Cara
Giuliana,
Sono i meridionali come te che fanno vacillare
tante mie certezze, ma forse è solo perchè ti abbiamo inquinato :-)))
Con
stima Franco
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09-02-2008 Senatore
Pasquale Viespoli PDL
"La posizione della Lega, rispetto
all'ingresso di Mastella nel centrodestra, esprime l'opinione della stragrande
maggioranza degli elettori. Da Nord a Sud.
Anziché interrogarsi, Mastella
continua a riproporre l'idea aritmetica delle coalizioni, a rilanciarsi come
forza di interdizione e a perseguire il potere di condizionamento e di ricatto
dell'unità marginale". E quanto dichiara, in una nota, il senatore Pasquale
Viespoli, componente dell'esecutivo nazionale di Alleanza Nazionale.
"Il Sud,
come afferma Mastella, non può essere rappresentato da Bossi, che, peraltro, non
credo ne abbia l'ambizione, ma neanche da Mastella che, invece, ne coltiva
l'ambizione. Mastella si ostina a non capire che il suo meridionalismo -
prosegue il senatore sannita - proietta l'immagine di un Sud legato
all'assistenzialismo, alla lottizzazione e al clientelismo, con il risultato di
alimentare l'antimeridionalismo anzichè proporre un sano e positivo
meridionalismo". "Mastella ha il diritto - dovere di partecipare a una fase che
lui stesso definisce nuova. Ma la novità, per essere tale, richiede -conclude
Viespoli - rottura e discontinuità da parte di tutti.
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Ciao
Giuliana,
grazie per l'articolo, complimenti per la tua
attività artistica ricca di spunto per riflessioni di carattere
politico-culturale.
Ti auguro un ancor più grande successo. Un abbraccio da
Iarro Bino
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*Caro Cav, se "puttano" e 194...
Cara Giuliana,
dici
giustamente che Walter dovrebbe svelare i programmi. Io, elettore dell'Unione,
inizio a sospettare di quanto dice Veltroni ("possiamo abbassare le
tasse!").
Come si fa a dire una cosa simile, in un Paese ove gli sprechi per
cattiva gestione aumentano vertiginosamente e dove nessun analizza gli sprechi
giganteschi ?
LO spiego solo cosi: Accecamento ideologico, Italiani divenuti
ignoranti o incapaci!! Guardate il bilancio nazionale!!! Antonio
Greco
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Già, come fa a dirlo proprio lui che gioca tutto sulla sua
credibilità? Nessuno ci crede. (,-)
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Caro Cav, NO al "puttano", ascolta Bossi*?
Gliè come chiedere un pollo arrosto a
un morto di fame nel Bangladesh. Ma perché, pensi che Dell'Utri, Mangano e
Provenzano siano meglio di Mastella?
Ognuno "vasa vasa" chi si
merita. Quando ascolto Bossi parlare mi verrebbe voglia di caricarmi tutto
il "nordest" operoso sulle spalle, rimpacchettarlo e riconsegnarlo all'Austria
(mica gratis ovviamente). A parte per un paio di perle come Venezia, Verona e
Mantova, non credo ne sentirei tanto la mancanza.
Viceversa credo che loro sentirebbero parecchio la
mancanza di uno stato cialtrone dove vengono a gridare "Roma Ladrona" ma intanto
vengono a Roma a papparsi lo stipendio da parlamentari come tutti gli altri. E
anche peggio degli altri, visto che poi in culo ai vari referendum, si fanno
anche le leggi per aumentarsi lo stipendio (se Roma Ladrona non li paga
abbastanza, perché non li chiedono al ricchissimo Parlamento del Nord?). Se
fossi un romano, accetterei più volentieri un rumeno che uno come Bossi: tanto
sono entrambi delinquenti, però almeno il rumeno non sputa nel piatto dove
mangia (e fa pure la "scarpetta", e chi è di Roma sa cosa
significa).
Onore a Marco Pannella, unico vero faro della
Politica Italiana (con la P maiuscola), campione di coerenza e per questo
bistrattato da questo circo di pagliacci.
Cara Giuliana, gli fai troppo onore. Questa gente
non si merita che tu sprechi il tuo prezioso inchiostro (digitale) per loro.
Tentar non nuoce, dici tu. Ma un altro detto dice anche: "Non discutere mai con
un idiota. Qualcuno potrebbe non notare la differenza".
Un abbraccio, e
ancora una volta nella cabina sarò a fianco della premiata ditta Marco &
Emma. Magari non si vincerà, però loro non m'hanno mai deluso.
Abbracci Andy
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Che
personaggi!
In giro si vede troppa gente mediocre ma di
successo. La colpa del loro successo, purtroppo, è di quelle persone inclini a
riconoscergli meriti e qualità che non hanno, per pura adulazione e servilismo
nei confronti del potere, o forse nella speranza di riceverne qualche beneficio.
Pochi, forse per pigrizia, si prendono la briga di vedere chi veramente merita e
chi invece è solo baciato dalla fortuna o ha avuto una carriera costruita a
tavolino, da un editore o da uno sponsor per esempio.
Io ne ho scoperti
alcuni meritevoli, peraltro già molto conosciuti nella rete, e mi fa piacere
farli conoscere anche ad altri. Sono certo che Mr Google, l'unico sincero
democratico (almeno per ora) sulla faccia della terra -uno dei pochi che ancora
credono nell'eguaglianza delle condizioni- provvederà a rimbalzare questa
presentazione e, se interrogato, vi rimanderà ai loro scritti o siti: Ettore
Frangipane -(www.frangipane.it) noto
giornalista professionista in pensione.
Pier Luigi Baglioni - a leggere il
suo profilo e i suoi scritti sembra veramente un personaggio.
Gianni Pardo -
anche lui un prolifico (a volte anche troppo) scrittore.
Se poi avete un
pomeriggio libero andate pure a cercare come funziona la serpentina di Schietti,
e se lo capite fatemi il favore di mandarmi un e mail con la spiegazione. Una
volta il Corriere della Sera ha creduto in lui veicolando la raccolta dei fondi
per lo tsunami attraverso il suo sito, perchè non dovreste crederci
voi?
Viva, comunque, le persone normali! Bamboccione
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Benvenuto nella Rubrica
di Giuliana D'Olcese
Se io mi
candidassi alla carica di Deputato o Senatore della Repubblica? Ve lo siete mai
chiesto? Come vi comportereste? Volete sapere cosa farei io?
Innanzitutto
prenderei questa carica sul serio, molto sul serio, tanto da considerarla una
missione e quindi, ne consegue che mi considererei al servizio dei
cittadini.
Vorrei percepire lo stesso stipendio di un operaio per
comprenderne le difficoltà. Mi imporrei un tetto massimo di 1500 euro mensili
nette e mi batterei affinché tutti i miei colleghi facessero altrettanto. In
caso di spese sostenute durante l'esercizio delle mie funzioni, presenterei la
lista per il rimborso, come si fa in ogni azienda.
Frequenterei in caso di
necessità le strutture ospedaliere utilizzate dai miei connazionali e non andrei
all'estero per curarmi, pur ammettendo tale possibilità per chi non è
parlamentare. Utilizzerei treni e aerei al prezzo più basso possibile, per non
pesare eccessivamente sul bilancio dello Stato.
In Parlamento siederei in "religioso silenzio" ad
ascoltare ciò che hanno da dire i colleghi, dibatterei, spiegherei le mie
ragioni, ma mai mi lascerei andare ad atteggiamenti da stadio (applausi quando
cade il governo se io sono all'opposizione, men che meno sputerei in faccia a
chi la pensa in modo diverso dal mio, non lo insulterei, ma anzi lo ringrazierei
per avermi dato l'opportunità di vedere un altro lato della questione che si sta
dibattendo). Eviterei di fare la "primadonna" in televisione e dedicherei il mio
tempo totalmente al bene del Paese. Lascerei i comunicati stampa agli appositi
uffici, ma eviterei di mettermi troppo in mostra. Quando si è in tv si racconta
ma non si fa. Farei la sintesi tra due frasi: "farsi prossimo, partendo dagli
ultimi" (Card. Carlo Maria Martini) e "da ciascuno secondo le proprie
possibilità ad ognuno secondo le proprie necessità" (Karl Marx). Dopo 2 mandati
abbandonerei la politica per dare ad altri la possibilità di servire il nostro
Paese. Mi batterei affinché in caso di elezioni anticipate nessun parlamentare
potesse ripresentarsi. Abolirei tutti i privilegi.
Credete sia impossibile?
Io no, basta volerlo... Fabrizio Dalla Villa
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Il bipolarismo che conviene solo a
Silvio
di Emanuele Macaluso Il
Riformista
Nei partiti di centrodestra si sono verificate due
scissioni, con motivazioni e obiettivi diversi, il cui significato va però
segnalato. Mi riferisco a Storace e Santanchè che hanno fondato un partito più a
destra di An, più legato alla tradizione fascio-missina staccandosi dalla destra
moderata di An, per ruotare nell'orbita del "centrista liberaldemocratico"
Berlusconi. Un capolavoro. Ora però Fini, Storace, Santanchè, la Mussolini,
Rauti ecc. si ritrovano tutti nella Casa delle "Libertà". Le parole non hanno
più senso. Diverso è il caso di Tabacci e Baccini che si sono staccati da Casini
proprio per non ruotare più, come aveva dichiarato Casini, attorno al
Cavaliere.
Il rientro nella casa berlusconiana dell'Udc testimonia la
difficile ipotesi centrista.
Ma Tabacci e Baccini, con Pezzotta e altri
possono aggregare una forza di centro se resta in piedi il bipolarismo coatto?
Difficile. Ma questo travaglio al centro mette in evidenza l'errore di Veltroni
di puntare sul bipolarismo coatto, anche se il Pd si presenta da solo.
Beneficiario è solo Berlusconi. I processi politici, caro Walter, a volte
contraddicono desideri e disegni e bisognerebbe pigliarne atto, altrimenti si
sbatte la testa al muro.
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Vetrusconi? La sfida lanciata da
Veltroni
pare abbia suscitato in seno a tutte le forze
politiche, di destra, di centro e di sinistra, la consapevolezza (Vera?!
Apparente?!) che sia giunta l'ora di uscire dal tunnel dello scontro mutuato
dalla becera cultura da "Curva Sud", per cercare di "scoprire" la politica
fondata sul dialogo e sul confronto di proposte che abbiano come obiettivo il
bene dell'Italia e di tutti i suoi cittadini. Senza né risse, né
demonizzazioni. Dico "scoprire" perché a me non pare si possa dire: "ritornare".
Ritornare dove?
A memoria mia, la politica in Italia, anche in passato, si è quasi sempre
esercitata in un clima di risse, minacce, demonizzazioni.
Dire "ritornare
alla politica", quindi, significherebbe, praticamente, ritornare alla
defunta cultura che aveva creato quel clima, sulle cui ceneri è nata l'ancora
più squallida cultura da "Curva Sud". Infatti la cultura da "Curva Sud" è nata
dalle macerie del "Muro di Berlino" per colpa sia di chi non ha accettato la
morte del "fantasma" che vi era rimasto sepolto, sia di chi lo ha riesumato per
usarlo come spauracchio e, così distrarre la gente dagli affari, secondo "certi
magistrati", poco puliti che egli amava poter sbrigare in "libertà". Parola
magica questa "libertà", te l'appiccica dappertutto. Non vive che per essa. E,
anche se è un modo di vivere che non si concilia con il codice penale, branchi
di ammiratori lo imitano. Non stiamo qui ad approfondire, per non disattendere
il messaggio veltroniano, che invita al dialogo e non alle polemiche ed alle
incriminazioni: ma con tanti "gatti e volpi" in circolazione, che dicono di
voler dialogare, raccomandare un po' d'attenzione credo non guasti.
Ai
compagni della Sinistra, cui auguro riescano ad unirsi sotto un'unica insegna e
ad associarsi al PD, voglio dire che anche a me piacerebbe la vecchia "Falce e
Martello" e il nome "Comunismo", simboli per i quali abbiamo lottato rischiato
la vita e tanti sono morti, ma nell'immaginario collettivo, ormai, hanno perso
il significato ideale per il quale erano nati, e quindi si sono resi
impresentabili. E poiché qualcuno ha costruito la propria fortuna politica ed
economica sfruttando il richiamo ai regimi cui quel simbolo e quel nome sono
associati: eliminiamoli e facciamo in modo che non possano essere sfruttarli
ancora.
Ciò non impedisce di continuare a perseguire i Vecchi Ideali. A
condizione, però, che si conferisca alla "Libertà" (in passato calpestata)
un valore concreto e, inoltre, si ripudi sia il richiamo alla "Dittatura"
e sia al "Proletariato". La "Dittatura", perché da chiunque sia esercitata
non può che essere oppressiva e reazionaria.
"Proletario", letteralmente significa "padrone soltanto dei propri figli":
i padri padroni non mi sembra si concilino con un ideale di progresso e di
libertà.
Al posto di "Proletario": "Lavoratore" basta e avanza. Cordiali
saluti Pasquale Iacopino
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Aborto: "Il Caso Basilicata",
da anni boicottata la 194. Il 93% dei medici è obbiettore:
già denunciato dai radicali e Ass. Coscioni
l'Ospedale San Carlo di Potenza. In Lucania la legge 194 è quotidianamente
boicottata da un esercito di obiettori.
Ad oggi la Basilicata detiene il record italiano di
medici obiettori di coscienza all'aborto con una percentuale vicina al 93 per
cento. Nell'ambito di questo primato registriamo le situazioni della più grande
azienda ospedaliera della Basilicata, l'ospedale San Carlo di Potenza, dove la
percentuale di obiettori è del 95 per cento e dell'ospedale di Lagonegro, che
vanta un primato nel primato, con il cento per cento di obiettori. L'ospedale
San Carlo di Potenza, come detto, è la più grande azienda ospedaliera della
Basilicata, ed è proprio occupandoci dall'applicazione della legge 194 che
abbiamo potuto riscontrare come questa struttura sia letteralmente occupata dai
militanti di organizzazioni antiabortiste vicine al Vaticano. Due le
convenzioni tutt'ora operative: la prima, quasi decennale, con il Cav(Centro di
aiuto alla vita); la seconda, stipulata con l'associazione "Difendere la vita
con Maria". Oggi, dopo una dura battaglia condotta dall'Associazione Radicali
Lucani e dall'Associazione Coscioni, non è più consentito ai militanti del Cav
violare disinvoltamente la privacy delle donne che scelgono il San Carlo per le
interruzioni di gravidanza.
Fino al gennaio del 2007, in base a quanto
previsto dalla convenzione San Carlo-Cav, i militanti dell'associazione
antiabortista potevano deambulare liberamente nei reparti di ostetricia e
ginecologia nei giorni previsti per la prenotazione e l'espletamento dell'iter
per l'intervento di IVG.
Oggi, pur permanendo all'interno del San Carlo una
presenza militante, la direzione si è vista costretta a porre dei paletti,
circoscrivendo l'azione del Cav fuori dai reparti di Ostetricia e Ginecologia.
Una piccola conquista in un contesto che rimane comunque militarizzato da chi,
essendo legittimamente antiabortista e contrario all'utilizzo dei più comuni
metodi anticoncezionali, dovrebbe svolgere la sua opera militante fuori dalle
strutture pubbliche e da un ospedale della Repubblica Italiana.
Al San Carlo
di Potenza, come a Lagonegro, come in tutta la Basilicata è stato messo in piedi
un potente apparato dissuasivo finalizzato al boicottaggio della legge
194.
Non è un caso che il 50 per cento delle donne lucane che decidono di
praticare l'IVG si rechi fuori regione, ed è ragionevole pensare che, grazie a
questa incredibile situazione, ci sia ancora aborto clandestino, magari
praticato proprio da qualche medico che nelle strutture pubbliche si dichiara
obiettore.
Per me, per noi militanti radicali, tutto questo costituisce una
pratica violenta, tesa a distruggere la libertà di scelta, alla quale non
vogliamo e non possiamo rassegnarci.
Ed è proprio per ripristinare un minimo
di legalità in seno all'Azienda ospedaliera San Carlo che il 26 gennaio del 2007
abbiamo depositato una denuncia presso la Procura della Repubblica di Potenza.
Ad oggi non abbiamo ancora ricevuto risposte, ma non disperiamo, pur sapendo che
in terra di Lucania toccare la Curia e le sue organizzazioni paramilitari
significa di fatto essere messi all'indice.
Roma 14 Febbraio 2008. Dichiarazione di Maurizio
Bolognetti, Consigliere Associazione Coscioni e Segretario Associazione Radicali
Lucani.
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PETIZIONE PER
UNA POLITICA DELLA FELICITA'
To: Società Civile, Istituzioni, Organi
d'Informazione
Viviamo in Italia una fase politica molto difficile. I
governi cadono e i politici non riescono ad accordarsi per cambiare una legge
elettorale "carente". Abbiamo di fronte una democrazia seriamente ammalata in
cui esplodono a raffica difficoltà e tensioni sociali, e in cui è profondamente
intaccato il rapporto di lealtà tra cittadini e politici.
C'è ancora qualcosa
che si può fare per fermare il declino e invertire la rotta?
Studi
scientifici sulle emozioni dimostrano che gli istituti di democrazia diretta
incrementano la felicità personale: i cittadini svizzeri sono più soddisfatti
nei cantoni dove possono influenzare maggiormente le decisioni politiche. Ci
vorrebbe in Italia un nuovo strumento di partecipazione democratica allargata,
che riavvicini gli elettori alla politica e che consenta loro di provare
nuovamente fiducia nei confronti dei politici, senza più considerarli come
appartenenti ad una casta privilegiata e intoccabile.
Lo strumento per
rispondere validamente alla crisi della politica e alle denunce
dell'antipolitica sono le DOPARIE, ossia, le "primarie" svolte dopo le elezioni
e vertenti su questioni e decisioni di governo. Il termine "doparie" ha un
significato duplice: si collega al termine primarie: mentre le primarie si fanno
prima delle elezioni, le doparie si fanno dopo elezioni, quando è maggiore lo
scollamento tra politica e problemi dei cittadini; fa venire in mente il
fenomeno del doping, però in questo caso si tratta di doping positivo: come il
movimento del corpo fa bene al cervello, così i movimenti della società civile e
la partecipazione democratica possono aiutare i partiti a
governare.
Attraverso una doparia, le coalizioni al potere potrebbero
consultare i propri elettori a proposito di questioni non previste al momento
della redazione del programma di governo, oppure riguardo a questioni previste
dal programma ma che spaccano la coalizione. Si veda, ad esempio, la tassazione
al 20% delle rendite finanziarie, che era nel programma dell'Unione ma che ha
spaccato la coalizione di governo. Una doparia consultiva su questo tema avrebbe
degli effetti sicuramente positivi: gli elettori si sentirebbero spinti a
interessarsi delle questioni pubbliche e si sentirebbero finalmente coinvolti e
ascoltati dai politici per le decisioni più importanti; i politici stessi
riacquisterebbero una parte della fiducia degli elettori; il governo avrebbe la
forza e il consenso per prendere decisioni difficili.
Ma le doparie oltre a
essere consultive, potrebbero anche essere propositive. Qualora i cittadini si
accorgessero di un problema sociale per loro importante ma assente dall'agenda
politica, essi potrebbero spingere la propria coalizione di governo a indire una
doparia. Un esempio? Il doppio cartellino dei prezzi in euro e in lire. Se ci
fossero state le doparie nel 2002, quando dopo il cambio lire-euro è iniziata la
speculazione sui prezzi dei beni al consumo, i cittadini avrebbero potuto
costringere i politici a rendere obbligatorio il doppio cartellino, con un
chiaro effetto deterrente contro l'aumento sconsiderato dei prezzi. Altri
esempi? L'istituzione di un salario di disoccupazione. La Tav in Val di Susa.
L'innalzamento dei fondi per la ricerca scientifica e per la
cultura...
Questo strumento di democrazia partecipativa nelle mani dei
cittadini costituirebbe una continuazione ideale di movimenti e processi
associativi della società civile, che sono nati, sono cresciuti dal punto di
vista mediatico e poi sono sfioriti proprio per l'assenza di strumenti di
partecipazione.
Hanno già aderito alla proposta delle doparie semplici
cittadini, politici e intellettuali tra cui Oliviero Beha, Tana de Zulueta,
Antonello Falomi, Clara Sereni, Mario Staibano, Clotilde Pontecorvo, Francesco
Scardamaglia, Carlo Siliotto, Elio Veltri, Sabrina Paravicini, Gualtiero
Rosella, Filippo La Porta, Antonio Di Pietro, Alfonso Berardinelli, Mimmo
Locasciulli, Ammazzateci tutti ragazzi di Locri...
Le doparie rappresentano
un'idea forte di democrazia e una discontinuità effettiva rispetto alla vecchia
politica. Un tentativo di cambiamento, con uno slogan divertente: "Doparie.
*Fatti* di vera Democrazia Partecipata". Per creare finalmente una politica
felice, noi abbiamo deciso di dargli vita.
Sincerely
*****
Il Pd non è più solo, ma con di Pietro
l'immagine è un'altra
di Stefano Folli Il
Sole 24 Ore 14 febbraio 2008
Nei fatti, l'opinione pubblica aveva
apprezzato la scelta. Se la Terza Repubblica deve nascere su basi bipartitiche -
si diceva -, l'iniziativa veltroniana è appropriata; serve a scuotere l'albero,
costringendo tutti a darsi nuove regole. E giustamente si faceva notare che la
spinta della politica si rivelava più forte delle costrizioni indotte da una
brutta legge elettorale. Abbiamo visto nei giorni seguenti che anche Berlusconi
si era adeguato in fretta al ritmo bipartitico imposto dal suo competitore.
A
parte l'intesa territoriale con la Lega, il partito berlusconiano ha assorbito
Alleanza Nazionale e poi ha cominciato a disboscare la foresta dei piccoli e
medi alleati.
Fino alla rottura di ieri sera con l'Udc di Casini, costola
storica della tradizione democristiana e uno dei fondatori del vecchio Polo
del'94.
C'era una logica in questa sorta di pulizia politica messa in atto
con evidente simmetria da Berlusconi e Veltroni: l'obiettivo era far emergere la
novità dei due grossi partiti (Popolo delle Libertà e Partito democratico),
finalmente affrancati dai ricatti dei soci minori. "Basta con la frammentazione"
era il messaggio rivolto da entrambi, all'unisono, agli elettori.
Bisogna
dire che Berlusconi è stato fin qui coerente con la premessa: in pochi giorni si
è liberato dell'equivalente in voti di quasi 9-10 punti percentuali. Prima la
Rosa Bianca di Pezzotta-Tabacci-Baccini che se è andata di sua volontà, poi
Storace, infine l'Udc. Se si sommano tra loro, raggiungono sulla carta una quota
ragguardevole. Segno che Berlusconi ha davvero molta fiducia in se stesso, nei
suoi sondaggi e nella bontà dell'operazione di sfoltimento. Del resto, non ha
detto "sono ancora indispensabile"?
Viceversa, Veltroni ha cessato di correre
da solo. Ha sacrificato l'effetto mediatico della scelta originaria all'alleanza
con Di Pietro. Sul piano dei numeri l'Italia dei Valori vale, a quanto sembra,
4-5 punti. Ma è solo quantitativa la logica veltroniana? Ieri sera erano in
molti a dichiararsi sorpresi. In fondo, Di Pietro è un personaggio estraneo a
quelle tradizioni "riformiste" a cui Veltroni afferma di volersi rivolgere.
L'Idv è un "one man show", un partito di potere che pesca nell'oceano
dell'anti-politica.
È chiaro che alleandosi con l'ex magistrato il leader del
Pd spera di recuperare una parte dei sostenitori di Beppe Grillo. Ma il prezzo
da pagare è il legame con un certo mondo giustizialista che potrebbe non
integrarsi con il resto del Partito democratico.
Tanto più che la porta è
stata chiusa - salvo candidature isolate - davanti ai radicali di Pannella ed
Emma Bonino, nonché ai socialisti di Boselli. Interpreti, loro sì, di un filone
importante della storia italiana. Nel campo dei diritti civili, o se si vuole
sul terreno delle riforme economiche, sembra curioso che si rinunci al loro
apporto, nel momento in cui si accoglie quello di Di Pietro. Come dire che,
dovendo smentire la promessa iniziale ("andiamo da soli"), sarebbe stato più
coerente trattare seriamente anche con loro. Invece si sono messi sulla
bilanciai voti di Di Pietro: valutando poi che radicali e socialisti sanno
essere scomodi quando si discute di temi etici.
Tutto legittimo, ma
l'immagine del Pd da oggi è un po' diversa.
******
Nuovo cinema
Walter
di Luigi La Spina La Stampa 11
febbraio 2008
Finora non ci siamo annoiati e anche il futuro, almeno
quello prossimo, sembra promettente. Il Pd spezza l'alleanza con la sinistra
radicale, Berlusconi convince Fini alla lista comune. Gli altri rimangono
spiazzati e comincia quel balletto dei piccoli alleati che, ricordando la famosa
battuta di Moretti, potrebbe sintetizzarsi così: "Conto di più se entro nel
partito del più forte o se rimango da solo?". Da una parte, il dubbio angoscia
Di Pietro e i radicali; dall'altra, affligge Storace e, soprattutto, Casini.
Insomma, lo spettacolo della campagna elettorale è partito in modo più
avvincente del solito e la ricerca della "novità" pare la parola d'ordine per
conquistare gli italiani.
Se dovessimo tradurre nel linguaggio degli
economisti il fenomeno che sta avvenendo in questi giorni, si potrebbe osservare
che sul mercato della politica, di fronte al rischio della disaffezione del
cliente per la scarsa efficacia del prodotto che è stato presentato, si sta
cercando di cambiare l'offerta. Per rianimare le vendite, c'è chi scommette su
una nuova denominazione della ditta e su un nuovo capoazienda; c'è chi, invece,
si limita a una diversa confezione.
Tutti accusano la concorrenza di
riciclare, in realtà, la vecchia merce, con una dose, maggiore o minore, di
fantasia e di inganno. Ma, rovesciando il punto di vista dal quale si osserva il
mercato della politica, forse si potrebbe scorgere più facilmente la vera novità
di questa neonata campagna elettorale: la scommessa su un cambiamento della
domanda.
Da 15 anni, da quando, in sostanza, è cominciata la cosiddetta
Seconda Repubblica, c'è stato un tale congelamento degli italiani in due
schieramenti, fieramente opposti e assolutamente non comunicanti, da provocare
sempre lo stesso fenomeno elettorale: la vittoria andava a chi, di volta in
volta, riusciva a portare alle urne il maggior numero dei suoi tifosi. Mai si è
riusciti a far breccia in campo avverso. Ecco perché "comunisti" e
"forzitalioti" si sono combattuti a colpi di slogan sempre più feroci, tali da
aprire sempre di più il fossato tra i due accampamenti e impedire qualsiasi
sconfinamento. Come dimostra il discorso d'apertura della campagna elettorale
pronunciato ieri da Veltroni, per la prima volta, affiora la possibilità, e la
voglia, di scongelare quel blocco di ghiaccio che ha immobilizzato la politica e
la società italiana negli ultimi tre lustri. Il leader del Pd punta a convincere
anche parte degli italiani che finora hanno votato per il centrodestra, non
ritenendo più immutabile la domanda sul mercato della politica.
I cambiamenti
di linguaggio, di comportamento, persino della scenografia nella quale Veltroni
ha voluto ambientare il suo intervento in Umbria non derivano solo, come
superficialmente si dice, dalle caratteristiche del suo modo di far politica,
dal suo temperamento e dalla sua cultura. Sono obbligati dalla strategia,
l'unica possibile per tentare di vincere o di perdere il più onorevolmente
possibile. Sono possibili perché ora, ha osservato il leader Pd, non tanto
"siamo soli, quanto liberi".
Da quei condizionamenti ideologici che,
evidentemente, impedivano finora mosse così innovative. Sono plausibili se si
riconosce che non è giusto "mettere le bandierine" sulla testa degli
italiani.
Il "nuovo cinema Veltroni" non imita l'America per passioni
adolescenziali, ma perché crede, come sta dimostrando la battaglia per le
primarie negli Stati Uniti, che si possa conquistare il centro dei due campi,
sfondando le linee avversarie e non solo rinsaldando le proprie. Così come
McCain si atteggia a repubblicano moderato e sia Obama sia Hillary smussano le
audacie liberal dei loro programmi. Proprio secondo le classiche regole delle
competizioni politiche americane.
È probabile che Veltroni, anche in questo
caso, trascini l'avversario Berlusconi a quel comportamento imitativo che ha
indotto il Cavaliere a rompere gli indugi sulla costituzione del partito unico
dei moderati. Del resto, il significato originario della mossa da lui annunciata
sul predellino dell'auto a Milano, quando decretò il de profundis per Forza
Italia e la nascita del "popolo o partito della libertà", era proprio quello di
allargare i consensi in un'area più vasta e composita di quella a cui faceva
riferimento il berlusconismo della prima ora. Ecco perché anche il centrodestra
cercherà, questa volta, di non voler solo convincere quelli che erano già
convinti.
Non è detto che un cambio di formazioni, nella classe politica,
produca necessariamente migliori risultati per i cittadini italiani. Forse
migliori speranze si potrebbero coltivare se gli elettori si strappassero quelle
maglie un po' logore che da troppi anni indossano e provassero a giudicare i
candidati senza pregiudizi.
Sarebbe proprio bello se risuonasse, in campagna
elettorale, quel grido di "liberi tutti" che allietava il finale dei nostri
vecchi giochi di bambini.
*****
I tre giorni che sconvolsero il mondo
di Paolo Franchi Il Riformista 11 febbraio 2008
Volevo
tornare brevemente sulla discussione che si è aperta sul Riformista a proposito
dell'identità del Pd, partito di centro o di centrosinistra o della sinistra
riformista tout court, come sostiene Eugenio Scalfari. Volevo. Ma questo fine
settimana, dopo le forti scosse dei giorni precedenti, ci ha riservato una
specie di terremoto che dovrebbe cambiare in profondità tutta la scena politica.
Dunque da qui, dal terremoto, bisogna partire.
Per quindici anni siamo stati
prigionieri di un bipolarismo forzato e muscolare, fondato su coalizioni tirate
su mettendo assieme, per vincere, tutto e il contrario di tutto, e proprio per
questo dannate, dopo la vittoria, alla rissosità interna e assieme
all'impotenza. Bene. A prendere alla lettera quanto è avvenuto tra venerdì e
domenica, dovremmo dire che questa stagione stiamo lasciandocela, se dio vuole,
alle spalle. In luogo di coalizioni composte di un'infinità di partiti,
partitini e sottopartitini, ci attende una sorta di bipartitismo temperato. Di
qua (cioè dalle parti nostre) il Partito democratico, che con la decisione di
Walter Veltroni di correre da solo ha avuto per primo il coraggio di rompere le
vecchie catene, anche se forse non ci guadagnerà un mondo. Di là (cioè dalle
parti loro) il Partito delle libertà, che è stato al gioco di Walter e anzi ha
rilanciato alla grande, grazie alla riscoperta, da parte di Silvio Berlusconi,
dello spirit of the running board (per i più semplici: dello spirito del
predellino): una riscoperta che gli ha consentito di indurre a notissimi
consigli Gianfranco Fini e molto probabilmente gli consentirà di placare senza
troppi problemi anche Pier Ferdinando Casini, peraltro già rinfrancato dalle
buone parole del cardinal vicario. Dimenticavamo: a far da contorno ci saranno,
nella misura in cui lo permetteranno elettori e legge elettorale, una Cosina
Bianca in luogo del centro postdemocristiano, una Cosetta Rossa in luogo della
sinistra neo, vetero o post comunista e, a quanto pare, una Cosuccia Nera. Dei
socialisti, dei radicali, dei laici vil razza dannata, naturalmente non è il
caso di occuparsi.
Chi vincerà, anche se a occhio e croce continueremmo a
dire Berlusconi, naturalmente non lo sappiamo. Ma, se abbiamo capito bene, la
cosa non è poi così importante. L'importante è che si volti pagina. Deve proprio
essere così, se Berlusconi, che è uomo notoriamente di sostanza, arringando il
popolo della Brambilla ha voluto ricordare l'inutilità, anzi, la pericolosità di
ogni voto che non finisca al Pdl o al Pd: non un voto vada disperso, non un voto
vada perduto, come diceva il Pd quando eravamo ragazzi. Deve essere proprio
così, se l'idea di dar vita, dopo il voto, a una Grande Coalizione che faccia le
riforme (e non solo) non è più tabù, e in ogni caso non viene più rappresentata
alla stregua di un inciucione o di un'immonda ammucchiata. Scalfari esprime sì
la sua contrarietà, ma molto, molto pacatamente, e Renato Mannheimer ci rende
noto, sul Corriere, che già adesso un italiano su tre sarebbe favorevole. In
ogni caso, il tempo delle coalizioni "contro" sta proprio finendo.
Un
terremoto?
Di più: una rivoluzione, seppure, si capisce, nelle forme proprie
di un Paese dove le rivoluzioni non si fanno perché ci conosciamo tutti.
Noi,
fessacchiotti, ci eravamo premurati di avvisare che, avvicinandosi le elezioni,
probabilmente avrebbero cominciato a volare anche i cazzotti, primo perché le
campagne elettorali sono fatte così, e secondo perché se c'è in giro tanta
voglia di procedere insieme ai cambiamenti elettorali e istituzionali necessari
non si capisce bene come mai sia stato fatto rapidamente fallire il tentativo
affidato da Giorgio Napolitano a Franco Marini. Prendiamo atto che questo week
end sembra smentire le nostre previsioni, ma teniamo il punto. Per tigna,
ovviamente, ma anche perché molti conti non ci tornano. Prima di tutti quelli
che riguardano i protagonisti del bipartitismo temperato prossimo venturo. Il
bombardamento mediatico è fortissimo. Ma non così forte da far automaticamente
dimenticare che il Pd ha un leader, investito dal voto di milioni di italiani, e
poco più, a parte il fatto che, per dargli vita, Ds e Margherita si sono
comunque sciolti. E che il Pdl un leader ce l'ha pure lui, eccome, ma per
costituirlo non si è sciolto nessuno, e allo stato attuale non sappiamo neanche
se stiamo parlando di un partito, sia pure allo stato nascente, o di un listone
elettorale. Quisquilie, per carità, quando si fanno le rivoluzioni non si sta lì
andare tanto per il sottile. Ma che ci volete fare, i riformisti sono fatti
così. Gli cambia il mondo attorno, e loro spaccano in quattro il
capello.
****
La fiducia perduta nei
politici
di Giancarlo Bosetti La
Repubblica 6 febbraio 2008
Perché i politici sono detestati in
democrazia? E perché gli italiani più degli altri? L'onda lunga del disincanto,
il cosiddetto "declino della deferenza", è cominciata nel '68 e poi si è
ravvivata negli anni Novanta. Corruzione e malefatte in genere provocano una
ovvia reazione di rabbia: via i mascalzoni, getout the rascals!
Oltre che una questione umana elementare, è anche
un principio di teoria democratica. Ma in questa stagione da noi c'è qualcosa di
più paralizzante e nebuloso e cresce la frustrazione per non riuscire in nessun
modo a voltare pagina. Altri ci riescono.
Molti politici dovrebbero cambiare
stile o cambiare lavoro. Quando ascoltiamo uno di loro a caso in tv, la nostra
reazione - più o meno consapevole - è quella di valutarlo istintivamente per il
"noi" che quel politico sottintende, suggerisce. Drew Westen, stratega della
comunicazione vicino ai Democratici americani (The Political Brain Public
Affairs, 2007) propone di fare sempre questo
esperimento, da elettori: chiedersi "come mi sento quando parla questo
leader?".
L'esito è nefasto. Nessun politico italiano quando
parla nei Tg si preoccupa di come ci sentiamo.
Un leader in ascesa, portatore
di novità e di futuro, è quello che trasmette l'idea che il suo "noi" siamo
proprio "noi", "tutti noi" cittadini, e che sarà al nostro servizio in quanto
eletto; si identifica naturalmente con il "noi" che è la sua stessa missione, e
anche il motore del suo successo. Nella carica di entusiasmo che mette, nella
sua carriera di nostro rappresentante professionale, noi ci riconosciamo,
sentiamo che la sua ambizione contiene del buono, siamo anche contenti che sia
ambizioso, perché la sostanza della sua ambizione è un progetto che ha futuro,
non solo per lui, anche per noi. Non è il professionismo che ci preoccupa. È il
"noi".
In questi giorni di consultazioni istituzionali sono comparsi in tv
partiti così piccoli che se ne ignorava la esistenza, e che parlano di crisi del
sistema politico, di "distacco" - udite! - tra le istituzioni e la gente, e che
non sono neanche in grado di affidarsi a un unico portavoce. Parlano in due. Il
sistema politico sono sempre "gli altri", tutti e nessuno. Altrove, dicevamo, va
meglio. Il "noi" che abbiamo visto in gioco con Obama, Hillary, McCain, ma anche
con Sarkozy e Ségolène, o con Zapatero è vivo sulla scena. Certo Barack riesce
ad allargarlo immensamente. Di lui Ted Kennedy ha potuto dire, sollevando
ovazioni, che "rinnova la nostra fede in un principio: i giorni migliori del
nostro paese devono ancora arrivare". E proprio quella "chiamata al futuro" (De
Rita) che manca all'Italia.
Retorica? Certamente. E si tratta di una retorica
che è parte costitutiva del sistema democratico americano. Ma non basta alzare i
toni lirici dei discorsi perché funzioni, bisogna essere credibili. Nella
retorica quotidiana dei nostri politici prevale la carogneria verso altri
politici o il gergo delle comunicazioni interne. E solo una cieca ingenuità
impedisce loro di vedere il danno che infliggono a se e a noi. Non perfidia ma
ingenuità, come già per Craxi, Forlani e gli altri caduti di Mani
Pulite.
Quos Deus vult perdere prius dementat.
Da ogni
accento, allusione, smorfia altezzosa dei politici di oggi si ricava la conferma
che il "noi" micragnoso che stanno mettendo in scena non ci comprende affatto, è
un "noi" di "loro", entourage di fedelissimi. Perché? Non hanno vere sfide da
lanciare, ma posizioni da difendere, la loro camera è alle spalle. Da Bassolino
a Berlusconi, da Casini a Prodi, passando per tanti ex Pci, ex De, ex Psi, e
decine e centinaia di minori, da Rifondazione ad An, sono tutti la testimonianza
di parabole che hanno toccato il loro apice e che, (non nel caso di Prodi, che
ha annunciato la sua uscita di scena) cercano di mantenersi in quota e bloccano
gli ingressi. A nessuno verrebbe in mente che siano capaci di incarnare il
principio "che i giorni migliori del nostro paese devono ancora
arrivare".
Una idea della politica così forte è stata accantonata. La
tendenza dei politici rentier - ovvero la "casta" - ha le sue radici nella
storia degli ultimi decenni.
Una recente analisi comparativa, condotta da
Colin Hay, Why We Hate Politics (Polity Press, 2007) ha cercato di far luce su
questa contraddittoria e suicida tendenza che affligge il ceto politico. Gli
italiani sono tra i peggiori. Se si scorrono le tabelle dei costi della
politica, dei parlamenti, della corruzione, il risultato è per noi catastrofico.
Non è una novità, ma il nostro contributo è stato per così dire di rilievo
internazionale: le tabelle degli stipendi dei parlamentari sono state pubblicate
non su riviste specialistiche, ma sulle prime pagine dei tabloids di tutta
Europa, dal Sun alla Bild Zeitung, e hanno dato un contributo pesante al
fallimento del progetto costituzionale dell'Unione, all'epoca dei referendum.
Vero che ciascun paese paga la base di stipendio dei suoi, ma vero anche che
quello era il simbolo di un'Europa che doveva portarsi dietro i paesi più
fantasiosi nella spesa pubblica.
I sondaggi raccolti da Hay dicono però anche
che i cittadini dei paesi Ocse continuano a considerare la democrazia un sistema
politico affidabile e di gran lunga preferibile a tutti gli altri. Il tasso di
apprezzamento si avvicina al 100 per cento (in Italia 97%); ma non hanno più
fiducia nei politici e nei partiti. Qui si precipita a livelli infimi, con un
collasso dagli anni Settanta a oggi di meno 30-50% per i governi, si va vicini
allo zero per i partiti. Il mestiere dei politici è diventato sinonimo di
doppiezza, corruzione, dogmatismo, inefficienza. La scissione nel
giudizio-democrazia sì, politici no - viene certamente dalla globalizzazione,
che riduce le facoltà degli attori politici nazionali, dal disincanto degli
elettori, ma anche dalla politica stessa, che si autodenigra: la nobile attività
che dovrebbe avere come ragion d'essere il bene comune viene rappresentata dagli
stessi protagonisti come il regno machiavellico delle tecniche del potere. E
questo accade non solo quando cercano di mettere in cattiva luce gli avversari,
ma anche quando illustrano cinicamente i propri "meriti". Ma ha avuto un gran
peso anche l'insistenza neoliberale nel predicare la inefficienza di tutto
quello che è pubblico, che è Stato, che è politica: pensate ai "centristi" nel
governo Prodi per esempio parlavano di riforme liberali e intanto nominavano i
ginecologi di partito.
E pensate alla lezione "liberale" di cinque anni di
Berlusconi: il suo fatturato. C 'è autolesionismo nella perversione per cui le
élite politiche insistono sul fatto che ci vuole meno politica, ma si
abbarbicano a quel che ne resta per mungerla.
Le contromisure urgenti sono
relativamente semplici (da descrivere): i cittadini non si accontentino di forme
non istituzionali di attività politica, come il volontariato o le scelte
impegnate che fanno da consumatori, cerchino la politica anche nei partiti. I
politici che non hanno carattere e idee per imbarcarsi in un grande e
affascinante futuro, lascino perdere. Facciamoli smettere. Sulle dosi di cinismo
che hanno inquinato la vita politica riflettano sia la destra (altri cinque anni
di business politico berlusconiano?) sia la sinistra, specialmente l'area
riformistica e moderata, quella che, pur con tante ragioni, ha dato più corda ai
discorsi neoliberali sull'arretramento della politica. Non basta assumere le
parti del realismo. Deve entrare in scena una forma nuova di politica, con un
futuro e un "noi" ben chiaro.
In fin dei conti quello che non finisce di stupire
è che gli elettori continuino ad amare la democrazia, e che si riprendano dopo
ogni ciclo di delusione. Si ripresentano pronti ad investire in un nuovo
capitale di speranza.
*****
Tasse e salari, a
Paperopoli
Far diminuire le tasse ed aumentare i salari, come
chiede Veltroni, è una portentosa ricetta, di sicuro successo. Appartiene alla
scuola degli esperti che Paperon de Paperoni chiamava a consulto, quando vedeva
diminuire il livello della piscina, solitamente colma di monete: "diminuire le
uscite ed aumentare le entrate", sentenziavano quelli dopo averci ragionato
("mumble mumble"). Ma qui non siamo a Paperopoli e le tasse sono aumentate. In
un interessante studio Renato Brunetta ha dimostrato quel che, a naso, già
scrivevamo: la spesa pubblica se ne frega del colore dei governi e cresce per i
fatti suoi, da ultimo divorando il tesoretto, ovvero le maggiori tasse pagate.
Fin quando non si metterà mano ai tagli della spesa, e lo si farà senza il
trucco di diminuire i trasferimenti agli enti locali, che si rifanno alzando le
tasse, la pressione fiscale non diminuirà, anzi, com'è accaduto, crescerà.
Allora, guardiamo il lato positivo delle cose: destra e sinistra indichino cosa
tagliare e quali tasse fare scendere, chi vince lo fa, e chi perde non protesta
e non arruffa la piazza. E' bene, come dice Veltroni, che i salari aumentino, ma
perché questo non sia un suicidio inflativo, modello punto unico di contingenza,
occorre che gli aumenti seguano la produttività. Il contratto dei metalmeccanici
va in direzione opposta.
Noi lo abbiamo scritto, lui l'ha festeggiato quale
successo del governo Prodi. Fosse solo incoerenza, ne abbiamo viste di peggiori,
ma il punto è diverso: la sinistra deve ficcarsi in testa che il benessere non
viene dalla redistribuzione, ma dalla produzione. La seconda senza la prima è
ingiusta, la prima senza la seconda è demenziale.
E la produzione, per
viaggiare più velocemente, quindi per rendere tutti più ricchi, ha bisogno di
meritocrazia, produttività, libertà di scelta per ciascuno, operai compresi.
Mettiamola in positivo: chi vince lo faccia, chi perde non si metta di traverso,
difendendo rendite e corporazioni. L'Italia non sa che farsene di una campagna
elettorale in cui ci si sente coraggiosi nel dire tre parolette o nel cantare
una canzone, e gli italiani non perdono il sonno domandandosi dove cavolo si
candida Mastella.
Serve una legislatura di fatti, costituenti e
ricostituenti, senza nulla in comune con il mastellismo giudiziario.
Davide
Giacalone www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero
*****
Le mani sulla Sanità: Togliamo ai partiti la scelta dei
Direttori Generali delle Aziende Sanitarie Regionali
I
Deputati Radicali hanno presentato la proposta di legge N. 3419 d'iniziativa dei
deputati radicali Mellano, Poretti, Beltrandi, D'Elia, Turco presentata il 4
febbraio 2008. Riforma Procedure di Selezione dei Direttori Generali delle
Aziende Sanitarie Locali e Ospedaliere.
Dopo aver letto l'ennesima denuncia
giornalistica degli ennesimi episodi di spartizione partitocratrica dei posti
nelle aziende sanitarie regionali (questa volta in Piemonte e Liguria), Bruno
Mellano (deputato radicale del Gruppo "Socialisti e Radicali - RNP) e Giulio
Manfredi (Giunta di segreteria Radicali Italiani) hanno dichiarato:
"Esiste
un formidabile banco di prova per i politici che si accingono ad affrontare la
campagna elettorale al grido "Occorre cambiare modi e contenuti della
politica":
Le nomine dei direttori generali delle aziende sanitarie locali e
ospedaliere, da cui dipendono poi gran parte delle nomine sottostanti nelle
ASR.
Fra gli ultimi provvedimenti presentati alla Camera dai deputati
radicali vi è anche la Proposta di Legge n. 3419 (Mellano ed altri) su "Riforma
procedure di selezione dei direttori generali delle aziende sanitarie locali e
ospedaliere" (vedi testo allegato, la PDL non è ancora presente sul sito della
Camera).
La nostra PDL scardina completamente il meccanismo delle "nomine",
ora di competenza delle giunte regionali e quindi dei partiti: la selezione dei
manager delle aziende sanitarie viene affidata totalmente a una commissione
costituita da cinque membri scelti fra i rappresentanti delle maggiori società
di interesse nazionale nel campo del consulting manageriale, prese in
considerazione in base alla media ponderata dei seguenti fattori: fatturato,
numero delle sedi sul territorio, numero personale inquadrato e a progetto. La
commissione suddetta stila una graduatoria in base alla quale sono assegnati i
vari posti in palio, tenendo conto anche delle indicazioni dei candidati e delle
valutazioni della commissione. Al fine di contemperare l'esigenza di avere a
capo delle aziende sanitarie regionali manager senza vincoli di partito con
quella di assicurare comunque una gestione sanitaria coesa e con obiettivi
univoci a livello regionale, è lasciata inalterata la possibilità per la regione
di non confermare i direttori regionali alla scadenza del loro incarico nonché
di farli decadere in corso d'opera - motivando pubblicamente le ragioni della
revoca - quando ricorrano gravi motivi o la gestione presenti una situazione di
grave disavanzo o in caso di violazione di leggi o del principio di buon
andamento e di imparzialità dell'amministrazione.
Si provvede alla
sostituzione di uno o più direttori generali attingendo alla graduatoria.
Presenteremo la Proposta di Legge radicale durante i lavori del 6° Congresso
dell'Associazione Luca Coscioni, che si terrà a Salerno da venerdì 15 a domenica
17 febbraio; i diritti dei malati si tutelano anche così, a partire dalla
Campania di Mastella, regione per regione".
*****
Perché Veltroni può aver ragione (se ha
coraggio)
di Oscar Giannino Libero 29
gennaio 2008
Sinora Veltroni non mi ha convinto, da leader. Troppo
"liquido", per dirla come oggi usa. Troppo svelto a sottrarsi al fuoco. Si
candida a segretario invece di D'Alema, vince ma si sottrae. Fa il numero due di
Prodi al governo, ma poi si rifugia in Campidoglio e si sottrae. Sempre così.
Come un film di Salvatores. Oggi però dico: è il tuo giorno, facci vedere. È
proprio sull'attitudine di Veltroni a sottrarsi al fuoco, che fanno conto i suoi
tanti critici. All'interno del Partito democratico, come nell'intero
centrosinistra.
Lo considerano caratterialmente portato alle fughe in avanti,
imbattibile nel suscitare emozioni e nell'evocare sentimenti. Ma iperprudente al
limite della vigliaccheria, quando si tratta di affrontare a spada tratta i
rischi di contrasti frontali, e delle conseguenti avversioni imperiture che
dagli scontri politici tra grandi personalità a volte derivano per decenni e
vite intere. Vuole troppo essere amato, Veltroni, per affrontare il fuoco amico.
È proprio per questo imbattibile in campagna elettorale e per costruire consensi
trasversali, nei più diversi ed apparentemente eterogenei ambienti
intellettuali, accademici e professionali. Ma cosa ben diversa è che tenga una
posizione a costo di versare il sangue. Come il mitico, inarrivabile D'Alema:
anche se a questo proposito ci sarebbe pure molto da dire, perché di solito
D'Alema non deflette - si tratti l'altroieri contro Cofferati sulle pensioni, o
ieri contro la Forleo su Unipol - ma poi il sangue finisce sempre che lo versano
i suoi, lui no.
Del resto, è da secoli che non si chiede più ai grandi
generali di morire alla testa delle proprie truppe. In questo, nel Pd molti
restano convinti che D'Alema resti il grande generale seguace di Sun Tzu.
Veltroni serve per fare non le guerre ma le paci, una segretario generale
dell'Onu in sedicesimo.
I PROBLEMI DELLA
LIQUIDITA'
Ed è vero, tutto questo l'ho sempre pensato anch'io. Tanto
è vero che pur da esterno ho scritto e continuerò a scrivere anche su Leftwing,
il sito che per il Pd si è impegnato ventre a terra, ma sempre serbando una
solida lettura dalemiana delle vicende del centrosinistra. Diciamo - per usare
una clausola classicamente dalemiana - che li conosco bene, gli argomenti
critici contro Veltroni. Quelli che sono risuonati nel ruvido intervento di
Roberto Gualtieri dalla tribuna del decennale di Italianieruropei, sabato scorso
all'Auditorium romano della musica che del festival veltronian-capitolino è
palcoscenico d'elezione. Veltroni ha sbagliato perché ha puntato su un partito
un po' come lui, troppo "liquido" mentre servono solide sezioni e iscritti
tradizionali. Sbaglia perché non capisce che la crisi economica in atto è figlia
della finanziarizzazione americana, e invece lui scimmiotta troppo i democratici
Usa amici del grande capitale. Sbaglia perché si ostina a non capire che il
sistema elettorale alla tedesca - caro a D'Alema, e terreno d'elezione per una
convergenza con Udc, Udeur, Cosa bianca, formazioni minori sempre fedeli al
modello "iperproporzionale e mani libere sulle alleanze" - non è affatto così
male come il leader del Pd si ostina a credere. E non è neanche una dolorosa
necessità, tanto per vincere tenendo il centrosinistra unito, senza più prodiani
- e hai detto niente, liberarsi di Parisi e della Bindi - ma imbarcando
centristi e cattolico-sociali veri al loro posto.
Molto più di tutto questo,
dice chi ce l'ha con Veltroni, il sistema elettorale tedesco è il compromesso
ideale per l'incontro tra socialisti e cattolici di cui il Pd è lo strumento
necessario.
LA STORIA NON FA SALTI
Mentre, a
Veltroni, si imputa di pensare che la storia possa fare salti. Che, per il
solo fatto che c'è lui alla guida, si possa diventare democratici americani
pluri-identitari, o spagnoli bipartici alla Vassallum, o addirittura secondo lo
schema referendario che avvicina Veltroni all'odiatissimo Berlusconi. Tutte
critiche che hanno un fondamento, badate. A questo punto vi chiederete: facci
capire, stai solo criticando Veltroni anche tu, com'è che allora in testa
d'articolo ti hanno messo un titolo che dice che il leader del Pd ha ragione se
ha coraggio? Ora ve lo dico. Mi ha convinto Giuliano Ferrara. Che dichiara - e
io ci credo - di essere un tifoso di Walter, perché il Pd è una bella novità
nella morta gora della politica italiana, avvilita dalla leadership
combattentistica e lunare di Prodi, e ci vorrebbe qualcosa di simile anche nel
centrodestra. Condivido. Ma quando ho visto che Ferrara è andato al Tg1 per
candidare Veltroni al governo e bruciarlo - è immediato, dopo che D'Alema
sabato aveva invitato Veltroni a guardarsi dai consiglieri di Berlusconi, e
Baffino intendeva proprio Ferrara - allora mi sono detto: caro Veltroni, ora
devi proprio farci vedere. Se hai fegato e coerenza, ridì oggi a Napolitano quel
che hai detto sinora. Che al compromesso iperproporzionalista a mani libere tu
non ti pieghi. Che ai pasticci sono preferibili le urne.
Che non hai paura. E
guiderai il Pd da solo, senza più alleanze eterogenee con Rifondazioni purpuree,
Cose rosse e Relitti viola.
E' il momento di tirar fuori le palle. Altrimenti
avrà ancora una volta ragione chi dice che Veltroni va bene per bande e
processioni, non per pugne e trincee.
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