Nel castello
di Arcore, dove vive con la bellissima moglie Veronica, Re
Silvio, su consiglio del Mago Dell'Utri e del fido Sir John John Letta,
istituisce la Tavola Rotonda con i più valorosi, e i più
infidi, cavalieri del Paese. Uniti dallo stesso ideale,
essi giurano di porre la loro spada a difesa del
Popolo degli oppressi dalle
tasse del perfido
Tiranno Sir
Padoa Schioppa
Tra cacce ai comunisti,
conflitti di interessi, rocambolesche avventure giudiziarie, guerre
intestine perdenti, emozionanti tornei di scopa, canzoni e lasagne
napoletane un giorno, a turbare Re Silvio, i prodi Cavalieri e la
legge elettorale, arriva il mitico Lancillotto D'Alema che, servendosi dei
favori dell'infido scudiero Wolter Bipartisan,
zac! e si fa
una Bicamera con vista proprio sulla Tavola rotonda di Silvio
& Wolter
E' sicuro che se dal sogno d'amore e
d'odio di Baffino e del Cav dovesse nascere la creatura agognata quella
creatura non sarebbe come la celebre canzone napoletana "è nato 'nu criaturo
nire nire comm' a cchè!" ma una creatura consapevole di come, piaccia o non
piaccia ai militonti benpensanti dei due Poli, si profila il necessario
passaggio alla terza Repubblica.
Un grosso passo avanti dunque che,
forse, rimoralizzerebbe la putrescente politica attuale eliminando quelle
"Famiglie politiche" di maneggioni, come l'UDEUR di Mastella ed altri
partitini che con l'1,4% dei voti, voti ottenuti dando ai sudditi una
scarpa prima e una dopo le elezioni come faceva il Comandante Lauro a Napoli,
ora sono in grado di ricattare, tenere in scacco e far cadere un Governo.
Ecco in calce un esempio di come le Famiglie
politiche alla ceppalonica regnano e lucrano soldi ai contribuenti:
elargendo miseri favori tenendo così sotto al tacco i sudditi.
"Famiglie politiche" morbo antico e disgrazia del Meridione
d'Italia.
***
Lettere - Commenti - Articoli correlati
di
Zeusnws - M.Montanari - S.Folli -
M.Caligiuri - A.Romano - F.Besostri - M.del Bue - E.Macaluso - I.Bertolini
- F.Dalla Villa - D.Giacalone - M.T.Meli - C.Tito -
O.Giannino
Le email agli arresti
domiciliariAlessandra Lonardo Mastella ha dichiarato di aver
ricevuto centinaia di email. Ci chiediamo se leggerle durante gli arresti
domiciliari sia legale.
(dal blog alessandralonardo.it) ZEUS News -
www.zeusnews.it - 30-01-2008
Quando si è
stati colpiti da una misura cautelativa restrittiva della libertà personale,
come gli arresti domiciliari, non si possono ricevere persone diverse dagli
avvocati e dai familiari, non si possono ricevere telefonate e non si dovrebbero
poter inviare e ricevere email.
Sembrerebbe che la legge non sia proprio
uguale per tutti, o non applicata troppo rigidamente. Infatti la signora Sandra
Lonardo Mastella, moglie dell'ex ministro della Giustizia e presidente del
Consiglio Regionale della Campania, ha dichiarato ai giornalisti in una
conferenza stampa, fuori dalla sua villa a Ceppaloni, dopo che gli arresti
domiciliari erano stati revocati: "Ho ricevuto centinaia di lettere e di email
di solidarietà".
Le email di cui parla la signora Mastella sono state lette
da lei stessa o da qualche familiare che le ha ricevute per lei? Nel primo caso
la signora Mastella avrebbe compiuto un reato, che potrebbe portare a una sua
incriminazione e alla conferma degli arresti domiciliari revocati o addirittura
al trasferimento in prigione.
Nel caso di cose lette e riferite da familiari
non è così, anche se ci si può domandare se è lecito che un familiare acceda
alla casella di posta elettronica di un arrestato e se non sia un qualche reato
anche questo.
***
Le Loro Eccellenze. Forse, ha
ragione Bossi, non li vuole nella CdL
Riceve ed inoltra
Giuliana D'Olcese
Commento ricevuto con il post
"A me viene da vomitare... che
vergogna!!!!!!!!!!!!!!!"
Storia di un giornale di partito e di una "bella
famiglia come le altre", raccontata dal Direttore del Corriere d'Italia, Mauro
Montanari:
L'ex Ministro della Giustizia, Clemente Mastella e
sua moglie Sandra Lonardo hanno due figli, Elio e Pellegrino. Pellegrino è
sposato a sua volta con Alessia Camilleri.
Una bella famiglia come le altre, ma con qualcosa
in più. Per sapere cosa, partiamo dal partito di Clemente che, come i più
informati sanno, si chiama Udeur.
L'Udeur, in quanto partito votato dall'1,4% degli
italiani adulti, ha diritto ad un giornale finanziato con denaro pubblico.
Si
chiama "Il Campanile nuovo", con sede a Roma, in Largo Arenula 34. Il giornale
tira circa cinquemila copie, ne distribuisce 1.500, che in realtà vanno quasi
sempre buttate. Lo testimoniano al collega Marco
Lillo dell'Espresso, che ha fatto un'inchiesta specifica, sia un edicolante di
San Lorenzo in Lucina, a due passi dal parlamento, sia un'altro nei pressi di
Largo Arenula. Dice ad esempio il primo: "Da anni ne ricevo qualche copia. Non
ne ho mai venduta una, vanno tutte nella spazzatura!".
A che serve allora -direte voi- un giornale come
quello? Serve soprattutto a prendere contributi per la stampa.
Ogni anno Il Campanile nuovo incassa un milione e
331mila euro. E che farà di tutti quei soldi, che una persona normale non vede
in una vita intera di lavoro?
insisterete ancora voi. Che farà? Anzitutto
l'editore, Clemente Mastella, farà un contratto robusto con un giornalista di
grido, un giornalista con le palle, uno di quelli capace di dare una direzione
vigorosa al giornale, un opinionista, insomma. E così ha fatto.
Un contratto da 40mila euro all'anno. Sapete con
chi? Con Mastella Clemente, iscritto regolarmente all'Ordine dei Giornalisti,
opinionista e anche segretario del partito. Ma è sempre lui, penserete. Che
c'entra? Se è bravo... non vogliamo mica fare discriminazioni antidemocratiche.
Ma andiamo avanti.
Dunque, se si vuol fare del giornalismo serio,
bisognerà essere presenti dove si svolgono i fatti, nel territorio, vicini alla
gente. Quindi sarà necessario spendere qualcosa per i viaggi.
Infatti Il Campanile nuovo ha speso, nel 2005,
98mila euro per viaggi aerei e trasferte. Hanno volato soprattutto Sandra
Lonardo Mastella, Elio Mastella e Pellegrino Mastella, nell'ordine. Tra l'altro,
Elio Mastella è appassionato di voli. Era quello che fu beccato mentre volava su
un aereo di Stato al gran premio di Formula Uno di Monza, insieme al padre,
Clemente Mastella, nella sua veste di amico del vicepresidente del Consiglio,
Francesco Rutelli.
Ed Elio Mastella, che ci faceva sull'aereo di
Stato? L'esperto di pubbliche relazioni di
Rutelli, quello ci faceva! Quindi, tornando al giornale. Le destinazioni. Dove
andranno a fare il loro lavoro i collaboratori de Il Campanile
nuovo?
Gli ultimi biglietti d'aereo (con allegato
soggiorno) l'editore li ha finanziati per Pellegrino Mastella e sua moglie
Alessia Camilleri Mastella, che andavano a raggiungere papà e mamma a Cortina,
alla festa sulla neve dell'Udeur. Siamo nell'aprile del 2006. Da allora
-assicura l'editore- non ci sono più stati viaggi a carico del
giornale.
Forse anche perché è cominciata la curiosità del
magistrato Luigi De Magistris, sostituto procuratore della
Repubblica a Catanzaro il quale, con le inchieste Poseidon
e Why Not, si avvicinava ai conti de Il
Campanile nuovo.
Ve lo ricordate il magistrato De Magistris?
Quello a cui il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, mandava tutti quei
controlli, uno ogni settimana, fino a togliergli l'inchiesta? Ve lo ricordate?
Bene, proprio lui! Infine, un giornale tanto rappresentativo deve curare la
propria immagine.
Infatti Il Campanile nuovo ha speso 141mila euro
per rappresentanza e 22 mila euro per liberalità, che vuol dire regali ai
conoscenti.
Gli ordini sono andati tra gli altri alla Dolciaria
Serio e al Torronificio del Casale, aziende di Summonte, il paese dei cognati
del ministro: Antonietta Lonardo (sorella di Sandra) e suo marito, il deputato
Udeur Pasquale Giuditta. Ma torniamo un attimo
agli spostamenti.
La Porsche Cayenne (4000 di cilindrata) di
proprietà di Pellegrino Mastella fa benzina per duemila euro al mese, cioè una
volta e mezzo quello che guadagna un metalmeccanico. Sapete dove? Al
distributore di San Giovanni di Ceppaloni, vicino a Benevento, che sta proprio
dietro l'angolo della villa del Ministro, quella con il parco intorno e con la
piscina a forma di cozza. E sapete a chi va il conto? Al giornale Il Campanile
nuovo, che sta a Roma. Miracoli dell'ubiquità.
La prossima volta vi racconto la favola della
compravendita della sede del giornale.
A quanto è stata comprata dal vecchio proprietario,
l'Inail, e a quanto è stata affittata all'editore, Clemente
Mastella.
Chi l'ha comprata, chiedete? Due giovani
immobiliaristi d'assalto: Pellegrino ed Elio Mastella.
Mauro
Montanari-Corriere d'Italia/News ITALIA PRESS
---
Se ci fosse LUI!! (Baffino
forever)
Brava. Antonino
---
Ha perfettamente
ragione,
solo a leggerle certe cose mi
viene da vomitare!!!!!
S.C.
---
*D'Alema mon amour, D'Alema forever*
Brava D'Olcese, come sempre vedi la realtà delle cose
proprio come sono... (io pensavo infatti ad una specie di tentata riedizione
modernizzata dei governi craxiani...)
abbracci Francesco
C
---
Le Loro
Eccellenze. Forse, ha ragione Bossi
Continua ad informare, è
vergognoso. Bisogna dire che la casta sfrutta fino in fondo.
Buon lavoro G.G
---
Le Loro Eccellenze. Forse, ha ragione
Bossi
Bossi ha ragione sì! Che schifo!!! Facciamo
qualcosa...........
DP
---
*D'Alema mon amour,
D'Alema forever*
Perchè non succede niente?
LZ
---
Le Loro Eccellenze.
Forse, ha ragione Bossi
La ringrazio per il suo articolo.
Interessante, molto.
PG
---
Le Loro
Eccellenze. Forse, ha ragione Bossi
Cara Giuliana, anche a me
viene da vomitare!!!
L'argomento dei finanziamenti alla stampa, ricordo un
bellissimo servizio a Report della mitica Milena, è molto vasto e andrebbe
assolutamente cancellato. E' allucinante che il Clemente riceva i finanziamenti
per un giornale che non legge neanche sua zia, ma lo è altrettanto per grosse
testate come UNITA' - CORRIERE DELLA SERA e REPUBBLICA. Ciao
Vittorio
---
Cara Giuliana,
si tratta di vedere se è nato prima l'uovo o la gallina. E' il popolo
meridionale a produrre simili "puttani" a sua immagine e somiglianza o sono i
personaggi che cavalcano quel popolo? Il dubbio è legittimo, ma neanche tanto,
lo sarebbe se Mastella fosse l'unico rappresentante del profondo Sud ad essersi
comportato così. In realtà è solo l'unico che è stato messo in croce. Mah!
Un
salutone Franco
---
In una certa misura
sì,
è il popolo meridionale a produrre simili "puttani" ma
non a sua immagine e somiglianza ma specularmente al suo essere straccione e
abituato alle sudditanze dai Borboni in poi. Hai visto poi il magnifico I
Vicerè? Spiega molte cose, proprio sui personaggi che cavalcano quel
popolo.
Mastella non è certamente l'unico rappresentante del profondo Sud ad
essersi comportato così ma primo non è solo l'unico che è stato messo in croce,
secondo ma a te ti pare che uno, e suoi elettori, a ogni elezione cambiano
totalmente schieramento?
Allora sono servi dei regimi in cambio di un tozzo di pane e non hanno
dignità ne' volontà per risollevarsi e risollevare le loro sorti, piangono,
fottono e si fanno fottere.
E' come se tu, e tutti i tuoi amici e conoscenti, o militanti se ne avessi
avuti, dall'essere leghisti duri puri e convinti foste diventati
alternativamente comunisti, poi leghisti, poi comunisti, poi leghisti,....o
no?
Un grande abbraccio gd'o
---
Cara Giuliana, direi tutto sacrosanto e tutto
condivisibile.
Il "puttano" è merce reietta per entrambi gli
schieramenti e rappresenta comunque il "peggio" per la politica.
Del resto,
in quanto a responsabilità politica, il puttano ha dimostrato che, a fronte di
una sua disgrazia personale e familiare, deve cadere il governo!!! Non
male!!!
Da persone così, l'Italia non ha nulla da imparare, per cui,
"aria"!!!
CarloAlberto
---
È
legittimo non pagare le tasse?
La continua dialettica tra
potere e cittadini porta a riscoprire, pur se lo esprime in maniera rinnovata e
trasformata, il vecchio diritto di resistenza, mettendo in discussione il tema
dell'obbligo politico che si trasforma, dalla accezione assolutizzata di
obbedienza, in una accezione diversa, che in qualche modo si definisce come
impegno politico, come esigenza "civile" (morale?) di partecipazione.
Enzo
Trentin Leggi l'articolo su http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=20625
---
Di repubblica in
repubblica
Il Senato con la sfiducia a Prodi ha seppellito la
Seconda Repubblica: è questa un'opinione diffusa. Nella Terza Repubblica, che
sarebbe appena cominciata, tuttavia l'ipoteca di Berlusconi e quella di Prodi
non sono state cancellate. In Francia tutte le Repubbliche, che si sono
succedute nel tempo, hanno avuto la loro propria e peculiare costituzione. In
Italia siamo passati dalla Prima alla Seconda Repubblica a costituzione
formalmente invariata.
Lo stesso accadrà con la Terza e poi con la Quarta.
Soltanto con l'arrivo della Quinta Repubblica, grazie alla forte carica
simbolica che l'espressione ha storicamente acquisito, avremo una Costituzione
adeguata alla forma di governo ed al sistema politico del Paese. Se deve venire,
che venga in fretta: di queste transizioni, che non portano da nessuna parte, ne
abbiamo le scatole piene.
---
Veltroni e Partito
democratico
Walter Veltroni ha aperto la campagna elettorale
del Partito democratico confermando la decisione di correre da solo anche al
Senato.
L'ipotesi, circolata su diversi giornali circa un eventuale accordo
tecnico con i partiti della "cosa rossa", è stata stroncata dal segretario del
PD con queste parole: "Abbiamo fatto una scelta coraggiosa. Non credo abbia
ragion d'essere qualcosa che appaia pasticciato perché gli italiani hanno
bisogno di chiarezza. È venuto il tempo per questo Paese di iniziare a
rischiare". Il PD cercherà convergenze sul programma "con forze che si collocano
nel campo della sinistra riformista" - ha spiegato Veltroni - "non in quello
della sinistra radicale". Un sondaggio de "La Repubblica" circa le alleanze
elettorali del PD ha raccolto oltre 85 mila voti. Il 77% ritiene che il PD deva
correre da solo o allearsi con la sinistra riformista. Il 22% è favorevole
all'alleanza, tecnica o politica, con la sinistra radicale. -
(ADL/Inform).
---
Alle elezioni!!!
Ora che il
peggior governo della nostra vita se ne è andato, si riaprono i giochi
elettorali. Spero che il centrodestra non ripeta gli errori passati ove i
cattolicisti [se a destra ci sono i laicisti come il sottoscritto, ci saranno
pure anche i cattolicisti!] avevano iniziato una campagna di propaganda
vaticanista, sì che molti laici e laicisti di centrodestra si sono sentiti
traditi sopratutto da F.I. (e non l'hanno votata, o non hanno votato) che
liberal e laica avrebbe dovuto essere. E le esternazioni dei cattolicisti nella
destra sono purtroppo proseguite fino ad oggi, vedi legge 40, moratoria
sull'aborto, antiproibizionismo, questione gay, divorzio breve, legalizzazione
della prostituzione, ecc. L' Italia è un paese sempre più laico, ove le chiese
sono vuote e le vocazioni inesistenti. La legge sull'aborto fa ormai parte del
sistema di vita quotidiano, è stata assorbita senza traumi dalla mentalità
corrente. Se le pillole del giorno dopo, o le RU, semplificano la vita alle
donne ed evitano il ricorso alla legge sull'aborto, ben vengano. Solo politici e
giornalisti distratti non si rendono conto di questi cambiamenti e seguitano a
blaterare su argomenti che alla gente non può fregar di meno, quali rimettere in
discussione la legge sull'aborto. Ma anche della legge elettorale alla gente non
frega niente, tanto con qualsiasi legge si vada a votare, Berlusconi vince!
Occorre dunque ridimensionare il potere (solo blablabla e cartaceo) dei
cattolicisti all'interno del nuovo "Popolo delle libertà" e auspico volti nuovi
all'interno delle liste. Nella mia città (Lucca) girano sulla stampa i nomi dei
"soliti", mi auguro invece grandi cambiamenti; con questa legge elettorale non
siamo noi cittadini a scegliere, pertanto toccherebbe alla vecchia nomenclatura
operare i cambiamenti. Difficile però!!! Forse organizzando
primarie...
Vittorio Baccelli
---
Punto debole di Veltroni la carenza di una
strategia per il dopo
Il Punto di Stefano
Folli Il Sole24Ore 8 febbraio 2008
Il punto forte della strategia
solitaria di Veltroni consiste nel valorizzare la "coerenza " e il coraggio
temerario di una scelta che azzera i vecchi rapporti con la sinistra comunista,
nonché i vincoli tipici dell'alleanza prodiana. Sul piano mediatico è un modo
per colpire la fantasia dell'opinione pubblica. Quanto al terreno politico,
l'operazione offre un vantaggio tattico rispetto all'avversario di sempre,
Berlusconi, alle prese con gli appetiti di una coalizione sterminata. Il punto
debole, naturalmente, è la solitudine in se stessa: opzione anomala, dato che la
legge elettorale premia le coalizioni. I critici del sindaco di Roma hanno già
detto che un Partito Democratico che corre da solo equivale a dire "cavaliere,
si accomodi a Palazzo Chigi". E come osserva Emma Bonino, "alle elezioni si va
per vincere, non per partecipare".
C'è un altro elemento di debolezza e
riguarda la prospettiva post-elettorale. Quale uso faranno i vertici del Pd dei
voti raccolti il 13 aprile?
Con chi pensano di allearsi per governare? Sono
domande per ora prive di risposte convincenti. Gli altri contendenti sanno già
cosa faranno. La destra è una coalizione che punta a ottenere i premi di
maggioranza sia alla Camera sia al Senato: il che, in caso di vittoria, la
metterà in grado di governare immediatamente.
La "Cosa rossa" non punta al
governo, ma a ricostruire un'opposizione "di classe", a costo di apparire
residuale. Chi deve precisare il suo futuro percorso è proprio il partito
veltroniano, desideroso di costituire un'importante forza di centro.
Poniamo che la campagna del Pd abbia molto successo e che le sue liste
raccolgano fra il 32 e il 35 per cento. Troppo pochi per governare, visto che
gli altri prenderebbero il premio di maggioranza; troppi per andare in
Parlamento senza idee chiare sul che fare e sul come farlo. Se le percentuali
fossero queste, Veltroni sarebbe con ogni probabilità il leader del partito di
maggioranza relativa. Ma non avrebbe alleati a cui rivolgersi per tentare un
progetto di governo condiviso: sarebbe - in un certo senso - prigioniero della
solitudine che gli ha giovato sul piano elettorale.
Quando questi
interrogativi vengono sollevati, gli esponenti del Pd rispondono: "noi puntiamo
a prendere il 51 per cento". Frase adatta a una campagna elettorale, ma del
tutto elusiva. Ovviamente il Pd non può aspirare al 51 per cento, ma ciò non lo
esime dall'indicare quale uso intende fare della sua forza parlamentare. Il
punto è decisivo, perché la Democrazia Cristiana, baricentro moderato a cui il
progetto di Veltroni si ispira, era tutto tranne che un partito solitario: anzi,
trovava nella sua rete di alleanze, anche mutevoli, il fondamento della sua
forza.
Ci sarebbe una risposta, ma è proprio quella che il Pd non può dare
prima del 13 aprile. L'alleanza possibile per Veltroni, l'unica capace di far
valere il peso elettorale del partito e di conferirgli una sorta di
"centralità", è con il centrodestra di Berlusconi. Soprattutto se la campagna si
svolgesse nel rispetto reciproco che tutti auspicano. Potrebbe essere un governo
di unità nazionale, come va sostenendo una voce fuori dal coro, quella del
senatore Polito. Oppure una solidarietà nazionale vissuta sul terreno
parlamentare in nome delle riforme. Non a caso un giornale influente come
"Avvenire" auspicava ancora ieri nell'editoriale "una legislatura profondamente
riformista". Il domani di Veltroni come leader moderato passa attraverso
un'intesa di legislatura con Berlusconi.
---
Restituiteci la scelta
Commento di Mario Caligiuri sul "Quotidiano
Nazionale"
L'annuale relazione della Corte dei Conti rischia di essere
annoverata tra quelle che Luigi Einaudi considerava le "prediche inutili". Chi
riteneva che tangentopoli fosse stata benefica per il nostro Paese, potrà
agevolmente accorgersi che, come moralità pubblica, la situazione forse è di
gran lunga peggio di prima. Allora diventa non più rinviabile affrontare il tema
dell'efficienza della pubblica amministrazione che va prima di tutto conseguita
attraverso la selezione dei dirigenti e degli eletti. Pertanto in questo quadro
è comprensibile che la legge elettorale rappresenti un tema decisivo; però è un
falso problema in quanto, qualunque essa sia, continuerà a individuare una
classe politica profondamente inadeguata.
Giova ricordare che l'esproprio
della libertà degli elettori è iniziato nel 1991, quando le preferenze sono
state ridotte da quattro a una per giungere adesso alle liste bloccate. Come
tutti sanno, i candidati negli ultimi anni sono stati sistematicamente calati
dall'alto, da partiti personali o, al massimo, oligarchici.
IL FENOMENO dei
costi della politica è emblematico di indifferenza e di arroganza. Occorre però
adesso imboccare una strada. Paradossalmente, questa legge elettorale potrebbe
rappresentare una via d'uscita. Ad una indispensabile condizione: individuare
candidati (pardon, eletti) che possano realmente evitare il declino del Paese.
Nelle selezioni occorre allora introdurre regole di buon senso, evitando di
proporre stretti congiunti e veline, oltre a porre il limite delle candidature
come avviene per i sindaci. I dirigenti dei partiti hanno una grande
responsabilità per ridare credibilità, e quindi efficacia, al sistema politico.
Chi sta già preparando liste elettorali non si faccia irretire dalle sirene
degli uscenti, per i quali nessuno è meglio di loro. Visti i risultati, è vero
l'esatto opposto: nessuno è peggio di loro. Ed è falso sostenere che la società
civile è uguale a quella politica, perché è solo quest'ultima che detta le
regole e in più fornisce ai cittadini un cattivo esempio di etica
pubblica.
Tutto il resto è una elementare conseguenza. Cominciamo allora a
fare circolare aria nuova alla Camera e al Senato. Il fatto è che questo dipende
solo da chi fa le liste, ai quali chiediamo di essere responsabili, perché, al
di là delle alleanze, dalle persone che sceglieranno dipenderà il destino della
prossima legislatura.
---
Forma e sostanzaTolto di
mezzo il prodismo, l'occasione costituente è a portata di mano. Già se ne
colgono i segni, positivi, in quel che precede la campagna elettorale. Cerchiamo
di non sprecare l'occasione, perché sono le forze politiche che cambiano le
istituzioni, e sono le forme istituzionali a modellare le forze politiche. Il
divenire è continuo, non deterministicamente positivo, e non consente d'oziare
domandandosi se viene prima l'uovo o la gallina.
La scelta di Veltroni,
l'idea di portare il pd alle elezioni da solo, senza lavorare ad alleanze tanto
vaste quanto false, non è coraggiosa, è saggia. Elezioni che partono perse sono
un'ottima occasione per cambiare forma politica e classe dirigente. La rottura
nella sinistra, inoltre, porta con sé la distruzione dell'assetto istituzionale
che Berlusconi (meritoriamente) impose nel 1994. Quel bipolarismo tramonta,
perché uno dei due poli, dopo essersi massacrato, ha deciso di non stare più al
gioco. In queste condizioni il centro destra può anche presentarsi ricoalizzando
tutti ed assicurandosi la vittoria. Ma rischia d'attardarsi in una partita che
si rivolge al passato. Inoltre, ne ho già scritto, i due elettorati di
riferimento sono assai più avanti, nel processo di unificazione, dei gruppi
dirigenti. E' tempo, dunque, che anche nel centro destra si prenda atto della
realtà: il maggioritario non è stato introdotto dalla legge Mattarella, e
neanche dalla Calderoli, che pure prevede un premio di maggioranza, ma sarà
frutto della scelta veltroniana. Questo, a sua volta, renderà necessario un
cambio istituzionale, mettendo i vincitori nelle condizioni di governare,
veramente, e consegnando agli sconfitti l'essenziale ruolo di vigilare e
denunciare, veramente. Mentre tutti dovranno sapere che le elezioni successive
non potranno essere la continuazione galleggiante del passato, ma la vittoria o
la sconfitta di precise proposte politiche. Il compito della prossima
legislatura, se non vorrà essere altro tempo perso, sarà quello di trascinare le
istituzioni dove la realtà è già arrivata. Chi si attarda perde, o perderà. Per
questo il centro destra non dovrebbe adagiarsi su forma e personale
tradizionali, con i quali cogliere l'ultima vittoria, ma fare spazio a quelli
che consentano di gareggiare, e vincere, anche in futuro.
Davide
Giacalone
www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero
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Quindici anni dopo
di Andrea Romano La Stampa 4 febbraio 2008
Correva l'anno 1993. In Germania governava Helmut Kohl, in Francia François
Mitterrand e in Gran Bretagna John Major. In Italia, nel frattempo, la politica
allestiva le truppe che avrebbero occupato la scena del dopo-Tangentopoli.
Silvio Berlusconi meditava e organizzava la discesa in campo. Gianfranco Fini si
preparava a sfidare Francesco Rutelli per la carica di sindaco di Roma. Il
centrosinistra cercava un rimedio alle proprie inquietudini tra leader
emergenti, partiti in mutazione, vecchie e nuove identità. Sarebbe facile notare
che dalle nostre parti niente è cambiato, mentre il mondo è andato avanti senza
alcuna pietà per i ritardi italiani. Sarebbe facile e anche sbagliato, perché in
questo ormai lunghissimo tratto di tempo l'Italia reale si è trasformata più o
meno come è accaduto alle economie, alle società e ai costumi dei paesi a noi
più vicini. Ma soprattutto quell'Italia reale ha maturato un distacco profondo e
inquietante verso una politica che in questi quindici anni non è stata capace di
uscire da una transizione ormai infinita. Non si tratta tanto dell'assenza di
qualche volto nuovo - che pure non avrebbe fatto alcun male - ma della
sensazione che la stagione politica avviata nel 1993 abbia percorso un lungo
sentiero circolare per tornare al punto di partenza.
Nel centrodestra Silvio
Berlusconi è ancora dominus incontrastato della propria parte politica, con una
corona di vassalli incapaci di liberarsi dalla condizione di eterne promesse.
Walter Veltroni è invece riuscito nei dodici anni trascorsi dal 1996 a passare
dalla posizione di numero due a quella di numero uno della propria
coalizione.
Il che non è affatto poca cosa, se confrontato con la persistenza
nel proprio campo di tic e riflessi che affondano entrambe le gambe nel declino
che la sinistra italiana ha vissuto nell'ultimo Novecento. Il Partito
democratico è la vera eredità positiva che quella decadenza lascia in dote al
paese, ma è paradossale che debba confidare nel lavacro di una sconfitta
onorevole per affermare le proprie ragioni politiche e culturali.
Quando tra
poche settimane torneremo alle urne, come pare ormai inevitabile, ci troveremo a
dover votare con una legge che ha già dimostrato di sabotare la governabilità
del paese. Ma soprattutto, avremo a disposizione un'offerta politica che sembra
ispirarsi alla dottrina dell'eterno ritorno. Non deve stupire che alle nostre
vicende si appassioni sempre meno chi italiano non è. E che i corrispondenti di
molti giornali stranieri - come scriveva ieri Guglielmo Sasinini su "Libero" -
stiano abbandonando le postazioni romane per raccontare altri e più avvincenti
scenari europei. C'è solo da immaginare l'entusiasmo di un lettore francese o
statunitense per l'ennesimo reportage su Berlusconi e il conflitto di interessi
o su postfascismo e postcomunismo alla prova del governo.
Tuttavia questo è
quanto passa il convento. E in aprile voteremo anche perché questa nostra
politica immobile faccia un piccolo passo avanti. Basterebbe poco.
Un accordo
bipartisan per varare quanto meno una nuova legge elettorale, se non addirittura
quelle riforme istituzionali di cui si discute da troppo tempo. Uno scatto in
avanti del vincitore, qualunque esso sia, per superare la rituale ripetizione di
sé alla quale abbiamo assistito. Una nuova leadership per uno dei due
schieramenti.
Certo è che se a questa nuova campagna elettorale non facesse
seguito una stagione minimamente costituente, se ad esempio ci trovassimo di qui
ad un anno a tornare alle urne nello stesso identico scenario, sarebbe
impossibile spendere anche una sola parola contro le ragioni dell'antipolitica e
del disimpegno. Tanto varrebbe parlar d'altro, una volta per tutte.
---Però...
di Mauro del Bue
Se Mastella
ha schiacciato il grilletto, Baccini potrebbe ora salvare il moribondo. E
permettere il rientro di Dini e seguaci, e magari anche di Fisichella, la venuta
in Italia del senador Pallaro, che oppose il gran rifiuto al rientro in patria
per votare Prodi. E magari anche la discesa dall'Aventino di Andreotti.
E
chissà che anche qualcun altro dell'Udc non vada dietro al senatore. Però... Non
è questa una soluzione della crisi che permetta al Paese di avere un governo
capace di governare e di fare quelle riforme, compresa quella elettorale, delle
quali il sistema necessita. E' giusto che il presidente della Repubblica tenti
di verificare se esiste ancora una maggioranza prima di sciogliere le Camere.
Sarebbe altrettanto giusto che i partiti politici evitassero però di assumere la
funzione di guaritori che illudono che la malattia è stata debellata, quando
invece si è ulteriormente aggravata.
---
SILVIO E' UNO CHE BADA ALLA "ROBA"
di Emanuele
Macaluso Il Riformista 30 gennaio 2008Veltroni ha invitato ancora una
volta Berlusconi a presentarsi alle elezioni solo con il suo partito così come
farà il Pd. È chiaro che l'appello fa ormai parte della propaganda
pre-elettorale dato che il Cavaliere sta rimettendo in piedi la sua Casa
diroccata e certo non rinuncerà a costruire la sua coalizione con
alleati-satelliti.
La proposta di Walter è stata ripresa, ieri sulla
"Stampa", da Marcello Pera, il quale chiede al Cavaliere di accettare l'invito
veltroniano. L'ex presidente del Senato usa un argomento forte: le riforme non
servono e comunque non si fanno se i partiti non cambiano e, allora, dice,
rovesciamo il teorema. Cioè Pd e Forza Italia si presentino da soli segnalando
così la volontà di opporsi alla frammentazione e troveranno larghi consensi e
successivamente, insieme, riformino il sistema.
Questo ragionamento -
condivisibile o meno - avrebbe senso se il Cavaliere fosse effettivamente
preoccupato della crisi del sistema e i suoi interessi fossero solo politici.
Pera sa bene che non è così. Berlusconi deve far coincidere la politica con la
"roba" e ha urgenza di tornare comunque a Palazzo Chigi, e quindi prepara
l'ammucchiata. Nel 2006 racimolò 17 liste: dalla fiamma nazista all'edera di La
Malfa. Ora c'è anche Storace.
---Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha fatto
la sua scelta sulla crisi di governo,
ad una settimana dal
voto negativo a Palazzo Madama e dalle dimissioni di Romano Prodi, affidando al
presidente del Senato Franco Marini l'incarico di verificare la possibilità di
consenso su una riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo
funzionale all'approvazione di tale riforma. Il capo dello Stato ha chiesto al
presidente incaricato di 'riferirgli' sull'esito della sua verifica 'nel più
breve tempo possibile. Marini ha accettato, pur definendo questo 'un impegno
gravoso'.
"Franco Marini constaterà l'impossibilità di formare un nuovo
governo e di conseguenza non resterà altra soluzione che andare a votare. Il
Presidente del Senato è un uomo politico esperto, quindi la persona adatta per
svolgere questo incarico. Tuttavia a Marini non resterà che prendere atto
dell'impossibilità di formare un nuovo governo e non avrà altra scelta che
tornare al Quirinale per riferire al presidente della Repubblica che non ci sono
margini di manovra. A quel punto, come è giusto che sia, al Presidente
Napolitano non resterà che sciogliere le Camere e indire le
elezioni.
Onorevole Isabella Bertolini, Forza Italia
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Politici infami!
Vi
inoltro uno sfogo che ho inviato alla tivù delle libertà e al presidente del
circolo delle libertà. Se volete farlo girare, pubblicare, ecc. fate
pure.
Vorrei sapere da voi che razza di classe politica è quella che non
tiene conto dei suggerimenti di sindacati, confindustria e chiesa!?
Se tutte
e tre le istituzioni sono concordi nell'affermare che, prima del voto, occorre
cambiare le regole, in modo da dar vita a governi che sappiano e riescano a
governare, perché mai il centrodestra si ostina ad urlare: "al voto, al
voto!"?
Io credo di non meritarmi una classe politica così distante dalla
gente comune, una classe politica che pensa ai giochi di partito, agli interessi
personali, e a tutto ciò che non coincide affatto con il BENE del Paese!
Normalmente, quando si fallisce in un'impresa, ci si rende conto che si è al
capolinea, BASTA, ci si ritira.
Lo fanno tutti, ma i nostri politici NO!
Perché? Se non siete capaci di mettervi d'accordo, a casa tutti e NON VI
RIPRESENTATE MAI PIU' per il bene dell'Italia! Nello sport come in altre realtà
si capisce quando non si può fare più nulla, invece voi, no! Voi continuate a
cambiare i nomi dei partiti. Il centrosinistra ne fonde due in uno, con gli
stessi personaggi? Anche il centrodestra deve fare altrettanto, come i bambini
dell'asilo! Ma vi rendete conto che tutte le categorie di lavoratori italiani
prendono uno stipendio inferiore rispetto ai loro colleghi comunitari, ad
eccezione dei politici che invece, guarda caso, percepiscono stipendi più alti!
Perché?
Come giustificate ciò? Abbiamo bisogno di politici che si rimbocchino
le maniche, che si diano da fare per il bene comune, che inizino a dare il buon
esempio, percependo uno stipendio più "umano", che imparino a vivere nel mondo
reale, e non nel loro mondo fatto di ville con piscina, di auto di lusso, di
viaggi con aerei ed elicotteri a spese dello Stato! Abbiamo bisogno di facce
nuove e non di sigle nuove con facce vecchie! E' chiaro il concetto?
Provate
voi a vivere in due con 1900 euro mensili! Provate a togliere da questa cifra i
soldi per una donna che vi fa i mestieri e quelli della palestra due volte la
settimana, perché entrambi fate i conti con la disabilità e non potete farne a
meno! Provate voi a mettervi in coda all'Asl perché avete la necessità di
presidi sanitari e l'unico modo per ottenerli è di "umiliarsi", andando davanti
al personale della struttura, quando sarebbe più semplice andare in farmacia e
farseli dare come gli altri medicinali.
Provate voi ad avere la necessità di
un paio di scarpe ortopediche o di tutori, che vi sono passati una volta ogni
due anni!
Mentre voi trasformate il Parlamento in un'arena o in un'osteria
(che vergogna!) c'è chi fa fatica ad arrivare a fine mese: lo dicono anche i
media! Se proprio volete le elezioni, come una sorta di rivincita, di rivalsa
(come fanno i bambini irresponsabili) perché non le pagate interamente voi,
anziché farle pesare sul bilancio dello Stato?
Saluti da un "umano" Fabrizio
Dalla Villa
****Fermare la guerra civile
fossile
Andremo a votare, ogni ipotesi alternativa è
avventurosa. Il copione della crisi volge al termine, e le ultime scene
riguardano il regolamento di conti interno alla sinistra.
Poi calerà il
sipario. Resta, però, un grave errore confondere la democrazia con la ginnastica
elettorale e la politica con la propaganda. Ci sono segnali profondi che dicono
quanto l'intero sistema sia giunto al capolinea, e già il fatto che più d'uno
sragioni di "governo per fare la riforma elettorale" la dice lunga su quanto si
sia diffuso l'analfabetismo istituzionale. Per capire i sentimenti di un Paese
fermo sono utili i primi sondaggi elettorali. Non mi piace il sondaggismo, e
meno ancora la politica che vi si uniforma, ma qui non si tratta di cercare la
previsione di chi vince e chi perde (indovinate!), bensì di cogliere i sintomi
di una guerra civile fossilizzata. In pratica ciascun elettore rimane fedele
allo schieramento cui sente di appartenere, con una minoranza che cambierà
partito all'interno dello stesso mondo.
Sono tutti contenti? Neanche per
idea, solo che chi s'è rotto le scatole non vota per gli "altri", ma si
ripromette di non andare a votare. Questo comportamento rende fragilissima
l'esistenza di una democrazia maggioritaria, tendenzialmente (ma non
necessariamente) bipolare, e rivela che gli "altri" sono vissuti come
nemici.
Anche gli interessi economici, che è naturale pesino, si comportano
in modo anomalo: non sponsorizzano chi propone cose che si ritengono giuste, ma
avversano chi s'è messo in testa di governare. Veltroni sembra aver capito che
praticando l'antiberlusconismo si riesce solo a riempire la sinistra di
reazionari e briganti. Gli riconosco il merito di avere rotto il giocattolo
delle coalizioni posticce. Spetta a chi vincerà le elezioni (quindi non a lui)
archiviare la seconda Repubblica ed iniziare con il passo delle riforme
istituzionali ed economiche. Non si tratta di promettere, o pretendere, "grandi
coalizioni", od il solito ed insipido "dialogo".
Chi vince deve essere capace
di rivolgersi a tutti gli italiani, convincendoli che si può dissentire senza
odiare, si può parlare senza inciuciare, ci si può dividere senza desiderare di
sopprimersi a vicenda. La sinistra s'è sfasciata perché non ha saputo e voluto
farlo. Non è il caso d'imitarla.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it Pubblicato da
Libero
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La carta di D'Alema: subito
il referendum
La strategia del vicepremier: alle urne
ad aprile per modificare con il sì la legge elettorale. Così si andrebbe al voto
non prima nel 2009. E si metterebbe in difficoltà la Cdl
di Maria Teresa Meli - Corriere.it 31-01-2008
E'
la carta segreta che spiazzerà il centrodestra. L'idea l'ha avuta Massimo
D'Alema. Una mossa degna di un politico abile qual è lui per sparigliare la
partita che si sta giocando con Berlusconi. Non riesce il tentativo Marini? O
comunque riesce per il rotto della cuffia? Bene, il ministro degli Esteri ha in
serbo un'iniziativa che difficilmente il Cavaliere potrà contrastare. D'Alema
l'ha suggerita a Giorgio Napolitano, che in queste ore la sta vagliando: indire
il referendum elettorale in aprile. Dopodiché si vada pure alle elezioni.
Ovviamente, come minimo in giugno, se non oltre.
La Corte costituzionale ha
annunciato che il sistema elettorale vigente ha delle "carenze". Il che,
tradotto in parole povere, significa che secondo la Consulta la legge aveva
bisogno di aggiustamenti anche a prescindere dal referendum. Una spinta in più
per fare una riforma: e per centrare l'obiettivo di un sistema elettorale
compiuto si potrebbe arrivare fino al 2009.
Una mossa, quella di D'Alema, che
creerà qualche problema nel centrosinistra (anche se Rifondazione ha già
lasciato intendere che è pronta anche ad affrontare questo appuntamento). Ma
che, sicuramente, provocherà uno sconquasso dall'altra parte della barricata.
Nella Casa delle Libertà, infatti, c'è Fini, che quel referendum l'ha firmato.
C'è Berlusconi, che finora è riuscito a non esprimersi in proposito. C'è la Lega
che è contraria. Ma, soprattutto, c'è quell'Udc che avrebbe dovuto essere
l'interlocutore del centrosinistra sulle riforme - e sul prolungamento della
legislatura - che vede nel referendum la certificazione della fine della propria
autonomia (e, forse, anche, della propria sopravvivenza).
Non è un caso che
appena il tam tam sulla mossa escogitata da D'Alema giunge alle orecchie di
Berlusconi, il Cavaliere resti interdetto: "Certamente questa è una mossa
insidiosa", dice Berlusconi a Fini e Letta. Non è la prima volta e non sarà
l'ultima che D'Alema prende in mano le redini del gioco per scongiurare una fine
prematura per il centrosinistra. E Veltroni, che pure teme che questa operazione
serva ad andare avanti e a indebolirlo, non può certo contrastarla.
Qualche mese in più serve soprattutto a lui. E comunque un referendario
della prima ora come il sindaco deve comportarsi di conseguenza. Perché è vero
che il leader del Pd non ha firmato il referendum, come invece hanno fatto
Parisi e Bindi, ma è anche vero che non può essere colui che lo ostacola. La sua
storia politica non lo permette. Il che non significa che Veltroni non abbia dei
dubbi. Primo, "anche se passerà la legge del referendum io mi rifiuto di fare
un'ammucchiata in cui tutti stanno con tutti, con le conseguenze che si sono
viste con questa coalizione e questo governo". Per Veltroni questo è un punto
fermo. Di più. Il sindaco aveva sfidato Berlusconi, anche nel loro secondo
incontro riservato, ad andare da solo alle elezioni, anche nel caso in cui si
fosse fatto il referendum.
Ma c'è un altro dubbio che assilla Veltroni, il quale è scettico sulla
riuscita della consultazione. E' già accaduto per gli altri due referendum
elettorali: il quorum non è stato raggiunto. Chi ha detto che questa volta
accada il contrario?
Eppure, tra scetticismi, dubbi e tentativi di Marini,
quella di D'Alema si rivela come l'unica mossa capace di mettere in difficoltà
il Cavaliere e di dare del filo da torcere al centrodestra. "Perché - è il
ragionamento del ministro degli Esteri - dovremmo togliere agli italiani questa
occasione per esprimersi?".
Dunque, forte di 800 mila firme in calce ai
quesiti referendari, il Quirinale potrebbe indire la data del referendum. E non
è un caso che i vertici del Prc, avvertiti anzitempo di questa eventualità, non
alzino le barricate, ma facciano sapere: "In fondo con il referendum non
andrebbe tanto male neanche a noi". E soprattutto non andrebbe male al
centrosinistra che prenderebbe fiato e tempo per rinserrare le fila e tentare
una campagna elettorale che altrimenti sarebbe persa in partenza.
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Contrordine compagni, le
tasse non sono bellissime
da Il Riformista del 30 gennaio
2008
Contrordine compagni. Le tasse non sono più bellissime come aveva
sostenuto il ministro Tommaso Padoa Schioppa. Sono, invece, una disgrazia.
Necessaria, certo, ma pur sempre una disgrazia. Lo ha sostenuto ieri Vincenzo
Visco, proprio lui che sulla questione fiscale ha più di una volta messo in
difficoltà la coalizione di centrosinistra. E lo ha sostenuto proprio ora che
quella coalizione è in piena smobilitazione, in seguito alla crisi di governo
consumatasi nell'aula del Senato.
"Le tasse sono una disgrazia necessaria,
non credo che siano bellissime come dice il mio amico Padoa-Schioppa", ha detto,
per la precisione, il viceministro Vincenzo Visco che, in quanto viceministro,
si è trovato nella condizione di correggere quanto affermato dal suo diretto
superiore, seppure dimissionario.
Il quale superiore, nell'ottobre scorso,
intervenendo alla trasmissione di Lucia Annunziata "In mezz'ora su Rai Tre",
aveva sostenuto che "Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di
contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza,
ambiente e salute". Niente da dire sul merito, salvo per l'utilizzo di
quell'aggettivo - "bellissima" - che aveva fatto gridare mezza Italia
all'infortunio mediatico. Tanto più che, va ricordato, l'uscita sulle tasse
seguiva di pochi giorni l'altra, quella sui "bamboccioni", a sua volta così
criticata da molti. Ebbene, da "cosa bellissima" le tasse vengono ora rubricate
come "disgrazia necessaria".
Un cambiamento notevole, davvero. Ora rimane da
capire se dipende dal "liberi tutti" post crisi di governo o se questa
differenza di vedute vi sia sempre stata.
Perché prendere decisioni su una
"cosa bellissima" o su una "disgrazia necessaria" non è proprio la stessa cosa.
Comunque sia, qualcuno nella ormai ex maggioranza si sarà di certo detto: caro
Visco, ma non potevi pensarci prima?
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L'ultimo niet del Cavaliere a D'Alema "Troppo tardi,
dialogheremo dopo il voto"
di Claudio Tito La Repubblica
del 30 gennaio 2008
L'ultimo tentativo l'ha
fatto Massimo D'Alema. Ha provato a spendere le sue capacità di persuasione con
il centrodestra per un governo di "scopo". Per un esecutivo guidato da Franco
Marini e sostenuto anche dall'intera Casa delle libertà. Ha alzato il telefono e
si è messo in contatto con i big dell'opposizione. Con Silvio Berlusconi
attraverso i "canali diplomatici" che si attivano trai due più grandi partiti
italiani nei momenti più delicati. Ossia attraverso la mediazione di Gianni
Letta.
A loro il ministro degli Esteri ha proposto un percorso "breve". Con
un unico obiettivo: la legge elettorale. Lo stesso ragionamento che poi ha
svolto davanti alle telecamere del Tg1. Quindi, rinviare le elezioni solo di
"qualche settimana" per non negare al Paese il "diritto" di andare alle urne con
un sistema elettorale efficace.
Una soluzione per aprire un varco nella
diffidenza reciproca tra i due poi e superare il difficile tornante
istituzionale che sta impegnando il Paese. Per instaurare, insomma, un clima che
possa preludere ad un dialogo più organico nella prossima legislatura.
Ma non
c'è stato niente da fare. La risposta di Via del Plebiscito è stata cortese ma
secca. "Il dialogo per le riforme - ha spiegato il Cavaliere negli incontri
avuti nel pomeriggio a Palazzo Grazioli con gli alleati - lo riprenderemo dopo
le elezioni". Tant'è che negli ultimi giorni il capo forzista ha persino
prospettato l'idea di consegnare comunque all'opposizione la presidenza di una
Camera dopo le elezioni. Dell'offerta di D'Alema l'ex premier ha parlato con lo
stato maggiore di An e con Umberto Bossi. Una rapida consultazione e poi il
"niet" definitivo per bloccare pure le eventuali tentazioni dell'Udc di Casini.
Che da Gerusalemme - dove si trova in missione - ha fatto pervenire a Roma la
sua nota ufficiale per schierarsi a favore delle elezioni anticipate e far
capire che la sua disponibilità si era ormai esaurita. Con la consapevolezza,
forse, che il progetto della "Cosa Bianca" può essere sterilizzato adesso con il
voto subito. Ma se la legislatura prosegue, il progetto di Pezzotta e Tabacci
(insieme a Di Pietro) pescherà proprio nell'elettorato centrista.
Al resto,
poi, ci ha pensato il "fantasma" che il Cavaliere ha fatto aleggiare sui palazzi
della politica. Il timore che il centrosinistra potesse pensare ad una
"forzatura". "Napolitano ci proverà fino alla fine, dobbiamo tenere duro", ha
raccontato con preoccupazione ai suoi fedelissimi. E già, in effetti pure il
colloquio al Quirinale ha seguito i binari che non piacevano alla delegazione di
Forza Italia. Compreso il rilievo fatto dal capo dello Stato alla "marcia su
Roma" evocata da Berlusconi nei giorni scorsi.
Alla fine, però, anche il
clima di sospetto si è sciolto e Berlusconi ha saluto Napolitano con una
barzelletta.
Sta di fatto che l'estremo tentativo compiuto da D'Alema ha
messo in fibrillazione il centrodestra. Prima di ricevere la risposta finale
della Cdl, il capo dello Farnesina ha incontrato il presidente del Senato per
aggiornarlo sul suo "giro d'orizzonte". E a Marini ha chiesto di "non
rinunciare", di provare fino in fondo, di accoglie -re il mandato del Colle con
spirito "non rinunciatario". Un consiglio che anche Francesco Rutelli ha fatto
pervenire a Palazzo Madama dopo aver "consultato" anche lui gli interlocutori
della Cdl. Alla fine, però, la lieve ventata di ottimismo si è rapidamente
infilata nel canale del realismo. Persino sul Colle l'idea di affidare un
incarico pieno a Marini è stata ridotta alla necessità di assegnare una
"esplorazione" senza nemmeno scartare la possibilità che alla fine la scelta
cada su Giuliano Amato.
"Se il presidente della Repubblica me lo chiede - è
il ragionamento che fa in queste ore la seconda carica dello Stato - cercherò di
verificare se è possibile fare le riforme, ma con una larga base parlamentare".
Insomma, niente governicchi e niente ricerca di 2 o 3 voti per conquistare una
maggioranza. Non è un caso che lo stesso Napolitano durante i colloqui di ieri
abbia precisato di non voler esporre il presidente del Senato al rischio di un
fallimento. Un modo per dire che Marini non si presenterà in Parlamento se non
con un accordo amplissimo, che comprenda pure Forza Italia. Altrimenti rinuncerà
e difficilmente il Quirinale esperirà un altro tentativo per evitare le elezioni
anticipate.
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Perché Veltroni può aver ragione (se ha
coraggio)
di Oscar Giannino Libero 29
gennaio 2008
Sinora Veltroni non mi ha convinto, da leader. Troppo
"liquido", per dirla come oggi usa. Troppo svelto a sottrarsi al fuoco. Si
candida a segretario invece di D'Alema, vince ma si sottrae. Fa il numero due di
Prodi al governo, ma poi si rifugia in Campidoglio e si sottrae. Sempre così.
Come un film di Salvatores. Oggi però dico: è il tuo giorno, facci vedere.
È
proprio sull'attitudine di Veltroni a sottrarsi al fuoco, che fanno conto i suoi
tanti critici. All'interno del Partito democratico, come nell'intero
centrosinistra.
Lo considerano caratterialmente portato alle fughe in avanti,
imbattibile nel suscitare emozioni e nell'evocare sentimenti. Ma iperprudente al
limite della vigliaccheria, quando si tratta di affrontare a spada tratta i
rischi di contrasti frontali, e delle conseguenti avversioni imperiture che
dagli scontri politici tra grandi personalità a volte derivano per decenni e
vite intere. Vuole troppo essere amato, Veltroni, per affrontare il fuoco amico.
È proprio per questo imbattibile in campagna elettorale e per costruire consensi
trasversali, nei più diversi ed apparentemente eterogenei ambienti
intellettuali, accademici e professionali. Ma cosa ben diversa è che tenga una
posizione a costo di versare il sangue. Come il mitico, inarrivabile D'Alema:
anche se a questo proposito ci sarebbe pure molto da dire, perché di solito
D'Alema non deflette - si tratti l'altroieri contro Cofferati sulle pensioni, o
ieri contro la Forleo su Unipol - ma poi il sangue finisce sempre che lo versano
i suoi, lui no.
Del resto, è da secoli che non si chiede più ai grandi
generali di morire alla testa delle proprie truppe. In questo, nel Pd molti
restano convinti che D'Alema resti il grande generale seguace di Sun Tzu.
Veltroni serve per fare non le guerre ma le paci, una segretario generale
dell'Onu in sedicesimo.
I PROBLEMI DELLA
LIQUIDITA'
Ed è vero, tutto questo l'ho sempre pensato anch'io. Tanto
è vero che pur da esterno ho scritto e continuerò a scrivere anche su Leftwing,
il sito che per il Pd si è impegnato ventre a terra, ma sempre serbando una
solida lettura dalemiana delle vicende del centrosinistra. Diciamo - per usare
una clausola classicamente dalemiana - che li conosco bene, gli argomenti
critici contro Veltroni. Quelli che sono risuonati nel ruvido intervento di
Roberto Gualtieri dalla tribuna del decennale di Italianieruropei, sabato scorso
all'Auditorium romano della musica che del festival veltronian-capitolino è
palcoscenico d'elezione. Veltroni ha sbagliato perché ha puntato su un partito
un po' come lui, troppo "liquido" mentre servono solide sezioni e iscritti
tradizionali. Sbaglia perché non capisce che la crisi economica in atto è figlia
della finanziarizzazione americana, e invece lui scimmiotta troppo i democratici
Usa amici del grande capitale. Sbaglia perché si ostina a non capire che il
sistema elettorale alla tedesca - caro a D'Alema, e terreno d'elezione per una
convergenza con Udc, Udeur, Cosa bianca, formazioni minori sempre fedeli al
modello "iperproporzionale e mani libere sulle alleanze" - non è affatto così
male come il leader del Pd si ostina a credere. E non è neanche una dolorosa
necessità, tanto per vincere tenendo il centrosinistra unito, senza più prodiani
- e hai detto niente, liberarsi di Parisi e della Bindi - ma imbarcando
centristi e cattolico-sociali veri al loro posto.
Molto più di tutto questo,
dice chi ce l'ha con Veltroni, il sistema elettorale tedesco è il compromesso
ideale per l'incontro tra socialisti e cattolici di cui il Pd è lo strumento
necessario.
LA STORIA NON FA SALTI
Mentre, a
Veltroni, si imputa di pensare che la storia possa fare salti. Che, per il
solo fatto che c'è lui alla guida, si possa diventare democratici americani
pluri-identitari, o spagnoli bipartici alla Vassallum, o addirittura secondo lo
schema referendario che avvicina Veltroni all'odiatissimo Berlusconi. Tutte
critiche che hanno un fondamento, badate. A questo punto vi chiederete: facci
capire, stai solo criticando Veltroni anche tu, com'è che allora in testa
d'articolo ti hanno messo un titolo che dice che il leader del Pd ha ragione se
ha coraggio? Ora ve lo dico. Mi ha convinto Giuliano Ferrara. Che dichiara - e
io ci credo - di essere un tifoso di Walter, perché il Pd è una bella novità
nella morta gora della politica italiana, avvilita dalla leadership
combattentistica e lunare di Prodi, e ci vorrebbe qualcosa di simile anche nel
centrodestra. Condivido. Ma quando ho visto che Ferrara è andato al Tg1 per
candidare Veltroni al governo e bruciarlo - è immediato, dopo che D'Alema
sabato aveva invitato Veltroni a guardarsi dai consiglieri di Berlusconi, e
Baffino intendeva proprio Ferrara - allora mi sono detto: caro Veltroni, ora
devi proprio farci vedere. Se hai fegato e coerenza, ridì oggi a Napolitano quel
che hai detto sinora. Che al compromesso iperproporzionalista a mani libere tu
non ti pieghi. Che ai pasticci sono preferibili le urne.
Che non hai paura. E
guiderai il Pd da solo, senza più alleanze eterogenee con Rifondazioni purpuree,
Cose rosse e Relitti viola.
E' il momento di tirar fuori le palle. Altrimenti
avrà ancora una volta ragione chi dice che Veltroni va bene per bande e
processioni, non per pugne e trincee.
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