"Rimettiamo subito in
moto il Paese l'Italia non ha più tempo da perdere"
di Silvio Berlusconi - Il Giornale 14 maggio 2008
Ecco i
passi salienti del discorso tenuto dal presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi per chiedere la fiducia alla Camera.
Signor
presidente, onorevoli colleghi,
il lavoro che ci aspetta per ridare
fiducia e slancio all'Italia richiede ottimismo e spirito di missione. Gli
elettori hanno raccolto e premiato il nostro comune appello a rendere più
chiaro, più efficiente e controllabile il governo del Paese. Hanno ridotto
drasticamente la frammentazione politica e hanno scelto con nettezza una
maggioranza di governo e una opposizione, ciascuna con le proprie idee e
passioni, ciascuna con la propria leadership. Il voto è stato un messaggio
univoco alla classe dirigente, è stato la prima grande riforma di tante altre
che sono necessarie. Gli italiani hanno preso la parola. Hanno messo a tacere
con la loro voce sovrana il pessimismo rumoroso di chi non ama l'Italia e non
crede nel suo futuro. (...)
E hanno detto: noi vi mettiamo in grado di
risollevare il Paese, sta a voi non deluderci. Dividetevi, hanno detto i
cittadini, ma non ostacolatevi slealmente.
Combattetevi anche, ma non in nome di vecchie
ideologie. Prendete democraticamente le decisioni necessarie a risalire la
china, rispettate il dissenso e tutelate le minoranze, che si esprimono dentro e
fuori del Parlamento, ma dateci stabilità e impegno nell'azione di governo. Fate
uno sforzo comune perché chi governa e chi esercita il controllo parlamentare
sul governo possano fare, ciascuno nel suo ambito, il proprio mestiere.
Fate
funzionare le istituzioni della Repubblica, ci hanno ordinato gli elettori,
riducete l'area della vanità e della cosiddetta visibilità della politica dei
partiti, realizzate quanto avete promesso di realizzare, e realizzatelo in
fretta. Perché una cosa è sicura: l'Italia non ha più tempo da perdere.
Nella
società italiana è maturata una nuova consapevolezza, dopo anni difficili e per
certi aspetti tormentati. Si respira un nuovo clima, che si esprime nella nuova
composizione delle Camere chiamate oggi a discutere della fiducia al governo. La
parte maggiore dell'opposizione ha creato un suo strumento di osservazione e di
interlocuzione con il governo: il gabinetto ombra di tradizione anglosassone,
che può essere d'aiuto nel fissare i termini della discussione, del dissenso e
delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben
note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e
costituzionale.
L'aspirazione generale è che un confronto di idee e di
interessi anche severo, anche rigoroso, non generi nuove risse ma una
consultazione alla luce del sole, un dialogo concreto e trasparente, e poi
scelte e decisioni ferme che abbiano riguardo esclusivamente agli interessi del
Paese.(...)
Il Paese non ci chiede compromessi al ribasso, confabulazioni
segrete o mercanteggiamenti, ci spinge invece ad assumerci ciascuno la nostra
parte di responsabilità con un metodo e una cultura che mettano il rispetto al
posto della faziosità, che mettano una polemica vivace al posto della guerriglia
paralizzante, che mettano la bellezza della politica capace di cambiare le cose
e di migliorarle al posto della demagogia, del chiacchiericcio, del teatrino e
dell'inganno.
Noi faremo la parte che un forte consenso democratico ci ha
assegnato. Non abbiamo promesso miracoli, ma intendiamo realizzare piccole e
grandi cose.
Partiremo da interventi di alto valore, insieme simbolico e
concreto, come quelli che definiremo nel prossimo Consiglio dei ministri che
terremo a Napoli.
Punto primo. Lo scandalo dei rifiuti non smaltiti deve
finire e finirà. Nessun grande Paese può convivere a lungo con una simile ferita
al suo ambiente, all'igiene pubblica e al prestigio della sua immagine dentro e
fuori i confini della nazione.
Punto secondo. La casa è un bene primario
intorno al quale prendono radici l'identità familiare, la capacità lavorativa e
la stessa identità sociale stabile dei cittadini, e la tassazione sulla prima
casa va definitivamente cancellata.
Punto terzo. Il reddito di chi lavora va
sostenuto anche dalla fiscalità generale, soprattutto in una fase in cui il
divario tra prezzi e potere d'acquisto dei salari e degli stipendi si è fatto in
certi casi intollerabile, e chi si impegna a lavorare di più e a contribuire
alla competitività delle imprese va incoraggiato con una sensibile detassazione
dei suoi guadagni.
Punto quarto. La sicurezza della vita quotidiana deve
essere pienamente ristabilita con norme di diritto e comportamenti preventivi e
repressivi delle forze dell'ordine che siano in grado di riaffermare la
sovranità della legge sul territorio dello Stato.
Noi non cavalchiamo la
paura, al contrario: noi vogliamo liberare dalla paura i cittadini, e in
particolare le donne e gli anziani. (...) La sicurezza è un sinonimo della
libertà, ed è proprio sulla tutela della sicurezza individuale che si fondano il
patto di unione dei cittadini e la stessa legittimazione del potere pubblico.
(...)
Non mi attarderò sul lungo elenco delle cose da fare (...) Vorrei
piuttosto collegare tutti i temi cruciali che abbiamo di fronte, anche al di là
dei primi adempimenti di cui ho già parlato, alla vera grande questione che può
determinare una svolta dal pessimismo paralizzante che circola oggi a quel
vitale ottimismo e a quello spirito di missione comune di cui ho parlato
all'inizio. Questo Paese deve rialzarsi, nel senso che ha tutte le potenzialità
per rimettersi rapidamente in corsa e per tagliare il traguardo decisivo di un
nuovo tempo della Repubblica: il tempo della crescita.
Il problema principale
del nostro Paese è di ricominciare a crescere dopo una lunga fase, e deludente,
di riduzione delle prestazioni del nostro sistema economico e sociale. (...)
Crescere significa anche rilanciare il Paese e i suoi talenti, significa formare
nuove generazioni di lavoratori altamente qualificati, significa dare una
"frustata" vitale alla ricerca e all'istruzione, significa ricominciare a
padroneggiare il proprio destino senza lasciare indietro nessuno.
Crescere
vuol dire ascoltare il grido di dolore che si leva dal Nord e dai suoi standard
europei di lavoro e di produzione, vuol dire incentivare forme di autogoverno
federalista indispensabili a un'evoluzione unitaria della Repubblica, a partire
dal federalismo fiscale solidale.
Crescere significa promuovere il Sud del
Paese considerandolo come una formidabile risorsa per lo sviluppo e sradicare il
peso delle cattive abitudini e della criminalità organizzata (...) a vantaggio
della libera creatività e della voglia di fare di tante intelligenze e volontà
di cui sono ricche le regioni meridionali.
Crescere significa rinnovare il
paesaggio delle nostre infrastrutture, significa tornare ad essere un sistema di
convenienze per gli investimenti degli altri Paesi del mondo, significa fornire
a tutti gli italiani un nuovo potere di conoscenza e di uso delle tecnologie,
significa ringiovanire l'Italia e farla uscire dal rischio della
denatalità.
Crescere significa promuovere la famiglia come nucleo di spinta
dell'intera organizzazione sociale, significa dare alle donne nel lavoro e negli
altri ruoli sociali, un sostegno per la loro autonomia, significa rimuovere le
cause materiali dell'aborto e varare un grande piano nazionale per la vita e per
la tutela dell'infanzia, destinando nuove e consistenti risorse al fine di
incrementare lo sviluppo demografico.
Crescere vuol dire aumentare la nostra
capacità di scambio con il resto del mondo, vuol dire assorbire e integrare con
ordine e saggezza le migrazioni interne ed esterne alla comunità di Paesi
europei di cui facciamo parte, senza lasciarci penetrare da un senso oggi
avvertibile di sconfitta e di chiusura di fronte alle difficoltà e ai rischi
dell'immigrazione selvaggia e non regolata, e restando padroni in casa nostra ma
fieri dell'antico spirito di accoglienza e dell'antica capacità di integrazione
del nostro popolo. (...)
Crescere vuol dire rivalutare il lavoro, renderlo
più sicuro e qualificato, vuol dire fare subito e bene tutto ciò che è
necessario per mettere fine alla infinita, dolorosa e inaccettabile teoria delle
morti bianche.
Crescere vuol dire contrastare la rassegnazione ad alcune
forme di precariato particolarmente instabili e penalizzanti, ma senza ripararci
nella logica del posto fisso e mal pagato, dell'immobilità sociale, della
pigrizia educativa, della tolleranza verso forme abusive di mancato impegno
nella realizzazione del lavoro come vocazione e come missione nella vita
personale, particolarmente in alcuni settori della pubblica
amministrazione.
Per crescere dobbiamo affrontare una situazione difficile
dei mercati finanziari, sfruttando la posizione di relativo vantaggio del nostro
sistema bancario e chiedendo agli istituti di credito uno sforzo.
(...)
Dobbiamo fare una politica estera e di cooperazione allo sviluppo che
sia idonea ad assicurare la capacità contrattuale del nostro sistema nel
turbolento mercato delle materie prime, senza mai rinunciare a far sentire e a
far pesare la nostra voce in Europa e nel mondo. (...)
Dobbiamo tenere i
conti in ordine, ridurre il peso del debito pubblico in proporzione al fatturato
del Paese. Dobbiamo accrescere la volontà e la capacità di contrastare
l'evasione fiscale, ristabilendo però il principio liberale secondo il quale le
tasse non sono "belle in sé" e neppure un tributo moralistico al potere
indiscusso dello Stato. Le imposte sono il corrispettivo che i cittadini devono
allo Stato per i servizi che ricevono e sono quindi il presupposto e la garanzia
del buon funzionamento dei servizi pubblici e la tutela di un equilibrio sociale
responsabile, mai punitivo verso chi produce la ricchezza da ridistribuire con
equità.
Dobbiamo contrastare il calo di competitività del sistema economico.
(...)
Dobbiamo colpire i corporativismi e le chiusure difensive che in
passato hanno tutelato soltanto i bisogni castali di un sistema assistenziale e
dirigista che non ha fiducia nella libertà e nell'autonomia della
società.
Dobbiamo risolvere positivamente, contemperando l'interesse
nazionale e le regole del mercato, una rilevante questione industriale come la
crisi dell'Alitalia, senza svendere e senza rinazionalizzare, facendo appello al
contributo decisivo della finanza e dell'impresa italiane. (...)
La crescita
della prosperità e del ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo, nel segno della
responsabilità occidentale e della ricerca di vie credibili alla pace, saranno
la bussola della nostra politica come Paese fondatore del progetto europeo, come
grande nazione mediterranea naturalmente chiamata alla cooperazione tra le due
sponde del nostro mare, e come pilastro dell'amicizia tra Europa e Stati Uniti
d'America.
Solo un Paese in crescita, che dia segnali chiari di uno slancio e
di un metodo nuovi per affermare la sua presenza sulla scena mondiale, può
rinsaldare le proprie ambizioni, può sostenere le imprese di pacificazione e di
promozione della libertà in cui sono impegnati migliaia di soldati italiani nel
mondo. (...)
È nostro vitale interesse ridurre i focolai di tensione in Medio
oriente e contribuire alla più strenua difesa dell'esistenza e dell'identità
storica di Israele, il cui diritto alla pace si specchia nel diritto
indiscutibile dei palestinesi alla costruzione di uno Stato indipendente.
(...)
La riforma dettata dal voto del 13 e del 14 di aprile ha lineamenti che
ai miei occhi, e non solo ai miei occhi, risultano chiarissimi. Innanzitutto
nuova moralità nella politica e contrasto fermo e deciso nella piena unità
civile del Paese nei confronti della criminalità organizzata. Riduzione di ogni
forma di privilegio indebito e lotta a ogni forma di spreco del denaro pubblico.
Efficienza nella spesa, riduzione del costo della pubblica amministrazione e
moderazione nelle pretese fiscali dello Stato, che deve riuscire a semplificare
e ridurre, sensibilmente e gradualmente, la pressione delle imposte
sull'apparato produttivo e sui redditi familiari.
Sicurezza dei cittadini e
affermazione di una giustizia che abbia risorse e personale adatti a un moderno
Stato di diritto. E qui il mio pensiero, riconoscente, il nostro pensiero va
alle Forze dell'ordine e ai tanti magistrati che compiono in silenzio il proprio
dovere.
Per realizzare questo progetto di riscatto e di rilancio occorre che
una volontà comune proceda a modifiche istituzionali che oggi, dopo la lunga
fase di divisione del passato, sono sostanzialmente condivise da una larga
maggioranza in questo Parlamento. (...) Noi siamo a disposizione, noi siamo
pronti.
Il dialogo può e deve cominciare da subito, non appena il governo
sarà nel pieno possesso delle sue attribuzioni, all'indomani del voto di fiducia
che vi chiediamo e che ci attendiamo da voi. Nessuno deve sentirsi
escluso.
Nella mia ormai consistente esperienza della vita pubblica e
politica, seguita agli anni spesi nell'impegno di costruire impresa e ricchezza
sociale, ho avuto qualche delusione e molte soddisfazioni. Non sono e non sono
mai stato un uomo solo al comando. Ho sempre avuto fortissimo il senso della
squadra, delle relazioni personali all'insegna della gentilezza e del garbo che
sono i veri giacimenti culturali dell'identità italiana, all'insegna della
solidarietà e della compattezza di un lavoro tipicamente collettivo com'è quello
di guidare lo Stato. Ho sempre cercato di mostrare e di praticare, anche quando
su di me soffiava il vento dell'acrimonia personale e la bufera della faziosità,
il massimo possibile di rispetto per gli avversari politici.
Non solo intendo
continuare in questo sforzo, qualche volta fallito forse anche per una mia
stanchezza o disattenzione, ma vorrei che questa disponibilità divenisse una
regola, una buona, nuova regola della politica italiana. (...)
Lo scontro per
così dire "antropologico", tra diverse classi di umanità che si ritengono
incomponibili e irriducibili, è ormai alle nostre spalle, deve restare alle
nostre spalle. Abbiamo finalmente realizzato l'alternanza di forze diverse alla
guida del governo, sottomettendoci alla logica del consenso e imparando con
fatica che la Repubblica, i luoghi della sua memoria, i simboli della sua
storia, sono patrimonio comune di tutti gli italiani, anche di quelli che si
sono battuti per molti anni da parti opposte della barricata della
storia.
Facciamo tesoro di questa aria nuova, respiriamola a pieni polmoni.
Se un governo è messo in grado di decidere, nel rispetto del mandato che gli
hanno conferito gli elettori, non ha interesse a comportarsi in modo invasivo, a
considerare colleghi e avversari come nemici.
Se un'opposizione non trova
intralci alla sua delicata funzione di controllo, se è messa in grado di
costruire un suo progetto alternativo, non avrà interesse alcuno a mostrare un
profilo negativo e muscolare in modo sistematico e irriflessivo, trasformando in
cattiva propaganda la buona politica.
Le sfide, signor Presidente, cari
colleghi, sono sempre anche delle scommesse, degli azzardi. E ad aiutare tutti
noi, invochiamo l'aiuto di Dio.
Speriamo anche di avere fortuna. (...)
Auguro a
chi ci ascolta fuori da quest'aula di ritrovare l'orgoglio di sentirsi italiani,
la fiducia in questa Nazione e l'amore per le nostre cento città.
Auguro a
tutti gli italiani di riprovare e condividere l'ammirazione che un'Italia in
robusta ripresa e in corsa per i suoi primati saprà suscitare in futuro intorno
a sé.
Vi ringrazio, viva il Parlamento, viva l'Italia!
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Soru, L'Unità e la
politicaRenato Soru ha acquistato il quotidiano L'Unità. Lo
fa con soldi propri, la società editrice è in gravi difficoltà, la redazione si
era opposta ad altri editori, mentre altri imprenditori amici del Pd avevano più
di una perplessità a mettere la mano in tasca. Un lieto fine? Per chi ci lavora
sì, ma, forse, qualche altra osservazione è necessaria.
Soru non è solo un
imprenditore divenuto ricco grazie a Tiscali, è anche il governatore della
Sardegna, eletto con i voti della sinistra ma, a suo tempo, non desiderato dal
Partito Democratico, che gli aveva preferito il senatore Antonello Cabras.
Investe il proprio denaro non (solo) a sostegno di un'impresa editoriale, non
(solo) per simpatia verso certe idee politiche, ma (anche) a sostegno della
propria attività politica. Comperando L'Unità rafforza la propria posizione,
giacché l'apparato del partito non può che essergli grato. Tutto più che lecito,
per carità, ma denota il diffondersi della concezione proprietaria della
politica.
Per chi, come me, è cresciuto accanto a uomini come Ugo La Malfa e
Giovanni Spadolini, non è possibile dimenticare con quanta cura ripetevano che
il denaro ricevuto non avrebbe mai potuto condizionare la loro attività
politica. E, tanto per non girarci attorno, si trattava spesso di denaro
irregolare, non conforme alla legge, ma sicurissimamente né frutto di reati né
destinato a comperarne le opinioni e le posizioni. Era, questa, la cifra della
loro onestà politica. Quando scoppiò lo scandalo dei soldi dati, segretamente,
dai petrolieri La Malfa voleva andare dal magistrato per sostenere che la
responsabilità era tutta e solo sua. Lo faceva anche perché sapeva che quella
era la prova della sua onestà (era il capo di un partito nuclearista, i cui
esponenti coerenti non hanno, oggi, nulla di cui pentirsi).
La raccolta dei
fondi è fondamentale, per l'autonomia e la rispettabilità politica. E'
fondamentale che il leader sia capace di raggranellarli, direttamente o tramite
persone di fiducia, senza che nuocciano alla sua libertà. Il nostro è un sistema
ipocrita, e, ancora oggi, gli stessi donatori preferiscono restare nell'ombra.
Dove la democrazia ha una caratura superiore gli elenchi sono pubblici, proprio
perché gli elettori non abbiano dubbi sul rapporto fra denari presi e parole
dette. E' successo, però, che la follia antidemocratica del manipulitismo ha, da
un parte, consentito i più vistosi ladrocini ai danni della collettività e,
dall'altra, tagliato i canali di finanziamento della politica.
E siccome i
soldi servono, ecco che s'avanza la politica proprietaria: i protagonisti che li
hanno li spendono per rafforzarsi, ai danni di chi non ne dispone, e se li
raccoglie è facilmente accusabile di nefandezze varie.
Tutto questo non è
illecito, naturalmente, ma è il segno di una stortura nel rapporto fra la
politica e gli interessi che rappresenta. Passi per la fine della retorica della
militanza, passi che non si sostenga più siano le salamele a finanziare L'Unità
(da sempre finanziata anche dall'Unione Sovietica, così come Paese Sera), ma,
forse, non tutto quello che è trasparente è anche apprezzabile.
Naturalmente
so bene che il rapporto proprietario fra Soru e L'Unità è ben poca cosa rispetto
a quel che nel centro destra è rappresentato dal fatto che la forza principale è
stata creata ed alimentata dalla capacità economica del suo leader. Ma è
significativo, benché non confortante, che si passi dall'eccezione alla
regola.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it****
Televisione, una storia senza fine
Ci faremo
del male con le televisioni come con gli zingari. Ci danneggiamo con le nostre
stesse ipocrisie, raccontando come rivolta razzista l'incapacità di far
funzionare la giustizia, e raccontando che ci sono problemi di pluralismo nel
Paese che ha la migliore offerta televisiva d'Europa.
Leggo, infatti, che
sull'emendamento governativo che "salva" Rete 4 si rischia d'infrangere il clima
di dialogo e collaborazione parlamentare. E me la rido, perché (perdonate il
disgustoso autosbrodolamento) sta succedendo esattamente quel che qui
prevedemmo. La destra e la sinistra non possono dividersi su quello di cui sono
corresponsabili. E aggiungo: di Rete 4 si parla a sproposito. Riassunto delle
precedenti puntate: a. radio e televisioni private si
svilupparono nel caos solo perché la politica ha, fino all'ultimo, tentato di
tutelare il monopolio Rai, ovvero la greppia lottizzata; b. era
talmente scandaloso cercare di mettere ordine che quando ci si provò seriamente,
nel 1991, la sinistra acclamò l'intervento moralizzatore delle procure (il
laureato Di Pietro compreso), salvo che tutto si dimostrò limpido e pulito, ma
era già sventato il rischio di applicare una legge dello Stato;
c. senza piano delle frequenze vennero assegnate delle concessioni che
ne erano prive, che è come dare il permesso d'edificare senza indicare il
terreno; d. chi il terreno lo aveva tirò su o abbellì i
palazzi, chi non lo aveva, come Europa 7, avviò cause su cause, naturalmente
vincendole, anche in sede europea; e. l'Italia condannata
cominciò a campare di proroghe, fin quando la sinistra inventò, nel 2001, che
tutto restava com'era fino al passaggio al digitale, fissato per il 2006;
f. scrivemmo che era una cretinata, ma di tale fascino che la
destra la copiò, inserendola nella Gasparri e facendola divenire una cretinata
bipartisan; g. non ci crederete, ma il 2006 è passato, e da
allora si aricampa di proroghe, come l'ultima, concessa da Prodi;
h. le proroghe risolvono le nostre serate, ma non il problema di
diritto, quindi, ogni tanto, si correggono le leggi. Scandaloso?
Certamente, ma nel senso che impiccandoci a quelle concessioni tarocche
facciamo divenire fuorilegge un mercato ricco ed invidiato, ed impiccandoci alla
Rai congeliamo il duopolio. Melodramma con note di violino
zigano.