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giovedì 11 giugno 2009 Roma - Il Governo pone la
fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni
e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa
per rettifica". È questo il senso di quanto è
accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione
del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge
l'idea - di cui si
è già discusso sulle colonne di questa testata - di
obbligare
tutti "i gestori di siti informatici" a procedere,
entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni
ed ogni altro genere di contenuto pubblicato. Non dar corso tempestivamente
all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro
a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti
e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa
definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione
di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25
milioni di vecchie lire. Tanto per esser chiari e sicuri di evitare
fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata
in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare
una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su
YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup
o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo
di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della
modalità di diffusione della notizia da rettificare. È
una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente
frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia
e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del
Palazzo. Provo a riassumere le ragioni di un giudizio tanto
severo. L'intervento normativo in commento mira, nella sostanza,
a rendere applicabile a qualsiasi forma di comunicazione o diffusione
di informazioni online - avvenga essa in un contesto amatoriale o professionale
e per scopo personale, informativo o piuttosto commerciale - la vecchia
disciplina sulla stampa dettata con la Legge n. 47 dell'8 febbraio 1948
e, in particolare, il suo art.
8 relativo ad uno degli istituti più controversi introdotti
nel nostro ordinamento con tale legge: l'obbligo di rettifica. La
legge sulla stampa, tuttavia - come probabilmente è noto ai più
- costituisce una delle poche leggi vigenti scritte e discusse direttamente
in seno all'assemblea costituente ormai oltre sessant'anni fa ed ha,
pertanto, già mostrato in diverse occasioni un'evidente inadeguatezza
a trovare applicazione nel moderno mondo dei media che poco o nulla
ha a che vedere con quello avuto presente dai padri costituenti. Si
tratta, per questo, di una legge che avrebbe richiesto un intervento
di "aggiornamento" urgente, competente ed approfondito o,
piuttosto, meritato di essere mandata in pensione dopo oltre mezzo secolo
di onorato servizio. Contro ogni legittima aspettativa, invece, Governo
e Parlamento hanno deciso di affidarle addirittura la disciplina della
Rete ovvero della protagonista indiscussa di una delle più
grandi rivoluzioni del mondo dell'informazione nella storia dell'uomo.
Difficile, in tale contesto, condividere la scelta del Palazzo. Ma
c'è di più. Sono anni che si discute ad ogni livello
- nelle università, nelle aule di giustizia e, persino, in Parlamento
ed a Palazzo Chigi - della possibilità e opportunità di
estendere in tutto o in parte la disciplina sulla stampa e, in particolare,
le disposizioni dettate in materia di obbligo di registrazione delle
testate, a talune forme di comunicazione e diffusione delle informazioni
online senza che, sin qui, si sia arrivati ad alcuna conclusione sicura
e condivisa. La brutta ed ambigua riforma dell'editoria introdotta
con la legge
n. 62 del 2001, il famoso DDL
Levi ribattezzato l'ammazza blog presentato e poi ritirato,
il DDL
Cassinelli ovvero il "salvablog" tuttora in attesa di
essere discusso alla Camera dei Deputati e la "storica" condanna
dello storico Carlo Ruta per stampa clandestina pronunciata dal Tribunale
di Modica in relazione alla pubblicazione del blog dello studioso siciliano
sono solo alcuni dei provvedimenti e delle iniziative che hanno, negli
ultimi anni, alimentato - in Rete e fuori dalla Rete - un dibattito
complesso ed articolato senza vincitori né vinti. L'entrata
in vigore della nuova disciplina sulle intercettazioni vanificherà
e polverizzerà il senso di questo dibattito stabilendo, una
volta per tutte, che la disciplina sulla stampa - o almeno una parte
importante di essa - si applica a qualsiasi forma di comunicazione e
diffusione di informazioni nel cyberspazio. Difficile resistere alla
tentazione di definire dilettantistica, approssimativa ed irresponsabile
la scelta del legislatore che è entrato "a gamba tesa"
in questo dibattito ultradecennale ignorandone premesse, contenuti e
questioni e che ora rischia di infliggere - non so dire se volontariamente
o inconsapevolmente - un duro colpo alla libertà di manifestazione
del pensiero nel cyberspazio modificandone, per sempre, protagonisti
e dinamiche. Nel Palazzo, domani, qualcuno - nel tentativo di
giustificare questo monstrum giuridico liberticida e anti-Internet -
dirà che è giusto pretendere anche da blogger, gestori
di piattaforme di condivisione di contenuti e titolari di qualsiasi
altro tipo di sito Internet la pubblicazione di una rettifica laddove
loro stessi o i propri utenti pubblichino contenuti non veritieri o
ritenuti lesivi dell'altrui reputazione o onore. Libertà fa rima
con responsabilità è il ritornello che sento già
risuonare nel Palazzo. Il problema non è, tuttavia, il ritornello
che non si può non condividere, quanto, piuttosto, le altre strofe
della canzone per restare nella metafora ovvero le modalità attraverso
le quali il legislatore ha preteso di raggiungere tale ambizioso risultato.
Provo a riassumere il mio punto di vista. The web is not the
press (or tv) si potrebbe dire con uno slogan e non è,
pertanto, possibile né opportuno applicare ad ogni forma di comunicazione
online la speciale disciplina dettata per l'informazione professionale.
Dovrebbe essere evidente ma così non è. Gestire le richieste
di rettifica, valutarne la fondatezza e, eventualmente, darvi seguito
è un'attività onerosa che mal si concilia con la dimensione
"amatoriale" della più parte dei blog che costituiscono
la blogosfera e rischia di costituire un elemento disincentivante per
un blogger che, pur di sottrarsi a tali incombenti e alle eventuali
responsabilità da ritardo (una multa da 25 milioni di vecchie
lire per aver tardato a leggere la posta significa la chiusura di un
blog!), preferirà tornare a limitarsi a leggere il giornale o,
piuttosto postare solo su argomenti a basso impatto mediatico, politico
e sociale e, come tali, insuscettibili di "disturbare" chicchessia. Allo
stesso modo, il gestore di una piattaforma di condivisione di contenuti
o, piuttosto, di social networking che, per definizione, non produce
le informazioni che diffonde, ricevuta una richiesta di rettifica non
potrà, in nessun caso, in 48 ore, verificare con l'autore del
contenuto la veridicità dell'informazione diffusa e, quindi,
l'effettiva sussistenza o meno dell'azionato diritto di rettifica. Risultato:
o si doterà - peraltro non a costo zero - di una struttura idonea
a pubblicare d'ufficio tutte le rettifiche ricevute o, peggio ancora,
deciderà di rimuovere tutti i contenuti che formino oggetto di
un altrui istanza di rettifica tanto per porsi al riparo da eventuali
contestazioni circa la forma, i caratteri e la visibilità della
rettifica stessa. Sembra, in altre parole, evidente che la
nuova legge produrrà quale effetto pressoché immediato
quello di abbattere sensibilmente la vocazione all'informazione diffusa
che ha, sin qui, costituito la forza del web come primo spazio davvero
libero - o quasi-libero - di divulgazione di quello straordinario
patrimonio di pensieri e notizie che, sin qui, i media professionali
non hanno in parte potuto e in più parte voluto lasciar filtrare
per effetto dei forti ed innegabili condizionamenti che i poteri
politici ed economici da sempre esercitano sulle testate giornalistiche
cartacee, radiofoniche o televisive che siano. Da domani, quindi,
i nemici della libertà di informazione avranno un pericoloso
strumento per far passare la voglia a tanti blogger nostrani di dire
la loro ed ad altrettanti "giornalisti diffusi" di raccontare
storie inedite via Facebook, YouTube o MySpace. Ma c'è
ancora di più. Il senso dell'obbligo di rettifica previsto
nella vecchia legge sulla stampa risiede nella circostanza che in sua
assenza il cittadino che si senta diffamato o avverta l'esigenza di
"rettificare" un'informazione diffusa da un giornale non potrebbe
farlo o meglio resterebbe esposto all'arbitrio del direttore della testata,
libero di pubblicare o non pubblicare la rettifica. Non è così,
tuttavia, nella più parte dei casi in Rete dove - salvo eccezioni
- chiunque può pubblicare una precisazione, un commento, un altro
video o, piuttosto, condividere un link su un profilo di Facebook per
replicare e/o rettificare l'altrui pensiero. È questo il bello
dell'informazione non professionale online ed è questa una delle
ragioni per le quali l'informazione in Rete è - sebbene ancora
per poco - più libera di quanto non lo sia quella tradizionale. E
per finire, dopo il danno la beffa. Mentre, infatti, la nuova
legge impone a chiunque utilizzi la Rete per comunicare o diffondere
contenuti e/o informazioni gli obblighi caratteristici dei produttori
professionali di informazione, continua a non riconoscergli pari diritti:
primo tra tutti l'insequestrabilità di ogni contenuto informativo
diffuso a mezzo Internet alla stessa stregua di un giornale. In questo
modo si sarebbe, almeno, potuto dire "onori e oneri" mentre,
così, l'informazione in Rete finisce con l'essere svilita
ad un'attività pericolosa, onerosa e mal retribuita o, nella
più parte dei casi, non retribuita affatto. Basterà
la passione ad indurre i protagonisti del cosiddetto web 2.0 a resistere
anche a tale ulteriore aggressione o, questa volta, getteranno la spugna
consegnando la Rete ai padroni dell'informazione di sempre? Chiediamocelo
e, soprattutto, chiediamolo a chi ha voluto questa nuova inaccettabile
legge ammazza-Internet. Guido Scorza
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