Apologia di Fascismo & Pregiudizi razziali,
ovverosia, come la sinistra ha regalato, e regala, i suoi elettori alla destra

Sono i media "amici" i becchini di PD e Arcobaleno, media "amici" i veri fascisti xenofobi razzisti artefici dell'emoraggia di voti del centrosinistra
e della sinistra radicale
di Giuliana D'Olcese Quota rosa di LiberoReporter

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I veri orfani del fascismo

di Mario Giordano - Il Giornale 6 giugno 2008
19 Maggio 2008
Linciaggio, Pulizia etnica, Rastrellamenti, Lager, Progrom, Patologia collettiva, Leggi di Norimberga, Camicie nere, Saluto romano, Leggi e discriminazioni razziali, Xenofobia, Caccia al diverso, Nazismo, Razzismo, Fascismo, Purghe collettive, Olio di ricino, Norme repressive -e non manca molto al momento che verranno evocati Elettrodi sui testicoli, Metodi e Torture da Ghestapo- sono le opinioni e i concetti con cui stampa e opinionisti di sinistra e dintorni, hanno salutato i provvedimenti in materia di sicurezza progettati dal Governo Berlusconi contro comunitari, extracomunitari, clandestini, rumeni e rom che stuprano, assassinano, rapinano, spacciano droga e contro i rom che compiono reati come il rapimento e il commercio di minori e neonati, l'accattonaggio coatto, l'addestramento di minorenni a scopo di scippi e furti. Sono i media "amici" della Sinistra, ma anche di frange del Pd, infatti, i maggiori artefici dell'imponente voltafaccia degli elettori di centrosinistra trasmigrati nel centrodestra.
Quei media e quegli opinionisti "amici" che sulla tanto vituperata "Discriminazione razziale" mai fanno osservare, per pura disonestà intellettuale e mancanza di deontologia professionale, la differenza lampante che c'è tra gli immigrati romeni, albanesi, marocchini, maghrebini e rom -tutti in testa alle classifiche per stupro, assassinio, rapina, furto, raket e spaccio di droga- e gli immigrati filippini, indiani, shrilankesi, coreani ecc. di cui mai vi è notizia che delinquono o compiono reati efferati.
Perchè tanta voluta cecità da parte dei media "amici" dell'attuale opposizione, allora?
La causa primaria, ma ve ne sono altre, è la lacerante cieca costernazione -tanto cieca da impedire qualsiasi autocritica- per la sconfitta esemplare subita non solo a livello nazionale ma anche nei Comuni roccaforti della sinistra come Brescia, Sesto San Giovanni detta la Stalingrado d'Italia tanto la sua classe operaia era fedele alla Sinistra, e infine la perdita di Roma da oltre trent'anni roccaforte del centrosinistra che con i ripetuti governi Rutelli - Veltroni, negli ultimi quindici anni, immeritatamente, era assurta nel mondo a simbolo della sinistra di governo.
L'altra bomba a orologeria che ha fatto esplodere e deragliare dai binari del senso comune i media "amici", e chissà per quanto tempo ancora annienterà lucidità e capacità di analisi e di critica dei tanti che fanno opinione e militano nella sinistra -militanza tanto grottesca quanto fuorviante dalla professione giornalistica- è la collaborazione voluta da Veltroni e Berlusconi nel varare le Riforme necessarie tentando una ampia soluzione nella sede appropriata, in Parlamento, responsabilizzando così PdL e Pd la soluzione dei problemi scottanti che attanagliano il Paese.
Eh sì, a quegli ultimi giapponesi asserragliati nella trincea ideologica del "Berlusconi pericolo per la democrazia!", "Berlusconi minaccia fascista!" e giaculatorie simili, è impossibile ragionare sulla realtà. Sul fatto che più della metà del popolo italiano, popolo anche di sinistra, legittima il "nemico Berlusconi", vota la Lega di Bossi, e sacrilegio! passa al sindacato leghista perchè più credibile nel rappresentare gli interessi dei lavoratori.
Popolo della sinistra che, sacrilegio!, va in Campidoglio a braccetto con le "camicie nere" e non gliene frega un cacchio dei "saluti romani" che media, cronisti e opinionisti "amici" paventavano già durante la campagna elettorale nazionale e poi hanno scritto essersi viste, "camicie nere" e "saluti romani fascisti", al Campidoglio ove i romani di destra e di sinistra acclamavano Gianni Alemanno Sindaco di Roma.
Volete sapere quante camicie nere c'erano nella marea di romani convenuti al Campidoglio? Nessuna. Magliette colorate, giubbotti di ginz e qualche giacca.
E volete sapere quanti saluti romani hanno festeggiato Alemanno?
Otto mani di quindicenni sfigati, otto mani di quattro minorenni ignoranti della Storia. Questa è la verità che brucia e fa raccontar balle agli "amici" della sinistra e gli salassa, ancora, consenso e voti futuri. I residuati bellici della sinistra se li sta spolpando lo sciacallaggio, poi arriverà l'enterramiento, dei media "amici" come, per esempio L'Unità, Liberazione, e La7 con Crozza Italia.
Sulla mitologia del "ritorno fascista" che i media "amici" costruiscono attorno al Governo Berlusconi, val la pena riportare uno stralcio, ante 26 Aprile, da Il Velino, l'agenzia di stampa diretta da Daniele Capezzone, e uno stralcio post 13-26 Aprile di un articolo, in controtendenza, apparso su La Stampa firmato da Gadi Luzzatto Voghera.
Scriveva Il Velino «È sintomatico di un clima decisamente poco sereno, e di una partita per il Campidoglio giocata sulla difensiva, che Goffredo Bettini, il deus ex machina del cosiddetto “modello Roma” -la piattaforma su cui Veltroni ha costruito la sua leadership- abbia messo le mani avanti invocando continuità quale sia il verdetto delle urne. Hanno il sapore di un gioco in difesa anche gli allarmi che, da Veltroni in giù, vengono lanciati contro il “pericolo fascista”, la “marea nera” di cui ha parlato D’Alema. Per non dire delle teorie del complotto che fioriscono attorno all’aggressione alla studentessa africana avvenuta a La Storta. La stampa di sinistra cavalca la tesi del “cui prodest” ma la posta in gioco è molto alta, una sconfitta a Roma accelererebbe la crisi che si è aperta all'interno del Pd».
E recentemente, sui maldipancia della Sinistra, Gadi Luzzatto Voghera su La Stampa «Un ex fascista alla presidenza della Camera, uno alla guida della capitale del Paese, tutto questo in una Repubblica fondata sui valori della resistenza. Paura di un ritorno al passato?
Non è mai bene ricorrere ai déjà vu nell’analisi delle situazioni politiche, e francamente la strategia di gridare «al lupo» per i trascorsi della nuova leadership della destra italiana non ha ottenuto risultati soddisfacenti negli ultimi quindici anni.
A sinistra si è preferito chiudersi a riccio, a difesa di una «democrazia fondata sui valori dell’antifascismo», si è optato per la demonizzazione dell’avversario, concepito come una sorta di alieno, e alla lunga si è perso il contatto con la realtà sociale del Paese preferendo assumere l’atteggiamento di chi ti governa e ti educa perché «lui sa» qual è il bene per te. Di fronte a questa Waterloo politica, ha ancora senso chiedersi se ci fanno paura gli ex fascisti al governo?». 
Scritto a Maggio mentre accadeva che una ministra spagnola, Bibiana Aido, apostrofava Berlusconi e il suo Governo come razzisti e xenofobi, e detto fatto, i Radicali, in luna di miele con la Sinistra Arcobaleno, convocavano e chaperonavano nei campi rom di Roma e Napoli l'eurodeputata rom Viktória Mohácsi e la sullodata, senza por tempo in mezzo alle bacchettate della Aido sentenziava: «Le condizioni di grave degrado in cui versano i campi rom sono incivili e inaccettabili».
Morale dei fatti: non bastano i media "amici" ad affossare la Sinistra, ma ci si mette pure il soccorso rosso, europeo, di Miss Bibiana & Miss Viktória che vorrebbero per ladri, stupratori ed assassini, campi rom civili ed accettabili.
 Gdo liberoreporter.it
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I radicali si gettano a sinistra ma i conti vanno in rosso
di Emilio Gioventù ItaliaOggi 26 giugno 2008
E poi dici che uno si butta a sinistra. I radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino l'hanno fatto. Ma il bilancio di Radicali e Rosa nel pugno non sembra tanto d'accordo con la scelta. Visto che i conti sono in rosso. Scrivono allarmati i tesorieri Maurizio Turco e Oreste Pastorelli nella loro relazione che il disavanzo d'esercizio ha raggiunto quota 2.305.378,94 curo.
Ci vorrebbe un miracolo, laico, ma un miracolo, questo sembrano sostenere i due guardiani delle casse di partito quando sinteticamente scrivono che "l'evoluzione sulla gestione futura è strettamente connessa all'eventuale impulso che i partiti costitutori, Sdi e Radicali italiani, riterranno di imprimere alla coalizione".
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Il prolasso di Scalfari e il Berlusconi-gate
di Antonio Polito - Il Riformista 30 giugno 2008
Ho una confessione da fare. Il "collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo d'un preoccupante prolasso di moralità deontologica", di cui parlava ieri Eugenio Scalfari su Repubblica, sono io. Adsum qui fecit. Ho effettivamente "scritto di recente della necessità di concedere a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario perché solo così si potrà risolvere l'anomalia italiana". Sono costretto a denunciarmi perché anche il giorno prima il vicedirettore dello stesso giornale, Massimo Giannini, aveva alluso a un tizio per il quale "il fatto oggettivo che Berlusconi ha già vinto tre volte le elezioni e può rivincerle anche la quarta è una ragione valida per turarsi il naso e dire di sì al salvacondotto". Ero sempre io. Ho deciso di uscire dall'anonimato e prendermi le mie responsabilità. Voi capirete che fare la parte dell'Innominato non mi garba, e per quella dell'Innominabile non sono all'altezza.
Questo filone della culturale liberale nostrana non ha però solo il vizietto di non chiamare per nome e cognome i suoi bersagli polemici Ne ha anche uno più grave: l'abitudine alla condanna morale. Se non è d'accordo con te, non ti dice: stai dicendo una fesseria. Ti dice: stai avendo un prolasso. Non inguinale, come pure può accadere superati i cinquanta. Ma di moralità deontologica. Vuol dire che sono professionalmente immorale, e di conseguenza - immagino - dovrei essere denunciato all'Ordine, che su quella moralità vigila. Se Travaglio avesse anche un'intercettazione, una sola, sarebbe perfetto: si potrebbe procedere per il reato di opinione con prolasso davanti a un tribunale, uno qualsiasi, magari presieduto dalla Gandus; così, per la legge del contrappasso dantesco.
Quanto al merito - mi costa dirlo, perché Barbapapà è stato tra i maestri che mi hanno insegnato a non chiudere gli occhi di fronte alla verità, neanche se sgradevole o non collimante con le mie opinioni - il Fondatore deve trovare qualche argomento migliore per opporsi alla concessione di uno scudo giudiziario al capo del governo.
Deve studiare di più, come fa la Spinelli, che sarà prolissa ma non ha prolassi di memoria. Citare infatti il caso americano, come ha fatto ieri Scalfari, è mettere frecce all'arco di Silvio. Watergate e Monicagate sono per lui la prova che negli Usa il capo del governo viene processato come un cittadino qualsiasi. Mentre sono la prova del contrario.
Tralasciamo il fatto che né Nixon né Clinton sono mai stati processati, il primo perché si è dimesso prima e il secondo perché il Senato ha votato contro l'impeachment. E concentriamoci sul fatto che il giudice del Presidente, nel sistema americano, è il potere democratico ed elettivo, non un magistrato. Sapete chi nomina lo special prosecutor quando si indaga sul Presidente? Il ministro della Giustizia.
E sapete chi può condannare il Presidente, se l'impeachment è accettato? I due terzi dei membri del Senato, non i tre membri di una corte. Anzi, se ne volete sapere di più, scoprirete che tutti i giudici federali negli Usa sono nominati dal Presidente medesimo, così come i giudici della Corte suprema, fatto salvo il vaglio del Congresso.
E scoprirete che i procuratori federali sono funzionari alle dipendenze del ministero della Giustizia: di nomina politica, diciamo così. Nei singoli stati dell'Unione, poi, giudici e procuratori sono il più delle volte essi stessi eletti. Non c'è obbligatorietà dell'azione penale, l'agenda della giustizia risponde al corpo elettorale.
Giudici e procuratori non fanno parte dello stesso ordine, e non si autogovernano le carriere. Lungi da me voler paragonare il sistema di giustizia americano a quello italiano: noi discendiamo al diritto romano, loro da quello consuetudinario. Ma almeno non venite a dirci che se fossimo in America Berlusconi potrebbe essere indagato da un qualsiasi pm di qualsiasi procura e giudicato da un qualsiasi tribunale.
Se fossimo in America, il ministro Alfano nominerebbe un procuratore speciale che alla fine dell'inchiesta presenterebbe le sue proposte a una commissione parlamentare, e sarebbe il Senato a decidere se processarlo. Pensate che sarebbe processato?
Non mi sfugge che Berlusconi non ha la grandezza cospiratoria di un Nixon, né la morigeratezza di un Clinton, che almeno il sesso non lo faceva al telefono (tra l'altro: non è vero come scrive Scalfari che Bush vinse a mani basse grazie all'inchiesta contro Clinton,  perse anzi nel voto popolare contro Gore, e avrebbe perso a mani basse contro Clinton). Né mi sfugge che nel caso di Berlusconi si parla di reati compiuti al di fuori del suo mandato. Però questo patetico compianto del nostro stato di diritto aggiunge solo confusione e dramma alla crisi italiana, soprattutto se condito da intimazioni sgradevoli e pericolose al capo dello Stato.
Il nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti. E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo, e non cambia mai niente.
Aspettate che gli italiani si convincano che il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle belle. Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se ne risolvono molti altri Primo dei quali è garantire al paese il diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale; cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm, solo perché voi ne siete incapaci.
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L'ultimo giro di giostra
di Andrea Romano - Il Riformista 25 giugno 2008
Con la disfatta elettorale dell'aprile 2008 si è compiuta l'ultima tappa del percorso avviato trent'anni fa dalla generazione che era stata allevata per guidare il principale partito comunista occidentale e che si è poi trovata a vestire il ruolo di comando di un partito progressista che avrebbe voluto essere grande ed egemonico. 
Un obiettivo mai davvero raggiunto per il peculiare intreccio di familismo e tribalismo che ha impedito a quel gruppo di dispiegare il proprio potenziale politico e di diventare un'autentica classe dirigente di stampo europeo. D'altra parte le storie degli uomini si realizzano con i materiali di cui concretamente si dispone - detto altrimenti: con quello che passa il convento - e la vicenda della generazione dei postcomunisti si conclude nel segno della sopravvivenza dei tratti di fondo che ne hanno segnato gran parte del percorso. 
Era stata una facile profezia, scrivendo il mio Compagni di scuola, immaginare che sarebbe stato proprio Veltroni a ereditare le magre spoglie della sua generazione, riuscendo a "raccogliere il timone in quanto unico membro incolume dell'equipaggio". Il suo particolare metodo di costruzione di sé, la sua capacità di solcare le onde del consenso senza mai rischiare troppo in prima persona, il suo sperimentato mestiere di profeta del tutto e del contrario di tutto: insomma, l'intero armamentario politico e simbolico che si racconta nelle pagine di quel libro lo hanno trasformato per via naturale nell'ultima risorsa disponibile a salvare l'onore della famiglia.
E nel momento del bisogno, quando ogni altro membro del gruppo è apparso troppo logorato dagli anni e dalle battaglie per poter ambire a salvare la casa che tornava a bruciare, così come una prima volta era bruciata nel 1989, l'incoronazione di Veltroni è stata una scelta obbligata. 
Con la sincerità di chi non ha molto da perdere, Piero Fassino ha raccontato con le parole più vere il senso di quel passaggio di testimone: "Walter non è il più bravo tra noi, ma è quello di noi che ha su di sé il minor numero di ferite". Mescolare alto e basso, radicalismo e moderatismo, questo e quello di qualsiasi genere e qualità.
E sempre stata qui la radice della forza di Walter Veltroni, la sua capacità di non negarsi a qualsiasi tesi possa rivelarsi conveniente domani se non oggi.
Quel metodo che lo ha reso sino a oggi inattaccabile perché mai troppo prigioniero di una sola posizione, dopo aver solcato negli anni tutte le collocazioni disponibili sul mercato politico postcomunista. Alfiere della svolta nel 1989, sostenitore dell'oltrismo postsocialista negli anni Novanta, segretario diessino nel segno dell'intransigenza morale e identitaria e poi ispiratore del Correntone massimalista durante la durissima battaglia congressuale culminata con l'elezione di Piero Fassino.
Prima di trovare un rifugio sicuro al Campidoglio nel 2001, subito dopo aver lasciato i Ds ai suoi minimi storici, Walter Veltroni è stato tutto e il contrario di tutto.
Oggi ne conosciamo l'ennesima incarnazione politica: vestito di un riformismo d'occasione e dotato di un partito finalmente personale e plebiscitario com'è il suo Pd, liquido nella sua forma esterna e oligarchico nella sostanza organizzativa. 
Da quella base il comandante superstite della famiglia postcomunista ha condotto la campagna elettorale culminata nella sconfitta del 13 e 14 aprile.
Lo ha fatto attingendo a tutta la strumentazione personale accumulata in trent'anni di lavoro politico e soprattutto a quella disinvoltura che gli deriva dall'assenza di remore e inibizioni verso la coerenza delle proprie affermazioni e del proprio percorso. E disinvolto Veltroni è riuscito a essere innanzitutto nei confronti della verità. Annunciando a ogni tornante la novità di un Pd che correva "da solo", dopo aver rotto con una sinistra radicale con la quale non sarebbe stato possibile alcun accordo dopo il logoramento del secondo governo Prodi, ma in realtà presentandosi in alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro nel tentativo di intercettare almeno un po' di spirito giustizialista e antipolitico. A ogni elettore è stata presentata una scheda dove il Partito democratico e l'Italia dei Valori erano formalmente apparentati, ma questo non ha impedito a Veltroni di brandire il "coraggio della solitudine" di un Pd che solitario non era affatto. Altrettanto disinvolta è stata la sua gestione delle candidature, con la scelta di un ampio numero di personaggi di nessuna esperienza politica ma di (immaginaria) attrattiva pubblica e comunicativa che sono stati collocati in posizione di primissimo piano nelle liste elettorali. Estremamente disinvolta si è rivelata anche la gestione dell'offerta politica veltroniana nel corso della campagna, avviata con un programma essenziale in pochi punti che strada facendo si è riempito di contenuti aggiuntivi e improvvisati. 
E massimamente disinvolta è stata la gestione della sconfitta, arrivata con un'elezione che ha distanziato l'asse Veltroni-Di Pietro di quasi dieci punti percentuali e tre milioni e mezzo di voti dal polo berlusconiano. Un Pd che guadagna solo l'1 per cento rispetto alla somma dei voti raggiunti da Ds e Margherita nelle elezioni del 2006, pur inglobando in quest'occasione i radicali, che risulta brutalmente marginalizzato nell'Italia settentrionale e meridionale e che si rivela incapace di attrarre anche solo in minima parte il voto mobile moderato.
E il quadro di una disfatta politica prima che elettorale, che Veltroni ha trasformato in spettacolare vittoria con l'assoluta disinvoltura di colui che rimane un maestro nella gestione pubblica delle sconfitte. In un partito normale, la campagna elettorale 2008 sarebbe stata per lui la partita della vita. Una partita giocata nel pieno controllo del messaggio e dell'offerta politica, una scommessa che in caso di vittoria lo avrebbe legittimamente condotto al governo ma che dinanzi alla sconfitta avrebbe dovuto spingerlo a dimissioni trasparenti e dignitose. Così come accade nei normali partiti delle normali democrazie. 
Ma non è questo il caso di chi ha attraversato indenne le tormente del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della fuga dalla responsabilità.
E che anche in questo caso si mostra impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie scelte politiche. Perché anche in questo caso la colpa del proprio insuccesso è attribuita a qualcun altro (oggi Prodi, ieri D'Alema, prima ancora il comunismo sovietico), mentre l'unico superstite dei compagni di scuola si prepara all'ennesimo giro di giostra.
NOTE tratto dalla prefazione alla nuova edizione di "Compagni di scuola"
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Il Caimano, l'Africano, e il povero italiano
di Antonio Polito - Il Riformista 23 giugno 2008
Berlusconi ha commesso un errore, prima che un sopruso. Un errore che gli renderà più difficile il governo. L'errore non consiste nell'attaccare la magistratura, che oggi gode di una fiducia calcolata al 21% nell'opinione pubblica. Dopo Forleo e De Magistris, non ci può più essere nel paese un partito dei giudici di cui gli italiani si fidino. Tutti hanno visto che, usando l'apparentemente neutrale obbligatorietà dell'azione penale, ci sono magistrati che si concentrano nel buttare giù governi, anche di centrosinistra; e che anche la sinistra se ne duole, quando è lei ad essere indagata. Se Berlusconi avesse pronunciato un anno fa l'accusa ad alcuni magistrati di voler sovvertire con l'azione penale la volontà popolare, almeno D'Alema, Fassino, Mastella, e forse perfino Prodi gli avrebbero dato ragione in cuor loro, pensando ai propri casi giudiziari.
Né convince l'uso fintamente liberal che i giustizialisti nostrani fanno delle recenti inchieste americane, per celebrare una presunta identificazione tra manette e stato di diritto. Festeggiano la retata dell'Fbi a Wall Street, ma si dimenticano di dire che il giorno dopo gli arrestati escono sorridenti su cauzione, perché in Usa la carcerazione preventiva non può essere usata come pena accessoria o come strumento per estorcere confessioni. Né si interrogano sul dilemma che Mario Platero sul Sole 24 ore ha così sintetizzato: "E Frank Quattrone?", riferendosi al pezzo grosso della finanza che se l'è cavata perché un cavillo del tutto formale sul modo di acquisizione delle prove ha reso inutilizzabili ai fini processuali tutte le e-mail intercettate che lo incastravano.
No, paragonare la giustizia italiana a quella americana direi che non tiene proprio.
L'errore politico di Berlusconi è piuttosto quello di essere intervenuto, come nel quinquennio 2001-2006, non per riformare ciò che non va nella giustizia, ma per evitare che si applichi a lui. Non per abbattere il feticcio dell'obbligatorietà o per rilanciare la separazione delle carriere, due riforme che Giovanni Falcone avrebbe sottoscritto, ma per rinviare la condanna a sei anni che lo aspettava a luglio nel processo Mills E vero che oltre alla leggi ad personam ci sono anche i processi ad personam; ma bruciare un foresta per sradicare un albero malato non è roba da statisti. E un errore che cambia la storia della legislatura. Perché così Berlusconi ha ridato una legittimità etico-politica a tutte le piccole intifade che in ogni caso si sarebbero opposte al suo tentativo di governare il paese. Il mandato degli elettori era quello di restaurare l'autorità dello stato nel paese degli egoismi.
Ma se usa la mano dura con i napoletani, o con gli immigrati, o con i fannulloni, eliminando la certezza della pena per i casi suoi, perde autorità morale, riaprendo il carnevale nazionale degli egoismi privati. Questa accusa, di pensare a se stesso invece che al paese, fu decisiva nella sconfitta del 2006.
I venticinquemila voti che gli mancarono Berlusconi può tranquillamente attribuirli a questo sentimento, che non è di condanna morale, ma di inefficienza.
Gli italiani si sono dimostrati abbondantemente disposti a lasciare che Berlusconi pensi anche a se stesso, da Palazzo Chigi. Ma non prima che abbia pensato anche a loro. E stavolta Berlusconi ha impiegato soltanto due mesi per concentrarsi su se stesso. Con questi chiari di luna dal lato del governo, un povero italiano per bene dovrebbe volgere lo sguardo all'opposizione. Ma il problema è che in questo momento l'opposizione non c'è. L'averlo detto per tempo, mentre i laudatores scrivevano che non era mai stata migliore, non ci solleva dall'angoscia nel constatarlo. Dopo il venerdì nero del Pd c'è anzi qualcosa di più di un'assenza: c'è il rischio del ridicolo.
Tutta la retorica della grande forza riformista, la casa comune, il rimescolo, la storia siamo noi e mi fido di te, diventa grottesca di fronte a cinquecento delegati scarsi che eleggono una direzione di 160 membri da Cencelli, mentre sul palco si litiga con la mano davanti alla bocca per non far leggere il labiale, con Franceschini nella parte di Cassano, e alla fine della relazione la muta dei giornalisti ignora il segretario per buttarsi sul suo principale oppositore. Berlusconi, che come tutti i caimani sente da lontano l'odore del sangue, ha avvertito la drammatica perdita di autorevolezza del suo avversario, mai così vicino all'Africa, e ha deciso di mandarcelo.
La verità è che oggi anche il Pd, come Berlusconi, pensa ai casi propri più che a quelli del paese. E' sensazionale che un partito sedicente del lavoro sia riuscito a "bucare" l'inflazione programmata all'1,7%, chiaramente il nodo della lotta sociale dei prossimi mesi e il Rubicone intorno al quale si redistribuiranno i blocchi sociali.
Se il Caimano pensa solo alla Gandus, e l'Africano solo a Parisi, povera Italia.
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Il tiro mancino
di Mario Giordano - Il Giornale 23 giugno 2008
Mi rendo conto che l'argomento non è dei più divertenti. E preferirei anch'io oggi dedicarmi a Luca Toni e Buffon come la maggior parte degli italiani.
Però quello che è successo nelle ultime 24 ore la dice lunga sul comportamento sovversivo di certi giudici. Non può passare inosservato. E come dice il ministro dell'Interno Maroni nell'intervista oggi al Giornale non può restare impunito.
Sabato mattina alle 11.52 l'Ansa lancia una notizia flash, di quelle urgenti e importanti. "Il Csm dice che la sospensione dei processi è incostituzionale". Nelle redazioni dei giornali parte un fremito: che ci volete fare, ormai ci accontentiamo di poco. E così entusiasmandoci davanti al Csm come fosse lo spogliarello della Canalis, ci mettiamo a costruire interventi, interviste, titoli, pagine. Nessuno del Csm smentisce. Anzi, il vicepresidente Nicola Mancino, parlando ad Avellino ai margini di un convegno su etica ed economia, si lascia andare a considerazioni pesanti: "La politica non cerchi espedienti per eludere le leggi". Il riferimento a Berlusconi risulta a tutti evidente come una zanzara sulla testa di Kojak.
E così ieri, domenica mattina, tutti i quotidiani se ne escono con il loro bel titolo: "Blocca processi, alt del Csm" (Repubblica), "Blocca processi, il Csm attacca"
(Corriere), "Il Csm contro il governo" (La Stampa) e "Il Csm: incostituzionale fermare i processi" (nel nostro piccolo, il Giornale).
I giornali non fanno a tempo a uscire dalle edicole, però, e il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, sale come una madonna pellegrina al Quirinale, da Napolitano (che è pure presidente del Csm), per fare retromarcia. Con un imbarazzo grande quanto il buco nei bilanci di Roma e il capo cosparso di cenere, l'ex dc spiega che il Csm non si è pronunciato su nulla, che quella era solo una bozza, o forse neanche una bozza, uno scarabocchio, e che il "parere è inesistente". Se Napolitano a un certo punto non l'avesse congedato probabilmente avrebbe negato anche di aver parlato ad Avellino, e forse avrebbe negato pure l'esistenza di Avellino.
Scena patetica. Ma non basta. Ora qualcuno deve spiegare: perché nessuno del Csm ha smentito ieri, quando la notizia veniva rilanciata prima dalle agenzie e poi da tutti i telegiornali?
Perché per un intero giorno si è lasciato che passasse il messaggio "il Csm è contro il governo"? Trattasi di attacco a organo costituzionale: qualcuno ne risponderà?
E ancora: come è arrivata quella notizia alle agenzie? Ce l'ha portata un passerotto? Una cinciallegra? Un cuculo col ciuffo?
E perché il Csm fa uscire un parere che non è un parere su una legge che il Parlamento deve ancora discutere? Vuole forse sostituirsi a esso?
Una volta i giudici applicavano le leggi. Ora le vogliono fare. Perfetto: ma allora perché, la prossima volta, non si presentano alle elezioni?
Almeno sarà tutto chiaro ed eviteranno di doversi vergognare tra scarabocchi, finti scarabocchi, attacchi nascosti, rimestamenti nel torbido e qualche inopportuno tiro Mancino. Si potrebbe proseguire, ma io mi fermo qui. Ve lo dicevo: il tema è di vitale importanza ma piuttosto noioso.
Meglio dedicarsi a Luca Toni e Buffon. Se non altro, poi, nel football le regole sono chiare: l'arbitro magari sbaglia, ma non pretende mai di tirare il calcio di rigore.
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Due pacchetti d'arroganza senza filtro al dì hanno finito con l'uccidere la sinistra
di Francesco Bonami - Il Riformista 23 giugno 2008
La canzone potrebbe fare così: "Addio sinistra beeellla addio sinistra mia lasciata senza terra gl'incarichi van via e tornano contando sulla giustiizia lor...". La sinistra, il neo-Pd o come vi piace chiamarla voi non sembra capire; non è più una questione di alternanza ma di tracotanza. La tracotanza che la sinistra e le sue appendici hanno sviluppato dalla fine degli anni 60 in poi in Italia. Se Democrazia cristiana e Partito socialista sono realmente scomparsi defluendo dentro le più disparate realtà politiche, il vecchio Pci non si è mai estinto. Ha cambiato pelle, ha cambiato simboli, ha cambiato nomi, ma la cultura politica e la politica della sua cultura non è mai cambiata nell'anima.
Walter Veltroni non è un uomo nuovo, non rappresenta un soggetto nuovo, non è una figura carismatica che parla alle nuove generazioni, a quei "Millennium Kids", i giovani nati attorno al 1989, ai quali invece parla l'americano Barack Obama.Veltroni continua a parlare ai suoi "kids", quelli che si è allevato lui, quelli che la pensano come lui. Qui sta la differenza con il politico nuovo che gli Stati Uniti stanno sfornando in questi mesi. Obama studia quello che gli sta attorno, principalmente quello di diverso che lo circonda. Il candidato democratico è un antropologo e un semiologo politico, studia la realtà e il linguaggio di chi lo deve votare.
Obama non cerca un piccolo esercito di "signor sì", non si costruisce, come hanno fatto tutti i leader della sinistra negli ultimi quarant'anni, un esercito da sistemare come burattini in assessorati, fondazioni e aziende della nettezza urbana. Obama vuole avere attorno a sé un elettorato che s'identifica con la sua visione, non con il suo partito, gente che pur avendo una cultura diversa ha gli stessi obiettivi sociali.
Il concetto americano è: "Voi servite a me perché poi io potrò servire voi". Per la sinistra italiana invece il concetto è sempre stato: "Voi ci servite perché noi ci serviamo". Direte voi: ma la destra o il Pdl non sono da meno! Non importa, non può più essere una scusa per non guardare in faccia la realtà.
La sinistra è scomparsa, la sua cultura marcita, i suoi padri padroni politicamente e intellettualmente defunti. Inutile fare campagne elettorali para-obamiane se non si ha nel sangue il gene del cambiamento, il virus della trasformazione, la volontà di essere al servizio di un paese e non di un partito e infine se non si ha la capacità di assumersi il rischio radicale di doversi fare da parte. Barack Obama, quando nel 2005, appena vinto il seggio nel Senato, a chi gli chiedeva se si sarebbe candidato alle presidenziali, rispondeva: "sono stato appena fatto senatore, datemi tempo d'imparare". Non affermava: "Dopo aver fatto il senatore vado in Africa".
Veltroni se ben ricordo aveva detto più di una volta che finito di fare il sindaco di Roma avrebbe lasciato la politica.
Ma la politica Mr. W non l'ha certo abbandonata. Non solo: Veltroni non ha nemmeno mai dichiarato di dover imparare qualcosa. Qui sta un altro punto fondamentale dove il destino della sinistra italiana si conclude. La certezza di sapere tutto e di non dover mai imparare nulla è stato il cancro che lentamente ma inesorabilmente ha consumato la sinistra, la sua cultura e la sua politica. Ho conosciuto molte persone che per quarant'anni si sono vantate di essere sanissime pur fumando due pacchetti di sigarette al giorno. Molte di queste sono poi "all'improvviso" morte di tumore. La stessa cosa è accaduta alla sinistra, si è fumata due pacchetti di arroganza senza filtro al giorno per quarant'anni e poi "all'improvviso" è morta. Veltroni ha il coraggio ancora di dettare condizioni. Non ha capito, ma non lo hanno capito neanche tanti suoi colleghi incollati sulle loro seggioline con l'Attack, che nel Pci e tutte le sue variazioni in tema dal 68' ad oggi la natalità di nuovi veri soggetti politici e culturali è stata uguale a zero.
Già sento le voci degli apparati, se avranno deciso di rubare preziosi minuti alle strategie della poltrona, che diranno: "Che cavolo ne sa di politica quell'idiota curatore di mostre". Allora mi permettano di rispondere come l'Ispettore Callaghan (Clint Eastwood) puntando la sua Magnum 44 sul naso del nemico che a sua volta gli puntava la sua di pistola: "Make my day!", fammi felice. Nel senso: provate a sparare, poi quando vi sarete finalmente accorti di non avere più proiettili, sarà il mio turno, o meglio il turno di una mentalità nuova.
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Il Pd e lo stato di grazia del cavaliere
di Marc Lazar - La Repubblica 24 giugno 2008
In Italia l'opposizione sta vivendo i tormenti e i dilemmi classici dell'indomani di un voto segnato da una severa sconfitta, e dell'instaurarsi di uno stato di grazia tra il vincitore e l'opinione pubblica. Non solo Berlusconi ha vinto le elezioni del 13 - 14 aprile, ma ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi nelle due camere. Forte di una maggioranza ben più solida e compatta di quella riportata nel 2001, il presidente del Consiglio ha inizialmente sorpreso i suoi avversari con un comportamento più compito del solito, con qualche segno d'apertura verso l'opposizione e alcune dichiarazioni incisive sulle riforme di cui l'Italia ha bisogno.
L'uomo sembrava voler dare la prova della sua metamorfosi. Non appariva più come l'antipolitico degli esordi, e neppure come un politico ormai esperto nell'arte di condurre le sue truppe alla vittoria, oggetto di un'ammirazione entusiastica o di una netta avversione; voleva presentarsi come un vero capo di Stato responsabile e misurato. Di fatto però, il Cavaliere è un vero Giano bifronte: l'altra sua faccia, quella legata ai suoi interessi personali, è sempre li, come dimostrano le misure sulle intercettazioni telefoniche e sulla sospensione dei processi che intende far approvare.
Dal canto suo l'opposizione, che sta toccando con mano la profonda verità dell'antico adagio vae victis, è depressa e lacerata. Le questioni che la dividono sono legione, dalla spiegazione dell'insuccesso elettorale al futuro del partito; e nell'immediato riguardano l'azione da condurre a fronte del nuovo potere.
In un primo tempo il PD e il suo governo ombra erano tentati di aprire un dialogo costruttivo col governo. Quest'atteggiamento è la logica prosecuzione della campagna di Veltroni, che ha voluto evitare un antiberlusconismo ripetitivo, secondo lui ormai logoro e inefficace; e corrisponde inoltre a un'interpretazione plausibile dei risultati elettorali della primavera scorsa. Le ultime elezioni sono state caratterizzate dal voto massiccio in favore dei due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra, che hanno raccolto 1'84,3% dei suffragi. Al termine di una campagna globalmente assai più pacata delle precedenti, questa scelta degli elettori si può considerare come l'espressione della volontà di dare al vincitore una maggioranza chiara per consentirgli di governare, e di un desiderio di normalizzazione del clima politico. Restando sordi a questo messaggio per lanciarsi in uno scontro intransigente si accontenterebbero i simpatizzanti più radicali, ma a costo di deludere i moderati.
Per converso, con un atteggiamento più morbido si rischierebbe di perdere gli ultimi appoggi a sinistra e di indisporre ulteriormente i molti astensionisti (che hanno raggiunto stavolta, col 19%, il tasso più elevato della storia della Repubblica).
Se questo è uno dei dilemmi del PD, ve ne sono altri anche più gravi. In uno stato di grazia come quello di cui gode oggi Berlusconi, tutto ciò che l'opposizione ha da dire, persino sul decreto di sospensione dei processi - una disposizione fatta su misura per il premier, che non ha equivalenti in nessun Paese del mondo - è manifestamente poco ascoltato. Disertare l'emiciclo del Senato è un gesto simbolico forte e spettacolare; ma la sua efficacia presso l'opinione pubblica è tutta da dimostrare.
Una situazione comparabile si era verificata in Francia dopo la netta vittoria di Sarkozy contro Ségolène Royal, nel maggio 2007. Il presidente, allora sulla cresta di un'immensa onda di simpatia, si era concesso il maligno piacere di disorientare ulteriormente un PS in pieno trauma per l'insuccesso della sua candidata, aprendo il suo governo ad alcuni socialisti e personalità della sinistra. E sul fronte delle riforme aveva aperto un così gran numero di cantieri da dare il capogiro ai francesi.
Il PS pensò di aver trovato argomenti forti contro di lui denunciando le sue lussuose vacanze, l'uso degli aerei privati dei suoi amici miliardari, le sue ingerenze nel mondo dei media e i suoi primi passi falsi politici. Tutto inutile: i francesi sembravano ipnotizzati dal vincitore. Ma lo stesso Nicolas Sarkozy ha fatto da solo ciò che l'opposizione non era riuscita a fare. In pochi mesi, moltiplicando gli errori, ha dilapidato il suo capitale di simpatia (le opinioni favorevoli sono passate dal 69% dell'estate scorsa al 38% di oggi). Non è certo però che Berlusconi segua il suo esempio ...
Al di là di una critica ferma (che non vuol dire settaria) del governo, il PD sa di dover preparare la riconquista. Un'impresa ardua, in vista della quale deve mettere a punto una strategia, elaborare un'identità, costruire il partito e risolvere la questione della leadership. Ma soprattutto, il PD deve analizzare le ragioni profonde del successo di Silvio Berlusconi. Ciò presuppone due cose: da un lato, prendere meglio la misura della solidità e della profondità; dall'altro, comprendere bene come gli italiani percepiscono Berlusconi. A questo riguardo, un recente sondaggio franco-italiano sul Cavaliere, realizzato dall'IFOP-SWG, è passato in gran parte inosservato, mentre potrebbe essere senz'altro istruttivo, anche perché contempla una dimensione comparativa con Sarkozy. Il 59% degli italiani pensa che Berlusconi abbia la stoffa del presidente del Consiglio; il 58% ritiene che voglia veramente cambiare le cose, e che agisca efficacemente contro la criminalità e l'insicurezza; il56% giudica positivamente la sua politica economica. Competenza, spirito riformista e capacità di dare protezione: queste le qualità che gli vengono attribuite.
Dunque il PD, piuttosto che abbandonarsi a dispute interne, incomprensibili per la maggioranza della popolazione, dovrebbe tentare di riannodare i legami con i cittadini, e in particolare con le fasce più popolari; e costruire la propria credibilità puntando sulle preoccupazioni essenziali degli italiani, che secondo il suddetto sondaggio sono il carovita e i problemi dell'occupazione e della sicurezza.
NOTE Traduzione di Elisabetta Horvat
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Se la legislatura diventa troppo in fretta il cimitero delle illusioni
di Stefano Folli - Il Sole 24 Ore 18 giugno 2008
Chi ha votato il 13 aprile per una nuova Italia e magari anche per una nuova politica, ha diritto di essere un po' depresso in queste ore.
Siamo all'eterno ritorno del sempre uguale. Non aveva torto ieri mattina il "Riformista", quando interpretava il senso comune e annotava: "Credevamo che in questa legislatura le leggi ad personam ci sarebbero state risparmiate...".
Viceversa, il palcoscenico offre una commedia già vista. Scontro aperto con la magistratura. La corporazione contro la politica, ognuna con la sua parte di torto.
Il Csm che scende in campo. Il Quirinale messo di fronte al fatto compiuto (un emendamento salva-processi nel corpo dei provvedimenti per la sicurezza): ci si domanda quanto valesse per la maggioranza la garanzia istituzionale che il Capo dello Stato ha offerto nelle prime settimane di vita del governo. Non molto, a quanto sembra: alla prima occasione il punto di vista di Napolitano è stato disatteso senza esitazioni. Certo, il governo ha i numeri e la legittimità politica per imporre la sua volontà.
Ma sarebbe stato preferibile un comportamento meno aggressivo, se non altro per ragioni di opportunità e di buon gusto. Sotto questo aspetto, la lettera del premier al presidente del Senato, Schifani, rappresenta un modo assai discutibile di cominciare la legislatura.
Si dirà che gli italiani sono del tutto disinteressati al "processo Mills" e a ciò che ne deriva. Al riguardo, i sondaggi sembrano unanimi. Lo sono anche nel fotografare il notevole consenso all'esecutivo e alla leadership berlusconiana. Ne deriva che ovviamente - dal suo punto di vista - il premier tira dritto. Con il Quirinale non gli fa velo la recente simpatia reciproca che i giornali hanno ipotizzato. E si è visto con lo sventurato Veltroni quanto poco premesse a Berlusconi custodire il clima di "dialogo" con l'opposizione. Tanto meno dopo il risultato elettorale della Sicilia. Più che alle sfumature del diritto e al "bon ton" istituzionale, il premier bada a preservare la sua forza politica e gli indici di gradimento. Curando naturalmente la salvaguardia di se stesso.
Ai suoi occhi la norma salva-processi è irrilevante. Giusto un'increspatura nel percorso che oggi approda all'ambizioso piano triennale di Tremonti (suscettibile, non c'è dubbio, di mettere in difficoltà l'opposizione). Il ministro dell'Economia è accanto a lui Sacconi, Brunetta, Bertolaso che lotta contro la spazzatura di Napoli: questi sono gli uomini cui Berlusconi ha affidato la popolarità dell'esecutivo. Il "caso Mills" gli appare un'inezia, su cui peraltro non intende cedere. Napolitano ormai è il primo a saperlo. Sull'altro fronte, Veltroni deve ritessere da capo la sua tela. Il giornale "Europa" vede nei berlusconiani "i migliori amici di Di Pietro".
Coloro che vogliono "svuotare l'acqua di un Pd schiacciato sull'oltranzismo". C'è qualcosa di vero in questo giudizio. Ma in nessun caso Berlusconi avrebbe potuto offrire al Pd veltroniano una sponda affidabile e durevole. Se l'ex sindaco di Roma teme di essere fagocitato dal giustizialismo dipietrista (quasi un'ideologia), evitare questo destino spetta solo a lui. Veltroni, come del resto Casini, deve saper immaginare un'opposizione che non sia "fantasma" (secondo il giudizio sprezzante dell'"Economist"), ma nemmeno tributaria di Di Pietro. Se c'è una "terza via", è il caso di individuarla. Forse è tempo per il Pd di presentarsi agli italiani con una salda identità liberaldemocratica. E su questa base avviare la traversata del deserto.
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A carte scoperte
di Luca Ricolfi - La Stampa 18 giugno 2008
Peccato. Era probabilmente ingenuo sperarci, ma in molti ci eravamo augurati che fosse iniziata una nuova stagione politica. Forse non una stagione esaltante, di concordia nazionale e di rinascita dell'Italia, ma almeno una stagione di proposte ragionevoli e costruttive. Una stagione in cui i politici, pur continuando a litigare fra loro, si occupassero anche un po' di alcune cose che stanno a cuore a noi: sicurezza, tenore di vita, servizi sociali.
Dopotutto molte delle cose che in questi mesi il centro-destra ha fatto o si accinge a fare erano copiate dall'opposizione.
Il pacchetto sicurezza riprendeva molte misure volute da Giuliano Amato, l'aliquota fissa sugli affitti ripropone un'idea cara a Rutelli e alla Margherita, la riforma dei servizi pubblici locali dovrebbe seguire il tracciato del disegno di legge Lanzillotta. Insomma, per molti versi il governo Berlusconi stava facendo le stesse cose che avrebbe voluto fare il Pd, e che il Pd non fece solo per non litigare con Rifondazione comunista.
E invece no. Ora torneremo allo scontro e alla diffidenza, perché Berlusconi ha scoperto le carte e nessuno dei suoi osa fiatare. Che cosa ci dicono le carte che ora si vanno scoprendo una dopo l'altra? La prima carta ci rivela che la priorità delle priorità di Berlusconi è proteggere se stesso. Emendamento "salva Rete 4", limiti alle intercettazioni e alla libertà di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani, tutto indica che ci risiamo: Berlusconi avrà anche un'idea del futuro dell'Italia, ha sicuramente ragione in alcune critiche alla magistratura, ma quando si mette in movimento è del tutto incapace di separare l'interesse personale da quello del Paese. Come ha suggerito Vittorio Feltri ieri su Libero, sarebbe molto meglio che parlasse chiaro dei propri guai senza pretendere di ridisegnare istituzioni e regole solo per bloccare un singolo processo, quello che lo riguarda.
La seconda carta ci rivela che Berlusconi confonde sicurezza e legalità. Sia le norme sulle intercettazioni sia quelle sulla sospensione dei processi "minori" tendono a limitare l'azione di contrasto della criminalità ai soli reati considerati di forte "allarme sociale", e allentano la presa su quelli che - non toccando direttamente il cittadino medio - suscitano minori ansie e paure. Rientrano tipicamente in questa categoria i reati ambientali, economici, finanziari, ossia i cosiddetti reati dei "colletti bianchi": in poche parole i reati commessi da dirigenti, funzionari, impiegati, imprenditori, finanzieri, politici, ivi compresi - naturalmente - alcuni reati di cui è stato accusato Berlusconi.
Dettando alla magistratura le priorità sui reati da perseguire, e pretendendo di accantonare i procedimenti per reati di minore allarme sociale, il governo mostra che, ammesso che qualcosa gli importi della sicurezza, della legalità gli importa invece ben poco. Questo è un guaio, non tanto e non solo perché in troppi la faranno franca, ma perché se il Paese è ridotto nello stato in cui è dobbiamo dire grazie anche alla continua e spudorata violazione delle regole del vivere civile.
Se ci fosse un po' più di legalità, non avremmo ogni anno 80 miliardi di sprechi nella Pubblica Amministrazione e 100 miliardi di evasione fiscale. E magari sarebbe anche meno diffuso quel senso generale di ingiustizia, di iniquità e di impotenza che si è impadronito di tanti cittadini.
Ma c'è anche una terza carta che sta venendo allo scoperto. Il governo non solo se ne infischia della legalità, ma sembra curarsi ben poco della stessa sicurezza.
Dalle maglie artificiosamente allargate per salvare i "colletti bianchi", oltre a vari reati finanziari stanno uscendo anche reati di forte allarme sociale.
Succede così che, con le nuove norme, non possano più essere intercettati i soggetti sospettati "soltanto" di associazione per delinquere semplice, truffa, rapina.
E rischiano di essere sospesi migliaia di procedimenti per reati predatori, come lo scippo o il furto.
Per non parlare dell'aspetto simbolico di questi provvedimenti. La sospensione per un anno (o per sempre?) dei processi minori di fatto funzionerà come un'amnistia mascherata, e nel frattempo manda un segnale opposto a quello che si intendeva inviare con il reato di clandestinità. Quanto a quest'ultimo, e più in generale alla minaccia di norme più severe contro gli irregolari, la loro credibilità resta minima perché non è accompagnata né da provvedimenti capaci di accelerare i processi né da stanziamenti adeguati in materia di edilizia carceraria.
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E adesso nessuno lo può giudicare
Il Manifesto 18 giugno 2008
Pronto a tutto. Incurante delle proteste della magistratura e degli avvocati, dei giornalisti pronti allo sciopero e dello strappo istituzionale con il capo dello stato. Silvio Berlusconi è pronto, prontissimo, ad andare avanti fino in fondo sullo stop ai processi che lo riguardano e sull'immunità totale per tutto il suo mandato attraverso una rivisitazione del lodo Schifani.
Ieri due ore di colloquio al Quirinale - ufficialmente per illustrare a Giorgio Napolitano la manovra finanziaria 2009 che sarà varata oggi pomeriggio dal consiglio dei ministri - non sono bastate ad ammorbidire il presidente del consiglio sullo scontro tra politica e giustizia. Un colloquio freddo, in cui ognuno è rimasto sulle sue posizioni.
Lo scudo che salva il premier dai processi per tutto il suo mandato sarà presentato a breve in un ddl separato. La destra è compatta. E si esprimerà oggi in un voto di fiducia informale tratteggiato dallo stesso Berlusconi nella lettera a Schifani. Dalla Lega ad An nessuno osa sfidare un premier arrembante. Il trionfo elettorale in Sicilia è un monito per tutti: il successo è a portata di mano e nessuno, nel centrodestra, è disposto a metterlo a rischio per qualche tangente versata, forse, anni e anni fa.
In senato per lunghe ore sia il Pd che l'Italia dei valori hanno denunciato l'incostituzionalità degli emendamenti "blocca-processi" presentati dai relatori della maggioranza e perfino il pericolo democratico rappresentato dal "berlusconismo" redivivo. Ai maggiorenti democratici non resta che certificare la scelta berlusconiana: la "rottura unilaterale" del dialogo che ha caratterizzato l'inizio della legislatura.
I potenti non si processano. Il governo sono io. E' il messaggio chiaro, semplice e definitivo che il presidente del consiglio ha affidato a un'aula di palazzo Madama impotente a rispondere nel merito e inadeguata negli strumenti. Tre ore di richiami al regolamento, di indignazione, di battaglia parlamentare non cambiano di una virgola la realtà. La gestione dell'aula di Schifani, esecutore ligio delle volontà altrui, non lascia scampo. Poco importa che Luigi Zanda del Pd citi testualmente un'indignazione simile a quella dell'attuale opposizione quando Schifani guidava il gruppo di Forza Italia a palazzo Madama. La coerenza non è di questo mondo. E la conferenza dei capigruppo convocata nel primo pomeriggio non può che certificare l'inevitabile: il decreto sicurezza modificato con la norma "blocca-processi" sarà approvata in prima lettura martedì prossimo.
La resa dei conti con le toghe rosse sbarca, per la prima volta, in un resoconto parlamentare ufficiale. Quando Schifani legge la lettera che gli ha inviato il premier lunedì sera l'opposizione in aula rumoreggia.
Emma Bonino, che pure come radicale qualcosa da dire sull'obbligatorietà dell'azione penale ne avrebbe, non si trattiene: "La lettera di Berlusconi è un fatto abnorme. Ma vi rendete conto che quello che state facendo non ha paragoni in nessun governo occidentale?". La sua richiesta di non mettere ai voti gli emendamenti della maggioranza è respinta dopo una lunga battaglia ostruzionistica intorno all'ora di pranzo: 159 voti contrari, 122 sì e 3 astenuti, i tre senatori Udc capeggiati da Totò Cuffaro che si tengono sempre sugli spalti e piuttosto silenti. Del resto non sono nuovi ai problemi con la giustizia. E la simpatia con il colpo di mano del centrodestra è palpabile.
L'unica opposizione di palazzo è sulle spalle di Pd e Idv, mentre fuori dalle aule parlamentari l'Anm (il "sindacato" dei giudici) e la Federazione nazionale della stampa annunciano battaglia. La giunta del sindacato dei giornalisti annuncia una manifestazione in piazza contro lo stop alle intercettazioni e si mobilita per uno sciopero, "se necessario su più giorni", contro i disegni di legge del governo. Mentre un redivivo Beppe Grillo già annuncia un referendum abrogativo, appoggiato subito da Rifondazione comunista e Idv.
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C'era una volta il dialogo
di Mario Giordano - Il Giornale 18 giugno 2008
Ritornano i tromboni. E dal momento che sono trombati, sono pure più tromboni. C'è solo una cosa più noiosa dell'eterno dibattito sulla giustizia: le lezioncine di superiorità morale impartite da chi non ha titolo per impartirne, avendo smesso per altro da poco di tuonare contro i processi Unipol. Bisogna capirli: forse hanno preso una banca, ma evidentemente hanno perso la memoria.
Così D'Alema si dice "turbato" (poverino), Veltroni dopo aver dato gli ultimatum (otto giorni al premier, manco trattasse con la colf) parla di tela strappata e di cambiamento di rotta, e dagli archivi dell'oblio riemerge persino Marco Follini (do you remember?), il portavoce meno ascoltato della Repubblica italiana, che trova finalmente qualcuno che gli dà retta e sale sul pulpito. Come no? Di lui ci si può fidare. Non è quello che pochi giorni prima di passare col centrosinistra ripeteva: "Non passerò mai con il centrosinistra"? Perfetto come maestro di etica.
Sia chiaro: oggi a noi piacerebbe un sacco parlare di sicurezza, di casa, di benzina, di rifiuti, persino di Alitalia (in effetti: che fine ha fatto Alitalia?).
Oggi a noi piacerebbe parlare di imprese senza burocrazia, lotta ai fannulloni, misure formato famiglia, economia da liberalizzare.
E ci pesa un po' trovarci qui, malinconicamente immersi nel déjà vu, a discutere invece di giudici e politica, toghe di sinistra, nodi e lodi più o meno Schifani, Anm sulle barricate.
Dov'eravamo rimasti? Ah, già: l'obbligatorietà dell'azione penale. In effetti, l'obbligatorietà dell'azione penale è una bella barzelletta: ma l'abbiamo sentita mille volte ormai. Non fa nemmeno più ridere.
Però dobbiamo chiederci perché siamo arrivati a questo punto. Di chi è la colpa. Di Berlusconi che difende solo i suoi interessi, come dice la sinistra, o dei magistrati che gestiscono la giustizia come cosa loro, non ammettono interventi per snellire i processi (nemmeno quegli interventi che persino un magistrato non certo sospettabile di connivenze con Berlusconi, come Marcello Maddalena, intervistato oggi dal nostro Stefano Zurlo, giudica per nulla scandalosi) e pretendono di continuare ad usare il codice come un'arma contundente di pressione politica?
Dal 1994 Berlusconi è stato processato decine di volte e mai condannato. Le sue aziende sono state rovistate fin negli angoli più remoti senza trovare nulla di illegale. Dov'è lo scandalo nella lettera al Senato? Il punto non è capire se il premier ha fatto bene o no a scriverla: il punto è capire se questo potrà mai essere un Paese normale, in cui chi viene scelto dai cittadini per governare, può finalmente governare, per due, tre, cinque anni, quanto glielo consente la sua forza politica e la sua capacità, senza dover subire gli attacchi più o meno pretestuosi di qualche magistrato, dettati dall'ideologia, dalla vendetta, o magari anche solo dalla ricerca di popolarità.
Badate bene: non si tratta di sottrarsi alla magistratura. Si tratta semplicemente di avere ciò che hanno gli altri Paesi civili, come la Francia o gli Stati Uniti. Chirac è stato processato alla fine del suo mandato: non durante. Per mandare a casa un inquilino della Casa Bianca ci vuole un impeachment, l'accusa di tradimento: non basta un assegno a vuoto. Nella più grande democrazia del mondo sarebbe impensabile vedere il governo paralizzato dall'azione di un qualsiasi sostituto procuratore dell'Utah o del Minnesota, che gioca a fare il protagonista costruendo fantasiosi castelli accusatori su reati di serie B.
Dicono: ma così finisce il dialogo. È vero: ma chi l'ha fatto finire il dialogo? E poi: dialogo con chi? Veltroni non è riuscito a costruire neanche un'oncia fritta di quell'opposizione libera dall'antiberlusconismo che aveva promesso. S'è fatto travolgere dai Di Pietro, dai Travaglio, dal Furio e furioso Colombo. Non ha spessore, non ha idee, non ha personalità, non ha tenuta. Non ha più voce. E non ha nemmeno voti, dal momento che continua a prendere scoppole indimenticabili come il voto in Sicilia (8 a zero per il Pdl) dimostra. Dialogo? E come si dialoga con un fantasma? Non ci riesce nemmeno Prodi, e pensare che lui è un esperto di sedute spiritiche...
Su queste colonne l'abbiamo ripetuto più volte: il dialogo va bene, ma non è valore in se stesso. O serve a cambiare il Paese o non serve a nulla.
Oggi gli italiani vogliono questo: un governo che intervenga sulle grandi emergenze, dalla sicurezza all'economia. Al distributore di benzina, purtroppo, il dialogo non viene accettato come moneta. E nei negozi di alimentari neppure. Col dialogo non si costruiscono i termovalorizzatori per bruciare i rifiuti e non si rimpatriano i clandestini.
A Veltroni avevamo dato atto di aver contribuito in modo importante alla svolta che poteva cambiare questo Paese. Adesso, spinto dalla sua debolezza e dalle tensioni interne, ha deciso di fare retromarcia. Urla e strilla, agita le piazze, si aggrega alla compagnia dei neogirotondini, incontra i rifondaroli, parla di tele rotte e pretende pure di dare lezioni di moralità. Che forza: con le elezioni ha perso la faccia. Ora sembra aver perso pure la testa. Ammesso che ne abbia mai avuta una.
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"Errore politico parlare di regime"
di Monica Guerzoni - Corriere della Sera 17 giugno 2008
E ora l'ala dialogante del Pd teme la sindrome del gioco dell'oca e cioè il ritorno alla casella di partenza, all'antiberlusconismo pregiudiziale, al muro contro muro.
La svolta improvvisa di Veltroni, i toni e gli avvertimenti di autorevoli commentatori "amici" come Eugenio Scalfari e Furio Colombo hanno fatto fischiare le orecchie ai riformisti. Che adesso temono la fine prematura del dialogo, il ritorno di una stagione girotondina e il rinvio di soluzioni urgenti a sbloccare la crisi del Paese. 
Espressioni come "regime" e "dittatura" fanno venire i brividi all'ex falco di Confindustria Massimo Calearo, al deputato che tanto scalpore provocò lasciando la presidenza di Federmeccanica per salire - metaforicamente sul pullman di Veltroni: "Non dobbiamo valutare i proclami in cui Berlusconi è maestro, ma giudicare i fatti". E non sono fatti il lodo Schifani, la stretta sulle intercettazioni o le norme SalvaRete4? "Queste cose interessano poco al cittadino, il Paese ha bisogno di riforme e il governo ha ottimi ministri come Brunetta, Sacconi, Zaia, Tremonti". Veltroni minaccia di voltare pagina, se il Cavaliere non rinuncia ai suoi progetti fine del dialogo... "Rimettere indietro le lancette dell'orologio sarebbe sbagliato - risponde Calearo -. L'opposizione non deve essere supina ma neppure ideologica. Se torniamo al passato abbiamo perso, la gente vuole che Veltroni tiri dritto".
Pierluigi Bersani teme che nelle prossime settimane su diritti, regole e temi economico "il gioco si farà duro". Di certo lo pensa anche Enrico Letta, ma l'ex sottosegretario a Palazzo Chigi invita a non spezzare il filo del confronto: "Penso che il dialogo ci debba essere sulle questioni istituzionali".
Sulla stessa linea Maria Paola Merloni, imprenditrice e deputata vicina a Rutelli: "Dobbiamo mantenere l'impegno a dialogare sui temi di interesse più ampio e trasversale, come la legge elettorale.
Per il resto, come su Alitalia o il Salva-Rete4, l'opposizione deve essere ferma ma non urlata". Lei che ha sempre apprezzato la veltroniana "pacatezza dei toni" si augura che gli slogan girotondini non tornino di moda nel Pd. "Non dobbiamo bloccare il Paese - auspica la Merloni -. Il litigio e le urla hanno stancato tutti, espressioni come regime e dittatura non portano da nessuna parte. Mi auguro che Veltroni continui sulla linea tracciata".
Un leader più aggressivo piace invece a Matteo Colaninno. L'opposizione ideale del già presidente dei giovani industriali è "diversa ma non statica" e se cambia il Pdl, Colaninno è convinto che debba cambiare anche il Pd. "L'esercito nelle città o l'operazione salva premier non sono cose compatibili con le spirito che entrambe le parti auspicavano. Lo scontro sarà durissimo - prevede il giovane deputato -. Però indietro non si torna, non dobbiamo cambiare rotta. La proposta del dialogo deve restare". Chi grida alla dittatura lo allarma fino a un certo punto, a preoccuparlo sono piuttosto certi atteggiamenti "vecchio stile" del governo: "Tengo a un rapporto civile con la maggioranza - conclude Colaninno - però deve essere civile anche lei". L'ex ministro Tiziano Treu vede tornare "il pericoloso vizietto di Berlusconi in materia di giustizia", eppure non chiude la porta: "Sulle regole il dialogo non può fermarsi".
E l'ultimatum di Veltroni? "Un penultimatum, questa settimana non decide la vita. Parlare di dittatura non è realistico, sono enfatizzazioni ingiustificate. Manteniamo la calma e stiamo al merito dei provvedimenti".
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Opposizione, ma quando ti opporrai?
di Piero Sansonetti - Liberazione 17 giugno 2008
Preoccupa anche noi il fatto che il governo voglia una legge sulle intercettazioni che - dicono gli esperti - rischia di mettere in difficoltà la magistratura (ci preoccupa molto meno se metterà in difficoltà i giornali, i loro editori, i loro scoop, che in genere sono scoop remunerativi ma anche volgari e violenti nei confronti della privacy delle persone). Preoccupa anche noi una legge - il cosiddetto "lodo Schifani" - che mette un numero ristretto di governanti (una super-casta) al riparo dalle intrusioni della magistratura, cioè che crea una situazione di protezione dei vertici dello Stato, simile a quella delle monarchie assolute.
Ci preoccupa l'affare di Rete 4 e tutto il resto. Però ci permettiamo di dire che queste questioni - gravissime - sono affari che riguardano il ceto politico, le classi dirigenti, e certamente hanno un peso enorme sul modo nel quale questo ceto e queste classi si dividono tra loro il potere; ma non hanno molto a che fare con i problemi giganteschi della gente, del diritto, dei principi, della civiltà. E questi problemi invece premono, richiedono interventi immediati, richiedono lotta politica, anche perché è in atto un tentativo di limitare le libertà dei più deboli e di "militarizzare" la società, mandando l'esercito e la polizia a risolvere i grandi problemi.
Voi non trovate molto curioso che l'opposizione parlamentare si scaldi solo sulle leggi che coinvolgono i rapporti interni al ceto politico o i rapporti tra politica e magistratura, politica e giornalismo, politica e gruppi economici, e che invece se ne infischi altamente di questioni come i salari, gli orari di lavoro, i diritti individuali, la solidarietà verso i migranti, gli omicidi bianchi? Eppure è così. Prendiamo la giornata di oggi. Centocinquanta morti annegati in mare, una strage immane, atroce, orrida, che meriterebbe la paralisi del paese, proteste, scioperi, lutto nazionale. Come reagisce il mondo politico? Non reagisce. Parla del Lodo Schifani.
Come reagisce l'opposizione? Tace, si occupa di intercettazioni.
Del resto questi morti pesano in modo eguale sulla coscienza di governo e opposizione. Persino pesano sulla nostra coscienza, cioè della sinistra, che nei due anni nei quali ha governato non è riuscita a "silurare" l'atroce legge Bossi-Fini e gli accordi internazionali che blindano i nostri mari, rendendo sempre più pericolosi i viaggi della speranza dei clandestini e provocando la morte di migliaia di loro.
Cosa si può dire di una opposizione che ha balbettato sulla strage del lavoro, e copre col suo silenzio questa devastante strage in mare?
Eugenio Scalfari su Repubblica e Furio Colombo sull' Unità paventano il regime. Hanno ragione? Certo, però sfiorano il problema, non vanno a fondo: il regime si realizza non quando un governo o una maggioranza si spingono troppo a destra o su posizioni illiberali; si realizza quando l'opposizione scompare, o si allinea al governo, o lo stuzzica sulle quisquilie lasciando mano libera al suo progetto di restaurazione. Questo sta succedendo. Chi mettiamo sul banco degli accusati? Se non ci decidiamo ad affrontare il tema dello squagliamento politico del Pd e della sua subalternità al pensiero e all'azione del centrodestra, non arriviamo mai al dunque.
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Veltroni a muso duro minaccia lo sfascio
di Oscar Giannino - Libero 17 giugno 2008
Come interpretare le parole di ieri all'indirizzo di Berlusconi? È già marcia indietro a pieno regime, e fine subitanea del sogno di mezza primavera e di inizio legislatura? Oppure è solo macchine indietro mezza, giusto per far avvertire al premier il gorgoglio minaccioso delle eliche in cavitazione, e mandargli un avviso che a insistere ci si fa male entrambi?
Io dico la seconda ipotesi. Naturalmente, non ho prove manifeste né conclusive, per sostenerlo. Mi affido a indiscrezioni e chiacchiere, opinioni a bassa voce e interpretazioni autentiche dei diversi politici che conosco e che stimo, tra le distinte anime dell'unitario-si-fa-per-dire Partito Democratico.
Non mi affido alla sola forma del monito veltroniano. Che però, in quanto tale, ha appunto la forma di un avviso, non di un ultimatum a Silvio. A fine settimana Veltroni deve trarre le fila del risultato elettorale e di quanto da allora è accaduto, di fronte ai 2.800 costituenti nazionali del Pd. Per questo dice a Silvio che dovrà inevitabilmente tener conto, nella sua relazione, di un'atmosfera che a parole nasceva e si nutriva della reciproca legittimazione sui provvedimenti di maggior respiro assunti dal governo. Mentre ecco che poi in un decreto spunta la misura pro Rete4, in un'altra la sospensiva dei procedimenti giudiziari meno gravi, e poi il lodo Schifani, e ancora l'esercito nelle strade. E ovvio che, proseguendo così, con tutta la buona volontà Veltroni non può reggere una posizione dialogante che finisce per risultare pericolosamente per lui solitaria, percome stanno messe le cose nel Pd.
IL MORSO DEI SONDAGGI
Il morso dei sondaggi e di alcune grandi testate italiane e internazionali si avverte tutto. Sul Corriere della sera Mannheimer ha certificato quanti italiani pensino che il Pd veltroniano sia troppo remissivo verso palazzo Chigi. Aggiungete l'Economist, secondo cui il governo ombra di Walter rischia di essere un buco nell'acqua.
E soprattutto Repubblica, dalle cui colonne Eugenio Scalfari torna a tuonare con tono profetico e ieratico, a proposito dell'incostituzionalità e della sedizione innata nello stile di governo berlusconico. Non siamo ancora arrivati agli altolà aVeltroni diretti ed espliciti, ma insomma...
E nel pd, su che forze può contare, Walter?
L'uscita più filoveltroniana, quella di Enrico Morando che ha ripreso a parlare di congresso a breve per mettere con le spalle al muro tutti i dissenzienti nei confronti del segretario, non ha avuto alcun'eco, ignorata praticamente dall'intero vertice Pd. Gli ex margheritici sono divisi nei toni ma uniti nei borborigmi. Tra chi dice che nel gruppo socialista europeo alla prossima primavera col cavolo che la ex Margherita può andare. Chi aggiunge che Prodi fa bene a rendersi indisponibile a tornare alla 'presidenza del Pd, perché lui semmai è una risorsa per il futuro e non certo uno scudo per gli errori attuali. Chi invoca collegialità e rimprovera a Veltroni una direzione dei gruppi parlamentari, a inizio legislatura, non contrattata davanti ad alcun caminetto di maggiorenti. Si può continuare a lungo. Ma è evidente che all'ex Margherita in generale dispiace di più il bipartitismo tendenziale sul quale Veltroni preferirebbe insistere, piuttosto che la sua decisa disarticolazione, a cui mira non proprio uno qualunque, ma Massimo D'Alema in Persona. E che su questa linea terrà proprio in questi giorni la prima di una lunga serie di riflessioni pubbliche, attraverso la sua fondazione ItalianiEuropei.
IL RITORNO DI MAX
Non è affatto neoproporzionalista, D'Alema. Ma è convinto che occorra puntare sullo sfiancamento che di qui a qualche tempo nella compagine di governo emergerà, per rilanciare il ruolo dell'Udc e di un pluripartitismo maggioritario nel quale i cattolici debbano allearsi alla sinistra magari anche da distinti e centristi, per tentare l'interdizione verso gli elettori moderati che al Pd è totalmente fallita. Aggiungete che nella Cgil le cose sono più complicate ancora di più.
Perché il repulisti che a livello nazionale sta varando Epifani - leggete Liberomercato, a pagina 4 - mira a dire no proprio ad alcuni dalemiani di prima fila e a sostituire vecchi riformisti con compagni che coprano la segreteria "a sinistra", sia pure senza confondersi con Cremaschi e Rinaldini. Ma scommettendo sul fatto che solo così la più grande forza di massa della sinistra possa fronteggiare il governo che rimette mano alla Biagi e vuole il salario di produttività, e anche tornare a esercitare un ruolo "da sinistra" verso un Pd imbambolato su se stesso. Basti vedere quanti laicisti decisi Epifani imbarcherà, con tanti saluti ai margheritici e ai teodem.
Ammettiamolo, Veltroni ha i suoi guai e li dichiara. Sta a Silvio raccogliere il segnale e rispondere.
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Frittata giudiziaria
Fermi, l'idea di rifare la guerra giudiziaria per non ottenere niente è un incubo. Quello appena compiuto è un errore, per ragioni che riassumo:
1. Pensare che l'arretrato giudiziario, per i crimini più gravi, possa assorbirsi in un anno non è illusorio, è irreale.
2. Stabilire quali processi si fanno e quali no sulla base della pena e non del reato è sbagliato, oltre che dubbiamente costituzionale.
3. Non fare i processi ai delinquenti di strada equivale a dare impunità a quanti più nuocciono alla sicurezza dei cittadini.
4. Sospendere il decorso della prescrizione è una violazione dei diritti individuali, per giunta aggravante la scandalosa lentezza della giustizia italiana.
A queste si aggiungano due considerazioni politiche:
a. emendare i decreti, a cura della stessa maggioranza, è un pessimo vizio, meglio avere le idee chiare in partenza; b. non si sospende il gioco annunciando grandi riforme, ma si presentano le grandi riforme e, semmai, si sospende poi il gioco.
E veniamo alla posizione personale di Berlusconi. L'immunità, temporanea, delle alte cariche statali è prevista in molti ordinamenti democratici. Adottiamola, magari con un testo ben studiato e non buttato lì per inseguire qualche emergenza. In quanto ai giudici che fanno politica, sono un'indecenza e si dovrebbe proibire a tutti di dedicarsi a faziosità e propagandismi. Sono pagati e protetti per essere ed apparire imparziali. Nel riformare seriamente la giustizia lo si rammenti, così come anche di modificare il meccanismo della ricusazione, in modo che a giudicare non siano gli altri firmatari dei medesimi manifesti. Ma allungare la broda di un processo per un altro anno è un gesto di masochismo, non risolvendo alcun problema ed avvalorando il sospetto di colpevolezza. Abbiamo già visto questo film per cinque anni, ora basta, per pietà.
La frittata è fatta.
Si rimedi presentando subito il disegno della grande riforma, capace di restituire significato al termine "giustizia". Le linee guida le conosciamo a memoria, ne abbiamo scritto per anni. Si agisca, e si ragioni avendo in mente le migliaia di malcapitati anonimi di cui ci occupiamo in troppo pochi e che, invece, sono il vero esercito da schierare contro il corporativismo, la conservazione e la politicizzazione dell'ordine giudiziario.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero
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Il voto siciliano
Il risultato elettorale siciliano dovrebbe essere oggetto di studio, giacché non solo registra lo squagliamento della sinistra, ma segnala un problema di fiducia democratica. Il numero dei votanti è crollato, raggiungendo percentuali record a Palermo. Ciò significa, andando molto all'ingrosso, che buona parte dell'elettorato di sinistra semplicemente non ha votato. Non sono andati al mare, hanno mandato a quel paese quella roba che non hanno capito cos'è, che ha preteso di farli votare per ruderi impresentabili come Orlando Cascio e che oggi non riesce ad entusiasmarli. Da qui, il disastro.
Il Pdl, dal canto proprio, è saldamente alleato con l'Udc, come se lo stretto dividesse due mondi politici diversi. Il Pd pareggia con le liste civiche. La sinistra antagonista boccheggia ed affoga. Gli elettori, ripeto, si muovono in pochi. Capisco l'esultanza dei vincitori, del tutto legittima, ma i sintomi sono preoccupanti.
Da una parte c'è la sinistra, che non è più quella del passato, ma con il passato si rifiuta di fare i conti e, così procedendo, perde la possibilità di avere proposte per il futuro. Non è stata sconfitta perché gli elettori hanno bocciato una proposta politica, un indirizzo programmatico, un'idea complessiva d'interesse collettivo. No, hanno perso perché non c'era nessun buon motivo per votarli. Tranne i patiti del partito preso, tutti fedeli all'idea di battere l'avversario, non s'è trovato il modo di parlare agli altri. E questo è il segno di una crisi drammatica.
Dall'altra c'è un centro destra eguale a quello che vinse le elezioni politiche del 2001, ma che, come sostengono tutti i protagonisti, è da considerarsi oramai superato.
Da ciò deriva che a reggere è l'accordo di potere, necessariamente privo di base politica. E vi pare una bella cosa? Per giunta si ritrova senza credibile opposizione, rendendo infido il terreno. Ora, si può dire che erano solo elezioni amministrative, fare spallucce e tirare avanti. Possono farlo gli uni e gli altri.
Oppure si può, direi che si deve, cogliere il significato profondo delle cose e non tapparsi gli occhi davanti ad un ripiegarsi della politica. Quando cessa d'essere interprete della realtà e diviene proiezione d'impotenza e disaffezione, le cose non si mettono bene né per le istituzioni né per la realtà civile.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
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Il vero volto del cavaliere
di Ezio Mauro - La Repubblica 17 giugno 2008
Nel mezzo della luna di miele che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo, la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa, dominata da uno stato personale di necessità e da un'emergenza privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale, a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell'opinione pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi, pur di fermare le indagini della magistratura. La Repubblica vive un'altra grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme.
In un solo giorno - dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l'ambizione del Quirinale - Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione da un lato, e l'obbligatorietà dell'azione penale dall'altro. Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire.
Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini.
La nuova norma berlusconiana (presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbligai giudici a dare "precedenza assoluta" ai pro cedimenti relativi ad alcuni reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo dell'intervento: la sospensione "immediata e per la durata di un anno" di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino al 31 dicembre 2001 che si trovino "in uno stato compreso tra la fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado".
E' esattamente la situazione in cui si trova Silvio Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione in atti giudiziari: con l'accusa di aver spinto l'avvocato londinese Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all'estero. Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d'interessi, l'urgenza privata, l'emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova legge ad personam.
Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza, guadagnare un anno, per dar tempo all'avvocato Ghedini (difensore privato del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta ha già giudicato incostituzionale, perché viola l'uguaglianza dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in Italia verrà presentato in Parlamento perla seconda volta in pochi anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che gli italiani hanno scelto per governare il Paese.
Con ogni evidenza, per l'uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni, e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori, una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente la sua politica.
No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere, il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile, come le leggi, come i poteri della magistratura. E una coazione a ripetere, rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abitala Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere il Capo dell'esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare il giudiziario.
Qualcosa a cui l'Occidente non è abituato, un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto l'establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la nota e redditizia complicità dei dominati con l'ordine dominante, che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare.
Questo uso esclusivo delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto con il Capo dello Stato, garante della Costituzione.
Napolitano era già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza, spiegando che non si vedeva una ragione d'urgenza. Poi aveva preso posizione perla stessa ragione contro l'ingresso nel decreto della norma che porta i soldati in strada a svolgere compiti di polizia.
Oggi si trova di fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati, una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto che parla di tutt'altro. Che c' entra la sospensione dei processi con la sicurezza?
Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini? L'unica urgenza - come l'unica sicurezza - è quella privatissima e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché non si può parlare di regole con chi le calpesta.
Nello stesso momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell'articolo e fino a 400 mila euro per l'editore. Le nuove norme vietano all'articolo 2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il segreto", fino all'inizio del dibattimento. Questo significa il silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio, dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l'iter investigativo e istruttorio che precede l'ordinanza del giudice dell'udienza preliminare è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c'è ora l'obbligo (articolo 12) di "informare l'autorità ecclesiastica" quando l'indagato è un religioso cattolico, mentre se è un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini degli altri.
Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del sequestro di Abu Omar, della scalata all'Antonveneta, della scalata Unipol alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano, della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli orrori della clinica Santa Rita di Milano.
Ma non c'è solo l'ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti (alcuni). C'è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la pubblica opinione, un'opinione consapevole proprio in quanto informata, e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca) a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista più un'azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi individuali.
A questo insieme di individui - di cui certo fanno parte anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità - il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso, un'adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d'animo, che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l'emergenza, intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali. Conta decidere (non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare l'eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio, sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto emergenziale continuo, con l'esecutivo trasformato per conseguenza da organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d'eccezione perenne.
Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma blocca-processi "è a favore di tutta la collettività", anche se si applica "a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica". E il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice mentre ne blocca l'azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente, lo stiamo già vivendo
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La dittatura come alibi
di Paolo Franchi - Corriere della Sera 16 giugno 2008
Emilio Gentile, Piero Melograni e Lucio Villari, interpellati per il Corriere da Paolo Conti, hanno buone ragioni per dar torto a Giulio Tremonti, secondo il quale tutti dovremmo ricordare che l'impoverimento dei ceti medi porta con sé il fascismo, si sarebbe detto un tempo, come la nube la tempesta.
Ma sono, le loro, argomentazioni da storici. Nessuna delle quali basta a convincere il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, convinto che Tremonti proponga sì terapie inaccettabili, ma nella diagnosi colga nel segno. Certo, in giro non si vede un Mussolini, non sono all'ordine del giorno fondazioni di imperi, nessuna ora suonata dal destino minaccia di battere nuovamente sui colli fatali di Roma. Ma, se per fascismo intendiamo una svolta illiberale e autoritaria, secondo Sansonetti ci siamo: è esattamente quello che sta capitando. Davanti agli occhi di tutti. Sull'onda di un consenso (non solo dei ceti medi impoveriti) che non accenna a scemare, anzi.
Senza incontrare troppe resistenze. 
Tremonti ovviamente intendeva dire un'altra cosa. Ma non c'è dubbio che, tirando in ballo il fascismo, abbia toccato un nervo tradizionalmente scoperto della sinistra italiana (non solo quella propriamente detta che, a dire il vero, su questo terreno si muove con più cautela), e ne abbia evocato qualche tic.
Ragionando per la prima volta in pubblico sulle ragioni della sconfitta, Fausto Bertinotti ha parlato di una Repubblica ormai non più antifascista, ma solo "a-fascista": in Italia, ha sostenuto, sta prendendo forma un "regime leggero". E se Bertinotti ha optato per un ossimoro almeno nelle intenzioni prudente, altri preferiscono giudizi più severi e definitivi, prendendo spunto soprattutto dalle misure (discutibili) del governo sulle intercettazioni e da quelle (discutibilissime, e anche peggio) sull'utilizzo dei soldati in strada per dare man forte alle forze di polizia. Su Repubblica, Giuseppe D'Avanzo parla di un Berlusconi intento a dimostrare che "per governare la crisi italiana è costretto a separare lo Stato dal diritto", con il soldato chiamato a farsi questurino, il giudice chierico, il giornalista laudatore: per questa via, sostiene, la vita pubblica italiana si militarizza. Eugenio Scalfari gli dà ragione. "Non sarà fascismo", scrive, "ma certamente è un allarmante incipit verso una dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica, complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni". 
Si potrebbe continuare a lungo, ma possiamo già ricapitolare. Fascismo, seppure inteso in senso assai lato. Regime, anche se debole. Stato che si separa dal diritto. Vita pubblica che si militarizza. Incipit di una dittatura. Se è così, altro che clima nuovo, altro che democrazia dell'alternanza.
Basterebbe meno, molto meno, per chiamare alla più drastica e radicale delle opposizioni. Come si può anche solo immaginare di aprire un dialogo ravvicinato, e oltre tutto sul tema dei temi, la riforma delle istituzioni, con un governo e una maggioranza che battono simili strade?
Come si può tener viva, in un simile contesto, anche solo l'idea di una reciproca legittimazione tra le forze in campo, se una, quella che governa, ha scelto di incamminarsi su una via che porta dritto al regime, anzi, alla dittatura, e forse a un fascismo più o meno soft, e l'altra, quella che si oppone, è tenuta, o dovrebbe esserlo, a difendere la democrazia? Nessun dubbio. Non si può.
Basta sonnecchiare. Si svegli, se ne è capace, il Partito democratico. Si svegli, se ne è capace, Walter Veltroni. Si svegli, se ancora c'è, la sinistra. Prima che sia troppo tardi. 
Svegliarsi. Benissimo, ce n'è bisogno. Ma per fare esattamente che cosa, oltre che per indignarsi, nessuno lo spiega: gli appelli al risveglio delle opposizioni suonano così drammatici e magari solenni, ma anche poco convincenti. Forse perché sono poco convincenti le analisi che li sorreggono, e ancor meno i mostri (il regime, il fascismo alle porte) evocati alla bisogna. Oltretutto sono, a grandi linee, sempre gli stessi, dalla prima vittoria di Berlusconi nell'ormai lontano 1994 in poi, nonostante in tutti questi anni regimi non ne siano stati instaurati e anzi il centrosinistra abbia avuto modo di governare per quasi una legislatura e mezza.
Denunciare con parole di fuoco il rischio che quello che non è capitato sinora stia per succedere adesso è sicuramente più facile, ma altrettanto sicuramente meno produttivo, che guardare impietosamente dentro questo quindicennio e dentro se stessi per provare a essere oggi sul serio opposizione, domani o dopodomani governo.
Era davvero inevitabile che la transizione italiana avesse un esito di destra? E adesso, non c'è nulla di più utile da fare che denunciare la svolta autoritaria?
"Non c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime. C'è una nuova destra di governo e di amministrazione da sottoporre ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero e di azione". Recita così la prima delle undici tesi messe a punto dal Centro per la riforma dello Stato, un pensatoio classico, e certo non sospettabile di moderatismo, della sinistra italiana presieduto da Mario Tronti, per avviare la riflessione sulla stagione politica che si è aperta lo scorso aprile, con la doppia sconfitta del grande partito di centrosinistra e della piccola e mal- certa aggregazione di sinistra.
Sottoporre (di più e meglio) ad analisi per contrastare (di più e meglio) nella decisione. Può darsi che queste siano espressioni dal sapore antico. Ma si fatica a immaginarne di più moderne, e soprattutto di più efficaci, per delle opposizioni sconfitte che intendano risalire la china.
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Il milite ignobile e il padre nobile del Pd
Il Riformista 16 giugno 2008
Ragioniamo. Che cosa ci fa temere "la deriva della democrazia", "lo stravolgimento della Costituzione" e addirittura "la separazione dello Stato dal diritto", se 2500 soldati vengono (eventualmente) utilizzati in operazioni di sicurezza pubblica? I motivi di un tale allarme, che ha fatto risuonare ieri in Eugenio Scalfari quel tintinnio di sciabole con cui in anni lontani denunciò un tentato golpe, possono essere diversi. Potrebbe essere, per esempio, che una coscienza sinceramente democratica non si fidi ancora delle nostre forze armate. Che le ritenga un corpo separato, sempre pronto ad obbedire a qualcosa di diverso dal potere democratico.
Ma queste sono angosce inattuali dopo che per vent'anni abbiamo rivolto collettivi encomi alla loro fedeltà costituzionale e all'alto spirito di sacrificio con cui hanno agito nelle missioni all'estero. Chi ne ha lodato l'equilibrio e l'umanità nei confronti di popolazioni straniere e talvolta ostili, può davvero temere che si mettano ora a sparare all'impazzata contro i napoletani o gli zingari? Oppure può essere che, pur fidandosi dei militari all'estero, li si tema nelle strade delle nostre città per una innata tendenza all'uso della forza, per una sostanziale ignoranza dei principi dell'habeas corpus, o semplicemente perché sono armati. Ma allora sarebbero dovute finire in un bagno di sangue anche le missioni "Vespri siciliani" a Palermo e "Forza Paris" in Sardegna, per non dire della "Riace" e della "Partenope", queste ultime due avvenute quando al Viminale c'era Giorgio Napolitano, l'indiscutibile coscienza democratica che ora sta al Quirinale.
Ma, si dice, stavolta i militari non staranno fermi davanti a un edificio pubblico, cammineranno per le strade. A parte il fatto che non sappiamo ancora se è vero, perché non sappiamo ancora come Maroni deciderà di utilizzarli, che male farebbero 2500 divise in più in circolazione? Mettiamo che il governo avesse deciso di assumere altri 2500 agenti di polizia: chi avrebbe gridato allo scandalo?
Qui, non potendo assumerli perché non ci sono soldi, li si prende dove già sono a libro paga: dall'esercito. Potrebbe valerne la pena, se è vero quello che scrive il "Sole 24 ore": 2500 agenti in più costerebbero 37,5 milioni di euro, 2500 soldati costano 17 milioni di curo.
È un esempio di mobilità all'interno della pubblica amministrazione che prima o poi si dovrà adottare anche con gli agenti messi a fare gli impiegati e gli autisti nelle prefetture e in Parlamento, per restituire forze alla lotta contro la criminalità, piccola e grande.
Il rischio vero, di cui pochi parlano, più che per la democrazia è per i soldati medesimi. Quali saranno i loro compiti?
Che cosa verrà loro richiesto di fare, quali risultati ci si propongono? Dovranno infilarsi nei vicoli a caccia di clandestini e di spacciatori? Quali le regole d'ingaggio, visto che un soldato deve sempre averne una quando ha un mitra in mano? E soprattutto: perché questa decisione non né stata inserita nel decreto-sicurezza, ma è stata annunciata solo successivamente come un emendamento a quel decreto, così sfuggendo alla valutazione preventiva del Quirinale e dei suoi uffici?
Com'è che il ministro La Russa si è battuto contro l'uso dei militari per l'immondizia a Napoli e ora gli sta bene se fanno anche le ronde?
Usiamo i soldati perché servono al paese, o per far piacere a una componente del governo?
In linea di principio, non c'è nemmeno una buona ragione che possa farci temere l'esercito: in Arkansas fu la Guardia nazionale schierata da L.B. Johnson a consentire il primo grande balzo dell'America contro la segregazione razziale. Ma in concreto il governo non ci ha fatto ancora capire che cosa intende fare di quei militari, e deve farlo in Parlamento. Stabilito che il milite non è ignobile, qualche parola sul padre nobile che il Pd disperatamente cerca e non trova. Presidenti del partito con quelle caratteristiche, e disposti ad esporsi al voto segreto dell'Assemblea, non ce ne sono: consiglio di prenderne atto e rassegnarsi Non è un caso.
Il Pd è una famiglia, come si dice oggi, allargata: molti padri e molte madri, e figli di diversi matrimoni. L'albero genealogico è illeggibile, l'eredità non passa tra consanguinei, e i discendenti non derivano per linea diretta da un unico ceppo. In queste condizioni, padri nobili non possono essercene. Prodi era l'unico, ma solo perché era stato il padre nobile dell'Ulivo, cioè della famiglia allargata precedente. Caduta la sua disponibilità (con qualche ragione) non c'è che da lasciar perdere Inutile cercarsi i penati se i penati non ci sono.
Vale per la presidenza del Pd e vale per la sua collocazione europea. É lo svantaggio della condizione di meticci. Che darebbe anche molti vantaggi, di fantasia originalità e creatività, se solo ci si svegliasse da questo torpore in cui ci si occupa solo di poltrone, sedili e strapuntini.
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Brunetta tra fannulloni e meritocrazia
di Attolico DSEPuglia 15 Giugno 2008
Un ministro così "solare" e sopra le righe non ce lo ricordavamo da tempo, in particolare da quando si sono insediati questi ministri "ombra", tanto oscuri da far brillare i primi, ma poichè il nostro Paese è ad un punto di non ritorno, ecco che si abbandonano mezze misure, buonismi, il doroteo "nì" e tutto concorre a scacciare dalla mente i fantasmi di una depressione incombente, con l'italiano medio che arranca alla quarta settimana e con una prospettiva di dati "reali" (indicatori P.I.L., inflazione, consumi) che volge al peggio.
Tanto vale cercare qualche capro espiatorio e farci cullare dai sogni di Brunetta, che come ogni estremista snocciola qualche sacrosanta verità e che gode del maggior consenso popolare (59%) tra i ministri in carica, che attendono con ansia la traduzione in pratica dei proclami anti-fannulloni al motto "colpirne uno per educarne cento" e così tra dodici mesi avremo, pena dimissioni annunciate, la "rieducazione" di milioni di impiegati a carico di "Pantalone".
Non se ne dolgano i tanti che fanno pienamente e con coscienza il proprio lavoro al servizio del cittadino, ma è vero che l'indice di efficienza dell'impiegato-tipo è del 23%, troppo poco in tempi di magra per giustificare i colletti bianchi del "Belpaese". La tipologia dell'impiegato pubblico fannullone è complessa e variegata: si va dall'assenteista a "morbilità reiterata", al solerte presenzialista, assorto nella propria scatola virtuale da scrivania, variante dei nostri tempi del cruciverba della generazione precedente. C'e chi soffre la staticità del fisico e decide di cacciare "professionalmente" le mosche quando arriva la stagione, chi ancora con qualche foglio in mano gira vorticosamente per i corridoi, chi approfitta per fare la spesa per casa.
Fuori da ironie scontate bisognerebbe però spezzare una lancia a favore dei "travet", condannati ad una lenta agonia, ad una noia mortale per 150 ore al mese e 1000 euro che bastano si e no a coprire le necessità primarie e così milioni di famiglie italiane sopravvivono in virtù dell'assunto keynesiano, forse estremizzato e volgarizzato dai nostri connazionali. Facciamo un passo indietro, agli anni '70, quando il binomio politica-burocrazia strinse un patto d'acciaio: da un lato il potere "tout-court", dall'altro la cinghia di trasmissione, solerte e ossequiosa, la macchina organizzativa dei consensi, affrancata da efficienza amministrativa e utilità sociale quanto sempre prona per grazia ricevuta (il mitico "posto fisso") a futura memoria, per il proprio "padrino" ed eventuali discendenti. Ovvio che, in questo clima deteriore da 1^ repubblica, che con il bilancino gestiva scientificamente anche la porzione di privilegi in quota "sindacale" all'opposizione, la meritocrazia, l'efficacia, l'efficienza costituivano mine vaganti e crepe nell'equilibrio costituito, ragion per cui venivano tollerati solo "una tantum", come fiori all'occhiello, possibilmente defilati e posti in condizioni di "non nuocere" e non alterare lo "status quo".
Oggi milioni di impiegati pubblici hanno perso le coordinate del proprio lavoro, in questo scontro ideologico-filosofico del lavoro tra I^ e II^ repubblica, l'un contro l'altra armata. In questa operazione di pulizia " massimalista", in questa caccia all'untore, radicale e sommaria, qualcuno ha pensato di dare l'ultima chance a questi "nemici del popolo" camuffati da servitori, qualcuno ha loro cercato di condurli in un processo di formazione o "ri-formazione", con piani di crescita professionale, mobilità gratificante, aggiornamenti e utilizzo delle nuove tecnologie? Oggi, come sempre, chi rischia di pagare sono solo le ultime file!
Francesco Attolico (presidente Democrazia Sociale Euromediterranea Puglia) attolico. Dsepuglia .tele2.it D.S.E. PUGLIA.
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"Renato Brunetta ha scoperto l'acqua calda!"
di Luca Bagatin 14 Giugno 2008
"Ho scoperto l'acqua calda!", così ha esordito venerdì 13 giugno scorso il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta nella gremita Sala della Regione di Via Roma a Pordenone, presentatosi in abbigliamento sportivissimo con camicia a righe rosse e giubbino smanicato bianco.
"Ho fatto pubblicare i dati sui tassi di assenteismo sul sito web del mio Ministero e presto farò pubblicare anche i dati relativi ai permessi sindacali dei miei dipendenti".
Trasparenza. Questa la parola d'ordine del Ministro che ha chiesto anche agli altri suoi colleghi di Governo di fare altrettanto ma, per ora, come egli stesso ammette, hanno fatto orecchie da mercante.
Renato Brunetta, già economista di scuola liberale e già a suo tempo vicino al Psi di Bettino Craxi, va avanti per la sua strada: legittimo prendere permessi nella pubblica amministrazione, purché i cittadini ne siano informati e possano controllarne l'attività! Puro buonsenso, pressoché mai introdotto nei governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni. Il Ministro ne ha anche per la Sinistra Arcobaleno di cui un gruppetto di 6-7 persone volantinava al di fuori della sala citando un articolo del giorno prima de "Il Piccolo" di Trieste che aveva pubblicato dei dati sull'assenteismo dello stesso Brunetta al Parlamento Europeo quando era deputato.
"Questo volantino è merda!", ha tuonato senza mezzi termini Brunetta, piccato, informando i volantinatori e tutta la platea che quei dati sono fasulli al punto che lo stesso "Il Piccolo" ha pubblicato la smentita lo stesso venerdì 13, confermando i dati ufficiali che attestano le sue presenze fra il 60 ed il 70 %.
"E' necessario premiare i migliori e punire i furbi ed i fannulloni, magari a partire dal licenziamento di coloro i quali nel settore pubblico presentano certificati medici fasulli. E punire i medici stessi che si prestano a tale truffa", questa la linea del Ministro dell'Innovazione il quale prospetta anche che l'attuale Governo farà di tutto per ridurre la spesa pubblica cominciando con l'abolizione delle comunità montane e con la riduzione del numero delle Provincie.
E poi si spinge oltre: "Entro i prossimi 3 anni arriveremo a coprire con la banda larga tutta l'Italia e a semplificare i bilanci dei Comuni sotto i 3000 abitanti mediante l'introduzione di una modulistica semplificata".
E ancora, il Ministro Brunetta, ha parlato della riforma federale dello Stato che prevede che ciascuna Regione italiana trattenga al suo interno l'80% della ricchezza prodotta. Il che significherebbe maggiore responsabilità nella spesa pubblica. Diversamente si può arrivare anche al commissariamento della regione stessa.
E termina parlando di un ambito non di sua competenza ministeriale, ma che lo ha sempre appassionato: quello del lavoro.
"E' vergognoso che in Italia vi siano pochissimi ispettori del lavoro" utili tanto per i controlli sulla sicurezza che sulla trasparenza dei contratti. Ricorda come anni fa proponeva di spostare gli impiegati dal settore del collocamento del lavoro, ormai abolito, a funzioni di ispettorato, ma incontrò la totale opposizione dei sindacati.
Renato Brunetta, ad ogni modo, non è disposto a lasciarsi intimidire e, almeno nella Pubblica Amministrazione, farà di tutto per rivoluzionarla, in quanto, sottolinea:
"I servizi pubblici sono di tutto vantaggio dei ceti più deboli e meno abbienti".
Un Renato Brunetta che parla come un uomo di sinistra e da rivoluzionario, almeno nella definizione classica del termine. Un Ministro che darà certamente filo da torcere ma, a giudicare dall'ovazione tributatagli dalla platea pordenonese e dai sondaggi, destinato a diventare sempre più popolare.
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it
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Perché la sinistra é rimasta antipatica
di Luca Ricolfi - Il Riformista 12 giugno 2008
La sinistra ha perso le elezioni perché non è ancora guarita dalle malattie che affliggono il suo discorso? Detto brutalmente, siamo ancora troppo antipatici per vincere? Sì e no. O meglio: siamo ancora discretamente antipatici, ma forse il nostro più grande problema sta diventando un altro. Vediamo quale.
Da un certo punto di vista le elezioni del 2008 sono state una prova generale anticipata di quel che, quando scrissi "Perché siamo antipatici?" (ossia nel 2005), era ragionevole aspettarsi per il 2011: una campagna elettorale senza l'arnia dell'antiberlusconismo. Contrariamente a molti studiosi di mass media, ho sempre ritenuto, sulla base delle mie ricerche empiriche, che l'antiberlusconismo fosse un'arma magari politicamente discutibile ma elettoralmente molto efficace. Non ho mai pensato che, limitandosi a deporre l'antiberlusconismo, la sinistra avrebbe conquistato più voti, ma semmai che ne avrebbe conquistati di meno. Per questo, immaginando che l'uscita di scena di Berlusconi sarebbe avvenuta nel2011, mi attendevo una pesante sconfitta elettorale per quell'anno. Quel che è successo, invece, è che grazie alla fine anticipata della legislatura e alla scelta di Veltroni di non brandire l'arma dell'antiberlusconismo, la sinistra ha potuto sperimentare fin dal 2008 che cosa significa combattere la destra senza l'aiuto di quell'arma. L'antiberlusconismo, infatti, è stato per quindici anni la risorsa che ha permesso alla sinistra di non fare i conti con se stessa Venuta meno quella risorsa la sinistra si è trovata, per così dire, nuda di fronte all'elettorato: forse un po' meno antipatica di prima, grazie a Veltroni che ha aperto una stagione di chiarezza programmatica e di rispetto delle persone 'di destra", ma ancora drammaticamente distante dalla sensibilità degli strati popolari, perché la stagione dei salotti è stata troppo lunga e l'opera di costruzione di un'identità sociale nuova richiede anni di duro lavoro.
Per toccare con mano questo ritardo, basta osservare come le persone politicamente impegnate, gli intellettuali, i giornali vicini alla sinistra hanno reagito alla doppia vittoria del centrodestra, che prima ha conquistato il governo centrale (13 aprile 2008) e subito dopo - con Alemanno - è riuscito nell'impresa storica di espugnare il comune di Roma, da ormai quindici anni feudo della sinistra riformista. C'è chi è semplicemente sgomento, come un pugile suonato.
C'è chi non si capacita che così tanti italiani si siano fatti abbindolare da un tipo come Berlusconi. C'è chi straparla di ritorno del fascismo.
C'è chi, al solito, dice di voler emigrare all'estero.
C'è chi tenta un'analisi, e constata che quelli di sinistra sono una "minoranza di massa", irrimediabilmente diversa dalla maggioranza degli italiani.
C'è chi dice che la "pancia del paese" ha scelto la destra. C'è chi ti guarda con gli occhioni smarriti e ti chiede: ma tu non sei preoccupato? (però non si sognava di chiedertelo mentre Prodi propugnava l'indulto e contro-riformava il paese). Insomma, Veltroni ci ha pure provato a non alimentare il "razzismo etico" di una parte dell'elettorato di sinistra ma, non avendo neppure incominciato a ridefinire davvero identità e confini della sinistra stessa, non ha potuto cancellare in pochi mesi un sentimento - quello di superiorità culturale e morale - coltivato per decenni da tutto il ceto politico progressista, Veltroni incluso naturalmente. Un sentimento che non è del Pd in particolare, ma è proprio della cultura di sinistra nel suo insieme, compresa quella estrema di Bertinotti e Diliberto, compresi gli intellettuali e gli artisti fiancheggiatori, compresi i giornalisti e i commentatori che ogni giorno parlano della destra con la supponenza di chi si situa a un ben altro livello di civiltà, di dirittura morale, di responsabilità istituzionale.
Poteva andare diversamente? Probabilmente no, a meno di cominciare molto tempo prima. Non dico nel 1989, quando la caduta del muro di Berlino aumentò i gradi di libertà dei partiti comunisti dell'Occidente. E nemmeno nel 1998, quando lo sgambetto di Bertinotti al primo governo Prodi avrebbe dovuto aprire gli occhi a tutti.
Ma almeno nel 2006, quando Prodi tornò al potere e i riformisti rinunciarono da subito a far valere il loro peso dentro l'Unione. Se Veltroni avesse cominciato allora a far sentire la sua voce, ad esempio opponendosi all'indulto, o contrastando le scelte contro-riformistiche imposte dalla sinistra massimalista in materia di tasse e spesa pubblica, nel 2008 l'elettorato avrebbe considerato più credibile l'offerta del Pd. Difficilmente questo sarebbe bastato a vincere le elezioni, ma certo avrebbe reso meno bruciante la sconfitta.
Veltroni e i suoi non vogliono rendersene conto, ma la realtà è che Berlusconi è arrivato a queste elezioni in condizioni di gravissima debolezza. Gli italiani erano delusi del Cavaliere alla fine del quinquennio 20012006, ma erano altrettanto scettici e disincantati all'inizio del 2008, quando sono tornati a votare per lui. E se nonostante questo scetticismo e questo disincanto hanno deciso di rimettersi nelle sue mani, è perché il messaggio di Veltroni è risultato ancora meno credibile di quello del vecchio leader del centrodestra.
E' vero, anche grazie a Veltroni il messaggio della sinistra sta lentamente perdendo alcuni dei tratti che così a lungo l'hanno resa antipatica a tanti elettori, in primis l'oscurità del linguaggio e l'atteggiamento di superiorità morale. Si potrebbe dire che la sinistra di Veltroni sta cercando di acquisire le virtù del "quarto stile", basato sulla chiarezza e il rispetto dell'elettorato altrui. Ma l'opera è appena incominciata. Il popolo di sinistra, nutrito per decenni di false credenze, comode mitologie, racconti autoconsolatori, impiegherà ancora molto tempo per sintonizzarsi sul nuovo corso, per acquisire una forma mentis più aperta. Soprattutto, è lecito dubitare che il nuovo corso porti molto lontano finché chi lo guida non si libererà della peggiore eredità della cultura comunista, ossia la mancanza di rispetto per la verità, l'attitudine a nascondere i fatti, la tendenza a manipolare l'informazione in funzione dell'interesse di parte. Perché fino a ieri l'amore per la verità era (forse) un lusso, ma oggi - per la sinistra - sta diventando una necessità vitale.
La sinistra perde non soltanto perché è arrogante, presuntuosa e insincera. Perde anche perché non capisce la società italiana, non è in grado di guardare il mondo senza filtri ideologici, non sa stare fra la gente, ha perso del tutto la capacità di ascoltare e la voglia di intendere. E intenderà sempre di meno finché avrà paura dei fatti, delle opinioni non conformi, nonché di guardare senza pregiudizi alla drammatica scia, fatta di povertà, insicurezza e paura, che il governo Prodi ha lasciato nel paese.
I suoi notabili, dopo averci raccontato la fiaba dei 23 miliardi di extragettito da spendere, provano a convincerci che il Pd è andato bene. Veltroni si permette di deridere chi - come il direttore del Riformista Antonio Polito osa mostrare le cifre del disastro elettorale nonostante il quotidiano che le riporta venda "solo 2.000 copie".
Rutelli, con la criminalità al massimo storico, ha il coraggio di dire che è la destra che "strumentalizza" il problema della sicurezza. A suo tempo, Bertinotti aveva spiegato che il provvedimento d'indulto aveva innanzitutto un "valore pedagogico" (di educazione alla tolleranza, suppongo).
Si potrebbe continuare. Ma ce n'è abbastanza per rendersi conto che, ormai, il problema centrale della sinistra non è più l'antipatia che essa suscita negli altri, bensì l'accecamento che il complesso dei migliori ha prodotto nella sinistra stessa, la distanza siderale che ormai la separa dal comune sentire. 
NOTE Estratto della postfazione alla nuova edizione aggiornata del libro di Luca Ricolfi "Perché siamo antipatici? ", Longanesi in uscita domani
Potenti e Impotenti. Non il mercato è globale ma la redistribuzione della povertà
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I veri orfani del fascismo
di Mario Giordano - Il Giornale 6 giugno 2008
O bella ciao. Stamattina mi sono svegliato e Berlusconi è tornato l'invasor. Il tentativo di fare un'opposizione senza gridare al nuovo fascismo è durata lo spazio di un Veltroni. Cioè nulla. Appena il leader del Pd s'è eclissato, come vi avevamo raccontato con un filo di timore nei giorni scorsi, voilà: o partigiano, portami via, che mi sento di morir, sono tornate le barricate e la voglia di Resistenza. O, almeno, pseudo-Resistenza. E se io muoio da antiberlusconiano, tu mi devi seppellir.
"Siamo un Paese in libertà vigilata", titola l'Unità. "C'è il rischio fascismo", esplicita Liberazione. Giovanni Sartori mette in guardia contro i "dittatori democratici". Eugenio Scalfari nel suo sermone domenicale scomoda lo Stato Assoluto di Re Sole (ma senza sole, con la "fanghiglia") e non bastandogli la Resistenza invoca un nuova Rivoluzione Francese (cercasi interpreti per il ruolo di Robespierre). Marco Travaglio già evoca il martirio e sogna di essere arrestato. Mancano Giorgio Bocca che fonda il Cln al barbaresco e Curzio Maltese nei panni di staffetta della Val d'Ossola, e poi il quadro sarebbe completo.
Ma l'antiberlusconismo non era finito? Non ci avevano detto che "il principale esponente dello schieramento avverso" non sarebbe mai più stato dipinto come il demonio? Non avevano promesso un'opposizione ferma ma costruttiva? E dove sono finiti costoro? Addio loft, addio toni soft: il catastrofico tramonto del veltronismo porta con sé, come inevitabile corollario, il ritorno all'odio per il Cavaliere, come unico collante possibile delle tante anime in pena della sinistra. Gridano "attenti al Duce", nella speranza che le urla coprano il vuoto dei loro discorsi.
Il fatto che il governo funzioni, decida, piaccia è, in questo senso, un'aggravante. E qui arriva il vero guaio. Perché in realtà molti dei provvedimenti decisi in queste ore meriterebbero di essere discussi, migliorati, perfezionati. Ieri Mario Cervi ha parlato su queste colonne, con un articolo che condivido in pieno, di problemi che il disegno di legge sulle intercettazioni potrebbe creare alla libertà di stampa. Oggi Geronimo, con un articolo che condivido di meno, solleva altri dubbi.
Personalmente non mi fanno impazzire i limiti alla cronaca e i soldati a perlustrare i quartieri delle città. Ma per migliorare questi provvedimenti c'è bisogno di un'opposizione (e di commentatori) capaci di dare contributi, di proporre idee sui giornali e emendamenti in Parlamento. Mettersi sulle barricate, parlare di Re Sole e di piazza Venezia, a chi serve? A bloccare il Paese. A non decidere, ancora una volta, a lasciare i problemi irrisolti.
È strano: siamo circondati dalle emergenze, ma è come se ci piacesse rimanere imprigionati in esse. Come se fossimo stati colti dalla sindrome di Stoccolma dello sfascio. Tanto peggio, tanto meglio: Travaglio in questi giorni l'ha pure teorizzato. Ci piace così, andare a ramengo, piangendoci addosso. Magari approfittandone. Mussolini (quello vero) diceva che governare gli italiani non è difficile, ma è inutile. Provare a dargli torto non è la cosa più democratica che ci sia?
E per dargli torto che si può fare, se non governare? Alle volte, però, sembra che sia proprio quello che fa paura: e così resta l'amara impressione che molti di quelli che in queste ore riscoprono l'antiberlusconismo militante, in realtà non temono l'avvento (futuro) della dittatura. Temono l'avvento (presente) di un governo.
Si capisce: erano disabituati ad averne uno.
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Potenti e Impotenti. Non il mercato è globale ma la redistribuzione della povertà
di Massimo Pacelli - Le News Nuovapoesia Martedì 17 Giugno 2008
Con l'avanzare dell'età, con una frequenza inversamente proporzionale al tempo che si assottiglia, una domanda mi assilla la mente: come può fare per farsi ascoltare, un singolo individuo che non disponga di propri mezzi di comunicazione e che ritenga necessario, per il fatto ineludibile ed ineluttabile di essere e sentirsi parte di una società, dover alzare la voce a tal punto che essa possa essere sentita ed ascoltata dal maggior numero dei propri simili, qualora sia convinto che quella stessa società debba essere assolutamente resa cosciente di forti motivi di preoccupazione e pericolo?
Come risposta ho scelto questo sito, che mi ospita come autore di pochi indegni versi, per raccontare la mia visione, la mia versione dei fatti.
Esiste il concetto di "ricchezza" la quale viene percepita, ovviamente, attraverso la sua manifestazione: belle case, automobili da sogno, panfili, grandi feste, costosi abbigliamenti ecc. ecc. La percezione della ricchezza di un paese non si discosta molto da quella sopra descritta. Assistiamo oggi ad una forte, fortissima compressione della "ricchezza", qui nel nostro paese come in tutto il mondo "industrializzato". Questa compressione genera il fenomeno, ormai ben evidente a tutti, dell'indebolimento e dell'impoverimento complessivo di fasce sociali precedentemente benestanti. Insomma è ormai famosa la frase secondo cui i ricchi "veri" sono sempre più ricchi e i poveri aumentano di numero e si allarga la fascia di individui che vive sulla soglia della povertà.
C'è da chiedersi se questo fenomeno sia conosciuto e spiegabile dalla miriade di esperti di economia che interpretano le fortune dei sistemi economici dei paesi industrializzati; dai ministri dell'economia e delle finanze; dagli addetti ai lavori. Perché: o non hanno compreso il fenomeno, e allora mandiamoli tutti a casa, oppure il fenomeno è stato ben compreso ed è conosciuto ma la soluzione è talmente spiacevole che non si ritiene opportuno comunicarla ai comuni mortali che darebbero luogo a chissà quali sovvertimenti.
Per comprendere quello che sopra ho solo accennato è bene partire dal concetto di ricchezza che non va confuso con la sua manifestazione.
Infatti, la ricchezza non è denaro in banca, proprietà immobiliari o quant'altro. La ricchezza consiste nel flusso monetario. Per spiegarmi meglio farò un esempio banale: ipotizziamo che il soggetto A guadagni 3000 euro in un mese, il soggetto B guadagni gli stessi 3000 euro in un giorno e il soggetto C ancora gli stessi 3000 euro in un anno. Ebbene è di tutta evidenza che potremmo definire ricco il soggetto B, benestante il soggetto A, povero il soggetto C. Ma cerchiamo di capire qual è il significato del guadagno dei 3000 euro. Ebbene non significa altro che una stessa quantità di denaro circola nelle tasche del soggetto B mediamente 30 volte più velocemente che nelle tasche del soggetto A e 365 volte più velocemente che nelle tasche del soggetto C (ecco spiegato il concetto di flusso).
Potremmo sostenere, quindi, che la ricchezza è determinata dal maggior numero di volte che una determinata somma transita nelle tasche di un determinato soggetto in un tempo determinato e costante.
Questo concetto è fondamentale per comprendere il fenomeno non più a livello personale ma a livello globale, poiché la ricchezza di un individuo non è concettualmente diversa, come abbiamo detto sopra, dalla ricchezza di un paese. Orbene, un paese sarà tanto più ricco quante più volte una somma di denaro, in questo caso determinata e, essendo un paese una comunità di persone, proporzionale al numero degli abitanti, confluirà nelle casse di quel paese in un tempo determinato.
Ecco quindi che, se cercassimo di "vedere" questi flussi monetari come vènti planetari che si spostano da un paese all'altro del globo, potremmo vedere che questi girano molto più velocemente nelle aree del pianeta più "industrializzate" e molto più lentamente nelle aree del terzo e del quarto mondo.
Che cosa sta avvenendo da ormai oltre un decennio?
Che il fenomeno economico della cosiddetta "globalizzazione" ha cominciato a spostare la circolazione di quei "vènti" monetari sempre più verso gli ex paesi del terzo mondo, l'Asia in particolare, ma anche altri paesi come l'est Europeo ecc. Poiché però i "denari" non possono riprodursi come frutti o come animaletti, ma devono corrispondere ad una certa quantità di oro che giace nei forzieri di ciascuna Nazione (anche se su questo sarebbe da aprire un capitolo a parte), la più veloce circolazione di moneta nei nuovi mercati determina necessariamente e irreversibilmente il rallentamento del flusso nei paesi cosiddetti "industrializzati" e, con esso, il loro impoverimento. Tale destino parrebbe quindi segnato e quindi dovremmo aspettarci di diventare sempre più poveri.
Che cosa va, però, aggiunto? Poiché il rallentamento della circolazione nei paesi industrializzati determina un impoverimento, come abbiamo detto, delle popolazioni industrializzate ma il corrispondente arricchimento dei paesi emergenti, essendo paesi in cui la popolazione è molto più numerosa, non determina un proporzionale e corrispondente arricchimento degli individui, si assiste ad un "globale" impoverimento degli abitanti di questo pianeta e, questa condizione di maggiore povertà generalizzata, fa emergere in maniera ancora più evidente la ricchezza di quei soggetti che governano i flussi monetari (e parliamo di multinazionali del petrolio, di banche ecc. insomma dei soliti soggetti).
E adesso, chiudendo questo, spero non eccessivamente noioso e incomprensibile, discorso, sarebbe bene che qualcuno ci spiegasse se e, eventualmente, in quale misura, abbia un ruolo in tutta questa faccenda un gruppo che ormai da oltre cinquant'anni si riunisce annualmente. Ci riferiamo al Gruppo Bilderberg.
Che cosa è questo gruppo? Il gruppo Bilderberg nasce nel 1952 e prende il nome dall'Hotel in cui, nel 1954, una quantità di politici e uomini d'affari si riunì a Oosterbeek, in Olanda. Da allora le riunioni sono state ripetute una o due volte all'anno per circa un centinaio di partecipanti ogni volta.
Molti partecipanti sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell'Unione Europea (anche l'ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, l'ex ministro dell'Economia e delle Finanze Tommaso Padoa Schioppa, il suo successore Giulio Tremonti e numerosi altri politici, imprenditori, funzionari di governo italiani, hanno partecipato a qualche meeting. A titolo personale? Nella loro funzione Pubblica? Beh, perché non ci spiegano perché si sono guardati bene dall'informare anche semplicemente che partecipavano a questo consesso?), ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell'alta finanza europea e anglo-americana.
I partecipanti si distinguono in diverse categorie (non ci ricorda forse le logge massoniche?), ma principalmente in due: coloro che sono membri permanenti dell'organizzazione e coloro che possono essere invitati in via eccezionale come spettatori o relatori. Singolare è il fatto che chiunque partecipi è tenuto a mantenere il più stretto riserbo (meglio: segreto) circa i temi di discussione (perché in tre giorni, tanto durano le riunioni annuali del gruppo, si parlerà pur di qualcosa!).
Anche influenti rappresentanti della più accreditata carta stampata partecipano al gruppo, eppure nessuna notizia trapela degli incontri né delle discussioni (bah!).
Poiché mi rendo conto che in questo mondo frequentemente capita di fare dietrologia, mi limiterò a riportare quelle informazioni che sono, almeno credo possano essere ritenute, oggettivamente attendibili. Per chi avesse voglia o desiderio può tuttavia approfondire questo argomento semplicemente digitando "Bilderberg" in uno dei tanti motori di ricerca e troverà di tutto, anche di un ipotetico nuovo ordine mondiale e, comunque, elenchi su elenchi di partecipanti.
Tornando a noi, dice l'Enciclopedia Britannica alla voce "Bilderberg Conference": annual three-day conference attended by about 100 of Europe's and North America's most influential bankers, economists, politicians and government officials. The conference, held in a different Western country each year, is conducted in an atmosphere of rigid secrecy...(1)
Oppure, come risulta agli atti dell'House of Commons Hansard del 30 marzo 1998 colonna 377 in quella che da noi sarebbe definita un'audizione al Parlamento del Primo Ministro in cui questi risponde ad interrogazioni e interpellanze parlamentari, nella quale Mr. Gill prende la parola: "per chiedere al Primo Ministro, se i membri del suo governo hanno partecipato alle riunioni del gruppo Bilderberg"
E il Primo Ministro non risponde: alle riunioni di chi?
ma, mostrandosi tranquillamente a conoscenza del Gruppo, risponde candidamente e semplicemente: no!
Insomma, non voglio dire che ci sia una relazione diretta tra quanto ho sopra raccontato in merito all'impoverimento di tanti ed all'arricchimento di pochi e il gruppo di amici che si riunisce per una bella vacanza di tre giorni nei quali si recita probabilmente il rosario, gli uomini fumano il sigaro e le donne fanno la calzetta; però, perché non dirci almeno chi vince a carte?
(1) Conferenza annuale di tre giorni di circa 100 partecipanti tra i più influenti banchieri, economisti, politici e funzionari di governo d'Europa e Nord America.
La conferenza, che si tiene in un differente paese occidentale ogni anno, è condotta in un'atmosfera di rigida segretezza.
A sottolineare l'avviamento della fase due del programma Nuovapoesia per il web, dopo il successo dell'iniziativa "Amico del Libro" e la solidarietà espressa alla campagna "web pulito", un'interessante analisi di un amministratore di Nuovapoesia sulla "redistribuzione della povertà", intesa in senso monetario ma anche culturale, propone un intrigante dibattito dal titolo "Non il mercato è globale ma la redistribuzione della povertà" che potremmo chiamare anche "Bilderberg - quello che i potenti non dicono". Un articolo apolitico e sconvolgente per attualità e notizie che nessun organismo d'informazione, anche fra quelli più "contro", ha mai osato diffondere e approfondire a sufficienza. Perché queste notizie vengono oscurate? Esiste davvero un "burattinaio del mondo" e chi deve decidere la nostra sorte e quella dei nostri figli? Vi invitiamo a leggerlo, crediamo che ne valga veramente la pena:
http://nuovapoesia.forumup.it/about4104-nuovapoesia.html
Nuovapoesia il sito dei Poeti e Scrittori del web http://www.nuovapoesia.com