Tavaroli, l'esca & il
pescione
E il retroscena di Paolo Colonnello
link
*
Giovedì 31Luglio 2008
Mercoledì
23 Luglio l'ex Pm Antonio Di Pietro, con una nota pubblicata sul suo Blog -
ripresa da La Repubblica Giovedì 24 in una intervista al leader Idv -
convalida una delle tesi da me ipotizzate con
la nota diramata Lunedì 21 *Grazie Tavaroli, e dimmi grazie*
nota rilanciata
da giornali on line e siti di
informazione:
«Indicando Fassino Tavaroli ha lanciato un'esca,
ha parlato a nuora perchè suocera intenda. - scriveva l'ex Pm sul suo Blog - Non
tanto per far sapere ciò che abbiamo letto tutti,
ma per far sapere alle persone di cui non ha parlato che,
prima o poi, potrebbe farlo anche nei loro riguardi se non dovessero tutelarlo a
sufficienza»
Chi
sarebbe, secondo Di Pietro, la suocera a cui, con il memoriale dettato a
Giuseppe D'Avanzo, Tavaroli ha voluto lanciare un criptico
avvertimento?
La
nuora la conosciamo, è l'ex Segretario dei DS Piero Fassino indicato da
Tavaroli, assieme al DS Nicola Rossi, come intestatari di un conto estero
su cui sarebbe stata versata una maxitangente dall'ex azionista di Telecom,
Roberto Colaninno, da lui rilevata nel corso del Governo
D'Alema
E Venerdì 1 Agosto, su
Politica, spie e mandanti dell'affaire Telecom, ne
scrive Giuseppe D'Avanzo su La
Repubblica
Mentre sulla ipotesi Di Pietro, e sul
memoriale Tavaroli, Davide Giacalone scrive, questa volta non su
Libero, ma sul suo sito e sul Forum
Repubblicani:
(...).«Infine, la bomba, l'unica vera novità: Colaninno
pagò una tangente al partito dell'allora presidente del consiglio, Massimo
D'Alema, ed i soldi sono finiti in un conto londinese le cui firme di traenza
erano di Fassino e Rossi. Direi che si tratta di una bubbola colossale, alla
Igor Marini, per capirci ed intenderci.
Ma velenosa, perché l'Oak Found esisteva
sul serio, era veramente amministrato da Magnoni, ed effettivamente, ancora
oggi, non sappiamo chi ci fosse dentro.
D'Alema favorì Colaninno veramente, mica
per fantasia. Questa è una storia che ho raccontato nel 2003, ed è vera. Il
resto, invece, è depistaggio allo stato puro.
Perché?
Non lo so e preferisco non immaginarlo.
In ogni caso la giustizia latita e si muove con lentezza esasperante, quindi la
minaccia diffamatoria va a segno anni prima di un eventuale rimedio. Il nostro è
un Paese che ha perso gli anticorpi, dove la giustizia è morta, ed il puzzo di
marcio è terribile».(...).
*
Venerdì 1 Agosto scrive Giuseppe D'Avanzo su La
Repubblica
L'analisi
Politica, spie e mandanti dell'affaire
Telecom
*
IL
RETROSCENA
D'Alema, i veleni delle
spie Telecom
e i conti segreti in Sud America
Spunta un dossier per
incastrare il ministro: «Fondi movimentati al capo della
Farnesina»
COLONNELLO La Stampa.it 6 Giugno 2007
Sono due righe scritte in inglese all’interno di un
voluminoso rapporto «privilegiato e strettamente confidenziale» intitolato
«Project Tokyo» e redatto dagli uomini della Kroll, l’agenzia di investigazioni
private americana più importante del mondo. Due righe che si ritrovano anche in
alcune e-mail intercettate dagli uomini della Security Telecom di Giuliano
Tavaroli sul computer di un agente della Kroll, tale Erginsoy, e che finiscono
in un gigantesco file che racconta la guerra tra Marco Tronchetti Provera e
Daniel Dantas titolare del fondo brasiliano CvC-Opportunity per il controllo di
Brasil Telecom: il rapporto «K».
Una storia di anni fa ma resa
attuale dal caso Visco-Speciale
Due righe che però riguardano anche la
politica italiana e ne sono forse il cuore avvelenato delle polemiche di questi
giorni che, dietro il caso Visco-Speciale, il caso Antonveneta-Unipol, e il caso
Telecom, puntano in un’unica
direzione, rivelare ciò che nei chiacchiericci romani
si mormora da tempo e che lega in fondo, e vedremo il perché, tutte queste
storie: l’esistenza di conti segreti di alcuni esponenti della maggioranza, in
particolare del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Esistono questi
conti?
Negli atti in mano alla Procura milanese delle varie
inchieste condotte negli ultimi due anni, c’è un solo riferimento a questa
circostanza ed è contenuto in quel file dell’indagine Telecom. Due righe, non di
più, di cui La Stampa è in grado di rivelare il contenuto. Eccole:
«Source intelligence in Italy indicates that Inepar
(un fondo brasiliano,ndr) was the company that moved funds for the then
Prime Minister D’Alema, which involved Tl activities». Tradotto in italiano
significa che «fonti d’intelligence in Italia indicano che
Inepar era la società che ha movimentato i fondi per l’allora
primo ministro D’Alema, che ha coinvolto le attività di
Telecom».
L’origine: è il rapporto della Kroll stilato ai tempi
dello scontro su Brasil Telecom
In una e-mail datata 29 marzo 2004,
tale Charles della Kroll scrive anche: «Mi piace questo angolo di Inepar... Ho
saputo qui in Italia che Inepar era la società che ha movimentato i soldi per
D’Alema, coinvolto nelle attività di Telecom...». Nello stesso rapporto si
ricostruiscono anche le varie scalate Telecom, attribuendo quella «dell’era
Colaninno», ma è cosa nota, sempre alla benevolenza di D’Alema. Sono accuse
gravi che però si fermano qui, non trovano cioè altri riscontri, pezze
d’appoggio, documenti per dimostrare un’affermazione tanto pesante quanto
palesemente, almeno in quei rapporti «confidenziali», non dimostrata.
Eppure questa storia di un presunto conto in Brasile
dell’attuale ministro degli Esteri viene scritta nero su bianco e viene da una
parte consegnata dalla Kroll ai suoi committenti brasiliani, dall’altra
intercettata dagli uomini del «Tiger Team» di Fabio Ghioni che la ritrasmette a
Tavaroli insieme al dossier completo delle attività Kroll in Brasile, spionaggio
su Tronchetti e famigliari compreso. Diventa cioè uno dei tasselli del
gigantesco puzzle di misteri e dossier che da mesi sta avvelenando la vita
politica italiana.
Telecom e Unipol
Per capire
infatti il duro scontro in atto in questi giorni tra maggioranza e opposizione
sul caso Visco-Speciale, bisogna allargare il campo anche alla vicenda Telecom e
al giro di spioni pubblici e privati che la animano, nonché interpretare
correttamente i risvolti della vicenda Unipol, contestualizzando il tutto in uno
scenario più generale. Non si tratta necessariamente di descrivere un gigantesco
complotto, ma di seguire le tracce di una serie di avvenimenti che si
concatenano tra loro e che offrono, a chi le sa sfruttare, opportunità di
ricatto o di scambi silenziosi. Ma non limpidi.
Dunque: il «Progetto Tokyo» e i suoi inquietanti
contenuti (dentro e in alcuni allegati si trovano anche riferimenti a Berlusconi
e al suo ruolo nella partita Telecom) vengono intercettati nel
2004.
Gli spioni
La prima domanda è: chi sarà mai la
fonte «d’intelligence» in Italia che fa sapere agli uomini della Kroll
dell’esistenza di soldi di Massimo D’Alema movimentati in un fondo brasiliano?
Mistero. Impossibile non notare però un verbale del 14 dicembre scorso davanti
al gip Gennari e ai pm dell’inchiesta Telecom reso dal
dirigente del Sismi Marco Mancini, accusato di aver passato informazioni
riservate del servizio alla premiata ditta Tavaroli & Co.
Ebbene, Mancini racconta di aver ricevuto «dopo il
2003» dei dossier sui conti esteri di alcuni politici della Quercia e dell’Udc
che gli sono stati consegnati da Emanuele Cipriani, investigatore fiorentino
legato ad ambienti massonici (è buon amico della famiglia Gelli), nonché
principale fornitore dei dossier ordinati da Telecom e animatore di un network
di investigatori e uomini delle Forze dell’Ordine che arrotondano i loro
stipendi trafugando informazioni dalle banche dati riservate dello Stato.
Laziogate
Cipriani è anche legato ad ambienti della
destra, visto che si arriva a lui indagando sull’oscura vicenda del Laziogate,
dove, secondo le accuse, l’ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace,
si avvale di alcuni uomini del network di Cipriani per far spiare e fabbricare
falsi dossier su Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo, entrambi suoi
concorrenti alla poltrona della presidenza della Regione Lazio. Non si capisce a
che titolo e con quali mezzi Cipriani abbia indagato su presunti conti esteri
della Quercia («dossier Oak») e del segretario Udc Lorenzo Cesa. Fatto sta che
un bel giorno Cipriani consegna queste carte a Mancini. Il quale le porta
all’allora capo del Sismi Nicolò Pollari.
E qui iniziano i problemi. Mancini spiega infatti ai
magistrati che Pollari gli consigliò di contattare i diretti interessati per
sottoporre loro quel materiale. Procedura davvero singolare: un alto dirigente
delle istituzioni viene a conoscenza di fondi segreti di esponenti di spicco
della politica italiana e invece di rivolgersi alla magistratura o di ordinare
indagini più approfondite, ritiene di doverli sottoporre, o almeno così sostiene
un suo subordinato, ai diretti interessati. I quali, afferma Mancini, definirono
quelle carte delle «fesserie». I diretti interessati, ovvero il senatore
diessino e braccio destro di D’Alema, Nicola La Torre, e il segretario Udc,
Lorenzo Cesa, smentiscono però questa versione dicendo di non avere mai saputo
niente di dossier sui conti esteri fatti vedere da Mancini. La cosa sembra
finire lì.
Unipol e Abu Omar
Nel frattempo, tra il
2003 e il 2005, succedono cose straordinarie. La magistratura milanese apre
un’inchiesta sulla scalata Antonveneta scoprendo anche risvolti sulla scalata
Unipol Bnl, con intercettazioni che vengono definite «politicamente
imbarazzanti» per alti esponenti diessini. Quasi contemporaneamente si scopre
anche che un cittadino egiziano sospettato di terrorismo, Abu Omar, è stato
rapito nel marzo del 2003 in una strada di Milano da un commando di agenti della
Cia con la complicità di agenti italiani (e forse di uomini che hanno operato
con la Security Telecom) e che del sequestro era informato l’ex capo del Sismi
Pollari, nonché lo stesso Marco Mancini - che pure per questa vicenda verrà
arrestato - ed esponenti del governo Berlusconi.
Dunque, ci sono a questo punto due storie che si
muovono parallelamente e che tra la primavera e l’estate scorsa sembrano
raggiungere lo zenith: l’inchiesta Antonveneta-Unipol-Bnl, che porta a scoprire
il pagamento da parte di Emilio Gnutti di una consulenza di 50 miliardi di lire
a Giovanni Consorte (presidente Unipol) e Ivano Sacchetti (il vice) per la
rinegoziazione della vendita Telecom a Tronchetti Provera; dall’altra
l’inchiesta sul sequestro Abu Omar che fa finire sotto accusa lo stesso Pollari
per il quale la procura chiede il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso in
sequestro di persona. Sullo sfondo intanto inizia a muoversi l’indagine sui
dossier Telecom.
Il caso Visco
È in questo momento
caldissimo, luglio 2006, che s’inserisce la decisione del vice ministro Visco di
rimuovere da Milano la catena di comando della Gdf.
Una decisione che subito, nonostante le decise
smentite del viceministro, qualcuno accredita come determinata dall’indagine
condotta dalla Gdf sulla scalata Unipol-Bnl. Perché? Perché da quell’indagine
sono scaturite alcune intercettazioni su vari uomini politici che solo in questi
giorni un perito incaricato dal gip Clementina Forleo sta trascrivendo in vista
di un’udienza peritale prevista per lunedì prossimo. Eppure una di queste
intercettazioni, nemmeno trascritta ma conservata in un file a disposizione di
almeno una decina di computer di inquirenti e investigatori, finisce sulle
pagine de «Il Giornale».
È la famosa conversazione tra il segretario dei Ds
Piero Fassino e l’allora presidente di Unipol Giovanni Consorte («Allora abbiamo
una banca?»).
Nulla di penalmente rilevante eppure, squadernata
verso il finire della campagna elettorale (era aprile) deflagra come una bomba e
ingenera nuovi sospetti sulla possibilità che esistano ben altre conversazioni e
maggiori compromissioni.
Il fatto poi che Gnutti abbia pagato una cifra
esorbitante, 50 miliardi, allo stesso Consorte per una consulenza sulla vendita
Telecom tuttora all’attenzione della Procura milanese e che questi soldi, prima
di rientrare in Italia per essere sequestrati, abbiano preso aria su dei conti
esteri, ingigantisce ipotesi e presunti misteri.
Chi ha passato quella intercettazione al
Giornale?
Fonti autorevoli sostengono che quell’intercettazione
sia giunta da ambienti romani e non da via Fabio Filzi, sede della Gdf milanese.
Eppure fare credere il contrario conviene a chi vuole accreditare l’idea di una
vendetta politica del viceministro nei confronti dei quattro ufficiali milanesi
da trasferire. Nel frattempo si consuma, lontano dai riflettori, lo scontro tra
Visco e Speciale. Gli ufficiali alla fine non verranno rimossi e anche questa
storia cade nell’oblio. In realtà diventerà il detonatore di una bomba ad
orologeria che un anno più tardi, cioè ai giorni nostri, verrà fatta esplodere
rianimando gli spettri dei conti esteri della Quercia. Per giunta proprio a
ridosso dell’udienza davanti al gip che dovrà finalmente rendere conto delle
intercettazioni Unipol-Bnl, un centinaio, non di più.
E il Sismi
tace
Sono davvero così esplosive queste intercettazioni?
Chi le ha potute ascoltare, sostiene che non vi sia
nulla di più di qualche affermazione che potrebbe provocare degli imbarazzi
politici.
E allora? Perché tutta questa inquietudine?
Perché in realtà qualcosa che porta a dei conti esteri
della Quercia esiste, si trova invece agli atti dell’inchiesta Telecom ed è, al
momento, la frase che abbiamo pubblicato. Lo intuiscono perfettamente anche alla
segreteria dei Ds che, non a caso, due settimane fa si presentano in Procura con
il tesoriere Sposetti costituendosi parte offesa e facendo riferimento proprio
ai dossier di cui ha parlato l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini.
Manca infine ancora una versione, quella dell’ex capo
del Sismi Niccolò Pollari, per il quale il governo Prodi, a differenza di
Berlusconi, si spende fino ad entrare in conflitto aperto con la Procura di
Milano opponendo sul caso Abu Omar il segreto di Stato e rivolgendosi alla
Consulta per scaricare sui pm milanesi accuse da galera.
E’ Pollari, stando a Marco Mancini, che ha potuto
vedere bene questi dossier sui conti della Quercia e di Massimo D’Alema. E che
forse potrebbe avere un’idea a quale fonte d’intelligence italiana si siano
abbeverati gli spioni privati della Kroll per scrivere il loro rapporto
«Tokyo».
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