|
Immigrazione
|
|
Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria
|
|
Il genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese
|
|
Scomode verità che nessuno osa dire su immigrazione e razzismo La divisione in classi è sempre stata all'origine della rovina dei popoli. Nessuna difesa dell'identità è anche solo concepibile senza includere una guerra a quel sistema economico che sancisce il primato del profitto e dell'individuo contro l'interesse nazionale. E che ci rimbambisce dicendoci che il mescolamento è bello e ci fortifica, e gli stranieri, "purchè onesti", sono nostri amici. Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria
|
|
Giornali e Internet: come uscire
dalla crisi? Servi si nasce, italiani si
diventa Telecom, questa volta Bernabè
denuncerà Tronchetti Provera <Articoli
correlati di>
|
|
Sartori - Giacalone - Pansa
- D'Antonio - Macioce - Lerner - Rigori Union del Popolo Veneto - Angrema
- Caligiuri - Fagge - Bagatin - Gramellini - Kinvuli - Pau Rodotà
Coppola - Lamendola - Blondet - Ruggiero - Osservatorio europeo di giornalismo
- Grillo - Mantellini - Trentin - Lemma - Marroni Belpietro - Ricolfi
- Franco - Gnocchi e Palmaro - Telese - Tolardo - Zeusnews - Lsdi Bollettino
37/08
|
|
|
|
Come promesso qualche articolo tradotto dal sito del british National
Party allo scopo di aiutare i nazionalisti italiani. Noi usiamo questo
sito per dare notizie ignorate dalla stampa di regime e informare il
pubblico delle nostre attività. Spero di poter offrire un esempio
positivo. Il genocidio silenzioso della Gran Bretagna: 40% della
popolazione sotto i 20 anni a Londra è fatta da immigrati (mi
chiedo in Italia se ci sono statistiche a riguardo). http://bnp.org.uk/2009/06/britain%e2%80%99s-bloodless-genocide-40-of-under-20s-in-london-are-%e2%80%9cethnic%e2%80%9d/
|
|
|
|
Il genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese tramite
l'immigrazione di massa dal terzo mondo ha raggiunto il massimo con
la notizia che almeno il 40% dei giovani sotto i 20 anni a Londra non
sono indigeni.
|
|
Questi dati indicano che in una genarazione e mezza i bianchi inglesi
saranno una minoranza nella capitale inglese e subito dopo estinti dalle
strade londinesi. Un rapporto annuale rilasciato ieri da Whitehall
(il governo inglese), GENERAL TREND, dichiara che più di 700,000
bambini e adolescenti in Gran Bretagna sono classificati come non bianchi
e rappresentano il 40% di quel gruppo a Londra. Attualmente si stima
che un terzo della popolazione londinese è non bianca ma questi
dati sono destinati a cambiare profondamente come questa popolazione
giovane diventa adulta. I dati anche mostrano che recenti ondate di
immigrazione hanno avuto un impatto maggiore a Londra che in altre parti
del Regno Unito. L'analisi dell'ufficio nazionale statisiche dice che
nel West Midland, la seconda area multirazziale del paese dopo Londra,
giusto il 19% dei bambini e adolescenti sono non bianchi. In un commento,
sir Nadrew Green di Migrationwatch, un centro studi ha dichiarato a
un giornale che questo mostra il massivo cambiamento che sta avvenendo
nella nostra società a velocità impressionante senza che
la popolazione indigena sia stata mai consultata. Sarebbe l'ora che
la classe politica cacciasse la sua testa fuori dalle nuvole e risponda
all'opinione pubblica che vuole l'immigrazione sotto controllo. 3 comuni
di Londra ora hanno una maggioranza non bianca, Newman, Tower Hamlets
e Brent. 15% dei giovani londinesi sono classificati come asiatici
e 14% neri. BNP e il leader e parlamentare Europeo Nick Griffin
hanno definito la sistematica sostituzione della popolazione indigena
della Gran Bretagna tramite l'immigrazione di massa come silenzioso
genocidio portato avanti dagli altri partiti. I britannici hanno
una scelta storica da fare in futuro dice Griffin. O scelgono il suicidio
votando i soliti politici o votano per il BNP che è il solo partito
impegnato a bloccare e invertire questo processo che se non controllato
vedrà la distruzione di 15000 anni di storia e identità. IL
PRESIDENTE EUROPEO: DOPO IL TRATTATO DI LISBONA CIRCA IL 100% DELLE
LEGGI EUROPEE SARANNO FATTE A BRUXELLES (In Italia tutti i giornali
hanno taciuto o dato copertura positiva di questo trattato senza dire
che dopo la ratifica il parlamento italiano non servirà a niente
e che a legiferare saranno burocrati che nessuno ha eletto e che non
rispondono a nessuno) http://bnp.org.uk/2009/06/eu-president-after-lisbon-treaty-%e2%80%9cnearly-100%e2%80%9d-of-european-laws-will-be-made-in-brussels Il
presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Pottering, ha dichiarato
senza equivoci che una volta che il trattato di Lisbona è in
vigore, l'unione Europea sarà responsabile di circa il 100% delle
leggi fatte in europa. Parlando a un domanda e risposta organizzato
da coveritlive.com e presentato da NRC
Handelsblad in Olanda, Politiken.dk
in Danimarca e Spiegel online in Germania,
Pottering ha ripetuto i commenti fatti al parlamento europeo riguardo
il livello di controllo europeo sugli stati nazionali. Rispondendo a
una domanda sulla crescita della UE, Pottering ha detto "come membro
del parlamento europeo fin dal 1979 ho visto il totale sviluppo del
parlamento europeo. Nel 1979 l'europarlamento non aveva potere legislativo.
Oggi è colegislatore di circa 75% della legislazione europea
assieme al consiglio. Col trattato di Lisbona il parlamento europeo
sarà colegislatore in quasi il 100% dei casi. In relazione al
bilancio europeo, il parlamento europeo ha l'ultima parola". Pottering
ha anche confermato che il trattato di Lisbona permetterà all'EU
di avere il totale controllo sull'agricoltura, immigrazione, diritto
d'asilo, ecc. E' un obiettivo per il futuro avere più influenza
in politica estera, sebbene il parlamento europeo può già
influenzare la politica estera tramite il bilancio europeo. Il presidente
europeo ha anche annunciato che la priorità della UE è
prendersi cura dei contadini del terzo mondo. "La percentuale
del bilancio UE destinata all'agricoltura è diminuita negli ultimi
anni" - ha detto - Nel futuro ci dobbiamo prendere cura degli interessi
dei contadini, specialmente i piccoli, del terzo mondo, soprattutto
in Africa. Negli accordi dell'organizzazione mondiale del commercio
abbiamo bisogno di nuovi accordi che sono favorevoli all'Africa"
ha aggiunto. La biografia ufficiale di Pottering publicata sul sito
della UE dice che ha un interesse nel dialogo interculturale. Nel 2006
ha visitato la Spagna del sud e stabilito legami con l'organizzazione
Tre Culturas a Siviglia il cui lavoro è finalizzato all'immigrazione
e al dialogo tra culture. L'ATTIVISMO DEL BNP CONTINUA A NUNEATON
MENTRE IL PARTITO CELEBRA LA VITTORIA (Quando si è attaccati
da tutti e boicottati dai media l'unico modo per promuoversi è
quello di essere presente sul territorio, cosa che in Italia i nazionalisti
dovrebbero fare più spesso) http://bnp.org.uk/2009/06/bnp-activism-in-nuneaton-continues-as-party-celebrates-victory Mentre
altri membri del BNP stavano celebrando a Blackpool la vittoria elettorale
dei 2 europarlamentari eletti, altri erano fuori ancora distribuendo
volantini e facendo canvassing (bussare porta a porta e spiegare alla
gente chi siamo e cosa facciamo). L'infaticabile squadra del BNP del
Black County sotto la direzione del consigliere comunale Russ Green
hanno rinunciato ai loro piani di andare a celebrare la vittoria a Blackpool
e invece hanno risposto alla richiesta di aiuto dell'infaticabile consigliere
comunale di Nuneaton Martin Findley a preparare una campagna in quella
città. La by-election, che segue l'espulsione del sindato conservatore
in carica in disgrazia dopo che è stato rivelato ha violato,
sapendo, le regole elettorali, non è stata fissata ma avverrà
presto dichiara John Salvage, il corrispondente del Black county. Il
Consigliere Findley ha una eccellente reputazione a livello locale e
si è messo in gioco. Ha dichiarato Salvage. "Noi avevamo
pianificato di andare a Blackpool ma dopo essere stati chiamati ad offrire
aiuto in una elezione che si può vincere, abbiamo deciso che
un'altra potenziale vittoria del BNP può essere sentita nei nostri
cuori". Come risultato il team del Black county è andato
a Nuneaon ad aiutare a distribuire volantini e fare canvassing sabato
20 giugno. "Uno dei più grossi problemi per i residenti
locali è la minaccia di 15.000 nuove case pianificate per quella
zona" ha dichiarato Salvage. "Se questo avviene in un'intera
zona di area verde con alberi e pascoli aperti che risalgono al 15 secolo,
verrà completamente distrutta e col consenso del partito conservatore". Questo
tema è al cuore degli elettori locali e sarà al centro
della campagna elettorale. "Ringraziamenti devono andare a Terry
Lewin che ha fornito il trasporto e aiutato nel volantinaggio anche
se ha una gamba ferita" ha aggiunto Savage. In
cella solo cibo Islam: proteste Olanda, detenuto vuole carne di maiale Vorrebbe
gustare carne di maiale, ma è costretto a un menù a base
di carne halal, ovvero preparata secondo i dettami alimentari della
religione islamica. Per questo un detenuto olandese del carcere di Sittard,
in Olanda, ha chiesto una compensazione dallo Stato di 25 euro al giorno. "Il
mio cliente - ha spiegato il legale - non vuole che una religione gli
sia imposta, vuole solo poter mangiare polpette di maiale". Per
tagliare sulle spese il ministero della Giustizia ha sottoscritto un
accordo coi fornitori perché consegnino solo alimenti halal,
racconta il quotidiano Telegraaf. Negli istituti di reclusione, infatti,
degli oltre 14mila detenuti, oltre uno su due sono di origine straniera
(55%) e i gruppi etnici più rappresentati sono quelli delle persone
che provengono dal Marocco e dai territori della ex Jugoslavia. Fornire
un doppio menù, per i musulmani e i non è troppo costoso.
E allora via il maiale, animale più che rappresentato nella cucina
tradizionale olandese, e sulla tavola solo manzo e pecora. "La
libertà di religione è una gran cosa - ha commentato l'avvocato
del detenuto - ma il mio cliente non vuole che una religione gli sia
imposta". Società multirazziale
e morte di un popolo. L'esperienza delle Hawaii Spesso,nei
discorsi relativi all'immigrazione e alla società multirazziale,
ci si sente dire che le correnti migratorie sono una cosa perfettamente
naturale perchè sono sempre esistite e a meno che non siano causate
da invasioni violente non comportano per il popolo ospite conseguenze
negative. Ci assicurano che la cultura e lo stile di vita degli indigeni
non subiranno mutamenti indesiderati perchè i nuovi venuti sono
una risorsa economica fondamentale e si adegueranno alle costumanze
e alle leggi in vigore. Nutro per questi discorsi una diffidenza istintiva.
Un ostilità derivante dall'istinto che avverte un pericolo in
questa mancanza di sana paura e di orgoglio. Diffidenza accresciuta
leggendo il bel libro dello scrittore Michener intitolato Hawaii. Si
tratta della storia delle isole Hawai dalla prima colonizzazione ai
giorni nostri. Una storia interessante perchè dimostra di come
un popolo possa perdere la propria terra senza subire in precedenza
una conquista militare o una vera e propria invasione violenta. Guardiamo
le tappe con cui si è verificata questa sostituzione vera e propria
di una popolo con altri. Le isole furono colonizzate da polinesiani
provenienti da Tahiti all'incirca all'epoca di Carlo Magno. Per mille
anni la loro stirpe prosperò e si diffuse con pochi contatti
con il resto del mondo. Nel 1778 furono scoperte dagli europei ad opera
di capitan Cook che rilevò una popolazione di circa quattrocentomila
persone retta da una monarchia ereditaria. Era l'epoca quella della
grande espansione dei missionari europei. Finanziati dalle loro chiese
i missionari si recavano nei paesi esteri a convertire le popolazioni
e prepararle ad una nuova mentalità. Le Hawaii furono toccate
dai missionari provenienti dalla Nuova Inghilterra, quella zona degli
USA abitata sopratutto da protestanti, con una forte presenza dei calvinisti. Infatti
furono proprio i congregazionalisti, seguaci di Calvino, ad essere inviati
alle isole il primo settembre 1821. Sbarcarono alle isole Maui e grazie
alla preponderanza tecnologica degli americani, che gli indigeni vedevano
arrivare su grosse navi, il prestigio dei missionari e della loro religione
crebbe notevolmente. E nonostante che essi subito presero a disprezzare
i riti e i sacrari degli hawaiani la reazione non fu di rivolta ma di
paura. I membri della classe dirigente hawaiana, chiamati Alii, cercarono
l'amicizia con gli estranei e un compromesso con la loro religione per
accattivarsi il loro Dio, che essi erano disposti ad adorare, anche
se assieme agli altri dei. Gli hawaiani erano gente semplice e primitiva,
incapaci di dialettica contro la religione dei premi e delle punizioni.
Erano superstiziosi e la loro pratica era quella di ingraziarsi tutti
gli dei possibili. I missionari cominciarono ad aprire scuole e i figli
dei nobili presero a frequentarle. I missionari tra le altre cose
instillarono negli indigeni nuovi bisogni e nuove vergogne. Per esempio
fecero credere che il nudismo era una colpa grave e che vestirsi era
necessario, possibilmente secondo le mode del New England. Da qui il
bisogno di tessuti e stoffe. Uno dei congregazionalisti, un certo
Abner Hale, progenitore di una famiglia destinata a grande successo
nelle isole, organizzò un commercio di tapa (materiale usato
per calafatare), olona, maiali, manzo selvatico. Materiali portati dagli
indigeni prestati come manodopera servile dalla nobiltà locale
al reverendo. E da lui venduti alle navi di passaggio lungo la rotta
del Pacifico. In cambio ebbe quantità di stoffe per vestire tutti
i nudisti. Da qui la religione e i buoni affari si unirono in una
combinazione fatale agli indigeni. Ma una minaccia ben più diretta
arrivò dalle malattie importate dagli europei. Nel 1828 un
altro missionario, il dottor Whipple, rilevò che quando il capitan
Cook scoperse quelle isole cinquantanni prima gli abitanti erano quattrocentomila
e adesso si erano ridotti a centotrentamila. Morbillo, sifilide e
altri malanni decimarono gli indigeni. Nel 1832 il morbillo eliminò
un terzo della popolazione. Nonostante ciò la popolazione
non riuscì neppure a concepire un piano di riscossa contri i
nuovi arrivati. La loro tradizionale ospitalità gli impediva
tutto ciò. Il loro modello familiare non prevedeva neppure
una distinzione netta tra i propri figli e quelli degli altri, tra la
propria moglie e le altrui. Uomini senza gelosia e avidità, generosi
e amichevoli, sembravano l'incarnazione perfetta del buon selvaggio.
Ma tale liberalità li stava uccidendo. Secondo la mentalità
umanitaria hawaiana i figli erano di tutti non derivando tanto da legami
di sangue ma di affetto e tenerezza. La causa della decadenza di
quel popolo fu appunto la scarsa possibilità di stabilire un
confine tra amico e nemico, tra tuo e mio. Intanto i furbi missionari
sposarono le donne nobili del posto divenendo comproprietari di estese
porzioni di terreno. La loro reazione di fronte allo spopolamento indigeno
fu di... importare manodopera dall'estero. Nonostante l'estrema ospitalità
ricevuta gli yankees disprezzavano le usanze hawaiane, puntando sopratutto
sui punti che ad un occidentale sarebbero sembrati osceni tra cui il
matrimonio tra fratello e sorella dei nobili e l'eutanasia dei neonati
deformi. La coscienza era a posto e la morale tranquilla. Nel 1830
nacque la prima ditta di navigazione, la Janders & Whipple. I regnanti
locali lasciarono fare. Pensarono che in fondo gli americani non facevano
niente di male con le loro ditte. Anzi creavano ricchezza, senza toglierla
agli indigeni tradizionalmente dediti alla pesca. Nel 1865 la compagnia
di navigazione Hoxworth & Hale cominciò ad organizzare la
grande migrazione cinese. Ingaggiati dapprima come lavoratori nelle
piantagioni divennero grazie alle capacità lavorative e commerciali
indispensabili all'economia locale. Ben presto il dottor Whipple sul
Mail di Honolulu affermò che quella era un'immigrazione di stanziamento
vista la grande propensione al lavoro dei cinesi. E quindi al profitto
dei propietari. Inoltre i cinesi, sposandosi con hawaiane disponibili
cominciarono a possedere terre e proprietà immobiliari. E di
fatto a far parte della comunità americana delle isole laddove
gli indigeni ne erano sempre rimasti ai margini. Ciò perchè
per l'economia erano più importanti. E, caso strano, quegli stessi
missionari che avevano combattuto gli dei pagani hawaiani ora accettavano
tranquillamente confucianesimo e buddismo. Ma si sa che anche Dio ama
i buoni affari. Nel 1878 gli indigeni rimasero in 44mila. Ormai erano
minoranza. Ma si cullarono pensando che comunque a comandare erano loro
perchè la nobiltà era sempre formata dagli alii e il re
un puro hawaiano. Che poteva importare a loro se nelle città
ormai erano esclusi? E se nelle terre coltivabili lavoravano cinesi.
A cui nel 1880 si aggiunsero giapponesi e più tardi filippini.
I giapponesi sopratutto si rivelarono micidiali per gli indigeni poichè
la loro propensione al lavoro e la fedeltà alle autorità
era tale da rendere il loro ingaggio richiestissimo. La situazione era
matura per l'atto finale. Che prese l'avvio da una decisione del
governo USA del 1892. Bisogna sapere che nel 1876 un accordo conchiuso
con gli Stati Uniti prevedeva l'esportazione di merci hawaiane senza
dazio in cambio dell'utilizzo della base navale di Pearl Harbour da
parte di navi da guerra americane. Ma nel 1892 i latifondisti della
Luisiana e del Colorado fecero revocare l'accordo del libero scambio
per fermare la concorrenza relativa al commercio dello zucchero, che
le Hawaii esportavano in abbondanza. I notabili delle grandi famiglie
calviniste si accorsero allora che sarebbe stato opportuno fare a meno
della monarchia "corrotta" per stabilire una democrazia il
cui primo atto avrebbe dovuto essere l'unione con gli USA. Uno degli
Hewlett, il più forte proprietario di piantagioni propose: "dobbiamo
cercare di tirare in ballo il concetto di democrazia, dobbiamo far credere
che i liberi americani di queste isole sono stufi di vivere in una monarchia
corrotta". Un soprassalto di orgoglio venne allora dal governo
hawaiano. A dire la verità la monarchia non era mai stata
forte. Congiure e deposizioni di re erano un fatto abbastanza comune
e i consiglieri delle famiglie ricche di origine missionaria detenevano
di fatto le redini. Nel 29 gennaio 1891 andò al potere la regina
Liliuokalani, donna forte e autoritaria, ammiratrice della regina Vittoria. Ma
giunse al potere quando le esportazioni di zucchero divennero le vere
fornitrici della ricchezza dell'isola. Cercò di guerreggiare
contro di esse, contro i missionari e contro le idee repubblicane, ormai
dilaganti nell'isola a causa delle lotte tra i nobili locali. Ma ormai
era troppo tardi. Per troppi decenni ormai avevano lasciato che il potere
economico finisse in mano a genti straniere. Il 15 gennaio 1893 le truppe
americane sbarcarono dalle navi da guerra e occuparono Honolulu per
"proteggere" i cittadini americani. Dopo un po' di tergiversazioni
da parte del Presidente americano, dovute più che a scrupoli
alle pressioni dei concorrenti economici degli esportatori hawaiani,
le isole divennero possedimento il 12 agosto 1898. Una nuova legislazione
diede il potere ai ricchi anche ufficialmente in quanto il diritto di
voto era stabilito per censo. Quando il 12 marzo 1959 le isole divennero
il cinquantesimo Stato dell'unione oramai gli indigeni erano dei poveri
emarginati, ridotti a piccola minoranza costretta a vivere di espedienti.
Buffoni per turisti, i più fortunati. E all'ultima regina non
rimase che viaggiare per gli USA in una specie di esilio. Non fu ne
imprigionata ne eliminata. Non ce ne fu bisogno. Oramai era solo
il simbolo di un popolo morto lentamente. Di indolenza. E ospitalità.
Certo, al termine di questo breve excursus sulla storia hawaiana direte
che tra europei e isolani c'è una bella differenza. Ma pensateci
bene. E' vero o che le ideologie maturate da tanti secoli a questa parte,
chiedono la fine dell'istintiva nozione di CONFINE, tra un popolo e
l'altro? In fondo è da San Paolo che la morale insiste su questo.
Sul concetto di uguaglianza e di fraternità obbligatoria. Con
l'implicita condizione che per essere fratelli bisogna adeguarsi alle
idee del padrone. Padrone che cerca di renderci sempre più
mansueti, più "hawaiani", per quel che concerne la
difesa della nostra identità etnica e culturale. In fondo il
nemico peggiore non è tanto quello che si presenta come tale
ma quello che i padroni dell'economia ci mettono accanto perchè
lavori assieme a noi per il suo guadagno. Non è vero che poi
si finisca per essere tutti uguali. La storia soprascritta lo dimostra.
Si finisce per perdere tutto ciò che non è materiale.
Ci si riduce a numeri, a unità di produzione e consumo della
grande macchina e se ci si ribella ci si scopre in pochi. Deboli di
numero e sfiduciati. Pensate che a Torino o Milano o Genova sia possibile,
anche solo per ipotesi, una ribellione degli indigeni alla colonizzazione
meridionale? Ma quanti hanno almeno uno dei nonni indigeno? Tra qualche
decennio ormai gli europei nelle città saranno minoranza. E tanto
idioti, come i poveri hawaiani, da consolarsi dicendo che "comandiamo
ancora noi"! Finchè si risveglieranno un brutto giorno
e scopriranno che non contano più nulla. Datemi retta, non
fate i cretini, non cedete alle lusinghe! IL VERO NEMICO E' QUELLO
CHE TI SCONFIGGE COMINCIANDO A TOGLIERTI IL CONTROLLO SULL'ECONOMIA. La
divisione in classi è sempre stata all'origine della rovina dei
popoli. Nessuna difesa dell'identità è anche solo concepibile
senza includere una guerra a quel sistema economico che sancisce il
primato del profitto e dell'individuo contro l'interesse nazionale.
E che ci rimbambisce dicendoci che il mescolamento è bello e
ci fortifica e gli stranieri "purchè onesti" sono nostri
amici. Siate cattivi contro chi ci impone la bontà obbligatoria. Saturday,
July 04, 2009 From: GIUSEPPE DE SANTIS desantisg_2000-yahoo.com Il
genocidio silenzioso della popolazione indigena inglese Saturday,
July 04, 2009 From: carlaliberatore-libero.it Cronaca
di una città occupata
|
|
|
|
CRONACA
DA UNA CITTA’ OCCUPATA
|
|
TESTIMONIANZA
DELL’INFILTRATO SPECIALE
|
|
Quella che segue è la testimonianza un volontario
che ha prestato la sua opera presso alcune tendopoli di L’Aquila, questa
persona non vuole essere visibile per timore di perdere il “privilegio”
di servire il suo popolo attraverso l’associazione di cui fa parte. Attenzione
alle menzogne confutate con verità, e attenzione anche a non
enfatizzare troppo la verità delle cose. Riprendo tale testimonianza
così come mi è stata girata, aggiungendo che comunque
di sicuro in questi ultimi tempi a L’Aquila, visto pure l’avvicinarsi
del G8 - grande spettacolo di cui vedremo cosa ne rimarrà di
buono - si respira un’aria davvero molto pesante e famiglie intere che
vivono in campi diversi rischiano di non potersi incontrare finché
la passerella delle potenti prostitute della terra, non sarà
finita.
|
|
Scrive il volontario: La gente dell’Aquila nelle tendopoli
in particolar modo ma anche quella ospite negli alberghi di sicuro non
è né felice e né sorridente e tanto meno è
convinta che la ricostruzione sia davvero vicina. Nelle tendopoli si
vivono momenti di terrore fra molestie di ogni tipo, tentati o avvenuti
stupri, aggressioni e caste di malavitosi stranieri e nostrani che sono
state confinate in quelle che sono state poi definite le “Tendopoli
Ghetto”, una di queste ad esempio è Piazza d’Armi in cui sono
rimaste pochissime persone e tutte quanti appartenenti a categorie che
non si vogliono far sapere in giro. Inoltre negli alberghi vige lo
status di aquilani sfollati, secondo i quali: “è meglio starcene
zitti, sennò rischia che ci buttano fuori da qua e ci rimandano
nelle tendopoli”, ma la verità è che purtroppo in molti
alberghi vengono fatte discriminazioni più o meno pesanti fra
gli sfollati e i cosiddetti ospiti paganti. Si perché noi sfollati
siamo stati definiti ospiti non paganti da molti albergatori, i quali
hanno creduto opportuno potersi comportare come peggio si può. La
responsabilità di questo è di tutti, anche nostra, ossia
di noi sfollati che invece di denunciare gli accadimenti ci mettiamo
la coda fra le gambe e non diciamo niente per paura di chissà
cosa. Ciò dimostra come ancora è insita nelle nostre popolazioni
la mentalità mafiosa che si nutre delle paure di chi si trova
nelle situazioni di peggior disagio. Inutile stare a specificare quali
implicazioni hanno gli enti, la politica e la religione nel far sì
che la gente continui ad aver paura di essere, di denunciare e di parlare.
Del resto tali implicazioni, con relative motivazioni, sono fortunatamente
oramai sotto gli occhi di tutti, comprensibili a chiunque. G8 o non
G8, adesso è il momento di parlare e di farla finita di starcene
zitti a subire solo perché siamo ospiti, solo perché ci
danno da mangiare. E’ come se fossimo in balia di una tacita dipendenza
emotiva determinata prima dalla sopravvivenza e poi dalla volontà
di migliorare le nostre condizioni di vita. Intanto sbruffoni di potere
se ne vanno in giro a fare campagne elettorali alle nostre spalle, sulla
nostra pelle e le tanto declamate casette di legno, gli appartamenti
antisismici per l’inverno e i moduli prefabbricati tardano ad arrivare
ammesso che arrivino prima o poi. Al di là di ogni polemica,
per chiunque sia d’accordo o non lo sia, il fatto è che si qualcuno
mostra lustrini laddove invece c’è solitudine, disperazione e
desolazione. Noi aquilani rivogliamo la nostra città e non essere
messi in mostra come polli in batteria che aspettano il becchime quotidiano.
E quindi: “Giù le armi dalla città e dai cittadini”. Rivogliamo
la nostra città innanzitutto!!!!
|
|
|
|
TESTIMONIANZA
DI UN VOLONTARIO CHE HA PRESTATO SERVIZIO PRESSO ALCUNE TENDOPOLI DI
L’AQUILA:
|
|
Serata dei primi di maggio all'entrata del campo gestito dai Parà
della Folgore, pochi attendati più volontari, discorso generale
con un militare del suddetto corpo: "Cercate di non andare troppo
in giro la sera perchè c'è l'allerta no global, ci sono
state già avvisaglie del tipo furti di divise, atti di vandalismo,
e noi per il G8 possiamo difenderci come vogliamo, una specie di licenza
di uccidere: per difesa ma è così, e comunque eseguiamo
ordini dall'alto". Quasi una giustificazione. In effetti uno dei
crucci dei campi è proprio la scomparsa di divise. Sulle prime
l'attenzione era ricaduta su ladri d'arte che in una città come
L’Aquila hanno tutte le convenienze a appropriarsi di ogni tipo di beni
culturali, divise comprese? Invece ora si pensa ad uno stratagemma dei
NO GLOBAL per infiltrarsi tra la popolazione civile, il che autorizza
i militari ad abusare del privilegio sopraccitato. Nei campi la popolazione
è stremata anche per colpa dei volontari che sulle prime hanno
pensato ad offrire esageratamente il loro aiuto, creando un esagerato
senso di sicurezza-agiatezza, tipo "no faccio io, ma lascia stare
ci siamo noi". Ora che tutto questo è finito, ora che i
volontari sono meno numerosi e la popolazione deve iniziare a rimboccarsi
le maniche, iniziano le azioni incontrollabili. Un'altro errore fatto
dalle varie associazioni che gestiscono i campi è stato quello
di tenere quanto più possibile separate le etnie, creando divisioni
razziali all'interno, se avessero agito diversamente forse si sarebbero
avuti meno problemi. Mi spiego: la mescolanza etnica dall'inizio
avrebbe creato un tacito rispetto condominiale fatto anche solo di buongiorno
e buonasera ma era un modo per riconoscersi, un aquilano avrebbe avuto
la possibilità di scambiare due chiacchiere in più, avrebbe
potuto prendere tranquillamente un caffé nella tenda di un rumeno,
e viceversa, notando anche le differenze culturali che ci sono tra etnie
per comprendere meglio cosa fare e cosa non fare. Anche se devo ammettere
che questa cosa in qualche campo già avviene e cioè in
poche delle tendopoli aquilane sia le popolazioni del posto e sia quelle
straniere riescono a convivere pacificamente senza scontri né
conflitti. Ma purtroppo sono solo poche le situazioni come questa. Mi
giunge voce che per la durata del G8 i lavoratori assunti per rimettere
in sesto la guardia di finanza, verranno segregati all'interno, a ben
ragione dico io sono tutti extracomunitari e persone poco raccomandabili
della popolazione indigena, e nei migliori casi: persone che hanno perso
il lavoro in tarda età, licenziati prima e dopo il terremoto;
insomma tutta gente da non mostrare ad Obama e ai grandi della Terra,
a me sembra una pubblicità azzeccatissima per uno Stato fatto
di effimero e fiction, basato su quanto sono bello e bravo. Ma retoriche
politiche a parte, c’è chi afferma che la segregazione all’interno
della caserma della Finanza a L’Aquila sia parziale. Fatto è
che qualcuno si è già preparato la borsa per soggiornare
4 giorni presso la caserma di Coppito. Un altro cruccio degli aquilani
sono le spese folli affrontate per la messa in scena, perchè
di questo si tratta, mobilia lussuosa ed iper galattica che dopo il
G8 non si sa bene che fine farà, strade che si costruiscono in
mezza giornata, rotonde favolose fatte di giardini che invogliano i
botanici, o artistiche a più colori, ricami fatti con sampietrini
tanto cari a chi all'Aquila ci è nato e c’ha vissuto. Si parla
di milioni di euro. Ma il malessere cresce, le casette di legno tranne
nel caso di Onna comprate tra l'altro dalla Croce Rossa non si vedono,
gli attendati più fortunati le comprano da soli sperando nel
rimborso ma rassegnati al non averlo, la casetta di 30 metri quadri
allo stato grezzo costa una media di 5000 euro se poi la coibenti e
tutti sanno il freddo invernale all'Aquila arrivi anche a8/10 mila con
un buon impianto di riscaldamento 15/18 mila da pagare subito. Ora io
mi chiedo: se percepisco una pensione di 600 euro ci metto anche il
sussidio d'accompagnamento se sono fortunato ad avere un disabile da
accudire arrivo a1200, come la pago? A ben ragione sono incazzato
nero, tanto da voler rinchiudere i pezzi grossi nelle tendopoli, ma
a vita. Per non parlare del supporto psicologico, assente tranne in
casi estremi perché mi son sentito dire che gli sporadici psicologi
che girano per i campi sono psicologi per l'emergenza, ma i campi hanno
bisogno di psicologi fissi 24 ore al giorno, che riescano a sedare le
risse e le violenze che si verificano costantemente, compresi quei fenomeni
di bullismo adolescenziale presenti ovunque nei riguardi sia della figura
femminile sia della diversa etnia. Per quanto riguarda invece la
conduzione di alcuni campi, sono stato testimone di scene di subordinazione
totale da parte dei volontari e degli, per così dire, ospiti
delle tendopoli. Purtroppo si ravvisano situazioni in cui i Capi Campo
si comportano come Feudatari, tutto il resto è loro corte e pertanto
passibile delle misure di disciplina che intendono far rispettare come
nei casi di quei campi in cui un determinato Vice campo che chiamerò
‘Sig. Pancione’, per tutto il tempo che è stato in servizio come
volontario, si è sentito autorizzato a molestare a volte anche
pesantemente, tutte le più belle ragazze che dopo soli pochi
giorni iniziarono ad essere terrorizzate dalla sua presenza. Così
come quelle persone che non esprimono opinioni pubbliche davanti alle
telecamere e ai giornalisti in genere poiché essendo loro stesse
sfollate nelle tendopoli con pochissimi benefici umani a cui attingere,
si rifiutano di denunciare tutte angherie dirette e indirette che sono
costrette a sopportare per paura di chissà quale ritorsione.
Inoltre tanto per coronare il tutto, la città di L’Aquila è
diventata ormai una città militarizzata, per entrare nei campi
a visitare i propri cari e i propri amici bisogna esibire un documento,
l’accesso ai giornalisti viene sempre di più negato a meno che
non siano accreditati da qualche redazione istituzionale. Infine ci
sono aggressioni sessuali che vengono taciuti e volontarie traumatizzate,
ma di questo non si fa menzione, siamo tutti belli e bravi”. Carla
Liberatore Reporter Indipendente y Terremotata
|
|
<<Articoli
correlati>>
|
|
|
|
Il pozzo senza fondo di Giovanni Sartori
Corriere della Sera 15 giugno 2009 Per chi non lo sapesse,
il pozzo di San Patrizio è un pozzo senza fondo, e quindi
un pozzo che non si riempie mai. Finora risultava che la terra
fosse un pianeta tondo e racchiuso in se stesso. Ma per i «popolazionisti»
e per chi si occupa di migrazioni di massa è, si direbbe,
un pozzo di San Patrizio. Siamo più di 7 miliardi? Nessun
problema, il pozzo li ingurgita tutti. Sarebbe lo stesso se
fossimo 77 miliardi: provvederebbe sempre San Patrizio. Un
Santo del VI secolo che la Chiesa dovrebbe rivalutare. Ma procediamo
con ordine. Di recente Alberto Ronchey ricordava su queste
colonne che un secolo fa gli africani erano 170 milioni, mentre
oggi si ritiene che siano 930 milioni. La sola Nigeria potrebbe arrivare,
nel 2050, a 260 milioni di abitanti; e le Nazioni Unite stimano che
Paesi come l’Etiopia, il Congo e il Sudan, già stremati
da ricorrenti carestie, rischiano di raddoppiare, entro il 2050,
la loro popolazione. E mentre la popolazione cresce a dismisura,
le risorse alimentari del continente africano sono state malamente
dilapidate dall’erosione del suolo e dalla desertificazione. Questi
sono, all’ingrosso, i numeri della «pressione dell’Africa»
richiamata da Ronchey, che è la pressione a noi più
vicina e quindi più minacciosa. Una pressione che si ascrive
alla categoria degli «eco-profughi », e correlativamente
degli «eco-rifugiati». Che fare? Come accoglierli?
Finora si è parlato di diritto di asilo. Ora si comincia
a parlare di «profughi ambientali ». La prima categoria
è impropria e difficile da accertare, mentre la seconda
è davvero troppo larga, troppo onnicapiente: presuppone che il
mondo sia quel pozzo di San Patrizio che non è. Il diritto
di asilo è stato, nei millenni, una protezione, una immunità
religiosa dalla «vendetta del sangue » (i parenti di un
ucciso, o simili) per chi si rifugiava in un luogo sacro. Questo
asilo trova la sua massima espansione nell’Europa medievale, per
poi venir meno. E il punto è che l’asilo non è mai stato
riconosciuto come «diritto » di intere comunità e
tanto meno per motivi politici. Pertanto il diritto di asilo concepito
come titolo di entrata in un Paese per i rifugiati politici è
una recente invenzione. E andiamo ancora peggio con la nozione
di «vittime ecologiche». Questa categoria è davvero
smisurata e sconfitta dai numeri. Gli eco-profughi sono già centinaia
di milioni; e basterebbe che il dissesto del clima spostasse i
monsoni per ridurre alla fame mezzo miliardo di indiani. Il
rimedio certo non può essere di accogliere tutti e di un Occidente
che si prende carico dei diritti di asilo e dei profughi ambientali.
Per l’Africa un’idea sarebbe di «rinverdirla», di renderla
di nuovo fertile e vivibile. Un po’ tardi, visto che l’agricoltura è
già per metà perduta, che i laghi si prosciugano e che
la desertificazione è irreversibile. Per carità, l’Africa
va aiutata. Ma tutto è inutile se e finché non apriremo
gli occhi alla realtà, al fatto che l’Africa (e non soltanto
l’Africa) muore di sovrappopolazione, e che la crescita demografica
(ovunque avvenga) va risolutamente affrontata e fermata.
|
|
|
|
Immigrati e dilettanti allo sbaraglio
|
|
di Davide Giacalone Libero 7 Luglio 2009 Il
problema dell’immigrazione è serio, con pesanti risvolti umani
e d’ordine pubblico. Si deve stare attenti, pertanto, a non agire da
dilettanti allo sbaraglio, com’è accaduto ed accade. Il governo
ha proposto ed il Parlamento ha approvato un pacchetto sicurezza che,
fra le altre cose, introduce il reato di clandestinità. Qui abbiamo
commentato positivamente, pur mettendo in luce i limiti di questo strumento
penale. Il reato, però, ha un senso se è possibile essere
in regola, e da noi, invece, il rispetto della legge è acrobatico
e beffardo. Non a caso, del resto, uno dei padri della legge sull’immigrazione,
Fini, ne chiede la modifica. Legge che, così come la precedente,
la Napolitano-Turco, di diverso colore politico, contiene l’assurdo
che imprese e famiglie italiane dovrebbero assumere gente che non conoscono,
nel mentre ancora risiedono nel loro Paese d’origine. Carlo Giovanardi,
sottosegretario alla famiglia (ma a che serve?), segnala la contraddizione
fra l’introduzione del reato e l’avere tollerato il diffondersi di lavoratori
clandestini. E, fin qui, avrebbe fatto meglio a dirlo prima. Poi aggiunge:
l’attuale non è il governo della Lega. Significa che non si può
cedere a tutto quello che gli uomini di Bossi vogliono. Ma se si lascia
intendere che il “rigore” è leghista, ma dissennato, mentre l’“umanità”
è cattolica, ma sbracante, allora farebbero meglio, dopo aver
commesso un tale errore politico, a tornare a casa. Possibilmente silenti. Come
non basti, forse per dare maggior peso alla pertinenza “familiare”,
si parla di badanti, ovvero di lavoratrici irregolari cui si affidano
i vecchi. Sembriamo un Paese incapace d’affrontare l’emergenza bava,
senza disturbare figli e nipoti, figuriamoci se in grado di far funzionare
la produzione. Così andando si produce un frullato in cui lo
spacciatore si mescola al muratore, con la sicurezza che cacceremo il
secondo. Il tutto senza alcuna iniziativa che punti non solo a regolare
gli accessi, nella misura richiesta da mercato e famiglie, ma che promuova
anche la qualità degli immigrati, scegliendo i migliori. Ho
scritto a favore del reato di clandestinità, così come
anche delle segnalazioni da parte dei medici. Con altrettanta chiarezza
indico l’attuale spettacolo come sintomo d’incoscienza, frammista ad
incapacità.
|
|
|
|
Per una nuova sinistra di Davide Giacalone
Libero 19 Febbraio 2009 La sinistra ha un grande futuro, se
la pianta d’essere un avanzo del passato. Quando Veltroni fu portato
alla segreteria del partito democratico, scrissi che era l’ultimo comunista
incaricato di salvare il salvabile di una storia vergognosa. Missione
fallita, e, del resto, impossibile. Si è dimesso usando le parole
di un film di Moretti (molto bello). Solo che le pronunciava un prete,
davanti ad una torta. Quelle parole sono la cifra di una cultura, direi
dell’antropologia di una classe dirigente viziata ed impreparata, mantenuta
e non coltivata. Pensateci: continuano a ripetere di volere rappresentare
i lavoratori, ma loro non hanno lavorato un solo giorno della vita,
sono nati, cresciuti, pasciuti ed andati in pensione (perché
sono già pensionati) a spese degli altri. Nella storia del comunismo
italiano c’è anche la passione di tanta brava gente, di molti
che hanno veramente creduto fosse la formula del bene e del giusto,
del riscatto del lavoro, dell’aspirazionead un’internazionale di pace. Chi
li capeggiava era corrotto fino al midollo, e non solo perché
prendeva soldi frutto di tangenti (anche), ma perché sapeva quanto
questo fosse falso. La sinistra ha provato a traghettare quel “popolo”
in una terra nuova, dove il passato diveniva bello e rimpianto, mentre
il presente si legittima sperando di mandare in galera quelli dell’altro
fronte, accusandoli d’immoralità. Roba da psichiatria. Veltroni
ha colpe enormi, a cominciare dal giorno in cui accettò la falsa
elezione delle false primarie. Tutta roba qui scritta e prevista, per
tempo. Se i suoi oppositori e successori continueranno ad essere comunisti
(alla Bersani) o democristiani (alla Franceschini), Berlusconi non avrà
rivali in Parlamento, ma solo negli interessi costituiti. Se, invece,
guarderanno al patrimonio culturale e politico della sinistra democratica,
per ciò stesso anticomunista, allora vedremo nascere, finalmente,
una sinistra occidentale e di governo. Si chiuderà una piaga
aperta già con la Resistenza e dalla fine della guerra, con l’influenza
sovietica sulle cose di casa nostra. Quel che occorre loro, oggi,
non è il coraggio, perché sono al disfacimento. Basta
un pizzico d’orrore per se stessi, che era roba di Petrolini, quindi
fuori dal raggio culturale modello cineforum e figurine Panini.
|
|
|
|
Se scoppia la guerra tra Rep. e Pd di
Giampaolo Pansa - Il Riformista 9 dicembre 2008 Prima o poi,
anche Veltroni andrà a incatenarsi davanti a Repubblica, a Roma.
Visto il successo mediatico del lucchetto di Leonardo Domenici, sindaco
di Firenze, Veltroni farà come lui quando il giornale di Ezio
Mauro smetterà di sostenere il Pd con l’entusiasmo di oggi. A
quel punto Walter non potrà che lucchettarsi e protestare. Ma
credo che i suoi lamenti non serviranno a nulla. Schierarsi a favore
di un partito non è mai una buona scelta per un quotidiano generalista
come Repubblica. Il risultato è un prodotto monocorde, prevedibile,
noioso. Quand’anche si scoprisse che il vertice del Pd fa il narcotraffico,
i lettori sanno che il giornale non smetterebbe di appoggiarlo. Mentre
i fondisti alla Giannini e i rubrichisti come Messina, Longo, Serra
e Maltese seguiterebbero a cantare la gloria del partito di Super Walter
e a sparare contro il Caimano delle Libertà. Tuttavia questo
rapporto amoroso non è destinato a durare ancora per molto. L’editore
assiste sempre più perplesso al corso politico del proprio giornale.
"Repubblica" sta perdendo lettori in misura superiore agli
altri quotidiani del suo rango. E non è arbitrario pensare che
l’emorragia dipenda soprattutto dal pensiero unico di largo Fochetti. Tutti
gli editorialisti la vedono nello stesso modo e scrivono il medesimo
articolo. Le opinioni in contrasto con il coro non sono ammesse. Anche
il lettore più distratto sa in partenza che cosa leggerà
l’indomani. Un bel guaio in questi tempi di crisi, quando è facile
rinunciare all’acquisto di una testata che non ti dà nessun brivido. A
cominciare dal brivido dell’imprevisto. In più oggi "Repubblica"
rischia di perdere per strada i lettori di stretta osservanza diessina
e adesso democratica. La questione morale sta devastando il Pd. Molte
procure hanno aperto indagini su esponenti del partito di Veltroni.
Tutte queste inchieste generano verbali e intercettazioni, pane quotidiano
per i giornali. La direzione di "Repubblica" non rinuncerà
mai a pubblicare quanto hanno scoperto i suoi cronisti giudiziari, eccellenti
cani da tartufo. Gettando nello sconforto chi è sempre stato
convinto della superiorità etica della sinistra. Ma dallo sconforto
al rifiuto di leggere, il passo può essere breve. Sto descrivendo
uno scenario che in parte abbiamo già sotto gli occhi, grazie
alle catene del sindaco di Firenze. In questa vicenda folle, s’intravede
quanto avverrà. E che oggi possiamo definire la nemesi non
di un potere, ma di due poteri. Il primo è quello di un giornale
diventato l’alleato insostituibile di un partito. Per citare un esempio
solo, l’edizione toscana di Repubblica è sempre stata il sostegno
robusto dei Ds e oggi del Pd. Non era una scelta obbligata neppure in
una regione rossa. Ma così è avvenuto, e non solo per
volontà del responsabile dell’edizione, Pietro Jozzelli. Nessun
capo redattore può muoversi come si è mosso lui senza
il placet del direttore, ossia di Mauro. A Firenze questo ha reso
Repubblica un potere alla pari del sindaco Domenici e del governatore
toscano Claudio Martini. Dall’alleanza fra il giornale e la sinistra
locale è nato un asse informativo-politico che ha reso intoccabile
la giunta fiorentina. Ma dopo anni e anni di cordiale amicizia, nelle
ultime settimane questo blocco si è rotto su un terreno delicato
e scivoloso: l’inchiesta giudiziaria sugli affari edilizi del gruppo
Ligresti e sulle presunte connivenze di esponenti del Pd. Del resto,
che cosa poteva fare Repubblica? Lasciare che le carte e le intercettazioni
di quell’indagine finissero in bocca alla Nazione e all’edizione fiorentina
del Corriere della Sera? Il giornale di Mauro ha deciso di no. E per
la prima volta è entrato in conflitto con il Pd, il potere travolto
dall’inchiesta giudiziaria. Il partito di Veltroni si è visto
ripudiato di colpo da Repubblica. La crisi da abbandono ha trovato la
propria raffigurazione nel sindaco Domenici che s’incatena di fronte
al giornale traditore. E urla contro il palazzo dove si è stabilito
di lasciarlo alla mercè degli accusatori. Anzi che è diventato
uno dei suoi persecutori. Il risultato è uno scontro impari,
perché Repubblica, oggi, sembra pronta a sopportare anche cento
sindaci rossi in catene. Lo testimonia la replica secca del giornale
ai lamenti di Domenici. In poche righe, il palazzo di largo Fochetti
ha bollato come «una piccola oligarchia» i dirigenti del
Pd fiorentini coinvolti nell’inchiesta. E ha garantito ai lettori che
continuerà a scoprire gli altarini della sinistra a Firenze e
altrove. A questo punto gli sviluppi possibili sono due. Il potere
perdente, quello del Pd fiorentino e nazionale, potrebbe dichiarare
guerra al giornale di Mauro. Per esempio rivelando i retroscena della
lunga alleanza fra Repubblica e la sinistra, non solo a Firenze. Ma
è un’ipotesi irrealistica, viste le condizioni disastrose del
partito di Veltroni. La seconda ipotesi è che Repubblica, soprattutto
per volere dell’editore, dichiari sciolta un’alleanza che ormai può
recarle soltanto danno. Se questo accadrà, si riapriranno
molti giochi nella stampa italiana, un mondo in crisi per le arcinote
ragioni. Dunque, non resta che vedere come finirà.
|
|
|
|
Mafia genera Mafia di Danilo D'Antonio
Laboratorio Eudemonia 23 Gennaio 2009 Nel ringraziare di cuore
tutti coloro che sono impegnati nella lotta contro la Mafia per un impegno
di così gran peso e straordinaria importanza, mi permetto di
notare quanto grande, nella generazione del cruento fenomeno mafioso,
sia l'apporto dell'altra, certo più mite ma non per questo meno
malefica, Mafia di Stato. Esiste infatti una Mafia Privata ed una
Mafia Pubblica, l'una e l'altra generandosi e rafforzandosi a vicenda.
E per questo non possiamo credere sia possibile liberarci dalla Mafia
Privata, nè d'altronde ne avremmo diritto morale, senza aver
prima liberato il nostro Paese dalla più diffusa Mafia di Stato.
A questo proposito occorre riconoscere quale sia l'esatta origine di
quest'ultima: il fatto che i ruoli e poteri del Pubblico Impiego sono
assegnati a vita. Infatti, inevitabilmente, tra persone assunte a vita
all'interno di una organizzazione tendono facilmente a stabilirsi legami
distorti, nel migliore dei casi di tipo parentelare nel peggiore di
tipo mafioso. Di fatto, trascorsi un certo numero di anni, tra i pubblici
dipendenti a vita si stabiliscono rapporti che minano la democrazia
e realizzano invece una iniqua oligarchia. Proprio ciò che è
indispensabile terreno di coltura e sostegno del più truculento
e noto fenomeno mafioso. Tra l'altro le risorse della Pubblica Amministrazione,
ruoli, poteri e redditi, appartenendo esse all'intera comunità
per loro stessa origine e definizione di pubbliche attività,
non dovrebbero, non potrebbero essere assegnate a vita, poiché
in questo modo si rende di fatto la cosa pubblica di proprietà
esclusiva di una privilegiata minoranza della popolazione. Se vogliamo
vivere in una vera Res Publica occorre allora venga presto, effettivamente
e finalmente, reso pubblico il Pubblico Impiego, attuando una equa,
sana rotazione tra tutti coloro che volessero svolgerlo ed avessero
i requisiti necessari. In questo modo, scomparendo la Mafia di Stato
ed avendo noi realizzato una società più giusta e partecipativa,
anche l'altra grande Mafia Privata si spegnerà, non trovando
più i presupposti per perpetuarsi. Nell'interesse collettivo,
son dunque qui a chiedere che ognuno rivolga lo sguardo al rozzo, vecchio
ed iniquo ordinamento del Pubblico Impiego assegnato a vita, affinché
possa notarne le tristi, spesso tragiche conseguenze e rivolgere così
una parte del proprio impegno in favore di una fondamentale sua riforma:
http://Pubblica-Amministrazione-Democratica.hyperlinker.org
Senza questa riforma si potrà combattere, si potrà lottare,
si potrà morire, ottenendo pure qualche temporanea vittoria.
Ma non si potrà MAI definitivamente debellare nè l'una
nè l'altra Mafia. Danilo D'Antonio Laboratorio Eudemonia Piazza
del Municipio 64010 Rocca S. M. TE - Abruzzo tel. 339 5014947 tel. 328
0472332
|
|
|
|
I falsari della povertà di Vittorio
Macioce Il Giornale 16 ottobre 2008 Questa crisi non è
uno scherzo. Tocca l’economia vera, quella che quando sbanda licenzia.
Quella che ci rende tutti più poveri e insicuri. Ma non è
una sorpresa. Lo sapevamo. Lo stesso Berlusconi, in campagna elettorale,
aveva parlato di lacrime e sangue. Ecco, ci siamo. C’è davvero
da rimboccarsi le maniche. È necessario aprire una discussione,
politica, su come riscrivere il welfare. L’epoca del posto fisso è
tramontata. Può non piacere, ma è così. Forse questa
crisi serve a qualcosa. Ci mette di fronte a una realtà che
non possiamo più evitare: l’Italia è cambiata, serve una
nuova mappa per navigare verso il futuro. L’apocalisse può attendere. La
povertà non è spuntata all’improvviso. La depressione
di questi giorni, con il crollo della finanza globale e i vaghi segni
di respiro, è la spia luminosa che avverte: grave pericolo. È
il segnale che serve una svolta, bisogna ripensare tutto, scrivere qualcosa
di nuovo dopo che il Novecento, politico, culturale ed economico, è
crollato. La miseria italiana viene da lontano. È tanto che
i vecchi, spesso soli, si arrabattono con una pensione da fame. È
tanto che le imprese faticano, le tasse sono troppe, il debito ci strozza,
il futuro non arriva. È tanto che il lavoro emigra in terre dove
costa meno, Polonia, India o Romania. È tanto che vediamo nero. C’è
una generazione che si è ritrovata in faccia la precarietà,
e non era preparata. Ormai viaggia velocemente verso i quaranta. È
la prima generazione, racconterà la storia, più povera
rispetto ai padri. È un welfare state vecchio, disegnato per
un’altra era, che per proteggere tutti lascia nel fango, e un po’ più
giù, chi ne ha davvero bisogno. È vero, in Italia i poveri
stanno peggio rispetto alla Germania, la Svezia o l’Irlanda. È
per questo che c’è bisogno di riforme vere, profonde, dolorose.
Questo è un Paese che sopravvive e non ha il coraggio di cambiare.
Troppi feudi. C’è una cultura politica e sindacale che legge
in ogni mutamento un attentato, un tradimento. Difende il passato e
uccide il futuro. Quando la Caritas fa i suoi numeri nasconde un
po’ tutto questo. Il rapporto, scritto dalla Fondazione Zancan, dice:
ci sono 7,5 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà.
Hanno un reddito più basso dei 970,34 euro mensili che segna
la fame senza speranza. Altri sette milioni e mezzo stanno appena più
su, un passo misero oltre il confine. Roba di 50-100 euro, basta una
multa, una spesa improvvisa, un piccolo colpo di malasorte e non ce
la fai più. È l’Italia che non vede la quarta settimana.
Quando va bene. Per più di qualcuno neppure la prima. La povertà
esiste e chiudere gli occhi non serve. Quello che a livello politico
passa dei dati Caritas è, però, altro. I poveri, si legge
in sottofondo, sono raddoppiati in un solo anno. È bastata una
stagione, un lento inverno e un naufragio autunnale. È bastato
un nome, un governo. E la povertà diventa l’ultima apocalisse.
Veltroni, con la sua opposizione sdentata, su questi dati prova a giocarsi
le sue carte: «Già oggi nelle famiglie italiane c’è
una riduzione dei consumi, le piccole e medie imprese sono in difficoltà.
Questa si chiama recessione, la bestia più brutta per un Paese.
Bisogna aiutare la ripresa, non solo le banche». Tutto vero. Ma
è vero anche che i dati Istat, su cui nasce la ricerca, sono
del 2006. La povertà non l’ha inventata Berlusconi. C’era prima.
E forse è perfino un po’ irritante ricordarsi adesso che in Italia
esistono le piccole e medie imprese. Non solo le banche. Veltroni ogni
tanto scopre l’America, questa volta tocca a Steinbeck, Dos Passos,
Farrell, Algren. Benvenuto. Che si fa? Tutti in piazza e scioperi a
raffica? Meraviglioso. Si danza sulle macerie. Nessuno stupore: l’opposizione
dovrebbe fare il suo mestiere. Quello che preoccupa è questa
vocazione all’apocalisse. L’Italia è spacciata, nera, fosca,
buia, senza redenzione. L’Italia di Berlusconi non può che essere
razzista, fascista, superficiale, povera, di malaffare, violenta. L’Italia
di Berlusconi deve incarnare tutti i mali del mondo. Non si evoca direttamente
l’apocalisse, ma si spera che arrivi. Si prega un qualche Dio che maledica
l’ultimo peccato degli italiani: aver votato in maggioranza dalla parte
sbagliata. È la logica del tanto peggio, tanto meglio.
|
|
|
|
La paura di Davide Giacalone 30 Sttembre
2008 Li chiamano xenofobi, e quelli prendono i voti dei turchi
e degli slavi. Li chiamano nostalgici e reazionari, e quelli prendono
i voti dei giovani, razziando fra i sedicenni per la prima volta chiamati
alle urne. Può darsi che a molti non freghi niente di quel che
è successo in Austria, ma è solo una variante di un più
generale problema democratico, che coinvolge anche noi. Per raccontare
il contorcimento di budella, in questa parte, occidentale e ricca, del
mondo, si usano categorie del secolo scorso, come “destra estrema” o
“sinistra radicale”. Per capire il disagio economico ci attacchiamo
al concetto di “potere d’acquisto”, descrivendo consumatori sempre più
poveri. Invece il mondo, negli ultimi dieci anni, è diventato
più ricco e si è sviluppato globalmente, come mai nel
passato. Certo, come capita agli adolescenti, ora si ritrova con brufoloni
sulla faccia, una peluria oscena alle mandibole, od un seno troppo grosso
su un corpo di bambina. Ma è cresciuto. Dovremo affrontare mille
guai, perché da noi il mercato s’è sviluppato quale annesso
della libertà, in Cina, per esempio, sarà la ricchezza
diffusa a dover far saltare la dittatura. Il guaio grosso, però,
rischiamo d’averlo in casa, con elettori che votano le estreme non per
protesta, ma per paura. I turchi si sono fatti un mazzo tanto, in Austria
od in Germania, per ottenere diritto di cittadinanza. Ora non tollerano
i clandestini e gli irregolari, cui imputano la minaccia al loro sogno
conquistato. La classe media, che è classe generale, è
cresciuta nel benessere, anche al di sopra delle proprie possibilità.
Ora imputa alla globalizzazione od all’Europa il rischio di dovere rifare
i conti. Il voto guidato dalla paura non deve intimorire, anzi, aiuta.
E’ destinato a gruppi che deluderanno i loro odierni sostenitori. A
me preoccupa il vuoto mentale di molte classi dirigenti, oramai incapaci
di ripensare e riproiettare il futuro. La finanza che è saltata
per aria aveva un orizzonte speculativo, a breve, senza progetto. Molta
politica le somiglia. La democrazia è un metodo, come il capitalismo,
ha poi bisogno di protagonisti. Se mancano idee e uomini guida, prevale
l’egoismo del farsi i fatti propri, e nasce la paura che non sia più
possibile. La politica serve, è indispensabile, ma se ha la P
maiuscola.
|
|
|
|
Quei giovani arrabbiati destinati alla ribellione di
Gad Lerner La Repubblica - 26 settembre 2008 From: Luigi Sent: Sunday,
September 28, 2008 11:56 AM Articolo, questo seguente, ottimo
per la lucidità con cui esamina il disagio e l'alienazione dei
figli degli stranieri.La loro rabbia e la loro pericolosità sociale
dovuta al fatto di non sentirsi ne italiani ne africani e identificarsi
con lo stile di vita consumistico dei loro coetanei occidentali.Mentre
i loro genitori accettavano il ruolo di servi imposto dal capitalismo
in cambio del diritto a emigrare i figli si sentiranno discriminati
in quanto stranieri alla patria di adozione e a se stessi e inoltre
sfruttati in quanto appartenenti alle classi economicamente povere.
Ottima analisi da parte di chi si è sempre schierato a favore
della società multirazziale in nome di un buonismo genocida che
non ha mai detto niente nei confronti delle stragi compiute dal Sistema
democratico-capitalista oggi dominante. Scrive Lerner: La seconda
generazione è per sua natura destinata alla rivolta: lo insegna
ormai da un secolo la sociologia dell´immigrazione, e non è
certo difficile intuire il perché. I figli degli affamati
giunti da lontano in cerca di un lavoro purchessia, non provano la medesima
rassegnazione dei genitori. Percepiscono semmai la falsità di
una cittadinanza formale concessa loro dal paese in cui sono nati senza
riuscire a sentirsi veramente a casa propria. Invece di stupirci per
la scoperta di una "rabbia nera" che per la prima volta -
da Castelvolturno al centro di Milano - si manifesta con intemperanza
contro gli "italiani bastardi", dovremmo rammaricarci di non
averne colto per tempo le avvisaglie. Lo scatenarsi delle pandillas,
le bande giovanili latino-americane, a Genova nel 2004. La rivolta della
Chinatown milanese, con tanto di bandiere rosse, nell'aprile 2007. La
pacifica disobbedienza civile dei beurs, i giovani maghrebini laici
che a Treviso inscenano da mesi improvvise adunate di "preghiera
proibita" per protestare contro il generalizzato boicottaggio leghista
del culto islamico. Le (per ora) timide manifestazioni dei rom e dei
sinti oggetto di sgomberi e taglio di luce e acqua nelle baraccopoli
di Roma. I blacks italo-africani sono dunque solo gli ultimi a organizzarsi,
forse perché più deboli degli altri, ma il conflitto etnico
fa già parte del nostro panorama metropolitano. Inesorabili presagi
di una guerra favorita dall´assenza di sensibilità condivisa:
solo di rado i loro morti ottengono la visibilità tributata agli
italiani assassinati da stranieri. Tanto meno la cronaca registra gli
innumerevoli episodi quotidiani di umiliazione della loro dignità.
Anche perché nel nostro paese gli immigrati, nonostante molti
di loro abbiano già conseguito con fatica la cittadinanza italiana,
restano quasi del tutto privi della rappresentanza politica di cui già
godono nelle altre democrazie europee. Purtroppo parlando di seconda
generazione ci soffermiamo soprattutto sulle nude cifre - i giovani
di origine straniera erano circa 400 mila nel 2003, si calcola che saranno
un milione nel 2015 - ma fatichiamo a inquadrarne la condizione esistenziale.
Ragazzi i cui genitori hanno pochissimo tempo da dedicare alla loro
educazione. Famiglie spesso ancora separate, con madri e padri impreparati
a seguire il percorso scolastico dei figli, quasi sempre prive di quel
sostegno di accudimento fondamentale rappresentato dai nonni. Giovani
smarriti, dunque, come ci ricorda il più autorevole studioso
italiano della seconda generazione, Maurizio Ambrosini. Eppure si tratta
di ragazzi bene o male inseriti in una società che fornisce loro
un reddito sufficiente alla sopravvivenza, e che condividono le mode,
i miti consumistici, le aspirazioni dei loro coetanei. Qui scatta
la maledizione di un sistema bloccato che penalizza qualsivoglia aspettativa
di ascesa sociale. I figli degli immigrati sono italiani che dunque
tenderanno a rifiutare i lavori tipici degli immigrati. Non vorranno
fare la vita dei loro genitori, anche perché ce l'hanno sotto
gli occhi. Entrano nel mondo del lavoro con standard occidentali, del
tutto ignari delle condizioni di vita nei loro paesi d'origine. Se la
prima generazione immigrata era disposta a sopportare enormi sacrifici
pur di realizzare un progetto di sistemazione a lungo termine, i giovani
nati in Italia (o approdati nella prima infanzia) sono titolari di ben
altre aspettative. E se l'alternativa proposta loro fosse solo quella
fra condizioni di lavoro degradanti e una vita di espedienti, siano
pure illegali, potrà apparire loro conveniente anche il reclutamento
o l'auto-organizzazione criminale. Tutto, pur di non fare la fine dei
loro padri sfruttati nel lavoro nero o delle loro madri badanti. È
in questo retroterra che si diffonde il pericoloso stato d'animo degli
stranieri in patria, intenzionati a sfuggire l'antica condizione dei
meteci relegati alle necessità produttive ma privi di cittadinanza
reale. Senza che possa essere presa in considerazione neppure l´ipotesi
di un ritorno al paese da cui partirono i genitori, entità mitica
che gli appartiene solo nella fantasia, oggetto di quella nuova forma
di nostalgia che le diaspore esasperano nella relazione con luoghi sconosciuti,
irrecuperabili. La seconda generazione è italiana, dunque
non estradabile. La tunica di raso marrone indossata dal padre di
Abdoul Salam Guiebre alla cerimonia funebre di Cernusco sul Naviglio,
preannunciava ben di più che un richiamo folklorico. Perché
quella salma di un giovane cittadino italiano stava per essere imbarcata
su un aereo, destinata a una sepoltura nel Burkina Faso, lontano migliaia
di chilometri dal luogo in cui aveva vissuto. Segno di rottura con un
paese rivelatosi d´improvviso atrocemente inospitale. In Africa,
la seconda generazione può ritornarci da morta, mentre i fratelli
di Abdoul soffriranno d'ora in poi una cittadinanza dimezzata. Coltiveranno
probabilmente un'africanità che le circostanze paiono contrapporre
all'italianità, spezzando il percorso dell'integrazione cui pure
avevano lavorato gli insegnanti, gli amici, i vicini di casa, i datori
di lavoro. Il recupero di un'identità alternativa, anche se spesso
deformata e posticcia, pare l'esito inevitabile di questa disgregazione
sociale. Tipico è il caso di Meryem Fourdaus, la fantasiosa
marocchina ventunenne di Treviso che ha dato vita al movimento "Seconda
generazione". Giunta in Italia all'età di 10 anni, il padre
operaio in cassa integrazione, la madre addetta alle pulizie in un ospedale,
Meryem frequenta all'università di Padova un corso di Economia
Internazionale e intanto fa la commessa part time. Non porta il velo
islamico, si dichiara non praticante. Ma ciò non le ha impedito
di organizzare per dieci settimane in un parcheggio della sua città
la sorpresa della "preghiera segreta". Paradossalmente, la
sua storia dimostra come possa essere l´ottusità leghista,
il divieto di moschea, la causa di un riavvicinamento forzato alla religione
di giovani che se n'erano allontanati. La deriva di una guerra annunciata,
il diffondersi sul nostro territorio di un conflitto etnico a cui si
sentono richiamati molti cittadini italiani immigrati di seconda generazione,
procede dunque come la più classica delle profezie di sventura
che si autoavverano. A renderlo probabile, e ancor più pericoloso,
è un'altra caratteristica del nostro sistema: gli immigrati da
noi sono totalmente privi di rappresentanza politica. Col bel risultato
che gli unici portavoce disponibili sul territorio e nel teatro mediatico
sono dei capi comunità, per loro natura separatisti, spesso legittimati
solo da una pseudo-autorità religiosa integralista. Non esistono
oggi leader democratici dell'immigrazione perché, salvo eccezioni
irrilevanti, i partiti politici italiani finora li hanno esclusi. Un
deficit di rappresentanza che la seconda generazione rischia di colmare
ben presto affidandosi a capiclan e militanti radicali, scavando ulteriormente
il fossato della mancata integrazione.
|
|
|
|
Veltrunni alla riscossa: voto a rom & extracomunitari in cerca
di voti rom Bagnasco e i clandestini Davide
Giacalone www.davidegiacalone.it
Tuesday, September 23, 2008 Il cardinale Bagnasco non ha ricordato
che, secondo la dottrina cristiana (ed anche secondo il buon senso),
siamo tutti fratelli, ha detto una cosa più precisa e significativa:
sono nostri fratelli anche gli immigrati clandestinamente, che si trovano
da irregolari nel nostro Paese. Dal punto di vista religioso, dunque,
non ha fatto che ribadire l’ovvio, ma dal punto di vista politico l’affermazione
è dirompente. E se metto in evidenza la politicità di
quelle parole non è certo per criticarne l’“ingerenza”, come
conformisticamente e ripetitivamente fanno molti laici, giacché,
da laico, non ho alcun problema a contestare le tesi delle gerarchie,
ma neanche a convenire. Un Paese non può accettare che sul
proprio territorio vi siano presenze irregolari, ma non può pensare
di definire irregolari le presenze nelle proprie famiglie. Quando
questo capita, ed a noi capita, vuol dire che l’errore sta nel modo
in cui si è regolata e controllata la faccenda. Quando capita
che dei malavitosi italiani facciano strage di un gruppo d’immigrati,
neri, può essere vero, ed anche probabile, che si tratti di uno
scontro fra gruppi criminali, ma se non possono essere tollerate le
reazioni del giorno dopo, da parte della comunità immigrata,
neanche si può pensare che la causa del crimine sia la loro presenza.
No, la causa è la perdita di sovranità a favore della
camorra, che ha indebolito lo Stato, quando, in quelle zone, non lo
ha annientato. Quando due italiani ammazzano un nero, a Milano, può
ben darsi che si tratti di un omicidio “normale”, senza alcuno sfondo
razzista, ma come tale merita d’essere comunque punito con pene severe,
senza cercare attenuanti nel disagio che quelle presenze straniere provocano,
e senza consentire ai connazionali del defunto di manifestare contro
gli “italiani”. Ecco, di fronte a questi ed altri problemi, più
volte la politica è scappata, ed è questa fuga a far prosperare
l’equivoco. Un esempio: è in alcune zone del nord che maggiormente
c’è bisogno di manodopera a basso costo, d’immigrati, ma è
nelle stesse zone che si raccolgono i consensi contro l’immigrazione.
Rispetto a questo rimpiattarsi dietro frasi di comodo, almeno Bagnasco
ha avuto il coraggio di schierare la chiesa. Noto che i quotidiani più
vicini al centro destra, quindi quelli che, nella vulgata semplicistica,
dovrebbero essere anche più corrivi ai messaggi della conferenza
episcopale, relegano la notizia nelle pagine interne e ne occultano
la parte relativa agli immigrati. Segno che il cardinale ha messo il
piede su un nervo scoperto.
|
|
|
|
Union del Popolo Veneto Circolo di propulsione politica Siamo
sempre più travolti da una immigrazione massiccia che avviene
con lo sbarco di persone, operato con prepotenza ed illegalmente sul
nostro territorio. Si sostiene che questi stranieri, come mettono
piede sul territorio italiano, maturano subito una serie di diritti,
e che non si possono rispedire a casa. Questa tesi sembra fatta propria
da vari governi che nei loro rapporti con i cittadini italiani lasciano
capire che quest’invasione sia ineluttabile e non affrontabile. Su tutta
questa situazione volteggia un fatto strano nonché la sopravvenienza
di intolleranze sempre più forti e determinate da parte dei cittadini
italiani nei confronti di questi stranieri presenti illegalmente sul
territorio nazionale. In fatto strano è che queste barche di
disperati si dirigono maggiormente verso l’Italia, e non verso Malta
o verso la Spagna, molto più vicine all’Africa rispetto all’Italia.
Perché? E’ presto detto. Malta e Spagna - a quanto si legge
- reagiscono molto più duramente a queste invasioni. La Spagna
è addirittura giunta all’estremo di ordinare ai controllori delle
sue frontiere di sparare contro coloro che con la forza pretendevano
di saltare la barriera di confine e di entrare così abusivamente
in territorio spagnolo. L’altro aspetto, quella dell’intolleranza dei
cittadini italiani sempre più vivace nei confronti di questi
stranieri illegalmente presenti in Italia, lascia trasparire che gli
italiani non ne possono più di vedere occupate le loro città
ed i loro paesi da masse sempre più imponenti di questi abusivi. A
Napoli, proprio in questi giorni, si è già sfiorata la
rivolta dei cittadini, più volte, quando la P.A. manifestò
l’intenzione di creare un centro di raccolta di questi immigrati illegali
in un quartiere della città. D’altra parte non è possibile
che l’Italia possa di fatto divenire il luogo di raccolta di tutte le
masse di diseredati dell’Africa e dell’Asia, perché proprio fisicamente
non potrebbe farcela. Già oggi il rapporto tra territorio usufruibile
ed abitanti per Kmq. è al di là di un corretto valore
di sopportazione. E a fronte di tutto questo dramma il governo Berlusconi
sembra proprio non fare nulla. Manifesta stupore, dichiara d’essere
inerme a fronte di quest’invasione, blatera di una autostrada da costruire
in Libia (dalla Tunisia all’Egitto) a spese degli italiani, al fine
di ottenere dal leader libico il blocco dell’imbarco di tutti questi
disperati. E nulla dice di questa possibilità oramai ben chiara
a chi vuole leggere le vicende con obiettività, che potremmo
essere alla vigilia di una guerra tra disperati: tra gli italiani oramai
ridotti alla povertà, e tutti questi abusivi occupanti di terreno
e di case italiane. Tanto che sorge spontanea la domanda: ma questo
signor Berlusconi che certamente è ed è stato un ottimo
imprenditore, è riuscito oppure no a divenire anche un bravo
statista? L’impressione che purtroppo si deve trarre leggendo tutta
questa vicenda, è quella che il signor Berlusconi sia un bravo
affabulatore, un bravissimo imprenditore, un abile intrattenitore di
personaggi e tante altre belle cose, ma certamente non uno statista.
L’ultimo statista degno di questo nome è stato il signor Bettino
Craxi. La personalissima interpretazione, che - per carità
- potrebbe essere errata è che poi sia sopraggiunto il buio.
A questo punto domandiamoci anche quanto può valere in credibilità
quanto il governo dice ai cittadini, e cioè che poco può
fare contro questa immigrazione selvaggia, perché le normative
in essere impediscono persino di rispedire al paesello natio, in massa,
tutti questi immigrati abusivi. La giustificazione non ha fondamento
giuridico. Quando l’uomo decise di eliminare la modalità di
vivere in solitudine ed accettò di fare patti con altri uomini
per socializzare tra loro e per vivere in comunità, pose in essere
in sostanza un cosiddetto “contratto sociale”. Una delle regole base
di questi “patti sociali” è quella che la mia casa è inviolabile,
che nessuno ha il diritto di entrarvi se non ne ottiene preventivamente
il mio permesso. Se nonostante il mio divieto “quel signore” forza le
cose ed entra in casa mia, io ho il pieno diritto di ributtarlo fuori,
in alcuni casi anche con l’uso di armi. Il principio viene da sempre
riassunto nella massima: “vis vim repellere licet”. Principio che nessuna
legge, nessuno statuto, nessuna costituzione statale può abolire,
perché se lo facesse violerebbe e renderebbe nullo il predetto
basilare patto sociale. Con le conseguenze che sono evidenti a tutti. Questo
principio valido nei rapporti civili, è altrettanto valido in
sede di leggi internazionali. Perché allora l’attuale governo
ci propina quelle sue tesi e nulla fa? Richiamiamo a questo punto
alcuni principi basilari fissati nelle leggi vigenti. Nella Legge 25
ottobre 1977, n. 881, “diritti dell’uomo e delle genti”, nella parte
prima art. 1 si afferma: “tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione.
Il virtù di questo diritto essi decidono liberamente del loro
statuto politico, e perseguono liberamente il loro sviluppo economico,
sociale e culturale… in nessun caso un popolo può esser privato
dei propri mezzi di sussistenza.” All’art. 12 si afferma: “ogni individuo
che si trovi legalmente nel territorio di uno Stato ha diritto alla
libertà di movimento e alla libertà di scelta della residenza
in quel territorio. ”NOTA BENE - Non chi è presente illegalmente.
Nel successivo art. 13 si dispone che: “uno straniero che si trovi
legalmente nel territorio di uno Stato parte del presente patto, non
può essere espulso se non in base ad una decisione presa in conformità
della legge…” All’art. 47 si stabilisce: “nessuna disposizione del presente
patto può essere interpretata in senso lesivo del diritto inerente
a tutti i popoli di godere e di disporre pienamente e liberamente delle
loro ricchezze e risorse naturali.” Fondamentale poi è l’Art.
4 del DPR 14 aprile 1982, n. 217 “diritti dell’uomo e delle genti”,
che afferma: “le espulsioni collettive di stranieri sono proibite.” Il
governo si richiama a questa norma, che peraltro deve essere applicata
solo verso chi da qualche tempo è presente sul territorio italiano.
Norma, invece, che non va applicata in caso di sbarchi o di entrate
clandestine ed illegali di gruppi di stranieri, gruppi che quindi possono
in massa essere immediatamente espulsi Presidente, usi le leggi e
faccia respingere tutti gli invasori ILLEGITTIMI da Marina, Esercito
e forze di polizia. Per quanto concerne la Romania (che ci ha mandato
persone davvero gradite, ma anche con loro commisti gli zingari) applichi
il Trattato di Schengen e blocchi le frontiere con la Romania per i
due anni di rito. Nel contempo, come le leggi internazionali consentono,
chieda all’ONU e all’UE la modifica delle attuali normative così
da aver modo di dare accoglienza ai Romeni e di respingere gli zingari
privi di lavoro stabile, di abitazione e mezzi certi di sostentamento. Quanto
all’autostrada pretesa da Gheddafi noi veneti le chiediamo di NON concederla,
e se del caso rifiutiamo sin d’ora di partecipare a quella spesa. Se
accetterà il nostro parere destini quei soldi agli italiani più
bisognosi. Diffidi, invece, il signor Gheddafi a risarcire alle migliaia
di italiani che lui dalla sera alla mattina, nel 1972, cacciò
dalla Libia a risarcire gli stessi ogni danno. Se queste soluzioni non
sono gradite, in via alternativa può: destinare l’isola dell’Asinara
a CPT di tutte le persone che entrano o che sono già entrate
illegalmente in Italia. Oppure si renda promotore presso l’UE di
una iniziativa tesa a chiedere all’Egitto una adeguata porzione di territorio
ove costruire un ospedale e le piccole infrastrutture necessarie, con
regime di extraterritorialità ed ivi far confluire poi tutte
le persone illegalmente entrate in Italia e nell’UE. Comunque, signor
Presidente, una decisione deve prenderla se vuole salvare l’Italia.
lunedì 4 agosto 2008 Il Presidente Avv. Mario Rigori
|
|
|
|
UNA CULTURA AL BIVIO “Lo stato assente”, titola il Corriere. “Italiani
antirazzisti”, giudica un ministro spagnolo. “Il nuovo premier vada
dallo psicologo”, dice un altro politico spagnolo “Alitalia aspetta
la cordata italiana”, dice qualche politico. Ma qualche europeo viaggiatore
sa che, per far funzionare Alitalia, ci vorrebbe una struttura straniera
(cioè che sappia gestire correttamente), non certo il tipo di
gestione finora prevalso (non competitivo e legato a lottizzazioni,
io credo). “La sicurezza sarà migliorata”, promette un politico.
Un europeo di buonsenso invece direbbe: “Come garantire la sicurezza,
quando la Giustizia è in crisi da un decennio? Perché
non si provvede prima a mettere in funzione la Giustizia?“. Da notare
che la Giustizia francese, il cui codice deriva da quello napoleonico
come il nostro, funziona bene. E se consultassimo i Francesi, per vedere
come essi fanno? I motivi di tante emergenze, di tanti rinvii alle calende
greche, di tanti litigi politici, di gestione africane della mondezza,
di tanti apprezzamenti negativi da parte di europei, sono sempre gli
stessi! Il problema sociale italiano è gigantesco. Il non averlo
capito negli ultimi 20 anni (e non aver quindi adottato le contromisure
necessarie) ha portato tanti nodi, tutti insieme, al pettine italiano.
Sbrogliare tanti nodi, è possibile? In principio lo è,
ma ad una condizione: ascoltando anche testimonianze di chi vive in
Paesi avanzati…! Il sistema Italia, la cultura e i rapporti sociali
italiani, sono ad un bivio. La mentalità italiana, il modo di
ragionare nella vita sociale, l’assenza di capacità gestionali
adeguate alle necessità pubbliche, l’assenza di valori positivi,
portano il sistema Italia, obtorto collo, a dover ora scegliere, fra
queste opzioni: a) il risveglio di un popolo di dormienti che decida
di aprirsi al progresso, alla vita ed alle future fortune europee. Partendo
da riflessioni sociali adeguate..! b) oppure il fallimento del Paese
continuerebbe.
|
|
Luigi Barzini scrisse nel ’65, “Gli Italiani”. In esso egli descrisse
non solo i motivi storici delle difficoltà sociali, ma anche
i segni esteriori di tali difficoltà e incapacità. Due
citazioni da tale libro:
|
|
“E’ sempre apparso agli italiani che il loro Paese era la disgraziata
vittima di un circolo vizioso: il carattere nazionale fatalmente generava
tirannie; le tirannie (si riferisce ai secoli passati) rafforzavano
e esasperavano i difetti del carattere nazionale e invitabilmente portavano
il Paese a nuove avventure. Per salvare l’Italia dal suo destino luttuoso
occorreva spezzare il circolo vizioso...”. “Tutto, in verità,
veniva fatto non solo per il suo valore in sé, ma principalmente
per l’effetto che avrebbe prodotto. Per due secoli o più uomini
di genio in numero incredibile, dedicarono i loro talenti al convincimento
nazionale che lo spettacolo è, faute de mieux, un ottimo surrogato
della realtà. Che forma e sostanza fossero la stessa cosa.
Colmarono il mondo di capolavori per trovare un compenso alla mancanza
di sicurezza, al vuoto, al disordine, all’impotenza e alla disperazione
della loro vita nazionale, per dimenticare l’uminiazione e la vergogna,
per dimenticare la loro colpa collettiva”. Il mio commento: molto
bel detto ! Le caratteristiche negative del DNA sociale (un modo
di lavorare ed una struttura sociale affatto europei) hanno prodotto,
sia negli ultimi decenni che nei secoli precedenti, sopraffazioni. Ingiustizie,
fallimenti, perdite di opportunità. Tali rovinosi risultati sono
sempre stati, nel passato, tollerati da un popolo abuso alla sopraffazione,
ai sacrifici senza motivi. In quanto in passato c’erano le frontiere,
non bisognava confrontarsi con popoli maturi. I risultati italiani negativi
sono stati sempre tollerati, perché il sistema Italia ha sempre
sopportato e vissuto con una cultura levantina. Ora però siamo
entrati da anni nel mercato globale e nella U.E. A causa di ciò
dobbiamo confrontarci tutti i giorni colle capacità, coi risultati
di tanti Paesi (molti dei quali sanno essere seri ed efficienti, per
avere risultati). Non possiamo continuare a sopportare le conseguenze
delle incapacità sociali; e considerarci, nonostante ciò,
una società ed una civiltà europea. Eccoci allora ad affrontare
la realtà. Suggerirei questo metodo, che è poi europeo:
- si fa la lista delle cause delle proprie incapacità sociali.
Si lavora seriamente per eliminarle, aiutandosi con consigli e professionalità
europee. Si potrà allora gestire un Paese, divenire una vera
democrazia, inventando gli strumenti necessari; fra cui il primo è:
INSEGNARE, EDUCARE, FORMARE! Con particolare attenzione al sociale.... -
se si vuole generare occupazione e sviluppo economico, diviene urgente
liberarsi di certe abitudini sottosviluppate, generatrici di emergenze.
Finora gli Italiani hanno vissuto, mi sembra, nella fatua illusione
di essere un Paese socialmente capace, non troppo corrotto, idoneo a
realizzare gli obiettivi nazionali (non quelli dei diversi clans), i
quali sono talora predicati da gente incapace, i nostri politici. Continuando
con tale illusione, si fallisce tutto, perché non si potrà
progredire. Se l’attuale modello del sistema Italia sarà conservato,
per mancanza delle volontà, delle capacità e determinazione
necessarie alla catarsi urgente, allora i migliori se ne andranno, come
adesso. I peggiori resteranno, per vivere la povera vita di un popolo
distrutto e vinto da una mentalità sottosviluppata, da una rassegnazione
a non cambiare. Rinnovarsi? E’ possibile. Una possibile decisione di
rinnovare la società in senso europeo comporterebbe una seria
scelta dei modi (ma anche delle persone coinvolte) per una campagna
di promozione delle efficienze e dei comportamenti europei. Un programma
appropriato di rinnovamento che è accennato nel testo “Divenire
Paese avanzato”. Dettagli possono essere richiesti. Davanti a voi due
strade: vi fidate dei politici; la destinazione finale del sistema Italia
sarà il terzo mondo.
|
|
|
|
VIA I POLITICI FANNULLONI
|
|
di Mario Caligiuri IL RESTO DEL CARLINO - LA NAZIONE - IL GIORNO LUNEDÌ 4 AGOSTO 2008 PRIMO PIANO PAGINA 11
|
|
L’ITALIA è davvero uno straordinario Paese. Da noi anche la
politica virtuale riesce a produrre effetti, se è accompagnata
da qualche provvedimento mirato. A quanto pare, gli annunci del ministro
Brunetta stanno dando risultati sorprendenti. Da Aosta ad Agrigento
centinaia di dipendenti pubblici vengono individuati e gli arresti e
le denunce fioccano come se piovesse. Con l’aggiunta di qualche licenziamento:
provvedimento inaudito fino a qualche tempo fa. Forse in tutti questi
anni i sindacati avranno tirato troppo la corda? Forse perché,
magari vedendo alberghi e spiagge molto meno affollati del solito, c’è
un sussulto di timore, e quindi di responsabilità, da parte della
società italiana? E’ presto per dirlo, ma occorre sperare in
qualche tenue inversione di tendenza. NATURALMENTE, nessuno pensa
che, dopo decenni di inettitudine, la nostra pubblica amministrazione
si possa magicamente trasformare in quella svizzera. Ma come si vede,
Pietro Ichino aveva ragione da vendere. Due anni, il libro «I
fannulloni» - che oggi è un termine entrato di prepotenza
nel vocabolario della lingua italiana per indicare i dipendenti pubblici
scansafatiche - venne accolto a base di insulti da tanti settori politicamente
«corretti»: addirittura qualcuno scrisse che Ichino fosse
stato «colpito dal solleone». La situazione attuale è
stata creata da un insieme di circostanze che vede coinvolti da una
parte certo gli statali assenteisti ma dall’altra anche medici compiacenti,
politici distratti, dirigenti incapaci, finanzieri disimpegnati. E che
dire di quei magistrati che davano sistematicamente torto al datore
di lavoro, pubblico o privato che fosse? Si è alimentata una
grande giostra dell’irresponsabilità che ha appesantito le casse
dello Stato, aumentato l’inefficienza della pubblica amministrazione,
prodotto devastanti esempi a cascata per l’intera collettività.
Questi danni chi li pagherà mai? Cosa diciamo alle giovani generazioni
che hanno un presente così nebuloso? Per un fatto morale, è
doveroso mandare via i dipendenti assentisti. Ma dato che gli esempi
debbono provenire dall’alto, attendiamo che sia anche la volta dei politici
fannulloni, quelli che pigiano i tasti degli altri durante le votazioni
del Parlamento e che si intascano i soldi dei portaborse.
|
|
|
|
Molti si ritirano a vita privata. Molti amici mi dicono: non
combattere più per una pulizia dei partiti e per un Governo decente:
ridono di te! Combatti per dei CADAVERI! Non c'è più NULLA
da SPERARE! Basta vedere IL DIVO e la trasmissione BLU NOTTE scorsa.
Forse in una Unione Europea più forte ed incisiva? arch. Graziella
Iaccarino-Idelson Napoli
|
|
|
|
Sopravvivere nell’italia terminale di
Maurizio Blondet 3-7 Settembre 2008 http://falsoblondet.blogspot.com/2008/09/sopravvivere-nellitalia-terminale.html Sotto
gli occhi di tutti Berlusconi non solo non sta mantenendo alcuna
promessa fatta in campagna elettorale ma sembra stia facendo esattamente
l’opposto di quanto atteso da coloro che lo hanno votato. Perfino peggio
da ciò fatto dall’orrendissimo governo Prodi. Non solo l’immigrazione
non è stata frenata ma è incentivata in ogni modo. Non
direttamente dal governo s’intende, bensì dalle varie branche
della casta dominante come chiesa e magistratura che l’esecutivo non
sta riducendo all’impotenza. I poteri forti stanno procedendo nel loro
piano di controllare il paese sabotando anche le poche iniziative lodevoli
escogitate dal governo guidato dal Cavaliere Blu. (1) Nessuna limitazione
è stata finora posta ai ricongiungimenti famigliari ne moratorie
sugli ingressi dai paesi neocomunitari. Men che meno qualche espulsione
con camicia di forza stile Zapatero. In più gli immigrati avranno
il diritto di voto contro la volontà della maggioranza dei cittadini
italiani e la Libia otterrà un sacco di soldi nostri per
fare finta di combattere l’immigrtazione clandestina. Anche la “sicurezza”
un imbroglio. I militari schierati nelle città sorvegliano gli
obiettivi “sensibili” tipo ambasciate, ministeri, palazzi di giustizia.
Sensibili per la casta non per il popolo. Robin Hood Tremonti annuncia
di volere azzerare il deficit delo stato in tre anni. Una promessa al
limite del delirio. Perchè eliminare i 70 MILIARDI DI EURO di
deficit annuo significherebbe spremere ulteriormente una popolazione
già stremata dalla globalizzazione e dai parametri di Maastricht.
Inoltre il debito pubblico, in un solo anno di lacrime e sangue unioniste,
passato da 1605 a 1661 MILIARDI, nel 2011 sarà abbondantemente
fuori controllo. Tuttavia, ci proverà a “risanare” i conti col
certo risultato di schiantare l'economia del paese. Le tasse così
non solo non stanno diminuendo ma incrementano a profusione per mantenere
i sempre più foschi privilegi dei boiardi di stato. Mai licenziabili,
dal TFR raddoppiato, sempre garantiti oltre ogni immaginazione come
ben delineato dalla faccenda Alitalia. E naturalmente per Milano, il
Nord solo beffe: dopo che i polentoni si sono dovuti sobbarcare lo smaltimento
di TUTTI i rifiuti della Campania assieme i cittadini del Nord si pretenderebbe
PER LEGGE che dirigano a Roma per imarcarsi sui voli intercontinentali
in nome del “libero mercato” all’amatriciana. Questo portarà
al probabile fallimento dell’Expo 2015. Perché lo stato “equosolidale”
che DEVE regalare mliliardi di euro alle mafie per la vergognosamente
gratuita autostrada Salerno-Reggio Calabria, per l’inutile tav Napoli-Bari,
per il sismicissimo ponte sullo Stretto non avrà i soldi per
l’Esposizione Universale dovendo ridurre il disavanzo dello stato. Dopodiché
i giornali ROMANI, battendosi il petto gonfio d’orgoglio, pontificheranno
che “la Lega ha torto, Milano non è meglio di Napoli”. Le
pensioni stanno per essere nuovamente tagliate, ma unicamente quelle
del settore privato già appestato dal precariato dilagante e
dai salari più bassi del continete. Così come le piccole
e medie aziende saranno costrette a consegnare il TFR dei loro lavoratori
a Roma capitale. Con la pistola puntata alla tempia dei piccoli imprenditori.
Questo perché meridionali e nuovi italiani pretenderanno sempre
di più in cambio dell’adesione all’unità d’italia. Perché
questa, solo e sempre, è la VERA questione. Tutto il chiacchiericcio
sulla “meritocrazia”, sul “sistema paese”, sull’”italianità”
è una barzelletta ormai stantia raccontata a beneficio degli
scemi che ancora abboccano. L’italia affonda in una schizofrenia
contagiosa quanto la peste bubbonica: di quelli che non vogliono il
federalismo per “garantire l’uniformità su tutto il territorio
nazionale” e un secondo dopo invocano nuove leggi speciali per il Mezzogiorno
e per Roma; di coloro che detestano sentire parlare di razze ed etnie
però difendono i menù “etnici” nelle scuole pubbliche;
di coloro che vogliono farci sentire “italiani” orgogliosi per poi udire
il cittadino numero uno, il presidente della repubblica in persona affermare
che “l’italia non andrebbe avanti senza immigrati”. Bel rinforzo allo
“spirito nazionale”! (2) E che dire di coloro che vorrebbero “spazzare
via” gli extracomunitari dalla Padania ma sono favorevoli all’allargamento
della base Nato di Vicenza? Appoggiando così gli americani che
degli immigrati sono i più pericolosi detenendo decine di bombe
atomiche in suolo padano. Simmetricamente i cattocomunisti, sostenitori
del referendum anti-Dal Molin perchè “democratico” ma contrari
ad altrettanto democratiche consultazioni in materia di moschee e campi
nomadi! Non ultimi gli psicobuffoni che biascicano di “democrazia dal
basso” e poi chiedono l’abolizione dei piccoli comuni e delle comunità
montane ossia degli organismi di gran lunga più vicini alle esigenze
della popolazione. Cosa deve fare allora il cittadino medio per salvarsi
dal Giano Bifronte Berlusconi-Veltroni? Molto per la verità,
nonostante tutto. In prima scelta emigrare ma se per voi partire è
un po’ morire ecco qualche “dritta”. NON PAGARE LE TASSE, o quantomeno
fare di tutto per pagarne il meno possibile. Perché ogni
singolo centesimo che voi versate sotto forma di contributi INPS, canone
TV, bollo auto, Irpef eccetera verrà usato dal sistema centralista
per salvare se stesso. Contro di voi! Importante è capire che
l’attuale momento storico è di transizione. Per cui solo chi
possiederà l’abilità di comprendere i segni e reagire
di conseguenza avrà possibilità di salvarsi. Per gli altri,
senza scampo, l’impoverimento nell’oblio del bisogno e della vergogna
nelle favelas a mo’ del peggior Brasile iconico. Badate che ci siamo
già. Alla periferia di Roma e Napoli. E già di altre citta
del Sud le bidonville stanno arrivando anche alle periferie di Milano,
Torino e Bologna con i campi nomadi come nucleo di accrescimento. In
secondo luogo evitare ogni forma di consumo inessenziale. L’auto nuova,
il televisore al plasma, il supercellulare, Telecom, sigarette, abbonamento
Sky eccetera si possono evitare. Sempre cercare di acquistare nel
mercato dell’usato il quale grazie alla Rete, tramite le aste online,
siti di annunci gratis e altro, è la migliore fonte di rifornimento
a prezzi accessibili di praticamente qualunque cosa. Andare a vivere
in una casa SINGOLA abbastanza spaziosa con un annesso terreno coltivabile
da poterne ricavare un orto e un frutteto. Possibilmente in campagna,
meglio ancora in colina dal clima più salubre. L’abitazione
deve essere abbastanza grande da potere avere una stanza/ripostiglio
in cui riporre cose e oggetti dismessi o non più usati che potrebbero
essere barattati o venduti in seguito. Anche per riporvi oggetti trovati
e ritenuti utili. Importantissimo è l’approvvigionamento idrico. Fate
in modo che la vostra abitazione sia dotata di un pozzo PRIVATO. SICCHÉ
L’ATTUALE GOVERNO HA DATO LA POSSIBILITA’ DI PRIVATIZZARE GLI ACQUEDOTTI.
Significa che il prezzo dell’acqua dell’acquedotto comunale, una volta
privatizzato, salirà alle stelle. Non lasciate a quegli
stronzi la possibilità di decidere quante volte voi potete tirare
lo sciacquone IN CASA VOSTRA. O di quante volte al giorno vostra moglie
possa farsi la doccia in estate. Molte vecchie abitazioni hanno pozzi
insabbiati, riattivateli. Se un pozzo non lo avete favetevolo fare da
una ditta specializzata MA NON CHIEDETE IL PERMESSO al comune poiché
la casta cercherà un qualsiasi pretesto di non darvi il consenso.
Passato del tempo, se vi romperanno le scatole, direte che il pozzo
era li da molti anni e solo ora avete pensato bene di usufruirne. Per
fare un nuovo pozzo non ci vuole tanto. Basta infilare nel terreno un
tubo da due pollici fino a quando si trova il prezioso elemento. Poi
una elettropompa che riempie un autoclave. Un sensore di pressione attiverà
automaticamente l’elettropompa quando la pressione nell’autoclave scenderà
sotto una certa soglia. E acquedotto malefico addio! NON contate sulle
amministrazioni locali specialmente se di ispirazione “progressista”. Se
davvero danno il voto agli stranieri, gli occhi della casta cattocomunista
saranno solo per loro, impegnati nell’assistenza/solidarietà/integrazione
dei neoitaliani. Voi sarete lasciati alla deriva. Anche per questo
vi serve una casa grande.Per potere avere figli, la più sicura
polizza vita/pensione per il futuro. Come in passato. Corsi e ricorsi
storici. Nei periodi di trasformazione come l’attuale nulla vale quanto
l’informazione: perciò è necessario che siate ben collegati
alla Rete.Lasciate perdere il doppino telefonico. Stipulate un contratto
di fornitura via etere (RDSL, meglio a 5,4 GHz) con un provider locale
più efficiente e più vicina al cliente delle grosse società
via cavo telefonico. Se vi rimangono dei risparmi metteteli in piccole
banche territoriali (credito cooperativo consigliato) che saranno le
ultime a fallire. Aprite un conto corrente CON INTERESSI (almeno
2,5% lordo) e gestione online gratuita. Se vi è un costo, fate
a meno di bancomat, carta di credito e dell’estratto conto postale.
Con l’accesso online il resoconto cartaceo non è necessario. Investite
in buoni fruttiferi emessi da queste banche indicizzati all’Euribor
+ 40 punti base (o più se ne trovate). Il tasso variabile renderà
questi bond sempre “attuali” e “spendibili”, se li venderete prima della
scadenza, e il rendimento si avvicina oggi al 5% netto. Per nessun motivo
investire in Borsa A MENO di essere degli speculatori appassionati ed
esperti pronti a entrare ed uscire dal “gioco” in ogni istante. Se ne
avete la possibilità, fate un’assicurazione sanitaria per la
vostra famiglia presso un istituto in una qualche confederazione neutrale
collegata ad un conto cifrato inaccessibile allo stato italiano. Infine,
una nota dolente ma irrinunciabile. Prendete in seria considerazione
la possibilità di procuravi armi da fuoco per difesa personale. La
casta dei fankazzisti si è alleata con le peggiori organizzazioni
criminali del mondo per potere “unire il paese” e con esso scampare
le proprie immonde prerogative. Non ci vuole mica tanto a capirlo Negli
scorsi anni Roma capitale (da non confondersi con Roma città)
ha scientemente deciso la chiusura notturna di centinaia di stazioni
dei carabinieri proprio negli anni della crescita esplosiva della criminalità
immigrata. Col risultato che il Centronord è divenuto nottetempo
terra vergine di caccia per bande di romeni, albanesi, magrebini oltre
che dei soliti pendolari della rapina meridionali. Ogni notte nell’indifferenza
assoluta dei media “nazionali” avvengono MIGLIAIA di furti nelle auto
parcheggiate (se non rubate le stesse), scassinamenti di bancomat, distributori
di sigarette e di biglietti ferrovie/bus. Per non dire delle altre
MIRIADI di scooter, furgoni, ruspe, trattori agricoli e attrezzature
varie che svaniscono giornalmente. Senza che “Famiglia Cristiana”,
troppo impegnato a perdere lettori e copie vendute, ne faccia menzione
alcuna ogni giorno accade un numero impressionante di furti ed atti
vandalici a danno di luoghi sacri: a chiese di ogni dimensione, cappelle
di campagna, santuari e cimiteri. L’immigrazione non lascia in pace
neanche i morti. E rapine nelle case, naturalmente. Non solo nelle ville
dei ricchi come i media bugiardi cercano di farci credere. Addirittura
reiterazione, misfatti ripetuti a distanza di breve tempo nel medesimo
posto. Vuol dire che i nuovi italiani godono dell’impunità assoluta
in cambio della loro permanenza sul territorio della penisola. Dell’imminente
riforma della giustizia un altro indulto camuffato da “depenalizzazione”.
A goderne una moltitudine di delinquenti e mafiosi di ogni colore, razza
e religione che torneranno a delinquere il giorno stesso della scarcerazione
con o senza bracciale elettronico. Indispensabile quindi è proteggersi.
Se non potete legalmente detenete un’arma, rivolgetevi al vostro albanese/slavo/calabrese
losco di fiducia e contrattate l’acquisto di un revolver con matricola
abrasa e almeno un paio di scatole di munizioni. Meglio una pistola
di calibro medio piccolo. Facile da usare e da nascondere. Poco precisa
sui bersagli distanti ma se non siete dei tiratori allenati, non vi
conviene nemmeno mirare oltre i dieci metri Siate pronti ad ammazzare
ed a essere ammazzati. Fatevi crescere un bel po di pelo sullo stomaco,
vi servirà alquanto per sopravvivere nell’italia terminale. Questo
è il futuro che l’”unità nazionale” ci riserva. Sotto
gli occhi di tutti e senza speranza. F. Maurizio Blondet 1) L’ottimo
Leonini, che ringrazio, mi invia il link a questo articolo che fornisce
un perfetto spaccato di come la magistratura, CHE PAGHIAMO PROFUMATAMENTE,
intende per “cultura della legalità”, “rispetto della costituzione”
e “uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge”. http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=288617
State ben tranquilli che se, per ipotesi, a finire davanti al giudice
fosse stato un cameraman ucraino clandestino impiegato in nero a Mediaset,
lui, di razza bianca, lo avrebbero immediatamente espulso e l’intero
consiglio di amministrazione di Mediaset finito sotto processo per violazione
della legge Bossi-Fini! 2) Secondo voi è possibile che a sciorinare
un frase assurda del genere fosse il presidente tedesco, francese o
la regina degli inglesi? Vedete, la cosa non è che questa affermazione
di Napolitano sia vera oppure no (e non è vera) ma il fatto che
il capo di uno stato orgoglioso NON può dire una cosa simile
nemmero se fosse veritiera. da http://falsoblondet.blogspot.com/Brunetta
sta dando l’esempio per quanto di sua competenza: ci attendiamo che
Fini e Schifani facciano altrettanto. Naturalmente, al ritorno dalle
vacanze, che per i nostri onorevoli saranno molto diverse e più
lunghe di quelle degli italiani normali. Certo che però loro
è difficile licenziarli.
|
|
|
|
Disfacimento sinistro Monday, September
15, 2008 10:36 AM Quel che accade a sinistra riguarda e dovrebbe
preoccupare tutti. Per sapere quanto Prodi fosse contrario all’investitura
falso-plebiscitaria di Veltroni non c’è bisogno di dedicarsi
allo spionaggio, essendo sufficiente leggere le cose dette e da noi
scritte. Era talmente contrario alle primarie che minacciò di
candidarsi egli stesso, nella convinzione che, dopo il primo tradimento
subito, la rinnovata presunzione d’avere vinto le elezioni gli avesse
consegnato una specie di potere assoluto sulla coalizione. In realtà,
la non maggioranza si reggeva talmente con lo sputo che non poté
resistere alle richieste del partito più consistente. I Ds, del
resto, puntarono su Veltroni non per convinzione, ma per esclusione,
dato che il segretario, Fassino, e l’uomo forte, D’Alema, erano azzoppati
da tante polemiche e rivalità, oltre che dalle ind agini sulle
scalate bancarie. Da queste ultime, va detto, sono stati sollevati a
furor d’applausi parlamentari, lasciando però l’impressione più
triste: essere stati fregati da Consorte, che non diede loro una banca,
ma si tenne i quattrini. Quel che Veltroni si ritrovò in mano,
dunque, non era certo utile per vincere le elezioni, tanto più
che gli toccava difendere un governo, Prodi, che non piaceva a nessuno
di loro, e meno ancora agli elettori. Così sembrò scegliere
la strada del rinnovamento politico, mettendo in conto la sconfitta
elettorale: basta con l’antiberlusconismo e si costruisca una sinistra
occidentale e di governo. Omettendo tutte le considerazioni su coerenza
e credibilità, ci parve un buon disegno. Solo che la sconfitta
elettorale è stata meno tragica di quel che si dice, mentre l’iniziativa
politica quasi inesistente. Nel giro di qualche settimana, difatti,
lo scontro con il governo è stato portato sul terreno meno calcabile,
quello della giustizia, mentre sul lato propositivo il governo ombra
non è neanche l’ombra d’un partito. Ne deriva un guasto terribile,
perché in assenza di programmi e proposte la sinistra resta ostaggio
delle forze populiste e protestatarie, capaci di dare al suo corpo la
forza dei sussulti epilettici, ma non quella della politica. Ed in assenza
di opposizione seria il confronto rischia d’essere fra piazzate. E’
grave, perché il mondo è cambiato e se scivoliamo nessuno
ci tende la mano. Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
|
|
|
|
Federalismo sì, federalismo no di
Luca Bagatin 13 Sttembre 2008 www.lucabagatin.ilcannocchiale.it "Per
un vero federalismo senza statalismi": Ma sì, dai. Ovviamente
se questo è funzionale, come diceva il patriota repubblicano
Carlo Cattaneo - grande teorico federalista - a gestire meglio la cosa
pubblica da parte dei cittadini. Abbiamo da sempre invece fortissimi
dubbi e perplessità sulla Lega Nord che è e rimarrà
per noi un partito statalista, parolaio, che continua a tirare a campare
sulla base di slogan vuoti e comunque traditi dai fatti sin dai tempi
della Secessione. Le prime sparate di Bossi & Co. erano contro
la Prima Repubblica e "Roma Ladrona", come se nelle sue file
"lumbard" tutti fossero onesti e liberisti. Lo stesso Umberto
Bossi era un attivista del Partito Comunista Italiano in anni non sospetti
e, oltre a ciò, il suo movimento non ha mai nascosto le sue antipatie
per il liberalismo. Basti pensare al rifiuto della Lega alla proposta
nel PdL di abolire le Province e le Comunità Montane. E sì
che questa dovrebbe essere la premessa per un vero federalismo, per
una vera riduzione della spesa pubblica e per un conseguente abbassamento
delle tasse. Le Province sono utilissime, ma solo come enti tecnico-amministrativi
di collegamento fra Regioni e Comuni. Punto e stop. Presidenti, giunta
provinciale e relativi consiglieri sono assolutamente inutili, costosi
e spesso di impiccio. Quella dell'abolizione delle Province quale ente
politico è una proposta che lanciò l'allora Segretario
del Partito Repubblicano Italiano Ugo La Malfa e fu il suo cavallo di
battaglia dal secondo dopoguerra sino alla morte. Alle elezioni provinciali
del 2004 di Pordenone, una delle poche volte che scesi in lizza, mi
candidai alla carica di consigliere in una lista civica indipendente
che sosteneva proprio come punto fondamentale del programma l'abolizione
di questo ente inutile. Fummo e di gran lunga superati dalla Lega che
proponeva l'ennesimo slogan: "Pordenone Provincia autonoma",
il che equivaleva a dire: "aria fritta in salsa padana". Gli
elettori di oggi, quindi, non si lascino intortare anche questa volta
dalle camicie verdi. Già Roberto Calderoli parlava di una nuova
introduzione dell'ICI (la più iniqua tassa che potesse esistere),
subito smentito dai suoi alleati, ed oggi il Disegno di Legge da lui
avanzato sul federalismo parla di una non meglio precisata "tassa
di scopo"! Occhio alla Lega, dunque. Perché federalismo,
può anche significare nuovo statalismo se a governare le varie
realtà locali non ci sono dei veri liberali. E' uscito venerdì
12 settembre in edicola, abbinato al quotidiano "Libero" di
Vittorio Feltri, un agile ed ottimo volumetto a cura dell'Istituto Bruno
Leoni e dell'economista Oscar Giannino (peraltro membro del Direttivo
del PRI) dal titolo "Tassiamoci da soli". Lo sto leggendo
e sfogliando ed in ogni pagina vi leggo cose interessantissime e sacrosante.
Si parla principalmente del federalismo svizzero e di come lì
le cose funzionino davvero. Al punto che taluni Cantoni hanno introdotto
la salutare "flat tax", ovvero l'aliquota unica, invocata
anche dall'Eurispes per l'Italia e che sarebbe una vera mano santa per
la crescita economica e per tutelare financo i redditi più bassi. In
Svizzera, insomma, il federalismo funziona ed è collaudato da
anni. Qui da noi, invece, ancora troppi slogan e poco pragmatismo. Auguriamoci
che il Premier sappia bypassare presto la Lega e che porti una ventata
di vero liberalismo federalista.
|
|
|
|
Pubblicità atea e musulmani sul sagrato di
Davide Giacalone Libero 14 Gennaio 2009 Gli atei comprano
pubblicità per annunciare l’inesistenza della divinità,
somigliando a dei talebani integralisti. I musulmani si riuniscono in
preghiera sul sagrato di una chiesa, che non è solo lo spazio
antistante l’ingresso principale, ma, appunto, uno spazio consacrato.
Naturalmente, per chi ci crede. Da laico, sento il dovere di puntare
il dito contro queste forme di decadimento e degrado civile. Non violente,
ma non per questo da far passare sotto silenzio. La grande conquista
della nostra civiltà, ciò che la rende superiore ad altre,
è lo Stato laico. Casa comune di credenti e non credenti. Presuppone
il rispetto. Il dileggio del credente, il comunicargli provocatoriamente
che non ha bisogno della divinità, non è segno di razionalità,
ma di dogmatismo per negazione. Posso rinunciare alla fede senza avvertire
il minimo bisogno di fare lo spiritoso su chi, invece, ne fa parte della
propria vita. Posso, ed effettivamente lo faccio, contestare alle gerarchie
questa o quella tesi, ma senza tirare in ballo la religione. Se un prelato
cattolico marcia su una moschea, o su una sinagoga, con l’intenzione
di benedirne le mura, lo bollo come pericoloso. Se, con incenso ed aspersorio,
pretende di entrare nel cimitero acattolico, chiamo la polizia. Me la
presi anche con chi pensava fosse divertente e risolutivo (sbagliando
due volte) portare dei maiali sul terreno dove sarebbe potuto sorgere
un luogo di culto. Con lo stesso criterio, trovo esecrabile che il duomo
cattolico diventi meta di pellegrinaggio per una preghiera musulmana.
Perché dovrei condannare il prelato e tacere sugli islamici? Parlo,
dunque, e condanno tutte le intolleranze. Quando entro in una chiesa,
in una moschea, in una sinagoga, od in altri templi, lo faccio con rispetto,
in silenzio, uniformandomi ai costumi di chi li abita. Con curiosità
intellettuale. Non aderisco al credo, ma rispetto il credente. Perché
dovrei accettare che si facciano sberleffi? Sono affari loro, si
potrebbe dire. Niente affatto, sono affari miei, perché le manifestazioni
di sopraffazione minano le conquiste della laicità statuale,
evocano il mostro del fondamentalismo, ci ripiombano nell’incubo della
discriminazione. E non importa da quale parte ci si entra, nell’incubo.
Quella roba va combattuta, senza tentennamenti.
|
|
50 milioni di africani in Europa. Il nuovo potere
temporale. Razzismo. L'Italia che dice tutti al muro. Joerg Haider e
Wall Street. Razzismo quella scomoda verità che nessuno osa
dire a proposito di immigrazione e di razzismo.
|
|
Geopolitica EURABIA: La Svezia saudita Malmoe
la terza città più grande della Svezia è controllata
dai musulmani
|
|
From: Marcus Prometheus marcusprometheus-gmail.com
5 gennaio 2009 *LA SVEZIA SAUDITA* da kinvuli I Musulmani
controllano la terza città più grande della Svezia. Da
una serie di articoli dei media svedesi tradotti da Ali Dashti per "Jihad
watch". La Svezia è uno dei paesi europei maggiormente
colpiti dall'immigrazione musulmana, dal buonismo e dal "Politically
Correct". Ora anche le forze di polizia svedesi hanno pubblicamente
ammesso di non avere più il controllo di una delle maggiori città
della Svezia. Gli articoli che ho estratto dalla stampa svedese mostrano
il probabile futuro di EURABIA, a meno che gli europei non si sveglino
in tempo. Ho intravisto il futuro di EURABIA, si chiama Svezia. Malmø
è la terza maggiore città della Svezia, dopo Stoccolma
e Gothenburg. La "una volta" pacifica Svezia, patria degli
ABBA, dell'IKEA e del Premio Nobel sta assomigliando sempre di più
al medio oriente(dei tempi peggiori). I seguenti sunti sono stati tradotti
da articoli delle maggiori testate della stampa Svedese: http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,529910,00.html
|
|
Malmø, Svezia. La polizia, ora ammette pubblicamente ciò
che molti scandinavi sapevano già da tempo: le forze della sicurezza
non hanno più il controllo della situazione nella città
di Malmø, essa in effetti è sotto il giogo di violente
squadracce di immigrati islamici. Alcuni dei musulmani che vivono nel
quartiere di Rosengård ormai da oltre 20 anni, non sanno tutt'ora
nè leggere nè scrivere in svedese. Gli addetti delle ambulanze,
dopo aver subito diversi attacchi con pietre ed armi si rifiutano di
intervenire nella zona se non accompagnati dalla polizia. Recentemente,
un giovane albanese accoltellato da un arabo è stato lasciato
morire dissanguato mentre l'ambulanza attendeva la scorta della polizia.
La polizia stessa esita di intervenire in queste zone, se non con diverse
unità e le loro auto vengono spesso vandalizzate. http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10092861 Il
numero di cittadini Svedesi che abbandonano la città di Malmø
stà raggiungendo livelli impressionanti. Gli Svedesi, che alcune
decine di anni fa decisero di aprire le loro porte ai "rifugiati"
musulmani, ora sono loro ad essere diventati dei "rifugiati",
degli stranieri in patria e sono costretti ad abbandonare le loro case.
I cittadini che abbandonano la città, citano come ragioni principali
della loro decisione; la criminalità endemica, l'apatia delle
autorità locali ed un futuro incerto per i loro figli. http://w1.sydsvenskan.se/Article.jsp?article=10090830 Tutti
i vetri delle 600 finestre di una scuola di Malmø sono stati
frantumati durante le vacanze estive. Ogni anno il vandalismo nelle
scuole costa milioni di euro alla comunità. Gli autobus di linea
sono stati forzati ad evitare il ghetto degli immigrati, in quanto vengono
spesso fatti segno di lancio di pietre e bottiglie da parte di bande
di ragazzacci. L'anno scorso un giovane di origini afgane, aveva preparato
un piano per far saltare in aria la sua scuola. http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093267 Il
personale del pronto soccorso del principale ospedale di Malmø
riceve continuamente insulti e provocazioni. Pazienti armati di pugnali
o pistole sono diventati la norma. Si era discusso di installare un
"metal detector"all'entrata, ma la direzione ed i sindacati
temono che la cosa possa sembrare una provocazione. http://w1.sydsvenskan.se//Article.jsp?article=10093495 Lisa
Nilsson ha vissuto a Manhattan, New York City, per 25 anni. Da quando
è tornata a Malmø, avverte la mancanza di sicurezza che
aveva a New York. A Malmø la sera non si sposta se non in
taxi. http://www.expressen.se/index.jsp?a=180423 Gli
stupri in Svezia sono aumentati drammaticamente negli ultimi 10 anni
e del 17% dal 2003. Gli stupri organizzati da bande, in maggior parte
composte da immigranti islamici che assalgono ragazze native Svedesi
sono divenuti comuni. Due settimane fa, 5 kurdi hanno violentato una
ragazza [svedese autoctona] di 13 anni. http://www.aftonbladet.se/vss/nyheter/story/0,2789,528363,00.html Una
ragazza ventiduenne che stava facendo jogging è stata violentata
da 3 extra-comunitari. L'unica parola che le hanno rivolto è
stata "cagna!". [Ali Dashti commenta: "Storie come
queste vengono riportate settimanalmente dalla stampa svedese. I media
svedesi su direttive del governo fanno molta attenzione a non menzionare
la provenienza etnica dei perpetratori di questi atti, ma leggendo tra
le righe è facile intuire chi costoro siano". Non solo;
come hanno reagito i politici al caos causato in una civile città
Svedese da immigrati in maggioranza di provenienza islamica, dei quali
persino le forze dell'ordine hanno paura? Emettendo delle leggi che
rendono l'afflusso di un maggior numero di musulmani in Svezia più
semplice! http://www.cphpost.dk/get/81008.html I
politici Svedesi intravedono I "matrimoni arrangiati" come
una tradizione positiva; una tradizione culturale che gli immigrati
dovrebbero mantenere anche in Svezia. Il governo svedese crede che
intervenire con delle leggi sui "matrimoni arrangiati" sia
un interferenza sulla vita privata. Inoltre gli immigrati possono fare
richiesta di "riunificazione familiare" anche per persone
che non fanno parte della cerchia familiare, come un marito o una moglie
scelti per i loro figli dai genitori nei paesi d'origine. *(Commento
di Kinvuli: Niente di nuovo sotto il sole. Che la nostra sinistra abbia
governato anche in Svezia?), questi a loro volta possono invitare altri
parenti*. In una ricerca del 2002 fatta dall'Università di Växjö,
il professore di economia Jan Ekberg ha scoperto che l'immigrazione
è costata quell'anno ai contribuenti Svedesi ben 33 miliardi
di vecchie Corone Danesi comparati ai 10 miliardi di vecchie Corone
spesi dalla Danimarca. E mentre qualcuno, ragionevolmente può
credere che queste spese siano eccessive e che vadano tagliate emanando
delle leggi che limitino l'immigrazione, il governo Svedese procede
nella direzione opposta. Una commissione governativa ha proposto l'abolizione,
per quanto riguarda l'immigrazione della legge sui controlli dei finanziamenti
la "seriousness requirement" Tradotto da kinvuli DA: http://atlasshrugs2000.typepad.com/atlas_shrugs/2009/01/muslims-control.html
|
|
|
|
Buongiorno *Buon Natale* di Massimo
Gramellini 27/12/2008 Vorrei che l'anno vecchio si portasse
via notizie come questa: una centralinista della Florida licenziata
perché rispondeva al telefono «buon Natale». Secondo
l'abbecedario perbenista dei suoi padroni, avrebbe dovuto dire «buone
vacanze» per non offendere i credenti non cristiani, i cristiani
non credenti (la maggioranza) e gli atei di ogni ordine e grado. Quel
che mi ha sempre colpito nel «politicamente corretto» è
il suo strabismo. Un datore di lavoro può essere così
sensibile da preoccuparsi delle conseguenze che un «buon Natale»
avrà sulle orecchie di un musulmano o di un ebreo. Ma lo stesso
datore di lavoro sa essere abbastanza insensibile da cacciare sui due
piedi un'impiegata alla vigilia di Natale (pardon, delle vacanze). Ieri
è stata una giornata tremenda. Dopo la storia della centralinista,
mi hanno raccontato che le scuole inglesi hanno bandito le correzioni
a matita rossa perché quel colore è «aggressivo»
e «demotivante» per gli allievi. Ora, sono le stesse scuole
che non fanno una piega se gli allievi, aggrediti e demotivati dalle
matite rosse, utilizzano coltelli di qualsiasi colore per farsi rispettare
dai bulli della baby gang avversa. Nutro la pia speranza che il 2009,
come tutti gli anni difficili, porti con sé un barlume di serietà.
Che si torni a dare peso al contenuto e non al contenitore, alla sciabola
e non al fodero, a ciò che sta in fondo al cuore e non sulla
punta biforcuta della lingua.
|
|
|
|
Reggiani, sentenza sconvolgente Caro Beppe, leggo della
sentenza per l'omicidio Reggiani e sono sconvolto. La terza sezione
penale della corte d'assise ha in un certo qualmodo ritenuto l'imputato
degno di «attenuanti» perché la vittima si è
difesa. «La Corte, pur valutando la scelleratezza e l'odiosità
del fatto commesso in danno di una donna inerme e da un certo momento
in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che
sia l'omicidio che la violenza sessuale, limitata alla parziale spoliazione
della vittima e ai connessi toccamenti, sono scaturiti del tutto occasionalmente
dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di completa
ubriachezza e di ira per un violento litigio sostenuto dall'imputato
e la fiera resistenza della vittima. In assenza degli stessi, l'episodio
criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai
meno gravi». Prosegue: «l'assassino, a causa della reazione
della vittima, non riesce ad averne ragione a mani nude»; la sua
responsabilità, unico aggressore, «è pienamente
provata. La selvaggia violenza dei colpi sarebbe stata inutile se l'azione
fosse stata condotta da più persone»; ciononostante «all'epoca
era ventiquattrenne, incensurato, e l'ambiente in cui viveva era degradato.
Queste circostanze, assieme al dettato costituzionale secondo cui la
pena deve tendere alla rieducazione, inducono la Corte a risparmiargli
l'ergastolo, concedendogli le attenuanti generiche equivalenti alle
aggravanti contestate, pur irrogando la pena massima per l'omicidio». Io
di legge non ne capisco niente, ma sono inorridito davanti a questa
sentenza, possibile che nessuno possa licenziare 'sti giudici? Possibile
che nessuno altro organo giudiziario li mandi a casa? Non mi rimane
che pensare che alcune antiche usanze della mia zona (Barbagia) siano
tutt'altro che incivili. Saluti da Los Angeles (dove questo non sarebbe
MAI successo). Giovanni Pau
|
|
|
|
Il nuovo potere temporale di Stefano
Rodotà - La Repubblica 12 novembre 2008 Di fronte ai
segni di un possibile rafforzarsi delle politiche dei diritti la Chiesa
interviene con durezza e con un tempismo preoccupante. I giudici
della Corte di cassazione sono in camera di consiglio per discutere
il ricorso del Procuratore generale di Milano contro il provvedimento
che ha autorizzato l’interruzione dei trattamenti per Eluana Englaro.
Nello stesso momento il cardinale Barragan, presidente del Pontificio
consiglio per la salute, afferma che saremmo di fronte a "una mostruosità
disumana e un assassinio". Lo stesso cardinale ha "espresso
preoccupazione" per l’annuncio secondo il quale il nuovo Presidente
degli Stati Uniti si accinge a revocare il divieto, imposto da Bush,
di finanziamenti federali alle ricerche sulle cellule staminali embrionali,
sostenendo che "non servono a nulla". Colpisce, in questi
interventi, una aggressività di linguaggio che nega ogni legittimità
alle posizioni altrui, presentate in modo caricaturale e criticate con
toni sprezzanti e truculenti. Questo atteggiamento, nel caso della Corte
di cassazione, si traduce in una assoluta mancanza di rispetto per le
istituzioni della Repubblica italiana da parte di un "ministro"
di uno Stato estero. Si interviene proprio nel momento in cui la più
alta magistratura sta decidendo su una questione della più grande
rilevanza umana e sociale, sì che massimi dovrebbero essere il
silenzio e il rispetto. Che cosa sarebbe successo se, in una situazione
analoga, un qualsiasi governo straniero avesse definito "assassino"
un giudice italiano per una sua possibile decisione? Conosciamo la
risposta. La Chiesa agisce nell’esercizio della sua potestà spirituale,
dunque ad essa non sono applicabili categorie che riguardano la sfera
della politica. Ma, per il modo in cui ormai ordinariamente agisce,
la Chiesa si è costituita proprio in soggetto politico, pratica
un nuovo "temporalismo", pretende un potere di governo sociale
che cancella il principio che vuole lo Stato e la Chiesa, "ciascuno
nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" (articolo 7 della Costituzione). Due
parti autonome e distinte, dunque. E questo, lo espresse con parole
chiare e misurate Giuseppe Dossetti all’Assemblea costituente, vuol
dire che "nessuna di esse delega o attribuisce poteri all’altra
o può, per contro, in qualsiasi modo, divenire strumento dell’altra".
Nel mentre esercita il suo potere di fare giustizia, lo Stato italiano
ha diritto di pretendere che siano rispettate la sua indipendenza e
la sua sovranità perché, in un caso come questo, così
vuole la sua Costituzione. Siamo, dunque, di fronte ad una violazione
grave che, in governanti forniti di un minimo senso dello Stato, avrebbe
dovuto determinare una immediata e ferma risposta. Se, guardando
al di là di questo fondamentale aspetto di politica costituzionale,
si considerano le argomentazioni adoperate, lo sconcerto, se possibile,
cresce. Nulla del dibattito scientifico sull’idratazione e l’alimentazione
forzata è degnato di una pur minima attenzione dalla posizione
vaticana. Si tace colpevolmente dei risultati di una commissione istituita
da Umberto Veronesi quand’era ministro; delle pazienti spiegazioni mille
volte date da Ignazio Marino, mostrando
come non corrisponda alla realtà clinica la rappresentazione
di una "terribile morte per fame e per sete"; delle opinioni
espresse, in tutto il mondo, da autorevoli studiosi. Vi è solo
una invettiva, nella quale è vano scorgere le ragioni della fede
e, dove, invece, compare un sommo disprezzo per l’intelligenza delle
persone, evidentemente considerate del tutto ignoranti, incapaci di
trovare le informazioni corrette in materie così importanti. Non
diversa è la linea argomentativa (si fa per dire) della critica
a Obama, per l’annunciata volontà di consentire il finanziamento
delle ricerche sulle cellule staminali embrionali confondi federali.
Cito solo una frase pronunciata ieri dal cardinale Barragan. "Gli
scienziati lo dicono chiaramente: fino adesso le cellule staminali embrionali
non servono a nulla e finora non c’è mai stata una guarigione".
Ma la ricerca scientifica serve appunto a far avanzare le conoscenze,
a scoprire opportunità fino a ieri sconosciute, a far diventare
utile quel che ieri non lo era, a lavorare perché siano possibili
guarigioni oggi fuori della nostra portata. Proprio per questo gli scienziati
fanno esattamente l’opposto di quel che ci comunica il cardinale. Ricercano
intensamente, esplorano nuove strade, ricevono finanziamenti dall’Unione
europea ed è bene che li ricevano anche dall’amministrazione
americana, perché la ricerca finanziata da fondi pubblici è
più libera, sottratta ai possibili condizionamenti del finanziamento
privato (chi vuole informarsi ricorra al recentissimo libro di Armando
Massarenti, Staminalia, Guanda, Parma 2008). Scrivo queste righe
con gran pena. Conosco e pratico un mondo cattolico diverso, anche nelle
sue gerarchie, aperto al mondo e ai suoi drammi, che accompagna con
intelligenza e cristiana pietà. E’ questo il mondo che può
darci il necessario dialogo, negato ieri da una cieca e inaccettabile
chiusura.
|
|
|
|
L'Italia che dice tutti al muro di Giampaolo
Pansa - Il Riformista 20 ottobre 2008 «Tutti al muro!».
Urlava così la scritta che mi ha sorpreso all’ingresso di un
borgo toscano. L’aveva tracciata sull’asfalto una mano sicura. E sembrava
molto recente. Ho chiesto a un anziano del posto: «Quando è
comparsa?». «Poco dopo l’inizio di ottobre». «E
chi dovrebbe essere messo al muro?». Lui ha ridacchiato: «Quelli
che hanno fatto il pasticcio che stiamo vedendo. I banchieri e gentaglia
così. Ma anche i politici che non l’hanno impedito». I
media conoscono poco di quanto sta accadendo nella testa della gente.
Frequentare la strada fa intuire qualcosa di più. E quel che
intravedo mi spaventa. Dire «Tutti al muro!» rivela lo stato
d’animo inferocito di chi teme per i risparmi o il lavoro, messi a rischio
dalla crisi finanziaria. Ed è convinto che la politica abbia
sbagliato tutto. Ormai siamo lontani dallo scherno per la casta. Siamo
al discredito. E il discredito sta generando il disprezzo per i padroni
dei partiti. Le facce al top del discredito sono quelle della sinistra.
Il perché è evidente: stanno sulla scena da più
tempo. Da quanti anni vediamo un trio di vecchie star bollite come Massimo
D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni? Gli italiani senza potere
constatano che il tempo passa anche per loro, eppure stanno sempre lì.
In tutti i telegiornali, nei talk show, nelle chilometriche interviste. D’Alema
farà i sessant’anni il prossimo aprile, ma sembra un Matusalemme,
sia pure ben conservato. È diventato leader del Pds nel luglio
1994, quattordici anni fa. Si è seduto a Palazzo Chigi nell’ottobre
1998, un decennio fa. E dicono che voglia tornare a guidare il Pd. Quando
venne eletto alla Fiera di Roma c’ero anch’io a vedere la sua vittoria
inaspettata contro Veltroni. Nel pomeriggio lo cercai alle Botteghe
Oscure. Gli dissi che avrebbe ricevuto molte recensioni negative, perché
Walter non era borioso come lui. Max convenne che avevo ragione. E mi
confessò che, tra i tanti soloni dell’informazione, lo preoccupavano
"i super-soloni" di Repubblica. Che difatti gli regalarono
un titolone al veleno: «Il pugno del Partito», con tanto
di iniziale maiuscola. In realtà, anche D’Alema è diventato
un super-solone. Sussiegoso persino nel rosario dei suoi «diciamo».
Mentre gli occhi mandano lampi cattivi, da capo guerrigliero ceceno
che ha trovato un buon sarto. Fassino, coetaneo di Max, è
sul campo da un trentennio. Cominciai a scrivere di lui a metà
degli anni Settanta, quando a Torino si batteva contro il terrorismo. Dopo
il settennato da segretario dei Ds, adesso si sente un senza lavoro.
Nel terzetto, è il più consapevole del disastro della
propria generazione. Lo dicono persino le occhiaie pendule. E l’aspetto
da San Sebastiano scheletrico, trafitto da mille frecce, tutte di compagni.
Il più giovane del trio, Veltroni, venti anni fa stava nella
segreteria del Pci. E aveva già iniziato una carriera tormentata,
da vero Perdente di Successo. Oggi ha l’aspetto del bamboccione invecchiato.
Non più dolce, ma urlante, per non farsi mettere sotto da un
Di Pietro che lo vuole alla canna del gas. Come uomini di governo,
tutti e tre hanno fallito. Sono riusciti a vincere due volte, nel 1996
e nel 2006, sempre trainati dal democristiano Romano Prodi. E in entrambi
i casi sono stati retrocessi all’opposizione. Con quale coraggio possono
proporsi di guidare la riscossa contro Silvio il Caimano? Ma la domanda
non riguarda soltanto loro, bensì l’intera sinistra riformista
italiana. La mia impressione è che questa sinistra, così
come la conosciamo oggi, sia già defunta. Per vecchiaia, cupezza,
impotenza a rinnovarsi. Se è vero che il diavolo si nasconde
nei dettagli, la dice lunga l’incidente dei manifesti per il raduno
romano del 25 ottobre. La folla che compare su tutti i muri d’Italia
sotto il logo dei Partito democratico è quella cattolica di piazza
San Pietro, pellegrini andati lì per salutare il Papa. Una folla
finta per un corteo inutile. Deciso da leader indecisi a tutto. Siamo
agli sgoccioli? Credo proprio di sì. Tuttavia anche il centrodestra
non sta meglio. Il Cavaliere è sugli scudi, dicono i sondaggi.
Tanti elettori pensano che, proprio perché è un miliardario
e di soldi ne capisce più di tutti, saprà salvarci dallo
tsunami economico. Ma se qualcosa andrà storto, verranno a galla
tutti i difetti del magico Silvio. Ci renderemo conto che è
un signore anziano, ancora energico, ma che ha già settantadue
anni. Il sottoscritto ne ha uno di più, però di mestiere
non fa il premier. La nostra è un’età pericolosa. Si
accentua la tendenza a sbroccare, che è il parlare a vanvera.
Il narcisismo si espande. La mania del primato («Sono stato io
il primo ad avvertire, a proporre, a fare...») diventa un vizio
ridicolo. E anche il politico più ottimista rischia di trasformarsi
in un venditore di fumo, troppo azzimato, teatrale. Che adesso ha
pure la fissa di durare più di Mussolini. Il Cavaliere ha
una prima linea forte. Penso a Tremonti, a Sacconi, a Brunetta, a Matteoli,
alla coraggiosa Gelmini. Ma nella sua squadra di governo c’è
pure tanta minutaglia. Sere fa, a un dibattito in tivù, è
comparso il sottosegretario alla Pubblica istruzione, con la delega
all’Università. Mi sono detto: ma quello è il famoso Pizza!
Trent’anni fa era il leader nazionale dei giovani democristiani. Il
professor Fanfani lo silurò dopo aver saputo che due suoi quadri
che gli aveva regalato erano stati appesi nel bagno, sopra il water
e il bidet. Tutte queste facce si stanno spappolando, come accadeva
al ritratto di Dorian Gray nella novella di Oscar Wilde. Con la differenza
che la loro putrefazione viene mostrata ogni giorno alla luce del sole.
Emergono le piaghe più laide: la logorrea, l’incompetenza, l’arroganza,
il fastidio per gli italiani qualunque. Che li ricambiano con la medesima
moneta. Che cosa succederà se la recessione comincerà
a strozzarci? E se dopo la recessione verrà la gelata della
depressione? Ecco perché quella scritta sull’asfalto, «Tutti
al muro!», mi fa paura.
|
|
|
|
Sprechi in tempo di crisi, un lusso che non possiamo permetterci di
Alessandra Coppola - Repubblica.it del 17 ottobre 2008 Immaginiamo
di apparecchiare una tavola, tre volte al giorno, per 620.500 persone.
Costerebbe almeno un miliardo di euro. Tanto vale lo spreco del cibo
nella catena della grande distribuzione alimentare in Italia. Il conto
salato dei prodotti che restano invenduti. Nella spazzatura delle famiglie
italiane finiscono invece più di 25 milioni di tonnellate di
cibo. Alcuni lo gettano un po' troppo in fretta, quando compaiono i
primi segnali di muffa, per altri sette milioni di persone una dieta
alimentare equilibrata è diventata un lusso che non possono permettersi.
Siamo consumatori bulimici di beni e servizi, predoni di un pianeta
sempre più povero di risorse. Quello che accade con il cibo
è solo un esempio di un modo di fare che viene replicato dalle
risorse energetiche fino agli acquisti superflui. Così il seme
della resistenza nella società usa e getta è quello di
chi ha deciso di andare controcorrente. Le storie e i progetti di chi
ha fatto suo il dittico "Non sprecare". Iniziative che funzionano
e hanno fatto scuola altrove, raccontate nel libro "Non sprecare"
di Antonio Galdo (Einaudi). A recuperare il cibo che viene scartato
dai supermercati ci ha pensato Andrea Segrè, docente di Economia
e Ingegneria agraria dell'Università di Bologna che con un gruppo
di allievi ha creato la catena del "Last minute food". L'esperimento
avviato con un ipermercato della Cooperativa Adriatica, oggi è
una rete che coinvolge 13 città e otto regioni italiane. E, in
tempi di crisi economica, è anche una risorsa utile per quelle
famiglie che fanno i conti con la quarta settimana. Anche il debito
accumulato dai comportamenti spreconi nei confronti del pianeta è
insostenibile. Consumiamo un terzo di risorse naturali in più
rispetto alla capacità della terra di riprodurle. E mentre Legambiente
sta per avviare una campagna nazionale contro gli sprechi, bisogna guardare,
si legge nel libro, a progetti come quello delle "isole verdi"
dell'Enel. Capraia ha fatto da laboratorio a cielo aperto: 20 chilometri
quadrati a emissioni zero. Un appartamento modello di 180 metri quadrati
si trova a Gais in provincia di Bolzano: in Italia quello di Albert
Willeit è il più ecologico. La bolletta per l'elettricità
è pari a circa 400 euro l'anno, per fare un esempio. Prima
che questo tipo di abitazioni diventi popolare, ciascuno può
contribuire a contenere gli sprechi, modificando piccole abitudini.
Basta ricordare che, anche quando si tiene in stand by, la tv consuma.
Una famiglia potrebbe risparmiare fino 100 euro l'anno se spegnesse
la lucina rossa del televisore, del pc e del videoregistratore. Anche
la spazzatura può essere fonte di sprechi (come a Napoli) o trasformarsi
in risorsa. Il termovalorizzatore di Brescia lo è, trasforma
3000 tonnellate di rifiuti in acqua calda ed energia per le famiglie
della città e della provincia. Vivono all'insegna della sobrietà
quelli che hanno scelto uno stile di vita che pratica il dittico "non
sprecare". Il libro mostra come si possa applicare ovunque: dai
consumi alla politica, dalle parole fino al talento, dal corpo alla
salute fino alla stessa vita.
|
|
|
|
50 milioni di lavoratori africani stanno per essere invitati in Europa http://www.effedieffe.com/content/view/4915/183/
|
|
From: Luigi Sent: Monday, October 20, 2008 11:45 PM
|
|
Daily Express 20 ottobre 2008 C'è
una congiura per lasciar entrare 50 milioni di africani nell'Unione
Europea Il Daily Express di oggi rivela che più di 50
milioni di lavoratori africani stanno per essere invitati in Europa
in una migrazione segreta di grande portata. Un controverso "ufficio
collocamento" aperto in Mali questa settimana, e finanziato coi
soldi dei contribuenti, non è che il primo passo per promuovere
il "libero movimento della gente in Africa ed Unione Europea".
Gli economisti di Bruxelles sostengono che Inghilterra ed Unione
Europea "avranno bisogno" di 56 milioni di lavoratori immigrati
per il 2050, per compensare il "declino demografico" causato
dal crollo del tasso delle nascite e dalla salita del tasso di mortalità
in Europa. Il resoconto, fornito dall'ufficio statistico europeo Eurostat,
mette in guardia che un vasto numero di migranti potrebbe essere necessario
per supplire ad una carenza, da qua a due anni, se l'Europa vuole avere
la possibilità di pagare le pensioni e l'assistenza sanitaria
alla sua popolazione sempre più anziana. Così afferma:
"I paesi con basso tasso di fertilità potrebbero avere bisogno
di un significativo numero di immigrati nei prossimi decenni se vogliono
conservare l'attuale numero di popolazione lavorativa. "Avere un
numero sufficiente di persone in età da lavoro è vitale
per l'economia e per il gettito fiscale". L'analisi, condotta
dal Membro del Parlamento Europeo Francoise Castex, chiede che siano
riconosciuti agli immigrati i diritti legali e l'accesso all'assistenza
sociale ed ai benefici. Dice il Sig. Castex: "E' urgente che gli
stati membri tengano un atteggiamento pacato verso l'immigrazione. Come
dire: "sì", ci serve l'immigrazione... non si tratta
di un nuovo sviluppo, dobbiamo accettarlo." La proposta include
la creazione di un sistema di "carte blu". I titolari di carte
blu avranno il diritto di muoversi liberamente nell'Unione Europea e
di metter su casa in qualunque dei 27 stati membri. La notte scorsa,
Sir Andrew Green, della Mig-rationWatchUk, ha detto: "L'Inghilterra,
insieme all'Olanda, è di già il paese più affollato
d'Europa. "Se le cose stanno così, nei prossimi 25 anni
dovremo costruire, per gli immigrati già attesi dal Governo,
l'equivalente di sette città della dimensione di Birmingham. "Ancora
una volta la politica europea dell'"una-sola-taglia-va-bene-a-tutti",
produce dei risultati assurdi. Queste sarebbero delle proposte ridicole
se dovessero applicarsi alla Britannia. "Il Governo deve garantire
che questi permessi di lavoro non saranno validi per il Regno Unito.
"Livelli più alti di immigrazione, con una recessione che
si avvicina, sono l'ultima cosa della quale abbiamo bisogno". Dominic
Grieve, Segretario del Governo Ombra agli Affari Interni, ha detto:
"Quando dei ministri parlano duramente circa gli sforzi per controllare
l'immigrazione, devono fornire una spiegazione convincente che la politica
nazionale non è stata segretamente minata a Bruxelles".
Il capo dell'UK Indepen-dence Party, Nigel Farage, ha criticato la manovra
come "oltraggiosa". Ha detto:"Prima la Britannia si riprende
il controllo dell'immigrazione, meglio è". Le proposte -
parte degli Scambi Africa-Unione Europea firmati in Portogallo lo scorso
dicembre - mettono anche in guardia dagli effetti negativi dell'immigrazione
di massa e sollecitano una "migliore integrazione degli immigrati
africani". Sollecitano anche un approccio compassionevole
nei confronti degli otto milioni di immigrati illegali che già
vivono nell'Unione Europea. Vi si afferma: "Gli immigrati irregolari
non devono essere trattati come criminali. Molti rischiano la propria
vita in cerca di libertà o di mezzi di sussistenza, in Europa.
Finchè l'Unione Europea avrà standards di vita superiori
a quelli dei paesi al suo sud ed est, ci sarà la tentazione di
raggiungerla - specialmente se ci sono in prospettiva dei posti di lavoro". La dichiarazione invita l'UE ad assistere i governi africani ad allestire
centri di informazione per migranti "per gestire meglio la mobilità
della forza lavoro fra Africa ed UE". Il primo è stato il
"centro di collocamento" aperto a Bamako, capitale del Mali,
lunedì. Si aspetta presto l'apertura di altri centri in altri
stati dell'Africa occidentale e, successivamente, di quella del nord.
Ieri, il Daily Express ha rivelato che, in apparente contraddizione
con la politica di immigrazione, migliaia di migranti - come Kanoute
Tieny dal Mali - hanno ricevuto un premio di 5.500 sterline inglesi,
versato dall'UE, perchè se ne ritorni a casa in Africa. Il presidente
francese Nicolas Sarkozy vuole mettere a punto prima della fine dell'anno,
quanto decadrà dalla carica di capo del Consiglio dell'UE, un
piano di immigrazione per tutta l'UE. Il piano ingloba le varie politiche
proposte dalla Commissione Europea e discusse dal Parlamento Europeo.
Il ministro francese all'immigrazione, Brice Hortefeux, in una serie
di piroettanti visite attraverso l'Africa occidentale, ha rappresentato
tutti i 27 paesi membri, per aiutare a creare una strategia. La notte
scorsa, il Ministero degli Interni ha detto che il Regno Unito non ha
nulla a che fare con questo progetto dell'UE. Un portavoce di un
Ente Doganale ha detto che l'iniziativa mira a promuovere rotte legali
di migrazione nell'area Schengen dell'UE dalla quale il Regno Unito
si è chiamato fuori. L'area include la maggior parte, ma
non tutti, i paesi membri. "Pertanto noi conserviamo il pieno
controllo sulle nostre frontiere e sul nostro sistema di accettazione
dell'immigrazione". Nick Fagge in Mali - Tradotto per EFFEDIEFFE.com
da Massimo Frulla
|
|
|
|
Quella scomoda verità che nessuno osa dire a proposito
di immigrazione e di razzismo di Francesco
Lamendola - 07/10/2008 Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte] http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=21521 All'armi
siam razzisti? Da un po' di tempo questo sembra essere divenuto
il leit-motiv delle tavole rotonde politicamente corrette del Bel Paese,
sull'onda emozionale di alcuni fatti di cronaca che hanno suscitato
un vero e proprio rigurgito di cattiva coscienza e di buone intenzioni
da parte un po' di tutti, compreso il Vaticano e passando, tra l'altro,
per l'onorevole Fini. Eppure c'è una scomoda verità di
cui nessuno parla e che tutti fanno finta di non sapere, che vizia a
monte ogni discussione su immigrazione e razzismo e inquina i termini
del dibattito, in buona o in cattiva fede che sia. Fermo restando
che i Paesi del Nord della Terra hanno una precisa responsabilità
nei confronti delle disastrose condizioni economiche in cui versano
i Paesi del Sud, e che una giusta politica mondiale avrebbe dovuto puntare
a una più equa ripartizione dei beni esistenti, resta il fatto
che il problema del crescente, ulteriore immiserimento dei Paesi del
Sud non si risolve accettando il trasferimento di masse di decine e
centinaia di milioni di persone verso quelli del Nord. Ciò costituisce
la morte di ogni speranza di ripresa nei paesi del Sud, abbandonati
dalla loro unica, attuale risorsa: la popolazione giovanile; e crea
problemi giganteschi e insolubili nei Paesi del Nord, impossibilitati
ad accogliere una immigrazione di proporzioni bibliche. Anzi, se è
vero che la chiarezza e la verità devono fondarsi sull'uso delle
parole adeguate, nemmeno di migrazione dobbiamo parlare, ma di autentica
invasione. Si dirà, da parte dei soliti ambienti politicamente
corretti, che questo termine è eccessivo; che crea allarmismi
ingiustificati; e che, infine, sa di razzismo. Ebbene, lasciamo pure
che dicano e guardiamo ai fatti. Invasione è l'ingresso di uno
o più popoli nel territorio di un altro Stato, senza che questo
possa opporsi a tale movimento. E che altro è quella che si sta
verificando da una trentina d'anni, nei Paesi del Nord, se non una invasione
metodica e capillare? Davanti alle carrette del mare stracariche
di sventurati esseri umani, che rischiano la vita pur di sbarcare sulle
nostre spiagge, nessuna efficace resistenza è possibile: in nome
dell'umanità, costoro non solo non vengono respinti, ma, al contrario,
vengono aiutati e sistemati a terra; salvo poi procedere a un'espulsione
del tutto teorica di quanti non hanno il diritto legale di domandare
asilo politico. In pratica, rimangono quasi tutti; e quelli che sono
accompagnati alla frontiera, ritornano. Ritornano; e, se fermati, ci
riprovano: due, tre, dieci volte; finché passano. Ogni volta
che vengono fermati, esibiscono documenti falsi o danno nomi diversi,
tanto che è difficile capire che si tratta, sovente, delle stesse
persone. Ricordiamo il caso di una nave carica di clandestini asiatici
che, giunta in vista delle coste australiane, venne allontanata con
la forza dalla Marina militare di quel Paese. Da noi, le navi, le barche
o i gommoni dei clandestini sbarcano si può dire ogni giorno
il loro carico di disperati, magari sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti:
è uno spettacolo ormai familiare. Questo, per quanto riguarda
i clandestini; che, in quanto tali, contribuiscono in larghissima misura
all'aumento vertiginoso della criminalità: dal traffico della
droga, a quello della prostituzione, fino ai furti in villa e alla violenza
privata. Nelle carceri del Nord Italia, il 60% dei detenuti è
costituito da immigrati extracomunitari; in alcune zone del Veneto la
percentuale sale all'80%. Pagano, ovviamente, i contribuenti, cioè
noi; senza contare l'ulteriore allungamento dei tempi della giustizia
penale, oberata da migliaia e migliaia di procedimenti in corso. Per
quanto riguarda gli immigrati regolari, bisogna dire che il loro aumento
incontrollato (o controllato sulla base di parametri assurdi) sta letteralmente
alterando l'assetto demografico del nostro Paese. In alcune zone del
Nord Italia, gli immigrati costituiscono l'8 o il 10% della popolazione.
E il fatto che percentuali analoghe si registrino in Francia, Germania
o Gran Bretagna non ci tranquillizza: anzi, il caso della rivolta nelle
periferie francesi abitate dagli immigrati maghrebini ci mette in ulteriore
allarme. Si tratta di persone giunte nel giro di pochissimi anni
e provenienti dai Paesi più diversi, portatrici di culture, usanze
e religioni fra loro diversissime. Persone che non sempre sono disposte
a rispettare le leggi, le usanze e le tradizioni del Paese che le ospita;
che, al contrario, non di rado vorrebbero imporre le proprie; e che,
in ogni modo, più che di assimilarsi, nutrono la segreta speranza
di poter assimilare noi. Un poco alla volta, con la forza del numero. I
politici che parlano di facile e rapida integrazione, non sanno quello
che dicono. I responsabili del mancato attentato terroristico all'aeroporto
di Londra erano tutti immigrati della terza generazione, e quasi tutti
erano inseriti discretamente nella società inglese, anche in
posti rilevanti dal punto di vista economico-sociale. Forse non avevano
visto che una sola volta i Paesi d'origine dei loro nonni; ma tanto
era bastato per rinfocolare in loro l'odio per l'Occidente. Non che
nutrire sentimenti di gratitudine per il Paese che li ospitava fin dalla
nascita, avrebbero voluto vederlo distrutto. Certo, gli immigrati
non sono tutti così; ci mancherebbe. Ve ne sono molti seri, onesti,
laboriosi e rispettosi delle leggi. Però, e questo è
il punto, hanno verificato con mano e compreso il segreto che costituisce
la grande debolezza dei Paesi ospitanti: che non esiste alcuna seria
volontà di porre un freno all'invasione, e sia pure all'invasione
pacifica. Specialmente gli immigrati di religione islamica e di provenienza
nordafricana vengono in Europa, e soprattutto in Italia, con la ferma
intenzione di non integrarsi, di non assimilarsi, ma semmai, un poco
alla volta, con la forza del numero e dei petrodollari degli sceicchi
sauditi e kuwaitiani, di convertire noi. Essi, inoltre, conoscono
un secondo segreto, che hanno scoperto vivendo nel nostro Paese: che
la nostra cultura dell'accoglienza ci impedisce di dare torto al povero,
a quello che sembra il più debole, anche se il suo torto è,
invece, palese; che noi abbiamo il terrore di essere considerati, o
di considerarci noi stessi, dei razzisti. Perciò sanno di
poter tirare la corda oltre il limite di ogni ragionevole sopportazione,
perché ben difficilmente noi reagiremmo con durezza: la nostra
cultura ce lo impedisce. Le radici della nostra cultura sono, essenzialmente,
due: il cristianesimo e il socialismo: l'una e l'altra sono basate su
principi di solidarietà, di condivisione e di benevolenza. L'una
e l'altra ci fanno sentire cattivi ed egoisti se pretendiamo anche dai
più svantaggiati il rispetto delle regole; per cui tendiamo a
giustificarli, sempre e comunque, e a dare, piuttosto, torto a noi stessi. Se
a ciò si aggiunge la debolezza del sentimento nazionale italiano,
ne risulta un quadro in cui l'immigrato sa di potersi permettere comportamenti
che i nostri nonni e bisnonni, quando erano loro ad emigrare verso le
miniere di carbone del Belgio o verso le fazendas del Brasile, mai e
poi mai avrebbero osato assumere, consapevoli di essere degli ospiti
assunti «in prova» (e ad eccezione, ovviamente dei malavitosi
che, però, gettavano il discredito su tutti gli altri). Ora,
è bene dire con la massima chiarezza che pretendere dagli immigrati
il rispetto di tutte le regole, comprese quelle non scritte, ma che
fanno parte integrante della nostra tradizione (ad esempio, la nostra
idea della laicità dello Stato, oppure il modo di vestire o di
comportarsi delle nostre donne), nonché nutrire il timore che
un aumento ulteriore della loro consistenza numerica arrechi una alterazione
permanente della fisionomia materiale e spirituale della nostra nazione,
con effetti a dir poco problematici, non sono affatto una manifestazioni
di razzismo. Il razzismo è un atteggiamento di disprezzo nei
confronti degli altri popoli e delle altre culture. Il popolo italiano
non è mai stato razzista e non crediamolo lo sia diventato adesso
(benché singoli individui possano certamente esserlo). Ma qui
non si tratta di questo. Qui si tratta di stabilire se tutti i cittadini
residenti nel nostro territorio debbano avere gli stessi diritti e gli
stessi doveri, oppure no; e se sia giusto, oppure no, preoccuparsi di
preservare il valore della nostra identità culturale e spirituale. Ma
sul tappeto c'è anche un'altra questione scomoda, della quale
non si sente mai parlare pubblicamente, anche se molti di noi - crediamo
- intuiscono essere la questione veramente centrale di tutto il dibattito
pro o contro l'immigrazione. Si tratta di questo: se ogni popolo
ha il diritto di preservare la propria identità culturale e spirituale,
questo deve valere, evidentemente, anche al di là e al di fuori
dei confini politici che stabiliscono la sovranità dei singoli
Stati. Di conseguenza, gli immigrati - in teoria - sarebbero nel loro
pieno diritto nel rifiutare l'integrazione, se con ciò si intende
la rinuncia sostanziale alla propria identità e l'assunzione
di una identità diversa. Ma, allora, bisogna avere anche il coraggio
di riconoscere che: 1) Se tutti i gruppi etnici immigrati in
Italia e in Europa adottassero questa filosofia, si creerebbe il caos.
Ciascuno, per fare solo un esempio, vorrebbe santificare pienamente
le proprie festività religiose; e le fabbriche, i negozi, le
scuole, i trasporti, rimarrebbero paralizzati sette giorni su
sette e dodici mesi all'anno. Oppure nelle scuole, per fare un altro
esempio, gli studenti figli di immigrati potrebbero rifiutarsi di parlare
e scrivere in italiano, in nome della difesa della propria lingua. E
si badi che a questi assurdi ci stiamo già avvicinando, magari
per quel malinteso senso di rispetto dell'altro di cui parlavamo prima:
come quando delle maestre rinunciano a far cantare ai bambini della
scuola elementare le canzoni di Natale, o a costruire il presepio, per
non «offendere» (che parola male adoperata!) i sentimenti
religiosi dei loro alunni di altra religione. 2) Se tutte le
comunità nazionali degli immigrati si arroccassero a difesa del
loro diritto di conservare le proprie usanze, anche il più blando
tentativo di far rispettare regole comuni potrebbe essere percepito
come una forma di violenza xenofoba e dar luogo a reazioni fisiche.
Allora, una multa a un furgone per sosta vietata potrebbe scatenare
la rabbia di un'intera comunità, con tanto di bandiere al vento
(ricordate il caso dei Cinesi di Milano?) e, magari, autorizzare l'intromissione
diplomatica del loro governo. E cose succederebbe se le forze di pubblica
sicurezza, in ottemperanza a quanto stabilito dalle leggi, chiedessero
a una donna islamica di levarsi il burkha per farsi riconoscere, come
qualunque altro cittadino? 3) D'altra parte, proprio perché
è giusto che ogni comunità nazionale possa conservare
i propri usi e le proprie tradizioni, bisogna avere la coerenza di riconoscere
che la migrazione massiccia di enormi masse di persone da un luogo all'altro
della Terra, con i ritmi e le dimensioni che sta assumendo oggi il fenomeno,
non può essere la soluzione dei problemi economico-sociali: né
del bisogno di avere un reddito dell'una parte, né della necessità
di importare forza-lavoro dell'altra. La ricerca di una soluzione, semmai,
passa attraverso un profondo ripensamento del modello economico sviluppista;
una radicale riforma della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale;
una totale cancellazione del debito estero dei Paesi del Sud; una politica
di investimenti produttivi e di prestiti a tasso agevolato da parte
dei Paesi del Nord; nonché su una politica volta a incentivare
il graduale ritorno in patria degli immigrati già stabilitisi
in Europa, creando nuove opportunità di lavoro nei loro Paesi
e consentendo il ricongiungimento delle loro famiglie nel proprio contesto
socio-culturale. Dire queste cose non è affatto una manifestazione
di razzismo: razzismo alla rovescia è la pretesa di ignorare
la realtà dei problemi, facendo leva su un ricatto morale, affinché
non se ne possa parlare apertamente. E, intanto, i problemi si aggravano.
Chi ha la possibilità di conoscere direttamente le numerose attività
di accoglienza presenti nel nostro Paese - ad esempio, le sedi diocesane
della Caritas -, sa che i problemi di cui abbiamo parlato esistono.
Sa che esiste un certo modo, aggressivo e prepotente, di porsi di fronte
alla società e alle stesse strutture di accoglienze, da parte
di certi immigrati. Sa che, da parte di altri, vi è una scarsa
disponibilità al sacrificio e al lavoro, e una attesa passiva
di soluzioni al problema del mantenimento di sé stessi e della
propria famiglia. Sa, infine, che dietro richieste in sé perfettamente
legittime, come quelle di appositi spazi da dedicare alla preghiera
secondo il proprio credo, si nasconde, spesso, un preciso disegno politico,
volto a creare posizioni di forza in vista di una complessiva rinegoziazione
dei rapporti, per così dire, di forza, in seno al Paese ospitante. Perché,
diversamente - tanto per fare un esempio - insistere nella richiesta
di costruire una moschea nel capoluogo di una provincia dove la presenza
islamica è, sì, numerosa, ma non lo è, appunto,
nel capoluogo stesso, se non per dare il massimo della visibilità
politica a quella religione, magari con il generoso sostegno finanziario
degli sceicchi del petrolio? Tuttavia, ci dicono i nostri politici
e i nostri economisti, e ce lo ripetono da due o tre decenni, come se
fossimo degli scolari un po' testoni, noi abbiamo bisogno di manodopera
straniera, altrimenti la nostra economia si fermerebbe. Ma è
proprio vero? Che vadano a dirlo a un laureato della provincia di Catanzaro
o di Reggio Calabria, dove la disoccupazione giovanile è alle
stelle; e vedremo che cosa gli risponderà. E poi: è
la nostra economia che ha bisogno di quel tipo di manodopera - poco
qualificata, e dunque a basso costo; specialmente se impiegata in nero
- o ne ha bisogno un certo tipo di borghesia imprenditoriale, che vuole
sempre giocare sul sicuro, realizzando il massimo del profitto con il
minimo dei rischi e dei costi? E che cosa ne pensano i piccoli commercianti,
i piccoli artigiani - un barbiere di paese, per esempio, o il gestore
di un negozietto di frutta e verdura -, schiacciati dalle tasse e dai
costi astronomici della distribuzione, costretti a veder andarsene i
clienti l'uno dopo l'altro e, infine, a chiudere la loro modesta attività
in proprio, sopraffatti dalla concorrenza inesorabile dei grandi magazzini
e dai centri commerciali, che si servono largamente di manodopera straniera
a basso costo? C'è un ultimo problema - e non dei meno spinosi
- da affrontare, quando si vuol parlare a cuore aperto di tali questioni,
rischiando il linciaggio morale o, quanto meno, il boicottaggio dell'ambiente
culturale politicamente corretto. Intendiamo alludere alla condotta
di una parte del mondo politico, la quale, invece di farsi responsabilmente
interprete del disagio della popolazione italiana, e specialmente
delle classi più umili, di fronte al peggioramento della qualità
complessiva della vita dovuto al gigantesco afflusso di immigrati, ne
istigano e ne cavalcano i sentimenti più viscerali e irrazionali,
strumentalizzando quel disagio per un pugno di voti e lanciando slogan
incivili e brutali, che sa benissimo di non poter tradurre in pratica,
a fini meschinamente propagandistici. Quando un uomo politico indossa
davanti alle telecamere una maglietta contenente frasi e disegni insultanti
nei confronti dell'Islam, o quando un vicesindaco afferma, parlando
della richiesta di un luogo di culto da parte degli immigrai di religione
islamica: «Che se ne vadano a pregare nel deserto!», quei
signori sanno molto bene di fare e dire delle cose non soltanto stupide
e razziste, ma anche irrealizzabili. Ecco, è proprio questo
fatto - che la classe politica italiana, se non tace omertosamente sulla
portata dei problemi relativi all'immigrazione, ne parla in maniera
sguaiata e irresponsabile, per puro calcolo elettorale, che spinge tante
persone per bene a tacere e a rassegnarsi, pur vedendo che l'attuale
politica ci conduce al disastro: per non fare il gioco di simili individui,
per non essere accomunate ad essi nell'accusa - meritata, questa volta
- di razzismo. E anche questo è un ricatto al quale bisogna
trovare la forza civile di reagire. È un ricatto non poter
criticare le scelte dei nostri politici che, nel giro di un paio di
generazioni, renderanno l'Italia (e l'Europa) completamente sommerse
dalla pacifica invasione degli immigrati, i quali diventeranno maggioranza
e muteranno radicalmente la fisionomia materiale e spirituale del nostro
continente; ed è una forma di ricatto (o di auto-ricatto) anche
il tacere per non essere accomunati a dei personaggi cinici e incolti,
che si servono degli umori xenofobi - oggi ancora latenti - per farsene
una piattaforma elettorale, sia a livello amministrativo che politico.
Sia chiaro, dunque, che non vogliamo avere niente a che fare con quel
genere di personaggi: la loro battaglia non è la nostra, le loro
parole d'ordine non ci appartengono. Noi siamo per il rispetto, la tolleranza
e la collaborazione fra tutti i popoli, fra tutte le culture e fra tutte
le religioni. Questo, però, non significa che dobbiamo restare
a guardare mentre l'Italia e l'Europa vengono colonizzate e si avviano
a perdere, per sempre, la loro identità. No, su questo non siamo
d'accordo, perché riteniamo che ogni cultura nazionale sia una
forma di ricchezza per il mondo intero; e che, pertanto, ogni cultura
nazionale (e regionale) merita di essere difesa e sostenuta, merita
di sopravvivere. Non ci piacerebbe un mondo omologato, dove tutti bevono
Coca-Cola e masticano chewin-gum. E neppure - sia detto con il massimo
rispetto per una religione diversa dalla nostra - un mondo dove tutti
si genuflettono cinque volte al giorno per pregare Allah e onorare il
suo profeta Mohammed; e dove le donne, magari, devono indossare il burkha,
o almeno lo chador. E non perché ci sia qualcosa di male,
in sé, nel fatto di indossare il burkha o lo chador (checché
ne dicano i nostri liberaldemocratici politicamente corretti), ma perché
ciò non fa parte della nostra tradizione; e non vorremmo che,
un domani, ci venisse imposto, quando fossimo diventati - e, seguitando
di questo passo, lo saremo presto - minoranza nel nostro stesso Paese.Oppure
bisogna pensare che la tolleranza funziona solo a senso unico, serve
solo a tutelare gli ultimi arrivati; e non deve valere per coloro che,
in un certo luogo, sono sempre vissuti, da decine e decine di generazioni? Tante
altre notizie su www.ariannaeditrice.it
http://www.effedieffe.com
|
|
|
|
Sull’immigrazione: peggio di quanto credessi. «Non volete
immigrati? Mandate i figli a lavorare». di
Maurizio Blondet 25/08/2006 L’Italia sta andando peggio di
quel che credono anche i più pessimisti, fra cui il sottoscritto.
Me lo rivelano due lettere, in qualche modo di protesta contro il mio
articolo Eccole: «Sono un laureato in chimica con due corsi di
specializzazione post laurea, ho trentun anni e sono di Napoli. Dopo
tanto penare ‘per anni’ a mandar curriculum in giro per tutta Italia
sono riuscito ad avere un contratto a tre mesi (3) in Liguria (a Isoverde
di Campomorone, per l’esattezza), per lavorare in una aziendina che
produceva aromi alimentari. Dico produceva perchè ora è
fallita (o meglio, è stata fatta fallire perchè ai proprietari
conveniva venderla per appianare debiti che avevano precedentemente).
Comunque lì mi sono ritrovato, man mano, a capire che non avevano
bisogno di un chimico, bensì di un operaio che spostasse con
transpallet i carichi di materiale grezzo, che lavasse per terra, e
che all’occorrenza mettesse firme false su analisi HACCP mai avvenute
in laboratori inesistenti che certificassero la bontà dei prodotti. In
aggiunta il simpatico capo-responsabile si divertiva ad angariarmi continuamente
perchè ero lento, perchè non riuscivo a spostare un transpallet
con una tonnellata (sì, ha letto bene, una tonnellata) di carico
in un lampo da una parte all’altra del magazzino, perchè
a parer suo non riuscivo a pulire bene a terra, provvedendo a buttare
taniche di sostanze chimiche a calci a terra e poi facendomi ripulire
da capo. Il tutto condito da ‘ti faccio vedere io chi ha la laurea in
chimica, Napoli!’ (lui era di Milano). Dato che avevo bisogno di
lavorare, ho continuato a non fiatare e a subire, finchè non
ha chiuso e non mi sono trovato letteralmente in mezzo a una strada. Si
badi che, chimico con due corsi di specializzazione, ero inquadrato
come operaio e guadagnavo sì e no 1000 euro al mese. Per alcuni
giorni ho vagato per Genova aiutato da qualche soldo mandatomi da mio
padre giù da Napoli, pensionato dell’Italsider (sono di famiglia
operaia e so quanto il pane che viene messo su una tavola operaia costi
sudore), finchè non ho trovato un altro posto in un saponificio,
dove sembrava mi dovessi occupare di manutenzione di laboratorio, schede
tecniche, legge 626 sulla sicurezza et similia. Ovviamente assunto come
ultimo degli operai, e inquadrato come ultimo degli operai, s’intende,
a sì e no 900 euro al mese. Per il primo mese ho fatto un lavoro
immenso per cercare di razionalizzare una situazione completamente caotica
e creare un lavoro di buona fattura da presentare alle ispezioni che
si presentavano. Per non farla tanto lunga, si va avanti così
fino alla fine del primo mese, dopodichè arrivano quelli dell’ispezione,
vedono tutte le carte in ordine (di cui molte, ovviamente, falsificate
perchè non c’era tempo e soldi per fare tutti i controlli
di legge), si congratulano con me e se ne vanno. Dal giorno successivo,
mi si mette una ramazza in mano e mi si dice che sono stato promosso
al mio vero lavoro, l’operaio! Per terminare, il contratto di sei mesi
che mi viene fatto scade. Ora sono tornato a Napoli, disoccupato. […]
In moltissimi casi la laurea, lungi da aprire prospettive, si rivela
essere un vero danno, in quanto i ‘padroni’ (mi scuserà il termine)
vogliono per l’appunto solo i ‘senegalesi e marocchini’ che possono
permettersi di sottopagare tranquillamente. Va detto che vengono
preferiti i ‘senegalesi e i marocchini’ di cui parla nel suo articolo,
non perchè siano più buoni, bravi e belli, ma perchè
lavorano senza contributi pensionistici, al nero più nero, senza
alcuna garanzia sul lavoro, con turni da macello e trattati come bestie
su cui esercitare un potere di ricatto molto maggiore che su noi italiani
‘veri’. In quella che lei chiama ‘la grande scuola della fabbrica’
io ci sono stato, e mi hanno insegnato umiliazioni, pressappochismo,
ottusità, bestialità e, soprattutto, frode e falsificazioni». L’altra
lettera: «Ho 32 anni e una laurea in ingegneria elettronica;
dopo aver lavorato come operaio nelle catene di montaggio (quando ero
assunto con contratti a progetto per far funzionare gli ultimi prototipi
di macchine di automazione industriale) prima per un mese, poi
per un altro... l’ennesima presa in giro… me ne andai... Se mi avessero
detto guarda qui per te c’è solo il lavoro d’operaio, forse starei
ancora là... Segue la mia esperienza di insegnante di informatica
(entrato con una raccomandazione) presso vari enti pubblici dopo i quali
col cambio del governo, incuranti che ero l’unico ad avere a fine corso
un numero maggiori di studenti di quelli che lo iniziavano… tanto che
col passa parola gli alunni portavano in classe amici per ascoltare
le lezioni insieme... una ragazza si portò addirittura il fidanzato
‘ciao Marco oggi c’è anche lui, almeno così impara qualcosa’.
Seguirà un periodo di stasi dove ho chiesto apertamente a maggio
di questo anno di fare lavori come portiere notturno, receptionist,
ecc... Mi hanno risposto che ero troppo qualificato per fare lavori
del genere, e un mio amico mi ha detto che gli immigrati costano molto
di meno di un receptionist italiano, ingegnere che sia, possa costare...».
Prima constatazione tristissima: l’Italia non riesce ad occupare decentemente
i suoi laureati tecnici. Non ne ha bisogno. Perché non ci
sono più le industrie che necessitavano di questo settore «alto»
del lavoro. E ciò, dopo che ai giovani è stato detto e
ripetuto che, per vincere la competizione globale, dovevano riqualificarsi
appunto nei settori alti; che abbiamo troppo pochi ingegneri in confronto
a Cina e India, e via predicando. La cosa è tragica. Fino
a pochi anni fa, la Lombardia pullulava di aziende produttrici di macchine
utensili, ad esempio quelle che per destinazione chiara dovrebbero occupare
ingegneri. Le macchine utensili - poi ribattezzate «a controllo
numerico», e il settore sfocia nella robotica - sono le macchine
che servono a fabbricare le macchine, beni capitali per eccellenza,
non merci di consumo, e fonte di ricerca e sviluppo. Fino a pochi anni
fa, lo stato di sviluppo di un Paese si valutava dal suo settore delle
macchine utensili, dal grado di automazione; e in questo l’Italia -
all’insaputa degli italiani, perché queste fabbriche non «compaiono»
in TV - era fra i primi Stati al mondo. Dopo la Germania e forse alla
pari degli Stati Uniti, e prima della Francia. Dove sono finite queste
fabbriche che ieri volevano, reclamavano, ingegneri e operai specializzati?
Sono morte silenziosamente, distrutte dalla concorrenza cinese e asiatica?
Vado a cercare i comunicati dell’associazione del settore (UCIMU) e
scopro che nel 2005 la Cina ha scalzato l’Italia nel terzo posto mondiale,
in un anno in cui il commercio mondiale di queste macchine è
aumentato del 23 %. E tuttavia, la nostra industria si difende. Le nostre
esportazioni di macchine utensili sono cresciute del 14 %, 2,2 miliardi
di euro. Ma se sopravvive, è in lavorazioni di nicchia: si è
specializzata in produzioni quasi su misura a richiesta del cliente. Lo
dice la struttura del settore: sono 400 imprese, quasi tutte sotto i
70 dipendenti (la media in Giappone è 200); e sono le più
grandi, non le più piccole, quelle che esportano di più.
Chi resiste in questa nicchia, evidentemente non ha più bisogno
di centinaia di ingegneri, nemmeno di quei pochi che si laureano, con
duri studi, in Italia. Quanto alla chimica, l’abbiamo perduta da decenni;
niente più chimica fine, niente più farmaceutica. Siamo
totalmente dipendenti dalle importazioni. A che serve laurearsi
in chimica? Fabbrichette arretrate che campano con la frode, ti
offrono posti precari da scaricatore e addetto alle pulizie. L’esperienza
amara dei nostri due lettori è illuminante del degrado profondo
e malato della struttura economica italiana, anzi della società. E
i giovani che sono disposti a fare i lavori «che gli italiani
rifiutano», si sentono dire che sono «troppo qualificati». Quei
lavori sono per gli emigranti, i soli di cui si occupano la Caritas
e le burocrazie «caritative»; non accade mai che la carità
pelosa «cattolica» si occupi degli ingegneri che non trovano
lavoro: non cercano abiti usati, né piatti di minestra, la facile
e pelosa carità somministrabile agli «ultimi». E’
una retorica, dietro cui si nasconde un business (i caritatevoli ricevono
contributi statali per ogni assistito, ovviamente), che lascia i nostri
giovani nella trappola: non c’è lavoro per te come ingegnere;
se chiedi di fare il portiere, sei troppo qualificato. Non puoi fare
nemmeno i lavori che «gli italiani rifiutano». Ciò
rompe radicalmente un tacito legame, impalpabile, che univa le generazioni,
un legame di lealtà. Questo è il risultato dell’adesione
al «mercato» di tipo anglosassone, funestamente entusiasta
all’inizio, della nostra sedicente classe dirigente politica e imprenditoriale. Per
gli imprenditori, la dottrina del privatismo, che ha reso il lavoro
una merce come ogni altra (basata sul prezzo), si è tradotta
nella sua forma più patologica: lo sfruttamento, la dequalificazione,
il menefreghismo assoluto verso i dipendenti. Arrangiatevi ragazzi,
ora vige il privato. E mica vorrete il lavoro a vita… Per confronto,
penso alla ditta farmaceutica in cui lavorò - per tutta la vita
- mio padre. Quando si ammalò gravemente, il direttore del
personale dell’epoca - era un conte, un aristocratico - telefonò
personalmente a mia madre, le chiese se poteva permettersi spese, credo
le abbia dato del denaro; e la assicurò che il posto ci sarebbe
sempre stato, per mio padre (quando morì, fu assunta mia sorella). La
ditta era la casa, i dirigenti si sentivano attivamente responsabili
dei dipendenti. Non è ciò che s’insegna alla Bocconi:
s’insegna che il lavoro è «un costo», e che va liquidato
e alleggerito alla prima occasione. Stranamente l’Italia andava meglio
quando gli aristocratici milanesi, capi del personale, mettevano la
lealtà fra azienda e lavoratori prima dei «costi».
Tutto questo «taglio sui costi» bocconiano ci ha portato
all’arretramento nel mondo, a dipendenza crescente dall’estero, a impoverimento
generale. Qui, la colpa è dei politici. La dottrina liberista
- che vieta alla Stato di occuparsi di imprese - l’hanno tradotta come
un immenso scarico di responsabilità: lo Stato non si occupa
più nemmeno di economia generale, di mantenere il Paese all’altezza
nel mondo. E' avvenuto un grande rapidissimo cambiamento - la competizione
globale, i salari cinesi ci hanno distrutto - e questa classe politica
non ha fatto niente. Anzi peggio: si è chiusa nella sua sfera
dorata dove si dà stipendi miliardari, ben salda al riparo dalla
competizione globale (mica possiamo importare magistrati e funzionari
cinesi a 200 euro mensili), estraendo questi emolumenti da un Paese
che stava velocemente impoverendo, e socialmente degradandosi. Nella
storia d’Italia, non c’è mai stata una classe burocratica, che
abbia presieduto a una così tragica fase di impoverimento, e
così ricca, enormemente più ricca dei suoi cittadini.
Le responsabilità dei sindacati sono anch’esse enormi: non hanno
segnalato il mutamento in atto e le sue patologie; in contatto col mondo
del lavoro, hanno badato ad addormentarlo, non sono stati culturalmente
in grado di vedere dove si finiva. Del resto, ormai, gli iscritti ai
sindacati non sono più lavoratori, ma pensionati. Certo non interessati
allo sviluppo generale. Ora una mia amica che abita in Russia e viene
periodicamente, trova l’Italia ferma, senza forza intellettuale, completamente
disorientata e istupidita. Senza qualcuno che dia la direzione; del
resto, dove lanciarsi? Come quasi tutti i Paesi europei, infatti, l’Italia
è stato un Paese culturalmente retto dal dirigismo. Il «liberismo
globale» anglosassone, che ci è stato imposto da fuori,
non lo comprendiamo e non lo viviamo nel modo giusto: anzi, ci fa male. La
Russia aveva ben più del dirigismo, la socializzazione forzata,
l’abolizione della proprietà privata: le rovine del «liberismo»,
là sono state anche peggiori. Ma ora, ogni giorno con sempre
maggior sicurezza, sta adottando il dirigismo - l’indicazione di traguardi
nazionali da parte del potere, l’educazione all’ambizione non privata
ma collettiva, ad essere qualcosa nel mondo come nazione - che noi abbiamo
abbandonato. In Russia, nonostante tutto, c’è più vivacità
intellettuale, dice la mia amica. E ci ha fatto male l’Europa a-democratica,
dove il discorso pubblico è limitato, dove non si deve parlare
di certe cose. Ci ha fatto male anche l’'euro: l’Europa non ha dato
direzioni, solo regole su regole; ha dato prescrizioni invece che orizzonti
e traguardi. Ed è ovvio, perché una burocrazia non sarà
mai la madre di nazioni, né sostituirà mai la nazione.
In Europa, accade questo: che la Germania, a forza di tagli crudeli
sulla pelle dei suoi lavoratori, s’è rese «competitiva»,
grande esportatrice di nuovo: a spese di Italia e Francia, i cui «costi
sociali» sono rimasti alti. Non siamo soci di un progetto comune;
siamo concorrenti sul mercato globale, restiamo avversari sotto la trappola
pseudo-unificante dell’euro. E’ questa l’Europa Unita? L’Europa
ci predica la «flessibilità», la competizione, ci
dice che dobbiamo rassegnarci al «mercato», quello per cui
i giovani non trovano lavoro che precario. Non ha visto in tempo
- stupida, come ogni burocrazia - che la Cina non ci avrebbe spiazzato
solo dai settori «bassi» (tessile, scarpe, cemento) ma dai
settori d’alta gamma tecnologica a cui la burocrazia incitava i giovani.
Non c’è stato pensiero, non c’è stata elaborazione, e
nemmeno sostegno dopo la rovina. Solo, negli ultimi tempi, visto
che i consumi languono, veniamo incoraggiati a «sostenere la domanda
interna»: per poi scoprire che lo stimolo alla domanda non giova
alle aziende locali, ma provoca un aumento rapidissimo delle importazioni.
Perché ciò che oggi i consumatori vogliono comprare non
è più prodotto in Italia né in Europa: i telefonini
da Taiwan, le scarpe Reebock dalla Cina... persino il cibo locale non
è più richiesto, dalle nuove generazioni degenerate fin
nel gusto; e così la musica pop, lo spettacolo, persino l’architettura:
è richiesto solo quello che compriamo dall’estero. Bisognava
sostenere l’offerta, non la domanda. Ma ciò comportava l’indicazione
di traguardi e settori strategici, la promozione culturale di chi se
ne occupava, lo stimolo al senso di lealtà fra le generazioni,
unite nel comune destino: insomma, ancora una volta, «dirigismo»
sia pur in regime di proprietà privata e pluralismo economico.
Ma appunto di questo è vietato parlare. Un argomento tabù:
parlare di dirigismo sarebbe in qualche modo «fascista»,
parola su cui grava un sacro interdetto. E’ impossibile aprire
il discorso, esaminare quello che nel «fascismo» (nei dirigismi
europei del ventesimo secolo) funzionava, e se è possibile separarne
la lezione economica dalla lezione politica, il cosiddetto «totalitarismo»
(che forse, poi, era meno totalitario del conformismo mediatico di oggi,
e sicuramente meno del socialismo reale staliniano: manteneva la proprietà
privata, ma lo Stato interveniva per salvare le competenze umane e professionali
che i padroni gettavano sulla strada come un costo). A forza di tabù
stiamo soffocando e istupidendo. Siamo degenerati perché costretti
a vivere in un universo economico che non ci appartiene, in un «liberismo»
mercantile e finanziario che non è nostro, perché non
è stato elaborato da noi. Abbiamo gettato nel cesso tutti i nostri
patrimoni storici, per nulla. A cosa porterà tutto questo? Al
Sudamerica. Alla borghesia compradora chiusa nei suoi quartieri di lusso
circondati da mura e sorvegliati da guardie armate, per difendersi dalla
violenza e dai furti di una popolazione giovanile perennemente disoccupata,
eternamente senza reddito certo, e senza istruzione perché «non
è richiesta». Da questa devastazione della lealtà
reciproca nasce, inarrestabile, la violenza. E con in più, la
concorrenza degli immigrati di colore e di altra fede: l’ideale per
fare della questione sociale una miscela esplosiva di tipo razziale.
Il Sudamerica oggi si dà capi-popolo venuti da questo popolo
inoccupabile e degradato, ossia ignoranti: Chavez ne è l’esempio,
che i nostri uomini di sinistra ultrà - ignorantissimi - stanno
imitando. Ma Chavez ha almeno il petrolio. E noi?
|
|
|
|
IMMIGRAZIONE, UNA SCONFITTA PER TUTTI - di
Gianfredo Ruggiero EXCALIBUR 8 ottobre 2008 L’immigrazione
è generalmente considerata una risorsa. Io invece la considero
una sconfitta, anzi una doppia sconfitta: per i Paesi di origine e per
i Paesi di approdo. Per i Paesi da cui partono perché si dimostrano
incapaci di assicurare un futuro ai loro figli, costringendoli ad abbandonare
la loro casa e i loro affetti per cercare fortuna in terre spesso inospitali,
come accadeva ai nostri nonni quando, con la valigia di cartone in mano,
leggevano esterrefatti all’ingresso dei bar nel nord Europa avvisi del
tipo “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani”. Rappresenta una sconfitta
per i Paesi d’arrivo a causa dei conflitti sociale che ne derivano quando
il fenomeno assume proporzioni di massa e, soprattutto, quando la fame
degli immigrati è sfruttata dagli industriali per abbassare i
salari e le condizioni di lavoro. L’immigrazione di massa - da non
confondere con la libera circolazione degli uomini e delle idee e con
gli scambi culturali tra i popoli che, al contrario, vanno incoraggiati
– è un fatto negativo e per nulla ineluttabile, il frutto della
subalternità della politica alle leggi egoistiche e disumane
dell’economia mondializzata. Il nostro Paese si è modernizzato
durante gli anni trenta, diventando autosufficiente e primeggiando i
tutti i settori economici e non solo, ha superato i difficili anni della
ricostruzione e successivamente si è imposto a livello mondiale
grazie all’esclusivo lavoro degli italiani e all’impegno dei nostri
imprenditori. Oggi vogliono farci credere che il nostro futuro dipende
dagli immigrati, in realtà sono i nostri industriali che hanno
bisogno degli extracomunitari, da quando hanno perso la loro coscienza
sociale e il loro amor di Patria per abbracciare l’ideologia capitalista.
Un’ideologia che ha un solo obiettivo, il profitto e una sola regola,
il libero mercato. Agevolati in questo dai governi di destra e di sinistra.
Con il pretesto della “competitività sui mercati internazionali”
i nostri capitani d’industria, secondo la convenienza, assumono mano
d’opera immigrata per abbassare i costi di produzione (leggi stipendi),
trasferiscono all’estero la produzione dopo aver chiuso le fabbriche
in Italia e licenziato i nostri operai, oppure si trasformano in comodi
e redditizi importatori dalla Cina. Arriveremo all’assurdo dell’imprenditore
liberale che invece del figlio disoccupato assume l’immigrato perché
gli costa meno. A questo ci stà portando l'ideologia capitalista.
Se gli extracomunitari sbarcano a frotte sulle nostre spiagge, e con
loro i delinquenti, è perché qualcuno li assume! Un
vero Stato Sociale, come quello che noi auspichiamo, deve avere come
obiettivo il benessere e la prosperità del suo popolo, assicurando
un lavoro dignitoso a tutti i suoi figli, anche ai meno dotati e ai
meno volenterosi, prima di prendere in considerazione una seppur minima
immigrazione. Se questo non avviene (abbiamo milioni di disoccupati
italiani e altrettanti immigrati stabilmente occupati, anche nel sud
d’Italia) è perché l’immigrazione di massa è vista
con favore dalla sinistra, per annacquare la nostra identità,
dalla destra per favorire gli industriali e dalla Chiesa per un mal
compreso senso di carità cristiana (per una madre suo figlio
viene prima degli altri, per la Chiesa invece sono tutti figli di Dio).
Ciò premesso, se una Nazione che si ritiene civile, come l’Italia,
decide di aprirsi all’immigrazione lo deve fare con umanità,
considerando le sofferenze e le privazioni subite da questi uomini,
donne e bambini e rispettando, nei limiti delle nostre leggi, i loro
usi e costumi (velo compreso), le loro tradizioni e anche la loro fede
religiosa. Integrazione non deve essere sinonimo di omologazione. Per
una parte d’opinione pubblica, quella che politicamente si riconosce
nella Lega e nel centrodestra, gli immigrati vanno bene quando lavorano
in nero, sfruttati e sottopagati, quando per un posto letto in un tugurio
pagano affitti esorbitanti al padrone bianco, quando per pochi soldi
puliscono il sedere alla vecchia inferma; non vanno bene quando, è
quello che succede a Gallarate, chiedono un luogo dove pregare. In questo
caso sono vessati e ostacolati in tutti modi, fino a protestare se un
Parroco di quartiere concede loro uno spazio sotto un tendone con il
pretesto della mancata reciprocità con i paesi di provenienza,
come se le limitazione poste ai cristiani in quelle regioni fosse colpa
loro. Questo atteggiamento utilitaristico e vagamente razzista, non
deve stupire: è tipico delle società a capitalismo avanzato
dove in primo piano è posto il “cittadino” d’illuministica memoria
con i suoi interessi personali ed egoistici, assecondati da uno Stato
sempre e comunque al servizio dell’economica. Io, al contrario, credo
nello Stato sociale e nazionale e al centro pongo la comunità,
il popolo, la nazione. Sono geloso e orgoglioso delle nostre tradizioni,
identità e cultura millenaria che possono essere preservati solo
ponendo un freno all’immigrazione e rivalutando il lavoro degli italiani.
Ma se immigrazione deve essere, perché le convenienze dei singoli
e la regola del libero mercato prevalgono, che sia almeno rispettosa
della dignità umana. Gianfredo Ruggiero (presidente Circolo
Excalibur - Varese)
|
|
|
|
Joerg Haider e Wall Street Venerdì
17 ottobre 2008 http://falsoblondet.blogspot.com/2008/10/joerg-haider-e-wall-street.html L’assassinio
del dott. Joerg Haider sembra indicare un innalzamento del livello di
scontro tra l’Europa e i poteri forti mondiali. Il tenore del
messaggio è stato chiaro, alla vigilia della riunione dell’”eurogruppo”:
i governi europei non possono fare a meno di sottomettersi al dovere
di finanziare Wall Street e l’apparato angloamericano indebitato oltre
ogni misura a causa della dissennata “finanziarizzazione”. E salvare
il dollaro USA, ovviamente. Vengono soppressi spietatamente coloro che
si oppongono al progetto di globalizzazione (leggi americanizzazione)
pianificato da una setta di pazzi paranoici, in attesa degli extraterrestri
e pure ambiziosi di controllare il tempo meteorologico (schie chimiche?)
(1). Vittime sono già state Pim Fortuyn, l’”Haider di Rotterdam”,
e Milosevic. Per quest’ultimo avevano anche ideato una ridicola
entità chiamata tribunale penale internazionele dell’Aia. Come
il Fondo Monetario Internazionale, la “Banca Mondiale”, la Trilaterale,
il misteriosissimo Svalbard Global Seed Vault (2) organizzazioni di
cui nessuno sa l’origine né chi le controlli veramente ma che
ottengono cieca obbedienza dai governi di tutto il mondo. Poiché
non riuscivano a dimostrare nulla contro il leader serbo, lo hanno dovuto
eliminare. Così il movimento di Haider si era ripreso alle recenti
elezioni, poteva dare fastidio se gli austriaci col tempo avessero capito
in massa quale è il progetto per l’Austria e l’Europa intera. Il
partito di Haider (FPO) ebbe un exploit nel ’99. In quall’anno Hollywood
stava producendo il film Mission Impossible II, uscito poi nel 2000.
Nel ruolo del “cattivissimo” antagonista di Tom Cruise, l’attore Dougray
Scott, fu intenzionalmente fatto assomigliare al politico austriaco.
Tecnica psicologica subliminare usatissima dai poteri forti. E’ l’Europa
della moneta unica con i suoi popoli, tradizioni, millenni di storia
e solidarietà sociale (i Comuni) che fa paura. La Cina è
l’india stanno divenendo potenze economiche ma culturalmente sono totalmente
sottomesse dell’America. Del grottesco modello basato sulla “tolleranza”
di una società in verità “multirazzista”, spersonalizzata
in cui i centri di aggregazione sono i supermercati (!), le scuole sono
luoghi boccacceschi, la televisione come sonnifero per la ragione. Le
“piccole patrie” (nel senso di M. Fini) sono additate come il “nazismo”
del 21esimo secolo da estirpare in ogni modo sterminando quegli uomini
politici coraggiosi che pure a stento riescono a coagulare una resistenza
democratica e popolare. Badate che la crisi finanziaria “globale”
è quasi tutta anglosassone. Perché è in quel mondo
in cui esiste, da un lato, un’esiziale propensione al’acquisto a credito,
dai libri alle abitazioni e, dall’altro, la tendenza ad investire i
risparmi in borsa e prodotti “derivati”. L’Europa continentale è
assolutamente più equilibrata verso i titoli a reddito fisso,
come i titoli di stato, e la bolla immobiliare, per adesso è
scoppiata solo in Spagna. E nonostante ciò il Banco di Santander
sta per acquisire la barcollante banca americana Sovereign. Dopo che
per un decennio hanno spalmato il debito per tutto il pianeta, adesso
sostengono che è tutto il mondo ad avere un problema da sanare
con i denari “globali”. Non ci sarebbe alcuna ragione che a pagare sia
il mondo intero come fatto osservare dal ministro tedesco delle finanze
Peer Steinbrueck. Si tratta di un’immensa frode per salvare i ricchi
che i soldi li hanno in banca. I poveri (per definizione!) non avendo
soldi non hanno nulla da perdere se falliscono gli istituti di credito,
e i detentori dei mutui, bellamente hanno tutto da guadagnare se la
bisca finanziaria dovesse fare naufragio. A questo è servito
l’omicidio di Joerg Haider. Egli aveva di recente tuonato contro le
banche criminali: a persuadere i politici europei a non scucire i soldi
per un collasso d’oltreoceano. Poichè questo per l’Europa comporterà
pesantissimi tagli all’istruzione Pubblica, alla sanità Pubblica,
al sistema previdenziale Pubblico e trasporti Pubblici, nuove “privatizzazioni”
naturalmente “benedette” dalle banche centrali. Facile percepire
che l’uccisione del leader del FPO è stato un piano premeditato.
Mentre andava a trovare sua madre 90enne, quindi una strada che faceva
spesso, un percorso su cui gli attentatori potevano “lavorare”. Anche
il giudice Paolo Borsellino fu fatto saltare in aria, assieme agli uomini
della scorta, mentre si recava dall’anziana madre come dovere di ogni
decoroso figlio. Le agenzie di stampa non hanno detto se è stato
fatto andare fuori strada ma che andava al doppio della velocità
consentita. Lo stesso ragionamento per cui non sono loro che ci riempiono
di immigrati, siamo noi “intolleranti”. Da aggiungere, chi ha un minimo
di dimestichezza con gli incidenti stradali sa che, specie nei sinistri
senza testimoni, si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.
Figuriamoci per gli specialisti in “morti accidentali”. La misteriosa
auto con un’altrettanto fugace donna sono probabilmente state la “centrale
di controllo” che ha gestito l’incidente. Dopo essersi fermata ed accertato
che lo scopo era stato raggiunto, ripulendo la scena del delitto da
qualche marchingegno, ha chiamato il “118”. Può voler dire che
questo piano è stato ben supportato da elementi in alto allo
stato austriaco o perfino al suo stesso partito. Anche farlo passare
per “ubriacone” rappresenta il marchio di fabbrica dei cospiratori sionisti. In
primo luogo non è scritto da nessuna parte che uno che ha bevuto
debba ammazzarsi in un incidente stradale. In secondo luogo, era ubriaco
poi? Tutti sanno che è impossibile stabilire con certezza
il tasso alcolimetrico in una persona morta da ore, o addirittura da
giorni, a causa delle continue e repentine trasformazioni chimiche che
avvengono nel sangue di un cadavere. La cosa fu ben evidenziata nel
famoso incidente nel quale morì lady Diana, in cui tuttora non
si è riusciti a stabilire se l’autista Henry Paul fosse ubriaco
o meno al momento dello schianto. Significativamente è subito
comparso un articolo che sembrava tranquillamente essere stato scritto
per tempo, che auspicava una riunione delle destre austriache dopo Haider.
Nel segno assai conosciuto del bipartitismo fantoccio americano. Articolo
che pareva scritto dai medesimi che da noi hanno incensato la creazione
dei due partiti unici italioti, PD e PDL. Secondo voi, quanti iscritti
ad AN o DS, Forza italia o Margherita erano favorevoli alla fusione
con altre entità politiche? Altro metodo in voga di fabbricazione
delle “morti naturali” è quella dell’attacco cardiaco. Facilmente
inducibile tramite una sostanza chiamata Digitalina la quale ha anche
il buon gusto di non lasciare traccia alcuna. Questo sistema si addice
particolarmente ai galeotti che difficilmente si spostano in auto. Con
questa tecnica è stato probabilmente eliminato Slobodan Milosevic.
Altra opzione, più “soft”, di sopprimere gli avversari
è di fare venire loro un tumore. Indurre un cancro in una persona
è facilissimo. Basta, ad esempio, esporre il soggetto a contatto
prolungato con una forte radioattività la quale è assolutamente
inavvertibile. Sicché nessuno si sogna di passare al contatore
Geiger tutto il cibo che ingoia, ogni vestito che indossa o la macchina
che guida. Questo sistema viene sovente impiegato contro giornalisti,
divulgatori e uomini di spettacolo per “ammorbidirne” la prosa attraverso
la malattia. Doveva essere tolto di mezzo anche Umberto Bossi
ma Lucifero non emise il suo afflato di morte nonostante la Cabala,
i rigorosi precetti talmudici fossero stati minuziosamente eseguiti.
Il leader della Lega Nord fu colpito da ictus alla stessa ora
del medesimo giorno degli attentati “islamici” in Spagna (11 marzo 2004,
3, 7, 11, 13 e i loro reciproci multipli, tenete a mente questi numeri). La
notizia degli “attentati” madrileni di Al Qaeda avrebbe oscurato quella
della morte di Bossi, così come le ultime sul “meltdown” finanziario
quella di Haider, come è putualmente avvenuto. E Bossi sarebbe
stato fatto passare per “puttaniere”, da “ubriacone” lui lo avevano
già marchiato. Il “Senatur”, da uomo intelligente qual
è, ha dimostrato di avere capito l’antifona. Nella recente intervista
alle “Iene”, per citare, ben due volte ha risposto di essersi “Tranquillizzato”,
“più ragionevole” dopo la malattia (3). Forse un messaggio a
quelli che lo volevano fare fuori. Fuori dal “vecchio continente”
c’è il problema del dollaro e del petrolio. Quando, una ventina
di anni fa, Gheddafi iniziò a parlare di commerciare il petrolio
libico in marchi tedeschi fu oggetto di un feroce ostracismo internazionale
(come l’Austria di Haider) culminato col famoso bombardamento americano,
atto ad ucciderlo, a cui scampò per miracolo. Una decina di anni
or sono Saddam Hussein ventilò la possibilità di usare
il neonato Euro come moneta di riferimento per la valutazione del barile
di petrolio irakeno. Sapete com’è andata a finire, anzi come
non è finita purtroppo ancora per il popolo irakeno. Recentemente
il presidente del’Iran ha attivato una borsa petrolifera in euro. Potete
anche qui immaginare il finale del film. Ma stavolta saranno gli europei
a imbarcarsi per l’avventura militare iraniana sicchè gli USA
stanno affondando ed a breve non avranno più le risorse per reggere
il moccolo alle guerre giudaiche. Il presidente Chavez del Venezuela,
paese ricchissimo di petrolio, ha più volte affermato che gli
americani hanno attentato alla sua vita. Col risultato di farsi dare
del “matto”; troppo di sinistra per smerciarlo come “nuovo Hitler” come
Haider o Mahmud Ahmadinejad. Perché alla fine, se ben guardiamo,
la finanza mondiale di poche centinaia di ultramiliardari, che
a noi straccioni chiedono di scampare, è in mano ad ebrei, e
le infinite guerre mediorientali sono per salvare Israele la cui esistenza
è smisuratamente legata all’ intervento militare esterno essendo
un paese troppo piccolo per fronteggiare da solo le centinaia di milioni
di arabi rabbiosi che lo circondano. Tuttavia, l’”operazione Haider”
suona come un deliberato aumento della velocità del programma.
La qual cosa fa ritenere che la crisi globale sia assai più grave
di quello che già sembra. Gli eventi precipitano, serve quindi
una “accelerazione dell’agenda” (parole testuali di Tremonti)
verso la distruzione dell’Europa, facendo piazza pulita dalla Resistenza
dei Popoli ancora degni di questo nome. F. Maurizio Blondet http://falsoblondet.blogspot.com
|
|
|
|
Il degrado dell’informazione in Italia in un nuovo libro di Beppe Lopez
|
|
http://www.lsdi.it/2009/05/30/il-degrado-dell-informazione-in-italia-in-un-libro-di-beppe-lopez
|
|
in Editoria, Media e potere di Redazione
| 30 maggio 2009
|
|
E’ in libreria il nuovo libro di Beppe Lopez: “GIORNALI E DEMOCRAZIA”
di Beppe Lopez Glocal Editrice (211 pag., euro 16) Sottotitolo: “Analisi
del degrado dell’informazione in Italia, partendo dallo spartiacque
della fine degli anni Settanta e dalla vicenda-metafora del primo quotidiano
locale moderno e popolare: il Quotidiano di Lecce”...
|
|
Dopo un saggio introduttivo (“I giornali, fattori o demolitori di
democrazia”) - nel quale riprende e sviluppa un’analisi già avviati
nei suoi precedenti saggi e in particolare ne “La casta dei giornali”,
e temi quotidianamente trattati nel suo sito “Informazione e democrazia”
www.infodem.it
- l’autore descrive i processi di democratizzazione anche nel settore
informativo avviati e subito interrotti negli anni Settanta, per poi
soffermarsi ampiamente sulla emblematica avventura del quotidiano locale
da lui fondato nel 1979, dopo aver partecipato alla fondazione di Repubblica. Il
Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto nacque esattamente trent’anni
fa, il 6 giugno 1979. E costituì, per una serie di ragioni, un
punto di riferimento innovativo a livello nazionale e non solo sul piano
meramente giornalistico. Nacque, si insediò e fu interrotto:
come successe, in generale, al processo di democratizzazione e di socializzazione
avviato e stroncato in quegli anni in Italia. Da quello spartiacque
della vita nazionale nasce il processo di restaurazione e di omologazione
di cui il degrado che vivono oggi la nostra democrazia e la nostra informazione
è il frutto maturo. Il libro - spiega una nota editoriale - racconta
dunque una vicenda-metafora, che intreccia protagonisti e questioni
cruciali per capire il passato e il presente dell’informazione e della
democrazia nel nostro Paese: la Repubblica, l’assassinio di Moro e la
fine del compromesso storico, il craxismo, la degenerazione della “sinistra
socialista” in “sinistra ferroviaria”, Carlo Caracciolo, Paese Sera,
il caso-D’Urso, Tangentopoli, la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”,
le provvidenze per l’editoria, La Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe
Gorjux, Giuseppe Romanazzi, Francesco Gaetano Caltagirone, le grandi
conglomerate editorial-finanziarie… BEPPE LOPEZ ha attraversato e
raccontato - da giovanissimo pubblicista, da cronista politico, da direttore
di giornali e di agenzia, e infine da abile narratore e saggista - quasi
mezzo secolo di storia italiana. Ha collaborato con le più importanti
testate nazionali. Ha partecipato alla fondazione di Repubblica. Ha
fondato e diretto quotidiani e riviste. Ha diretto la Quotidiani Associati.
Ha scritto, fra l’altro, due importanti romanzi: Capatosta (Mondadori)
e La scordanza (Marsilio). Ha ottenuto uno straordinario successo editoriale
con La casta dei giornali (Stampa alternativa-Eri). E’ su “Informazione
e democrazia” www.infodem.it
di cui in copertina il libro riprende il logo: una macchina da scrivere
che diventa aula parlamentare.
|
|
|
|
Giornali e internet, come uscire
dalla crisi? 26 maggio 2009
|
|
È possibile trovare una formula che permetta di conciliare
carta stampata e informazione online? Quali sono le tendenze dominanti
e le soluzioni più convincenti? Perché la pubblicità
che abbandona i giornali si trasferisce solo in parte sui siti internet?
A queste e ad altre domande risponde l’ultima ricerca dell’Osservatorio
europeo di giornalismo intitolata: “Giornali e Internet: come uscire
dalla crisi?” http://www.lsdi.it/2009/05/26/giornali-e-internet-come-uscire-dalla-crisi/ È
possibile trovare una formula che permetta di conciliare carta stampata
e informazione online? Quali sono le tendenze dominanti e le soluzioni
più convincenti? Perché la pubblicità che abbandona
i giornali si trasferisce solo in parte sui siti internet? A queste
e ad altre domande risponde l’ultima ricerca dell’Osservatorio europeo
di giornalismo intitolata: “Giornali e Internet: come uscire
dalla crisi?” La nuova ricerca* dell’Osservatorio europeo di
giornalismo, condotta da Piero Macrì con la supervisione di Marcello
Foa, parte da una constatazione paradossale: i giornali non sono
mai stati letti come ora. Tuttavia l’editoria è in una crisi
che non è passeggera, ma strutturale. Per capire come affrontarla
bisogna considerare diversi aspetti. Il testo integrale è scaricabile
qui.
Qui di seguito la sintesi analitica della ricerca. (a cura di Andrea
Fama) 1) Nonostante il notevole aumento dei lettori online, la pubblicità
non aumenta proporzionalmente. Anzi, gli incrementi sono poco significativi
e la migrazione della pubblicità dalla carta all’online è
molto contenuta: il valore dell’investimento pubblicitario su web mediamente
non supera il 10% dei ricavi complessivi dei giornali. 2) Il tentativo
di imporre accessi a pagamento sembra avere poche possibilità
di successo: i lettori sono abituati a ottenere gratis le informazioni
e tendono a rifìutare qualsiasi forma di abbonamento o micropagamento.
Un cambiamento di tendenza potrebbe essere possibile solo in presenza
di una strategia condivisa dai principali gruppi editoriali. In questa
prospettiva vanno considerate le mosse di Rubert Murdoch, che si è
detto intenzionato a estendere la formula a pagamento, oggi attiva sul
Wall Street Journal, ad altri siti web dei giornali di proprietà
di News Corporation. Basterà il traino di Murdoch a cambiare
le dinamiche? 3) Il modello di business dei giornali online soffre
la concorrenza di Google. Ma se i giornali si privassero del traffico
generato dai motori di ricerca vedrebbero diminuire immediatamente il
proprio audience di oltre il 50%. La critica nei confronti di Google
appare quindi strumentale e mira più che altro a ricercare un
compromesso economico vantaggioso. 4) I costi di una struttura editoriale
di tipo tradizionale sono assorbiti per un 25%-35% da carta e stampa,
per un 30%-40% dalla distribuzione e per un 15%-25% dal costo del personale
di redazione. In buona sostanza si può affermare che un 60% sia
rappresentato da costi industriali, costi, evidentemente, che si riducono
sensibilmente nel momento in cui si decide di passare all’online, in
quanto il valore della spesa di infrastruttura tecnologica per un’attività
esclusivamente su web corrisponde circa a un 10% dei costi complessivi,
sei volte inferiore a quello della carta. Tuttavia il modello solo online
non è economicamente sostenibile, se non in circostanze
eccezionali, e ci vorranno tra i 5 e gli 8 anni, secondo una valutazione
ottimistica, prima che lo diventi. Un periodo di tempo in cui molte
testate saranno costrette a chiudere o a ridimensionarsi fortemente. 5)
Gli interventi statali a sostegno dell’editoria servono ad attenuare
le difficoltà del settore, ma non sono sostenibili sul lungo
periodo; proprio perché sta cambiando il modo in cui il pubblico
si informa. Che cosa fare? La capacità di sopravvivenza
dei gruppi editoriali dipenderà dal ritmo di migrazione dei lettori
dalla carta stampata al web. Più è lento, più i
giornali avranno tempo di adeguarsi. Gli annunci di morte dei giornali
sono pertanto prematuri, il sistema ibrido online-off line risulterà
nel breve periodo il modello economico più valido. Tuttavia il
volume della pubblicità su carta tende ad essere decrescente.
Da qui la necessità di adottare un nuovo approccio editoriale. A)
L’idea attorno alla quale l’industria della carta stampata si è
coagulata è la convinzione che si possa preservare la vecchia
forma organizzativa, che la logica di un contenuto generalista sia sostanzialmente
valida e che sia necessario un semplice lifting digitale. Niente di
più sbagliato. Solo pochi grandi gruppi potranno permettersi
di offrire un’informazione generalista di qualità; la grande
maggioranza dei giornali dovrà puntare sulla focalizzazione ovvero
su una serie di elementi informativi che rappresentano i punti di forza
della testata. A livello locale ciò significa che le testate
dovranno diventare iperlocali. La sfida, semmai, sarà quella
della connettività ovvero proporre percorsi di lettura e spunti
che, attraverso link ad altre testate, permettano di accedere alle informazioni
più qualificate in rete sugli argomenti che la testata non tratta
o affronta sommariamente. B) Con il passare del tempo, il termine
stampa è diventato sinonimo di giornalismo, la cui stessa parola
è ereditata, appunto, dal giornale. Nulla di più anacronistico: il
giornalismo del futuro sarà multimediale e fortemente interattivo;
ma ciò richiede un cambiamento di mentalità che i giornalisti
tendono a rifiutare e che nel lungo periodo rischia di essere fortemente
autolesionista. C) Il web favorirà la moltiplicazione delle
testate, accompagnate, però, da redazioni più snelle e
flessibili. Solo così infatti l’informazione online può
essere sostenibile economicamente. Ciò rappresenta una
chance per i nuovi siti giornalistici e una sfida per quelle tradizionali
che dovranno risolvere o attenuare le criticità di indebitamento
ereditate dagli investimenti compiuti in passato, come quelli immobiliari
o l’ammortamento degli investimenti nelle rotative full color. Gli asset
del passato si sono trasformati rapidamente in passività: la
capacità di gestire queste ultime sarà molto importante
per determinare le possibilità di adeguamento delle società
editoriali esistenti. D) La logica di adattamento riguarda anche
la pubblicità. Se da un lato emergono seri dubbi sull’affidabilità
del criterio basato sugli accessi unici, oggi prevalente, dall’altro
gli editori sembrano non aver capito le potenzialità di Internet.
E se è innegabile che un modello di business non è stato
ancora trovato, è vero che i tentativi di trovare nuove fonti
di reddito sono stati limitati o comunque fatti, una volta ancora, seguendo
le vecchie logiche. Perché, ad esempio, non reagire alla concorrenza
di Google adottando le sue stesse logiche e dunque puntando su forme
di aggregazione più evolute tra i giornali stessi? E) Il vecchio
mondo editoriale era basato sul concetto di esclusività della
testata, quello nuovo invece, proprio per il ruolo dei motori di ricerca
e i tempi brevissimi di permanenza sul sito (tre minuti), favorisce
la logica opposta: quella della condivisione dei contenuti e della complementarietà
fra le testate. Ma per coglierle tutti devono cambiare approccio: giornalisti,
editori, pubblicitari. *La presente ricerca dell’Osservatorio europeo
di giornalismo, un centro studi dell’Università della Svizzera
italiana (facoltà di Scienze della Comunicazione), terminata
a maggio 2009, si propone come un approfondimento ulteriore a quanto
già espresso negli studi di Marco Faré Blog
e giornalismo, l’era della complementarietà, maggio
2006, Andrea Corti L’informazione
su Internet, inizia l’era della concretezza, giugno 2004
e Piero Macrì I
giornali e Internet verso un modello sostenibile marzo 2008
|
|
|
|
Servi si nasce, italiani si diventa - 1 Maggio 2009 dal Blog di Beppe Grillo
|
|
Pasolini - Alla mia Nazione (1:19) I vostri video su: "Servi
si nasce, italiani ..." Freedom
House l'organizzazione fondata da Eleanor
Roosevelt, ha classificato l'Italia
semi libera per l'informazione. Unica nazione europea occidentale.
Dietro di noi ci sono Corea del nord, Turkmenistan, Birmania, Libia,
Eritrea. Ma non disperiamo, siamo in grado di raggiungerle grazie a
giornalisti come Belpietro, Riotta, Mimun e a politici della statura
di Boccone del Prete Franceschini e di (Musso) Fini. Freedom House
attribuisce la nostra posizione al controllo delle televisioni da
parte dello psiconano. Non sono d'accordo. La libertà di espressione,
di scrivere e di voler ascoltare la verità non dipende da un
ometto senza principi. La responsabilità è degli italiani.
Un popolo che, nella sua maggioranza, pagherebbe per vendersi. Un popolo
simpatico, gioviale, senza pensieri. Con un udito sensibile. Il suono
della verità gli fa male ai timpani. Con la memoria di un'ameba.
Che dedica piazze e vie al latitante Bottino Craxi e tollera un corruttore
professionista alla guida del Paese. Testa d'Asfalto fa il suo mestiere.
Vende la merce che gli italiani vogliono comprare. La dimenticanza
è un tratto nazionale. Nessuno ricorda più nulla. Qui
e ora, solo qui e ora è importante. L'informazione si nutre
del passato, ma il passato in Italia non esiste. L'Italia vive in un
eterno presente. La sua memoria è una spiaggia lavata
senza sosta dalle onde del mare. Un Paese cinico, spesso servo, per
un periodo luce del mondo. Un posto in cui si vive bene solo se si è
già morti dentro. Un Paese senza coscienza di sè
che forse non esiste. Un tunnel di morti ammazzati e dimenticati. In
nessun Paese democratico nel dopoguerra c'è stata una strage
di magistrati, di giornalisti, di poliziotti, di Carabinieri, di persone
comuni, semplicemente oneste, come in Italia. E' stata una strage immane,
un Vietnam d'Italia, lo documenta il Calendario
dei Santi Laici. L'italiano non parla, non sente, non vede
e odia l'informazione. Per informarsi e trarne le conseguenze dovrebbe
mettere in discussione tutto, a partire da sè stesso e dal suo
contributo alla vita sociale. Non vuole sapere, perchè sapere
è pericoloso. L'italiano è barricato in suo fortino personale
di convizioni, di miti, di balle, di televisioni. E' una questione di
sopravvivenza. E' un malato terminale di democrazia che si illude
di essere libero. L'italiano vive un incubo, ma riesce a trasformarlo
in un sogno. Per lui tutto è possibile, l'importante è
crederci. Disinformare per Credere. Freedom House ha anche fatto l'elenco
dei "10 peggiori Paesi per essere un blogger". Sono: Myanmar,
Iran, Siria, Cuba, Arabia Saudita, Vietnam, Tunisia, Cina, Turkmenistan
e Egitto. L'Italia non c'è ancora, ma è solo questione
di tempo. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. ORDINI
DI SERVIZIO 1. Le liste in attesa di certificazione - tra
le altre: Spoleto, Tortona, Vignola, Anagni, San Francesco al Campo,
Lugo, Forlì, Ponzano Veneto, Livorno e Bari - possono anticipare
via fax al numero 02.40.70.87.88 la documentazione necessaria, dettagliata
al pt.3 della pagina "certifica la tua lista": certificato
penale di ogni candidato; copia di un documento di identità valido
di ogni candidato; accettazione delle condizioni da parte di ogni candidato. 2.
Tutti coloro che desiderano contribuire alla costituzione nella
propria città di una Nuova Lista Civica certificata dal Blog
possono prendere contatto con le persone che si sono proposte di organizzare
un incontro nei prossimi giorni utilizzando il form seguente e ricercando
il nome del proprio Comune:
|
|
|
|
20 giornalisti illegittimi a tempo indeterminato. Due esempi
|
|
di Enzo Trentin 16 Giugno 2009 Due esempi
(se ancora ce ne fosse bisogno) della disinvolta interpretazione ed
utilizzazione della legge 150 del 2000, che consente agli Enti locali
di devolvere una percentuale del bilancio a scopi informativi: Ufficio
Stampa della Presidenza della Regione siciliana. Il Pm della Corte
dei Conti chiede il giudizio per Lombardo e Cuffaro: “Hanno assunto
20 giornalisti in maniera illegittima e a tempo indeterminato” Contestando
l'attribuzione a tutti i giornalisti della qualifica di caporedattore. Palermo,
15 giugno 2009. La Procura regionale della Corte dei Conti ha citato
in giudizio l'ex presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro,
l'attuale governatore Raffaele Lombardo e l'ex capo dell'ufficio legislativo
e legale della Regione, Franco Castaldi, ipotizzando un danno erariale
di circa 5 milioni e 200 mila euro. L'accusa si riferisce all'assunzione,
con nomina fiduciaria, di venti giornalisti nell'ufficio stampa della
Presidenza della Regione. Il giudizio è stato fissato per il
15 gennaio del 2010. Secondo la Procura i decreti di incarico sono stati
firmati in violazione della legge nazionale 150 del 2000, recepita dalla
Regione, che prevede l'utilizzo di personale interno o l'affidamento
di incarichi ad esperti ma a tempo determinato. Per il Pm Gianluca Albo
le nomine dei giornalisti sarebbero «illegittime e ingiustificate». La
Corte dei Conti ha svolto anche una ricognizione sulla situazione negli
uffici stampa di altre regioni, contestando l'attribuzione a tutti i
giornalisti della qualifica di caporedattore. Per Cuffaro, che ha effettuato
le nomine, viene ipotizzato un danno erariale di 3 milioni e 600 mila
euro; per Lombardo e Castaldi, che rispondono in solido del mantenimento
in servizio dei giornalisti, la somma ammonta a un milione e 600 mila
euro. I magistrati contabili hanno trasmesso gli atti anche alla Procura
che ha aperto un fascicolo per abuso d'ufficio indagando Cuffaro, Lombardo,
Castaldi e i 20 giornalisti. (ANSA).
|
|
|
|
È giusto che i cittadini vengano informati (con imparzialità ed equità) sulle idee e…
|
|
di Enzo Trentin «Il Giornale di Vicenza»
Altra, pagina 55, Martedì 16 Giugno 2009 È giusto
che i cittadini vengano informati (con imparzialità ed equità)
sulle idee e sull’operato dei loro amministratori. È giusto,
pertanto, che qualche volta (e con le opportune garanzie) la collettività
sostenga dei costi perché ciò avvenga. Non è giusto,
invece, che si spendano soldi pubblici per far conoscere l’aspetto fisico
di coloro che ci amministrano; esso non ha alcuna rilevanza pubblica.
La pubblicazione del volto delle persone può stare a cuore solo
ai diretti interessati (politici, artisti ecc.) per farsi pubblicità.
Essa tutt’al più può interessare ai giornali e alla televisione
ma solo per attirare maggiormente l’attenzione dei lettori. Anzi, l’immagine
esteriore delle persone tende a mettere in secondo piano il loro pensiero
ed il loro operato. Non v’è chi non vede che gran parte della
“comunicazione” pubblica è finalizzata a fare pubblicità
(a spese dei cittadini) ai rispettivi amministratori. Buttare i soldi
dei cittadini per fare pubblicità agli amministratori rasenta
il peculato. Il comune di Romano, per esempio, pubblica ogni tanto un
costosissimo (per l’utilità che ha) notiziario amministrativo
pieno zeppo di fotografie del sindaco e gli assessori. Nei soli ultimi
due numeri li ho contati ben 54 volte! Sottopongo all’approvazione
del Consiglio un odg con il quale si invita l’amministrazione a non
spendere (e a non far spendere ad altri soggetti, particolarmente enti
pubblici) un solo euro in iniziative editoriali, giornalistiche, televisive
o altro contenenti immagini degli amministratori o di chiunque possa
beneficiare personalmente (a titolo “politico”, professionale ecc.)
dalle pubblicazioni di cui trattasi. Il presente odg viene trasmesso
al Ministero della Pubblica amministrazione e Innovazione, vista la
possibile rilevanza nazionale della questione; che se va in porto, come
mi auguro (per la spesa pubblica in generale), è anche merito
delle esagerazioni di codesta amministrazione (oportet ut scandala eveniant).
Luciano Dissegna Consigliere comunale Romano Libera
|
|
|
|
CONTRAPPUNTI/ EDITORI, TRA CARTA E BIT
|
|
di M. Mantellini - Travolti dalla crisi economica,
gli addetti ai lavori della carta stampata pensano a nuovi modelli di
business online. Ma non hanno ancora fatto i conti con la Rete e bit
URL: http://punto-informatico.it/pi.asp?id=2600181 Contrappunti/
Editori, tra carta e bit di massimo
mantellini martedì 14 aprile 2009 Roma - Negli
ultimi mesi si è molto discusso del futuro del giornalismo. Se
ne è discusso sui giornali e su Internet, sui blog e sui siti
editoriali. È stata ed è una discussione molto interessante
che lambisce un ampio numero di tematiche che riguardano tutti i cittadini.
Poiché però la tematica è tanto centrale quanto
approfondita e potenzialmente tediosa per i non addetti ai lavori, provo
a fornirvene una versione ridotta e semplificata. A capo di tutto
questo discutere c'è la crisi economica mondiale. Prima di essa
la discussione sul futuro dell'informazione verteva solo sui tempi del
passaggio dalla carta ai bit, sulle possibili virtuose integrazioni
fra il giornalismo e i suoi lettori, sui modelli di business complementari
a quello pubblicitario da immaginare per il web. La crisi economica
mondiale, con il suo noto effetto a cascata ha messo a dura prova piccole
e grandi convinzioni appena consolidate (per esempio quella che l'informazione
la pagava la pubblicità): i grandi investitori pubblicitari (banche
e costruttori di auto in primis) hanno tagliato i loro budget e per
gli editori è iniziato un periodo di grande sofferenza economica.
Nel corso degli ultimi mesi del 2008 e nei primi mesi di quest'anno
i conti sono andati male per quasi tutti: i cali sono stati molto consistenti
per la pubblicità su carta (quella più remunerativa e
costosa) mentre i numeri positivi della pubblicità sul web (numeri
complessivamente assai più piccoli) hanno subito una brusca frenata. Con
uno strabismo invidiabile molti editori hanno inteso iniziare, prima
timidamente, poi con maggior condivisa convinzione, a ridiscutere non
solo e non tanto la loro presenza sulla carta stampata, quanto invece
quella sul web. Un po' ovunque, come per magia, sono ricomparse ipotesi
di abbandonare il modello basato sulla pubblicità per rivolgere
l'attenzione al portafoglio dei lettori. La lunga strada di un decennio
che ha portato grandi quotidiani e magazine di tutto il mondo a rendere
disponibili gratuitamente la gran parte dei propri contenuti sul web
sembra essersi interrotta: sono bastati alcuni mesi di conti in rosso
(certamente non per colpa del web) per far risorgere dalle ceneri il
vecchio sotterraneo rimbrotto della stampa nei confronti della rete
che potrebbe essere così riassunto: "Perchè dovrei
darti le mie news gratis?". Liberati i freni inibitori ora tutti
se le prendono con tutti: la palma del più combattivo
va senza dubbio a Rupert Murdoch che, evidentemente poco affezionato
alla sua fama di grande annusatore dell'innovazione derivata dalla acquisizione
fortunata di MySpace, se l'è presa con Google, rea di guadagnare
denaro "rubando" (questo il verbo usato dal tycoon australiano)
i contenuti delle sue aziende editoriali. Non è stata da meno
la Associated Press che ha preparato perfino una pagina
web nella quale, con qualche vaghezza, spiega di essere stanca
di vedere i propri pezzi ricopiati sui blog di tutto il mondo senza
guadagnarci un centesimo. I meno integralisti fra gli editori si
sono accontentati di riproporre ipotesi di modelli editoriali basati
sui micropagamenti, benché sia noto ai più che la diluizione
omeopatica del prezzo della informazione (associato alla uguale diluizione
del numero dei contenuti offerti) ha ottime, argomentate ragioni per
essere considerato come un sistema inattuabile. In tutto questo agitarsi
mi pare che le questioni centrali siano due. La prima è: cosa
succederà domani (o dopodomani) quando la crisi economica che
certamente non è stata causata dal mondo dell'editoria finirà?
Dico questo perchè ho la sensazione che la revisione degli editori
riguardo al proprio modello di business su Internet sia almeno in parte
strumentale: scontenti di una situazione economica assai meno remunerativa
di quella della editoria cartacea, molti hanno approfittato della momentanea
grave crisi mondiale per immaginare un cambio di scenario che sia domani
per loro più favorevole, archiviando con leggerezza anni ed anni
di esperimenti e mediazioni. La seconda è che, come già
ampiamente sperimentato in altri comparti (prima di tutto quello della
distribuzione musicale), nell'ultimo decennio Internet è stata
un ambiente di scambio economico capace da solo di far deflettere lo
scenario. Non ci sono insomma grandi possibilità di orientarne
dall'esterno le dinamiche di condivisione. O si accetta l'idea di fondo
che i contenuti digitali debbano trovare un equilibrio proprio fra remunerazione
e condivisione, accettando il patto col diavolo di produrre informazione
e cultura per un numero assai alto di individui senza essere per questo
pagati in proporzione, oppure il tentativo di controllo dei propri gioielli
immessi in rete è comunque destinato a fallire. Gli editori che
oggi immaginano interpretazioni più stringenti del fair use o
un embargo del diritto di citazione basato sulla minaccia legale (per
esempio escludendo l'uso degli aggregatori) compiono il medesimo errore
che per un decennio ha insistentemente compiuto l'industria musicale
trascinando in tribunale i propri clienti che condividevano in rete
file mp3. La differenza è che se i discografici hanno agitato
per anni lo spettro della crisi occupazionale che Internet stava infliggendo
al loro mercato (una crisi reale, pur viziata da numeri che la raccontavano
spesso esagerati ad arte) oggi alcuni grandi editori agitano lo spettro
di una crisi che non è nemmeno loro o che incide su di loro da
altre parti, praticamente senza toccare il comparto Internet. Massimo
Mantellini Manteblog
|
|
|
|
From Enzo Trentin 24 Aprile 2009 L'editoria
italiana e i mille finanziamenti, scandalo per i giornali di partiti
e diocesi. Ogni anno se ne vanno in fumo milioni di euro (si stimano
di 580 milioni di contributi per l'editoria nel 2008) di
Roberta Lemma per Radicalidisinistra del 19/4/09. Ci sono
meccanismi sconosciuti ai più; meccanismi che interessano solo
gli addetti ai lavori. Questa stretta cerchia tuttavia ha negli anni
fatto di questo meccanismo un vero affare, un altro affare legato alla
sfrenata attività della nostra comunità d'affari; lo Stato
italiano. Li chiamano giornali piccoli e lo sono in tutti i sensi: sia
nella foliazione, non superano le 4 pagine, sia perché davvero
piccoli; insignificanti, i meno letti, quelli che nessuno acquista! Giornali
che hanno una redazione se c'è, ridotta ai minimi termini, forse
una scrivania e un telefono forse... Ma davvero non interessa al contribuente
italiano sapere di questi giornalini? Questi giornali battono cassa
come e quanto la Repubblica e il Messaggero! Ogni anno se ne
vanno in fumo milioni di euro (si stimano di 580 milioni di contributi
per l'editoria nel 2008). Soldi pubblici destinati soprattutto agli
organi di partito visto che non si accontentano dei giornali, quelli
blasonati, tutti già piegati a servire i desideri ora di quelli
ora di altri, a questi occorre aggiungere i giornali di proprietà
partitica e religiosa. Una editoria che manca di professionalità
in quanto le redazioni sono super controllate e monitorate e censurate
e debbono sottostare, molto volentieri, ai voleri dei padroni. Apparentemente
incassare il contributo è facile: prima bastava dichiarare la
tiratura, presentare un bilancio e poi aspettare la liquidazione della
fattura. E le vendite? Non erano indispensabili. Oggi c'è
stata qualche riforma ma ufficialmente basta conoscere la gente giusta
per vedersi accreditato il finanziamento. Soldi pubblici spesi per finanziare
giornali virtuali e non perché scrivevano e scrivono sul web
ma perché inesistenti, finti: senza una redazione o uno straccio
di giornalista contribuito, una copia venduta, nulla! L'elenco è
imbarazzante: giornali di partito, testate legate a movimenti politici,
cooperative (vere e presunte) di giornalisti, quotidiani editi da società
controllate da fondazioni o enti morali. C'è chi si accontenta
di 6.320 euro di contributo all'anno, come L'amore vince, edito
dalla Fondazione di Culto e Religione Piccolo Rifugio, chi incassa
6,3 milioni di euro, come l'Avvenire, quotidiano della Cei. Ci
sono Motocross (517 mila euro) e Sportsman-Cavalli & Corse
(2,5 milioni), Chitarre (296 mila euro) e Ti saluto fratello
(44.960 euro), Rassegna sindacale (517 mila euro), Civiltà
cattolica (66.700 euro), L'aurora della Lomellina della diocesi
di Vigevano (45.197 euro). Ora arrivano querce e sequoie, i pesi
massimi del contributo di Stato: gli organi di reali o immaginari partiti
e movimenti politici. La Discussione? Difficile da trovare
in edicola, ma nei decreti di stanziamento è sempre presente:
15,148 milioni di euro in 7 anni. Linea, un mistero editoriale da quasi
16 milioni di euro, si presenta come organo del Msi-Fiamma Tricolore
ma perfino la paternità è duramente contestata. Il
Campanile, non fa din don ma bingo: nelle solide mani dei figli
di Clemente Mastella, Pellegrino ed Elio, ha incassato già quasi
6 milioni di euro. L'Opinione delle Libertà, ha messo in cassaforte
13.542.856 euro. E che dire della diaspora editoriale socialista? L'Avanti!
ha macinato quasi 15 milioni di euro. L'Avanti! della domenica,
ovviamente settimanale, dal 2000 al 2003 ha messo in banca 2.360.545
euro. Il Socialista Lab, quotidiano della cui esistenza in
pochi si sono accorti, in tre anni di euro ne ha ottenuti 758 mila. La
Gazzetta politica, settimanale, dal 2002 al 2005 ha superato 1,6
milioni di euro. E che dire degli alfieri del mercantilismo? La
Voce repubblicana, ectoplasma da edicola, tra aperture e chiusure
ha presentato un conto da 2,263 milioni di euro. Liberal ha
un etichetta politica lontana dal Leviatano dello Stato, ma vicina alla
cassa di Palazzo Chigi: dal 2003 al 2006 ha incassato oltre 3 milioni
di euro. Chissà oggi! Persino il feroce Tonino Di Pietro accetta
di partecipare alla spartizione del finanziamento pubblico: per Orizzonti
Nuovi, 62 mila euro nel solo 2005, l'anno dopo ha preferito i 2,036
milioni di euro per il quartino di Italia dei valori, in cui casualmente
è stata assunta la figlia Anna come praticante. Poi il
gigante Libero, l'Unità, il Manifesto (cooperativa di giornalisti
con un attivo di circa 30 milioni in 7 anni di contributi) che oggi
minacciano la chiusura! In 7 anni per loro circa 40 milioni. L'Europa
rimasuglio di testata del PD ha messo in tasca, in soli 4 anni, qualcosa
come 14 milioni di euro, quanti di voi l'hanno mai letto? Il Foglio
di Ferrara ha incassato finora oltre 25 milioni di euro. Liberazione
(25,5 milioni), Rinascita (11 milioni) e La Rinascita della
sinistra (6 milioni). Anche Notizie Verdi, ex Sole che ride
(9 milioni). Radio Radicale: 30 milioni di euro per la radio
dei pannelliani che, evidentemente, quando si tratta di arraffare i
soldi degli italiani non fanno scioperi della fame! Roma ladrona?
Non quando si tratta di sbancare i contribuenti: il quotidiano leghista
La Padania infatti si è assicurato 28 milioni in sette
anni, circa 4 milioni ogni 12 mesi. E dal Nord al Mezzogiorno il refrain
è sempre lo stesso. Il meridionalissimo Movimento Europa Mediterraneo
porta a casa soldi per Il Denaro: quasi 14 milioni di euro. Quanto a
Magna Grecia Sud Europa, che con la cooperativa Balena Bianca,
made in Avellino, pubblica la rarissima Democrazia cristiana
(un milione), non resta certo indietro rispetto ai duri e puri del profondo
Nord. Le Peuple valdotain, settimanale di Aosta, in sei anni
ha battuto cassa per un milione e mezzo; e il mensile Zukunft in
Südtirol, edito dalla Svp, veleggia ormai oltre quota 5 milioni.
Ma quante sono le diocesi italiane? Quante le case generalizie, le fondazioni,
le pie società che editano, stampano, sopravvivono grazie ai
contributi pubblici? Fuori dalla giungla comincia una sterminata prateria
di carta. Una prateria dove astuti cavallerizzi si riempiono le tasche
e saccheggiano gli italiani che si danno fuoco davanti al Campidoglio
perché hanno perso il lavoro o si suicido all'albero del loro
giardino per lo stesso motivo.
|
|
|
|
Diritto & internet Lettere/ La rettifica è un limite
|
|
PI - Lettere martedì 16 giugno 2009 Roma
- Riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta dell'Istituto
per le Politiche dell'Innovazione rivolta ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari
del Senato, inerente il percorso legislativo del controverso disegno
di legge sulle intercettazioni, ed in particolare dell'emendamento sul
diritto di rettifica già
discusso su queste pagine. Internet,
16 giugno 2009 Ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari Senato
della Repubblica ROMA Egregio Presidente, il ddl 1415A approvato
alla Camera dei Deputati l'11 giugno u.s. ha, da più parti, sollevato
numerosi dubbi e perplessità in ordine alla sua legittimità
costituzionale e, più in generale, all'opportunità degli
interventi normativi che, attraverso esso, si intendono realizzare. Vi
è, tuttavia, un profilo, sin qui, rimasto nell'ombra e poco approfondito
nei dibattiti di questi giorni: si tratta del contenuto del comma 28
dell'art. 1, la cui infelice formulazione - ammesso anche che tale non
fosse l'effettiva volontà del suo estensore - rischia di determinare
un'inammissibile limitazione della libertà di manifestazione
del pensiero in Rete che spingerebbe, rapidamente, l'Italia in una posizione
ancor più arretrata di quella che attualmente occupa (è
quarantaquattresima) nelle classifiche internazionali sulla libertà
di informazione. La citata previsione, infatti, sembrerebbe assoggettare
il responsabile di qualsiasi "sito informatico" allo stesso
obbligo di rettifica che la Legge sulla stampa (n. 47 dell'8 febbraio
1948) pone a carico del direttore responsabile delle testate giornalistiche. L'omesso
adempimento a detto obbligo entro 48 ore - esattamente come accade nel
caso di una testata giornalistica - comporterebbe per il responsabile
del sito informatico la condanna ad una sanzione pecuniaria fino a 25
milioni di vecchie lire. Come comprenderà, tuttavia, non si
può esigere da chi fa informazione on-line in modo non professionistico
l'adempimento ad un obbligo tanto stringente quale quello di provvedere
alla rettifica di ogni inesattezza eventualmente pubblicata sul proprio
sito informatico e, egualmente, non si può pretendere che a ciò
provvedano i responsabili di siti informatici che ospitano contenuti
pubblicati da soggetti terzi. Difficoltà facilmente intuibili
di ordine tecnico, organizzativo ed economico, infatti, ostano al puntuale
adempimento ad un simile obbligo ed esporrebbero, pertanto, in modo
pressoché automatico, i responsabili dei "siti informatici"
al rischio di vedersi irrogare sanzioni pecuniarie che, nella più
parte dei casi, appaiono idonee a determinare l'immediata cessazione
di ogni attività di informazione on-line. La Rete costituisce
il primo mezzo di comunicazione di massa nella storia dell'uomo capace
di dare concreta attuazione alla libertà di manifestazione del
pensiero e la possibilità di utilizzarla è stata di recente
definita dal Parlamento Europeo e dal Consiglio Costituzionale francese
- sebbene sotto profili diversi - un diritto fondamentale dell'uomo
e del cittadino. A quanto precede deve essere aggiunto che l'istituto
della rettifica - già anacronistico ed inefficace nel mondo dei
media tradizionali - risulta privo di ogni utilità nel contesto
telematico nell'ambito dei quale ciascuno è - salvo casi eccezionali
- sempre libero di contrapporre ad un'informazione, un'altra informazione
di segno opposto ed idonea, come tale, a rettificare quella originaria
senza l'esigenza di alcuna collaborazione da parte dell'autore di quest'ultima. Alla
luce delle brevi considerazioni che precedono, pertanto, Le chiediamo
di presentare e votare - non appena il ddl 1415A approderà al
Senato - un emendamento idoneo a chiarire che l'obbligo di rettifica
di cui al comma 28 dell'art. 1 del DDL c.d. Intercettazioni deve applicarsi
esclusivamente ai siti informatici di testate telematiche soggette all'obbligo
di registrazione alla stregua di quanto disposto dalla Legge n. 47 dell'8
febbraio 1948 ovvero ai soli siti internet attraverso i quali vengono
diffuse informazioni prodotte nell'ambito di un processo professionale
realizzato nell'ambito di una struttura imprenditoriale e redazionale. In
assenza di tale intervento, il Senato della Repubblica, si assumerà
la responsabilità - da condividere con il Governo e con quanti
alla Camera dei Deputati hanno votato a favore del ddl in questione
- di aver contribuito a scrivere una delle pagine più buie della
storia moderna di un Paese che, come il nostro, ambisce a considerarsi
democratico: quella attraverso cui si saranno privati i cittadini italiani
dell'utilizzo di uno strumento che avrebbe, invece, loro potuto restituire
l'esercizio effettivo di quella libertà di manifestazione del
pensiero che la nostra Corte Costituzionale ha già definito "pietra
miliare di ogni ordinamento democratico". Augurandoci che vorrà
sottrarre il Senato della Repubblica a tale responsabilità e
che pertanto darà seguito alla nostra richiesta, Le porgiamo
i nostri più cordiali saluti, Istituto per le Politiche dell'Innovazione
rettifica
|
|
|
|
Otto per mille alla Cei: calo di 4 punti
|
|
di Carlo Marroni Il Sole24Ore 16 giugno 2009 Si
conferma la tendenza: calano le entrate della Chiesa italiana, ed è
allarme tra i vescovi, che hanno varato un programma di tagli alla spesa
del 20% delle spese correnti per gli uffici e ai fondi per la catechesi. Dall’ultima
assemblea annuale della Conferenza Episcopale emerge -grazie alle anticipazioni
dell’agenzia cattolica Adista, sempre molto informata sulle faccende
interne alla Chiesa che sono calate di quasi quattro punti, dall’89,8%
del 2008 all’86, 02% di quest’anno, i fondi assegnati dallo Stato alla
Cei in base alla ripartizione dell’8 per mille. Dai 1.002 milioni di
curo del 2008 (che facevano riferimento alle dichiarazioni del 2005
relative quindi ai redditi del 2004) si è passati a 967,5 milioni:
esattamente la Cei ha percepito 913 milioni versati come anticipo e
54,3 come conguaglio. La relazione sui conti è stata effettuata
dal segretario generale, monsignor Mariano Crociata, che guida la "macchina"
della Conferenza. E le sue parole sono state molto dure e chiare: il
2009, che già rappresenta il punto «minimo di entrate nell’ultimo
triennio», è aggravato dalla crisi finanziaria, il che
comporta che la Cei potrà attingere dall’avanzo di gestione del
2008 le sole risorse necessarie per la carità del Papa e gli
aiuti alle chiese dell’Europa orientale (11 milioni), mentre l’anno
precedente era stato possibile integrare la ripartizione con 21 milioni
di euro. Insomma, la Cei nel 2008 aveva chiuso in attivo e a fine anno
aveva potuto integrare alcuni capitoli di bilancio con fondi aggiuntivi,
mentre quest’anno tutto è più difficile. E per il futuro? «Da
tutto questo - spiega la relazione Cei - deriva che potremo aspettarci
aumenti significativi dei flussi dell’8 per mille solo in presenza di
incrementi del gettito fiscale e dal contestuale mantenimento della
percentuale delle firme a favore della Chiesa cattolica». Fatto
che appare tutt’altro che scontato, visto che le "firme" a
favore dello Stato stanno progressivamente aumentando (quest’anno hanno
pesato per la Chiesa una flessione di introiti per ben 15 milioni):
ma alla Cei si è ottimisti, e si stima una risalita delle adesioni
all’87% per le dichiarazioni di quest’anno e all’88% per il prossimo.
In ogni casi le cifre emerse nel corso dell’assemblea annuale presieduta
dal cardinale Angelo Bagnasco erano già in buona parte conosciute
dai vescovi, che lo scorso settembre avevano deciso di intensificare
le campagne pubblicitarie, come del resto si è visto in tv e
sui giornali negli ultimi mesi
|
|
|
|
Lega di lotta e di governo
|
|
di Maurizio Belpietro Panorama 12 giugno 2009 Silvio
Berlusconi non ha vinto. O quantomeno non ha vinto come avrebbe voluto.
E noto che egli sperava in un successo elettorale di dimensioni tanto
ampie da spazzare via tutte le trappole che l'opposizione ha messo sul
suo cammino. Un risultato largamente positivo poi avrebbe avuto l'effetto
di frenare i cavalli che scalpitano dentro il Popolo della libertà,
e Dio solo sa quanti ce ne sono. Ma tant'è: la travolgente ondata
non c'è stata e conviene fare i conti con quel che c'è. Del
resto, a urne chiuse, bisognerebbe riconoscere che l'ambizione di superare
il 40 per cento dei consensi era in gran parte irragionevole. Soprattutto
alla luce di quel che è successo nelle ultime settimane, fra
divorzi e condanne. Neanche un mago sarebbe riuscito a passare indenne
attraverso un simile fuoco e il Cavaliere, per quanto stregato dalla
fortuna, uno stregone non è. Capisco che lui sia stato deluso
dal 35 per cento ottenuto e che a nulla sia valsa la conquista di 28
province, 17 delle quali strappate al centrosinistra. Ma a ben guardare
l'anno che ci separa dalle elezioni politiche avrebbe abbattuto anche
un toro. Dopo 12 mesi di governo di solito ogni maggioranza lascia
sul campo qualche punto di consenso. Figuratevi che cosa succede se
il periodo è trascorso fra crolli di borsa e chiusura di aziende.
Pensare di poter guadagnare voti in mezzo a un`economia in piena tempesta
è fantapolitica. Berlusconi, dunque, deve consolarsi per aver
ceduto appena il 2 per cento e non già perché il Partito
democratico ci ha rimesso il 7 per cento (e ha conficcata una spina
nel fianco come Antonio Di Pietro, che ora ha raggiunto l`8 per cento,
più di quel che un tempo aveva Fausto Bertinotti), ma soprattutto
perché altri governi europei sono stati bastonati molto di più
dai loro elettori. Dunque, non credo che il presidente del Consiglio
abbia motivo per dolersi. Detto questo, c'è però una considerazione
che è doveroso fare e che in parte ho già anticipato nel
pezzo della scorsa settimana, prevedendo gli scenari del dopo elezioni.
Dalle urne, non essendo giunto un travolgente successo del Pdl, ma semmai
una sua conferma, è però uscita rafforzata la Lega, e
non solo nelle sue aree tradizionali, come Lombardia e Veneto (dove
per altro il Pdl è riuscito a spuntarla, anche se per un soffio),
ma anche in Emilia-Romagna, in Toscana e nelle Marche. In alcuni
piccoli centri al di sotto del Po il partito di Bossi ha sfondato il
muro del 20 per cento e a Fermignano, in provincia di Pesaro, ha conquistato
addirittura il 33,5. I lumbard, accentuando una tendenza che già
si era vista alle passate politiche, ora non sono un partito regionale,
ma qualcosa di più e in alcuni casi si sostituiscono ad alcuni
tradizionali gruppi del centrosinistra. Gli esperti di flussi elettorali
hanno già spiegato che molti iscritti della Cgil votano Lega
e che ormai il movimento di Umberto Bossi è preferito dagli operai
e da un ceto medio-basso più di quanto ormai lo siano i partiti
della sinistra radicale. E il rischio vero per Berlusconi sta proprio
qui. Ovvero che la Lega diventi un partito molto diverso da quello
delle origini, quando nacque l'alleanza tra Bossi e il Cavaliere. Già
oggi si capisce che il movimento è cambiato e su certi temi rappresenta
istanze differenti da quelle del Pdl, o quantomeno le interpreta con
accenti diversi. Ma nel futuro il fenomeno potrebbe accentuarsi. In
un momento in cui l'opposizione è ridotta al minimo (com'è
dopo l'ultimo voto) il pericolo è dunque che ne nasca una dentro
la maggioranza, interpretata appunto dalla Lega. In questo caso si tratterebbe
di una guerra intestina e, come tutte le guerre fratricide, destinata
a finire male.
|
|
|
|
La legge che piace alla casta
|
|
di Luca Ricolfi La Stampa 15 giugno 2009 Sembra
che, sulle intercettazioni, si sia in dirittura di arrivo. Dopo un anno
di aggiustamenti e di ritocchi, il relativo disegno di legge è
stato approvato alla Camera giovedì (con il voto di fiducia),
e da domani inizia il suo iter in Senato. La sostanza delle nuove norme
si può riassumere in quattro punti. Primo: per un pubblico ministero
diventerà molto più complicato richiedere e ottenere l’autorizzazione
a intercettare (ci vorrà il parere di tre giudici, anziché
di uno soltanto come oggi). Secondo: in molti casi le intercettazioni
diventeranno semplicemente impossibili. O perché il procedimento
è contro ignoti (e manca l’autorizzazione della persona offesa),
o perché non esistono «evidenti indizi di colpevolezza»
(prima bastavano «gravi indizi di reato»). Terzo: dopo il
60° giorno le intercettazioni dovranno comunque essere interrotte.
Quarto: la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni sarà
sottoposta a forti restrizioni, con severe sanzioni a carico dei trasgressori
(giornalisti e editori). Indubbiamente la nuova disciplina rafforza
la privacy e indebolisce il diritto di cronaca, uno scambio questo che
fa imbufalire i giornalisti ma piace ai cittadini, almeno a giudicare
dai risultati del sondaggio appena condotto da Ipsos per Il Sole - 24
Ore: i cittadini contrari alla pubblicazione delle conversazioni sono
più del doppio di quelli favorevoli. Forse gli italiani sono
meno assatanati di gossip di quanto li si immagina, o forse si sono
convinti che in troppi casi la stampa non ha fatto un buon uso della
libertà di cui godeva. L’aspetto più importante del
disegno di legge sulle intercettazioni, tuttavia, a me pare quello che
riguarda la sicurezza. Qui è indubbio che l’effetto delle nuove
norme sarà di rendere molto più difficile l’identificazione
dei colpevoli di un delitto. Limitando l’uso di uno strumento investigativo
fondamentale, le nuove norme aumenteranno la nostra privacy ma al prezzo
di una minore sicurezza, di un minore contrasto nei confronti della
criminalità in tutte le sue forme, da quella di strada a quella
dei colletti bianchi e dei politici. E infatti i magistrati sono preoccupatissimi,
come chirurghi cui è stato sottratto il bisturi, mentre i politici
- pur non potendo sempre proclamarlo in pubblico - vedono assai bene
una legge che ridurrà il rischio di essere «messi in piazza»,
e aumenterà il livello (già pericolosamente alto) di impunità
nel caso commettano dei reati. Che la nuova legge piaccia ai politici,
del resto, è rivelato da un fatto che ha sorpreso molti, e che
dovrebbe farci riflettere: nel voto di fiducia di giovedì scorso,
una ventina di deputati dell’opposizione hanno votato con il governo,
ossia a favore delle norme che limitano la libertà dei magistrati
di ricorrere alle intercettazioni. Quanto ai cittadini, il sondaggio
citato rivela che in maggioranza stanno con i magistrati e contro il
governo: preferiscono sacrificare un po’ di privacy pur di avere più
sicurezza. Insomma: che i magistrati intercettino pure, ma che i giornalisti
non esagerino con la diffusione del contenuto delle conversazioni. Ci
troviamo così di fronte a due fatti entrambi spiazzanti. Il primo
è che la maggior parte dell’opinione pubblica è e resta
giustizialista, nonostante i dati sulle intercettazioni mostrino in
modo inequivocabile che vi è stato sia abuso sia arbitrio nel
ricorso a esse: abuso, perché tra il 2001 e il 2007 (ultimo dato
disponibile) il loro numero è esploso, senza un nesso plausibile
con l’andamento dei delitti (le intercettazioni sono cresciute del 300%,
i delitti del 30%); arbitrio, perché il ricorso alle intercettazioni
è altissimo in alcuni distretti giudiziari e bassissimo in altri,
con squilibri che non è possibile giustificare con le differenze
nei «panieri» di reati tipici di ciascun distretto (il distretto
che intercetta di più lo fa 13-14 volte di più del distretto
che intercetta di meno). Peccato non esista un’opinione pubblica liberale:
se ci fosse chiederebbe ai magistrati di darsi una regolata (meno intercettazioni,
e più equità nella loro distribuzione fra i 29 distretti
di Corte d’Appello), ma inorridirebbe di fronte al goffo tentativo dei
politici di mettere sabbia negli ingranaggi della giustizia. Il secondo
fatto spiazzante riguarda il governo. Eletto anche grazie alla promessa
di combattere la criminalità, sta per varare delle norme che
ridurranno la sicurezza dei cittadini, e lo sta facendo in barba ai
sondaggi, secondo cui la maggior parte degli italiani sono favorevoli
alle intercettazioni come strumento di lotta al crimine. Perché
il governo, assai prudente in materia di riforme economico-sociali,
nel caso della sicurezza pare invece deciso a correre il rischio dell’impopolarità? Probabilmente
per un complesso di ragioni. Una l’abbiamo già vista: questa
legge piace ai politici, perché riduce il rischio di incorrere
in guai giudiziari. Una seconda possibile ragione è che l’effetto
della legge sarà di alleviare la pressione su un sistema carcerario
avviato al collasso: meno intercettazioni significa meno colpevoli scoperti,
quindi meno condanne, quindi meno ingressi in carcere. Una boccata d’ossigeno
per un governo che non vuole varare un nuovo indulto, non osa depenalizzare
parte dei reati, ma nello stesso tempo è incapace di aumentare
i posti in carcere. La vera ragione per cui il governo va avanti
per la sua strada, però, a me sembra un’altra ancora, ed è
la mancanza di concorrenza. A parole la sicurezza interessa a tutte
le forze politiche, ma non vi è nessun partito importante pronto
a sfidare il governo su questo terreno. La lotta al crimine resta, nonostante
tutto, un tema «di destra», che ai partiti di sinistra non
interessa, o interessa solo a parole, o interessa solo a condizione
che le politiche anti-crimine siano cattivissime con i reati dei mafiosi
e dei colletti bianchi, e buonissime con quelli di immigrati e criminali
comuni. Così, quando fra quattro anni si farà il bilancio
di questa legislatura, non ci sarà nessuno - dall’opposizione
- che rimprovererà il governo di non essere stato abbastanza
duro con la criminalità. Dunque, dal suo punto di vista, Berlusconi
fa bene a mettere in difficoltà la magistratura. Tutela se stesso.
Tutela la casta, compresi i politici dell’opposizione inguaiati con
la giustizia. Ha persino ragione su diverse cose. E comunque, quando
verrà il momento di tirare le fila di cinque anni di governo,
nessuno avrà le carte in regola per chiedergli il conto.
|
|
|
|
L'opposizione smarrita
|
|
di Massimo Franco Corriere della Sera 15 giugno
2009 Più che alla chiarezza, l’uscita di Massimo D’Alema
sulla «scossa» che rischierebbe la nostra democrazia in
questa fase è un contributo alla confusione. Si tratta di
un allarmismo che non ridimensiona quello prodotto dall’ultima sortita
di Silvio Berlusconi su presunti complotti antigovernativi. Al contrario
lo alimenta, consegnando al Paese l’immagine di un’opposizione tanto
aggressiva quanto smarrita e pronta a tutto; e all’opinione pubblica
internazionale quella di un’Italia difficile da decifrare seguendo le
categorie della normalità. L’arrivo del presidente del Consiglio
negli Stati uniti ed il suo incontro odierno con Barack Obama rischiano
così di avvenire su uno sfondo artificiosamente sovraccarico
di incognite. Berlusconi rappresenta un governo con una maggioranza
solida che ha confermato la sua forza alle elezioni Europee. Le Amministrative
si sono risolte in un insuccesso del centrosinistra: almeno per ora. E
gli impegni presi con l’Occidente, Stati Uniti in testa, non appaiono
minimamente a rischio. Gli ottimi rapporti con ‘Mosca e le sbavature
e gli eccessi della visita del capo libico Gheddafi a Roma non sembrano
in grado di guastare un’alleanza storica. Eppure, la figura del premier
viene circondata da un alone di scetticismo e di precarietà.
I suoi avversari contestano l’idea che l’Italia sia con lui, sostenendo
che l’hanno votato sì e no un italiano su quattro, contando le
astensioni. La cosa paradossale è che il calcolo dell’opposizione
prescinde dal proprio identikit, dai contorni sempre più controversi
e minoritari. Il Pd contempla i limiti del governo, che pure ci sono.
Esalta il potere leghista in funzione antiberlusconiana. Raffigura un
Berlusconi minacciato dalle trame del suo centrodestra. Ma non riesce
a riempire il proprio vuoto di leadership e di proposte. E singolare
che mentre addita Berlusconi «leader dimezzato», ostaggio
di Umberto Bossi, D’Alema ammetta che il Pd non è autosufficiente;
e che non ha ancora la minima idea di chi sarà il prossimo segretario.
E proponga il «modello Puglia», la regione dove è
eletto, come esempio di schieramento alternativo: un «cartello»
elettorale che dovrebbe andare, dice, «dall’Udc a Rifondazione
comunista». Non ha l’aria di una grande idea. Ha qualcosa di passatista,
più che di vincente. Con piccole varianti, ripercorre vecchi
sentieri rivelatisi vicoli ciechi. Ma il centrosinistra sembra scommettere
comunque su una crisi a breve del governo; su un rapporto freddo fra
Berlusconi ed il presidente Usa, Obama; e su un G8 all’Aquila al quale
il premier dovrebbe arrivare affannato, se non delegittimato. In altri
tempi, si sarebbe detto che è un gioco al «tanto peggio,
tanto meglio». Forse, più banalmente è una guerra
dei nervi con Palazzo Chigi ingaggiata su premesse che potrebbero rivelarsi
presto azzardate e contraddittorie. La scommessa è sul declino
berlusconiano e sulla possibilità che il complotto evocato dal
premier sia verosimile, se non vero. La speranza nasce dal fatto
che il Pdl non ha vinto le europee nella misura sperata dal capo del
governo; e che il Cavaliere tende a vedere trame per sostituirlo a Palazzo
Chigi, mostrando qualche segno di nervosismo. Per un’opposizione a caccia
di qualunque segno di crisi, di inversione di tendenza, la prospettiva
di un conflitto improvviso, di una «scossa», nel gergo dalemiano,
sarebbe comunque una buona notizia. Significherebbe che la legislatura
del centrodestra può andare incontro a difficoltà; che
lo strapotere dell’avversario non è poi così granitico.
E chissà, forse offrirebbe al Pd ed ai suoi futuri alleati un’occasione
per dimostrare che il centrosinistra non è né sbandato
né impreparato a governare. Per paradosso, gridando al complotto
Berlusconi non ha tanto rivelato i propri incubi. ma i sogni proibiti
dell’opposizione. E possibile che la parabola discendente del presidente
del Consiglio stia per iniziarsi, o sia già cominciata. Eppure,
si rafforza la sensazione che anche in quel caso, a beneficiarne non
saranno i suoi avversari: almeno fino a che per vincere punteranno sulle
disgrazie del Cavaliere e non su una proposta alternativa convincente.
|
|
|
|
Vi racconto Scalfari, l'arrogante che ama il potere
|
|
di Giampaolo Pansa Il Giornale 15 maggio 2009 Era
troppo potente il Pci degli anni Settanta. Doveva emergere per forza
qualcosa o qualcuno in grado di limitarne il consenso, l’autorità,
il prestigio. Però non era possibile che fosse un partito nuovo. Il
campo risultava troppo affollato. L’Elefante Rosso e la Balena Bianca
si mangiavano da soli più del settanta per cento dello spazio
disponibile. Ma a insidiarli poteva essere un giornale. E fu così
che, nel gennaio 1976, nacque “la Repubblica” di Eugenio Scalfari. Avrei
dovuto esserci anch’io nella pattuglia dei fondatori. Alla fine del
maggio 1975, Scalfari mi telefonò per dirmi che voleva vedermi.
E mi convocò per il 2 giugno, festa repubblicana, in un residence
di Milano, in piazza Santo Stefano, a due passi dalla turbolenta Università
Statale. Sapevo bene chi era Eugenio. Avevo letto i suoi articoli
sull’“Espresso”, uscito proprio nel giorno dei miei vent’anni. Per noi
ragazzi di provincia, laici e pencolanti a sinistra, quel settimanale
era un Vangelo. Alla pari del “Ponte” di Piero Calamandrei e del “Mondo”
di Mario Pannunzio. Ma Scalfari l’avevo visto dal vivo una sola volta. E
non mi era piaciuto per niente. Era un pomeriggio del gennaio 1970.
Lui guidava a Milano un corteo contro la repressione. E io stavo sul
fronte opposto, ma soltanto per motivi professionali: lavoravo per “La
Stampa” di Ronchey e, come si usa dire, dovevo coprire l’evento. Mi
ero piazzato alle spalle del vicequestore Vittoria, un signore di mezza
età, mite, cortese. Di solito toccava a lui decidere la carica
della polizia. Con un sospiro, si metteva l’elmetto, indossava la fascia
tricolore e ordinava i regolamentari squilli di tromba. Accadde così
anche quel pomeriggio. Però non rammento se la carica fu violenta
o blanda. Ricordo bene, invece, la figura di Scalfari, a quel tempo
deputato socialista. Non aveva ancora la barba e si difendeva dal freddo
con un magnifico tre quarti di montone. A non piacermi fu la sua aria
supponente. E le occhiate arroganti che scagliava sul povero dottor
Vittoria. Come per dirgli: io sono io e tu non sei nessuno. Ma adesso
che ci penso, le occhiate di Eugenio potevano essere di apprensione
e anche di paura. Del resto, Scalfari non era abituato agli scontri
di piazza. Quel 2 giugno 1975 ci scrutammo per bene. Lui aveva cinquantun
anni ed era un direttore famoso, io ne avevo trentanove e lavoravo da
inviato per il “Corriere” di Piero Ottone. Scalfari mi mostrò
le prove grafiche della futura “Repubblica”. Ebbi l’impressione di un
giornale piccolo e magro, anche se molto innovativo. E non ne rimasi
entusiasta. A colpirmi fu Scalfari. Ieratico, fervido, sicuro di sé,
del tutto tranquillo e certissimo di riuscire nell’impresa. Mi spiegò
che “la Repubblica” non sarebbe stata un giornale omnibus, buono per
tutti i lettori. Voleva rivolgersi a una classe-guida: gli imprenditori,
i quadri sindacali, i funzionari, gli insegnanti, gli studenti, i politici
nazionali e locali. Aggiunse che intendeva fare un quotidiano liberal.
Capace di essere una voce della sinistra, ma senza riguardi per nessuno,
a cominciare dagli errori e dai difetti della sinistra italiana alla
quale si sarebbe rivolto. Poi concluse annunciando che aveva già
iniziato a costruire la squadra di “Repubblica”. E snocciolò
i nomi di Gianni Rocca, il suo secondo, di Giorgio Bocca, Natalia Aspesi,
Massimo Fabbri, Gianni Locatelli. Volevo aggregarmi alla compagnia come
inviato sulle faccende italiane? Gli dissi di no. Intendevo lasciare
il “Corriere” soltanto dopo la partenza di Ottone. Lo ringraziai e ci
salutammo. Quando “la Repubblica” apparve, il 14 gennaio 1976, in via
Solferino le risate si sprecarono. Lietta Tornabuoni sogghignò:
«Sembra il “Corriere dei piccoli”!». La nostra sicumera
divenne alterigia il giorno che cominciammo a misurarci con i giovanotti
di Eugenio. A parte la pattuglia di giornalisti senior, erano dilettanti
allo sbaraglio. E inclini alle balle spaziali. Nel giugno 1976, quando
a Genova le Br uccisero il magistrato Francesco Coco e la sua scorta,
“Repubblica” sparò un titolone di prima pagina che strillava:
“I carabinieri lo sapevano”. Poi il “Corriere” di Ottone finì.
Il 21 ottobre 1977 Piero se ne andò appena in tempo per non incocciare
l’epoca della Loggia P2. Scalfari fu così generoso da ripresentarmi
un contratto da inviato. E all’inizio di novembre misi piede in piazza
Indipendenza. In compagnia di Bernardo Valli, anche lui uscito da via
Solferino.
Ho lavorato a “Repubblica” per quasi quattordici anni: il primo da
inviato, gli altri da vicedirettore a fianco di Rocca. Non mi era mai
successo di restare tanto a lungo in un quotidiano. E oggi mi sembra
un tempo immenso. Impossibile da rievocare in queste pagine.
Qui mi limiterò a ricordare qualcosa su Scalfari. Il fondatore,
il padre-padrone, il capo assoluto, l’anima e il corpo del giornale.
“Repubblica” non sarebbe mai nata senza il suo genio professionale.
E senza l’aiuto della Mondadori, allora guidata da Mario Formenton:
editore coraggioso e galantuomo di quelli rari, affiancato da Giorgio
Mondadori, figlio di Arnoldo.
Nell’autunno del 1977, Scalfari aveva cinquantatré anni ed
era alto, magro, con una gran barba grigio bianca e il portamento fra
l’altero e il solenne. Carlo Caracciolo, il suo vecchio amico e socio,
avrebbe poi detto: «Eugenio porta la testa come il Santissimo
in processione». Era il tocco della perfezione per il ruolo che
Scalfari si era scelto: il mattatore di un quotidiano tutto diverso
dagli altri. E destinato a influenzare in modo profondo la stampa italiana,
obbligandola a cambiare.
Ma sulle prime il futuro di “Repubblica” non sembrava per niente
fatto di rose e fiori. Quando entrai in piazza Indipendenza, il giornale
non navigava in acque tranquille: vendeva poche copie e la pubblicità
scarseggiava. Tuttavia Scalfari aveva un’illimitata fiducia in se stesso.
Ed era convinto che, prima o poi, il successo sarebbe arrivato.
Ecco la prima regola che vidi applicare da Barbapapà, come
lo chiamava la parte più giovane della redazione. La regola diceva:
non dubitare mai delle proprie superiori capacità ed essere sempre
certi di sfondare. Era questa sicurezza granitica a renderlo forte.
E a non fargli mai perdere di vista il traguardo che si era dato: conquistare
il primato fra i quotidiani nazionali.
Scalfari sapeva più di chiunque che non sarebbe stato facile
arrivarci. L’ambizione non bastava, bisognava applicarsi al compito
con una dedizione totale. Di chi è disposto a profondere tutte
le proprie energie intellettuali e fisiche pur di non fallire, ma di
vincere, e di vincere come nessuno prima ha fatto.
Anche negli anni successivi mi avrebbe sempre sorpreso la forza di
Eugenio. Era una pila inesauribile di vitalità. Mi sarebbe capitato
di vederlo triste, angosciato, ferito, persino umiliato, però
mai stanco.
Alle dieci della sera, al termine di una giornata stressante, era
inevitabile sentirsi degli stracci. Ma a Scalfari non accadeva. Ritornava
in piazza Indipendenza dopo una cena di lavoro con chissà chi
e si disponeva a cambiare quasi tutto. Per rimediare ai nostri errori.
O semplicemente per fare meglio, sempre meglio. Era anche un modo per
riaffermare di continuo il ruolo di comandante indiscusso della squadra
di giornalisti tutti scelti da lui, uno per uno. Un vantaggio del quale
altri direttori non disponevano, ma che andava reso concreto ogni giorno.
Nell’autunno del 1977, la banda di “Repubblica” non superava i sessanta
redattori. In parte erano firme strappate a quotidiani già sul
mercato. Ma in maggioranza si trattava di giovani alle primissime armi.
Su di loro Eugenio aveva un potere assoluto che lui sapeva esercitare
con l’accortezza di far sentire importante chiunque.
Ne era una prova la riunione del mattino, dove si decideva il programma
della giornata. L’incontro non era riservato soltanto ai capiservizio
e al vertice del giornale, come accadeva nelle altre testate. Anche
l’ultimo dei redattori poteva parteciparvi. Con diritto di parola, di
proposta e di critica.
Barbapapà ascoltava tutti. O fingeva di ascoltarli. Su un
foglietto prendeva nota delle obiezioni e dei consigli, anche quando
sapeva che erano inutili o da non tenere in conto. Era un esempio astuto
di democrazia professionale che serviva a registrare gli umori della
truppa e, al tempo stesso, ribadire la propria autorità. E ogni
volta, dopo aver fatto un esame impietoso del numero appena uscito,
Scalfari informava la sua gente sui progressi nella vendita del giornale.
A partire dalla primavera del 1978, quando ebbe inizio il boom di
“Repubblica” grazie al lungo sequestro di Moro, tutte le mattine Scalfari
leggeva alla redazione il bollettino della diffusione. Da allora mantenne
questa abitudine sempre, con una scansione via via più trionfale:
«Abbiamo superato “Il Messaggero”, vendiamo più della “Stampa”,
ci stiamo avvicinando al “Corriere”...». Rammento un suo proclama
scherzoso: «Quando avremo battuto il “Corrierone”, vi sarà
riconosciuto il diritto allo stupro e al saccheggio!».
Ma il tono del comandante in capo non sempre poteva essere trionfale.
Spesso risultava arduo trasformare un’idea giusta o un’intuizione felice
in un articolo ben fatto, croccante, scritto con eleganza vivace ed
esattezza di dati. In quel caso, Barbapapà era costretto a vestire
i panni dell’insegnante deluso, alle prese con una scolaresca riottosa
a imparare.
Ho sott’occhio un suo ordine di servizio del 21 dicembre 1978, consegnato
a tutti i redattori: “Cari colleghi, devo dirvi con molta franchezza
che la qualità media del lavoro, sia di scrittura che di controllo
e messa in pagina, e anche di acquisizione di notizie, è deludente.
In questo periodo ci sono stati esempi macroscopici di trascuratezza,
di leggerezza professionale e addirittura di irresponsabilità.
Questa situazione si protrae fin dall’inizio della vita di ’Repubblica’...”.
Spesso i rilievi erano diretti a singoli giornalisti, sempre per
iscritto. Anche in quel caso la lezione era dura, ma si concludeva con
un consiglio per poter “fare meglio”.
Ne leggo una: “Roma, 23 febbraio 1980. Caro X, il tuo pezzo di ieri
è nettamente inferiore alla tua capacità e all’importanza
del fatto di cronaca che ti era stato affidato... Fin dalle prime righe
il servizio deve portare il lettore al centro dell’atmosfera di quanto
è accaduto. Ha bisogno di una prosa adeguata. Di una descrizione
dei personaggi da far rivivere sulla pagina, con i loro sentimenti,
le loro angosce, i loro dolori, la loro violenza... Fare il cronista
non è un mestiere facile, richiede spessore umano, intuito, rapidità,
cultura”. Ma è nel rapporto con i partiti che Scalfari si rivelò
imbattibile. Nel confronto-scontro con le tante parrocchie politiche,
a cominciare dalle più forti, Eugenio era mosso da una convinzione
ferrea: il direttore di “Repubblica” contava molto di più di
qualsiasi leader di partito. Riassunta così può apparire
una presunzione senza fondamento. Invece era una rivoluzione copernicana
per il giornalismo italiano. Molti direttori si sentivano piccoli
rispetto a questo o a quel big. Scalfari era certissimo dell’opposto.
Il Sole era lui, Barbapapà, mentre i leader politici erano soltanto
dei pianeti senza importanza che gli ruotavano intorno. Un giorno spiegò
alla truppa: «Quando loro non ci saranno più, il nostro
giornale sarà ancora qui, sempre più influente, sempre
più letto». Nel braccio di ferro con i partiti, Scalfari
aveva un’arma segreta, un metodo di guerra imprevedibile e in grado
di spiazzare chiunque: la linea politica libertina di “Repubblica”.
L’aggettivo “libertino” gli piaceva molto, applicato al suo giornale
e quando parlava di carta stampata. Per esempio, sosteneva che fare
bene un settimanale come “L’Espresso” era possibile soltanto se il giornalista
scelto per dirigerlo era capace del libertinaggio più sfrenato. Lo
disse quando uno dei nostri colleghi più bravi, Paolo Pagliaro,
caposervizio della politica interna, lo informò di aver ricevuto
un’offerta dal settimanale di via Po e che l’aveva accettata. Scalfari
tentò invano di dissuaderlo. Gli disse: «Tu sei un uomo
d’ordine, tutto d’un pezzo, molto coerente e rigido anche con te stesso.
Sei il contrario del libertino. Quello che invece occorre a un giornale
come “L’Espresso”». Per direttore libertino, Eugenio intendeva
un giornalista spregiudicato, fantasioso, sorprendente, capace di cambiare
sempre cavallo e non impacciato da troppi lacciuoli. E anche pronto
a contraddirsi. Disposto a pubblicare un servizio o un’opinione che
smentiva quanto aveva stampato nel numero precedente. Determinato a
ospitare firme che facevano a pugni l’una con l’altra. “La Repubblica”
di Scalfari fu per anni un giornale dedito al libertinaggio intelligente.
La pagina dei commenti non era monocorde come accade oggi. Anche gli
articoli sfornati dalla redazione spesso si contraddicevano. L’esempio
più clamoroso fu la coesistenza di due linee opposte nel raccontare
e giudicare il terrorismo brigatista: quella di Bocca e la mia. Nella
primavera del i 1980, Scalfari arrivò al punto di farci scontrare
in un dibattito destinato alla pubblicazione. Il risultato fu una
doppia pagina della sezione Cultura, scritta da un giovane e preoccupato
Lucio Caracciolo. Anche in questa scelta l’obiettivo di Eugenio era
sempre lo stesso: raccontare la complessità della situazione
italiana, conquistare nuovi lettori e dimostrare ai partiti che era
lui, e non loro, a condurre il gioco. Dall’avamposto di piazza Indipendenza,
il Libertino andò subito all’assalto dei lettori comunisti, strappandoli
uno per uno a una tetra “Unità” e a un traballante “Paese sera”.
Scalfari vinse a mani basse. Tanto da far dire a Giancarlo Pajetta:
«“La Repubblica” è il secondo giornale dei comunisti che
però lo leggono per primo». I militanti del Pci vennero
conquistati con la linea della fermezza nei molti giorni del sequestro
Moro. Il calvario del leader democristiano fu raccontato da noi con
una cura senza precedenti. E procurò al giornale un successo
di vendite decisivo. La prima fotografia di Moro nel carcere delle Brigate
Rosse mostrava il prigioniero che teneva in mano una copia di “Repubblica”.
Uno spot orrendo, ma formidabile. Quasi una manna dal cielo, che nessuno
in piazza Indipendenza si aspettava. I democristiani cominciarono a
leggere “Repubblica” nello stesso periodo. Compresi quelli che erano
per la trattativa su Moro. E non l’abbandonarono più. In seguito,
quando Ciriaco De Mita divenne segretario della Dc e restò a
Piazza del Gesù per sette anni, dal 1982 al 1989, il Libertino
si prese una sbandata per l’Uomo di Nusco. Era convinto che avrebbe
modernizzato l’Italia, al punto di trasformarla in una Svizzera mediterranea.
Ma si ravvide presto. E soprattutto non si sentì mai inferiore
al gran capo della Balena Bianca: era Scalfari a consigliarlo, e non
il contrario. Fu a corrente alternata anche il rapporto con Bettino
Craxi, divenuto segretario del Psi proprio nell’anno di nascita di “Repubblica”.
Ma in questo caso il libertinaggio di Scalfari fu assai contenuto. I
due non si potevano soffrire, com’era fatale tra protagonisti che un
tempo avevano vissuto nello stesso partito. Erano diventati deputati
nel medesimo anno, il 1968, e nella medesima circoscrizione, la Milano-Pavia.
E lì avevano cominciato a non sopportarsi. Per le solite questioni
legate al voto di preferenza, ma soprattutto a causa del carattere,
più ancora che della posizione politica. Bettino riteneva
Eugenio un subdolo filocomunista e lo avversava con asprezza. E non
poteva accettare che un direttore di giornale si sentisse superiore
a chi era stato scelto dagli elettori, ossia dal popolo. Eugenio lo
ripagava con gli interessi. A dividerli senza rimedio fu poi una disistima
profonda. Durante il sequestro di Moro, lo scontro divenne pesante.
Craxi era per la trattativa e Scalfari per la fermezza. L’elezione di
Sandro Pertini al Quirinale, sostenuta da “Repubblica” e contrastata
invano da Bettino, li separò ancora di più. I craxiani
arrivarono a dire che Barbapapà era il capo del Pinf, il Partito
irresponsabile dell’informazione. Eugenio li ricambiò coniando
per il leader del Psi il soprannome di Ghino di Tacco, il bandito di
Radicofani. Senza mettere nel conto che, per schernirlo, Craxi avrebbe
cominciato a firmare in quel modo i suoi corsivi sull’“Avanti!”. Nella
primavera del 1989, Scalfari e Caracciolo vendettero a Carlo De Benedetti
le loro azioni del Gruppo Espresso-Repubblica. E diventarono miliardari.
L’Ingegnere gli suggerì di costituire un fondo di solidarietà
per i giornalisti del quotidiano e del settimanale. Così avrebbero
potuto aiutare i colleghi in difficoltà e le loro famiglie, utilizzando
una quota microscopica dei tanti denari ricevuti. Ma entrambi rifiutarono
il consiglio di De Benedetti. Per tirchieria o perché non ritenevano
che tra i loro compiti ci fosse anche la beneficenza. Smentendo la loro
proverbiale astuzia di imprenditori, non seppero rendersi conto di quanto
stava per succedergli in casa. O forse lo immaginavano, però
se ne infischiarono. Dopo la vendita, un malumore prima mai visto
incrinò la redazione di “Repubblica”. E anche il carisma di Barbapapà
ne fu intaccato. Lo si vide alla fine di quell’anno, quando Silvio Berlusconi
scatenò la guerra di Segrate per la conquista della Mondadori
e di “Repubblica”. Una parte dei giornalisti, con Bocca in testa, si
schierò con il Cavaliere, suscitando l’ira stupefatta di Eugenio. Poi
emerse la mediazione di Giulio Andreotti, condotta con intelligenza
da Giuseppe Ciarrapico. Il Libertino salvò il giornale, ma non
il proprio mito personale. Rimase il comandante in capo di piazza Indipendenza.
Però troppo carico di soldi per poter conservare l’immagine illibata
che tutti i leader debbono sempre mostrare alla truppa che li segue.
Cominciò qualche partenza non prevista da Eugenio. Il primo ad
andarsene subito, all’inizio del 1990, fu Peppino Turani. Sembrava molto
legato a Scalfari e aveva scritto con lui Razza padrona, un bestseller
sul capitalismo italiano, uscito nel 1974. Era la star dell’economia
di “Repubblica” e passò al “Corriere della Sera” proprio quando
stava cominciando lo scontro con Berlusconi. Barbapapà si sentì
pugnalato alla schiena. Ma qualche anno dopo gli perdonò lo sgarbo
e lo volle di nuovo al giornale. Io lasciai “Repubblica” nell’estate
del 1991. A guerra di Segrate conclusa e dopo aver pubblicato nel 1990
dalla Sperling & Kupfer L’intrigo, un libro molto repubblicano,
anzi scalfariano, sul conflitto con Berlusconi. Claudio Rinaldi mi aveva
chiesto di andare con lui all’“Espresso”. Scalfari non la prese bene,
come se il mio fosse un gesto di insubordinazione. O un tradimento.
Quando lo seppe, mi disse a denti stretti: «La tua stanza resterà
vuota. E Rocca rimarrà l’unico vicedirettore». Nell’aprile
1996 anche Scalfari se ne andò, lasciando la direzione del giornale
al più giovane Ezio Mauro. Da pochi giorni aveva compiuto settantadue
anni. Rimase nel gruppo, come editorialista principe di “Repubblica”
e dell’“Espresso”. Via via diventò la statua di se stesso. Con
la barba di un biancore marmoreo. E lo sguardo non più rivolto
alla ciurma redazionale, bensì a un orizzonte lontano che pochi
riuscivano a intravedere. Il trascorrere degli anni ha cancellato
i rapporti tra noi. Per colpa mia o per colpa sua? Forse per colpa di
entrambi. Quando morì Rocca, ci ritrovammo a dare l’ultimo saluto
a un amico che, con Barbapapà, aveva costruito più di
chiunque il successo di “Repubblica”. Nella cerimonia al cimitero del
Verano, andai a stringere la mano a Eugenio. Ma lui se ne restò
seduto e sembrò non riconoscermi. Non ne rimasi stupito. Era
il febbraio 2006 e avevo già cominciato a pubblicare i miei lavori
revisionisti. Sapevo che a Scalfari non erano piaciuti. L’aveva fatto
capire nel rispondere a una lettrice del “Venerdì”, il supplemento
settimanale di “Repubblica”. Quella signora gli aveva chiesto se avrebbe
letto un mio libro uscito in quei giorni. Eugenio rispose di no. E si
disse certo che non potevo aver raccontato nulla di nuovo. Scalfari
aveva un rapporto curioso con il fascismo. Da giovane era stato un mussoliniano
entusiasta e aveva scritto su “Roma fascista”, il giornale del Gruppo
universitario della capitale. Poi era stato espulso dal Guf per aver
sostenuto in un articolo che il partito era inquinato nella sua tempra
morale da profittatori attenti solo ai propri interessi. Dopo l’armistizio
non aveva fatto nessuna scelta. Troppo astuto per aderire alla Repubblica
sociale e poco coraggioso per andare con i partigiani. Quando aveva
vent’anni riparò con i genitori in Calabria, a Vibo Valentia,
in una proprietà degli Scalfari. Dove se ne rimase tranquillo
sino al 1946. Nei tanti anni trascorsi insieme a “Repubblica” non
abbiamo mai discusso della guerra civile. Eravamo antifascisti entrambi.
Ma di quella guerra, e delle polemiche storiografiche e politiche su
una stagione di sangue, a Eugenio non importava niente. Forse le considerava
faccende senza rilevanza, vecchie e noiose. Faccende da reduci. E lui
non era reduce da nulla. Quando gli capitava di occuparsi della Resistenza,
Scalfari di solito si sdraiava sul luogo comune, sulla linea più
banale. Ma incappando in giudizi non sempre coerenti. All’inizio degli
anni Novanta, scrisse in un editoriale su “Repubblica”: «La guerra
partigiana e la Resistenza non furono un fatto di una piccola minoranza
combattente, ma di tutto un popolo». Niente di strano, lo aveva
già detto il comunista Longo, in un libro del 1947. E lo ripetevano
tutti i retori della lotta di Liberazione. Poi Giordano Bruno Guerri,
sul “Giornale” del 6 giugno 1994, lo pizzicò rinfacciandogli
una contraddizione. In uno dei suoi libri, L’autunno della Repubblica,
pubblicato nel 1969 da Etas Kompass, aveva sostenuto l’esatto contrario:
«La Resistenza fu un fatto di minoranza, limitato sia geograficamente
(interessò soltanto l’Italia a nord dell’Arno) sia socialmente».
Quisquilie, cose da nulla. Rispetto alle bordate che il Pci di Berlinguer
sparò contro “Repubblica”. Quando si rese conto che Scalfari
era davvero un libertino. E non voleva saperne di fare i comodi delle
Botteghe Oscure.
|
|
|
|
Capovolgete Bordin a Radio Radicale e avrete padre Livio a Radio Maria
|
|
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro Il Foglio
24 giugno 2009 Lungi dal voler essere irriverenti, se si definisce
"programma di culto" una trasmissione condotta da un sacerdote,
lo si fa solo per rendere omaggio alla realtà in linguaggio corrente.
Perché non si può dire nulla più obiettivo a proposito
del "Commento alla stampa" di padre Livio Fanzaga, in onda
tutti i giorni su Radio Maria alle 8.45. Se il maturo professionista
ferma la macchina e manda subito qualche decina di sms per avvisare
che padre Livio le ha cantate come bisognava cantarle, se la casalinga
le suona verbalmente secondo i canoni di padre Livio al marito laicizzato,
se il camionista radioamatore catechizza i fratelli di onde corte con
le ultime di padre Livio sulla bioetica, allora siamo al cospetto dì
un "programma di culto". Se poi il clero progressista butta
fanghiglia sul "Commento" di padre Livio e mostra disprezzo
verso i cristiani-infanti che lo ascoltano tutte le mattine, allora
siamo al cospetto di un "programma di culto" e pure cattolico. Chi
non avesse ancora un’idea di che cosa siano padre Livio e il "Commento
alla stampa" di Radio Maria, deve andare su Radio Radicale, prendere
Massimo Bordin e il suo "Stampa e regime" e poi capovolgere
con decisione. Padre Livio sta al Papa come Bordin sta, o forse stava,
a Pannella. Lo si può verificare nel giro di tre quarti d’ora:
appena terminato il "Commento" su Radio Maria, ci si sintonizza
su Radio radicale, dove sta andando in onda la trentesima replica di
"Stampa e regime", e se ne avrà la prova. Classe, professionalità
e, dedizione da vendere in entrambi i casi, una spanna sopra tutte le
altre rassegne. Poi, però, bisogna scegliere e ci spiace per
Bordin, ma noi scegliamo senza indugio il direttore di Radio Maria.
Il "Commento" di padre Livio è qualche cosa di veramente
unico nelle frequenze radiofoniche in quota a parrocchie, diocesi e
associazionismo cattolico, dove, quando va bene, si moraleggia o si
spiritualeggia. Il motivo di questa differenza è presto detto.
Intanto, perché Radio Maria non appartiene a nessuna diocesi,
a nessun movimento religioso, a nessuna conferenza episcopale. A
tenerla in piedi sono gli ascoltatori, che la sostengono versando il
loro libero contributo. Padre Livio aggiungerebbe che la radio vive
se piace alla Madonna. E poi, questa emittente è unica perché
in una radio cattolica difficilmente si trova qualcuno che legga veramente
i giornali e non solo Avvenire, e quando questo pure avvenga, si finisce
sempre per parlare di ecologia, di sociologia, di psicologia, per dare
in testa al consumismo e, naturalmente, a Berlusconi. A meno che non
si sia scelto di ritrarsi dal mondo, che è così brutto
perché si stanno sciogliendo i ghiacciai, si estinguono le foche
monache, è invaso dai centri commerciali e, naturalmente, è
governato da Berlusconi. Così si è formato un popolo Da
una ventina d’anni, padre Livio ha scelto un’altra strada, quella che
il cattolico aveva fruttuosamente percorso prima di praticare la cosiddetta
opzione spirituale: giudicare la storia, la politica e la cronaca alla
luce del Vangelo e del Magistero della chiesa, E, quando è necessario,
dare anche un buon cazzotto in testa a chiunque se lo meriti, fosse
anche Berlusconi, ma non per .partito preso. Padre Livio è un
prete che non ha alcun pregiudizio clericale contro il centrodestra.
E questa, scusate se è poco, è già una notizia. Il
direttore di Radio Maria non ha paura di sistemare sulla graticola le
derive laiciste del cattoprogressismo e di quanti lo rappresentano nel
mondo politico. Peccato gravissimo, secondo lo svirilizzato mondo cattolico
contemporaneo che non osa nemmeno chiamare omicidio l’aborto e si appresta
a benedire un compromesso legislativo sul testamento biologico che porterà
diritto filato all’eutanasia. Peccato gravissimo per uno svirilizzato
mondo cattolico abituato, quando è tosto, a giudicare il mondo
secondo l’ultima circolare della Conferenza episcopale invece che secondo
i Dieci comandamenti. Eppure, questa lettura, diciamo pure brutale secondo
i canoni correnti, ma diremmo franca secondo quelli perenni, dà
frutto. Con gli anni, attorno a Radio Maria e al suo "Commento
alla stampa" si è formato un popolo cattolico che ha preso
gusto a ragionare cattolicamente e a farlo in pubblico. Se in un luogo
di lavoro uno si alza a difendere la chiesa o il Papa durante una discussione,
otto volte su dieci è un ascoltatore di Radio Maria. Oppure appartiene
a un movimento apertamente cattolico, certo: ma le due cose spesso si
sovrappongono. Padre Livio fa, via onde medie, quello che facevano
i parroci fino a qualche decennio fa con omelie, catechismo e conferenzine.
Forma il laicato che, una volta uscito di chiesa, ha il compito di testimoniare
la sua fede nel mondo argomentando e resistendo. E lo fa con un di
più perché, attraverso Radio Maria, si formano anche tanti
sacerdoti usciti un po’ stortignaccoli da seminari che, magari, hanno
le piscine per attirare i giovanotti, ma scarseggiano di dottrina quando
li devono mandare a nuotare in mare aperto. Un operato come quello di
padre Livio, lo svirilizzato mondo cattolico d’oggi lo chiama clericalismo
e non capisce che è il suo esatto contrario. Non si troverà
mai in castagna il direttore di Radio Maria su argomenti opinabili.
Sui tassi d’interesse, il pii, il ponte sullo Stretto di Messina, le
beghe per la composizione delle liste elettorali, padre Livio sa di
poter dire solo ciò che pensa in proprio. E siccome sa anche
che questo, con tutto il rispetto, interessa sì e no i suoi ascoltatori,
di solito se ne astiene. Coloro che gli danno del clericale, invece,
quando intervengono nel mondo da cattolici, lo fanno proprio sull’opinabile,
massimamente sulla composizione delle liste elettorali. E misurano il
loro successo sui punti percentuali di cattolicità di una legge
fatta approvare dal politico sponsorizzato fin dentro le aule di catechismo.
Clericali che vivono e si alimentano di "male minore" e di
"maggior bene possibile", mentre la rassegna stampa di Radio
Maria tiene la rotta guidata da una sola stella polare: il bene. Il
bene e basta, senza aggettivi e senza sconti comitiva. E’ difficile
immaginare padre Livio computare i punti percentuali di cattolicità
davanti a una legge strombazzata dalla stampa laica come una nuova conquista
di civiltà, Basta ascoltarlo quando le polemica entra nel vivo.
Un vero e proprio spettacolo che rinfranca tanti sani cattolici dopo
anni trascorsi con rassegnazione sulle panche a sorbirsi omelie che,
in nome del dialogo col mondo, non dicevano più nulla di cattolico.
In questi casi, il direttore di Radio Maria dà il meglio di sé
perché usa volentieri uno strumento caro a Gioppino, la maschera
della sua terra bergamasca: il randello. Mettetegli sotto il naso un
editoriale di "Repubblica" o dei "Corriere" sulla
famiglia o sul testamento biologico e ne sentirete delle belle. Perché
l’uomo è così, ha uno spirito rustico, che magari non
farà ridere i salotti radical e clerical-chic, ma lascia il segno.
Detto questo, non bisogna pensare che padre Livio ritenga, come sosteneva
Hegel, che la preghiera del mattino dell’uomo moderno sia la lettura
del giornale. No: padre Livio Fanzaga prega in cappella, celebra la
Messa e dopo, solo dopo, legge i giornali. Forse, proprio per questo
non moraleggia e non spiritualeggia. Legge i giornali alla luce del
Vangelo e non il Vangelo alla luce dei giornali. In due parole, è
cattolico.
|
|
|
|
Intervista a Massimo Bordin: "Io e Pannella? Mai stati veri amici"
|
|
di Luca Telese Il Giornale 16 aprile 2009 Un
litigio fra Massimo Bordin e Marco Pannella fa notizia. Il guru radicale
e il direttore della Radio si mandano a quel paese in diretta? È
accaduto domenica, e da tre giorni sui quotidiani si rincorrono ipotesi
disparate: epurazione in vista, anzi no, conflitto politico, macché,
rancori personali, rischio licenziamento. Allora vai a trovare Bordin
nel suo ufficio all’Esquilino. E lo trovi tranquillissimo. Bordin,
è stagione di direttori che cambiano «Non ho nessuna
intenzione di rompere, né con Pannella né con i radicali» E
lui? «Spero che sia reciproco» Avete litigato
in diretta «Tecnicamente è stato uno scazzo. Difficile
non definirlo così» È la prima volta… «Seehhh,
figurati! È la prima volta che ve ne siete accorti…» Tutte
le domeniche insieme a Pannella: da quanto tempo? «Sa che
non sono mai riuscito a capirlo? È una trasmissione nata in corsa,
all’inizio non era archiviata così. Tra 9 e 10 anni, direi» Cinquecentodieci
domeniche insieme? «A occhio e croce… » Ma
con le vacanze di mezzo «Pannella non fa vacanze. Io una
volta ero a Londra e sono riuscito a sottrarmi» Vuol dire
che in dieci anni ha saltato solo una trasmissione? «Forse
due: mi ha sostituito il caporedattore, Emilio Targia» Non
ci credo. Mai allontanato da Roma più di sei giorni? «C’è
solo una possibile scappatoia: se vado in una città da cui posso
interconnettermi da uno studio» I potenti mezzi dei radicali… «Veramente
è una stanzetta in affitto nello studio di un geometra amico.
Ma non diciamo dov’è per non metterlo nei guai» Veniamo
allo scazzo. Lei dice che il digiuno di Pannella è una notizia,
lui si imbufalisce «Vede come sono fallaci le intercettazioni?
Detto così pare una follia. In radio contano toni, ritmo, sequenza
delle battute… » E il vero motivo del litigio? «Mah,
io direi un certo logoramento della formula» È un
rapporto coniugale «Non dica sciocchezze» È
un sodalizio artistico «Mica facciamo del varietà» Non
è nemmeno come Fede che intervista Berlusconi «Per
grazia di Dio no. Pannella è diverso» Anche lei «Sì,
nel senso che le interviste di Fede sono fatte meglio» Fa
il finto modesto? «Giuro: intervistare Pannella è
un genere peculiare. È l’unico leader che può prescindere
metodologicamente dalle domande» Peggio di Riotta che intervista
Veltroni, che le pare? «Non ci sono modelli. Io parlo prima
con Pannella, almeno per capire cosa pensa. Poi sono nelle sue mani» Però
litigate lo stesso «Oh sì. Diciamo che anche io
ho il mio carattere» Non è un dissenso con Pannella
che i radicali corrano da soli? «Scherziamo? Sono d’accordo
su tutta la linea. Il veto del Pd è inaccettabile, giusto non
sottostare» Veramente alle politiche avevate sottostato «La
farò sorridere. Allora Bettini pose un veto, sbagliato e categorico
su D’Elia. E su Pannella disse: "Sono tali il suo spessore e la
sua esperienza che lo faremo correre da capolista alle Europee e gli
porteremo 200mila voti"» Ci vorrebbe la registrazione «Me
lo ha detto una persona indiscutibilmente attendibile» Forse
la registrazione rivelerebbe sarcasmo «Sta di fatto che
su questo sono d’accordo con Marco» Quindi perché
avete litigato? «C’erano malumori di Marco per la conduzione
della radio. E poi io gli ho fatto una battutaccia: “Prendiamo atto
che siamo fuori linea”… E lui si è imbufalito». È
critico per la linea che tenete su Israele? «Guardi, Pannella
è duro con Israele. Ma noi su questo tema, ospitiamo una pluralità
di opinioni che vanno da Fiamma Nirenstein a Umberto De Giovannangeli
dell’Unità. Quindi... » Vede? È la stanchezza
del coniuge «Lasci perdere il matrimonio, che non c’entra
proprio nulla» Ma lei e Pannella siete amici «Nella
misura in cui si può essere amico di Pannella… Avverto sentimenti
di grande solidarietà per lui. Ma non abbiamo mai preso una pizza
insieme, in questa città non andiamo a cena» La prima
volta che le è apparso Pannella? «Non siamo a Medjugorje» Il
vostro primo incontro? «Nel 1974. Indimenticabile e bizzarro.
Era il giorno della vittoria al referendum sul divorzio. Si festeggiava
a piazza Navona. Ero con il mio gruppo di allora, che era trotzkista» Grande
entusiasmo… «Caspita. Liberazione, il quotidiano dei radicali,
che Marco, con singolare antiveggenza, aveva titolato: “Grande vittoria
del No”» Prima del risultato? «Prudentemente
non si facevano percentuali. Ma i commenti erano tutti azzeccati, eh,
eh…» Come vi siete incontrati? «Una lite. Era
partito un corteo festoso. E lungo il tragitto i miei compagni avevano
avvistato uno striscione del Msi» E che c’entra? «La
proposta fu di bruciarlo, ma Pannella si materializzò dal nulla,
gridando: “Che nessuno lo tocchi!”» L’hanno linciato? «Noo…
Disse che era un errore politico e che la polizia non aspettava altro
per intervenire, che lui, da nonviolento non lo avrebbe permesso. Io
mediavo» Si immaginava che avreste stretto un rapporto? «Se
mi avessero detto che avrei passato con lui tutte le domeniche della
mia vita… Avrei fatto bruciare lo striscione» È direttore
di Radio radicale dal ’95: quanti litigi? «Tantissimi.
Uno nel 1996, quando si doveva rinnovare la convenzione con Prodi. Divergenze
sulla strategia da seguire» E poi su Capezzone «Voleva
licenziarlo in diretta. Non ero d’accordo. Lo feci mesi dopo. Daniele
aveva fatto della rassegna stampa un organo di propaganda di Decidere.it. Era
troppo anche per me» E quando Pannella telefona per contestare
la radio? «Integrare, è meglio. Io lo considero
un editoriale, mi pare ottimo, spettacolarizza» Una cosa
in cui è unico? «Un momento nella sua vita sarà
pur stato soddisfatto. Ma io non l’ho mai visto» Nemmeno
dopo la grande vittoria delle Europee ‘99? «Macché!
In un discorso memorabile, spiegò che i radicali sarebbero stati
all’opposizione del governo e dell’opposizione» E cosa lo
preoccupava? «Come gestire quel successo» E
i digiuni? «Non l’hanno mai preoccupato» Ha
rischiato la vita, nelle dirette a Radio radicale «Guardi,
magari mi gioco la poltrona su questo… Ma io sono convinto che nel 1995
si salvò solo per un invito di Mentana» Cercava la
morte? «No, un nonviolento non è mai suicida. Voleva
tenere il punto, questo sì» 500 domeniche insieme,
e potrebbe essere licenziato. Non sembra preoccupato «Per
nulla. Se alla mia verde età avessi questo timore, vorrebbe dire
che nella vita ho sbagliato qualcosa».
|
|
|
|
Antitrust, sanzione a Telecom e Wind per spot ingannevoli
|
|
900.000 euro complessivi di multa a Telecom Italia e Wind per le pubblicità ingannevoli sull'Adsl veloce e sul non dover pagare il canone. Li paghino i manager.
|
|
L'Antitrust colpisce di nuovo i maggiori gestori telefonici italiani
per pubblicità ingannevole. ZEUS News - www.zeusnews.com
- 15-04-2009] Questa volta tocca a Telecom Italia, in particolare
ma non solo, per la pubblicità all'Adsl Alice: troppe volte viene
reclamizzata la possibilità di raggiungere una velocità
di navigazione che poi non viene mai raggiunta in pratica. Telecom è
stata condannata a 735 mila euro di multa per questo. Wind-Infostrada
invece è sanzionata per la promessa pubblicitaria fatta agli
utenti di non pagare più il canone Telecom Italia per chi passa
a questo gestoreIn pratica solo una minima parte di questi clienti avevano
la possibilità concreta di staccarsi completamente da Telecom
Italia. Questa campagna ingannevole è costata 165 mila euro.
Le associazioni dei consumatori lamentano l'inadeguatezza di queste
sanzioni a dissuadere i gestori dal proporre ulteriori campagne ingannevoli
e propongono, in alternativa, la sospensione della licenza. Si tratta
però di un'ipotesi difficilmente praticabile: verrebbero colpite
aziende importanti, la continuità del servizio per gli stessi
clienti, il posto di lavoro dei dipendenti. Sarebbe più opportuno
colpire con sospensione i manager responsabili delle aziende che spesso
spingono campagne illusorie per raggiungere obiettivi esagerati, da
cui dipendono altrettanto esagerati bonus retributivi dei manager stessi.
|
|
|
|
Questa volta Bernabè denuncerà Tronchetti Provera
|
|
Editoriale - Dopo che la Consob ha accolto il ricorso dei piccoli azionisti Telecom, Bernabè non potrà più non chiedere un'azione di responsabilità contro Buora e Tronchetti Provera.
|
|
di Pier Luigi Tolardo http://www.zeusnews.com/news.php?cod=10009
[ZEUS News - www.zeusnews.com
- 09-04-2009 A sollevare il caso in Parlamento ci ha pensato l'ex
portavoce di Prodi Silvio Sircana, già manager del gruppo Telecom
Italia e oggi deputato: una vendetta-strascisco dello scontro Tronchetti-Prodi.
I Sindaci di Telecom Italia non avrebbero indagato adeguatamente sul
"caso Tavaroli", la vicenda di raccolta illegale di informazioni
riservate assunte dalla security di Telecom durante la gestione di Giuliano
Tavaroli, uomo di fiducia dell'allora presidente e maggiore azionista
di Telecom Tronchetti Provera. Intanto però la Consob ha accolto
il ricorso dell'associazione dei piccoli azionisti Telecom Italia sempre
contro il collegio dei Sindaci sul caso Tavaroli: i Sindaci dovranno
riferire anche su quali danni patrimoniali potrebbe arrecare a Telecom
un processo che può coinvolgere fino a 4.000 persone, tra cui
moltissimi Vip della politica, dell'imprenditoria, dello spettacolo
e dello sport, spiati dalla "banda" di Tavaroli. E' difficile
che Bobo Vieri possa accontentarsi dei 3.000 euro che Telecom Italia
ha dato ai neoassunti, su cui Tavaroli aveva preso illegalmente informazioni,
per tacitarli ed evitare che si costituiscano parte civile. I risarcimenti
potrebbero aggirarsi nell'ordine di centinaia di milioni di euro. A
questo punto Bernabè, che ha sempre cercato di non occuparsi
del passato ingombrante della gestione Telecom, sarà costretto
a un'iniziativa di responsabilità contro Tronchetti Provera,
che è tuttora un importante azionista Telecom e gode di forti
appoggi politici nell'ambito della maggioranza di centrodestra.
|
|
|
|
Allarme servizi segreti: ''Arrivano gli sms che spiano'' Si tratta delle intercettazioni P2P Privacy,
|
|
Un software consente il pedinamento elettronico e l'accumulo di informazioni
fuori da ogni garanzia. Solo nel 2008 ne sono state scaricate in Italia
centinaia di migliaia di copie. Il presidente del Comitato parlamentare
per la sicurezza, Rutelli: "Si tratta di una problematica fuori
controllo" Roma, 19 mar. (Adnkronos/Ign)
- Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica si prepara
ad affrontare una vicenda dalle dimensioni molto più vaste e
priva di qualunque tipo di controllo: un nuovo metodo di intercettazione,
'pedinamento elettronico' e accumulo di informazioni di facile accesso
e utilizzo, fuori da ogni autorizzazione e garanzia. Nessun collegamento
col lavoro della magistratura e tutto affidato alla libera iniziativa
individuale. A rivelarlo è il Corriere della Sera, spiegando
che si tratta della cosiddette 'intercettazioni P2P', dall'inglese
peer to peer, effettuate attraverso normali sms di cui non resta
traccia, che attivano una sorta di virus attraverso il quale si possono
scaricare intere rubriche telefoniche, conoscere i tabulati delle chiamate
fatte e ricevute, localizzare gli apparecchi, registrare le conversazioni.
Comprese quelle ambientali, utilizzando il cellulare (anche spento)
come una microspia''. Di questo sistema che ha diverse varianti,
dalle più semplici alle più sofisticate, il Comitato è
venuto a conoscenza da alcune segnalazioni, e il presidente Francesco
Rutelli ha già svolto (insieme agli altri componenti del
Copasir) alcune audizioni, sottolinea il ''Corsera'', spiegando che
martedì scorso sono stati interpellati due tecnici specializzati
del settore, un funzionario dell'Aisi (l'agenzia per la sicurezza
interna, ex Sisde) e due rappresentanti del Garante della privacy, che
hanno illustrato tecniche e vastità del fenomeno e i verbali
delle sedute, segreti come tutti quelli del Comitato, saranno trasmessi
al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Letta e alle altre
autorità della sicurezza, dai vertici dei servizi segreti al
capo della polizia. ''E' emersa una problematica che sta andando
pericolosamente fuori controllo'', si limita a dire Rutelli,
in attesa di decidere le prossime mosse. Secondo quanto riferito
dai tecnici lo spionaggio attraverso i telefonini si può realizzare
con l'invio di sms particolari, che non emettono segnali ma fanno scattare
delle risposte -sempre via 'messaggino'- che possono contenere le rubriche
telefoniche dei cellulari 'attenzionati', l'indicazione della posizione
con una approssimazione di qualche centinaio di metri, la lista delle
telefonate in entrata e in uscita, attivare l'ascolto a distanza o avviare
una chiamata silenziosa che accende solo il microfono dell'apparecchio
controllato, in modo da farlo funzionare coma una 'cimice' per captare
la conversazione che si sta svolgendo in quel luogo. Di queste operazioni,
che si possono ripetere ogni volta che si vuole controllare o intercettare
qualcuno, restano tracce soltanto sull'Smsc dell'operatore, cioè
la centrale di smistamento degli sms inviati e ricevuti. L'ex
pm De Magistris scende in politica con l'idv Crisi,
le italiane si scoprono badanti Maroni,
in ogni regione un centro clandestini
|
|
|
|
Lsdi Bollettino 37/08 (6 ottobre 2008)
Lsdi – http://www.lsdi.it
- è un centro di documentazione e analisi dei problemi
del giornalismo e dell’ informazione promosso da alcuni giornalisti
impegnati nella Fnsi.
|
|
|
|
Giornalisti e giornalismo in Italia: immagine pessima, ma grande bisogno di qualità
|
|
|
|
Gli italiani vedono i giornalisti come “incompetenti, bugiardi, di parte, malati di protagonismo, ma anche insostituibili e indispensabili per tutta la società” - L’ indagine condotta da Enrico Finzi (nella foto) per l’ Ordine di Milano e presentata mercoledì - Una altissima domanda sociale di buon giornalismo - Una informazione credibile è essenziale anche per gli inserzionisti - Il problema della ricostruzione dell’ immagine sociale della professione http://www.lsdi.it/2008/10/02/immagine-pessima-ma-grande-bisogno-di-qualita
|
|
|
|
Giornalismo online, questo sconosciuto
|
|
|
|
Lsdi ha avviato una indagine sullo stato del giornalismo online nel
nostro paese, sia dal punto di vista editoriale che da quello professionale
– Due questionari relativi alle testate “derivate” da media tradizionali
e a quelle nate per la Rete – Produzione dei contenuti, struttura e
rapporti produttivi, numeri, business e prospettive – Il 14 ottobre
un incontro a Roma per discutere i primi risultati della ricerca http://www.lsdi.it/2008/09/24/giornalismo-online-questo-sconosciuto/
|
|
|
|
Usa: continua il declino dei giornali
|
|
|
|
Secondo il Rapporto 2008 di Ad Age sulle 100 aziende Usa leader nel
campo mediatico, il settore giornali ha perso il 6,8% nel 2007 in termini
di ricavi mentre l’ online ha registrato un incremento del 10,8% e la
tv via cavo del 10,6% - Complessivamente le prime 100 aziende crescono
del 4,6%, toccando quasi i 300 miliardi di dollari di fatturato, ma
è l’ incremento più lento a partire dalla crisi del 2001
http://www.lsdi.it/2008/09/29/usa-continua-il-declino-dei-giornali/
|
|
|
|
Indietro
|| Home
www.virusilgiornaleonline.com
|
|
|