Grazie Tavaroli, e dimmi grazie
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Salvate il soldato Tavaroli
L'"Ambassadeur", la Marcio Gaglia, un Giornale cloaca & l'escrescenza Porro
Queste note le dedico a Beneamino Andreatta ed al mio fu marito Vittorio Olcese
I due politici più onesti e perbene dell'Italia dell'ultimo novecento
Mercoledì 23 Luglio l'ex Pm Antonio Di Pietro, con una nota pubblicata sul suo Blog - ripresa Giovedì 24 da Repubblica in una intervista al leader Idv - convalida una delle tesi da me ipotizzate Lunedì 21 con la prima nota che segue
Quella di Tavaroli è una corsa contro il tempo. Non c'è spazio ne' tempo per essere dimenticato
e con lui l'intero "Affaire Telecom". Svuotando il sacco Giuliano Tavaroli salva la pelle
 Tavaroli ha parlato a nuora perchè suocera intenda. - scrive l'ex Pm - Non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti, ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che, prima o poi, potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza
Mercoledì 23, Domenica 27, Giovedì 31 Luglio diramo le note che seguono
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Giuliano Tavaroli
Giuliano Tavaroli
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 Giuliana D'Olcese
Antonio Massari
Davide Giacalone 
Giuseppe D'Avanzo
(21 Luglio - 1 Agosto 2008)
Lodovico Festa - Michele Ainis
 
*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
E il 25 Luglio, Fabio Ghioni responsabile del "Tiger Tim", dichiarerà al Corriere della Sera:
Una mia mancanza di disponibilità alle richieste illecite provenienti dal management avrebbe comportato per me l'obbligo di
dimettermi da Telecom e di perdere il posto
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Telecom & camurria di Stato,"Why not?"
«Le "verità" di Tavaroli portano a de Magistris»
«Dall'inchiesta "Why not" al "Network eversivo
Scrive Antonio Massari su La Stampa. Caro Giorgio, visto che ci sei, batti un colpo. E abbracciami Clio
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Tavaroli, l'esca & il pescione
E il retroscena di Paolo Colonnello link
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Grazie Tavaroli, e dimmi grazie
 
Lunedì / Martedì 21/22 Luglio 2008
«Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo. Quella lobby di dinosauri che custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Quei segreti che potevano distruggere la reputazione di chiunque. - e ancora - Le aziende vivono di informazioni, fino alle raffinatezze delle "analisi predittive". E non esitano a a sporcarsi le mani.
Un esempio? Per quel che so, l'"Operazione Quattro Gatti", lo sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, (Prodi via da Palazzo Chigi,
segue il Governo D'Alema,ndr) fu finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3), Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson». (...).
«E' a questo punto che arrivano i primi segnali dal "network eversivo". Si fanno sotto quelli che io chiamo "i massoni". Cominciano a scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro, della mia presenza in Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico "nastro" delle informazioni in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni e di un servizio segreto.
Arriva il primo segnale e non faccio fatica a "leggerlo". Le manovre compromettenti di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di Tronchetti) con uno del figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi Bisignani che aveva avuto l'informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la musica. Anche Afef parve a rischio». (...).
«Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo "esponenti politici...". Formalmente perchè è necessario attendere la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti illegalmente sono utilizzabili nel giudizio. Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora?».
Così il memoriale di Giuliano Tavaroli a Giuseppe D'Avanzo de La Repubblica, una circostanziata precisa cronaca dell'"Affaire Telecom" da cui si evince che Tavaroli con quel «Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora?» avanza 'dubbi' sull'operato dei pm della Procura di Milano. E aggiunge: (...).
«Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere ecersivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto: quell'area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l'idea che la si stia sfidando.
Genio dell'opportunismo qual'è Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita da Telecom, candido e senza un'ombra.
Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto. (...). Per questo, ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare». 
E' un cavo incandescente il filo rosso che corre tra l'ultimo saggio-inchiesta di Philip Willan «L'Italia dei Poteri occulti», in libreria a modicissimo prezzo, e le reminiscenze, i collegamenti che il lettore, non può non fare, con quanto viene confermato (come se ce ne fosse ancora bisogno...) leggendo Tavaroli, su Rep.
Il filo che assimila l'"Affaire Telecom" a «L'Italia dei Poteri occulti», è immediato, naturale. Quel filo c'è, e come se c'è.
Ed è una "complicità naturale" nel realizzare una nuova P2 con una sorta di «Piano di Rinascita Democratica» di Gelliana memoria.
Nell'escursus di Giuliano Tavaroli, infatti, si rappresenta una "Guerra Fredda", post, tra Poteri. Si va dal "solito" Opus Dei agli ex Servizi segreti passando per vari politici attuali. E si intravedono nitide, quindi, le ragioni che hanno indotto Tavaroli a vuotare il sacco su Rep.
Quella di Tavaroli è una corsa contro il tempo: Non c'è spazio ne' tempo, infatti, per essere dimenticato, e con lui l'intero "Affaire Telecom".
Svuotando il sacco, e lanciando criptici messaggi, Tavaroli salva la pelle. Sa, l'ex Ros, che il cono d'ombra, il farsi dimenticare, la discrezione, la fedeltà agli antichi padroni fino al punto di prendersene tutte le criminali responsabilità, e pagare per se' e per loro, è la situazione ideale perchè finisca come Adamo Bove.
E come Michele Sindona, Roberto Calvi ed il suo Banco Ambrosiano. E come Giorgio Ambrosoli.
Roberto Calvi, per salvare Ambrosiano e pelle fece capire di essere pronto a rivelare i segreti che custodiva. Fu fatto fuori prima, e prima che fuggisse in Sudamerica.
Fu trovato impiccato, sotto il Ponte dei Frari Neri a Londra. A poche centinaia di metri dalla sede di una Loggia massonica con cinque simboli massonici nelle tasche:
tre mattoni, due pietre.
Non mi dilungo con le dovute critiche, sarebbero nauseate e feroci, verso gli sconsiderati editoriali, servili, dell'ex ambasciatore Sergio Romano oggi sul Corsera e di Mario Giordano domenica su Il Giornale. Ne' sulla cronaca di Nicola Porro: una cloaca di ruffianeria, servilismo, omissioni, falsità.
Ne' sugli squittii rosa isterico-assolutori-trallallà, verso Tronchetti, della presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Li lascio al giudizio di lettori e ascoltatori.
E alle risate di Tavaroli.
Se pur corrotto, & corruttore, da un ex Carabiniere del Ros il gesto di Tavaroli me lo aspettavo. Bravo Tavaroli. Tu lo sai, ti ho fatto guerra aperta ed implacabile per anni, ti ho inseguito e marcato in Internet senza pietà perchè venissi allo scoperto. Ed eccoti finalmente. Bravo.
Oggi, dai cittadini, e dal Ros, meriti gli Onori delle Armi. Perchè no? Forse, nel futuro, anche da quel sant uomo di Giorgio Napolitano. On ne sait jamais.
Tavaroli, tu sai che, in tempi non sospetti, scoprii per prima cosa combinavano di eversivo il graduato corrotto delle Fiamme Gialle da Novara e da Fiumicino e da Milano il "Tiger Tim" diretto da Fabio Ghioni (che il 25 Luglio '08 dichiarerà al Corsera: «Una mia mancanza di disponibilità alle richieste illecite provenienti dal management (di Telecom,ndr) avrebbe comportato per me l'obbligo di dimettermi e di perdere il posto».
Tavaroli, hai visto le mappe, no? Manca solo di vedere l'omino seduto al Pc, poi c'è tutto. Ti sarai anche divertito a vedere una qualunque casalinga di Voghera tenere testa e in scacco (sfottendoli pure!) "i grandi Hackers del "Tiger Tim", di Telecom Italia e di Telecom Brasil".
Non faceva in tempo a spuntarne uno che io non "percepissi" e ne prendessi nota.
Confesso che provo molta simpatia e solidarietà umana per questo ex Ros che ha avuto un sussulto di coscienza e di onestà e che, finalmente, non teme di puntare il dito sul Patron, ex, di Telecom: Marco Tronchetti Provera. E, immagino, punterà il dito su Gustavo Bracco e via via a "scendere" sugli ex vertici Telecom.
A questo punto, la mia simpatia, e la subitanea fiducia in questo ex Ros, è tale, che lo invito, pubblicamente, davanti al mio Pc a darmi una lezione di alta informatica:
Come padroneggiare le tecniche sempre più sofisticate sulla sicurezza in Internet? Anzi, se i tuoi conti sono bloccati, sarai ospite in casa mia.
Inoltre voglio dirti, caro ex Ros, che, secondo me - rifletti - tu mi devi ringraziare e mandarmi un bel bouquet di fiori per il fatto che ho straboccato Internet - che conta mooolto più di carta stampata e Tv - con l'"Affaire Telecom".
E scrivendo più volte, anche a Pol di Stato ed a Procure d'Italia «Tronchetti Provera non poteva non sapere. Per questa ragione, questa e quest'altra». Punto.
E recentemente, Giovedì 10 Luglio, a Procure e Pol di Stato ho scritto:
«Tra i tanti accadimenti, a lettori dei quotidiani ed ascoltatori dei Tg, per esempio, non è stato mai spiegato il motivo del servizio di body guard operato dalla Polizia di Stato di Roma all'ex presidente Telecom, Tronchetti Provera, proprietario di Olimpia la società che, attraverso Pirelli, controllava Telecom».
Come tu, caro ex Ros, ed il tuo amico Marco Mancini non potete non sapere come, e perchè, il tuo ex compagno del Ros, Adamo Bove, è "morto".
Il perchè e il come, tu e Mancini, lo dovete spiegare, pubblicamente, ad un padre, e ad un fratello, Guglielmo Bove, il responsabile Ufficio legale di Telecom Italia.
Padre e fratello che, da troppo tempo ormai, aspettano che sia fatta Giustizia.
 Coraggio Tavaroli. Se fai il tuo dovere per cui giurasti da Carabiniere, poi da Ros, i cittadini, intercettati e non, saranno tutti con te. Ti pare poco?..... (;-)
             Giuliana D'Olcese quota rosa di Interrnet e di LiberoReporter
                      http://www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
 
*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Proteggeteci voi da Gladiatori, Ambassadeurs, da nostalgici di Angelone Rizzoli, Gellisti news piduisti, Ortolani sudamericani, vertici e direttori del Corsera alla Tassan Din e alla Di Bella, crac finanziari loggisto-chiesisti alla Ambrosiano, allo Ior & alla Marcinkus,
e da epiloghi delittuosi alla Calvi e alla Gardini
ONN
Gli scenari di uno scandalo tra ricatti, corruzione e Logge deviate, scrive oggi Giuseppe D'Avanzo su Rep
 
Mercoledì 23 Luglio 2008
Cinquemila spiati dal Grande Orecchio, il Ministero della Difesa, il Comando dell'Arma di Milano e D'Ambrosio ufficiale del Sismi, e via via fino alle casalinghe di Voghera intercettati.
Certo che in questi giorni è uno spasso sentirsi le rassegne stampa e leggersi i maggiori quotidiani: c'è da sbellicarsi dalle risa ma da prepararsi, anche, ad un Golpe "democratico, dolce" a fronte del quale, se non vi si oppongono drastici rimedi, gli storici tentati Golpe del Sifar, Generale De Lorenzo, dell'Immacolata, Principe Junio Valerio Borghese, e della P2 di Gelli, sono robette da dame di San Vincenzo alla pesca di beneficenza.
E' l'"informazione" - organi di carta stampata e Tv - che, tragicomicamente, suscita l'allerta maxima nei consumatori-elettori. Lo stop and go del recente passato, e lo stop and stop attuale sull'Affaire Telecom Tronchetti Tavaroli lascia allibiti. Tralasciando i Tg, che si sa, sono merce avariata per il popolo bue, il quotidiano che, su tutti, impressiona per la proterva improntitudine, e presa per il q dei lettori, è il Corsera. Forse, il cdr attacca il ciuccio dove vuole il padrone o forse è assalito da un subitaneo pentimento per la fase (seguita a quella dello stop and stop sull'Affaire Telecom-Tronchetti) della corretta informazione quando, oh! sorpresa!, si è accorto, molto dopo di me, che i suoi direttori ed i suoi vertici erano intercettati alla grande e derubati dalla Banda Tavaroli dei loro piani editorial-industriali.
E mi fermo alla Banda Tavaroli mentre sarebbe legittimo aggiungere qualche nome altisonante coinvolto nell"'Affaire" del secolo.
Diceva l'impareggiabile leggendaria Principessa di Guermant: «La servitù sia cieca, sorda e muta». Punto. Quindi, la servitù è in libera uscita che può fare, dire & scrivere
qualsivoglia stronzata. Perciò, Il Giornale, non val la perdita di un solo minuto alla tastiera. Peccato, mi ci stavo affezionando. Al Giornale.
Di Libero che dire?
Detto con immutata stima ed amicizia per Vittorio Feltri con cui abbiamo condiviso battaglie coraggiose, nobili e liberali come quella per la liberazione dei Serenissimi e la cancellazione della Legge Mancino (attuale vice Presidente del Csm...), sull'Affaire Telecom-Tronchetti, Libero si salvicchia: non si salva.
Dall'Arena Senatorial Gladiatoria di Libero si salva Giacalone, ma tra i flutti burrascosi del si salvi dall'Affaire chi ha potere e trame dissennate da tessere, Giacalone è defilato. E si salvicchiano, mica tanto, Sunseri e Giannino. Di tutti conservo articoli ed editoriali. Sull'Affaire Telecom-Tronchetti-Tavaroli avevano scritto, recentemente,
fattacci e differenti opinioni. E non erano edificanti per il "Trio della Buona Morte". Ma, ora, la "sterzata" informativa...
E gli altri quotidiani? Tra color che son sospesi. Poveracci. C'è chi scala l'Everest per salvare la pagnotta e chi, per salvare la militonza, scende all'inferno.
Che desolazione.
Poi c'è, e quando è che non c'è? la solita ciliegiona sulla torta del Festival dell'Ovvio animato dal solito Uolter: «Dossier illegali? Segno di democrazia in crisi!».
Cappero! Te capi' l'ex Sindaco? L'ha capita, anche, lui ma dopo che, per anni, ha ricevuto decine e decine di segnalazioni da romani intercettati.
Uolter, della democrazia in crisi, se n'è fatto uno strabaffo.
E Fassino che fa? Fa 'o core 'e mamma. Siamo tutti mammoni sì o no? Sì. E contro quegli sfaccimmoni di Tavaroli & D'Avanzo Fassino invoca la mamma malata.
Core 'e mamma è un master, buca sempre: stampa e Tv assicurate.
Ma si può avere una classe politica del Festival dell'Ovvio e della Mamma? NO. Non si deve.
E Uolter e Fassino sono pure festivallieri smemoroni. Si sono dimenticati di Greganti e pure di Cusani e di Gardini. Loro sì, io e gli italiani NO. Punto.
San D'Avanzo e San Tavaroli proteggeteci voi!
Certo, vanno capiti tutti, chi sta per crocierare, forse, sul panfilo del Tronchetti e dell'Afef lo capiamo. Prima di salpare è d'obbligo un regalino ai padroni di panfilo quindi quale miglior presente per l'ex Patron di Telecom che un indignato editoriale rosso-azzurro sul Corsera?
Ma il destino più cinico, e baro, tocca al giurista d'eccellenza del Corsera: costretto a scalare la montagna di vetro che ogni mattina, pare, gli serva il Cdr.
Egregio Ferrarella, ma chi te lo fa fare? Sei bravino e dignitoso, passa la mano. E Biondani che fine ha fatto? Booh... scrive per L'Espresso.
Scrive oggi San D'Avanzo su Rep: «Gli scenari di uno scandalo tra ricatti, corruzione e Logge deviate» e le Logge deviate mi ricordano i resoconti della Commissione per l'inchiesta Parlamentare sulla P2 di Licio Gelli, resoconti che sentivo da Tina Anselmi e dal mio fu marito Vittorio Olcese.
Quindi, ne so abbastanza su stilemi e metodi delle Logge deviate.
In tutto il porcaio dell'Affaire Telecom mi dispiace, solo, per la mia amica Annunziata. Però, cara Lucia, chi fa il tuo mestiere, dai salotti romani verusiani bisogna che si defili in tempo. A proposito del tuo mestiere, San D'Avanzo oggi conclude così il suo articolo:
«Avremmo mentito ai nostri lettori se avessimo accettato le conclusioni minimaliste dell'affaire Telecom. In questi giorni si è andata disegnando, da più parti e anche con voci autorevoli, (vedi l'Ambassadeur sul Corsera,ndr) una scena capovolta, fuori da ogni cardine. Scomparivano i protagonisti e i comprimari, le loro condotte, le loro
responsabilità, la lunga scia di illegalità, abusi e ricatti. Come d'incanto, solo distrattamente, si ricordava al lettore, e c'è chi non ha fatto nemmeno questo, che nella maggiore società di telecomunicazioni del Paese, Telecom Italia, di Tronchetti Provera, sono stati raccolti migliaia di dossier illegali. (...).
Ma oggi abbiamo sotto gli occhi, con nomi, cognomi, dettagli e circostanze quella «contrapposizione tra blocchi di potere» già intuita dal giudice (Gennari,ndr) nel Gennaio 2006. Vi affiorano figure che decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale: una filiera di immarcescibili massoni che lo scandalo della P2 non ha eliminato dalla scena: comportamenti obliqui di governanti, ricatti, corruzione piccola e grande, debolezza della magistratura, (purtroppo meritata,ndr) dell'informazione, delle amministrazioni dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai trasparente. Non ci appare la verità.
Ci appare uno scenario più vicino allo scenario Telecom».
       Giuliana D'Olcese quota rosa di Interrnet e di LiberoReporter
          con *Grazie Tavaroli, e dimmi grazie* - *Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
sui Blog 
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Telecom & camurria di Stato,"Why not?"
«Le "verità" di Tavaroli portano a de Magistris»
«Dall'inchiesta "Why not" al "Network eversivo
Scrive Antonio Massari su La Stampa. Caro Giorgio, visto che ci sei, batti un colpo. E abbracciami Clio
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Domenica 27 Luglio 2008
«La "norma salva premier" sarebbe l'estrema unzione sulla fiducia degli italiani nella Giustizia. "Fiducia", si fa per dire, già ai minimi termini essendo l'Italia il Paese più condannato e sanzionato a causa dello stato comatoso, e vergognoso, in cui versa la macchina della giustizia.
Per non parlare di certi, chiamiamoli "arbitri giudiziari", che avvengono solo da noi. Vedi il trattamento esemplare, quello sì da Regime fascista, subito dal Pm Luigi de Magistris da CSM ed equivoci figuri piazzati nei gangli vitali di certe Procure della Calabria, ma non solo, sul cui fetido operato, se pur tardivamente, ha suonato la campana a morte rendendo giustizia a de Magistris risorto a testa alta dalla fogna in cui lo aveva affogato la camurria di Stato».
Così è scritto, nella nota da me firmata sul numero di Luglio di LiberoReporter in edicola.
Antonio Massari - Salerno, La Stampa, domenica 27 Luglio '08, pag.18:
«(...). Il Pm napoletano (de Magistris operativo a Catanzaro,ndr) indagava su spie e lobby, chiese gli atti dell'inchiesta milanese. (su Telecom,ndr). Tavaroli potrebbe raccontare la sua versione, su certi fatti, alla Procura di Salerno, che indaga sul «caso de Magistris» e l'ex addetto alle security Telecom potrebbe persino gradire l'invito, per spiegare cosa intende con «network eversivo» - vero o falso che sia - ed elencare ruoli, nomi e cognomi. Sui punti di contatto tra sue dichiarazioni e dei nomi che spuntano dalle inchieste condotte da de Magistris che indagava su «Why not» e «Poisedone» (de Magistris è stato 'trasferito' a Napoli per ordine del CSM proprio in seguito all'inchiesta «Why not» e alla denuncia dell'ex Gurdasigilli Mastella...,ndr) ovvero sull'utilizzo dei fondi Ue e sugli intrecci fra massoneria e istituzioni.
Inchiesta che gli viene avocata in un ben preciso momento: quando inizia ad indagare su un presunto network di matrice spionistica legato alla massoneria e ai servizi segreti.
(...). La pista investigativa porta alle istituzioni regionali calabre e a politici nazionali. (...). E dalle varie società, tra cui la Global Media - descritta dai consulenti di de Magistris come il «polmone finanziario dell'Udc - spunta persino il leader storico della Banda della Magliana». - Banda coinvolta, come scrive anche Philip Willan nel suo saggio-inchiesta «L'Italia dei Poteri occulti», negli scandali dello Ior dell'Arcivescovo Marcinkus, nel crac dell'Ambrosiano e la morte violenta e misteriosa di Roberto Calvi. «Nel «network eversivo» evocato da Tavaroli - continua il cronista de La Stampa - spunta anche Luigi Bisignani, ex piduista, condannato per la maxitangente Enimont (l'ex Montedison di Eugenio Cefis), diretta da Mario Schinberni e rilevata da Raul Gardini trovato 'morto' a Milano, nella sua camera da letto, nel bel mezzo di Tangentopoli. Anche Gardini, come Calvi ed altri, segue la "scia" dei suicidi oscuri, mai chiariti fino in fondo.
Viene indagato e condannato anche Sergio Cusani il "corriere" della maxitangente Enimont. E indovinate il "malloppo" dove era diretto: non ve lo dico, chi non lo sa, o non lo ricorda, può divertirsi su Google,ndr).
Ma il cuore di «Why not» - continua Massari - pulsa molto più in profondità: la pista investigativa ipotizza una lobby in grado di condizionare tutti i settori, dall'economia alla finanza, inclusa la magistratura. E questo cuore batte a Salerno. Dove si indaga, inoltre, su Mariano Lombardi ex Procuratore capo di Catanzaro, Adalgisa Rinardo presidente del Tribunale del riesame di CZ, Dolcino Favi, ex reggente della Procura generale di CZ. Reato ipotizzato: corruzione in atti giudiziari.
Per Favi l'ipotesi è abuso d'ufficio. Favi avocò «Why not» dopo l'iscrizione di Mastella nel registro degli indagati, Lombardi avocò a de Magistris «Poisedone».
La Procura di Salerno - conclude Antonio Massari - suppone un'opera di delegittimazione, nei confronti di de Magistris, finalizzata a ostacolare le sue inchieste.
De Magistris avrebbe ipotizzato una rete occulta, in grado di condizionare settori rilevanti delle istituzioni, nella quale, anche Bisignani, amico di Mastella, avrebbe un ruolo di primo piano quale punto di riferimento di uomini politici, membri delle Forze dell'ordine, (vedi, infatti, anche alcune denunce sulle intercettazioni illecite di Telecom giunte alla Procura di Roma "mutilate", quindi archiviate,ndr) faccendieri, e uomini dei servizi. E su questo punto, la versione oggi fornita da Tavaroli, incredibilmente, sembra riscontrare le inchieste di de Magistris».
Consigli per gli acquisti:
Mentre tra una Ambasciatorata, una Battistata, una Ferrarellata & l'altra "il Corrierone", tra i cui azionisti conta Tronchetti Provera, continua a dormire il sonno dell'informazione monca e deviante, i lettori-consumatori-elettori vadano a quanto ha dichiarato Giuliano Tavaroli a Giuseppe D'Avanzo, su La Repubblica:
«Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo. Quella lobby di dinosauri che custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Quei segreti che potevano distruggere la reputazione di chiunque». - e D'Avanzo - «In questa storia si vedono all'opera "un numero sempre maggiore di uomini formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi segreti riservati, cioè di osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti". Si scorgono in controluce ovunque "reti di influenza" coerenti con le nuove condizioni di una proficua gestione degli affari economici
la naturale conseguenza del movimento di concentrazione dei capitali.
L'affaire Telecom è, allora, una domanda a cui nessuno vuole dare una risposta: come si formano, nel cuore del potere italiano, i "legami di dipendenza e di protezione"?
È bizzarro che nessuno si chieda perché il piduista Luigi Bisignani, ancora oggi, possa attraversare la scena pubblica e decidere (come tutti nelle consorterie del potere sanno e dicono) delle nomine più prestigiose. In base a quale autorità?
E' curioso che nessuno si sorprenda che Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) accetti di discutere con un dirigente della Kroll (la più grande agenzia d'investigazione privata del mondo) "un'operazione di discredito contro Tronchetti" e non lo sbatta fuori dal suo studio, non inviti subito il ministro dell'Interno ad annullare la licenza di quell'agenzia. Perché?
Ma oggi abbiamo sotto gli occhi, con nomi, cognomi, dettagli e circostanze quella «contrapposizione tra blocchi di potere» già intuita dal giudice (Gennari,ndr) nel Gennaio 2006. Vi affiorano figure che decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale: una filiera di immarcescibili massoni che lo scandalo della P2 non ha eliminato dalla scena: comportamenti obliqui di governanti, ricatti, corruzione piccola e grande, debolezza della magistratura, (purtroppo meritata,ndr) dell'informazione, delle amministrazioni dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai trasparente. Non ci appare la verità. Ci appare uno scenario più vicino allo scenario Telecom».
E' ora che il Popolo italiano tutto, in regime di Democrazia rappresentatva, quindi Parlamentare, chieda ed ottenga dai due rami del Parlamento che non vengano più candidati ex piduisti, avanzi di galera indagati o condannati per corruzione ecc, ecc, ecc.
Il Presidente della Repubblica, Presidente del CSM, riveda le qualità richieste per entrare in magistratura e che il CSM si doti di un organo di controllo, effettivo, non solo sull'operato dei singoli magistrati ma anche al suo interno.
Troppi ex politici nel CSM. A cominciare dal DC, poi Margherita, Nicola Mancino in politica per quarant'anni ed ora vice Presidente del CSM.
Sì, il Presidente della Repubblica e del CSM lo faccia. Ora basta. Caro Giorgio, dato che ci sei, batti un colpo. E abbracciami molto Clio. (;-)
                        Giuliana D'Olcese quota rosa di Interrnet e di LiberoReporter
                            con un saluto a Tavaroli dalla casalinga di Voghera
                                 *Grazie Tavaroli, e dimmi grazie* - *Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!* - Telecom & camurria di Stato,"Why not?"
                                  sono anche su http://movimentiamoci.ilcannocchiale.it/ - http://blog.bamboccioni.net/  http://www.liberoreporter.it/
 
Tavaroli, l'esca & il pescione
E il retroscena di Paolo Colonnello link
*
Giovedì 31 Luglio 2008
 
Mercoledì 23 Luglio l'ex Pm Antonio Di Pietro, con una nota pubblicata sul suo Blog - ripresa da La Repubblica Giovedì 24 in una intervista al leader Idv - convalida una delle tesi da me ipotizzate con la nota diramata Lunedì 21 *Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
 nota rilanciata da giornali on line e siti di informazione:
«Indicando Fassino Tavaroli ha lanciato un'esca, ha parlato a nuora perchè suocera intenda. - scriveva l'ex Pm sul suo Blog - Non tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti, ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che, prima o poi, potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a sufficienza»
Chi sarebbe, secondo Di Pietro, la suocera a cui, con il memoriale dettato a Giuseppe D'Avanzo, Tavaroli ha voluto lanciare un criptico avvertimento?
La nuora la conosciamo, è l'ex Segretario dei DS Piero Fassino indicato da Tavaroli, assieme al DS Nicola Rossi, come intestatari di un conto estero su cui sarebbe stata versata una maxitangente dall'ex azionista di Telecom, Roberto Colaninno, da lui rilevata nel corso del Governo D'Alema.
Sulla ipotesi Di Pietro, e sul memoriale Tavaroli, Davide Giacalone scrive sul suo sito e sul Forum Repubblicani, questa volta non su Libero:
 
(...).«Infine, la bomba, l'unica vera novità: Colaninno pagò una tangente al partito dell'allora presidente del consiglio, Massimo D'Alema, ed i soldi sono finiti in un conto londinese le cui firme di traenza erano di Fassino e Rossi. Direi che si tratta di una bubbola colossale, alla Igor Marini, per capirci ed intenderci. Ma velenosa, perché l'Oak Found esisteva sul serio, era veramente amministrato da Magnoni, ed effettivamente, ancora oggi, non sappiamo chi ci fosse dentro. D'Alema favorì Colaninno veramente, mica per fantasia. Questa è una storia che ho raccontato nel 2003, ed è vera. Il resto, invece, è depistaggio allo stato puro. Perché?
Non lo so e preferisco non immaginarlo. In ogni caso la giustizia latita e si muove con lentezza esasperante, quindi la minaccia diffamatoria va a segno anni prima di un eventuale rimedio. Il nostro è un Paese che ha perso gli anticorpi, dove la giustizia è morta, ed il puzzo di marcio è terribile».(...).
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L'ANALISI
Quel dossier in mano ai magistrati e il ruolo della libera stampa
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 26 Luglio 2008
 
IL RETROSCENA
COLONNELLO La Stampa.it 6 Giugno 2007
 
6 giu 2007 ... Due righe, non di più, di cui La Stampa è in grado di rivelare il ... al gip Gennari e ai pm dell’inchiesta Telecom reso dal dirigente del ...
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         Giuliana D'Olcese quota rosa di Internet e di Libero Reporter
Note correlate
*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie* - *Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!* - Telecom & camurria di Stato,"Why not?"
«Le "verità" di Tavaroli portano a de Magistris Dall'inchiesta "Why not" al "Network eversivo"»
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<Commenti - Articoli correlati>
*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Ma se negli interrogatori Tronchetti Provera si è sempre dichiarato estraneo a qualsiasi responsabilità, anzi ha sempre sostenuto e sostiene tutt'oggi che lui non sapeva nulla di cosa faceva Tavaroli, ma allora perchè non lo mai denunciato almeno per falso e per calunnia ma si è tenuto e si tiene tutto quello di cui lo accusa Tavaroli?!
Mara Del Piero
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
D'Olcese!
Te lo avevo scritto che sei er mejo segugio der bigoncio! Se due giorni dopo quello che hai scritto proprio Di Pietro che ha un passato di Pm ed ha fatto Tangentopoli esprime la tua stessa tesi ma mi spieghi perchè invece di fare la casalinga di Voghera che gioca col computer non vai a fare il poliziotto o il procuratore della Repubblica?
e vai così!!!!!!!!!! sei un portento! Gabriele
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*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Giuliana, GRAZIE. Grazie anche per la tua bellissima capacità di dire le cose come sono. Si, grazie Giuliana, veramente non sai quanto le cose che scrivi mi aiutino a sperare che ci sia qualcuno che combatte e che non ha paura di esporsi. Personalmente poi la penso proprio come te e quindi avere la soddisfazione di pubblicare quello che io non riesco a fare è per me un vero balsamo.
Ti abbraccio e non dispero di poterti conoscere personalmente, per quanto, strano che sia, quando ti scrivo e come se ti vedessi. Renato
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GRAZZZIE!!!
E GLADIO SALUTA TELEKOM VITULIA, DON SILVIO, DON TRONKETTO & DONNA EMMA ...
ALLORA E' "VERO" CHE LA MORTE DI ADAMO BOVE E´ UN DELITTO DALL'ASPETTO MASSONICO AD OPERA DI CIA OPERATIVES???
MA CHE LE FANNO A FARE LE ELEZIONI IN ITALIA E LE "LEGISLATURE COSTITUENTI"?
POSSO POSTARE QUESTO ARTICOLO SUI FORUM DOVE VADO IO?
Luca Zampetti
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
Sempre brava e coraggiosa, se le poche voci oneste ed idealiste, si unissero, il rumore sarebbe assordante. La Storia è stata fatta da individui che hanno scagliato la prima pietra, poi il popolo ha agito. Però, come in tutte le cose dell'Uomo, sei sicura di essere nel giusto quando spari nel mucchio della massoneria?
E a chi dovremmo presentare i conti perchè vengano saldati, se i ricettatori delle istanze non si sa a chi appartengono?
Franco Simplicio
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*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Bellissima descrizione della realtà... da far venire i brividi!!!
FM
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I brividi devono venire a loro, andranno in galera, spero (;-)
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*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Cara D'Olcese, secondo te qual'è il motivo misterioso per cui Procura e giudice di Napoli che hanno indagato sulla morte di Adamo Bove hanno chiuso l'inchiesta già ad aprile 2008 e siamo a fine luglio e della sentenza non se n'è saputo nulla fino al 26 giorno in cui è uscito un trafiletto sul Corriere della Sera nelle pagine dell'affaire Telecom? Come spieghi che di un provvedimento giudiziario così rilevante nessun giornale ne ha mai parlato e si viene a saperlo solo a fine luglio ed incidentalmente? Secondo me dieci gatte ci covano. E poi dice che l'Italia non è l'Italia dei misteri e dei poteri occulti. Poi quando ci si mette pure la magistratura.....
Del resto Cossiga lo dice sempre e da anni che la magistratura è eversiva. Max Librario
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
Grazie x il brava e coraggiosa, sono convinta anch'io che se ci fosse un numero di persone consapevoli e volonterose del bene della RES PUBBLICA e dotate, davvero non a chiacchiere, di senso Civico e della Collettività, e della Cittadinanza, molto si potrebbe fare, combattere controllare. E vincere. Ma, purtroppo, la maggior parte della gente è immersa nel lassismo, mentalmente pigra, pensa solo al suo mini orto: una desolazione!!! No, perchè?
Ti pare che io spari sulla massoneria? Io riporto semplicemente quanto ha detto a Rep Tavaroli, e quanto scrive Philip Willan ne "L'Italia dei Poteri occulti".
Leggilo, è interessantissimo. Grazie x la risposta, gd'o
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
Il velo che circonda tutta questa faccenda sarà molto difficile da sollevare completamente, temo. In tinta con tante altre vicende italiche. Non penso che un articolo (su Repubblica, su Internet o in qualunque altro luogo) possa cambiare molto le cose. L'impressione ormai fisiologica per chi riflette su queste vicende è che non si saprà mai gran che di quanto realmente successo. Spero che tutto ciò almeno suggerisca, a chi legge, di tenere gli occhi aperti sul malaffare e sui poteri occulti di cui scrivi....
Perchè siamo (ormai è indubbio) un paese con "quattro asterischi"...
Alberto Sartor
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Sì, hai ragione.
A cominciare dalla Procura e dai pm... Comunque, più casino si fa meglio è per i poveri intercettati illecitamente. Ti pare? (;-)
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*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Cara Giuliana, e poi il duo Belusconi-Tronchetti definiscono chiacchiere da bar le intercettazioni... mah, forse avranno ragione loro del resto poi tutto finisce a tarallucci e vino. Ah, ma dove hanno nascosto l'immondizia a Napoli? Hanno forse fatto un accordo sottobanco con i soliti guappi?
Vittorio
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Eh!.... Chiacchiere da bar de mi nonno.............
Tra munnezze & munnezze non so quale è peggio. No, di Napoli non so nulla e non voglio sapere nulla. La mia città è morta e sepolta e fa schifo ai porci. gd'o
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
Mi sono recato ad Hammamet a riposare encefalo e membra. Alle mail ricevute fino ad allora risponderò al mio ritorno... se ritornerò.
Saluti, Luca Assirelli
"Spesso abbiamo stampato la parola Democrazia. Eppure non mi stancherò di ripetere che è una parola il cui senso reale è ancora dormiente, non è ancora stato risvegliato, nonostante la risonanza delle molte furiose tempeste da cui sono provenute le sue sillabe, da penne o lingue. È una grande parola, la cui storia, suppongo, non è ancora stata scritta, perché quella storia deve ancora essere messa in atto".
Walt Whitman
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*Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
Grazie a te Giuliana, x il coraggio e la volontà dimostrate di andare fino in fondo alla torbida faccenda, così caratteristica e tipica, purtroppo, della nostra bella Italia che non riesce ancora a diventare un paese moderno e democratico nella realtà!
:) abbracci Francesco
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Gaxie a tia. Quanno che se se vole se pole. PUNTO (;-)
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Immunità dei politici?
Sì, però ha scritto Michele Ainis su La Stampa proprio il 21 luglio....
Geo Ruffini
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*Tavaroli & D'Avanzo Santi subito!*
Signora cara, lei è un incubo. Devo andare a Lourdes per ottenere la grazia di essere cancellato dalla sua lista?
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Salve egregio Guido Ruotolo. Fa male leggere le verità nero su bianco, vero?ONN
e ringrazi che ho omesso La Stampa. Stimo troppo il mio carissimo amico Giulio. Comunque, non c'è bisogno di Lourdes, si risponde e si scrive cancellami. Invece di aspettare 'o miraculo, si risponde e si scrive cancellami. Perchè finora non mi ha scritto cancellami? Improvvisamente "nervoso" questa estate? gd'o (;-)
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Telecom. Arriba Espana! Security Telecom Italia. Tronchetti Provera, Tavaroli
dal blog di Beppe Grillo del 4 Agosto 2008
Nel maggio 2007 Intesa San Paolo, Mediobanca, Generali e Telefonica liquidano il tronchetto dell'infelicità e comprano il pacchetto di controllo di Telecom dalla Pirelli per un valore esorbitante. Nel luglio 2007 scrissi: "Il titolo Telecom vale poco più di due euro. La linea del Piave, il K2 degli analisti, sta per essere sfondato. Dopo c'è l'ignoto. Non è una novità. Quando il tronchetto pretese e ottenne 2,9 euro per azione, si sapeva che era un valore ad personam. Perchè sloggiasse con la buonuscita.
La proiezione industriale del titolo era tra 1,5 e 1,7 euro". Ero stato ottimista. L'azione di Telecom vale oggi circa 1,1 euro. Il K2 si è trasformato in K1.
La soglia dell'euro è vicina. E dopo? Se gli azionisti piangono (qualcuno ha perso quasi tutto), gli obbligazionisti tremano. Il debito di Telecom ribaltato in parte a chi possiede obbligazioni è di 46 miliardi di euro.
Bernabè, il nuovo amministratore delegato, ha smentito la vendita di Telecom Italia a Telefonica, forse lo farebbe (o dovrebbe fare) volentieri vista la situazione finanziaria disastrosa, ma il governo non si può permettere di perdere altre aziende italiane. La diminuzione di valore per gli azionisti e per il Sistema Italia è stato impressionante sotto la gestione Tronchetti/Buora, liquidati con buonuscite milionarie, pagati per anni con stipendi superiori alle aziende europee del settore.
Prima del tracollo finale, del K0, è utile farsi qualche domanda: - Chi risarcirà gli azionisti di Banca Intesa San Paolo, Mediobanca e Generali per aver l'acquisto ad almeno il doppio del valore le azioni Telecom? Tutti lo sapevano e loro no? Le società del gruppo di controllo dovranno svalutare le loro azioni per qualche centinaia di milioni. Il loro patrimonio varrà meno, le loro azioni varranno meno. Chi pagherà per una scelta fuori mercato?
- La situazione in cui Bernabè ha trovato Telecom era (ed è) drammatica. Un piano di licenziamenti è già partito, almeno 10.000 (è incluso anche Napoletone?).
Telecom dovrebbe rivalersi sugli amministratori precedenti, anche per la caduta verticale di immagine dovuta alle intercettazioni. Lo farà?
Telecom non può farcela da sola. Il cavaliere bianco si chiama Telefonica. In caso di OPA (offerta di acquisto pubblico) a guadagnarci saranno i soliti noti? Solo chi possiede il pacchetto di controllo, tra cui Benetton, o anche i piccoli azionisti che rappresentano la maggioranza della proprietà? Cosa farà la Consob? Arriba Espana!
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Fabio Corigliano Berlino 4 agosto 2008
Gente come: - Tronchetti Provera - Romiti - De Benedetti - Montezemolo
si fanno chiamare "Capitalisti". Senza MAI rischiare il LORO capitale. Si chiamano "liberisti". Senza aver mai navigato nei rischi del liberismo. Si richiamano al MERCATO. Senza MAI osservare le miracolose "leggi". Giocano con carte truccATE.
Se c'è una vincita: È LORO. Se c'è una perdita: O È DEGLI AZIONISTI, O DEL PATRIMONIO PUBBLICO, OPPURE SI SVENDE LA AZIENDA E SI CHIUDE.
Le loro retribuzioni e bonus PERSONALI sono indipendenti dai risultati. Se e quando vengono "allontanati" è solo cpn liquidazioni STELLARI. A loro subentrano amici ed amici di amici. E loro vanno ad occupare altri superpagati posti lasciati liberi dagli amici. Il tutto scambiandosi pacchetti di consiglieri nei vari consigli di amministrazione. A me, molti sul blog, continuaNO A SCASSARE LA MINCHIA DICENDOMI CHE SONO UN VIOLENTO.
Tra poco la disoccupazione andrà alle stelle, mutui ed affitti non si pagheranno più, mancheranno i soldi per il necessario. E comincerà la povertà, i suicidi e la VERA merda. Non è neppure cominciata. Non dirò, nè penso più, cosa sarebbe necessario fare. Tutti potrebbero capirlo, ma bisogna essere UOMINI per poterlo ammetter in modo esplicito. Dico solo una cosa semplice. Molti di noi salteranno. E la loro famiglia scoppierà. Prima di schiattare: REGOLIAMO I CONTI.
Si muore tutti solo una volta. Perchè non saldare il conto a queste masse di figli di puttana?
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Ladrocrazia
a Napoli è stata inventata una nuova forma di governo: la LADROCRAZIA che ha creato, come sua giusta emanazione biologica, la "MUNNEZZA".
Tale forma nuova di Governo della Regione, espandibile con faciltà in tutta l'Italia, propone correlazione con la camorra, dato che i camorristi vengono considerati molto coraggiosi e senza scrupoli oltre che portatori di voti e potere economico, ed anche con altre mafie in Italia e con Imprenditori del Nord per lo smaltimento di COCAINA e MUNNEZZA e l'impiego del denaro in molte attività e addirittura creazione di apposite BANCHE LADROCRATICHE. Verrà fra breve creato un EURO particolare con la  faccia dei capi di tale LADROCRAZIA impressa sia sul metallo che sulle banconote di carta: saprete allora chi è stato nominato CAPO di detta LADROCRAZIA. 
Graziella Iaccarino Idelson
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Referendum anti impunità: SIAMO D'ACCORDO CON DI PIETRO!
Impuniti per 20/30 anni! Con questa INgiustizia italiana. NO! Vedere Napolitano a Capri inaugurare via Krupp con la MASTELLA e BASSOLINO presidenti della REGIONE CAMPANIA SOTTO PROCESSO e, per i prossimi decenni, sempre INNOCENTI NO! 
E poi Napolitano firma pure una IMPUNITA' DECENNALE a danno ns che NON ABBIAMO MAI GIUSTIZIA. NO!
Grazie Di Pietro! arch. Graziella Iaccarino-Idelson Napoli

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Le "verità" di Tavaroli portano a de Magistris. Dall'inchiesta "Why not" al "Network eversivo
Il cuore profondo delle inchieste di Luigi De Magistris
di Antonio Massari - La Stampa 27 luglio 2008
Che dica il vero, oppure no, adesso Giuliano Tavaroli potrebbe raccontare la sua versione, su certi fatti, alla procura di Salerno, che indaga sul "caso de Magistris".
E l'ex addetto alla security di Telecom potrebbe persino gradire l'invito, per spiegare cos'intende con "network eversivo" - vero o falso che sia - ed elencare ruoli, nomi e cognomi. Esistono infatti alcuni punti di contatto tra alcune dichiarazioni di Tavaroli e dei nomi che spuntano dalle inchieste condotte da Luigi de Magistris, il pm napoletano, punito e trasferito dal Csm, che indagava su "Why Not" e "Poseidone", ovvero sull'utilizzo dei fondi europei e sugl'intrecci fra massoneria e istituzioni.
Un'inchiesta che gli viene avocata in un preciso momento storico: quando inizia a indagare su un presunto network, di matrice spionistica, legato ai servizi segreti e alla massoneria. Ma torniamo ai punti di contatto tra la vicenda Tavaroli e il "caso de Magistris".
Intanto, il pm napoletano, nell'inverno 2007, mentre sta indagando sul generale della Guardia di Finanza, Walter Cretella Lombardo, e su una presunta rete spionistica, chiede a Milano di acquisire atti dell'inchiesta Telecom. Dagli atti spunta Renato d'Andria, uomo già al centro di un'inchiesta su massoneria, spioni, dossier illegali, che nel 2001 aveva portato all'arresto - proprio su richiesta di de Magistris - dello stesso d'Andria, del colonnello dei carabinieri Pietro Sica e di alcuni faccendieri.
De Magistris lo iscrive nel registro degli indagati - poche settimane prima di perdere l'inchiesta Why Not - perché ritiene che stia trafficando, in maniera illecita, sulle autorizzazioni per l'eolico in Calabria. La pista investigativa porta alle istituzioni regionali e a politici nazionali.
Tavaroli dichiara che l'origine dei suoi guai è legata a Salvatore Di Gangi.
È lo stesso Di Gangi perquisito da de Magistris nell'inchiesta "Poseidone", sulle truffe legate ai depuratori d'acqua, e ai rifiuti, in Calabria.
Un uomo che compare nelle vicissitudini finanziarie di alcune società, legate al segretario dell'Udc, Lorenzo Cesa (oggetto di un dossier illegale ordinato da Tavaroli, su richiesta di un generale della GdF, e che portò alla scoperta di presunti fondi esteri).
Società che portano alla Global Media, descritta, dai consulenti di de Magistris, come il "polmone finanziario" dell'Udc.
Anche Di Gangi si occupa di sicurezza, con diverse società, nelle quali spunta persino il leader storico della banda della Magliana.
Nel "network eversivo" evocato da Tavaroli, spunta anche Luigi Bisignani, ex piduista, condannato per la maxi tangente Enimont.
È lo stesso Bisignani indagato e perquisito da de Magistris in Why Not, inchiesta legata ad Antonio Saladino, ex presidente calabrese della Compagnia delle Opere, considerato, anche da chi ha ereditato l'inchiesta Why Not, in grado di spostare voti e determinare le sorti politiche della regione.
Ma il "cuore" di "Why not" e "Poseidone" pulsa molto più in profondità: la pista investigativa ipotizza una lobby in grado di condizionare tutti i settori, dall'economia alla finanza, inclusa la magistratura. E questo cuore batte a Salerno.
Dove s'indaga, tra gli altri, su Giancarlo Pittelli (indagato in Why not e Poseidone, coordinatore regionale di Forza Italia, avvocato penalista, e difensore proprio di Di Gangi). E inoltre: s'indaga su Mariano Lombardi (ex procuratore capo di Catanzaro), Salvatore Murone (procuratore reggente di Catanzaro), Adalgisa Rinardo (presidente del tribunale del riesame di Catanzaro), Dolcino Favi (ex reggente della procura generale di Catanzaro). Reato ipotizzato: corruzione in atti giudiziari (per Favi l'ipotesi è abuso d'ufficio). Lombardi revocò Poseidone a de Magistris. Favi avocò Why Not, dopo l'iscrizione dell'ex ministro Mastella nel registro degli indagati.
La procura di Salerno suppone un'opera di delegittimazione, nei confronti di de Magistris, finalizzata a ostacolare le sue inchieste.
De Magistris avrebbe ipotizzato una rete occulta, in grado di condizionare settori rilevanti delle istituzioni, nella quale, anche Bisignani, peraltro amico di Mastella, avrebbe un ruolo di primo piano, quale punto di riferimento di uomini politici, membri delle forze dell'ordine, faccendieri e uomini dei servizi.
E su questo punto, la versione oggi fornita da Tavaroli, incredibilmente, sembra riscontrare le inchieste di de Magistris.
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Tavaroli vuota il sacco, Bernabè fa l'ignavo
L'ex capo della security Telecom svela come Tronchetti Provera sperperava i soldi degli azionisti. E Bernabè non si decide ad avviare un'azione di responsabilità.
[ZEUS News - www.zeusnews.it - 22-07-2008]
Mettiamo che abbiano ragione sia Tronchetti Provera (l'ex ad di Telecom Italia) sia Tavaroli (l'ex capo della security, uomo di fiducia di Tronchetti).
Ha ragione Tronchetti a dichiararsi innocente rispetto alle gravi accuse fatte a Tavaroli e alla sua "band": secondo le accuse, Tavaroli avrebbe intrallazzato con i servizi segreti, corrotto pubblici ufficiali per aver accesso a informazioni riservatissime, venduto informazioni riservate su tabulati telefonici e intercettazioni elettroniche, acquisito dossier su mezzo mondo della politica e delle istituzioni. Tronchetti Provera si difende: "Anche per i Pm, io e il mio braccio destro Buora eravamo all'oscuro di tutto". Sono affaracci di Tavaroli, insomma. Dal racconto di Tavaroli a La Repubblica emerge che Tronchetti Provera non è stato molto addentro i sistemi non proprio ortodossi di Tavaroli: e questo è plausibile, perché un grande manager e un signore non si interessano di quisquiglie. Viene fuori, però, che Tavaroli avrebbe acquisito le prove di tangenti pagate da Colaninno ai Ds. Ma allora perché Tronchetti non avviò un'azione di responsabilità contro Colaninno, e perché non lo fa ora Bernabè?
Dallo stesso racconto emerge anche che Tronchetti Provera passava molto del suo tempo e spendeva molti soldi (di Telecom Italia) per tenere in piedi un'organizzazione come quella di Tavaroli, dedita a tenere relazioni con politici e politicanti. Tutti soldi buttati al vento, perché il titolo Telecom è crollato ugualmente e l'azienda non ha mai avuto tante difficoltà con l'Authority quante sotto la guida di Tronchetti Provera. Quindi l'ex ad di Telecom Italia ha sperperato (e ha permesso di sperperare) un sacco di soldi degli azionisti: non sarà responsabile di reati ma i nuovi manager dovrebbero intraprendere un'azione di responsabilità contro un amministratore incapace, e una persona seria come Bernabè dovrebbe convenirne. Non penseranno di cavarsela con una semplice denuncia a Tavaroli per il danno subito, ci auguriamo.
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Non pubblicato da Libero
Caro Giac, allora ho ed avevo scritto bene io....,
perchè gli altri tuoi articoli li hanno pubblicati Il Tempo e L'Opinione. Ma Libero no... Anche per questo li pubblico tutti e tre in questa mia ribrica. gd'o (;-)
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1) Telecom, benvenuti nel regno del ricatto
di Davide Giacalone - L’Opinione 21 luglio 2008
Benvenuti nel regno del ricatto, i vostri peggiori incubi vanno a realizzarsi, nel disfacimento della giustizia italiana. Non intendo qui raccontare, ancora una volta, le faccende di Telecom Italia, perché lo abbiamo fatto già molte volte. Nessuno ha potuto smentirci e men che meno querelarci. Me ne servirò, invece, per mostrare a quale livello siamo scesi.
I giornali sono a gran rumore per due clamorose novità: a. il deposito degli atti dell'inchiesta sugli spioni, oramai conclusa; b. le dichiarazioni rese, a Repubblica, da uno dei protagonisti. Vorrei osservare che nessuna delle due cose contiene alcuna novità (salvo i depistaggi, ci arrivo dopo), perché: 1. l'inchiesta penale si conclude esattamente dove è cominciata, nulla di più e nulla di meno; 2. quello stesso protagonista, nel corso dei tre anni e mezzo che l'inchiesta è durata (per giungere faticosamente al suo punto di partenza), ha, alternativamente, sostenuto d'avere agito di testa propria o di averlo fatto su ordine dei superiori e riferendo loro i risultati del proprio lavoro. Le novità, dunque, non ci sono.
E, allora, di che stiamo parlando? Semplice: da una parte c'è la voglia matta di far credere che la storia sia finita qui, mentre manca non solo la sentenza, ma anche solo il processo; dall'altra c'è la fifa boia che salti tutto in aria. Seguitemi.
Secondo la procura che ha indagato si era creato, in Telecom, un gruppo dedito allo spionaggio e ad altri reati, ma tale gruppo non agiva su mandato e nell'interesse dei vertici, bensì di testa propria ed al solo scopo di arricchirsi. E' vero che le due società pagatrici, Pirelli e Telecom, sono chiamate a risponderne, ma solo perché non avrebbero vigilato abbastanza, mentre per il lato relativo alla fatturazione di servizi non richiesti le stesse sono parti lese e si costituiranno in giudizio. Splendido.
Ma c'è un problema: già il giudice dell'indagine preliminare aveva rimproverato, per ben due volte, l'illogicità di tale impostazione, perché risultava a lui evidente che i vertici delle società avevano scelto quegli uomini, avevano dato loro quella funzione e che tutto, o quasi, era stato fatto nell'interesse, benché stortamente inteso, delle società. Non si tratta del "non potevano non sapere", d'infelice e forcaiola memoria, ma del più concreto: sono stati loro a volerlo. Ora, dunque, prendere le conclusioni come oro colato, considerarle verità processuale, ancor prima che il giudice dell'udienza preliminare dica la sua è sospettosamente frettoloso.
Magari è proprio così, ma aspettiamo.
In quanto alle parole di Tavaroli, capo della sicurezza prima in Pirelli e poi in Telecom, uomo di fiducia di Tronchetti Provera, forse andrebbero valutate con maggiore rispetto per la persona. Non è scemo.
Egli ha, nei limiti del possibile, difeso per anni, ed in condizioni difficili, Tronchetti Provera, per poi mollarlo ed accusarlo nel momento in cui non succede un accidente. Ma vi pare logico? Lo so, tutti pensano che si aspettava la riconoscenza e forse non c'è stata. Ma non sta in piedi: se non ci fosse stata avrebbe potuto avvedersene assai prima, quando ancora le indagini erano in corso, e se ancora volesse reclamarla non è certo con un'intervista in due puntate che può propiziarla.
Vedo, inoltre, che nessuno ha voluto rilevare un fatto: Tronchetti Provera, esplicitamente accusato d'essere il mandante e di avere conti segreti all'estero, se l'è presa con il clima e le campagne, ma non ha detto una parola sul suo ex uomo di fiducia. Casuale?
Tavaroli ha detto che le prove si formano al processo e non dipendono dalle cose che si sono dette prima. Naturalmente è vero, e tutti ci hanno letto la minaccia di dire lì quel che oggi dice ad un giornalista. Potrebbe essere vero il contrario: non dirà lì quel che oggi la procura non può far finta di non avere letto.
Sempre ammesso che un processo si faccia, almeno in questo secolo.
Infine, la bomba, l'unica vera novità: Colaninno pagò una tangente al partito dell'allora presidente del consiglio, Massimo D'Alema, ed i soldi sono finiti in un conto londinese le cui firme di traenza erano di Fassino e Rossi. Direi che si tratta di una bubbola colossale, alla Igor Marini, per capirci ed intenderci. Ma velenosa, perché l'Oak Found esisteva sul serio, era veramente amministrato da Magnoni, ed effettivamente, ancora oggi, non sappiamo chi ci fosse dentro.
D'Alema favorì Colaninno veramente, mica per fantasia. Questa è una storia che ho raccontato nel 2003, ed è vera. Il resto, invece, è depistaggio allo stato puro.
Perché?
Non lo so e preferisco non immaginarlo. Se arrivassero altre notizie, relative a tangenti pagate, che riguardassero quel settore del quadrante politico ma non quelle persone, magari tornerà utile aver fatto vedere che c'è in giro un sacco di gente che straparla. Oppure, se da quella parte del mondo politico qualcuno volesse, oggi, ostacolare i disegni di chi ebbe in mano quelle informazioni, stia attento e faccia i conti con il proprio armadio, perché ci può essere chi è disposto a raccontare quanto basta. In ogni caso la giustizia latita e si muove con lentezza esasperante, quindi la minaccia diffamatoria va a segno anni prima di un eventuale rimedio.
Ecco perché vi ho dato il benvenuto nel regno del ricatto e del linguaggio oscuro. Ci siamo fino al collo, e non intendo minimamente collaborare partecipando alla rissa. Quel che si doveva sapere lo abbiamo raccontato assai per tempo, se, dopo anni, la giustizia sta ancora a zero il problema è di tutti, e neanche limitato alle faccende Telecom, ovviamente. Il nostro è un Paese che ha perso gli anticorpi, dove la giustizia è morta, ed il puzzo di marcio è terribile.
Aggiungo: comincia ad essere rischioso dirlo, perché ieri mi trovai gli spioni in casa, con annessa operazione diffamatoria, oggi vedo falangi festanti che non intendono lasciarsi infastidire da considerazioni così banalmente civili.
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2) Articolo pubblicato da Libero
Se ho ben capito, dopo tre anni d'inchiesta, si sarebbe giunti alla conclusione che sono stato, con molti altri, pedinato, spiato, dossierato, intercettato nelle mail ed il mio computer è stato svuotato a cura di un gruppo di curiosoni senza mandante e senza missione, cui ora, doverosamente, chi li pagò chiede indietro i soldi.
Premesso che, da incallito garantista, ho sostenuto che la lentezza della giustizia danneggia tutti gli accusati, o sospettati ingiustamente, ricordo che la medesima non giova neanche alla trasparenza e moralità del mercato. E premesso ancora che noi attaccammo il governo Prodi, ed il piano di Rovati quale indebita intromissione nelle vicende di una società privata, difendendo l'autonomia di Telecom Italia e di chi la dirigeva, Tronchetti Provera, non per questo mi convince la faziosità che divide buoni e cattivi a seconda degli avversari o della compagnia, magari di bandiera, che si ritrovano. Anche perché si tratta di cose mutevoli.
Quindi, sempre per garantismo, attenderò ancora anni per conoscere la verità processuale, che non si vede neanche all'orizzonte e sarà inutile.
Nel frattempo non rinuncio a raccontare quel che vedo e che in Italia si tace. Come quel che segue.
A Rio de Janeiro si parla moltissimo di Milano ed i giornali sono pieni di faccende italiane. In Italia se ne parla poco e niente, mentre a Milano la procura accusa Pirelli e Telecom come persone giuridiche, senza accusare le persone che le dirigevano. Alcuni dipendenti avrebbero corrotto, ma non si sa se per tutelarne gli interessi o sfuggendo ai controlli. Intrigante, ma poco ragionevole.
Daniel Dantas, in Brasile, è stato arrestato tre volte e tre volte subito rilasciato. Fu prima partner e poi avversario di Telecom Italia in Brasil Telecom, raggiungendo, infine, un accordo con Tronchetti. Poi Rossi decise di mettere quella partecipazione in un trust cieco ed è stata liquidata sancendo la sconfitta italiana.
Dantas è stato vicino all'ex presidente, Cardoso, e con l'arrivo di Lula al potere se la sono vista meglio gli italiani, prima Colaninno e poi Tronchetti.
Quest'ultimo aveva un consulente liban-brasiliano, Naji Nahas, che usava farsi pagare in contanti, per milioni, al punto che occorreva mobilitare furgoncini blindati.
La cosa interessante è questa: il consulente di Tronchetti è stato poi preso da Dantas, con l'incarico, secondo la procura che lo ha arrestato, di pagare tangenti al PT, il partito di Lula.
Dantas, dunque, era ammanicato da tutte e due le parti del mondo politico brasiliano. Ciò serve a capire quel che ci riguarda. Dice Dantas: la ragione dei miei arresti risiede in una vendetta per quel che ho raccontato ai magistrati di Milano. Dice il governo Lula: si deve riaprire l'inchiesta su quel che Telecom Italia ha combinato in Brasile. I nostri lettori ne sanno già molto, perché sono fra i pochi ad averne potuto leggere, ma ho la sensazione che i brasiliani cerchino di risolvere i loro imbarazzi interni rivolgendo l'artiglieria contro gli italiani. Torniamo a Milano. La procura trovò ed arrestò gli spioni, che, dopo anni, non sono neanche rinviati a giudizio e la loro presunzione d'innocenza è intatta, così come il buio che li circonda. Scrivemmo anni fa: o i capi di Telecom sapevano, o non hanno saputo fare il loro dovere.
Confermo, ed attendo. Ma se dal Brasile giungessero conferme sull'attività corruttiva lì svolta, se si appurasse che il collettore è sempre lo stesso, prima al servizio di uno e poi dell'altro, se lì il Parlamento aprisse, com'è stato chiesto, una commissione d'inchiesta, noi, qui che facciamo, fischiettiamo?
E se quei crimini sono stati commessi, dobbiamo credere che sia solo una perversione del capo degli spioni? La procura ha stralciato questo filone d'indagine, ma è una storia che abbiamo raccontato già nel 2003! Farsi dare lezioni di moralità finanziaria e politica dai brasiliani è meraviglioso, e va a finire che per il prossimo carnevale vengono loro da noi.
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3) E questo pubblicato da Il Tempo il 23 luglio 2008
L'attività spionistica, svolta da un gruppo interno a Telecom Italia, è prepotentemente tornata alla ribalta. I giornali pubblicano carte giudiziarie ed estratti di verbali, ma c'è una cosa che non viene detta: non c'è alcun processo in corso e la giustizia dovremo ancora attenderla per molti anni. Le cose che si leggono non sono prove, ma indizi raccolti da una sola parte, la procura. Le cose dette dagli indagati possono essere false, ed in parte lo sono di sicuro, per ammissione degli stessi protagonisti.
La distinzione fra il vero ed il falso, il passaggio dalla chiacchiera alla prova, avviene in dibattimento. Qui, invece, ancora non si vede all'orizzonte neanche l'udienza preliminare. Poi verranno il primo ed il secondo grado, cui seguirà la cassazione. Ci rivediamo fra qualche anno. Questa, dunque, è la prima conclusione: un Paese in cui la giustizia non funziona fa penare i giusti e prosperare i furfanti.
Sono fra quanti sono stati spiati dal settore sicurezza della Telecom. Stavo scrivendo un libro, loro ritenevano utile sapere in anticipo quel che avrei sostenuto, così mi hanno pedinato, sono entrati nel mio computer e ne hanno asportato il contenuto. Non ho nulla di personale contro nessuno, e considero, come tutti dovremmo fare, gli indagati come dei presunti innocenti. Solo la sentenza stabilirà torti e ragioni. Ma quell'esperienza personale m'insegna che nei dossier raccolti dagli "spioni" c'erano anche un sacco di fesserie e schifezze fasulle, messe lì a scopo diffamatorio. Perché lo facevano?
La tesi degli inquirenti, dopo tre anni e mezzo d'indagine, è esattamente quella da cui sono partiti: agivano per interesse personale, arricchendosi.
Le due aziende paganti, Pirelli e Telecom, sono accusate di non avere saputo vigilare. E', del resto, quel che sostenni fin dal primo giorno: i vertici di quelle società o sono i mandanti o sono degli incapaci.
Nel corso delle indagini, per ben due volte, il gip (giudice delle indagini preliminari) fece osservare alla procura che non aveva senso considerare gli "spioni" come un corpo estraneo, giacché operavano nell'interesse, stortamente inteso, della società. La procura non ha aderito a quei richiami, ed un giorno, in futuro, la tesi dell'accusa sarà valutata da un gup (giudice dell'udienza preliminare). Noi tutti ne sapremo qualche cosa non ora, non allora, ma solo alla fine.
Con questo ritmo, diciamo entro una decina d'anni. Nel frattempo capita che il principale accusato cambi (o faccia finta di cambiare, credo) idea e dica che agiva su ordine dei suoi capi, cui riportava i risultati delle prodezze compiute. Che facciamo, riapriamo le indagini?
Così va a finire che i processi li facciamo sui giornali e le cancellerie le mettiamo in edicola.
Il guaio è che non facendo i processi veri, quelli in cui gli innocenti vengono liberati dai sospetti ed i colpevoli condannati a giusta pena, da scontarsi, si consente un vasto mercato degli avvisi trasversali, del linguaggio allusivo, della minaccia esplicita, quando non del depistaggio. Vedete, alcuni fatti sono certi: a. nella cordata che scalò Telecom Italia, all'epoca di Colaninno, esisteva un Oak Fund (Fondo Quercia); b. a chi faceva capo nessuno lo ha mai saputo, talché si consentì a (parzialmente) anonimi, con sede alle Caiman ed intermediati da società lussemburghesi, di scalare società quotate in Italia; c. il governo di allora, presieduto da Massimo D'Alema, seguì con caloroso favore la scalata, al punto da darne in anteprima l'annuncio pubblico. E questi sono i fatti, seguiti ad una pessima privatizzazione.
Ora colui il quale fu capo della sicurezza di Pirelli, poi portato in Telecom, dice che l'Oak Fund servì per pagare una tangente al partito del presidente del consiglio di allora, ed i soldi sono finiti in un conto londinese la cui firma era di Fassino e Rossi. Non ho conoscenze dirette, naturalmente, ma mi pare una boiata pazzesca.
A chi giova mescolare fatti veri a fantasie irreali?
Credo che questo sia un depistaggio in piena regola, condito da non velate minacce. Se queste cose sono così platealmente possibili è perché la giustizia ha superato lo stadio del coma e, dopo anni, siamo ancora al punto delle ipotesi e delle voci, senza che un giudice che sia uno si sia mai occupato di questa faccenda.
E' questo lo scandalo. Questa l'infezione che sta avvelenando l'Italia, e, naturalmente, questa è la pacchia dei lestofanti, scoperti o no che siano.
La giustizia è certamente un dramma da affrontarsi subito, senza mai dimenticare che non potrà recuperare produttività un Paese in cui non vi sia certezza del diritto. Negli Stati Uniti non sono mancati scandali finanziari enormi, ma le sentenze sono già alle spalle. Noi, invece, siamo all'anno zero per Parmalat, Cirio e Telecom, oltre tutto con forti legami fra di loro. Di questo la politica, sia la maggioranza che l'opposizione, dovrebbe occuparsi, senza perdere tempo nell'incivile sport di lanciarsi a vicenda carte giudiziarie di processi che non si fanno.
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
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Affaire Telecom due: Serie completa -21 Luglio/1 Agosto 2008- degli articoli scritti da Giuseppe D'Avanzo
Parla Tavaroli, l'ex capo della security Telecom al centro dell'inchiesta sui dossier illeciti
"E Tronchetti mi disse: Le abbiamo chiesto troppo"
 di GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica 21 luglio 2008
 Giuliano Tavaroli Giuliano Tavaroli
A leggere i giornali, e qualche anticipazione del documento che annuncerà oggi la chiusura delle indagini del pubblico ministero di Milano, l'affaire Telecom sembra essersi sgonfiato come un budino malfatto. Più o meno, si sostiene che fossero all'opera, in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d'infanzia (Emanuele Cipriani, un investigatore privato, e Marco Mancini, il capo del controspionaggio del Sismi). La combriccola voleva lucrare un po' di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia. I "mascalzoni" avrebbero abusato dell'ingenuità di Marco Tronchetti Provera (presidente) e di Carlo Buora (amministratore delegato). Tutto qui.
L'affaire Telecom è stato dunque, secondo quest'interpretazione, soltanto un bluff mediatico-giudiziario utilizzato (o, per alcuni avventurosi osservatori, organizzato) da circoli politici per sottrarre al "povero" Tronchetti la società di telecomunicazioni.
La ricostruzione è minimalista. Evita di prendere in esame, anche soltanto con approssimazione, la sequenza dei fatti accertati (a cominciare dalla raccolta di migliaia di dossier illegali); la loro pericolosità; i protagonisti (alcuni mai nemmeno nominati); un multiforme network di potere che condiziona ancora oggi un'imprenditoria debole senza capitali e una politica fragile senza legittimità: imprenditoria e politica sorrette, protette o minacciate - secondo convenienza - da alcune burocrazie della sicurezza. È nelle pieghe di questi deficit e contraddizioni italiani che è fiorito l'affaire, uno scandalo che nessuno - a quanto pare - ha voglia di affrontare. Vedremo se lo farà la prudente magistratura di Milano.
Per definire almeno la cornice del "caso" e gli attori e un metodo e qualche fondo fangoso, Repubblica - nel corso del 2008 - ha avuto sei colloqui (a Bereguardo, Milano e Albenga) con un Giuliano Tavaroli convinto già da tempo (e quel che accade sembra dargli ragione) che "nessuno avrà interesse a celebrare il "processo Telecom". Nessuno: né i pubblici ministeri, né gli imputati, né la Telecom vecchia, né la Telecom nuova. Ma io non sono e non farò né accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare. Io vorrò con tutte le mie forze il processo e nel processo vorrò vederli in faccia ripetere quel che hanno riferito ai magistrati. Il mio vantaggio è che tutti - tutti - hanno mentito in questa storia, e io sono in grado di dimostrare che le informazioni che ho raccolto sono state distribuite in azienda perché commissionate dall'azienda e nel suo interesse... Ne ho sentite di tutti i colori. Come Marco Tronchetti Provera che nega di aver mai avuto conti all'estero, come se non sapessi che per lo meno fino al 2006 i suoi conti erano a Montecarlo".
Tavaroli lamenta di essere stato "messo in mezzo" per aprire la strada all'inchiesta Abu Omar. E' il "signore della sicurezza" Telecom. I pubblici ministeri devono intercettare gli uomini del Sismi che hanno cooperato con la Cia per sequestrare illegalmente il cittadino egiziano, sospettato di essere un terrorista.
Con i buoni rapporti di Tavaroli con il Sismi, l'operazione sarebbe stata a rischio. "Così - dice Tavaroli - hanno cominciato a indagare su di me in modo strumentale.
Sì, strumentale.
Potrei farvelo leggere nelle carte. Nelle carte c'è scritto. Dispongono la perquisizione nel mio ufficio con un unico obiettivo: rimuovermi dal mio posto nella convinzione che, se non lo avessero fatto, non avrebbero avuto campo libero per le intercettazioni dell'inchiesta Abu Omar e quindi per l'ascolto decisivo dei funzionari del Sismi. Pensavano: questo Tavaroli se ne accorge e avverte il suo amico Mancini (era il capo del controspionaggio dell'intelligence) e noi non caviamo un ragno dal buco.
Così sono finito nel tritacarne...".
Sarà, quel che è saltato poi fuori giustificava l'iniziativa penale, ma qui conta altro. E' vero o è falso che, nel tempo, si è creata una sovrapposizione operativa, una contiguità d'interessi tra l'intelligence di Stato, le security delle grandi aziende al servizio di obiettivi ora istituzionali ora politici ora economici, ora l'uno e l'altro?
Un "sistema" che per alcuni anni ha avuto il suo centro nella Telecom di Marco Tronchetti Provera?
Tavaroli dice che, se si vuole davvero capire che cosa è accaduto in Telecom, bisogna andare indietro nel tempo.
Una data d'inizio.
"Questo metodo ha, se si vuole, una data d'inizio con la nascita del nucleo speciale di polizia giudiziaria a Torino, un gruppo che non aveva alcuna corrispondenza nell'Arma dei carabinieri. Esisteva soltanto lì a Torino, dove il generale Dalla Chiesa era comandante (Tavaroli lo chiama sempre il Generale, e sembra di vedere la maiuscola). E' nel "nucleo" che nascono l'operazione di Frate Mitra che conduce all'arresto di Renato Curcio o all'arresto di Patrizio Peci. In quest'occasione furono "infiltrati" in Fiat - con l'assenso e la collaborazione della "sicurezza" dell'azienda - cinque operai "collaborazionisti": uno di essi fu poi reclutato dalle Brigate Rosse, fu l'uomo che indicò al Generale il "covo" di Peci.
Dopo questi successi il metodo trovò una "natura giuridica", una sistematizzazione legislativa. Non è che le nuove leggi lo prevedessero esplicitamente, ma rendevano possibile - meglio, tolleravano - quei sistemi se, in qualche modo, "controllati" dall'autorità giudiziaria. Diciamo che le linee di collaborazione con la magistratura si accorciarono e capitava che il pubblico ministero lavorasse gomito a gomito con il sottufficiale operativo senza la mediazione delle gerarchie. Nacquero le sezione speciali anticrimine. Con l'assassinio di Guido Rossa, comincia la collaborazione anche del Pci e dei sindacati. Ugo Pecchioli offre tutte le informazioni che i militanti e i sindacalisti raccolgono nelle fabbriche. Indicano tutti i nomi di coloro che, in fabbrica, sono o paiono essere vicini al terrorismo. Ci sono ancora in giro ex-sindacalisti che possono essere buoni testimoni di questo lavoro".
(Dunque, vediamo integrati in una sola "piattaforma", l'Arma dei carabinieri con un suo nucleo speciale, le procure alle prese con un "diritto speciale di polizia", le attività informative della più grande impresa privata del Paese, la Fiat, e del maggior partito di opposizione, il Pci, presente in modo massiccio nel sindacato e nelle fabbriche. Lo schema è destinato a riprodursi e, con la sconfitta del terrorismo, a deformarsi, a "privatizzarsi").
"Diciamo che nella lotta al terrorismo nacque un "sistema" e fu selezionata un'élite di professionisti, che è o è stata al vertice della security delle maggiori imprese italiane. Con i pool di magistrati, operavamo a stretto contatto, avevamo molte responsabilità anche di decisione. Accadde quello che nelle aziende si sarebbe chiamato "accorciamento della catena decisionale". Gli ufficiali in parte partecipavano e comprendevano l'importanza dell'esperienza, in parte avvertivano di avere meno potere: contavano le competenze e non il grado sulla spalla. Si forma così una generazione di uomini che emerge per il merito, la competenza. Siamo in un periodo di "leadership situazionali", ovvero di persone che prendono la leadership a seconda delle situazioni e delle circostanze, con grande flessibilità.
E' in questo periodo che si afferma "la dittatura della conoscenza". Conta chi ha competenza e conoscenza e capacità di analisi. Ecco perché io e Marco Mancini ci affermammo nonostante fossimo soltanto dei sottufficiali: noi avevamo competenza e conoscenza. I generali avevano i gradi, ma né l'una né l'altra.
Nel dicembre del 1988, quasi con un colpo di testa - decisi d'istinto, dalla mattina alla sera, appena mi arrivò la proposta - lasciai l'Arma per l'Italtel.
Ormai noi dell'Antiterrorismo ci giravamo i pollici. Molti si decisero a riciclare i loro metodi nella lotta alla criminalità organizzata. Non era per me. Io penso che la mafia ti rovini la testa, ti avveleni. Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa, voglio poter lasciare fuori anche il pensiero del lavoro. Ma quando hai a che fare con gente che scioglie un bambino nell'acido, come fai a dimenticartelo? Te lo porti a casa, il lavoro. Andai via".
"Lo scambio delle figurine"
"Per il mondo della sicurezza privata, quelli, sono anni decisivi. Nel 1989 cade il Muro, implode l'Unione Sovietica. Le ragioni costitutive di una cultura della sicurezza, della sua organizzazione, metodo, visione del mondo vengono meno. Io ho 30 anni e sono consapevole che devo trasformarmi in un uomo di business.
Comprendo subito che la sicurezza deve diventare una funzione dell'azienda, non restare - come era allora - un corpo separato dell'impresa. Tra il 1991/1992 nascono business intelligence, market intelligence, competitive intelligence... Un vecchio mondo si frantuma, prestigiosi "salotti" diventano polverosi e inutili. Mondi che prima erano separati da ostacoli, più o meno, invalicabili - o valicabili a prezzo di grandi rischi - entrano in costante comunicazione. A quel punto i servizi segreti che, con il mondo diviso in blocchi, erano monopolisti dell'informazione perdono, nello spazio di un mattino, la loro supremazia. E' uno scettro che passa nelle mani dell'impresa privata.
Italtel, per dire, aveva dopo il 1989 150/200 uomini in Urss e agiva con i governi delle singole repubbliche dell'ex-blocco sovietico mentre il Sismi faticava per infiltrare anche soltanto un uomo oltre le linee. Chi contava di più? Chi poteva avere più informazioni?
Queste condizioni creano un nuovo mercato. Comincia lo scambio delle figurine tra security private e servizi segreti. La parola d'ordine convenuta è "diamoci una mano". E' una collaborazione che cresce, si allarga e sviluppa senza uno straccio di protocollo, senza rendere trasparente e condiviso che cosa è lecito, che cosa non lo è.
In ogni altro paese - Stati Uniti, Inghilterra, Francia - ci sono protocolli che regolano i rapporti tra imprese, sicurezza privata e servizi. Da noi, c'è un vuoto che ciascuno occupa come crede.
Nel 1996, aprile, vado in Pirelli. A quel punto le aziende che agiscono sul mercato globale hanno già una sovranità superiore a quella degli Stati. I governi hanno abdicato. L'11 settembre, se riproduce nel mondo una nuova logica bipolare Occidente contro Islam, esalta le potenzialità e il protagonismo delle imprese multinazionali o plurinazionali. Con in più lo straordinario e inedito potere della tecnologia. Cambia di nuovo tutto. Cambiano la cultura e i players dell'informazione.
Tutti affidano tutto all'indagine elettronica: tracce elettroniche, carte di credito ecc. ecco che le telecomunicazioni diventano appetite, sempre più strategiche.
Le indagini si fanno con le intercettazioni. Di nuovo: difficile dividere lecito e meno lecito. In Francia, la polizia fa le intercettazioni legali; la Direction de la Surveillance du Territoire (Dst) fa quelle illegali. Tutto normale, in Italia no".
"Tronchetti voleva il Corriere"
"Poi Pirelli acquista la Telecom. E' per tutti noi una sorpresa. Forse non tutti sanno che Tronchetti Provera non aveva alcuna intenzione di entrare in Telecom, in realtà.
In quel 2001, stava scalando Rcs. Ha sempre avuto una passione non nascosta per il Corriere della Sera che riteneva, e forse ritiene, un'istituzione essenziale per la democrazia italiana. In quei mesi stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare un'offerta pubblica di acquisto. Fu Buora a proporre il dossier Telecom. Tronchetti gli diede fiducia.
Le cose, per noi, non stanno per niente messe bene nel 2001, quando Berlusconi e i suoi si insediano a palazzo Chigi. Era al potere una famiglia impenetrabile, gente che è insieme, gomito a gomito, dai banchi di scuola, gente che pensa soltanto agli affari e all'assalto alla diligenza e tutti - dico, tutto l'establishment - sono "fuori asse". A chi rivolgersi? Come scegliere gli interlocutori "giusti"? E ci sono davvero, in quella compagnia, gli "interlocutori giusti"? Per dirne una. Telecom aveva un contenzioso per un centinaio di miliardi di lire con il ministero della Giustizia. Come venirne a capo? Chi era Roberto Castelli? E quel Brancher lì (era l'"ambasciatore" di Forza Italia presso la Lega di Bossi), che "pesce" era?
La verità è che noi in quell'avvio avevamo soltanto pochissimi interlocutori. Ad esempio, Pisanu (ministro per l'attuazione del programma). Vecchia scuola. Formazione politica solida. Interlocutore affidabile. Con lui, Tronchetti filò subito d'amore e d'accordo. Con gli altri soltanto guai. E i guai toccava a me affrontarli. In quel periodo accade qualcosa che mi fa capire.
Accade che dovevamo rivedere gli organici e le responsabilità negli uffici di Roma. Una persona, di cui non voglio dire per il momento il nome, mi sollecita a "salvare", negli uffici della capitale, la signora Laura Porcu. La cosa mi convince e la Porcu viene "salvata". Dopo qualche tempo, la Porcu mi chiede se voglio essere messo in contatto con personalità influenti del mondo romano. Accetto".
"Il network eversivo"
"La Porcu organizza un giro delle sette chiese, un'agenda di incontri con Nicolò Pollari, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni (Eni), Enzo De Chiara (uno strano personaggio, finanziere italo-americano, vicino alle amministrazioni Usa, già finito in qualche inchiesta giudiziaria), Pippo Corigliano (Opus Dei) che a sua volta mi presenta Luigi Bisignani che già aveva chiesto di incontrarmi (se fosse stato siciliano, dopo averlo conosciuto, avrei pensato che fosse un mafioso) e la Margherita Fancello (moglie di Stefano Brusadelli, vicedirettore di Panorama), che a sua volta mi riportò da Cossiga, Massimo Sarmi (Poste), Giancarlo Elia Valori, il generale Roberto Speciale della Guardia di Finanza. Insomma, dai colloqui, capisco che questi qui sono in squadra.
(Tavaroli annuncia in settembre una memoria difensiva molto documentata e comunque va ricordato qui che la sua è la ricostruzione di un indagato).
Mi immagino una piramide. Al vertice superiore Berlusconi. Dentro la piramide, l'uno stretto all'altro, a diversi livelli d'influenza, Gianni Letta, Luigi Bisignani, Scaroni, Cossiga, Pollari. E' il network che, per quel che so, accredita Berlusconi presso l'amministrazione americana. Io non esito a definire questa lobby un network eversivo che agisce senza alcuna trasparenza e controllo.
Mi resi conto subito che quella lobby di dinosauri custodiva segreti (gli illeciti del passato e del presente) e li creava. Che quei segreti potevano distruggere la reputazione di chiunque e la vera sicurezza è la reputazione. C'era insomma, tra la Telecom di Tronchetti e quell'area di potere, un disequilibrio informativo che andava affrontato subito e nel miglior modo da noi, riequilibrandolo o addirittura annullandolo con la creazione, a nostra volta, di altri segreti.
C'era bisogno di coraggio. Che è proprio la virtù che manca a Marco Tronchetti Provera. Ha il culto di se stesso. Non decide mai. Non se la sentiva di attaccare frontalmente, magari pubblicamente, quel network né voleva "sporcarsi le mani", cioè entrare nel club pagandone il prezzo in opacità, ma incassandone i vantaggi lobbistici. Non prende posizione. Non si "compromette" né in un senso né nell'altro. Per questo quella "compagnia" lo scarica. Come, lo spiegherò presto.
Il fatto è che quando Tronchetti si insedia in Telecom è debole.
Debole non per l'indebitamento, come tutti pensano. Ma per il suo isolamento nel mondo politico, economico. Tronchetti non piace alla politica. Ne è distante e questo non è gradito. Non capisce la politica di Roma e questo è un problema. Non piace agli industriali. La Confindustria è guidata da Antonio D'Amato, espressione della media industria, e questo è un altro problema. E' su questa zona di confine che mi dicono di "ballare". E io ballo. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti. Mi ha detto papale papale: "Forse le abbiamo chiesto troppo". E' vero, mi chiesero molto. Forse troppo". 
(21 Luglio) (1.Continua)
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Seconda parte del colloquio con l'ex capo della security Telecom.
"Verificai eventuali tangenti pagate da Colaninno, fu un lavoraccio"
Tavaroli: "Tronchetti mi ordinò un dossier sui soldi ai ds"

di GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica 22 luglio 2008

GIULIANO Tavaroli dice: "Quando Pirelli acquisisce Telecom Italia, agosto 2001, Marco Tronchetti Provera mi annuncia: "Lei verrà con me a Roma".
Poi mi chiama Carlo Buora. Lo incontro a Milano in trasferimento dalla montagna al mare - ero in vacanza con i miei - e quello mi dice che non se ne fa più nulla.
Mi spiega: "Contrordine, lei resterà in Pirelli, Enrico Bondi (all'epoca, amministratore delegato) vuole con sé in Telecom un altro. Naturalmente ne parlo con Tronchetti Provera che mi rassicura: "Lei si occuperà delle mie cose romane". Le sue "cose romane" erano i suoi guai romani. E c'erano guai dappertutto, in quel momento".
"Gasparri (il ministro delle Telecomunicazioni) non gli piaceva e Tronchetti non piaceva a Gasparri. In estate, al festival dell'Unità di Rimini, Massimo D'Alema lo attacca a testa bassa...
Ho già detto che una concezione moderna della sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche - o soprattutto - quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E' un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell'avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche "sapere" e dunque capacità di adattarsi a quella "emergenza" o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo "analisi del rischio" e "analisi di scenario". In quell'avvio di gestione della Telecom, ne avevamo bisogno come dell'aria. Il momento intorno a noi era sconfortante. Non c'era stato soltanto l'11 settembre, c'erano ancora le macerie dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini".
(Tavaroli qui svela - e nemmeno troppo velatamente - il lavoro di spionaggio a cui, sostiene, "nessuna azienda rinuncia". Lo riduce a raccolta di informazioni, a "mappatura" - diciamo così - dei caratteri, delle opinioni, delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La "conoscenza", come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro. Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d'apertura, il livello minimo richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il "sapere", la combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche, compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da diffondere.
Tavaroli adopera un altro vocabolario, un'altra sintassi. Parla di "analisi delle forze in campo", di "amici/nemici" ma, in soldoni, non è che l'esito sia diverso.
Sempre di spionaggio si parla. La scena pare questa.
Marco Tronchetti Provera, arrivato in Telecom, è consapevole di essere uno "straniero" nella geografia del potere. Le leve del comando - i primi governi Berlusconi hanno un peso politico debole, frammentato, privi di una strategia di lungo periodo, stretti intorno a un uomo solo interessato esclusivamente al proprio destino personale e imprenditoriale - sono custodite e sostenute da uno schema "antico" che Tavaroli, come ambasciatore di Tronchetti, ha incontrato nel giro delle sette chiese romane.
"Un network eversivo", lo definisce. Ne indica qualche nome: Letta, Bisignani, Cossiga, Scaroni, Elia Valori, Pollari, Speciale, Corigliano.
E' un'area di potere che costringe un estraneo come Tronchetti in un disequilibrio informativo che lo condanna a subire, sopportare; a essere condizionato.
Essere consapevoli di quell'asimmetricità è il punto di partenza. Sapere è allora il terreno della risposta. Come affrontare l'avversario? Come rendergli conveniente venire a patti o rinunciare a ogni ostilità? Come guadagnare un margine di inviolabilità? E' un confronto sotterraneo e senza esclusione di colpi.
A sentire Tavaroli - che va ripetuto non è un testimone neutro, ma il principale indagato dell'affaire - è questo il mestiere che Marco Tronchetti Provera gli affida).
"Di volta in volta bisogna adattare le proprie iniziative all'avversario. D'Alema, per esempio. Penso di contattare Lucia Annunziata, allora direttore dell'agenzia Apcom.
Ha buoni rapporti con D'Alema. Scelgo lei come canale per entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di futuro. Lei mi prospetta l'acquisizione dell'agenzia, me ne mostra i vantaggi e le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia contenuti e ne avevamo bisogno.
Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo Associated Press, il meglio. L'affare poi si fece, come si sa. Comunque, l'incontro D'Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della Telecom.
Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama Buora. Nel suo ufficio ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull'orlo di una crisi di nervi.
Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro dell'Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è prossima al fallimento.
La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti non ci sono rapporti.
Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti.
Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni - vere o false - che possono danneggiare la mia azienda. Non c'è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo.
I due - Tronchetti e Tremonti - si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri.
Altro episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e qualche "analisi". Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d'investigazione del mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) l'incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi (Parmalat).
Nell'autunno del 2004, l'uomo in Italia della Kroll, un belga d'origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli chiede "se il governo ha nulla in contrario che l'agenzia organizzi un'azione di discredito contro Marco Tronchetti Provera". Sorprendentemente, invece di metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende tempo: "Le farò sapere!".
Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a Roma in tutta fretta. E' il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per quaranta minuti.
Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune, "il nostro Marco" (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi. Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6 novembre 2004, faccio pubblicare che c'è "un mandato d'arresto per l'uomo della Kroll, Nunzio Rizzi".
La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio andare d'accordo".
(Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro - e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o protette le intenzioni di Tronchetti - nessuno è escluso. Nemmeno la magistratura).
"Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: "Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi". Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore.
Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti.
Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene.
Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. E' più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell'idea dalla testa.
Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l'azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco.
Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti Provera quando mi diceva:
"Le abbiamo chiesto troppo". Se avevo bisogno di informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani (investigatore privato della Polis d'Istinto).
Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono state - ma questi sono affari di Cipriani - indagini illegali. Ammetto che bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell'indagine della procura di Milano, non ce n'è traccia.
Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì. Le cose andavano così. Fino a quando sono stato in Pirelli, sono stato più o meno un "centro di servizi".
Tronchetti Provera, da Telecom, aveva bisogno di informazioni. Mi chiamava e io provvedevo a raccoglierle. Nessuno si dovrebbe meravigliare.
Le aziende vivono di informazioni fino alla raffinatezza delle "analisi predittive". E non esitano a sporcarsi le mani. Un esempio?
Per quel che so, l'"Operazione Quattro Gatti", lo sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, fu finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3), Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson.
Quando arrivo in Telecom, il lavoro cambia. Agisco "di iniziativa" sulle analisi tipiche della sicurezza. Attenzione, però, il "sistema Tavaroli" non era e non è mai stato il "sistema Cipriani"".
(Tavaroli non ammette che l'uno integrava l'altro, che l'uno sosteneva l'altro e mai parla del ruolo di Marco Mancini, il capo del controspionaggio. Lo ripetiamo ancora: questa è soltanto la verità di un indagato).
"E' a questo punto che arrivano i primi segnali dal "network eversivo". Si fanno sotto quelli che io chiamo "i massoni". Cominciano a scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro, della mia presenza a Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico "nastro" delle informazioni in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni e di un servizio segreto. Lo avevate capito anche voi a Repubblica, ma immaginavate che Telecom fosse il centro del "sistema" e non solo un segmento, il più fragile.
Arriva il primo segnale e non faccio fatica a "leggerlo". Le manovre compromettenti (è sospettato di essere coinvolto in un traffico d'armi) di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di Tronchetti) con uno dei figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi Bisignani che aveva avuto l'informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la musica. Anche Afef parve a rischio".
(Tavaroli non dice né vuole dire se il dossier raccolto anche sulla moglie di Tronchetti sia stato una sua personale iniziativa o un'operazione commissionata da altri o addirittura concordata con il presidente della Telecom).
"E' un fatto che Afef si porta dietro tutte le amicizie romane del primo marito, Marco Squatriti (Andreotti, Bisignani, Letta). Ricordo che, quando Squatriti finisce in carcere, il primo che gli va a fare visita, come avvocato anche se non era il suo avvocato, è Cesare Previti. L'uomo deve essere finito al centro di una faccenda molto seria. Perché nessuno s'incuriosisce al finale della storia di Italsanità (era la società dell'Iri che aveva affittato dai privati 28 immobili da destinare a residenze per anziani, impegnandosi a pagare affitti per 1.000 miliardi in nove anni, di cui 572 a Squatriti, titolare degli 11 contratti più consistenti)?
Sono stati rimborsati a Squatriti un centinaio di miliardi di lire. Oggi Squatriti non ha più un soldo. Dove sono finiti i denari? E, soprattutto, di chi erano?
Forse per tenersi buono questo giro, il Dottore ingaggia Maurizio Costanzo (P2, tessera Roma 152), tutt'uno con Previti, Squatriti, Gianfranco Rossi (il faccendiere romano, arrestato nel giugno 1994, è l'intestatario del conto corrente "coperto" FF 2927 presso la Trade Development Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila dollari fornitigli da Bisignani e parte della maxitangente pagata dall'Enimont ai partiti di governo), Luigi Bisignani (P2, tessera Roma 203).
Tronchetti retribuisce Costanzo con 3 milioni di euro all'anno soltanto, in definitiva, per costruire l'immagine di Afef. Ma, in realtà, Tronchetti vuole tenerlo buono e, nel contempo, alla larga. Costanzo non aveva nemmeno il numero diretto del suo cellulare. Si ripetono i segnali negativi.
Salvatore Cirafici, capo della sicurezza di Wind, un massone, mi racconta che è stato interpellato da un giornalista del Giornale che sta preparando un articolo contro di me, ispirato da Luigi Bisignani. Che ci fossero fibrillazioni in corso, lo deduco anche da altri episodi. Poco dopo il Natale del 2002, diciamo nel gennaio del 2003, Berlusconi convoca Pollari a Palazzo Chigi e gli chiede a brutto muso: "Chi è questo Tavaroli?", "E' vero che Mancini è un comunista"?
Pollari replica, difende Mancini e comunica che sta per nominarlo capo della 1° Divisione. Berlusconi abbozza. Non poteva dire di no a Pollari. Come non glielo ha potuto dire poi, con il governo successivo, Romano Prodi, che ha sempre difeso il direttore del Sismi.
La faccio breve, nel 2004 fonti della Guardia di Finanza fanno sapere in Telecom che "Tavaroli, da punto di forza, è diventato un punto di debolezza".
A maggio mi convoca Tronchetti e, alla presenza di Buora, mi consiglia di accettare una aspettativa di tre mesi per far calare il polverone su di me e la società.
Accetto, non ho alternative. Per tre mesi, il telefono si fa muto. Non mi chiama più nessuno, se si esclude Adamo Bove (il dirigente della security governance della Telecom precipitato il 21 luglio 2006 da un cavalcavia della tangenziale di Napoli: suicidio o istigazione al suicidio?). Vado in Romania. Mi richiamano in Italia dopo l'attentato al Tube di Londra del 7 luglio 2005. Tronchetti chiede a Letta se può darmi una consulenza antiterrorismo. Letta si dice d'accordo "nell'interesse del Paese".
A fine anno, il Dottore mi dice: devi rientrare.
Nel gennaio 2006, quando sono pronto a rientrare, Cipriani si fa abbindolare dai carabinieri di Firenze che non hanno mai smesso di blandirlo: "Vuota il sacco e le tue responsabilità saranno ridotte al minimo...".
Quello ci casca e trovano il dvd con i file illegali, peraltro già in possesso di Emilio Ricci, avvocato, romano, comunista, amico mio, di Pollari, di D'Alema.
Cipriani consegna la password ai pm. In tempo reale la notizia arriva a Tronchetti - penso attraverso l'avvocato Mucciarelli. Il Dottore mi convoca. Mi dice: hanno il dvd; l'hanno aperto; lei non può più tornare in azienda. Io mi mostro preoccupato. Gli dico: su quel dvd ci sono i file di Brancher, e di Cesa, e la faccenda di D'Alema e dell'Oak Fund. Inizialmente, Tronchetti finge di non ricordare. "D'Alema? - dice - e che c'entra, io non so nulla...". Poi, qualche giorno dopo, gli torna la memoria e ammetterà che era stato lui a commissionarmi quel lavoro per verificare se, nell'acquisizione di Colaninno, fossero state pagate tangenti. Qualche mese dopo, in maggio, Tronchetti alla presenza del solito Buora mi chiede le dimissioni. Fu un lavoraccio, l'inchiesta "Oak Fund".
Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato "Baffino", ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l'Europa per poi approdare a Londra nel conto dell'Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino.
Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo "esponenti politici...".
Formalmente perché è necessario attendere la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti illegalmente sono utilizzabili nel giudizio.
Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora?
Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura. Credo che egli abbia lasciato esplodere il "caso Rovati" al solo scopo di anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d'uscita. Con quel che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli: non hai l'autorità né la credibilità per governare le reti.
Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell'area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l'idea che la si stia sfidando. Genio dell'opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un'ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto.
Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto fiducia a chi non la meritava.
Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare".
(2. Fine) (22 luglio 2008) Torna alla prima puntata
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Gli scenari dello scandalo
Un'inchiesta in cui anche magistratura e informazione hanno dimostrato debolezze. Un dossieraggio frutto della guerra tra blocchi di potere
di GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica 23 Luglio 2008.
Si sente dire spesso che in quei luoghi, in quelle istituzioni, in quei paesi dove non soffia alcun venticello di critica pubblica, cresce come un fungo una corruzione senza colpa. Non c'è dubbio che l'informazione sia e debba essere, per mestiere e dovere, un alimento di critica pubblica. C'è il giornalismo che pretende di ricostruire la verità. C'è un altro giornalismo che sa di non poter afferrare con una presa sicura l'intera storia che racconta. E' un giornalismo consapevole di un limite e accetta di lavorare a una continua approssimazione della verità, cosciente che non saprà mai davvero che cos'è la verità, ma saprà che cos'è la menzogna. La indicherà ai suoi lettori.
Vi si opporrà, per quel che poco o molto che è in grado di fare. E potrà ripetere ai pochi o ai molti che gli concedono ogni giorno fiducia: "Non vi abbiamo mentito".
Avremmo mentito ai nostri lettori se avessimo accettato le conclusioni minimaliste dell'affaire Telecom.
In questi giorni si è andata disegnando, da più parti e anche con voci autorevoli, una scena capovolta, fuori da ogni cardine. Scomparivano i protagonisti e i comprimari, le loro condotte e responsabilità, la lunga scia di illegalità, abusi e ricatti. Come d'incanto, soltanto distrattamente si ricordava al lettore (e c'è chi non ha fatto nemmeno questo) che, nella maggiore società di telecomunicazioni del Paese, la Telecom Italia di Marco Tronchetti Provera, sono stati raccolti migliaia di dossier illegali in collaborazione con l'intelligence italiana, in violazione di ogni privacy con finalità ancora tutta da chiarire.
In occasione della conclusione delle indagini, l'imputazione di una responsabilità oggettiva di Pirelli e Telecom in capo al suo presidente (Tronchetti) e amministratore delegato (Buora) è apparsa diventare, a leggere alcuni commenti e bizzarre dichiarazioni, un'assoluzione piena: un esito da esibire come un fiore all'occhiello.
Per farlo, bisognava lavorare a una cosmesi dei fatti. Un annuncio di fine indagine è stato presentato come un proscioglimento definitivo come se si trattasse di una sentenza assolutoria e conclusiva, prima di leggere la richiesta di rinvio a giudizio che ancora non c'è e la decisione del giudice dell'udienza preliminare che un giorno verrà.
Si è scritto che Tronchetti è stato "scagionato". Il primo a crederci è stato il presidente di Pirelli. Si è detto "contento e molto soddisfatto perché è emersa con chiarezza la verità". La verità provvisoria è che due società Pirelli e Telecom (con Tronchetti legale rappresentante) non hanno impedito ai propri dipendenti di commettere reati nell'interesse delle società. Tronchetti non avverte la responsabilità di quella omissione. Non crede di dover chiedere almeno scusa, con umiltà, agli spiati o almeno agli azionisti Telecom: già provati dalla sua gestione, dovranno presto mettere mano al portafoglio per pagare centinaia di miliardi di risarcimento alle vittime dello spionaggio fiorito per la trascuratezza di un presidente e di un amministratore delegato.
Non è nemmeno il peggio. Il peggio è l'acquerello a tinte tenui che vuole rappresentare l'affaire. Tre amici d'infanzia (Tavaroli, Mancini, Cipriani) fanno carriera partendo dal fondo della scala. Conquistano la potente e ricca security della Telecom (Tavaroli), il controspionaggio militare (Mancini), un'importante agenzia d'investigazione (Cipriani). Incrociano le informazioni in loro possesso. Formano dossier spionistici in libertà con le risorse della Telecom e dello Stato. Lucrano profitti e potere personali.
Fine dell'affaire.
Avremmo mentito se avessimo accettato senza un dubbio, senza un interrogativo questo tableau piccino, semplificatorio. E non per un pregiudizio sfavorevole alla Telecom o a Tronchetti Provera. Ma per quel che già si è potuto leggere nelle cinque ordinanze dei giudici milanesi.
La security di Tavaroli disponeva di risorse finanziarie senza limiti, alimentate in parte dal "fondo personale" del presidente. Nessun controllo aziendale di audit. Dipendenza diretta dal presidente. Quattro diversi "sistemi" capaci di rubare informazioni riservate senza lasciare traccia. Una piattaforma di hackeraggio ("zone H") nei paesi dell'Est, utilizzata per intrusioni informatiche, finanziata dalla Telecom e posta in bilancio come "investimento per immobilizzazione materiale" (poteva dare benefici a lungo termine). Una rete di pubblici ufficiali sparsi su tutto il territorio nazionale, ""sensori" per ogni indagine o accertamento che potesse interessare la Telecom-Pirelli". Collegamenti con l'intelligence francese, inglese, americana, israeliana e naturalmente italiana. Una pericolosissima "macchina da guerra".
In due occasioni, il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari ne indica esplicitamente il beneficiario.
Ordinanza 18 gennaio 2006, pag. 188: "... che Tavaroli gestisse pratiche di questo genere nel suo singolare interesse è altamente improbabile. Ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non già l'azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il proprietario di controllo".
Ordinanza 20 marzo 2007, pag. 168: "Osserviamo anche il riemergere di una tipologia di investigazioni che, in modo difficilmente revocabile in dubbio, rispondevano a esigenze dei vertici e della proprietà aziendale".
La convinzione del giudice quasi imponeva a un autonomo lavoro giornalistico di cercare Giuliano Tavaroli. Di chiedergli un colloquio. Di raccogliere la sua versione dei fatti. Era il diavolo. Era descritto come l'artefice e il conduttore di quella "macchina da guerra". Si diceva che avesse lavorato nel suo esclusivo interesse gabbando il suo padrone. Che cosa aveva da dire? Qual era la sua verità? E questa verità non era, pur nella sua parzialità, di interesse pubblico in un affaire dove tutti avevano avuto possibilità di accusare o difendersi e che aveva provocato anche un decreto di legge del governo approvato dalle Camere (la distruzione dei dossier raccolti illegalmente)?
Sono queste le ragioni che hanno convinto Repubblica a pubblicare l'ampio resoconto dei colloqui con Giuliano Tavaroli.
Abbiamo ritenuto che l'inedita ed esclusiva ricostruzione del principale indagato (anche con le possibili manipolazioni di cui abbiamo avvertito il lettore) potesse dare al quadro un tassello in più e una profondità, una concretezza, un profilo che le anticipazioni giudiziarie annunciavano piatto, senza asperità, quasi neutro con la storia assai poco credibile dei "tre amici intraprendenti". Comprendiamo l'irritazione di chi, proclamandosi estraneo a quei fatti, ne è stato coinvolto.
Ma oggi abbiamo sotto gli occhi, con i nomi, i cognomi, qualche circostanza e dettaglio, quella "contrapposizione tra blocchi di potere" già intuita dal giudice nel gennaio del 2006. Vi affiorano figure che decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale; una filiera di immarcescibili massoni che lo scandalo della P2 non ha eliminato dalla scena; comportamenti obliqui di governanti; ricatti; corruzione piccola e grande; debolezze della magistratura, dell'informazione, delle amministrazioni dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai trasparente. Non ci appare la verità. Ci appare uno scenario più vicino alla realtà dello scandalo Telecom.
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L'ANALISI
Quel dossier in mano ai magistrati
e il ruolo della libera stampa
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 26 luglio 2008
 
NON SORPRENDE che l'affaire Telecom abbia provocato una contesa molto aspra. Quel che delude e confonde i lettori è come se ne parla e di che cosa si discute.
C'è chi si industria a disegnare scenari - senza capo né coda - alimentati dalle pigre chiacchiere di Transatlantico. Lungo il corridoio di Montecitorio, i "nominati" in Parlamento almanaccano, congetturano, epperò accusano. Non sanno niente. Non hanno letto niente (non le carte dell'affaire e nemmeno con cura le cronache), ma dell'ultimo capitolo del "caso" (l'intervista di Tavaroli) spiegano la genesi, gli attori, trame e intrighi immaginati spesso confondendo la notte con il giorno, il sopra con il sotto, nella convinzione che le loro dicerie, ripetute tre o quattro volte, assumano la qualità di prove storiche.
Quelle parole libere sono presentate al lettore addirittura come "retroscena" e chi le combina finge di non sapere che, lontano dai fatti, i quadri si possono comporre a mano libera sostenendo una cosa e il suo contrario e il contrario del contrario in un caleidoscopio di luci sempre ingannevoli e mai veritiere.
Lo spettacolo, pare, si riconosce soltanto un obbligo: "far conoscere il mondo noioso dell'incomprensibile obbligatorio".
C'è poi chi (il Corriere della Sera) si trova nelle mani l'ambiguità dell'affaire e ne è spaventato, intimorito. Vuole soprattutto aggirare ciò che è accaduto. Per farlo, ha bisogno di qualche cosmesi per censurare quel che ritiene una lettura gonfia di pregiudizi e scettica perché non vede nella polvere, come vorrebbe, l'avversario (Marco Tronchetti Provera). In questo quadro manipolato, chi sospende ogni giudizio (come Repubblica) avrebbe per l'avventuroso critico un "doppio standard": i pubblici ministeri sono "buoni" se azzoppano l'antagonista, "cattivi" se lo scagionano. È una soporifera litania, molto datata. Per rendersi oggi decente ha bisogno di una falsificazione e di due omissioni.
Deve attribuire, a chi racconta il "caso", "un avversario". Deve rappresentare Tronchetti Provera come target di un'aggressione mediatica. E' falso.
Tronchetti non è l'obiettivo di nessun assalto. E' purtroppo il presidente di Telecom e Pirelli negli anni in cui nasce e prospera, nel corpo di quelle società, un abusivo "servizio segreto di un paese di media potenza" che compila migliaia di dossier illegali contro "i nemici" e anche "gli amici" (politici, economici, finanziari, istituzionali) delle due aziende.
Tronchetti era consapevole di queste pratiche o gli "spioni" hanno approfittato della sua trascuratezza? Non si può omettere di ricordare ai propri lettori che la questione, per il momento, divide il pubblico ministero dal giudice per le indagini preliminari. Per il pm, la responsabilità di Tronchetti è soltanto "amministrativa" (è stato negligente, si è lasciato prendere la mano da quei ceffi). Per il giudice, va valutata anche una sua diretta responsabilità penale (il lavoro di Tavaroli e delle sue spie "tende a beneficiare non già l'azienda, ma il proprietario di controllo"; i dossier "rispondevano a esigenze della proprietà aziendale").
Non c'è un pregiudiziale "doppio standard". La doppia lettura degli avvenimenti è interna al processo, è nelle "carte". Non è sollecitata da un malanimo contro Tronchetti. È, come si dice, un fatto.
Sono proprio i fatti che, in questa storia, si preferisce omettere. Anche chi non li nasconde sembra concludere che non abbiano poi molta importanza. Come se non ci fosse più bisogno di accertare che cosa è accaduto, di riflettere su quel che è accaduto. Come se non fosse necessario o doveroso, se vuoi informare, sapere e raccontare come nel nostro Paese si formano le decisioni; chi decide; perché; dove; dietro a quali interessi, con quale volontà di potenza e metodi.
È questa del "caso Telecom" la sola cosa importante, la sola di cui valga la pena occuparsi (ce ne scuseranno Tronchetti e Fassino) perché è una storia che parla della natura del potere italiano.
Come hanno osservato analisti più acuti dell'avventuroso critico, anche la "verità" di Giuliano Tavaroli può essere, a questo proposito e nonostante l'ambiguità della sua testimonianza, utile a rappresentare l'affresco di quel potere, i protagonisti e le figurine, la tavolozza dei colori, il teatro, il canovaccio. Vi si colgono una geografia e paradigmi che dimostrano quanto concreta sia diventata oggi la profetica chiaroveggenza di Guy Debord, la sua analisi lucida e severa delle miserie e della servitù di una società moderna (La società dello spettacolo).
In questa storia si vedono all'opera "un numero sempre maggiore di uomini formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono distaccamenti speciali di uomini armati di archivi segreti riservati, cioè di osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti". Si scorgono in controluce ovunque "reti di influenza" coerenti con le nuove condizioni di una proficua gestione degli affari economici, la naturale conseguenza del movimento di concentrazione dei capitali.
L'affaire Telecom è, allora, una domanda a cui nessuno vuole dare una risposta: come si formano, nel cuore del potere italiano, i "legami di dipendenza e di protezione"?
È bizzarro che nessuno si chieda perché il piduista Luigi Bisignani, ancora oggi, possa attraversare la scena pubblica e decidere (come tutti nelle consorterie del potere sanno e dicono) delle nomine più prestigiose. In base a quale autorità?
E' curioso che nessuno si sorprenda che Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) accetti di discutere con un dirigente della Kroll (la più grande agenzia d'investigazione privata del mondo) "un'operazione di discredito contro Tronchetti" e non lo sbatta fuori dal suo studio, non inviti subito il ministro dell'Interno ad annullare la licenza di quell'agenzia. Perché?
"Il vero è sempre un momento del falso" in questo mondo di spie e di aziende che li lasciano fare per distrazione o li utilizzano con sapienza. Come non sappiamo ancora quali siano le responsabilità di Tronchetti, noi non sappiamo se i Ds abbiano mai avuto conti all'estero con la firma di Piero Fassino, come sostiene Tavaroli. L'affermazione ha provocato un putiferio e qualche questione di metodo. Quale controllo è stato effettuato?
Quel che dice Tavaroli è sostenuto da un dossier a disposizione della magistratura? Quei dossier saranno usati nel processo oppure ritenuti inammissibili come prove?
Sono interrogativi ragionevoli. Il dossier esiste - alto una spanna, contiene i nomi dei beneficiari (non solo quello di Fassino), i cognomi dei prestanome - ed è nelle mani dei pubblici ministeri (naturalmente l'esistenza di un dossier non è l'automatica conferma di un reato).
Altra questione è se potrà essere utilizzato in un'indagine. Con un decreto legge del 22 settembre 2006, convertito in legge due mesi dopo, il governo Prodi ha disposto che "il pubblico ministero disponga la secretazione dei documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni. Il loro contenuto non può essere utilizzato.
Entro quarantotto ore, il pubblico ministero chiede al giudice per le indagini preliminari di disporne la distruzione".
La legge è apparsa dubbia da un punto di vista costituzionale al giudice di Milano (lede i diritti della vittima dello spionaggio) e sarà ora la Consulta a decidere l'utilizzabilità o la distruzione di quel dossier. Come ha spiegato una fonte vicina all'inchiesta a Repubblica, già il 26 gennaio del 2007 il dossier sui Ds è ora un "fascicolo in C". La formula è criptica, ma la cosa non è poi molto complicata. Dal troncone d'una inchiesta si stralciano alcune posizioni aprendo un fascicolo di "Atti relativi a...". Questo è il fascicolo in C: permette al pubblico ministero di tenere in parcheggio l'iniziativa penale senza pregiudicarla con i tempi stretti dell'istruttoria, del processo e della prescrizione.
Sono atti che, in qualsiasi momento, a ogni occasione utile, possono uscire dal parcheggio con un'ipotesi di reato quando questa viene individuata e sostenuta da un'apprezzabile fonte di prova. Il dossier è già stato materia di interrogatorio per indagati e testimoni.
Sorprende, allora, la sorpresa di Fassino e in generale del Partito democratico. Marco Mancini, capo del controspionaggio, il 14 dicembre del 2006, ha riferito alla procura di Milano che "nel 2003 seppe che Cipriani (investigatore privato pagato da Telecom) era in condizione di avere concretamente nomi di società all'estero riconducibili a personaggi della sinistra specificatamente ai Ds". Mancini corse da Pollari (allora direttore del Sismi) che lo "invitò a parlare con il senatore Nicola Latorre (Ds) il quale mi disse che erano fesserie".
Consideriamo le parole di Mancini bubbole (Latorre nega di aver mai saputo di un dossier). In ogni caso, i leader della Quercia, se leggono i giornali, hanno saputo di quelle accuse 17 mesi fa, quando Repubblica ne ha dato conto. Non si ha notizia che, in quel tempo, si siano mossi gli avvocati di partito. Come, oggi, non si ha notizia di una querela per diffamazione di Tronchetti contro il capo della sua security, che lo accusa di aver commissionato lo spionaggio dei leader dei Ds.
Aggiustata qualche data e qualche ricordo, si può concludere che l'ira furibonda provocata dall'intervista di Giuliano Tavaroli non riguarda il suo racconto (della cui ambiguità, Repubblica ha avvertito i lettori), ma la stessa possibilità di raccontare, la stessa possibilità di lasciare accesa una luce su un affaire che disegna le debolezze del nostro capitalismo, i deficit della nostra politica, l'opacità del loro intreccio, le "reti d'influenza" e i "legami di dipendenza e di protezione" del potere italiano.
Da questo punto di vista, l'applauso corale che ha accolto Fassino alla Camera è degno di attenzione. Annuncia una brutta stagione per l'informazione imputata di essere, quando fa il suo lavoro, soltanto "disinformazione". Era già accaduto quando Repubblica svelò lo scandalo di "Telekom Serbija" e poco dopo quando svelò la maligna macchinazione di una commissione parlamentare contro Prodi e Fassino.
Anche in questo caso ci aiuta Debord. "La disinformazione è nominata soltanto dove occorre mantenere la passività. Dove la disinformazione è nominata, non esiste. Dove esiste, non la si nomina".
(26 luglio 2008)
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L'ANALISI
Politica, spie e mandanti dell'affaire Telecom
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica Venerdì 1 Agosto 2008 - Rassegna stampa Governo.it
MASSIMO D'Alema affronta l'affaire Telecom e preferisce guardare alla luna e non al dito. In questi giorni, molti, troppi hanno ritenuto di dover affrontare il "caso" dalla coda. Confondendo l'effetto con la causa, si sono occupati soltanto di quel dossier illegale - ora nelle mani della procura di Milano - che coinvolge Piero Fassino, come beneficiario di un fondo estero per conto dei Ds.
Nessuno ha avuto voglia curiosamente di porsi le domande più utili e necessarie: chi e perchè ha commissionato quel dossier (a maggior ragione, se falso)?
Un largo fronte istituzionale e politico (per la prima volta, in questa legislatura, bi-partisan) ha voluto esprimere una calda solidarietà a Fassino e l'ha chiusa lì.
Come se l'affare fosse stretto (e si esaurisse) alla vittima dello spionaggio e della manipolazione e non riguardasse soprattutto lo spionaggio, gli spioni, i loro padroni, le ragioni nascoste della manipolazione. E il cuore del problema che finalmente, con lucidità, D'Alema indica. Dice: «Questa montatura è stata costruita da qualcuno. Vorremmo capire chi è. Sicuramente hanno operato spie, provocatori. Hanno cercato di danneggiare la nostra immagine, infangarci, colpirci. Anche perché la vicenda Telecom ha toccato interessi forti nel Paese. C'era una volontà di vendetta, senza che mai si concretizzasse nulla. Perché non c'è nulla da trovare. Adesso però vogliamo che sia chiarito molto bene chi ha messo su questi dossier, chi ha fatto queste indagini».
Il nodo da sciogliere è dunque questo: chi ha ordinato alla rete spionistica della Telecom il diffuso e meticoloso lavoro di dossieraggio?
D'Alema giudica però «un'operazione molto grave da un punto di vista professionale» aver riproposto, come ha fatto Repubblica, la testimonianza di Giuliano Tavaroli.
E ci pare che incappi in una contraddizione: da un lato, chiede di sapere chi ha voluto metter su il dossier calunnioso, dall'altro, giudica «un'aggressione mediatica» raccogliere la testimonianza del capo «delle spie e dei provocatori» che svela, per la prima volta e in pubblico, il nome di chi gli ha ordinato quella manovra contro i Democratici di Sinistra.
Non è che le parole di Tavaroli siano oro colato, naturalmente.
Dell'ambiguità della sua "confessione" abbiamo ripetutamente avvertito il lettore, ma è indubbio l'interesse pubblico ed esclusivamente giornalistico della sua testimonianza, per quanto critica possa essere. Tavaroli fa il nome di Marco Tronchetti Provera come il mandante di quel dossieraggio. Ci è parsa una notizia.
E' un'accusa di cui Tavaroli dovrà rendere conto nel processo. Con ogni probabilità, sarà di nuovo interrogato dai pubblici ministeri. Con ogni probabilità, chiederà di avere un confronto con il presidente della Pirelli e, a quanto pare, raccoglierà in una memoria gli argomenti che possono sostenere la sua chiamata di correo.
Si vedrà.
Quel che conta dire qui è che appare difficile sostenere che dar conto della "confessione" di Tavaroli sia «un'aggressione» e non giornalismo. Che non interpelli il diritto di cronaca, ma «i limiti di guardia a cui è giunto il rapporto tra politica e informazione». Ancora ieri Fassino ha ripetuto che «in causa non è la libertà di stampa» ma «il ricorso sistematico a manipolazioni e false verità che intossicano quotidianamente l'informazione» Anche in questo caso affiora - mi pare - una contraddizione che capovolge la scena. L'informazione che racconta la malattia del Paese, dei veleni che lo inquinano, dei detriti che ne condizionano le decisioni diventa, in questa interpretazione, addirittura una patologia e non una delle possibili terapie per immunizzare il discorso pubblico.
C'è stato un tempo che lucidi analisti delle cose nazionali hanno saputo scorgere, nel "nascosto" dello scandalo Telecom, «la malattia di un Paese» in quella «doppia debolezza» che costringe «le élites economiche e le élites politiche a vivere intrecciate: ne risulta un'opacità delle relazioni politiche-economiche che incentivano i comportamenti di cui devono poi occuparsi i tribunali» (Angelo Panebianco, Corriere della sera, 24 settembre 2004). Si scrisse ancora:
«L'Idra italiana che a scadenza fissa si presenta sulla nostra scena è precisamente ciò che è oscuro ed è destinato a restare tale. Tuttavia, indoviniamo benissimo la mai sopita vocazione dei servizi di sicurezza a operare oltre i limiti legali, la costante presenza ai margini della classe dirigente di un sottobosco di intriganti, di fac cendieri, di ex qualcosa, sempre pronti a vendere i propri servigi ma più spesso, forse, pronti a cercare di mettersi in proprio; indoviniamo l'esistenza di ingentissime disponibilità finanziarie occulte, frutto perlopiù di operazioni illegali, e infine avvertiamo benissimo il continuo rumore, dietro le quinte dell'ufficialità economica e politica, di un lavorio sordo fatto di favori, di ricatti, di relazioni più o meno sporche e più o meno segrete, di intercettazioni, di informazioni sulla vita privata e di quant'altro possa esserci di inconfessabile» (Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della sera, 27 settembre 2006).
Il quadro è quasi sovrapponibile, come si vede, con gli scenari illuminati da Tavaroli.
In più, nella sua "confessione" tutta da verificare, si possono leggere i nomi, le circostanze, le manovre, le relazioni dell'«Idra» e leggere la trama di quegli «intriganti, faccendieri, ex qualcosa», la presenza di «risorse finanziarie occulte e operazioni illegali». Pare però che se l'informazione, anche per via della voce concretissima di un protagonista compromesso con i fatti, trova tracce e frammenti di quella nitida analisi diventa cattiva informazione. Con un bizzarro doppio codice interpretativo, forse dovuto alla nuova congiuntura politica, diventa addirittura «complottismo».
Addirittura «misterologia»:
«Una poderosa costruzione mentale che soddisfa lesigenza primordiale di trovare un ordine nel caos, una connessione nel disordine, una trama nell'insensato» (Pierluigi Battista, Corriere della sera, 28 luglio 2008).
Omero credeva nei complotti. Credeva che «qualunque cosa accadesse sulla piana di Troia era solo un riflesso dei complotti in atto nell'Olimpo».
Poi ci è stato spiegato che la teoria sociale della cospirazione può essere soltanto figlia di quel teismo perché «deriva dall'abbandono di Dio e dalla conseguente domanda: "Chi c'è al suo posto?"». Chi può credere oggi ai complotti? Non si può credere - magari per frustrazione, impotenza, sfiducia, rancore - che ci sia non un vuoto, maun altro pieno abitato da uomini, gruppi di potere, consorterie di pressione che coalizzate orientano, influenzano, decidono al nostro posto, contro di noi, contro il nostro futuro. E' una teoria che dimentica, dice Karl Popper, una indistruttibile realtà della vita sociale: nessuna azione ha mai esattamente il risultato previsto.
Le cose vanno sempre in un altro modo da come ce le siamo immaginate. Questo non vuol dire però che non esistano, nelle nostre azioni, scopi, obiettivi e strategie e alleanze. Il loro esito non sarà mai quello previsto. Le conseguenze saranno indesiderate e impreviste. L'affaire Telecom è lì a dimostrarlo: tutti gli attori di quello straordinario lavorio sono usciti sconfitti.
Piaccia non piaccia, allora, il giornalismo è questo. E' il racconto - anche approssimativo e controverso - di quelle azioni e di quelle strategie, a meno di non pensare che gli argomenti siano diventati ormai inutili, che non valga la pena di sapere «a che punto siamo»;
che non possa esistere più una storia imparziale dei fatti o anche soltanto un giudizio. Un grande giornalista diceva che «non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza.
Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e, prima o poi, la pubblica opinione li spazzerà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri».
Non conosco Piero Fassino, ma credo anch'io - come tutti - che sia un uomo onesto. La sua integrità dovrebbe farlo riflettere sull'errore che lo sta tentando.
Pensare che l'informazione sia la malattia del Paese e non una delle necessarie terapie alle patologie della politica può essere una strada senza ritorno alla vigilia di una stagione che, in modo esplicito, vuole attenuare i contrappesi di un potere che non riconosce alcun limite a se stesso.
Dove si canta una sola nota, le parole - anche quelle di Fassino - non conteranno più.
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Immunità dei politici? Sì, però
di Michele Ainis - La Stampa.it 21 luglio 2008
L'immunità della politica non è la prima emergenza nazionale. Però in quest'avvio di legislatura ha guadagnato la ribalta, oscurando ogni altra questione sotto una nube di veleni. Tanto vale dunque prendere il toro per le corna, cercando una soluzione duratura. Significa che dovremmo smetterla di ragionarci sopra indossando una casacca, una maglietta da tifoso, quella dei giudici o quella dei giudicati. E perciò significa in primo luogo riconoscere che l'immunità non è affatto un privilegio odioso, un salvacondotto per i briganti seduti in Parlamento. È odiosa casomai la modalità con cui il nostro ordinamento ne disciplina l'uso, la regola schizoide che protegge una quota degli eletti cacciando all'inferno l'altra quota.
D'altronde non è un caso se tale speciale protezione viene assicurata da tutte le democrazie di questo mondo. Quanto all'irresponsabilità per le opinioni espresse in Parlamento, la sua prima origine risale nientemeno che all'Inghilterra del 1397, durante il regno di Riccardo II. L'immunità dagli arresti prende invece corpo nella Francia rivoluzionaria, con un decreto del 26 giugno 1790, dopo l'incriminazione del deputato Lautrec. In ambedue le fattispecie l'inviolabilità delle assemblee legislative servì a difenderne l'indipendenza, o meglio la libertà rispetto a persecuzioni politiche intraprese con strumenti giudiziari. In altre parole, la garanzia protegge la funzione, non i singoli. Ecco perché essa è sempre irrinunciabile, come il Parlamento subalpino chiarì fin dal 1854. Ed ecco perché non sta né in cielo né in terra la rinunciabilità inventata dal Lodo Alfano: un'invenzione che davvero trasforma la prerogativa in privilegio.
Ma non è tanto di questo che si tratta. Nel 1947 i costituenti disegnarono un sistema equilibrato, che ruotava attorno all'autorizzazione a procedere, concepita quale antidoto al fumus persecutionis. Sicché il diniego - disse nel 1988 la Giunta del Senato - va espresso contro ogni azione penale persecutoria, "per il tempo e le modalità del suo esercizio ovvero per la sua manifesta infondatezza". Poi, sotto il vento di Tangentopoli, nell'autunno del 1993 i casi sottoposti ad autorizzazione subirono una robusta sforbiciata. Non senza incongruenze, giacché al contempo fu introdotto il preventivo assenso delle Camere per intercettare un loro membro, che è un po' come se il marito avvisasse la consorte che il giorno dopo la sorprenderà in flagranza d'adulterio. Passa ancora qualche anno, e nel 2001 la riforma federalista eleva alla massima potenza il ruolo dei presidenti regionali, senza però dotarli di alcun ombrello protettivo. Il resto è cronaca di oggi: il lodo Alfano, col suo scudo di ferro per quattro uomini delle nostre istituzioni.
Il risultato di tutti questi aggiustamenti in corso d'opera è un sistema sbilenco e strampalato. Rende signori della legge i presidenti delle Camere, ma lascia esposti all'abuso giudiziario quelli regionali, che nelle loro venti repubblichette sommano le funzioni di capo di Stato e di governo. Senza dire del sindaco di Roma o di Milano, che pesa ormai come un ministro, ma non ha le garanzie riconosciute ai consiglieri del Molise. Serve dunque, in primo luogo, recuperare un'omogeneità di trattamento.
E serve in secondo luogo riesumare la vecchia autorizzazione, depurandola però dalle storture che ne viziavano la resa ai tempi della prima Repubblica. Perché allora non c'era neanche un termine per rispondere alle domande della magistratura, tanto che fin dalla I legislatura ne vennero insabbiate 215 su 530.
Ma soprattutto perché mancava la distinzione fra controllante e controllato. Da qui la prassi corporativa del diniego di autorizzazione (186 casi su 229, nella legislatura precedente la riforma), anche per reati come gli assegni a vuoto o la sfida a duello. Da qui, in conclusione, l'esigenza di affidare ogni valutazione sul fumus persecutionis a un organo terzo, né giudiziario né politico. Del resto quest'organo c'è già, e ha sede alla Consulta. Diamogli quest'altra competenza, e non ne parliamo più.
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La partita dei poteri forti
di Lodovico Festa - Il Giornale 21 luglio 2008
Il lavoro per disarticolare il governo Berlusconi ha avuto al centro l'iniziativa di alcuni pm. L'assalto è stato pesante con diffusione illecita di intercettazioni senza rilevanza penale più "pulsioni" antiberlusconiane (così le definisce anche una sezione della Corte d'appello di Milano) di qualche giudice. È stato respinto. Ma lascia qualche crepa su cui lavora il fronte antiberlusconiano cercando di usare ora Giulio Tremonti ora la Lega. Nel centrodestra non mancano furbate, arroganze, nervosismi, ma più che le manovrette dei Walter Veltroni o i pettegolezzi sulle stanze del potere, conta il clima generale. E questo indica come la stabilità di governo sia richiesta non solo dalla maggioranza della società italiana ma anche da un establishment che in altre occasioni fu antipatizzante verso Silvio Berlusconi.
Nel 1994 Gianni Agnelli partecipò a un incontro con Berlusconi presidente del Consiglio, lasciando trasparire una distanza ben interpretata dalla Confindustria di Luigi Abete e Innocenzo Cipolletta. Nel 2001 mentre la Confindustria di Antonio D'Amato spingeva l'attività riformistica del secondo governo Berlusconi, gli ambienti Fiat preparavano una presidenza Montezemolo non solo fredda verso Berlusconi ma, poi, anche sponsor delle sciagurate imprese prodiane. E così il mondo delle banche, dove solo Banca di Roma aveva atteggiamenti non ostili (anche se bilanciati dai rapporti con il centrosinistra).
Oggi la situazione è mutata. In Confindustria Emma Marcegaglia svolge un ruolo di saldatura tra spinte più movimentiste e riformiste e quelle più moderate e istituzionali, contribuendo così a un solido dialogo tra "tutto" il mondo industriale e il governo. Come si comprende dagli orientamenti della Fiat dove Sergio Marchionne dopo l'illusione - alimentata da Luca Cordero di Montezemolo - che un rapporto privilegiato con la Cgil portasse favori e clima utile all'azienda, si è accorto che se non si apre con il sindacato un confronto serio sulla produttività, la sua società non si rilancerà mai fino in fondo. E questa consapevolezza determina nuovi rapporti con il governo come si è constatato nella cena di qualche giorno fa tra Berlusconi e industriali italiani. Preziosa è anche l'iniziativa di Corrado Passera che, anche in questo caso d'intesa con un mondo Fiat che riprende peso in Intesa San Paolo e forzando la mano di Giovanni Bazoli ed Enrico Salza, vuole togliere al grande istituto di cui è amministratore l'immagine di banca prodiana.
In questo scenario vanno valutati anche gli incontri tra Tremonti e Guido Rossi, e le comuni riflessioni sulle regole che mercati veramente liberi devono darsi.
Carlo De Benedetti e il suo gruppo avevano dopo le elezioni colto il nuovo clima e cercato, pur mantenendo la loro opposizione al centrodestra, di ragionare nei termini della nuova stagione. Poi, i sicarietti delle procure militanti che abbondano nelle redazioni debenedettiane più la prosopopea di Eugenio Scalfari (ora costretto a scrivere quasi ogni giorno un articolo per scusarsi con Ezio Mauro di averlo spinto nella trappola di piazza Navona) avevano fatto passare la convinzione che si potesse ripetere la defenestrazione di Berlusconi per via giudiziaria. Finita questa speranza con la nota manifestazione dei pagliacci-forcaioli, non sarebbe male che riprendesse lo sforzo per dotare l'Italia di un establishment più ampio, con opzioni politico-culturali diverse, ma determinato nel difendere pluralismo e interessi nazionali.
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