di GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica 22 luglio
2008
GIULIANO Tavaroli dice: "Quando Pirelli acquisisce Telecom
Italia, agosto 2001, Marco Tronchetti Provera mi annuncia: "Lei verrà con me a
Roma".
Poi mi chiama Carlo Buora. Lo incontro a Milano in
trasferimento dalla montagna al mare - ero in vacanza con i miei - e quello mi
dice che non se ne fa più nulla.
Mi spiega: "Contrordine, lei resterà in Pirelli, Enrico
Bondi (all'epoca, amministratore delegato) vuole con sé in Telecom un
altro. Naturalmente ne parlo con Tronchetti Provera che mi rassicura: "Lei si
occuperà delle mie cose romane". Le sue "cose romane" erano i suoi guai romani.
E c'erano guai dappertutto, in quel momento".
"Gasparri (il ministro
delle Telecomunicazioni) non gli piaceva e Tronchetti non piaceva a
Gasparri. In estate, al festival dell'Unità di Rimini, Massimo D'Alema lo
attacca a testa bassa...
Ho già detto che una concezione moderna della
sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche - o
soprattutto - quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i
pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse,
condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E' un lavoro che si
nutre di conoscenza. Conoscenza dell'avversario, delle sue ragioni più
autentiche e nascoste, ma è anche "sapere" e dunque capacità di adattarsi a
quella "emergenza" o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo
"analisi del rischio" e "analisi di scenario". In quell'avvio di gestione della
Telecom, ne avevamo bisogno come dell'aria. Il momento intorno a noi era
sconfortante. Non c'era stato soltanto l'11 settembre, c'erano ancora le macerie
dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini".
(Tavaroli qui svela - e nemmeno troppo velatamente - il lavoro di
spionaggio a cui, sostiene, "nessuna azienda rinuncia". Lo riduce a raccolta di
informazioni, a "mappatura" - diciamo così - dei caratteri, delle opinioni,
delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in
volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La
"conoscenza", come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro.
Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d'apertura, il livello minimo
richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il "sapere", la
combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche,
compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da
diffondere.
Tavaroli adopera un altro vocabolario, un'altra sintassi.
Parla di "analisi delle forze in campo", di "amici/nemici" ma, in
soldoni, non è che l'esito sia diverso.
Sempre di spionaggio si parla. La scena pare
questa.
Marco Tronchetti Provera, arrivato in Telecom, è
consapevole di essere uno "straniero" nella geografia del potere. Le leve del
comando - i primi governi Berlusconi hanno un peso politico debole, frammentato,
privi di una strategia di lungo periodo, stretti intorno a un uomo solo
interessato esclusivamente al proprio destino personale e imprenditoriale - sono
custodite e sostenute da uno schema "antico" che Tavaroli, come ambasciatore di
Tronchetti, ha incontrato nel giro delle sette chiese romane.
"Un network eversivo", lo definisce. Ne indica qualche
nome: Letta, Bisignani, Cossiga, Scaroni, Elia Valori, Pollari, Speciale,
Corigliano.
E' un'area di potere che costringe un estraneo come
Tronchetti in un disequilibrio informativo che lo condanna a subire, sopportare;
a essere condizionato.
Essere consapevoli di quell'asimmetricità è il punto di
partenza. Sapere è allora il terreno della risposta. Come affrontare
l'avversario? Come rendergli conveniente venire a patti o rinunciare a ogni
ostilità? Come guadagnare un margine di inviolabilità? E' un confronto
sotterraneo e senza esclusione di colpi.
A sentire Tavaroli - che va ripetuto non è un testimone
neutro, ma il principale indagato dell'affaire - è questo il mestiere che Marco
Tronchetti Provera gli affida).
"Di volta in volta bisogna adattare le
proprie iniziative all'avversario. D'Alema, per esempio. Penso di contattare
Lucia Annunziata, allora direttore dell'agenzia Apcom.
Ha buoni rapporti con D'Alema. Scelgo lei come canale per
entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di
futuro. Lei mi prospetta l'acquisizione dell'agenzia, me ne mostra i vantaggi e
le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia
contenuti e ne avevamo bisogno.
Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo
Associated Press, il meglio. L'affare poi si fece, come si sa. Comunque,
l'incontro D'Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della
Telecom.
Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama
Buora. Nel suo ufficio ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull'orlo di
una crisi di nervi.
Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro
dell'Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è
prossima al fallimento.
La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così
autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti
non ci sono rapporti.
Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei
maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi
antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il
capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco
Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello
studio di Tremonti.
Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per
dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e
interpreta, da dove possono venirti le informazioni - vere o false - che possono
danneggiare la mia azienda. Non c'è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si
capiscono al volo nel nostro mondo.
I due - Tronchetti e Tremonti - si incontrano. I problemi si
risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri.
Altro
episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a
Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non
si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e
qualche "analisi". Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d'investigazione del
mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del
Consiglio) l'incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi
(Parmalat).
Nell'autunno del 2004, l'uomo in Italia della Kroll, un
belga d'origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli
chiede "se il governo ha nulla in contrario che l'agenzia organizzi un'azione di
discredito contro Marco Tronchetti Provera". Sorprendentemente, invece di
metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende
tempo: "Le farò sapere!".
Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a
Roma in tutta fretta. E' il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per
quaranta minuti.
Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune,
"il nostro Marco" (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi.
Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6
novembre 2004, faccio pubblicare che c'è "un mandato d'arresto per l'uomo della
Kroll, Nunzio Rizzi".
La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che
gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno
mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può
essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio
andare d'accordo".
(Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro -
e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o
protette le intenzioni di Tronchetti - nessuno è escluso. Nemmeno la
magistratura).
"Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando
Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: "Il
tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi". Era accaduto che Pirelli Real
Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per
Pirelli era un affare, per Spataro un favore.
Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto.
Ho l'idea di farlo incontrare con Tronchetti.
Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore
grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono
testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene.
Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e
politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può
pregiudicare le responsabilità della politica. E' più o meno una banalità, ma
detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa
pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura.
Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli
interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell'idea dalla testa.
Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a
Tronchetti e di sicurezza per l'azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le
ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per
deboli di stomaco.
Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della
security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti
Provera quando mi diceva:
"Le abbiamo chiesto troppo". Se avevo bisogno di
informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani
(investigatore privato della Polis d'Istinto).
Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono
state - ma questi sono affari di Cipriani - indagini illegali. Ammetto che
bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e
Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di
Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell'indagine
della procura di Milano, non ce n'è traccia.
Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì. Le
cose andavano così. Fino a quando sono stato in Pirelli, sono stato più o meno
un "centro di servizi".
Tronchetti Provera, da Telecom, aveva bisogno di
informazioni. Mi chiamava e io provvedevo a raccoglierle. Nessuno si dovrebbe
meravigliare.
Le aziende vivono di informazioni fino alla raffinatezza
delle "analisi predittive". E non esitano a sporcarsi le mani. Un esempio?
Per quel che so, l'"Operazione Quattro Gatti", lo
sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, fu
finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3),
Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson.
Quando arrivo in
Telecom, il lavoro cambia. Agisco "di iniziativa" sulle analisi tipiche della
sicurezza. Attenzione, però, il "sistema Tavaroli" non era e non è mai stato il
"sistema Cipriani"".
(Tavaroli non ammette che l'uno integrava l'altro,
che l'uno sosteneva l'altro e mai parla del ruolo di Marco Mancini, il capo del
controspionaggio. Lo ripetiamo ancora: questa è soltanto la verità di un
indagato).
"E' a questo punto che arrivano i primi segnali dal "network
eversivo". Si fanno sotto quelli che io chiamo "i massoni". Cominciano a
scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro,
della mia presenza a Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel
Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico "nastro" delle informazioni
in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni
e di un servizio segreto. Lo avevate capito anche voi a Repubblica, ma
immaginavate che Telecom fosse il centro del "sistema" e non solo un segmento,
il più fragile.
Arriva il primo segnale e non faccio fatica a "leggerlo". Le
manovre compromettenti (è sospettato di essere coinvolto in un traffico
d'armi) di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di
Tronchetti) con uno dei figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò
Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi
Bisignani che aveva avuto l'informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la
musica. Anche Afef parve a rischio".
(Tavaroli non dice né vuole dire se
il dossier raccolto anche sulla moglie di Tronchetti sia stato una sua personale
iniziativa o un'operazione commissionata da altri o addirittura concordata con
il presidente della Telecom).
"E' un fatto che Afef si porta dietro
tutte le amicizie romane del primo marito, Marco Squatriti (Andreotti,
Bisignani, Letta). Ricordo che, quando Squatriti finisce in carcere, il primo
che gli va a fare visita, come avvocato anche se non era il suo avvocato, è
Cesare Previti. L'uomo deve essere finito al centro di una faccenda molto seria.
Perché nessuno s'incuriosisce al finale della storia di Italsanità (era la
società dell'Iri che aveva affittato dai privati 28 immobili da destinare a
residenze per anziani, impegnandosi a pagare affitti per 1.000 miliardi in nove
anni, di cui 572 a Squatriti, titolare degli 11 contratti più
consistenti)?
Sono stati rimborsati a Squatriti un centinaio di miliardi
di lire. Oggi Squatriti non ha più un soldo. Dove sono finiti i denari? E,
soprattutto, di chi erano?
Forse per tenersi buono questo giro, il Dottore ingaggia
Maurizio Costanzo (P2, tessera Roma 152), tutt'uno con Previti,
Squatriti, Gianfranco Rossi (il faccendiere romano, arrestato nel giugno
1994, è l'intestatario del conto corrente "coperto" FF 2927 presso la Trade
Development Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila
dollari fornitigli da Bisignani e parte della maxitangente pagata dall'Enimont
ai partiti di governo), Luigi Bisignani (P2, tessera Roma 203).
Tronchetti retribuisce Costanzo con 3 milioni di euro all'anno soltanto, in
definitiva, per costruire l'immagine di Afef. Ma, in realtà, Tronchetti vuole
tenerlo buono e, nel contempo, alla larga. Costanzo non aveva nemmeno il numero
diretto del suo cellulare. Si ripetono i segnali negativi.
Salvatore
Cirafici, capo della sicurezza di Wind, un massone, mi racconta che è stato
interpellato da un giornalista del Giornale che sta preparando un
articolo contro di me, ispirato da Luigi Bisignani. Che ci fossero fibrillazioni
in corso, lo deduco anche da altri episodi. Poco dopo il Natale del 2002,
diciamo nel gennaio del 2003, Berlusconi convoca Pollari a Palazzo Chigi e gli
chiede a brutto muso: "Chi è questo Tavaroli?", "E' vero che Mancini è un
comunista"?
Pollari replica, difende Mancini e comunica che sta per
nominarlo capo della 1° Divisione. Berlusconi abbozza. Non poteva dire di no a
Pollari. Come non glielo ha potuto dire poi, con il governo successivo, Romano
Prodi, che ha sempre difeso il direttore del Sismi.
La faccio breve, nel
2004 fonti della Guardia di Finanza fanno sapere in Telecom che "Tavaroli, da
punto di forza, è diventato un punto di debolezza".
A maggio mi convoca Tronchetti e, alla presenza di Buora, mi
consiglia di accettare una aspettativa di tre mesi per far calare il polverone
su di me e la società.
Accetto, non ho alternative. Per tre mesi, il telefono si fa
muto. Non mi chiama più nessuno, se si esclude Adamo Bove (il dirigente della
security governance della Telecom precipitato il 21 luglio 2006 da un cavalcavia
della tangenziale di Napoli: suicidio o istigazione al suicidio?). Vado in
Romania. Mi richiamano in Italia dopo l'attentato al Tube di Londra del 7 luglio
2005. Tronchetti chiede a Letta se può darmi una consulenza antiterrorismo.
Letta si dice d'accordo "nell'interesse del Paese".
A fine anno, il Dottore mi dice: devi rientrare.
Nel
gennaio 2006, quando sono pronto a rientrare, Cipriani si fa abbindolare dai
carabinieri di Firenze che non hanno mai smesso di blandirlo: "Vuota il sacco e
le tue responsabilità saranno ridotte al minimo...".
Quello ci casca e
trovano il dvd con i file illegali, peraltro già in possesso di Emilio Ricci,
avvocato, romano, comunista, amico mio, di Pollari, di D'Alema.
Cipriani consegna la password ai pm. In tempo reale la
notizia arriva a Tronchetti - penso attraverso l'avvocato Mucciarelli. Il
Dottore mi convoca. Mi dice: hanno il dvd; l'hanno aperto; lei non può più
tornare in azienda. Io mi mostro preoccupato. Gli dico: su quel dvd ci sono i
file di Brancher, e di Cesa, e la faccenda di D'Alema e dell'Oak Fund.
Inizialmente, Tronchetti finge di non ricordare. "D'Alema? - dice - e che
c'entra, io non so nulla...". Poi, qualche giorno dopo, gli torna la memoria e
ammetterà che era stato lui a commissionarmi quel lavoro per verificare se,
nell'acquisizione di Colaninno, fossero state pagate tangenti. Qualche mese
dopo, in maggio, Tronchetti alla presenza del solito Buora mi chiede le
dimissioni. Fu un lavoraccio, l'inchiesta "Oak Fund".
Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato
"Baffino", ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella
pancia di trecento società in giro per l'Europa per poi approdare a Londra nel
conto dell'Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio,
Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano
la firma Nicola Rossi e Piero Fassino.
Queste cose le ho dette anche ai pm
che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale,
diciamo "esponenti politici...".
Formalmente perché è necessario attendere
la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti
illegalmente sono utilizzabili nel giudizio.
Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più
bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia
di reato. E allora?
Sono assolutamente convinto che Tronchetti
sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura.
Credo che egli abbia lasciato esplodere il "caso Rovati" al solo scopo di
anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d'uscita. Con quel
che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli:
non hai l'autorità né la credibilità per governare le reti.
Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati
Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire
una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su
sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell'area di
potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece,
ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l'idea che
la si stia sfidando. Genio dell'opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare
sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e
senza un'ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore
cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto.
Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro
papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto
fiducia a chi non la meritava.
Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro
espiatorio di questo affare".
(2. Fine) (
22 luglio 2008)
Torna
alla prima puntata
****
Gli scenari dello
scandalo
Un'inchiesta in cui anche magistratura e informazione
hanno dimostrato debolezze. Un dossieraggio frutto della guerra tra blocchi di
potere
di
GIUSEPPE D'AVANZO La Repubblica 23 Luglio 2008.
Si sente dire spesso che in quei luoghi, in quelle
istituzioni, in quei paesi dove non soffia alcun venticello di critica pubblica,
cresce come un fungo una corruzione senza colpa. Non c'è dubbio che
l'informazione sia e debba essere, per mestiere e dovere, un alimento di critica
pubblica. C'è il giornalismo che pretende di ricostruire la verità. C'è un altro
giornalismo che sa di non poter afferrare con una presa sicura l'intera storia
che racconta. E' un giornalismo consapevole di un limite e accetta di lavorare a
una continua approssimazione della verità, cosciente che non saprà mai davvero
che cos'è la verità, ma saprà che cos'è la menzogna. La indicherà ai suoi
lettori.
Vi si opporrà, per quel che poco o molto che è in grado di fare. E
potrà ripetere ai pochi o ai molti che gli concedono ogni giorno fiducia: "Non
vi abbiamo mentito".
Avremmo mentito ai nostri lettori se avessimo accettato
le conclusioni minimaliste dell'affaire Telecom.
In questi giorni si è andata
disegnando, da più parti e anche con voci autorevoli, una scena capovolta, fuori
da ogni cardine. Scomparivano i protagonisti e i comprimari, le loro condotte e
responsabilità, la lunga scia di illegalità, abusi e ricatti. Come d'incanto,
soltanto distrattamente si ricordava al lettore (e c'è chi non ha fatto nemmeno
questo) che, nella maggiore società di telecomunicazioni del Paese, la Telecom
Italia di Marco Tronchetti Provera, sono stati raccolti migliaia di dossier
illegali in collaborazione con l'intelligence italiana, in violazione di ogni
privacy con finalità ancora tutta da chiarire.
In occasione della
conclusione delle indagini, l'imputazione di una responsabilità oggettiva di
Pirelli e Telecom in capo al suo presidente (Tronchetti) e amministratore
delegato (Buora) è apparsa diventare, a leggere alcuni commenti e bizzarre
dichiarazioni, un'assoluzione piena: un esito da esibire come un fiore
all'occhiello.
Per farlo, bisognava lavorare a una cosmesi dei fatti. Un
annuncio di fine indagine è stato presentato come un proscioglimento definitivo
come se si trattasse di una sentenza assolutoria e conclusiva, prima di leggere
la richiesta di rinvio a giudizio che ancora non c'è e la decisione del giudice
dell'udienza preliminare che un giorno verrà.
Si è scritto che Tronchetti è
stato "scagionato". Il primo a crederci è stato il presidente di Pirelli. Si è
detto "contento e molto soddisfatto perché è emersa con chiarezza la verità". La
verità provvisoria è che due società Pirelli e Telecom (con Tronchetti legale
rappresentante) non hanno impedito ai propri dipendenti di commettere reati
nell'interesse delle società. Tronchetti non avverte la responsabilità di quella
omissione. Non crede di dover chiedere almeno scusa, con umiltà, agli spiati o
almeno agli azionisti Telecom: già provati dalla sua gestione, dovranno presto
mettere mano al portafoglio per pagare centinaia di miliardi di risarcimento
alle vittime dello spionaggio fiorito per la trascuratezza di un presidente e di
un amministratore delegato.
Non è nemmeno il peggio. Il peggio è
l'acquerello a tinte tenui che vuole rappresentare l'affaire. Tre amici
d'infanzia (Tavaroli, Mancini, Cipriani) fanno carriera partendo dal fondo della
scala. Conquistano la potente e ricca security della Telecom (Tavaroli), il
controspionaggio militare (Mancini), un'importante agenzia d'investigazione
(Cipriani). Incrociano le informazioni in loro possesso. Formano dossier
spionistici in libertà con le risorse della Telecom e dello Stato. Lucrano
profitti e potere personali.
Fine dell'affaire.
Avremmo mentito se
avessimo accettato senza un dubbio, senza un interrogativo questo tableau
piccino, semplificatorio. E non per un pregiudizio sfavorevole alla Telecom o a
Tronchetti Provera. Ma per quel che già si è potuto leggere nelle cinque
ordinanze dei giudici milanesi.
La security di Tavaroli disponeva di risorse
finanziarie senza limiti, alimentate in parte dal "fondo personale" del
presidente. Nessun controllo aziendale di audit. Dipendenza diretta dal
presidente. Quattro diversi "sistemi" capaci di rubare informazioni riservate
senza lasciare traccia. Una piattaforma di hackeraggio ("zone H") nei paesi
dell'Est, utilizzata per intrusioni informatiche, finanziata dalla Telecom e
posta in bilancio come "investimento per immobilizzazione materiale" (poteva
dare benefici a lungo termine). Una rete di pubblici ufficiali sparsi su tutto
il territorio nazionale, ""sensori" per ogni indagine o accertamento che potesse
interessare la Telecom-Pirelli". Collegamenti con l'intelligence francese,
inglese, americana, israeliana e naturalmente italiana. Una pericolosissima
"macchina da guerra".
In due occasioni, il giudice per le indagini
preliminari Giuseppe Gennari ne indica esplicitamente il
beneficiario.
Ordinanza 18 gennaio 2006, pag. 188: "... che Tavaroli
gestisse pratiche di questo genere nel suo singolare interesse è altamente
improbabile. Ci troviamo di fronte a una gravissima intromissione nella vita
privata delle persone e a un tentativo di captazione occulta di dati e notizie
riservate, mossa da logiche puramente partigiane, nella contrapposizione tra
blocchi di potere economico e finanziario. Logiche che tendono a beneficiare non
già l'azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il
proprietario di controllo".
Ordinanza 20 marzo 2007, pag. 168: "Osserviamo
anche il riemergere di una tipologia di investigazioni che, in modo
difficilmente revocabile in dubbio, rispondevano a esigenze dei vertici e della
proprietà aziendale".
La convinzione del giudice quasi imponeva a un
autonomo lavoro giornalistico di cercare Giuliano Tavaroli. Di chiedergli un
colloquio. Di raccogliere la sua versione dei fatti. Era il diavolo. Era
descritto come l'artefice e il conduttore di quella "macchina da guerra". Si
diceva che avesse lavorato nel suo esclusivo interesse gabbando il suo padrone.
Che cosa aveva da dire? Qual era la sua verità? E questa verità non era, pur
nella sua parzialità, di interesse pubblico in un affaire dove tutti avevano
avuto possibilità di accusare o difendersi e che aveva provocato anche un
decreto di legge del governo approvato dalle Camere (la distruzione dei dossier
raccolti illegalmente)?
Sono queste le ragioni che hanno convinto Repubblica
a pubblicare l'ampio resoconto dei colloqui con Giuliano Tavaroli.
Abbiamo
ritenuto che l'inedita ed esclusiva ricostruzione del principale indagato (anche
con le possibili manipolazioni di cui abbiamo avvertito il lettore) potesse dare
al quadro un tassello in più e una profondità, una concretezza, un profilo che
le anticipazioni giudiziarie annunciavano piatto, senza asperità, quasi neutro
con la storia assai poco credibile dei "tre amici intraprendenti". Comprendiamo
l'irritazione di chi, proclamandosi estraneo a quei fatti, ne è stato
coinvolto.
Ma oggi abbiamo sotto gli occhi, con i nomi,
i cognomi, qualche circostanza e dettaglio, quella "contrapposizione tra blocchi
di potere" già intuita dal giudice nel gennaio del 2006. Vi affiorano figure che
decidono della cosa pubblica senza alcuna responsabilità istituzionale; una
filiera di immarcescibili massoni che lo scandalo della P2 non ha eliminato
dalla scena; comportamenti obliqui di governanti; ricatti; corruzione piccola e
grande; debolezze della magistratura, dell'informazione, delle amministrazioni
dello Stato e, al centro, una sorda lotta per il potere che non si fa mai
trasparente. Non ci appare la verità. Ci appare uno scenario più vicino alla
realtà dello scandalo Telecom.
****
L'ANALISI
Quel dossier in mano ai
magistrati
e il ruolo della libera
stampa
di Giuseppe D'Avanzo
La Repubblica 26 luglio 2008
NON SORPRENDE che l'affaire Telecom abbia
provocato una contesa molto aspra. Quel che delude e confonde i lettori è come
se ne parla e di che cosa si discute.
C'è chi si industria a disegnare
scenari - senza capo né coda - alimentati dalle pigre chiacchiere di
Transatlantico. Lungo il corridoio di Montecitorio, i "nominati" in Parlamento
almanaccano, congetturano, epperò accusano. Non sanno niente. Non hanno letto
niente (non le carte dell'affaire e nemmeno con cura le cronache), ma
dell'ultimo capitolo del "caso" (l'intervista di Tavaroli) spiegano la genesi,
gli attori, trame e intrighi immaginati spesso confondendo la notte con il
giorno, il sopra con il sotto, nella convinzione che le loro dicerie, ripetute
tre o quattro volte, assumano la qualità di prove storiche.
Quelle parole
libere sono presentate al lettore addirittura come "retroscena" e chi le combina
finge di non sapere che, lontano dai fatti, i quadri si possono comporre a mano
libera sostenendo una cosa e il suo contrario e il contrario del contrario in un
caleidoscopio di luci sempre ingannevoli e mai veritiere.
Lo spettacolo, pare, si riconosce soltanto un obbligo: "far
conoscere il mondo noioso dell'incomprensibile obbligatorio".
C'è poi chi
(il Corriere della Sera) si trova nelle mani l'ambiguità dell'affaire e ne è
spaventato, intimorito. Vuole soprattutto aggirare ciò che è accaduto. Per
farlo, ha bisogno di qualche cosmesi per censurare quel che ritiene una lettura
gonfia di pregiudizi e scettica perché non vede nella polvere, come vorrebbe,
l'avversario (Marco Tronchetti Provera). In questo quadro manipolato, chi
sospende ogni giudizio (come Repubblica) avrebbe per l'avventuroso critico un
"doppio standard": i pubblici ministeri sono "buoni" se azzoppano l'antagonista,
"cattivi" se lo scagionano. È una soporifera litania, molto datata. Per rendersi
oggi decente ha bisogno di una falsificazione e di due omissioni.
Deve
attribuire, a chi racconta il "caso", "un avversario". Deve rappresentare
Tronchetti Provera come target di un'aggressione mediatica. E'
falso.
Tronchetti non è l'obiettivo di nessun assalto. E' purtroppo il
presidente di Telecom e Pirelli negli anni in cui nasce e prospera, nel corpo di
quelle società, un abusivo "servizio segreto di un paese di media potenza" che
compila migliaia di dossier illegali contro "i nemici" e anche "gli amici"
(politici, economici, finanziari, istituzionali) delle due aziende.
Tronchetti era consapevole di queste pratiche o gli "spioni" hanno
approfittato della sua trascuratezza? Non si può omettere di ricordare ai propri
lettori che la questione, per il momento, divide il pubblico ministero dal
giudice per le indagini preliminari. Per il pm, la responsabilità di Tronchetti
è soltanto "amministrativa" (è stato negligente, si è lasciato prendere la mano
da quei ceffi). Per il giudice, va valutata anche una sua diretta responsabilità
penale (il lavoro di Tavaroli e delle sue spie "tende a beneficiare non già
l'azienda, ma il proprietario di controllo"; i dossier "rispondevano a esigenze
della proprietà aziendale").
Non c'è un pregiudiziale "doppio standard". La
doppia lettura degli avvenimenti è interna al processo, è nelle "carte". Non è
sollecitata da un malanimo contro Tronchetti. È, come si dice, un fatto.
Sono proprio i fatti che, in questa storia, si preferisce omettere. Anche
chi non li nasconde sembra concludere che non abbiano poi molta importanza. Come
se non ci fosse più bisogno di accertare che cosa è accaduto, di riflettere su
quel che è accaduto. Come se non fosse necessario o doveroso, se vuoi informare,
sapere e raccontare come nel nostro Paese si formano le decisioni; chi decide;
perché; dove; dietro a quali interessi, con quale volontà di potenza e
metodi.
È questa del "caso Telecom" la sola cosa importante, la sola di cui
valga la pena occuparsi (ce ne scuseranno Tronchetti e Fassino) perché è una
storia che parla della natura del potere italiano.
Come hanno osservato
analisti più acuti dell'avventuroso critico, anche la "verità" di Giuliano
Tavaroli può essere, a questo proposito e nonostante l'ambiguità della sua
testimonianza, utile a rappresentare l'affresco di quel potere, i protagonisti e
le figurine, la tavolozza dei colori, il teatro, il canovaccio. Vi si colgono
una geografia e paradigmi che dimostrano quanto concreta sia diventata oggi la
profetica chiaroveggenza di Guy Debord, la sua analisi lucida e severa delle
miserie e della servitù di una società moderna (La società dello spettacolo).
In questa storia si vedono all'opera "un numero sempre maggiore di uomini
formati per agire nel segreto; istruiti ed esercitati a non far altro. Sono
distaccamenti speciali di uomini armati di archivi segreti riservati, cioè di
osservazioni e analisi segrete. E altri sono armati di varie tecniche per lo
sfruttamento e la manipolazione di questi affari segreti". Si scorgono in
controluce ovunque "reti di influenza" coerenti con le nuove condizioni di una
proficua gestione degli affari economici, la naturale conseguenza del movimento
di concentrazione dei capitali.
L'affaire Telecom è, allora, una domanda a
cui nessuno vuole dare una risposta: come si formano, nel cuore del potere
italiano, i "legami di dipendenza e di protezione"?
È bizzarro che nessuno
si chieda perché il piduista Luigi Bisignani, ancora oggi, possa attraversare la
scena pubblica e decidere (come tutti nelle consorterie del potere sanno e
dicono) delle nomine più prestigiose. In base a quale autorità?
E' curioso
che nessuno si sorprenda che Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del
Consiglio) accetti di discutere con un dirigente della Kroll (la più grande
agenzia d'investigazione privata del mondo) "un'operazione di discredito contro
Tronchetti" e non lo sbatta fuori dal suo studio, non inviti subito il ministro
dell'Interno ad annullare la licenza di quell'agenzia. Perché?
"Il vero è
sempre un momento del falso" in questo mondo di spie e di aziende che li
lasciano fare per distrazione o li utilizzano con sapienza. Come non sappiamo
ancora quali siano le responsabilità di Tronchetti, noi non sappiamo se i Ds
abbiano mai avuto conti all'estero con la firma di Piero Fassino, come sostiene
Tavaroli. L'affermazione ha provocato un putiferio e qualche questione di
metodo. Quale controllo è stato effettuato?
Quel che dice Tavaroli è sostenuto da un dossier a
disposizione della magistratura? Quei dossier saranno usati nel processo oppure
ritenuti inammissibili come prove?
Sono interrogativi ragionevoli. Il
dossier esiste - alto una spanna, contiene i nomi dei beneficiari (non solo
quello di Fassino), i cognomi dei prestanome - ed è nelle mani dei pubblici
ministeri (naturalmente l'esistenza di un dossier non è l'automatica conferma di
un reato).
Altra questione è se potrà essere utilizzato in un'indagine. Con
un decreto legge del 22 settembre 2006, convertito in legge due mesi dopo, il
governo Prodi ha disposto che "il pubblico ministero disponga la secretazione
dei documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni. Il loro
contenuto non può essere utilizzato.
Entro quarantotto ore, il pubblico
ministero chiede al giudice per le indagini preliminari di disporne la
distruzione".
La legge è apparsa dubbia da un punto di vista costituzionale
al giudice di Milano (lede i diritti della vittima dello spionaggio) e sarà ora
la Consulta a decidere l'utilizzabilità o la distruzione di quel dossier. Come
ha spiegato una fonte vicina all'inchiesta a Repubblica, già il 26 gennaio del
2007 il dossier sui Ds è ora un "fascicolo in C". La formula è criptica, ma la
cosa non è poi molto complicata. Dal troncone d'una inchiesta si stralciano
alcune posizioni aprendo un fascicolo di "Atti relativi a...". Questo è il
fascicolo in C: permette al pubblico ministero di tenere in parcheggio
l'iniziativa penale senza pregiudicarla con i tempi stretti dell'istruttoria,
del processo e della prescrizione.
Sono atti che, in qualsiasi momento, a
ogni occasione utile, possono uscire dal parcheggio con un'ipotesi di reato
quando questa viene individuata e sostenuta da un'apprezzabile fonte di prova.
Il dossier è già stato materia di interrogatorio per indagati e testimoni.
Sorprende, allora, la sorpresa di Fassino e in generale del Partito
democratico. Marco Mancini, capo del controspionaggio, il 14 dicembre del 2006,
ha riferito alla procura di Milano che "nel 2003 seppe che Cipriani
(investigatore privato pagato da Telecom) era in condizione di avere
concretamente nomi di società all'estero riconducibili a personaggi della
sinistra specificatamente ai Ds". Mancini corse da Pollari (allora direttore del
Sismi) che lo "invitò a parlare con il senatore Nicola Latorre (Ds) il quale mi
disse che erano fesserie".
Consideriamo le parole di Mancini bubbole
(Latorre nega di aver mai saputo di un dossier). In ogni caso, i leader della
Quercia, se leggono i giornali, hanno saputo di quelle accuse 17 mesi fa, quando
Repubblica ne ha dato conto. Non si ha notizia che, in quel tempo, si siano
mossi gli avvocati di partito. Come, oggi, non si ha notizia di una querela per
diffamazione di Tronchetti contro il capo della sua security, che lo accusa di
aver commissionato lo spionaggio dei leader dei Ds.
Aggiustata qualche data
e qualche ricordo, si può concludere che l'ira furibonda provocata
dall'intervista di Giuliano Tavaroli non riguarda il suo racconto (della cui
ambiguità, Repubblica ha avvertito i lettori), ma la stessa possibilità di
raccontare, la stessa possibilità di lasciare accesa una luce su un affaire che
disegna le debolezze del nostro capitalismo, i deficit della nostra politica,
l'opacità del loro intreccio, le "reti d'influenza" e i "legami di dipendenza e
di protezione" del potere italiano.
Da questo punto di vista, l'applauso
corale che ha accolto Fassino alla Camera è degno di attenzione. Annuncia una
brutta stagione per l'informazione imputata di essere, quando fa il suo lavoro,
soltanto "disinformazione". Era già accaduto quando Repubblica svelò lo scandalo
di "Telekom Serbija" e poco dopo quando svelò la maligna macchinazione di una
commissione parlamentare contro Prodi e Fassino.
Anche in questo caso ci
aiuta Debord. "La disinformazione è nominata soltanto dove occorre mantenere la
passività. Dove la disinformazione è nominata, non esiste. Dove esiste, non la
si nomina".
(26 luglio 2008)
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L'ANALISI
Politica, spie e mandanti dell'affaire
Telecom
di Giuseppe D'Avanzo La
Repubblica Venerdì 1 Agosto 2008 - Rassegna stampa
Governo.it
MASSIMO D'Alema affronta l'affaire
Telecom e preferisce guardare alla luna e non al dito. In questi giorni, molti,
troppi hanno ritenuto di dover affrontare il "caso" dalla coda. Confondendo
l'effetto con la causa, si sono occupati soltanto di quel dossier illegale - ora
nelle mani della procura di Milano - che coinvolge Piero Fassino, come
beneficiario di un fondo estero per conto dei Ds.
Nessuno ha avuto voglia
curiosamente di porsi le domande più utili e necessarie: chi e perchè ha
commissionato quel dossier (a maggior ragione, se falso)?
Un largo fronte istituzionale e
politico (per la prima volta, in questa legislatura, bi-partisan) ha voluto
esprimere una calda solidarietà a Fassino e l'ha chiusa lì.
Come se l'affare fosse stretto (e si
esaurisse) alla vittima dello spionaggio e della manipolazione e non riguardasse
soprattutto lo spionaggio, gli spioni, i loro padroni, le ragioni nascoste della
manipolazione. E il cuore del problema che finalmente, con lucidità, D'Alema
indica. Dice: «Questa montatura è stata costruita da qualcuno. Vorremmo capire
chi è. Sicuramente hanno operato spie,
provocatori. Hanno cercato di danneggiare la nostra immagine, infangarci,
colpirci. Anche perché la vicenda Telecom ha toccato interessi forti nel Paese.
C'era una volontà di vendetta, senza che mai si concretizzasse nulla. Perché non
c'è nulla da trovare. Adesso però vogliamo che sia chiarito molto bene chi ha
messo su questi dossier, chi ha fatto queste indagini».
Il nodo da sciogliere è dunque
questo: chi ha ordinato alla rete spionistica della Telecom il diffuso e
meticoloso lavoro di dossieraggio?
D'Alema giudica però «un'operazione
molto grave da un punto di vista professionale» aver riproposto, come ha fatto
Repubblica, la testimonianza di Giuliano Tavaroli.
E ci pare che incappi in
una contraddizione: da un lato, chiede di sapere chi ha voluto metter su il
dossier calunnioso, dall'altro, giudica «un'aggressione mediatica» raccogliere
la testimonianza del capo «delle spie e dei provocatori» che svela, per la prima
volta e in pubblico, il nome di chi gli ha ordinato quella manovra contro i
Democratici di Sinistra.
Non è che le parole di Tavaroli siano oro colato,
naturalmente.
Dell'ambiguità della sua "confessione" abbiamo ripetutamente
avvertito il lettore, ma è indubbio l'interesse pubblico ed esclusivamente
giornalistico della sua testimonianza, per quanto critica possa essere. Tavaroli
fa il nome di Marco Tronchetti Provera come il mandante di quel dossieraggio. Ci
è parsa una notizia.
E' un'accusa di cui Tavaroli dovrà
rendere conto nel processo. Con ogni probabilità, sarà di nuovo interrogato dai
pubblici ministeri. Con ogni probabilità, chiederà di avere un confronto con il
presidente della Pirelli e, a quanto pare, raccoglierà in una memoria gli
argomenti che possono sostenere la sua chiamata di correo.
Si vedrà.
Quel che conta dire qui
è che appare difficile sostenere che dar conto della "confessione" di Tavaroli
sia «un'aggressione» e non giornalismo. Che non interpelli il diritto di
cronaca, ma «i limiti di guardia a cui è giunto il rapporto tra politica e
informazione». Ancora ieri Fassino ha ripetuto che «in causa non è la libertà di
stampa» ma «il ricorso sistematico a manipolazioni e false verità che
intossicano quotidianamente l'informazione» Anche in questo caso affiora - mi
pare - una contraddizione che capovolge la scena. L'informazione che racconta la
malattia del Paese, dei veleni che lo inquinano, dei detriti che ne condizionano
le decisioni diventa, in questa interpretazione, addirittura una patologia e non
una delle possibili terapie per immunizzare il discorso pubblico.
C'è stato
un tempo che lucidi analisti delle cose nazionali hanno saputo scorgere, nel
"nascosto" dello scandalo Telecom, «la malattia di un Paese» in quella «doppia
debolezza» che costringe «le élites economiche e le élites politiche a vivere
intrecciate: ne risulta un'opacità delle relazioni politiche-economiche che
incentivano i comportamenti di cui devono poi occuparsi i tribunali» (Angelo
Panebianco, Corriere della sera, 24 settembre 2004). Si scrisse
ancora:
«L'Idra italiana che a scadenza fissa si presenta sulla nostra scena
è precisamente ciò che è oscuro ed è destinato a restare tale. Tuttavia,
indoviniamo benissimo la mai sopita vocazione dei servizi di sicurezza a operare
oltre i limiti legali, la costante presenza ai margini della classe dirigente di
un sottobosco di intriganti, di fac cendieri, di ex qualcosa, sempre pronti a
vendere i propri servigi ma più spesso, forse, pronti a cercare di mettersi in
proprio; indoviniamo l'esistenza di ingentissime disponibilità finanziarie
occulte, frutto perlopiù di operazioni illegali, e infine avvertiamo benissimo
il continuo rumore, dietro le quinte dell'ufficialità economica e politica, di
un lavorio sordo fatto di favori, di ricatti, di relazioni più o meno sporche e
più o meno segrete, di intercettazioni, di informazioni sulla vita privata e di
quant'altro possa esserci di inconfessabile» (Ernesto Galli Della Loggia,
Corriere della sera, 27 settembre 2006).
Il quadro è quasi sovrapponibile,
come si vede, con gli scenari illuminati da Tavaroli.
In più, nella sua
"confessione" tutta da verificare, si possono leggere i nomi, le circostanze, le
manovre, le relazioni dell'«Idra» e leggere la trama di quegli «intriganti,
faccendieri, ex qualcosa», la presenza di «risorse finanziarie occulte e
operazioni illegali». Pare però che se l'informazione, anche per via della voce
concretissima di un protagonista compromesso con i fatti, trova tracce e
frammenti di quella nitida analisi diventa cattiva informazione. Con un bizzarro
doppio codice interpretativo, forse dovuto alla nuova congiuntura politica,
diventa addirittura «complottismo».
Addirittura «misterologia»:
«Una
poderosa costruzione mentale che soddisfa lesigenza primordiale di trovare un
ordine nel caos, una connessione nel disordine, una trama nell'insensato»
(Pierluigi Battista, Corriere della sera, 28 luglio 2008).
Omero credeva nei
complotti. Credeva che «qualunque cosa accadesse sulla piana di Troia era solo
un riflesso dei complotti in atto nell'Olimpo».
Poi ci è stato spiegato che
la teoria sociale della cospirazione può essere soltanto figlia di quel teismo
perché «deriva dall'abbandono di Dio e dalla conseguente domanda: "Chi c'è al
suo posto?"». Chi può credere oggi ai complotti? Non si può credere - magari per
frustrazione, impotenza, sfiducia, rancore - che ci sia non un vuoto, maun altro
pieno abitato da uomini, gruppi di potere, consorterie di pressione che
coalizzate orientano, influenzano, decidono al nostro posto, contro di noi,
contro il nostro futuro. E' una teoria che dimentica, dice Karl Popper, una
indistruttibile realtà della vita sociale: nessuna azione ha mai esattamente il
risultato previsto.
Le cose vanno sempre in un altro
modo da come ce le siamo immaginate. Questo non vuol dire però che non esistano,
nelle nostre azioni, scopi, obiettivi e strategie e alleanze. Il loro esito non
sarà mai quello previsto. Le conseguenze saranno indesiderate e impreviste.
L'affaire Telecom è lì a dimostrarlo: tutti gli attori di quello straordinario
lavorio sono usciti sconfitti.
Piaccia non piaccia, allora, il giornalismo è
questo. E' il racconto - anche approssimativo e controverso - di quelle azioni e
di quelle strategie, a meno di non pensare che gli argomenti siano diventati
ormai inutili, che non valga la pena di sapere «a che punto siamo»;
che non
possa esistere più una storia imparziale dei fatti o anche soltanto un giudizio.
Un grande giornalista diceva che «non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio
e vizio che non vivano della loro segretezza.
Portate alla luce del giorno
questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e, prima o
poi, la pubblica opinione li spazzerà via. La sola divulgazione di per sé non è
forse sufficiente, ma è l'unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli
altri».
Non conosco Piero Fassino, ma credo anch'io - come tutti - che sia un
uomo onesto. La sua integrità dovrebbe farlo riflettere sull'errore che lo sta
tentando.
Pensare che l'informazione sia la
malattia del Paese e non una delle necessarie terapie alle patologie della
politica può essere una strada senza ritorno alla vigilia di una stagione che,
in modo esplicito, vuole attenuare i contrappesi di un potere che non riconosce
alcun limite a se stesso.
Dove si canta una sola nota, le parole - anche
quelle di Fassino - non conteranno più.
****
Immunità dei politici? Sì,
però
di Michele Ainis - La Stampa.it 21 luglio
2008
L'immunità della politica non è la prima emergenza nazionale.
Però in quest'avvio di legislatura ha guadagnato la ribalta, oscurando ogni
altra questione sotto una nube di veleni. Tanto vale dunque prendere il toro per
le corna, cercando una soluzione duratura. Significa che dovremmo smetterla di
ragionarci sopra indossando una casacca, una maglietta da tifoso, quella dei
giudici o quella dei giudicati. E perciò significa in primo luogo riconoscere
che l'immunità non è affatto un privilegio odioso, un salvacondotto per i
briganti seduti in Parlamento. È odiosa casomai la modalità con cui il nostro
ordinamento ne disciplina l'uso, la regola schizoide che protegge una quota
degli eletti cacciando all'inferno l'altra quota.
D'altronde non è un caso se
tale speciale protezione viene assicurata da tutte le democrazie di questo
mondo. Quanto all'irresponsabilità per le opinioni espresse in Parlamento, la
sua prima origine risale nientemeno che all'Inghilterra del 1397, durante il
regno di Riccardo II. L'immunità dagli arresti prende invece corpo nella Francia
rivoluzionaria, con un decreto del 26 giugno 1790, dopo l'incriminazione del
deputato Lautrec. In ambedue le fattispecie l'inviolabilità delle assemblee
legislative servì a difenderne l'indipendenza, o meglio la libertà rispetto a
persecuzioni politiche intraprese con strumenti giudiziari. In altre parole, la
garanzia protegge la funzione, non i singoli. Ecco perché essa è sempre
irrinunciabile, come il Parlamento subalpino chiarì fin dal 1854. Ed ecco perché
non sta né in cielo né in terra la rinunciabilità inventata dal Lodo Alfano:
un'invenzione che davvero trasforma la prerogativa in privilegio.
Ma non è
tanto di questo che si tratta. Nel 1947 i costituenti disegnarono un sistema
equilibrato, che ruotava attorno all'autorizzazione a procedere, concepita quale
antidoto al fumus persecutionis. Sicché il diniego - disse nel 1988 la Giunta
del Senato - va espresso contro ogni azione penale persecutoria, "per il tempo e
le modalità del suo esercizio ovvero per la sua manifesta infondatezza". Poi,
sotto il vento di Tangentopoli, nell'autunno del 1993 i casi sottoposti ad
autorizzazione subirono una robusta sforbiciata. Non senza incongruenze, giacché
al contempo fu introdotto il preventivo assenso delle Camere per intercettare un
loro membro, che è un po' come se il marito avvisasse la consorte che il giorno
dopo la sorprenderà in flagranza d'adulterio. Passa ancora qualche anno, e nel
2001 la riforma federalista eleva alla massima potenza il ruolo dei presidenti
regionali, senza però dotarli di alcun ombrello protettivo. Il resto è cronaca
di oggi: il lodo Alfano, col suo scudo di ferro per quattro uomini delle nostre
istituzioni.
Il risultato di tutti questi aggiustamenti in corso d'opera è un
sistema sbilenco e strampalato. Rende signori della legge i presidenti delle
Camere, ma lascia esposti all'abuso giudiziario quelli regionali, che nelle loro
venti repubblichette sommano le funzioni di capo di Stato e di governo. Senza
dire del sindaco di Roma o di Milano, che pesa ormai come un ministro, ma non ha
le garanzie riconosciute ai consiglieri del Molise. Serve dunque, in primo
luogo, recuperare un'omogeneità di trattamento.
E serve in secondo luogo
riesumare la vecchia autorizzazione, depurandola però dalle storture che ne
viziavano la resa ai tempi della prima Repubblica. Perché allora non c'era
neanche un termine per rispondere alle domande della magistratura, tanto che fin
dalla I legislatura ne vennero insabbiate 215 su 530.
Ma soprattutto perché
mancava la distinzione fra controllante e controllato. Da qui la prassi
corporativa del diniego di autorizzazione (186 casi su 229, nella legislatura
precedente la riforma), anche per reati come gli assegni a vuoto o la sfida a
duello. Da qui, in conclusione, l'esigenza di affidare ogni valutazione sul
fumus persecutionis a un organo terzo, né giudiziario né politico. Del resto
quest'organo c'è già, e ha sede alla Consulta. Diamogli quest'altra competenza,
e non ne parliamo più.
****
La partita dei poteri forti
di Lodovico Festa - Il Giornale 21 luglio 2008
Il lavoro
per disarticolare il governo Berlusconi ha avuto al centro l'iniziativa di
alcuni pm. L'assalto è stato pesante con diffusione illecita di intercettazioni
senza rilevanza penale più "pulsioni" antiberlusconiane (così le definisce anche
una sezione della Corte d'appello di Milano) di qualche giudice. È stato
respinto. Ma lascia qualche crepa su cui lavora il fronte antiberlusconiano
cercando di usare ora Giulio Tremonti ora la Lega. Nel centrodestra non mancano
furbate, arroganze, nervosismi, ma più che le manovrette dei Walter Veltroni o i
pettegolezzi sulle stanze del potere, conta il clima generale. E questo indica
come la stabilità di governo sia richiesta non solo dalla maggioranza della
società italiana ma anche da un establishment che in altre occasioni fu
antipatizzante verso Silvio Berlusconi.
Nel 1994 Gianni Agnelli partecipò a
un incontro con Berlusconi presidente del Consiglio, lasciando trasparire una
distanza ben interpretata dalla Confindustria di Luigi Abete e Innocenzo
Cipolletta. Nel 2001 mentre la Confindustria di Antonio D'Amato spingeva
l'attività riformistica del secondo governo Berlusconi, gli ambienti Fiat
preparavano una presidenza Montezemolo non solo fredda verso Berlusconi ma, poi,
anche sponsor delle sciagurate imprese prodiane. E così il mondo delle banche,
dove solo Banca di Roma aveva atteggiamenti non ostili (anche se bilanciati dai
rapporti con il centrosinistra).
Oggi la situazione è mutata. In
Confindustria Emma Marcegaglia svolge un ruolo di saldatura tra spinte più
movimentiste e riformiste e quelle più moderate e istituzionali, contribuendo
così a un solido dialogo tra "tutto" il mondo industriale e il governo. Come si
comprende dagli orientamenti della Fiat dove Sergio Marchionne dopo l'illusione
- alimentata da Luca Cordero di Montezemolo - che un rapporto privilegiato con
la Cgil portasse favori e clima utile all'azienda, si è accorto che se non si
apre con il sindacato un confronto serio sulla produttività, la sua società non
si rilancerà mai fino in fondo. E questa consapevolezza determina nuovi rapporti
con il governo come si è constatato nella cena di qualche giorno fa tra
Berlusconi e industriali italiani. Preziosa è anche l'iniziativa di Corrado
Passera che, anche in questo caso d'intesa con un mondo Fiat che riprende peso
in Intesa San Paolo e forzando la mano di Giovanni Bazoli ed Enrico Salza, vuole
togliere al grande istituto di cui è amministratore l'immagine di banca
prodiana.
In questo scenario vanno valutati anche gli incontri tra Tremonti
e Guido Rossi, e le comuni riflessioni sulle regole che mercati veramente liberi
devono darsi.
Carlo De Benedetti e il suo gruppo avevano dopo le elezioni
colto il nuovo clima e cercato, pur mantenendo la loro opposizione al
centrodestra, di ragionare nei termini della nuova stagione. Poi, i sicarietti
delle procure militanti che abbondano nelle redazioni debenedettiane più la
prosopopea di Eugenio Scalfari (ora costretto a scrivere quasi ogni giorno un
articolo per scusarsi con Ezio Mauro di averlo spinto nella trappola di piazza
Navona) avevano fatto passare la convinzione che si potesse ripetere la
defenestrazione di Berlusconi per via giudiziaria. Finita questa speranza con la
nota manifestazione dei pagliacci-forcaioli, non sarebbe male che riprendesse lo
sforzo per dotare l'Italia di un establishment più ampio, con opzioni
politico-culturali diverse, ma determinato nel difendere pluralismo e interessi
nazionali.
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