con la supervisione di Marcello Foa, parte da una constatazione paradossale:
i giornali non sono mai stati letti come ora. Tuttavia l’editoria è in una crisi che non è passeggera, ma strutturale. Per capire come affrontarla bisogna considerare diversi aspetti. Il testo integrale è scaricabile qui. Qui di seguito la sintesi analitica della ricerca.
(a cura di Andrea Fama)
1) Nonostante il notevole aumento dei lettori online, la pubblicità non aumenta proporzionalmente. Anzi, gli incrementi sono poco significativi e la migrazione della pubblicità dalla carta all’online è molto contenuta: il valore dell’investimento pubblicitario su web mediamente non supera il 10% dei ricavi complessivi dei giornali.
2) Il tentativo di imporre accessi a pagamento sembra avere poche possibilità di successo: i lettori sono abituati a ottenere gratis le informazioni e tendono a rifìutare qualsiasi forma di abbonamento o micropagamento. Un cambiamento di tendenza potrebbe essere possibile solo in presenza di una strategia condivisa dai principali gruppi editoriali. In questa prospettiva vanno considerate le mosse di Rubert Murdoch, che si è detto intenzionato a estendere la formula a pagamento, oggi attiva sul Wall Street Journal, ad altri siti web dei giornali di proprietà di News Corporation. Basterà il traino di Murdoch a cambiare le dinamiche?
3) Il modello di business dei giornali online soffre la concorrenza di Google. Ma se i giornali si privassero del traffico generato dai motori di ricerca vedrebbero diminuire immediatamente il proprio audience di oltre il 50%. La critica nei confronti di Google appare quindi strumentale e mira più che altro a ricercare un compromesso economico vantaggioso.
4) I costi di una struttura editoriale di tipo tradizionale sono assorbiti per un 25%-35% da carta e stampa, per un 30%-40% dalla distribuzione e per un 15%-25% dal costo del personale di redazione. In buona sostanza si può affermare che un 60% sia rappresentato da costi industriali, costi, evidentemente, che si riducono sensibilmente nel momento in cui si decide di passare all’online, in quanto il valore della spesa di infrastruttura tecnologica per un’attività esclusivamente su web corrisponde circa a un 10% dei costi complessivi, sei volte inferiore a quello della carta. Tuttavia il modello solo online non è economicamente sostenibile, se non in  circostanze eccezionali, e ci vorranno tra i 5 e gli 8 anni, secondo una valutazione ottimistica, prima che lo diventi. Un periodo di tempo in cui molte testate saranno costrette a chiudere o a ridimensionarsi fortemente.
5) Gli interventi statali a sostegno dell’editoria servono ad attenuare le difficoltà del settore, ma non sono sostenibili sul lungo periodo; proprio perché sta cambiando il modo in cui il pubblico si informa. Che cosa fare? La capacità di sopravvivenza dei gruppi editoriali dipenderà dal ritmo di migrazione dei lettori dalla carta stampata al web. Più è lento, più i giornali avranno tempo di adeguarsi. Gli annunci di morte dei giornali sono pertanto prematuri, il sistema ibrido online-off line risulterà nel breve periodo il modello economico più valido. Tuttavia il volume della pubblicità su carta tende ad essere decrescente. Da qui la necessità di adottare un nuovo approccio editoriale.
A) L’idea attorno alla quale l’industria della carta stampata si è coagulata è la convinzione che si possa preservare la vecchia forma organizzativa, che la logica di un contenuto generalista sia sostanzialmente valida e che sia necessario un semplice lifting digitale. Niente di più sbagliato. Solo pochi grandi gruppi potranno permettersi di offrire un’informazione generalista di qualità; la grande maggioranza dei giornali dovrà puntare sulla focalizzazione ovvero su una serie di elementi informativi che rappresentano i punti di forza della testata. A livello locale ciò significa che le testate dovranno diventare iperlocali. La sfida, semmai, sarà quella della connettività ovvero proporre percorsi di lettura e spunti che, attraverso link ad altre testate, permettano di accedere alle informazioni più qualificate in rete sugli argomenti che la testata non tratta o affronta sommariamente.
B) Con il passare del tempo, il termine stampa è diventato sinonimo di giornalismo, la cui stessa parola è ereditata, appunto, dal giornale. Nulla di più anacronistico:
il giornalismo del futuro sarà multimediale e fortemente interattivo; ma ciò richiede un cambiamento di mentalità che i giornalisti tendono a rifiutare e che nel lungo periodo rischia di essere fortemente autolesionista.
C) Il web favorirà la moltiplicazione delle testate, accompagnate, però, da redazioni più snelle e flessibili. Solo così infatti l’informazione online può essere  sostenibile economicamente. Ciò rappresenta una chance per i nuovi siti giornalistici e una sfida per quelle  tradizionali che dovranno risolvere o attenuare le criticità di indebitamento ereditate dagli investimenti compiuti in passato, come quelli immobiliari o l’ammortamento degli investimenti nelle rotative full color. Gli asset del passato si sono trasformati rapidamente in passività: la capacità di gestire queste ultime sarà molto importante per determinare le possibilità di adeguamento delle società editoriali esistenti.
D) La logica di adattamento riguarda anche la pubblicità. Se da un lato emergono seri dubbi sull’affidabilità del criterio basato sugli accessi unici, oggi prevalente, dall’altro gli editori sembrano non aver capito le potenzialità di Internet. E se è innegabile che un modello di business non è stato ancora trovato, è vero che i tentativi di trovare nuove fonti di reddito sono stati limitati o comunque fatti, una volta ancora, seguendo le vecchie logiche. Perché, ad esempio, non reagire alla concorrenza di Google adottando le sue stesse logiche e dunque puntando su forme di aggregazione più evolute tra i giornali stessi?
E) Il vecchio mondo editoriale era basato sul concetto di esclusività della testata, quello nuovo invece, proprio per il ruolo dei motori di ricerca e i tempi brevissimi di permanenza sul sito (tre minuti), favorisce la logica opposta: quella della condivisione dei contenuti e della complementarietà fra le testate. Ma per coglierle tutti devono cambiare approccio: giornalisti, editori, pubblicitari.
*La presente ricerca dell’Osservatorio europeo di giornalismo, un centro studi dell’Università della Svizzera italiana (facoltà di Scienze della Comunicazione), terminata a maggio 2009, si propone come un approfondimento ulteriore a quanto già espresso negli studi di Marco Faré Blog e giornalismo, l’era della complementarietà, maggio 2006, Andrea Corti L’informazione su Internet, inizia l’era della concretezza, giugno 2004 e Piero Macrì I giornali e Internet verso un modello sostenibile marzo 2008

 

Servi si nasce, italiani si diventa - 1 Maggio 2009 dal Blog di Beppe Grillo

Pasolini - Alla mia Nazione
(1:19) I vostri video su: "Servi si nasce, italiani ..."
Freedom House l'organizzazione fondata da Eleanor Roosevelt, ha classificato l'Italia semi libera per l'informazione. Unica nazione europea occidentale. Dietro di noi ci sono Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea. Ma non disperiamo, siamo in grado di raggiungerle grazie a giornalisti come Belpietro, Riotta, Mimun e a politici della statura di Boccone del Prete Franceschini e di (Musso) Fini.
Freedom House attribuisce la nostra posizione al controllo delle televisioni da parte dello psiconano. Non sono d'accordo. La libertà di espressione, di scrivere e di voler ascoltare la verità non dipende da un ometto senza principi. La responsabilità è degli italiani. Un popolo che, nella sua maggioranza, pagherebbe per vendersi. Un popolo simpatico, gioviale, senza pensieri. Con un udito sensibile. Il suono della verità gli fa male ai timpani. Con la memoria di un'ameba. Che dedica piazze e vie al latitante Bottino Craxi e tollera un corruttore professionista alla guida del Paese.
Testa d'Asfalto fa il suo mestiere. Vende la merce che gli italiani vogliono comprare. La dimenticanza è un tratto nazionale. Nessuno ricorda più nulla. Qui e ora, solo qui e ora è importante. L'informazione si nutre del passato, ma il passato in Italia non esiste. L'Italia vive in un eterno presente. La sua memoria è una spiaggia lavata senza sosta dalle onde del mare. Un Paese cinico, spesso servo, per un periodo luce del mondo. Un posto in cui si vive bene solo se si è già morti dentro.
Un Paese senza coscienza di sè che forse non esiste. Un tunnel di morti ammazzati e dimenticati. In nessun Paese democratico nel dopoguerra c'è stata una strage di magistrati, di giornalisti, di poliziotti, di Carabinieri, di persone comuni, semplicemente oneste, come in Italia. E' stata una strage immane, un Vietnam d'Italia, lo documenta il Calendario dei Santi Laici. L'italiano non parla, non sente, non vede e odia l'informazione. Per informarsi e trarne le conseguenze dovrebbe mettere in discussione tutto, a partire da sè stesso e dal suo contributo alla vita sociale. Non vuole sapere, perchè sapere è pericoloso. L'italiano è barricato in suo fortino personale di convizioni, di miti, di balle, di televisioni. E' una questione di sopravvivenza. E' un malato terminale di democrazia che si illude di essere libero. L'italiano vive un incubo, ma riesce a trasformarlo in un sogno. Per lui tutto è possibile, l'importante è crederci. Disinformare per Credere. Freedom House ha anche fatto l'elenco dei "10 peggiori Paesi per essere un blogger". Sono: Myanmar, Iran, Siria, Cuba, Arabia Saudita, Vietnam, Tunisia, Cina, Turkmenistan e Egitto. L'Italia non c'è ancora, ma è solo questione di tempo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
ORDINI DI SERVIZIO
1. Le liste in attesa di certificazione - tra le altre: Spoleto, Tortona, Vignola, Anagni, San Francesco al Campo, Lugo, Forlì, Ponzano Veneto, Livorno e Bari - possono anticipare via fax al numero 02.40.70.87.88 la documentazione necessaria, dettagliata al pt.3 della pagina "certifica la tua lista": certificato penale di ogni candidato; copia di un documento di identità valido di ogni candidato; accettazione delle condizioni da parte di ogni candidato.
2. Tutti coloro che desiderano contribuire alla costituzione nella propria città di una Nuova Lista Civica certificata dal Blog possono prendere contatto con le persone che si sono proposte di organizzare un incontro nei prossimi giorni utilizzando il form seguente e ricercando il nome del proprio Comune:

 

20 giornalisti illegittimi a tempo indeterminato. Due esempi

di Enzo Trentin 16 Giugno 2009
Due esempi (se ancora ce ne fosse bisogno) della disinvolta interpretazione ed utilizzazione della legge 150 del 2000, che consente agli Enti locali di devolvere una percentuale del bilancio a scopi informativi: Ufficio Stampa della Presidenza della Regione siciliana.
Il Pm della Corte dei Conti chiede il giudizio per Lombardo e Cuffaro: “Hanno assunto 20 giornalisti in maniera illegittima e a tempo indeterminato”
Contestando l'attribuzione a tutti i giornalisti della qualifica di caporedattore.
Palermo, 15 giugno 2009. La Procura regionale della Corte dei Conti ha citato in giudizio l'ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro, l'attuale governatore Raffaele Lombardo e l'ex capo dell'ufficio legislativo e legale della Regione, Franco Castaldi, ipotizzando un danno erariale di circa 5 milioni e 200 mila euro. L'accusa si riferisce all'assunzione, con nomina fiduciaria, di venti giornalisti nell'ufficio stampa della Presidenza della Regione. Il giudizio è stato fissato per il 15 gennaio del 2010. Secondo la Procura i decreti di incarico sono stati firmati in violazione della legge nazionale 150 del 2000, recepita dalla Regione, che prevede l'utilizzo di personale interno o l'affidamento di incarichi ad esperti ma a tempo determinato. Per il Pm Gianluca Albo le nomine dei giornalisti sarebbero «illegittime e ingiustificate».
La Corte dei Conti ha svolto anche una ricognizione sulla situazione negli uffici stampa di altre regioni, contestando l'attribuzione a tutti i giornalisti della qualifica di caporedattore. Per Cuffaro, che ha effettuato le nomine, viene ipotizzato un danno erariale di 3 milioni e 600 mila euro; per Lombardo e Castaldi, che rispondono in solido del mantenimento in servizio dei giornalisti, la somma ammonta a un milione e 600 mila euro. I magistrati contabili hanno trasmesso gli atti anche alla Procura che ha aperto un fascicolo per abuso d'ufficio indagando Cuffaro, Lombardo, Castaldi e i 20 giornalisti. (ANSA).

 

È giusto che i cittadini vengano informati (con imparzialità ed equità) sulle idee e…

di Enzo Trentin «Il Giornale di Vicenza» Altra, pagina 55, Martedì 16 Giugno 2009
È giusto che i cittadini vengano informati (con imparzialità ed equità) sulle idee e sull’operato dei loro amministratori. È giusto, pertanto, che qualche volta (e con le opportune garanzie) la collettività sostenga dei costi perché ciò avvenga. Non è giusto, invece, che si spendano soldi pubblici per far conoscere l’aspetto fisico di coloro che ci amministrano; esso non ha alcuna rilevanza pubblica. La pubblicazione del volto delle persone può stare a cuore solo ai diretti interessati (politici, artisti ecc.) per farsi pubblicità. Essa tutt’al più può interessare ai giornali e alla televisione ma solo per attirare maggiormente l’attenzione dei lettori. Anzi, l’immagine esteriore delle persone tende a mettere in secondo piano il loro pensiero ed il loro operato. Non v’è chi non vede che gran parte della “comunicazione” pubblica è finalizzata a fare pubblicità (a spese dei cittadini) ai rispettivi amministratori. Buttare i soldi dei cittadini per fare pubblicità agli amministratori rasenta il peculato. Il comune di Romano, per esempio, pubblica ogni tanto un costosissimo (per l’utilità che ha) notiziario amministrativo pieno zeppo di fotografie del sindaco e gli assessori. Nei soli ultimi due numeri li ho contati ben 54 volte!
Sottopongo all’approvazione del Consiglio un odg con il quale si invita l’amministrazione a non spendere (e a non far spendere ad altri soggetti, particolarmente enti pubblici) un solo euro in iniziative editoriali, giornalistiche, televisive o altro contenenti immagini degli amministratori o di chiunque possa beneficiare personalmente (a titolo “politico”, professionale ecc.) dalle pubblicazioni di cui trattasi. Il presente odg viene trasmesso al Ministero della Pubblica amministrazione e Innovazione, vista la possibile rilevanza nazionale della questione; che se va in porto, come mi auguro (per la spesa pubblica in generale), è anche merito delle esagerazioni di codesta amministrazione (oportet ut scandala eveniant). Luciano Dissegna Consigliere comunale Romano Libera

 

CONTRAPPUNTI/ EDITORI, TRA CARTA E BIT

di M. Mantellini - Travolti dalla crisi economica, gli addetti ai lavori della carta stampata pensano a nuovi modelli di business online. Ma non hanno ancora fatto i conti con la Rete e bit URL: http://punto-informatico.it/pi.asp?id=2600181
Contrappunti/ Editori, tra carta e bit di massimo mantellini martedì 14 aprile 2009
Roma - Negli ultimi mesi si è molto discusso del futuro del giornalismo. Se ne è discusso sui giornali e su Internet, sui blog e sui siti editoriali. È stata ed è una discussione molto interessante che lambisce un ampio numero di tematiche che riguardano tutti i cittadini. Poiché però la tematica è tanto centrale quanto approfondita e potenzialmente tediosa per i non addetti ai lavori, provo a fornirvene una versione ridotta e semplificata.
A capo di tutto questo discutere c'è la crisi economica mondiale. Prima di essa la discussione sul futuro dell'informazione verteva solo sui tempi del passaggio dalla carta ai bit, sulle possibili virtuose integrazioni fra il giornalismo e i suoi lettori, sui modelli di business complementari a quello pubblicitario da immaginare per il web.
La crisi economica mondiale, con il suo noto effetto a cascata ha messo a dura prova piccole e grandi convinzioni appena consolidate (per esempio quella che l'informazione la pagava la pubblicità): i grandi investitori pubblicitari (banche e costruttori di auto in primis) hanno tagliato i loro budget e per gli editori è iniziato un periodo di grande sofferenza economica. Nel corso degli ultimi mesi del 2008 e nei primi mesi di quest'anno i conti sono andati male per quasi tutti: i cali sono stati molto consistenti per la pubblicità su carta (quella più remunerativa e costosa) mentre i numeri positivi della pubblicità sul web (numeri complessivamente assai più piccoli) hanno subito una brusca frenata.
Con uno strabismo invidiabile molti editori hanno inteso iniziare, prima timidamente, poi con maggior condivisa convinzione, a ridiscutere non solo e non tanto la loro presenza sulla carta stampata, quanto invece quella sul web. Un po' ovunque, come per magia, sono ricomparse ipotesi di abbandonare il modello basato sulla pubblicità per rivolgere l'attenzione al portafoglio dei lettori. La lunga strada di un decennio che ha portato grandi quotidiani e magazine di tutto il mondo a rendere disponibili gratuitamente la gran parte dei propri contenuti sul web sembra essersi interrotta: sono bastati alcuni mesi di conti in rosso (certamente non per colpa del web) per far risorgere dalle ceneri il vecchio sotterraneo rimbrotto della stampa nei confronti della rete che potrebbe essere così riassunto: "Perchè dovrei darti le mie news gratis?". Liberati i freni inibitori ora tutti se le prendono con tutti: la palma del più combattivo va senza dubbio a Rupert Murdoch che, evidentemente poco affezionato alla sua fama di grande annusatore dell'innovazione derivata dalla acquisizione fortunata di MySpace, se l'è presa con Google, rea di guadagnare denaro "rubando" (questo il verbo usato dal tycoon australiano) i contenuti delle sue aziende editoriali. Non è stata da meno la Associated Press che ha preparato perfino una pagina web nella quale, con qualche vaghezza, spiega di essere stanca di vedere i propri pezzi ricopiati sui blog di tutto il mondo senza guadagnarci un centesimo.
I meno integralisti fra gli editori si sono accontentati di riproporre ipotesi di modelli editoriali basati sui micropagamenti, benché sia noto ai più che la diluizione omeopatica del prezzo della informazione (associato alla uguale diluizione del numero dei contenuti offerti) ha ottime, argomentate ragioni per essere considerato come un sistema inattuabile.
In tutto questo agitarsi mi pare che le questioni centrali siano due. La prima è: cosa succederà domani (o dopodomani) quando la crisi economica che certamente non è stata causata dal mondo dell'editoria finirà? Dico questo perchè ho la sensazione che la revisione degli editori riguardo al proprio modello di business su Internet sia almeno in parte strumentale: scontenti di una situazione economica assai meno remunerativa di quella della editoria cartacea, molti hanno approfittato della momentanea grave crisi mondiale per immaginare un cambio di scenario che sia domani per loro più favorevole, archiviando con leggerezza anni ed anni di esperimenti e mediazioni.
La seconda è che, come già ampiamente sperimentato in altri comparti (prima di tutto quello della distribuzione musicale), nell'ultimo decennio Internet è stata un ambiente di scambio economico capace da solo di far deflettere lo scenario. Non ci sono insomma grandi possibilità di orientarne dall'esterno le dinamiche di condivisione. O si accetta l'idea di fondo che i contenuti digitali debbano trovare un equilibrio proprio fra remunerazione e condivisione, accettando il patto col diavolo di produrre informazione e cultura per un numero assai alto di individui senza essere per questo pagati in proporzione, oppure il tentativo di controllo dei propri gioielli immessi in rete è comunque destinato a fallire. Gli editori che oggi immaginano interpretazioni più stringenti del fair use o un embargo del diritto di citazione basato sulla minaccia legale (per esempio escludendo l'uso degli aggregatori) compiono il medesimo errore che per un decennio ha insistentemente compiuto l'industria musicale trascinando in tribunale i propri clienti che condividevano in rete file mp3.
La differenza è che se i discografici hanno agitato per anni lo spettro della crisi occupazionale che Internet stava infliggendo al loro mercato (una crisi reale, pur viziata da numeri che la raccontavano spesso esagerati ad arte) oggi alcuni grandi editori agitano lo spettro di una crisi che non è nemmeno loro o che incide su di loro da altre parti, praticamente senza toccare il comparto Internet.
Massimo Mantellini  Manteblog

 

From Enzo Trentin 24 Aprile 2009
L'editoria italiana e i mille finanziamenti, scandalo per i giornali di partiti e diocesi. Ogni anno se ne vanno in fumo milioni di euro (si stimano di 580 milioni di contributi per l'editoria nel 2008) di Roberta Lemma per Radicalidisinistra del 19/4/09.
Ci sono meccanismi sconosciuti ai più; meccanismi che interessano solo gli addetti ai lavori. Questa stretta cerchia tuttavia ha negli anni fatto di questo meccanismo un vero affare, un altro affare legato alla sfrenata attività della nostra comunità d'affari; lo Stato italiano. Li chiamano giornali piccoli e lo sono in tutti i sensi: sia nella foliazione, non superano le 4 pagine, sia perché davvero piccoli; insignificanti, i meno letti, quelli che nessuno acquista!
Giornali che hanno una redazione se c'è, ridotta ai minimi termini, forse una scrivania e un telefono forse... Ma davvero non interessa al contribuente italiano sapere di questi giornalini?
Questi giornali battono cassa come e quanto la Repubblica e il Messaggero! Ogni anno se ne vanno in fumo milioni di euro (si stimano di 580 milioni di contributi per l'editoria nel 2008). Soldi pubblici destinati soprattutto agli organi di partito visto che non si accontentano dei giornali, quelli blasonati, tutti già piegati a servire i desideri ora di quelli ora di altri, a questi occorre aggiungere i giornali di proprietà partitica e religiosa. Una editoria che manca di professionalità in quanto le redazioni sono super controllate e monitorate e censurate e debbono sottostare, molto volentieri, ai voleri dei padroni.
Apparentemente incassare il contributo è facile: prima bastava dichiarare la tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della fattura. E le vendite?
Non erano indispensabili. Oggi c'è stata qualche riforma ma ufficialmente basta conoscere la gente giusta per vedersi accreditato il finanziamento. Soldi pubblici spesi per finanziare giornali virtuali e non perché scrivevano e scrivono sul web ma perché inesistenti, finti: senza una redazione o uno straccio di giornalista contribuito, una copia venduta, nulla! L'elenco è imbarazzante: giornali di partito, testate legate a movimenti politici, cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società controllate da fondazioni o enti morali.
C'è chi si accontenta di 6.320 euro di contributo all'anno, come L'amore vince, edito dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, chi incassa 6,3 milioni di euro, come l'Avvenire, quotidiano della Cei. Ci sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse (2,5 milioni), Chitarre (296 mila euro) e Ti saluto fratello (44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà cattolica (66.700 euro), L'aurora della Lomellina della diocesi di Vigevano (45.197 euro).
Ora arrivano querce e sequoie, i pesi massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti e movimenti politici.
La Discussione? Difficile da trovare in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente: 15,148 milioni di euro in 7 anni. Linea, un mistero editoriale da quasi 16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore ma perfino la paternità è duramente contestata.
Il Campanile, non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi 6 milioni di euro. L'Opinione delle Libertà, ha messo in cassaforte 13.542.856 euro. E che dire della diaspora editoriale socialista?
L'Avanti! ha macinato quasi 15 milioni di euro. L'Avanti! della domenica, ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545 euro.
Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila.
La Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6 milioni di euro. E che dire degli alfieri del mercantilismo?
La Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro.
Liberal ha un etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni di euro.
Chissà oggi! Persino il feroce Tonino Di Pietro accetta di partecipare alla spartizione del finanziamento pubblico: per Orizzonti Nuovi, 62 mila euro nel solo 2005, l'anno dopo ha preferito i 2,036 milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente è stata assunta la figlia Anna come praticante.
Poi il gigante Libero, l'Unità, il Manifesto (cooperativa di giornalisti con un attivo di circa 30 milioni in 7 anni di contributi) che oggi minacciano la chiusura!
In 7 anni per loro circa 40 milioni.
L'Europa rimasuglio di testata del PD ha messo in tasca, in soli 4 anni, qualcosa come 14 milioni di euro, quanti di voi l'hanno mai letto?
Il Foglio di Ferrara ha incassato finora oltre 25 milioni di euro.
Liberazione (25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride (9 milioni).
Radio Radicale: 30 milioni di euro per la radio dei pannelliani che, evidentemente, quando si tratta di arraffare i soldi degli italiani non fanno scioperi della fame!
Roma ladrona? Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca, made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana (un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo Nord.
Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni. Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni, le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria di carta. Una prateria dove astuti cavallerizzi si riempiono le tasche e saccheggiano gli italiani che si danno fuoco davanti al Campidoglio perché hanno perso il lavoro o si suicido all'albero del loro giardino per lo stesso motivo.

 

Diritto & internet Lettere/ La rettifica è un limite

PI - Lettere martedì 16 giugno 2009
Roma - Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta dell'Istituto per le Politiche dell'Innovazione rivolta ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari del Senato, inerente il percorso legislativo del controverso disegno di legge sulle intercettazioni, ed in particolare dell'emendamento sul diritto di rettifica già discusso su queste pagine. Internet, 16 giugno 2009
Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari
Senato della Repubblica ROMA
Egregio Presidente,
il ddl 1415A approvato alla Camera dei Deputati l'11 giugno u.s. ha, da più parti, sollevato numerosi dubbi e perplessità in ordine alla sua legittimità costituzionale e, più in generale, all'opportunità degli interventi normativi che, attraverso esso, si intendono realizzare.
Vi è, tuttavia, un profilo, sin qui, rimasto nell'ombra e poco approfondito nei dibattiti di questi giorni: si tratta del contenuto del comma 28 dell'art. 1, la cui infelice formulazione - ammesso anche che tale non fosse l'effettiva volontà del suo estensore - rischia di determinare un'inammissibile limitazione della libertà di manifestazione del pensiero in Rete che spingerebbe, rapidamente, l'Italia in una posizione ancor più arretrata di quella che attualmente occupa (è quarantaquattresima) nelle classifiche internazionali sulla libertà di informazione.
La citata previsione, infatti, sembrerebbe assoggettare il responsabile di qualsiasi "sito informatico" allo stesso obbligo di rettifica che la Legge sulla stampa (n. 47 dell'8 febbraio 1948) pone a carico del direttore responsabile delle testate giornalistiche.
L'omesso adempimento a detto obbligo entro 48 ore - esattamente come accade nel caso di una testata giornalistica - comporterebbe per il responsabile del sito informatico la condanna ad una sanzione pecuniaria fino a 25 milioni di vecchie lire.
Come comprenderà, tuttavia, non si può esigere da chi fa informazione on-line in modo non professionistico l'adempimento ad un obbligo tanto stringente quale quello di provvedere alla rettifica di ogni inesattezza eventualmente pubblicata sul proprio sito informatico e, egualmente, non si può pretendere che a ciò provvedano i responsabili di siti informatici che ospitano contenuti pubblicati da soggetti terzi.
Difficoltà facilmente intuibili di ordine tecnico, organizzativo ed economico, infatti, ostano al puntuale adempimento ad un simile obbligo ed esporrebbero, pertanto, in modo pressoché automatico, i responsabili dei "siti informatici" al rischio di vedersi irrogare sanzioni pecuniarie che, nella più parte dei casi, appaiono idonee a determinare l'immediata cessazione di ogni attività di informazione on-line.
La Rete costituisce il primo mezzo di comunicazione di massa nella storia dell'uomo capace di dare concreta attuazione alla libertà di manifestazione del pensiero e la possibilità di utilizzarla è stata di recente definita dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Costituzionale francese - sebbene sotto profili diversi - un diritto fondamentale dell'uomo e del cittadino. A quanto precede deve essere aggiunto che l'istituto della rettifica - già anacronistico ed inefficace nel mondo dei media tradizionali - risulta privo di ogni utilità nel contesto telematico nell'ambito dei quale ciascuno è - salvo casi eccezionali - sempre libero di contrapporre ad un'informazione, un'altra informazione di segno opposto ed idonea, come tale, a rettificare quella originaria senza l'esigenza di alcuna collaborazione da parte dell'autore di quest'ultima.
Alla luce delle brevi considerazioni che precedono, pertanto, Le chiediamo di presentare e votare - non appena il ddl 1415A approderà al Senato - un emendamento idoneo a chiarire che l'obbligo di rettifica di cui al comma 28 dell'art. 1 del DDL c.d. Intercettazioni deve applicarsi esclusivamente ai siti informatici di testate telematiche soggette all'obbligo di registrazione alla stregua di quanto disposto dalla Legge n. 47 dell'8 febbraio 1948 ovvero ai soli siti internet attraverso i quali vengono diffuse informazioni prodotte nell'ambito di un processo professionale realizzato nell'ambito di una struttura imprenditoriale e redazionale.
In assenza di tale intervento, il Senato della Repubblica, si assumerà la responsabilità - da condividere con il Governo e con quanti alla Camera dei Deputati hanno votato a favore del ddl in questione - di aver contribuito a scrivere una delle pagine più buie della storia moderna di un Paese che, come il nostro, ambisce a considerarsi democratico: quella attraverso cui si saranno privati i cittadini italiani dell'utilizzo di uno strumento che avrebbe, invece, loro potuto restituire l'esercizio effettivo di quella libertà di manifestazione del pensiero che la nostra Corte Costituzionale ha già definito "pietra miliare di ogni ordinamento democratico".
Augurandoci che vorrà sottrarre il Senato della Repubblica a tale responsabilità e che pertanto darà seguito alla nostra richiesta, Le porgiamo i nostri più cordiali saluti,
Istituto per le Politiche dell'Innovazione rettifica

 

Otto per mille alla Cei: calo di 4 punti

di Carlo Marroni Il Sole24Ore 16 giugno 2009
Si conferma la tendenza: calano le entrate della Chiesa italiana, ed è allarme tra i vescovi, che hanno varato un programma di tagli alla spesa del 20% delle spese correnti per gli uffici e ai fondi per la catechesi.
Dall’ultima assemblea annuale della Conferenza Episcopale emerge -grazie alle anticipazioni dell’agenzia cattolica Adista, sempre molto informata sulle faccende interne alla Chiesa che sono calate di quasi quattro punti, dall’89,8% del 2008 all’86, 02% di quest’anno, i fondi assegnati dallo Stato alla Cei in base alla ripartizione dell’8 per mille. Dai 1.002 milioni di curo del 2008 (che facevano riferimento alle dichiarazioni del 2005 relative quindi ai redditi del 2004) si è passati a 967,5 milioni: esattamente la Cei ha percepito 913 milioni versati come anticipo e 54,3 come conguaglio.
La relazione sui conti è stata effettuata dal segretario generale, monsignor Mariano Crociata, che guida la "macchina" della Conferenza. E le sue parole sono state molto dure e chiare: il 2009, che già rappresenta il punto «minimo di entrate nell’ultimo triennio», è aggravato dalla crisi finanziaria, il che comporta che la Cei potrà attingere dall’avanzo di gestione del 2008 le sole risorse necessarie per la carità del Papa e gli aiuti alle chiese dell’Europa orientale (11 milioni), mentre l’anno precedente era stato possibile integrare la ripartizione con 21 milioni di euro. Insomma, la Cei nel 2008 aveva chiuso in attivo e a fine anno aveva potuto integrare alcuni capitoli di bilancio con fondi aggiuntivi, mentre quest’anno tutto è più difficile. E per il futuro?
«Da tutto questo - spiega la relazione Cei - deriva che potremo aspettarci aumenti significativi dei flussi dell’8 per mille solo in presenza di incrementi del gettito fiscale e dal contestuale mantenimento della percentuale delle firme a favore della Chiesa cattolica». Fatto che appare tutt’altro che scontato, visto che le "firme" a favore dello Stato stanno progressivamente aumentando (quest’anno hanno pesato per la Chiesa una flessione di introiti per ben 15 milioni): ma alla Cei si è ottimisti, e si stima una risalita delle adesioni all’87% per le dichiarazioni di quest’anno e all’88% per il prossimo. In ogni casi le cifre emerse nel corso dell’assemblea annuale presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco erano già in buona parte conosciute dai vescovi, che lo scorso settembre avevano deciso di intensificare le campagne pubblicitarie, come del resto si è visto in tv e sui giornali negli ultimi mesi

 

Lega di lotta e di governo

di Maurizio Belpietro Panorama 12 giugno 2009
Silvio Berlusconi non ha vinto. O quantomeno non ha vinto come avrebbe voluto. E noto che egli sperava in un successo elettorale di dimensioni tanto ampie da spazzare via tutte le trappole che l'opposizione ha messo sul suo cammino. Un risultato largamente positivo poi avrebbe avuto l'effetto di frenare i cavalli che scalpitano dentro il Popolo della libertà, e Dio solo sa quanti ce ne sono. Ma tant'è: la travolgente ondata non c'è stata e conviene fare i conti con quel che c'è.
Del resto, a urne chiuse, bisognerebbe riconoscere che l'ambizione di superare il 40 per cento dei consensi era in gran parte irragionevole. Soprattutto alla luce di quel che è successo nelle ultime settimane, fra divorzi e condanne. Neanche un mago sarebbe riuscito a passare indenne attraverso un simile fuoco e il Cavaliere, per quanto stregato dalla fortuna, uno stregone non è. Capisco che lui sia stato deluso dal 35 per cento ottenuto e che a nulla sia valsa la conquista di 28 province, 17 delle quali strappate al centrosinistra. Ma a ben guardare l'anno che ci separa dalle elezioni politiche avrebbe abbattuto anche un toro.
Dopo 12 mesi di governo di solito ogni maggioranza lascia sul campo qualche punto di consenso. Figuratevi che cosa succede se il periodo è trascorso fra crolli di borsa e chiusura di aziende. Pensare di poter guadagnare voti in mezzo a un`economia in piena tempesta è fantapolitica. Berlusconi, dunque, deve consolarsi per aver ceduto appena il 2 per cento e non già perché il Partito democratico ci ha rimesso il 7 per cento (e ha conficcata una spina nel fianco come Antonio Di Pietro, che ora ha raggiunto l`8 per cento, più di quel che un tempo aveva Fausto Bertinotti), ma soprattutto perché altri governi europei sono stati bastonati molto di più dai loro elettori. Dunque, non credo che il presidente del Consiglio abbia motivo per dolersi. Detto questo, c'è però una considerazione che è doveroso fare e che in parte ho già anticipato nel pezzo della scorsa settimana, prevedendo gli scenari del dopo elezioni. Dalle urne, non essendo giunto un travolgente successo del Pdl, ma semmai una sua conferma, è però uscita rafforzata la Lega, e non solo nelle sue aree tradizionali, come Lombardia e Veneto (dove per altro il Pdl è riuscito a spuntarla, anche se per un soffio), ma anche in Emilia-Romagna, in Toscana e nelle Marche.
In alcuni piccoli centri al di sotto del Po il partito di Bossi ha sfondato il muro del 20 per cento e a Fermignano, in provincia di Pesaro, ha conquistato addirittura il 33,5. I lumbard, accentuando una tendenza che già si era vista alle passate politiche, ora non sono un partito regionale, ma qualcosa di più e in alcuni casi si sostituiscono ad alcuni tradizionali gruppi del centrosinistra. Gli esperti di flussi elettorali hanno già spiegato che molti iscritti della Cgil votano Lega e che ormai il movimento di Umberto Bossi è preferito dagli operai e da un ceto medio-basso più di quanto ormai lo siano i partiti della sinistra radicale. E il rischio vero per Berlusconi sta proprio qui.
Ovvero che la Lega diventi un partito molto diverso da quello delle origini, quando nacque l'alleanza tra Bossi e il Cavaliere. Già oggi si capisce che il movimento è cambiato e su certi temi rappresenta istanze differenti da quelle del Pdl, o quantomeno le interpreta con accenti diversi. Ma nel futuro il fenomeno potrebbe accentuarsi. In un momento in cui l'opposizione è ridotta al minimo (com'è dopo l'ultimo voto) il pericolo è dunque che ne nasca una dentro la maggioranza, interpretata appunto dalla Lega. In questo caso si tratterebbe di una guerra intestina e, come tutte le guerre fratricide, destinata a finire male.

 

La legge che piace alla casta

di Luca Ricolfi La Stampa 15 giugno 2009
Sembra che, sulle intercettazioni, si sia in dirittura di arrivo. Dopo un anno di aggiustamenti e di ritocchi, il relativo disegno di legge è stato approvato alla Camera giovedì (con il voto di fiducia), e da domani inizia il suo iter in Senato. La sostanza delle nuove norme si può riassumere in quattro punti. Primo: per un pubblico ministero diventerà molto più complicato richiedere e ottenere l’autorizzazione a intercettare (ci vorrà il parere di tre giudici, anziché di uno soltanto come oggi).
Secondo: in molti casi le intercettazioni diventeranno semplicemente impossibili.
O perché il procedimento è contro ignoti (e manca l’autorizzazione della persona offesa), o perché non esistono «evidenti indizi di colpevolezza» (prima bastavano «gravi indizi di reato»). Terzo: dopo il 60° giorno le intercettazioni dovranno comunque essere interrotte. Quarto: la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni sarà sottoposta a forti restrizioni, con severe sanzioni a carico dei trasgressori (giornalisti e editori).
Indubbiamente la nuova disciplina rafforza la privacy e indebolisce il diritto di cronaca, uno scambio questo che fa imbufalire i giornalisti ma piace ai cittadini, almeno a giudicare dai risultati del sondaggio appena condotto da Ipsos per Il Sole - 24 Ore: i cittadini contrari alla pubblicazione delle conversazioni sono più del doppio di quelli favorevoli. Forse gli italiani sono meno assatanati di gossip di quanto li si immagina, o forse si sono convinti che in troppi casi la stampa non ha fatto un buon uso della libertà di cui godeva.
L’aspetto più importante del disegno di legge sulle intercettazioni, tuttavia, a me pare quello che riguarda la sicurezza. Qui è indubbio che l’effetto delle nuove norme sarà di rendere molto più difficile l’identificazione dei colpevoli di un delitto. Limitando l’uso di uno strumento investigativo fondamentale, le nuove norme aumenteranno la nostra privacy ma al prezzo di una minore sicurezza, di un minore contrasto nei confronti della criminalità in tutte le sue forme, da quella di strada a quella dei colletti bianchi e dei politici. E infatti i magistrati sono preoccupatissimi, come chirurghi cui è stato sottratto il bisturi, mentre i politici - pur non potendo sempre proclamarlo in pubblico - vedono assai bene una legge che ridurrà il rischio di essere «messi in piazza», e aumenterà il livello (già pericolosamente alto) di impunità nel caso commettano dei reati. Che la nuova legge piaccia ai politici, del resto, è rivelato da un fatto che ha sorpreso molti, e che dovrebbe farci riflettere: nel voto di fiducia di giovedì scorso, una ventina di deputati dell’opposizione hanno votato con il governo, ossia a favore delle norme che limitano la libertà dei magistrati di ricorrere alle intercettazioni.
Quanto ai cittadini, il sondaggio citato rivela che in maggioranza stanno con i magistrati e contro il governo: preferiscono sacrificare un po’ di privacy pur di avere più sicurezza. Insomma: che i magistrati intercettino pure, ma che i giornalisti non esagerino con la diffusione del contenuto delle conversazioni.
Ci troviamo così di fronte a due fatti entrambi spiazzanti. Il primo è che la maggior parte dell’opinione pubblica è e resta giustizialista, nonostante i dati sulle intercettazioni mostrino in modo inequivocabile che vi è stato sia abuso sia arbitrio nel ricorso a esse: abuso, perché tra il 2001 e il 2007 (ultimo dato disponibile) il loro numero è esploso, senza un nesso plausibile con l’andamento dei delitti (le intercettazioni sono cresciute del 300%, i delitti del 30%); arbitrio, perché il ricorso alle intercettazioni è altissimo in alcuni distretti giudiziari e bassissimo in altri, con squilibri che non è possibile giustificare con le differenze nei «panieri» di reati tipici di ciascun distretto (il distretto che intercetta di più lo fa 13-14 volte di più del distretto che intercetta di meno). Peccato non esista un’opinione pubblica liberale: se ci fosse chiederebbe ai magistrati di darsi una regolata (meno intercettazioni, e più equità nella loro distribuzione fra i 29 distretti di Corte d’Appello), ma inorridirebbe di fronte al goffo tentativo dei politici di mettere sabbia negli ingranaggi della giustizia.
Il secondo fatto spiazzante riguarda il governo. Eletto anche grazie alla promessa di combattere la criminalità, sta per varare delle norme che ridurranno la sicurezza dei cittadini, e lo sta facendo in barba ai sondaggi, secondo cui la maggior parte degli italiani sono favorevoli alle intercettazioni come strumento di lotta al crimine.
Perché il governo, assai prudente in materia di riforme economico-sociali, nel caso della sicurezza pare invece deciso a correre il rischio dell’impopolarità?
Probabilmente per un complesso di ragioni. Una l’abbiamo già vista: questa legge piace ai politici, perché riduce il rischio di incorrere in guai giudiziari. Una seconda possibile ragione è che l’effetto della legge sarà di alleviare la pressione su un sistema carcerario avviato al collasso: meno intercettazioni significa meno colpevoli scoperti, quindi meno condanne, quindi meno ingressi in carcere. Una boccata d’ossigeno per un governo che non vuole varare un nuovo indulto, non osa depenalizzare parte dei reati, ma nello stesso tempo è incapace di aumentare i posti in carcere.
La vera ragione per cui il governo va avanti per la sua strada, però, a me sembra un’altra ancora, ed è la mancanza di concorrenza. A parole la sicurezza interessa a tutte le forze politiche, ma non vi è nessun partito importante pronto a sfidare il governo su questo terreno. La lotta al crimine resta, nonostante tutto, un tema «di destra», che ai partiti di sinistra non interessa, o interessa solo a parole, o interessa solo a condizione che le politiche anti-crimine siano cattivissime con i reati dei mafiosi e dei colletti bianchi, e buonissime con quelli di immigrati e criminali comuni. Così, quando fra quattro anni si farà il bilancio di questa legislatura, non ci sarà nessuno - dall’opposizione - che rimprovererà il governo di non essere stato abbastanza duro con la criminalità.
Dunque, dal suo punto di vista, Berlusconi fa bene a mettere in difficoltà la magistratura. Tutela se stesso. Tutela la casta, compresi i politici dell’opposizione inguaiati con la giustizia. Ha persino ragione su diverse cose. E comunque, quando verrà il momento di tirare le fila di cinque anni di governo, nessuno avrà le carte in regola per chiedergli il conto.

 

L'opposizione smarrita

di Massimo Franco Corriere della Sera 15 giugno 2009
Più che alla chiarezza, l’uscita di Massimo D’Alema sulla «scossa» che rischierebbe la nostra democrazia in questa fase è un contributo alla confusione.
Si tratta di un allarmismo che non ridimensiona quello prodotto dall’ultima sortita di Silvio Berlusconi su presunti complotti antigovernativi. Al contrario lo alimenta, consegnando al Paese l’immagine di un’opposizione tanto aggressiva quanto smarrita e pronta a tutto; e all’opinione pubblica internazionale quella di un’Italia difficile da decifrare seguendo le categorie della normalità. L’arrivo del presidente del Consiglio negli Stati uniti ed il suo incontro odierno con Barack Obama rischiano così di avvenire su uno sfondo artificiosamente sovraccarico di incognite. Berlusconi rappresenta un governo con una maggioranza solida che ha confermato la sua forza alle elezioni Europee. Le Amministrative si sono risolte in un insuccesso del centrosinistra: almeno per ora.
E gli impegni presi con l’Occidente, Stati Uniti in testa, non appaiono minimamente a rischio. Gli ottimi rapporti con ‘Mosca e le sbavature e gli eccessi della visita del capo libico Gheddafi a Roma non sembrano in grado di guastare un’alleanza storica. Eppure, la figura del premier viene circondata da un alone di scetticismo e di precarietà. I suoi avversari contestano l’idea che l’Italia sia con lui, sostenendo che l’hanno votato sì e no un italiano su quattro, contando le astensioni.
La cosa paradossale è che il calcolo dell’opposizione prescinde dal proprio identikit, dai contorni sempre più controversi e minoritari. Il Pd contempla i limiti del governo, che pure ci sono. Esalta il potere leghista in funzione antiberlusconiana. Raffigura un Berlusconi minacciato dalle trame del suo centrodestra. Ma non riesce a riempire il proprio vuoto di leadership e di proposte.
E singolare che mentre addita Berlusconi «leader dimezzato», ostaggio di Umberto Bossi, D’Alema ammetta che il Pd non è autosufficiente; e che non ha ancora la minima idea di chi sarà il prossimo segretario. E proponga il «modello Puglia», la regione dove è eletto, come esempio di schieramento alternativo: un «cartello» elettorale che dovrebbe andare, dice, «dall’Udc a Rifondazione comunista». Non ha l’aria di una grande idea. Ha qualcosa di passatista, più che di vincente.
Con piccole varianti, ripercorre vecchi sentieri rivelatisi vicoli ciechi. Ma il centrosinistra sembra scommettere comunque su una crisi a breve del governo; su un rapporto freddo fra Berlusconi ed il presidente Usa, Obama; e su un G8 all’Aquila al quale il premier dovrebbe arrivare affannato, se non delegittimato. In altri tempi, si sarebbe detto che è un gioco al «tanto peggio, tanto meglio». Forse, più banalmente è una guerra dei nervi con Palazzo Chigi ingaggiata su premesse che potrebbero rivelarsi presto azzardate e contraddittorie. La scommessa è sul declino berlusconiano e sulla possibilità che il complotto evocato dal premier sia verosimile, se non vero.
La speranza nasce dal fatto che il Pdl non ha vinto le europee nella misura sperata dal capo del governo; e che il Cavaliere tende a vedere trame per sostituirlo a Palazzo Chigi, mostrando qualche segno di nervosismo. Per un’opposizione a caccia di qualunque segno di crisi, di inversione di tendenza, la prospettiva di un conflitto improvviso, di una «scossa», nel gergo dalemiano, sarebbe comunque una buona notizia. Significherebbe che la legislatura del centrodestra può andare incontro a difficoltà; che lo strapotere dell’avversario non è poi così granitico. E chissà, forse offrirebbe al Pd ed ai suoi futuri alleati un’occasione per dimostrare che il centrosinistra non è né sbandato né impreparato a governare. Per paradosso, gridando al complotto Berlusconi non ha tanto rivelato i propri incubi. ma i sogni proibiti dell’opposizione. E possibile che la parabola discendente del presidente del Consiglio stia per iniziarsi, o sia già cominciata. Eppure, si rafforza la sensazione che anche in quel caso, a beneficiarne non saranno i suoi avversari: almeno fino a che per vincere punteranno sulle disgrazie del Cavaliere e non su una proposta alternativa convincente.

 

Vi racconto Scalfari, l'arrogante che ama il potere

di Giampaolo Pansa Il Giornale 15 maggio 2009
Era troppo potente il Pci degli anni Settanta. Doveva emergere per forza qualcosa o qualcuno in grado di limitarne il consenso, l’autorità, il prestigio. Però non era possibile che fosse un partito nuovo.
Il campo risultava troppo affollato. L’Elefante Rosso e la Balena Bianca si mangiavano da soli più del settanta per cento dello spazio disponibile. Ma a insidiarli poteva essere un giornale. E fu così che, nel gennaio 1976, nacque “la Repubblica” di Eugenio Scalfari.
Avrei dovuto esserci anch’io nella pattuglia dei fondatori. Alla fine del maggio 1975, Scalfari mi telefonò per dirmi che voleva vedermi. E mi convocò per il 2 giugno, festa repubblicana, in un residence di Milano, in piazza Santo Stefano, a due passi dalla turbolenta Università Statale.
Sapevo bene chi era Eugenio. Avevo letto i suoi articoli sull’“Espresso”, uscito proprio nel giorno dei miei vent’anni. Per noi ragazzi di provincia, laici e pencolanti a sinistra, quel settimanale era un Vangelo. Alla pari del “Ponte” di Piero Calamandrei e del “Mondo” di Mario Pannunzio. Ma Scalfari l’avevo visto dal vivo una sola volta.
E non mi era piaciuto per niente.
Era un pomeriggio del gennaio 1970. Lui guidava a Milano un corteo contro la repressione. E io stavo sul fronte opposto, ma soltanto per motivi professionali: lavoravo per “La Stampa” di Ronchey e, come si usa dire, dovevo coprire l’evento. Mi ero piazzato alle spalle del vicequestore Vittoria, un signore di mezza età, mite, cortese.
Di solito toccava a lui decidere la carica della polizia. Con un sospiro, si metteva l’elmetto, indossava la fascia tricolore e ordinava i regolamentari squilli di tromba.
Accadde così anche quel pomeriggio. Però non rammento se la carica fu violenta o blanda. Ricordo bene, invece, la figura di Scalfari, a quel tempo deputato socialista. Non aveva ancora la barba e si difendeva dal freddo con un magnifico tre quarti di montone. A non piacermi fu la sua aria supponente. E le occhiate arroganti che scagliava sul povero dottor Vittoria. Come per dirgli: io sono io e tu non sei nessuno. Ma adesso che ci penso, le occhiate di Eugenio potevano essere di apprensione e anche di paura. Del resto, Scalfari non era abituato agli scontri di piazza.
Quel 2 giugno 1975 ci scrutammo per bene. Lui aveva cinquantun anni ed era un direttore famoso, io ne avevo trentanove e lavoravo da inviato per il “Corriere” di Piero Ottone. Scalfari mi mostrò le prove grafiche della futura “Repubblica”. Ebbi l’impressione di un giornale piccolo e magro, anche se molto innovativo. E non ne rimasi entusiasta. A colpirmi fu Scalfari. Ieratico, fervido, sicuro di sé, del tutto tranquillo e certissimo di riuscire nell’impresa.
Mi spiegò che “la Repubblica” non sarebbe stata un giornale omnibus, buono per tutti i lettori. Voleva rivolgersi a una classe-guida: gli imprenditori, i quadri sindacali, i funzionari, gli insegnanti, gli studenti, i politici nazionali e locali. Aggiunse che intendeva fare un quotidiano liberal. Capace di essere una voce della sinistra, ma senza riguardi per nessuno, a cominciare dagli errori e dai difetti della sinistra italiana alla quale si sarebbe rivolto.
Poi concluse annunciando che aveva già iniziato a costruire la squadra di “Repubblica”. E snocciolò i nomi di Gianni Rocca, il suo secondo, di Giorgio Bocca, Natalia Aspesi, Massimo Fabbri, Gianni Locatelli. Volevo aggregarmi alla compagnia come inviato sulle faccende italiane? Gli dissi di no. Intendevo lasciare il “Corriere” soltanto dopo la partenza di Ottone. Lo ringraziai e ci salutammo. Quando “la Repubblica” apparve, il 14 gennaio 1976, in via Solferino le risate si sprecarono. Lietta Tornabuoni sogghignò: «Sembra il “Corriere dei piccoli”!». La nostra sicumera divenne alterigia il giorno che cominciammo a misurarci con i giovanotti di Eugenio. A parte la pattuglia di giornalisti senior, erano dilettanti allo sbaraglio. E inclini alle balle spaziali. Nel giugno 1976, quando a Genova le Br uccisero il magistrato Francesco Coco e la sua scorta, “Repubblica” sparò un titolone di prima pagina che strillava: “I carabinieri lo sapevano”.
Poi il “Corriere” di Ottone finì. Il 21 ottobre 1977 Piero se ne andò appena in tempo per non incocciare l’epoca della Loggia P2. Scalfari fu così generoso da ripresentarmi un contratto da inviato. E all’inizio di novembre misi piede in piazza Indipendenza. In compagnia di Bernardo Valli, anche lui uscito da via Solferino.

Ho lavorato a “Repubblica” per quasi quattordici anni: il primo da inviato, gli altri da vicedirettore a fianco di Rocca. Non mi era mai successo di restare tanto a lungo in un quotidiano. E oggi mi sembra un tempo immenso. Impossibile da rievocare in queste pagine.

Qui mi limiterò a ricordare qualcosa su Scalfari. Il fondatore, il padre-padrone, il capo assoluto, l’anima e il corpo del giornale. “Repubblica” non sarebbe mai nata senza il suo genio professionale. E senza l’aiuto della Mondadori, allora guidata da Mario Formenton: editore coraggioso e galantuomo di quelli rari, affiancato da Giorgio Mondadori, figlio di Arnoldo.

Nell’autunno del 1977, Scalfari aveva cinquantatré anni ed era alto, magro, con una gran barba grigio bianca e il portamento fra l’altero e il solenne. Carlo Caracciolo, il suo vecchio amico e socio, avrebbe poi detto: «Eugenio porta la testa come il Santissimo in processione». Era il tocco della perfezione per il ruolo che Scalfari si era scelto: il mattatore di un quotidiano tutto diverso dagli altri. E destinato a influenzare in modo profondo la stampa italiana, obbligandola a cambiare.

Ma sulle prime il futuro di “Repubblica” non sembrava per niente fatto di rose e fiori. Quando entrai in piazza Indipendenza, il giornale non navigava in acque tranquille: vendeva poche copie e la pubblicità scarseggiava. Tuttavia Scalfari aveva un’illimitata fiducia in se stesso. Ed era convinto che, prima o poi, il successo sarebbe arrivato.

Ecco la prima regola che vidi applicare da Barbapapà, come lo chiamava la parte più giovane della redazione. La regola diceva: non dubitare mai delle proprie superiori capacità ed essere sempre certi di sfondare. Era questa sicurezza granitica a renderlo forte. E a non fargli mai perdere di vista il traguardo che si era dato: conquistare il primato fra i quotidiani nazionali.

Scalfari sapeva più di chiunque che non sarebbe stato facile arrivarci. L’ambizione non bastava, bisognava applicarsi al compito con una dedizione totale. Di chi è disposto a profondere tutte le proprie energie intellettuali e fisiche pur di non fallire, ma di vincere, e di vincere come nessuno prima ha fatto.

Anche negli anni successivi mi avrebbe sempre sorpreso la forza di Eugenio. Era una pila inesauribile di vitalità. Mi sarebbe capitato di vederlo triste, angosciato, ferito, persino umiliato, però mai stanco.

Alle dieci della sera, al termine di una giornata stressante, era inevitabile sentirsi degli stracci. Ma a Scalfari non accadeva. Ritornava in piazza Indipendenza dopo una cena di lavoro con chissà chi e si disponeva a cambiare quasi tutto. Per rimediare ai nostri errori. O semplicemente per fare meglio, sempre meglio. Era anche un modo per riaffermare di continuo il ruolo di comandante indiscusso della squadra di giornalisti tutti scelti da lui, uno per uno. Un vantaggio del quale altri direttori non disponevano, ma che andava reso concreto ogni giorno.

Nell’autunno del 1977, la banda di “Repubblica” non superava i sessanta redattori. In parte erano firme strappate a quotidiani già sul mercato. Ma in maggioranza si trattava di giovani alle primissime armi. Su di loro Eugenio aveva un potere assoluto che lui sapeva esercitare con l’accortezza di far sentire importante chiunque.

Ne era una prova la riunione del mattino, dove si decideva il programma della giornata. L’incontro non era riservato soltanto ai capiservizio e al vertice del giornale, come accadeva nelle altre testate. Anche l’ultimo dei redattori poteva parteciparvi. Con diritto di parola, di proposta e di critica.

Barbapapà ascoltava tutti. O fingeva di ascoltarli. Su un foglietto prendeva nota delle obiezioni e dei consigli, anche quando sapeva che erano inutili o da non tenere in conto. Era un esempio astuto di democrazia professionale che serviva a registrare gli umori della truppa e, al tempo stesso, ribadire la propria autorità. E ogni volta, dopo aver fatto un esame impietoso del numero appena uscito, Scalfari informava la sua gente sui progressi nella vendita del giornale.

A partire dalla primavera del 1978, quando ebbe inizio il boom di “Repubblica” grazie al lungo sequestro di Moro, tutte le mattine Scalfari leggeva alla redazione il bollettino della diffusione. Da allora mantenne questa abitudine sempre, con una scansione via via più trionfale: «Abbiamo superato “Il Messaggero”, vendiamo più della “Stampa”, ci stiamo avvicinando al “Corriere”...». Rammento un suo proclama scherzoso: «Quando avremo battuto il “Corrierone”, vi sarà riconosciuto il diritto allo stupro e al saccheggio!».

Ma il tono del comandante in capo non sempre poteva essere trionfale. Spesso risultava arduo trasformare un’idea giusta o un’intuizione felice in un articolo ben fatto, croccante, scritto con eleganza vivace ed esattezza di dati. In quel caso, Barbapapà era costretto a vestire i panni dell’insegnante deluso, alle prese con una scolaresca riottosa a imparare.

Ho sott’occhio un suo ordine di servizio del 21 dicembre 1978, consegnato a tutti i redattori: “Cari colleghi, devo dirvi con molta franchezza che la qualità media del lavoro, sia di scrittura che di controllo e messa in pagina, e anche di acquisizione di notizie, è deludente. In questo periodo ci sono stati esempi macroscopici di trascuratezza, di leggerezza professionale e addirittura di irresponsabilità. Questa situazione si protrae fin dall’inizio della vita di ’Repubblica’...”.

Spesso i rilievi erano diretti a singoli giornalisti, sempre per iscritto. Anche in quel caso la lezione era dura, ma si concludeva con un consiglio per poter “fare meglio”.

Ne leggo una: “Roma, 23 febbraio 1980. Caro X, il tuo pezzo di ieri è nettamente inferiore alla tua capacità e all’importanza del fatto di cronaca che ti era stato affidato... Fin dalle prime righe il servizio deve portare il lettore al centro dell’atmosfera di quanto è accaduto. Ha bisogno di una prosa adeguata. Di una descrizione dei personaggi da far rivivere sulla pagina, con i loro sentimenti, le loro angosce, i loro dolori, la loro violenza... Fare il cronista non è un mestiere facile, richiede spessore umano, intuito, rapidità, cultura”. Ma è nel rapporto con i partiti che Scalfari si rivelò imbattibile. Nel confronto-scontro con le tante parrocchie politiche, a cominciare dalle più forti, Eugenio era mosso da una convinzione ferrea: il direttore di “Repubblica” contava molto di più di qualsiasi leader di partito. Riassunta così può apparire una presunzione senza fondamento. Invece era una rivoluzione copernicana per il giornalismo italiano.
Molti direttori si sentivano piccoli rispetto a questo o a quel big. Scalfari era certissimo dell’opposto. Il Sole era lui, Barbapapà, mentre i leader politici erano soltanto dei pianeti senza importanza che gli ruotavano intorno. Un giorno spiegò alla truppa: «Quando loro non ci saranno più, il nostro giornale sarà ancora qui, sempre più influente, sempre più letto».
Nel braccio di ferro con i partiti, Scalfari aveva un’arma segreta, un metodo di guerra imprevedibile e in grado di spiazzare chiunque: la linea politica libertina di “Repubblica”. L’aggettivo “libertino” gli piaceva molto, applicato al suo giornale e quando parlava di carta stampata. Per esempio, sosteneva che fare bene un settimanale come “L’Espresso” era possibile soltanto se il giornalista scelto per dirigerlo era capace del libertinaggio più sfrenato.
Lo disse quando uno dei nostri colleghi più bravi, Paolo Pagliaro, caposervizio della politica interna, lo informò di aver ricevuto un’offerta dal settimanale di via Po e che l’aveva accettata. Scalfari tentò invano di dissuaderlo. Gli disse: «Tu sei un uomo d’ordine, tutto d’un pezzo, molto coerente e rigido anche con te stesso. Sei il contrario del libertino. Quello che invece occorre a un giornale come “L’Espresso”».
Per direttore libertino, Eugenio intendeva un giornalista spregiudicato, fantasioso, sorprendente, capace di cambiare sempre cavallo e non impacciato da troppi lacciuoli. E anche pronto a contraddirsi. Disposto a pubblicare un servizio o un’opinione che smentiva quanto aveva stampato nel numero precedente. Determinato a ospitare firme che facevano a pugni l’una con l’altra.
“La Repubblica” di Scalfari fu per anni un giornale dedito al libertinaggio intelligente. La pagina dei commenti non era monocorde come accade oggi. Anche gli articoli sfornati dalla redazione spesso si contraddicevano. L’esempio più clamoroso fu la coesistenza di due linee opposte nel raccontare e giudicare il terrorismo brigatista: quella di Bocca e la mia.
Nella primavera del i 1980, Scalfari arrivò al punto di farci scontrare in un dibattito destinato alla pubblicazione. Il risultato fu una doppia pagina della sezione Cultura, scritta da un giovane e preoccupato Lucio Caracciolo. Anche in questa scelta l’obiettivo di Eugenio era sempre lo stesso: raccontare la complessità della situazione italiana, conquistare nuovi lettori e dimostrare ai partiti che era lui, e non loro, a condurre il gioco.
Dall’avamposto di piazza Indipendenza, il Libertino andò subito all’assalto dei lettori comunisti, strappandoli uno per uno a una tetra “Unità” e a un traballante “Paese sera”. Scalfari vinse a mani basse. Tanto da far dire a Giancarlo Pajetta: «“La Repubblica” è il secondo giornale dei comunisti che però lo leggono per primo».
I militanti del Pci vennero conquistati con la linea della fermezza nei molti giorni del sequestro Moro. Il calvario del leader democristiano fu raccontato da noi con una cura senza precedenti. E procurò al giornale un successo di vendite decisivo. La prima fotografia di Moro nel carcere delle Brigate Rosse mostrava il prigioniero che teneva in mano una copia di “Repubblica”. Uno spot orrendo, ma formidabile. Quasi una manna dal cielo, che nessuno in piazza Indipendenza si aspettava. I democristiani cominciarono a leggere “Repubblica” nello stesso periodo. Compresi quelli che erano per la trattativa su Moro. E non l’abbandonarono più. In seguito, quando Ciriaco De Mita divenne segretario della Dc e restò a Piazza del Gesù per sette anni, dal 1982 al 1989, il Libertino si prese una sbandata per l’Uomo di Nusco. Era convinto che avrebbe modernizzato l’Italia, al punto di trasformarla in una Svizzera mediterranea. Ma si ravvide presto. E soprattutto non si sentì mai inferiore al gran capo della Balena Bianca: era Scalfari a consigliarlo, e non il contrario.
Fu a corrente alternata anche il rapporto con Bettino Craxi, divenuto segretario del Psi proprio nell’anno di nascita di “Repubblica”. Ma in questo caso il libertinaggio di Scalfari fu assai contenuto. I due non si potevano soffrire, com’era fatale tra protagonisti che un tempo avevano vissuto nello stesso partito.
Erano diventati deputati nel medesimo anno, il 1968, e nella medesima circoscrizione, la Milano-Pavia. E lì avevano cominciato a non sopportarsi. Per le solite questioni legate al voto di preferenza, ma soprattutto a causa del carattere, più ancora che della posizione politica.
Bettino riteneva Eugenio un subdolo filocomunista e lo avversava con asprezza. E non poteva accettare che un direttore di giornale si sentisse superiore a chi era stato scelto dagli elettori, ossia dal popolo. Eugenio lo ripagava con gli interessi. A dividerli senza rimedio fu poi una disistima profonda.
Durante il sequestro di Moro, lo scontro divenne pesante. Craxi era per la trattativa e Scalfari per la fermezza. L’elezione di Sandro Pertini al Quirinale, sostenuta da “Repubblica” e contrastata invano da Bettino, li separò ancora di più.
I craxiani arrivarono a dire che Barbapapà era il capo del Pinf, il Partito irresponsabile dell’informazione. Eugenio li ricambiò coniando per il leader del Psi il soprannome di Ghino di Tacco, il bandito di Radicofani. Senza mettere nel conto che, per schernirlo, Craxi avrebbe cominciato a firmare in quel modo i suoi corsivi sull’“Avanti!”.
Nella primavera del 1989, Scalfari e Caracciolo vendettero a Carlo De Benedetti le loro azioni del Gruppo Espresso-Repubblica. E diventarono miliardari. L’Ingegnere gli suggerì di costituire un fondo di solidarietà per i giornalisti del quotidiano e del settimanale. Così avrebbero potuto aiutare i colleghi in difficoltà e le loro famiglie, utilizzando una quota microscopica dei tanti denari ricevuti.
Ma entrambi rifiutarono il consiglio di De Benedetti. Per tirchieria o perché non ritenevano che tra i loro compiti ci fosse anche la beneficenza. Smentendo la loro proverbiale astuzia di imprenditori, non seppero rendersi conto di quanto stava per succedergli in casa. O forse lo immaginavano, però se ne infischiarono.
Dopo la vendita, un malumore prima mai visto incrinò la redazione di “Repubblica”. E anche il carisma di Barbapapà ne fu intaccato. Lo si vide alla fine di quell’anno, quando Silvio Berlusconi scatenò la guerra di Segrate per la conquista della Mondadori e di “Repubblica”. Una parte dei giornalisti, con Bocca in testa, si schierò con il Cavaliere, suscitando l’ira stupefatta di Eugenio.
Poi emerse la mediazione di Giulio Andreotti, condotta con intelligenza da Giuseppe Ciarrapico. Il Libertino salvò il giornale, ma non il proprio mito personale. Rimase il comandante in capo di piazza Indipendenza. Però troppo carico di soldi per poter conservare l’immagine illibata che tutti i leader debbono sempre mostrare alla truppa che li segue. Cominciò qualche partenza non prevista da Eugenio. Il primo ad andarsene subito, all’inizio del 1990, fu Peppino Turani. Sembrava molto legato a Scalfari e aveva scritto con lui Razza padrona, un bestseller sul capitalismo italiano, uscito nel 1974. Era la star dell’economia di “Repubblica” e passò al “Corriere della Sera” proprio quando stava cominciando lo scontro con Berlusconi. Barbapapà si sentì pugnalato alla schiena. Ma qualche anno dopo gli perdonò lo sgarbo e lo volle di nuovo al giornale.
Io lasciai “Repubblica” nell’estate del 1991. A guerra di Segrate conclusa e dopo aver pubblicato nel 1990 dalla Sperling & Kupfer L’intrigo, un libro molto repubblicano, anzi scalfariano, sul conflitto con Berlusconi. Claudio Rinaldi mi aveva chiesto di andare con lui all’“Espresso”. Scalfari non la prese bene, come se il mio fosse un gesto di insubordinazione. O un tradimento. Quando lo seppe, mi disse a denti stretti: «La tua stanza resterà vuota. E Rocca rimarrà l’unico vicedirettore».
Nell’aprile 1996 anche Scalfari se ne andò, lasciando la direzione del giornale al più giovane Ezio Mauro. Da pochi giorni aveva compiuto settantadue anni. Rimase nel gruppo, come editorialista principe di “Repubblica” e dell’“Espresso”. Via via diventò la statua di se stesso. Con la barba di un biancore marmoreo. E lo sguardo non più rivolto alla ciurma redazionale, bensì a un orizzonte lontano che pochi riuscivano a intravedere.
Il trascorrere degli anni ha cancellato i rapporti tra noi. Per colpa mia o per colpa sua? Forse per colpa di entrambi. Quando morì Rocca, ci ritrovammo a dare l’ultimo saluto a un amico che, con Barbapapà, aveva costruito più di chiunque il successo di “Repubblica”. Nella cerimonia al cimitero del Verano, andai a stringere la mano a Eugenio. Ma lui se ne restò seduto e sembrò non riconoscermi.
Non ne rimasi stupito. Era il febbraio 2006 e avevo già cominciato a pubblicare i miei lavori revisionisti. Sapevo che a Scalfari non erano piaciuti. L’aveva fatto capire nel rispondere a una lettrice del “Venerdì”, il supplemento settimanale di “Repubblica”. Quella signora gli aveva chiesto se avrebbe letto un mio libro uscito in quei giorni. Eugenio rispose di no. E si disse certo che non potevo aver raccontato nulla di nuovo. Scalfari aveva un rapporto curioso con il fascismo. Da giovane era stato un mussoliniano entusiasta e aveva scritto su “Roma fascista”, il giornale del Gruppo universitario della capitale. Poi era stato espulso dal Guf per aver sostenuto in un articolo che il partito era inquinato nella sua tempra morale da profittatori attenti solo ai propri interessi.
Dopo l’armistizio non aveva fatto nessuna scelta. Troppo astuto per aderire alla Repubblica sociale e poco coraggioso per andare con i partigiani. Quando aveva vent’anni riparò con i genitori in Calabria, a Vibo Valentia, in una proprietà degli Scalfari. Dove se ne rimase tranquillo sino al 1946.
Nei tanti anni trascorsi insieme a “Repubblica” non abbiamo mai discusso della guerra civile. Eravamo antifascisti entrambi. Ma di quella guerra, e delle polemiche storiografiche e politiche su una stagione di sangue, a Eugenio non importava niente. Forse le considerava faccende senza rilevanza, vecchie e noiose. Faccende da reduci. E lui non era reduce da nulla.
Quando gli capitava di occuparsi della Resistenza, Scalfari di solito si sdraiava sul luogo comune, sulla linea più banale. Ma incappando in giudizi non sempre coerenti. All’inizio degli anni Novanta, scrisse in un editoriale su “Repubblica”: «La guerra partigiana e la Resistenza non furono un fatto di una piccola minoranza combattente, ma di tutto un popolo». Niente di strano, lo aveva già detto il comunista Longo, in un libro del 1947. E lo ripetevano tutti i retori della lotta di Liberazione. Poi Giordano Bruno Guerri, sul “Giornale” del 6 giugno 1994, lo pizzicò rinfacciandogli una contraddizione. In uno dei suoi libri, L’autunno della Repubblica, pubblicato nel 1969 da Etas Kompass, aveva sostenuto l’esatto contrario: «La Resistenza fu un fatto di minoranza, limitato sia geograficamente (interessò soltanto l’Italia a nord dell’Arno) sia socialmente». Quisquilie, cose da nulla. Rispetto alle bordate che il Pci di Berlinguer sparò contro “Repubblica”. Quando si rese conto che Scalfari era davvero un libertino. E non voleva saperne di fare i comodi delle Botteghe Oscure.

 

Capovolgete Bordin a Radio Radicale e avrete padre Livio a Radio Maria

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro Il Foglio 24 giugno 2009
Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce "programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote, lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente. Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45. Se il maturo professionista ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato, se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico.
Chi non avesse ancora un’idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere con decisione. Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava, a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d’ora: appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di "Stampa e regime", e se ne avrà la prova. Classe, professionalità e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le altre rassegne.
Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria. Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si spiritualeggia.
Il motivo di questa differenza è presto detto. Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi, a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale.
A tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è governato da Berlusconi. Così si è formato un popolo Da una ventina d’anni, padre Livio ha scelto un’altra strada, quella che il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario, dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse anche Berlusconi, ma non per .partito preso. Padre Livio è un prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra. E questa, scusate se è poco, è già una notizia.
Il direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l’aborto e si appresta a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà diritto filato all’eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo secondo l’ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà frutto. Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione, otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si sovrappongono.
Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine. Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare la sua fede nel mondo argomentando e resistendo.
E lo fa con un di più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti sacerdoti usciti un po’ stortignaccoli da seminari che, magari, hanno le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando li devono mandare a nuotare in mare aperto. Un operato come quello di padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d’oggi lo chiama clericalismo e non capisce che è il suo esatto contrario.
Non si troverà mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili. Sui tassi d’interesse, il pii, il ponte sullo Stretto di Messina, le beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori, di solito se ne astiene. Coloro che gli danno del clericale, invece, quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull’opinabile, massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo. Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di "maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva.
E’ difficile immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo. Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che, in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico. In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera della sua terra bergamasca: il randello. Mettetegli sotto il naso un editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché l’uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno. Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva Hegel, che la preghiera del mattino dell’uomo moderno sia la lettura del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali. In due parole, è cattolico.

 

Intervista a Massimo Bordin: "Io e Pannella? Mai stati veri amici"

di Luca Telese Il Giornale 16 aprile 2009
Un litigio fra Massimo Bordin e Marco Pannella fa notizia. Il guru radicale e il direttore della Radio si mandano a quel paese in diretta? È accaduto domenica, e da tre giorni sui quotidiani si rincorrono ipotesi disparate: epurazione in vista, anzi no, conflitto politico, macché, rancori personali, rischio licenziamento. Allora vai a trovare Bordin nel suo ufficio all’Esquilino. E lo trovi tranquillissimo.
Bordin, è stagione di direttori che cambiano
«Non ho nessuna intenzione di rompere, né con Pannella né con i radicali»
E lui?
«Spero che sia reciproco»
Avete litigato in diretta
«Tecnicamente è stato uno scazzo. Difficile non definirlo così»
È la prima volta…
«Seehhh, figurati! È la prima volta che ve ne siete accorti…»
Tutte le domeniche insieme a Pannella: da quanto tempo?
«Sa che non sono mai riuscito a capirlo? È una trasmissione nata in corsa, all’inizio non era archiviata così. Tra 9 e 10 anni, direi»
Cinquecentodieci domeniche insieme?
«A occhio e croce… »
Ma con le vacanze di mezzo
«Pannella non fa vacanze. Io una volta ero a Londra e sono riuscito a sottrarmi»
Vuol dire che in dieci anni ha saltato solo una trasmissione?
«Forse due: mi ha sostituito il caporedattore, Emilio Targia»
Non ci credo. Mai allontanato da Roma più di sei giorni?
«C’è solo una possibile scappatoia: se vado in una città da cui posso interconnettermi da uno studio»
I potenti mezzi dei radicali…
«Veramente è una stanzetta in affitto nello studio di un geometra amico. Ma non diciamo dov’è per non metterlo nei guai»
Veniamo allo scazzo. Lei dice che il digiuno di Pannella è una notizia, lui si imbufalisce
«Vede come sono fallaci le intercettazioni? Detto così pare una follia. In radio contano toni, ritmo, sequenza delle battute… »
E il vero motivo del litigio?
«Mah, io direi un certo logoramento della formula»
È un rapporto coniugale
«Non dica sciocchezze»
È un sodalizio artistico
«Mica facciamo del varietà»
Non è nemmeno come Fede che intervista Berlusconi
«Per grazia di Dio no. Pannella è diverso»
Anche lei
«Sì, nel senso che le interviste di Fede sono fatte meglio»
Fa il finto modesto?
«Giuro: intervistare Pannella è un genere peculiare. È l’unico leader che può prescindere metodologicamente dalle domande»
Peggio di Riotta che intervista Veltroni, che le pare?
«Non ci sono modelli. Io parlo prima con Pannella, almeno per capire cosa pensa. Poi sono nelle sue mani»
Però litigate lo stesso
«Oh sì. Diciamo che anche io ho il mio carattere»
Non è un dissenso con Pannella che i radicali corrano da soli?
«Scherziamo? Sono d’accordo su tutta la linea. Il veto del Pd è inaccettabile, giusto non sottostare»
Veramente alle politiche avevate sottostato
«La farò sorridere. Allora Bettini pose un veto, sbagliato e categorico su D’Elia. E su Pannella disse: "Sono tali il suo spessore e la sua esperienza che lo faremo correre da capolista alle Europee e gli porteremo 200mila voti"»
Ci vorrebbe la registrazione
«Me lo ha detto una persona indiscutibilmente attendibile»
Forse la registrazione rivelerebbe sarcasmo
«Sta di fatto che su questo sono d’accordo con Marco»
Quindi perché avete litigato?
«C’erano malumori di Marco per la conduzione della radio. E poi io gli ho fatto una battutaccia: “Prendiamo atto che siamo fuori linea”… E lui si è imbufalito».
È critico per la linea che tenete su Israele?
«Guardi, Pannella è duro con Israele. Ma noi su questo tema, ospitiamo una pluralità di opinioni che vanno da Fiamma Nirenstein a Umberto De Giovannangeli dell’Unità. Quindi... »
Vede? È la stanchezza del coniuge
«Lasci perdere il matrimonio, che non c’entra proprio nulla»
Ma lei e Pannella siete amici
«Nella misura in cui si può essere amico di Pannella… Avverto sentimenti di grande solidarietà per lui. Ma non abbiamo mai preso una pizza insieme, in questa città non andiamo a cena»
La prima volta che le è apparso Pannella?
«Non siamo a Medjugorje»
Il vostro primo incontro?
«Nel 1974. Indimenticabile e bizzarro. Era il giorno della vittoria al referendum sul divorzio. Si festeggiava a piazza Navona. Ero con il mio gruppo di allora, che era trotzkista»
Grande entusiasmo…
«Caspita. Liberazione, il quotidiano dei radicali, che Marco, con singolare antiveggenza, aveva titolato: “Grande vittoria del No”»
Prima del risultato?
«Prudentemente non si facevano percentuali. Ma i commenti erano tutti azzeccati, eh, eh…»
Come vi siete incontrati?
«Una lite. Era partito un corteo festoso. E lungo il tragitto i miei compagni avevano avvistato uno striscione del Msi»
E che c’entra?
«La proposta fu di bruciarlo, ma Pannella si materializzò dal nulla, gridando: “Che nessuno lo tocchi!”»
L’hanno linciato?
«Noo… Disse che era un errore politico e che la polizia non aspettava altro per intervenire, che lui, da nonviolento non lo avrebbe permesso. Io mediavo»
Si immaginava che avreste stretto un rapporto?
«Se mi avessero detto che avrei passato con lui tutte le domeniche della mia vita… Avrei fatto bruciare lo striscione»
È direttore di Radio radicale dal ’95: quanti litigi?
«Tantissimi. Uno nel 1996, quando si doveva rinnovare la convenzione con Prodi. Divergenze sulla strategia da seguire»
E poi su Capezzone
«Voleva licenziarlo in diretta. Non ero d’accordo. Lo feci mesi dopo. Daniele aveva fatto della rassegna stampa un organo di propaganda di Decidere.it.
Era troppo anche per me»
E quando Pannella telefona per contestare la radio?
«Integrare, è meglio. Io lo considero un editoriale, mi pare ottimo, spettacolarizza»
Una cosa in cui è unico?
«Un momento nella sua vita sarà pur stato soddisfatto. Ma io non l’ho mai visto»
Nemmeno dopo la grande vittoria delle Europee ‘99?
«Macché! In un discorso memorabile, spiegò che i radicali sarebbero stati all’opposizione del governo e dell’opposizione»
E cosa lo preoccupava?
«Come gestire quel successo»
E i digiuni?
«Non l’hanno mai preoccupato»
Ha rischiato la vita, nelle dirette a Radio radicale
«Guardi, magari mi gioco la poltrona su questo… Ma io sono convinto che nel 1995 si salvò solo per un invito di Mentana»
Cercava la morte?
«No, un nonviolento non è mai suicida. Voleva tenere il punto, questo sì»
500 domeniche insieme, e potrebbe essere licenziato. Non sembra preoccupato
«Per nulla. Se alla mia verde età avessi questo timore, vorrebbe dire che nella vita ho sbagliato qualcosa».

 

Antitrust, sanzione a Telecom e Wind per spot ingannevoli

900.000 euro complessivi di multa a Telecom Italia e Wind per le pubblicità ingannevoli sull'Adsl veloce e sul non dover pagare il canone. Li paghino i manager.

L'Antitrust colpisce di nuovo i maggiori gestori telefonici italiani per pubblicità ingannevole. ZEUS News - www.zeusnews.com  - 15-04-2009]
Questa volta tocca a Telecom Italia, in particolare ma non solo, per la pubblicità all'Adsl Alice: troppe volte viene reclamizzata la possibilità di raggiungere una velocità di navigazione che poi non viene mai raggiunta in pratica. Telecom è stata condannata a 735 mila euro di multa per questo. Wind-Infostrada invece è sanzionata per la promessa pubblicitaria fatta agli utenti di non pagare più il canone Telecom Italia per chi passa a questo gestoreIn pratica solo una minima parte di questi clienti avevano la possibilità concreta di staccarsi completamente da Telecom Italia. Questa campagna ingannevole è costata 165 mila euro. Le associazioni dei consumatori lamentano l'inadeguatezza di queste sanzioni a dissuadere i gestori dal proporre ulteriori campagne ingannevoli e propongono, in alternativa, la sospensione della licenza. Si tratta però di un'ipotesi difficilmente praticabile: verrebbero colpite aziende importanti, la continuità del servizio per gli stessi clienti, il posto di lavoro dei dipendenti. Sarebbe più opportuno colpire con sospensione i manager responsabili delle aziende che spesso spingono campagne illusorie per raggiungere obiettivi esagerati, da cui dipendono altrettanto esagerati bonus retributivi dei manager stessi.

 

Questa volta Bernabè denuncerà Tronchetti Provera

Editoriale - Dopo che la Consob ha accolto il ricorso dei piccoli azionisti Telecom, Bernabè non potrà più non chiedere un'azione di responsabilità contro Buora e Tronchetti Provera.

di Pier Luigi Tolardo http://www.zeusnews.com/news.php?cod=10009  [ZEUS News - www.zeusnews.com - 09-04-2009
A sollevare il caso in Parlamento ci ha pensato l'ex portavoce di Prodi Silvio Sircana, già manager del gruppo Telecom Italia e oggi deputato: una vendetta-strascisco dello scontro Tronchetti-Prodi. I Sindaci di Telecom Italia non avrebbero indagato adeguatamente sul "caso Tavaroli", la vicenda di raccolta illegale di informazioni riservate assunte dalla security di Telecom durante la gestione di Giuliano Tavaroli, uomo di fiducia dell'allora presidente e maggiore azionista di Telecom Tronchetti Provera. Intanto però la Consob ha accolto il ricorso dell'associazione dei piccoli azionisti Telecom Italia sempre contro il collegio dei Sindaci sul caso Tavaroli: i Sindaci dovranno riferire anche su quali danni patrimoniali potrebbe arrecare a Telecom un processo che può coinvolgere fino a 4.000 persone, tra cui moltissimi Vip della politica, dell'imprenditoria, dello spettacolo e dello sport, spiati dalla "banda" di Tavaroli.
E' difficile che Bobo Vieri possa accontentarsi dei 3.000 euro che Telecom Italia ha dato ai neoassunti, su cui Tavaroli aveva preso illegalmente informazioni, per tacitarli ed evitare che si costituiscano parte civile. I risarcimenti potrebbero aggirarsi nell'ordine di centinaia di milioni di euro. A questo punto Bernabè, che ha sempre cercato di non occuparsi del passato ingombrante della gestione Telecom, sarà costretto a un'iniziativa di responsabilità contro Tronchetti Provera, che è tuttora un importante azionista Telecom e gode di forti appoggi politici nell'ambito della maggioranza di centrodestra.

 

Allarme servizi segreti: ''Arrivano gli sms che spiano'' Si tratta delle intercettazioni P2P Privacy,

Un software consente il pedinamento elettronico e l'accumulo di informazioni fuori da ogni garanzia. Solo nel 2008 ne sono state scaricate in Italia centinaia di migliaia di copie. Il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza, Rutelli: "Si tratta di una problematica fuori controllo"
Roma, 19 mar. (Adnkronos/Ign) - Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica si prepara ad affrontare una vicenda dalle dimensioni molto più vaste e priva di qualunque tipo di controllo: un nuovo metodo di intercettazione, 'pedinamento elettronico' e accumulo di informazioni di facile accesso e utilizzo, fuori da ogni autorizzazione e garanzia. Nessun collegamento col lavoro della magistratura e tutto affidato alla libera iniziativa individuale.
A rivelarlo è il Corriere della Sera, spiegando che si tratta della cosiddette 'intercettazioni P2P', dall'inglese peer to peer, effettuate attraverso normali sms di cui non resta traccia, che attivano una sorta di virus attraverso il quale si possono scaricare intere rubriche telefoniche, conoscere i tabulati delle chiamate fatte e ricevute, localizzare gli apparecchi, registrare le conversazioni. Comprese quelle ambientali, utilizzando il cellulare (anche spento) come una microspia''.
Di questo sistema che ha diverse varianti, dalle più semplici alle più sofisticate, il Comitato è venuto a conoscenza da alcune segnalazioni, e il presidente Francesco Rutelli ha già svolto (insieme agli altri componenti del Copasir) alcune audizioni, sottolinea il ''Corsera'', spiegando che martedì scorso sono stati interpellati due tecnici specializzati del settore, un funzionario dell'Aisi (l'agenzia per la sicurezza interna, ex Sisde) e due rappresentanti del Garante della privacy, che hanno illustrato tecniche e vastità del fenomeno e i verbali delle sedute, segreti come tutti quelli del Comitato, saranno trasmessi al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta e alle altre autorità della sicurezza, dai vertici dei servizi segreti al capo della polizia.
''E' emersa una problematica che sta andando pericolosamente fuori controllo'', si limita a dire Rutelli, in attesa di decidere le prossime mosse.
Secondo quanto riferito dai tecnici lo spionaggio attraverso i telefonini si può realizzare con l'invio di sms particolari, che non emettono segnali ma fanno scattare delle risposte -sempre via 'messaggino'- che possono contenere le rubriche telefoniche dei cellulari 'attenzionati', l'indicazione della posizione con una approssimazione di qualche centinaio di metri, la lista delle telefonate in entrata e in uscita, attivare l'ascolto a distanza o avviare una chiamata silenziosa che accende solo il microfono dell'apparecchio controllato, in modo da farlo funzionare coma una 'cimice' per captare la conversazione che si sta svolgendo in quel luogo.
Di queste operazioni, che si possono ripetere ogni volta che si vuole controllare o intercettare qualcuno, restano tracce soltanto sull'Smsc dell'operatore, cioè la centrale di smistamento degli sms inviati e ricevuti.
L'ex pm De Magistris scende in politica con l'idv
Crisi, le italiane si scoprono badanti  Maroni, in ogni regione un centro clandestini

 

Lsdi Bollettino 37/08 (6 ottobre 2008) Lsdi – http://www.lsdi.it  - è un centro di documentazione e analisi dei problemi del giornalismo e dell’ informazione promosso da alcuni giornalisti impegnati nella Fnsi.

 

Giornalisti e giornalismo in Italia: immagine pessima, ma grande bisogno di qualità

 

Gli italiani vedono i giornalisti come “incompetenti, bugiardi, di parte, malati di protagonismo, ma anche insostituibili e indispensabili per tutta la società” - L’ indagine condotta da Enrico Finzi (nella foto) per l’ Ordine di Milano e presentata mercoledì - Una altissima domanda sociale di buon giornalismo - Una informazione credibile è essenziale anche per gli inserzionisti - Il problema della ricostruzione dell’ immagine sociale della professione http://www.lsdi.it/2008/10/02/immagine-pessima-ma-grande-bisogno-di-qualita

 

Giornalismo online, questo sconosciuto

 

Lsdi ha avviato una indagine sullo stato del giornalismo online nel nostro paese, sia dal punto di vista editoriale che da quello professionale – Due questionari relativi alle testate “derivate” da media tradizionali e a quelle nate per la Rete – Produzione dei contenuti, struttura e rapporti produttivi, numeri, business e prospettive – Il 14 ottobre un incontro a Roma per discutere i primi risultati della ricerca  http://www.lsdi.it/2008/09/24/giornalismo-online-questo-sconosciuto/

 

Usa: continua il declino dei giornali

 

Secondo il Rapporto 2008 di Ad Age sulle 100 aziende Usa leader nel campo mediatico, il settore giornali ha perso il 6,8% nel 2007 in termini di ricavi mentre l’ online ha registrato un incremento del 10,8% e la tv via cavo del 10,6% - Complessivamente le prime 100 aziende crescono del 4,6%, toccando quasi i 300 miliardi di dollari di fatturato, ma è l’ incremento più lento a partire dalla crisi del 2001 http://www.lsdi.it/2008/09/29/usa-continua-il-declino-dei-giornali/

 

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