Apologia
di Fascismo & Pregiudizi razziali, ovverosia,
come la sinistra ha regalato, e regala, i suoi elettori alla destra
Sono i media "amici" i becchini
di PD e Arcobaleno, media "amici" i veri fascisti xenofobi razzisti artefici
dell'emoraggia di voti del centrosinistra e della sinistra radicale di
Giuliana D'Olcese Quota rosa di LiberoReporter
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veri orfani del fascismo di
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19 Maggio 2008 Linciaggio,
Pulizia etnica, Rastrellamenti, Lager, Progrom, Patologia collettiva,
Leggi di Norimberga, Camicie nere, Saluto romano, Leggi e discriminazioni
razziali, Xenofobia, Caccia al diverso, Nazismo, Razzismo, Fascismo, Purghe
collettive, Olio di ricino, Norme repressive -e non manca molto al
momento che verranno evocati Elettrodi sui testicoli, Metodi
e Torture da Ghestapo- sono le opinioni e i concetti con cui stampa
e opinionisti di sinistra e dintorni, hanno salutato i provvedimenti in
materia di sicurezza progettati dal Governo Berlusconi contro comunitari, extracomunitari,
clandestini, rumeni e rom che stuprano, assassinano, rapinano, spacciano
droga e contro i rom che compiono reati come il rapimento e
il commercio di minori e neonati, l'accattonaggio coatto, l'addestramento
di minorenni a scopo di scippi e furti. Sono i media "amici"
della Sinistra, ma anche di frange del Pd, infatti, i maggiori artefici
dell'imponente voltafaccia degli elettori di centrosinistra trasmigrati
nel centrodestra. Quei media e quegli opinionisti "amici"
che sulla tanto vituperata "Discriminazione razziale" mai
fanno osservare, per pura disonestà intellettuale e mancanza di
deontologia professionale, la differenza lampante che c'è
tra gli immigrati romeni, albanesi, marocchini, maghrebini e
rom -tutti in testa alle classifiche per stupro, assassinio, rapina,
furto, raket e spaccio di droga- e gli immigrati filippini,
indiani, shrilankesi, coreani ecc. di cui mai vi è notizia che
delinquono o compiono reati efferati. Perchè tanta voluta
cecità da parte dei media "amici" dell'attuale opposizione,
allora? La causa primaria, ma ve ne sono altre, è la lacerante
cieca costernazione -tanto cieca da impedire qualsiasi autocritica- per
la sconfitta esemplare subita non solo a livello nazionale ma anche
nei Comuni roccaforti della sinistra come Brescia, Sesto San Giovanni
detta la Stalingrado d'Italia tanto la sua classe operaia era fedele alla
Sinistra, e infine la perdita di Roma da oltre trent'anni roccaforte
del centrosinistra che con i ripetuti governi Rutelli - Veltroni,
negli ultimi quindici anni, immeritatamente, era assurta nel mondo a simbolo
della sinistra di governo. L'altra bomba a orologeria che ha fatto
esplodere e deragliare dai binari del senso comune i media "amici",
e chissà per quanto tempo ancora annienterà lucidità
e capacità di analisi e di critica dei tanti che fanno opinione
e militano nella sinistra -militanza tanto grottesca quanto fuorviante
dalla professione giornalistica- è la collaborazione voluta da
Veltroni e Berlusconi nel varare le Riforme necessarie tentando una ampia
soluzione nella sede appropriata, in Parlamento, responsabilizzando
così PdL e Pd la soluzione dei problemi scottanti che
attanagliano il Paese. Eh sì, a quegli ultimi giapponesi asserragliati nella trincea
ideologica del "Berlusconi pericolo per la democrazia!", "Berlusconi minaccia
fascista!" e giaculatorie simili, è impossibile ragionare
sulla realtà. Sul fatto che più della metà
del popolo italiano, popolo anche di sinistra, legittima il "nemico
Berlusconi", vota la Lega di Bossi, e sacrilegio! passa
al sindacato leghista perchè più credibile nel rappresentare
gli interessi dei lavoratori. Popolo della sinistra che, sacrilegio!, va
in Campidoglio a braccetto con le "camicie nere" e
non gliene frega un cacchio dei "saluti romani" che media,
cronisti e opinionisti "amici" paventavano già
durante la campagna elettorale nazionale e poi hanno scritto essersi viste,
"camicie nere" e "saluti romani fascisti",
al Campidoglio ove i romani di destra e di sinistra acclamavano Gianni
Alemanno Sindaco di Roma. Volete sapere quante camicie nere c'erano
nella marea di romani convenuti al Campidoglio? Nessuna. Magliette colorate,
giubbotti di ginz e qualche giacca. E volete sapere quanti saluti romani
hanno festeggiato Alemanno? Otto mani di quindicenni sfigati, otto
mani di quattro minorenni ignoranti della Storia. Questa è la verità
che brucia e fa raccontar balle agli "amici" della sinistra
e gli salassa, ancora, consenso e voti futuri. I residuati bellici
della sinistra se li sta spolpando lo sciacallaggio, poi arriverà
l'enterramiento, dei media "amici" come, per esempio L'Unità,
Liberazione, e La7 con Crozza Italia. Sulla mitologia del
"ritorno fascista" che i media "amici" costruiscono
attorno al Governo Berlusconi, val la pena riportare uno stralcio, ante
26 Aprile, da Il Velino, l'agenzia di stampa diretta da Daniele Capezzone,
e uno stralcio post 13-26 Aprile di un articolo, in controtendenza, apparso
su La Stampa firmato da Gadi Luzzatto Voghera. Scriveva Il Velino
«È sintomatico di un clima decisamente poco sereno, e di
una partita per il Campidoglio giocata sulla difensiva, che Goffredo Bettini,
il deus ex machina del cosiddetto “modello Roma” -la piattaforma su cui
Veltroni ha costruito la sua leadership- abbia messo le mani avanti
invocando continuità quale sia il verdetto delle urne. Hanno il
sapore di un gioco in difesa anche gli allarmi che, da Veltroni in giù,
vengono lanciati contro il “pericolo fascista”, la “marea nera” di cui
ha parlato D’Alema. Per non dire delle teorie del complotto che fioriscono
attorno all’aggressione alla studentessa africana avvenuta a La Storta.
La stampa di sinistra cavalca la tesi del “cui prodest” ma la posta in
gioco è molto alta, una sconfitta a Roma accelererebbe la
crisi che si è aperta all'interno del Pd». E recentemente,
sui maldipancia della Sinistra, Gadi Luzzatto Voghera su La Stampa «Un
ex fascista alla presidenza della Camera, uno alla guida della capitale
del Paese, tutto questo in una Repubblica fondata sui valori della resistenza.
Paura di un ritorno al passato? Non è mai bene ricorrere ai
déjà vu nell’analisi delle situazioni politiche, e francamente
la strategia di gridare «al lupo» per i trascorsi della nuova
leadership della destra italiana non ha ottenuto risultati soddisfacenti
negli ultimi quindici anni. A sinistra si è preferito chiudersi
a riccio, a difesa di una «democrazia fondata sui valori dell’antifascismo»,
si è optato per la demonizzazione dell’avversario, concepito come
una sorta di alieno, e alla lunga si è perso il contatto con la
realtà sociale del Paese preferendo assumere l’atteggiamento di
chi ti governa e ti educa perché «lui sa» qual è
il bene per te. Di fronte a questa Waterloo politica, ha ancora senso
chiedersi se ci fanno paura gli ex fascisti al governo?». Scritto
a Maggio mentre accadeva che una ministra spagnola, Bibiana
Aido, apostrofava Berlusconi e il suo Governo come razzisti
e xenofobi, e detto fatto, i Radicali, in luna di miele con la Sinistra
Arcobaleno, convocavano e chaperonavano nei campi rom di Roma e Napoli
l'eurodeputata rom Viktória Mohácsi e la sullodata, senza
por tempo in mezzo alle bacchettate della Aido sentenziava:
«Le condizioni di grave degrado in cui versano i campi rom sono
incivili e inaccettabili». Morale dei fatti: non bastano i media
"amici" ad affossare la Sinistra, ma ci si mette pure il soccorso
rosso, europeo, di Miss Bibiana & Miss Viktória che vorrebbero
per ladri, stupratori ed assassini, campi rom civili ed accettabili. Gdo
liberoreporter.it <<Articoli correlati>> I
radicali si gettano a sinistra ma i conti vanno in rosso di
Emilio Gioventù ItaliaOggi 26 giugno 2008 E poi dici
che uno si butta a sinistra. I radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino
l'hanno fatto. Ma il bilancio di Radicali e Rosa nel pugno non sembra
tanto d'accordo con la scelta. Visto che i conti sono in rosso. Scrivono
allarmati i tesorieri Maurizio Turco e Oreste Pastorelli nella loro relazione
che il disavanzo d'esercizio ha raggiunto quota 2.305.378,94 curo. Ci
vorrebbe un miracolo, laico, ma un miracolo, questo sembrano sostenere
i due guardiani delle casse di partito quando sinteticamente scrivono
che "l'evoluzione sulla gestione futura è strettamente connessa
all'eventuale impulso che i partiti costitutori, Sdi e Radicali italiani,
riterranno di imprimere alla coalizione". ****
Il prolasso di Scalfari e il Berlusconi-gate di
Antonio Polito - Il Riformista 30 giugno 2008 Ho una confessione
da fare. Il "collega cui non manca il talento ma che sta soffrendo
d'un preoccupante prolasso di moralità deontologica", di cui
parlava ieri Eugenio Scalfari su Repubblica, sono io. Adsum qui fecit.
Ho effettivamente "scritto di recente della necessità di concedere
a Berlusconi una sorta di salvacondotto giudiziario perché solo
così si potrà risolvere l'anomalia italiana". Sono
costretto a denunciarmi perché anche il giorno prima il vicedirettore
dello stesso giornale, Massimo Giannini, aveva alluso a un tizio per il
quale "il fatto oggettivo che Berlusconi ha già vinto tre
volte le elezioni e può rivincerle anche la quarta è una
ragione valida per turarsi il naso e dire di sì al salvacondotto".
Ero sempre io. Ho deciso di uscire dall'anonimato e prendermi le mie responsabilità.
Voi capirete che fare la parte dell'Innominato non mi garba, e per quella
dell'Innominabile non sono all'altezza. Questo filone della culturale
liberale nostrana non ha però solo il vizietto di non chiamare
per nome e cognome i suoi bersagli polemici Ne ha anche uno più
grave: l'abitudine alla condanna morale. Se non è d'accordo con
te, non ti dice: stai dicendo una fesseria. Ti dice: stai avendo un prolasso.
Non inguinale, come pure può accadere superati i cinquanta. Ma
di moralità deontologica. Vuol dire che sono professionalmente
immorale, e di conseguenza - immagino - dovrei essere denunciato all'Ordine,
che su quella moralità vigila. Se Travaglio avesse anche un'intercettazione,
una sola, sarebbe perfetto: si potrebbe procedere per il reato di opinione
con prolasso davanti a un tribunale, uno qualsiasi, magari presieduto
dalla Gandus; così, per la legge del contrappasso dantesco. Quanto
al merito - mi costa dirlo, perché Barbapapà è stato
tra i maestri che mi hanno insegnato a non chiudere gli occhi di fronte
alla verità, neanche se sgradevole o non collimante con le mie
opinioni - il Fondatore deve trovare qualche argomento migliore per opporsi
alla concessione di uno scudo giudiziario al capo del governo. Deve
studiare di più, come fa la Spinelli, che sarà prolissa
ma non ha prolassi di memoria. Citare infatti il caso americano, come
ha fatto ieri Scalfari, è mettere frecce all'arco di Silvio. Watergate
e Monicagate sono per lui la prova che negli Usa il capo del governo viene
processato come un cittadino qualsiasi. Mentre sono la prova del contrario. Tralasciamo
il fatto che né Nixon né Clinton sono mai stati processati,
il primo perché si è dimesso prima e il secondo perché
il Senato ha votato contro l'impeachment. E concentriamoci sul fatto che
il giudice del Presidente, nel sistema americano, è il potere democratico
ed elettivo, non un magistrato. Sapete chi nomina lo special prosecutor
quando si indaga sul Presidente? Il ministro della Giustizia. E sapete
chi può condannare il Presidente, se l'impeachment è accettato?
I due terzi dei membri del Senato, non i tre membri di una corte. Anzi,
se ne volete sapere di più, scoprirete che tutti i giudici federali
negli Usa sono nominati dal Presidente medesimo, così come i giudici
della Corte suprema, fatto salvo il vaglio del Congresso. E scoprirete
che i procuratori federali sono funzionari alle dipendenze del ministero
della Giustizia: di nomina politica, diciamo così. Nei singoli
stati dell'Unione, poi, giudici e procuratori sono il più delle
volte essi stessi eletti. Non c'è obbligatorietà dell'azione
penale, l'agenda della giustizia risponde al corpo elettorale. Giudici
e procuratori non fanno parte dello stesso ordine, e non si autogovernano
le carriere. Lungi da me voler paragonare il sistema di giustizia americano
a quello italiano: noi discendiamo al diritto romano, loro da quello consuetudinario.
Ma almeno non venite a dirci che se fossimo in America Berlusconi potrebbe
essere indagato da un qualsiasi pm di qualsiasi procura e giudicato da
un qualsiasi tribunale. Se fossimo in America, il ministro Alfano nominerebbe
un procuratore speciale che alla fine dell'inchiesta presenterebbe le
sue proposte a una commissione parlamentare, e sarebbe il Senato a decidere
se processarlo. Pensate che sarebbe processato? Non mi sfugge che Berlusconi
non ha la grandezza cospiratoria di un Nixon, né la morigeratezza
di un Clinton, che almeno il sesso non lo faceva al telefono (tra l'altro:
non è vero come scrive Scalfari che Bush vinse a mani basse grazie
all'inchiesta contro Clinton, perse anzi nel voto popolare contro
Gore, e avrebbe perso a mani basse contro Clinton). Né mi sfugge
che nel caso di Berlusconi si parla di reati compiuti al di fuori del
suo mandato. Però questo patetico compianto del nostro stato di
diritto aggiunge solo confusione e dramma alla crisi italiana, soprattutto
se condito da intimazioni sgradevoli e pericolose al capo dello Stato. Il
nostro stato di diritto non deve stare tanto male se l'uomo più
potente d'Italia è già stato sottoposto a sedici procedimenti.
E il pericolo maggiore per la democrazia italiana è piuttosto questa
maledizione per cui da quindici anni votiamo, cambiamo sempre governo,
e non cambia mai niente. Aspettate che gli italiani si convincano che
il loro voto è inutile, e allora sì che ne vedremo delle
belle. Scalfari pensa che Berlusconi sia il problema della democrazia
italiana. Io penso che sia un problema, irrisolvibile se prima non se
ne risolvono molti altri Primo dei quali è garantire al paese il
diritto di essere governato, bene o male, secondo il mandato elettorale;
cosa che il centrosinistra non è riuscito a fare e unica ragione
per cui è tornato l'odiato Caimano. Solo il voto popolare toglierà
Berlusconi dal cielo della vita pubblica italiana. Smettetela di illudere
i vostri lettori e i vostri elettori che possa farlo un qualsiasi pm,
solo perché voi ne siete incapaci.
**** L'ultimo
giro di giostra di Andrea Romano - Il
Riformista 25 giugno 2008 Con la disfatta elettorale dell'aprile
2008 si è compiuta l'ultima tappa del percorso avviato trent'anni
fa dalla generazione che era stata allevata per guidare il principale
partito comunista occidentale e che si è poi trovata a vestire
il ruolo di comando di un partito progressista che avrebbe voluto essere
grande ed egemonico. Un obiettivo mai davvero raggiunto per
il peculiare intreccio di familismo e tribalismo che ha impedito a quel
gruppo di dispiegare il proprio potenziale politico e di diventare un'autentica
classe dirigente di stampo europeo. D'altra parte le storie degli uomini
si realizzano con i materiali di cui concretamente si dispone - detto
altrimenti: con quello che passa il convento - e la vicenda della generazione
dei postcomunisti si conclude nel segno della sopravvivenza dei tratti
di fondo che ne hanno segnato gran parte del percorso. Era
stata una facile profezia, scrivendo il mio Compagni di scuola, immaginare
che sarebbe stato proprio Veltroni a ereditare le magre spoglie della
sua generazione, riuscendo a "raccogliere il timone in quanto unico
membro incolume dell'equipaggio". Il suo particolare metodo di costruzione
di sé, la sua capacità di solcare le onde del consenso
senza mai rischiare troppo in prima persona, il suo sperimentato mestiere
di profeta del tutto e del contrario di tutto: insomma, l'intero armamentario
politico e simbolico che si racconta nelle pagine di quel libro lo hanno
trasformato per via naturale nell'ultima risorsa disponibile a salvare
l'onore della famiglia. E nel momento del bisogno, quando ogni altro
membro del gruppo è apparso troppo logorato dagli anni e dalle
battaglie per poter ambire a salvare la casa che tornava a bruciare,
così come una prima volta era bruciata nel 1989, l'incoronazione
di Veltroni è stata una scelta obbligata. Con la sincerità
di chi non ha molto da perdere, Piero Fassino ha raccontato con le parole
più vere il senso di quel passaggio di testimone: "Walter
non è il più bravo tra noi, ma è quello di noi che
ha su di sé il minor numero di ferite". Mescolare alto e
basso, radicalismo e moderatismo, questo e quello di qualsiasi genere
e qualità. E sempre stata qui la radice della forza di Walter
Veltroni, la sua capacità di non negarsi a qualsiasi tesi possa
rivelarsi conveniente domani se non oggi. Quel metodo che lo ha reso
sino a oggi inattaccabile perché mai troppo prigioniero di una
sola posizione, dopo aver solcato negli anni tutte le collocazioni disponibili
sul mercato politico postcomunista. Alfiere della svolta nel 1989, sostenitore
dell'oltrismo postsocialista negli anni Novanta, segretario diessino
nel segno dell'intransigenza morale e identitaria e poi ispiratore del
Correntone massimalista durante la durissima battaglia congressuale culminata
con l'elezione di Piero Fassino. Prima di trovare un rifugio sicuro
al Campidoglio nel 2001, subito dopo aver lasciato i Ds ai suoi minimi
storici, Walter Veltroni è stato tutto e il contrario di tutto. Oggi
ne conosciamo l'ennesima incarnazione politica: vestito di un riformismo
d'occasione e dotato di un partito finalmente personale e plebiscitario
com'è il suo Pd, liquido nella sua forma esterna e oligarchico
nella sostanza organizzativa. Da quella base il comandante
superstite della famiglia postcomunista ha condotto la campagna elettorale
culminata nella sconfitta del 13 e 14 aprile. Lo ha fatto attingendo
a tutta la strumentazione personale accumulata in trent'anni di lavoro
politico e soprattutto a quella disinvoltura che gli deriva dall'assenza
di remore e inibizioni verso la coerenza delle proprie affermazioni e
del proprio percorso. E disinvolto Veltroni è riuscito a essere
innanzitutto nei confronti della verità. Annunciando a ogni tornante
la novità di un Pd che correva "da solo", dopo aver
rotto con una sinistra radicale con la quale non sarebbe stato possibile
alcun accordo dopo il logoramento del secondo governo Prodi, ma in realtà
presentandosi in alleanza con l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro
nel tentativo di intercettare almeno un po' di spirito giustizialista
e antipolitico. A ogni elettore è stata presentata una scheda
dove il Partito democratico e l'Italia dei Valori erano formalmente apparentati,
ma questo non ha impedito a Veltroni di brandire il "coraggio della
solitudine" di un Pd che solitario non era affatto. Altrettanto
disinvolta è stata la sua gestione delle candidature, con la scelta
di un ampio numero di personaggi di nessuna esperienza politica ma di
(immaginaria) attrattiva pubblica e comunicativa che sono stati collocati
in posizione di primissimo piano nelle liste elettorali. Estremamente
disinvolta si è rivelata anche la gestione dell'offerta politica
veltroniana nel corso della campagna, avviata con un programma essenziale
in pochi punti che strada facendo si è riempito di contenuti aggiuntivi
e improvvisati. E massimamente disinvolta è stata la
gestione della sconfitta, arrivata con un'elezione che ha distanziato
l'asse Veltroni-Di Pietro di quasi dieci punti percentuali e tre milioni
e mezzo di voti dal polo berlusconiano. Un Pd che guadagna solo l'1 per
cento rispetto alla somma dei voti raggiunti da Ds e Margherita nelle
elezioni del 2006, pur inglobando in quest'occasione i radicali, che
risulta brutalmente marginalizzato nell'Italia settentrionale e meridionale
e che si rivela incapace di attrarre anche solo in minima parte il voto
mobile moderato. E il quadro di una disfatta politica prima che elettorale,
che Veltroni ha trasformato in spettacolare vittoria con l'assoluta disinvoltura
di colui che rimane un maestro nella gestione pubblica delle sconfitte.
In un partito normale, la campagna elettorale 2008 sarebbe stata per
lui la partita della vita. Una partita giocata nel pieno controllo del
messaggio e dell'offerta politica, una scommessa che in caso di vittoria
lo avrebbe legittimamente condotto al governo ma che dinanzi alla sconfitta
avrebbe dovuto spingerlo a dimissioni trasparenti e dignitose. Così
come accade nei normali partiti delle normali democrazie. Ma
non è questo il caso di chi ha attraversato indenne le tormente
del postcomunismo italiano con gli strumenti della dissimulazione e della
fuga dalla responsabilità. E che anche in questo caso si mostra
impermeabile al semplice dovere di rispondere del fallimento delle proprie
scelte politiche. Perché anche in questo caso la colpa del proprio
insuccesso è attribuita a qualcun altro (oggi Prodi, ieri D'Alema,
prima ancora il comunismo sovietico), mentre l'unico superstite dei compagni
di scuola si prepara all'ennesimo giro di giostra. NOTE tratto dalla
prefazione alla nuova edizione di "Compagni di scuola" **** Il
Caimano, l'Africano, e il povero italiano di
Antonio Polito - Il Riformista 23 giugno 2008 Berlusconi ha
commesso un errore, prima che un sopruso. Un errore che gli renderà
più difficile il governo. L'errore non consiste nell'attaccare
la magistratura, che oggi gode di una fiducia calcolata al 21% nell'opinione
pubblica. Dopo Forleo e De Magistris, non ci può più essere
nel paese un partito dei giudici di cui gli italiani si fidino. Tutti
hanno visto che, usando l'apparentemente neutrale obbligatorietà
dell'azione penale, ci sono magistrati che si concentrano nel buttare
giù governi, anche di centrosinistra; e che anche la sinistra
se ne duole, quando è lei ad essere indagata. Se Berlusconi avesse
pronunciato un anno fa l'accusa ad alcuni magistrati di voler sovvertire
con l'azione penale la volontà popolare, almeno D'Alema, Fassino,
Mastella, e forse perfino Prodi gli avrebbero dato ragione in cuor loro,
pensando ai propri casi giudiziari. Né convince l'uso fintamente
liberal che i giustizialisti nostrani fanno delle recenti inchieste americane,
per celebrare una presunta identificazione tra manette e stato di diritto.
Festeggiano la retata dell'Fbi a Wall Street, ma si dimenticano di dire
che il giorno dopo gli arrestati escono sorridenti su cauzione, perché
in Usa la carcerazione preventiva non può essere usata come pena
accessoria o come strumento per estorcere confessioni. Né si interrogano
sul dilemma che Mario Platero sul Sole 24 ore ha così sintetizzato:
"E Frank Quattrone?", riferendosi al pezzo grosso della finanza
che se l'è cavata perché un cavillo del tutto formale sul
modo di acquisizione delle prove ha reso inutilizzabili ai fini processuali
tutte le e-mail intercettate che lo incastravano. No, paragonare la
giustizia italiana a quella americana direi che non tiene proprio. L'errore
politico di Berlusconi è piuttosto quello di essere intervenuto,
come nel quinquennio 2001-2006, non per riformare ciò che non
va nella giustizia, ma per evitare che si applichi a lui. Non per abbattere
il feticcio dell'obbligatorietà o per rilanciare la separazione
delle carriere, due riforme che Giovanni Falcone avrebbe sottoscritto,
ma per rinviare la condanna a sei anni che lo aspettava a luglio nel
processo Mills E vero che oltre alla leggi ad personam ci sono anche
i processi ad personam; ma bruciare un foresta per sradicare un albero
malato non è roba da statisti. E un errore che cambia la storia
della legislatura. Perché così Berlusconi ha ridato una
legittimità etico-politica a tutte le piccole intifade che in
ogni caso si sarebbero opposte al suo tentativo di governare il paese.
Il mandato degli elettori era quello di restaurare l'autorità
dello stato nel paese degli egoismi. Ma se usa la mano dura con i
napoletani, o con gli immigrati, o con i fannulloni, eliminando la certezza
della pena per i casi suoi, perde autorità morale, riaprendo il
carnevale nazionale degli egoismi privati. Questa accusa, di pensare
a se stesso invece che al paese, fu decisiva nella sconfitta del 2006. I
venticinquemila voti che gli mancarono Berlusconi può tranquillamente
attribuirli a questo sentimento, che non è di condanna morale,
ma di inefficienza. Gli italiani si sono dimostrati abbondantemente
disposti a lasciare che Berlusconi pensi anche a se stesso, da Palazzo
Chigi. Ma non prima che abbia pensato anche a loro. E stavolta Berlusconi
ha impiegato soltanto due mesi per concentrarsi su se stesso. Con questi
chiari di luna dal lato del governo, un povero italiano per bene dovrebbe
volgere lo sguardo all'opposizione. Ma il problema è che in questo
momento l'opposizione non c'è. L'averlo detto per tempo, mentre
i laudatores scrivevano che non era mai stata migliore, non ci solleva
dall'angoscia nel constatarlo. Dopo il venerdì nero del Pd c'è
anzi qualcosa di più di un'assenza: c'è il rischio del
ridicolo. Tutta la retorica della grande forza riformista, la casa
comune, il rimescolo, la storia siamo noi e mi fido di te, diventa grottesca
di fronte a cinquecento delegati scarsi che eleggono una direzione di
160 membri da Cencelli, mentre sul palco si litiga con la mano davanti
alla bocca per non far leggere il labiale, con Franceschini nella parte
di Cassano, e alla fine della relazione la muta dei giornalisti ignora
il segretario per buttarsi sul suo principale oppositore. Berlusconi,
che come tutti i caimani sente da lontano l'odore del sangue, ha avvertito
la drammatica perdita di autorevolezza del suo avversario, mai così
vicino all'Africa, e ha deciso di mandarcelo. La verità è
che oggi anche il Pd, come Berlusconi, pensa ai casi propri più
che a quelli del paese. E' sensazionale che un partito sedicente del
lavoro sia riuscito a "bucare" l'inflazione programmata all'1,7%,
chiaramente il nodo della lotta sociale dei prossimi mesi e il Rubicone
intorno al quale si redistribuiranno i blocchi sociali. Se il Caimano
pensa solo alla Gandus, e l'Africano solo a Parisi, povera Italia. **** Il
tiro mancino di Mario Giordano - Il Giornale
23 giugno 2008 Mi rendo conto che l'argomento non è
dei più divertenti. E preferirei anch'io oggi dedicarmi a Luca
Toni e Buffon come la maggior parte degli italiani. Però quello
che è successo nelle ultime 24 ore la dice lunga sul comportamento
sovversivo di certi giudici. Non può passare inosservato. E come
dice il ministro dell'Interno Maroni nell'intervista oggi al Giornale
non può restare impunito. Sabato mattina alle 11.52 l'Ansa
lancia una notizia flash, di quelle urgenti e importanti. "Il Csm
dice che la sospensione dei processi è incostituzionale".
Nelle redazioni dei giornali parte un fremito: che ci volete fare, ormai
ci accontentiamo di poco. E così entusiasmandoci davanti al Csm
come fosse lo spogliarello della Canalis, ci mettiamo a costruire interventi,
interviste, titoli, pagine. Nessuno del Csm smentisce. Anzi, il vicepresidente
Nicola Mancino, parlando ad Avellino ai margini di un convegno su etica
ed economia, si lascia andare a considerazioni pesanti: "La politica
non cerchi espedienti per eludere le leggi". Il riferimento a Berlusconi
risulta a tutti evidente come una zanzara sulla testa di Kojak. E
così ieri, domenica mattina, tutti i quotidiani se ne escono con
il loro bel titolo: "Blocca processi, alt del Csm" (Repubblica),
"Blocca processi, il Csm attacca" (Corriere), "Il
Csm contro il governo" (La Stampa) e "Il Csm: incostituzionale
fermare i processi" (nel nostro piccolo, il Giornale). I giornali
non fanno a tempo a uscire dalle edicole, però, e il vicepresidente
del Csm, Nicola Mancino, sale come una madonna pellegrina al Quirinale,
da Napolitano (che è pure presidente del Csm), per fare retromarcia.
Con un imbarazzo grande quanto il buco nei bilanci di Roma e il capo
cosparso di cenere, l'ex dc spiega che il Csm non si è pronunciato
su nulla, che quella era solo una bozza, o forse neanche una bozza, uno
scarabocchio, e che il "parere è inesistente". Se Napolitano
a un certo punto non l'avesse congedato probabilmente avrebbe negato
anche di aver parlato ad Avellino, e forse avrebbe negato pure l'esistenza
di Avellino. Scena patetica. Ma non basta. Ora qualcuno deve spiegare:
perché nessuno del Csm ha smentito ieri, quando la notizia veniva
rilanciata prima dalle agenzie e poi da tutti i telegiornali? Perché
per un intero giorno si è lasciato che passasse il messaggio "il
Csm è contro il governo"? Trattasi di attacco a organo costituzionale:
qualcuno ne risponderà? E ancora: come è arrivata quella
notizia alle agenzie? Ce l'ha portata un passerotto? Una cinciallegra?
Un cuculo col ciuffo? E perché il Csm fa uscire un parere che
non è un parere su una legge che il Parlamento deve ancora discutere?
Vuole forse sostituirsi a esso? Una volta i giudici applicavano le
leggi. Ora le vogliono fare. Perfetto: ma allora perché, la prossima
volta, non si presentano alle elezioni? Almeno sarà tutto chiaro
ed eviteranno di doversi vergognare tra scarabocchi, finti scarabocchi,
attacchi nascosti, rimestamenti nel torbido e qualche inopportuno tiro
Mancino. Si potrebbe proseguire, ma io mi fermo qui. Ve lo dicevo: il
tema è di vitale importanza ma piuttosto noioso. Meglio dedicarsi
a Luca Toni e Buffon. Se non altro, poi, nel football le regole sono
chiare: l'arbitro magari sbaglia, ma non pretende mai di tirare il calcio
di rigore. **** Due pacchetti
d'arroganza senza filtro al dì hanno finito con l'uccidere la
sinistra di Francesco Bonami - Il Riformista
23 giugno 2008 La canzone potrebbe fare così: "Addio
sinistra beeellla addio sinistra mia lasciata senza terra gl'incarichi
van via e tornano contando sulla giustiizia lor...". La sinistra,
il neo-Pd o come vi piace chiamarla voi non sembra capire; non è
più una questione di alternanza ma di tracotanza. La tracotanza
che la sinistra e le sue appendici hanno sviluppato dalla fine degli
anni 60 in poi in Italia. Se Democrazia cristiana e Partito socialista
sono realmente scomparsi defluendo dentro le più disparate realtà
politiche, il vecchio Pci non si è mai estinto. Ha cambiato pelle,
ha cambiato simboli, ha cambiato nomi, ma la cultura politica e la politica
della sua cultura non è mai cambiata nell'anima. Walter Veltroni
non è un uomo nuovo, non rappresenta un soggetto nuovo, non è
una figura carismatica che parla alle nuove generazioni, a quei "Millennium
Kids", i giovani nati attorno al 1989, ai quali invece parla l'americano
Barack Obama.Veltroni continua a parlare ai suoi "kids", quelli
che si è allevato lui, quelli che la pensano come lui. Qui sta
la differenza con il politico nuovo che gli Stati Uniti stanno sfornando
in questi mesi. Obama studia quello che gli sta attorno, principalmente
quello di diverso che lo circonda. Il candidato democratico è
un antropologo e un semiologo politico, studia la realtà e il
linguaggio di chi lo deve votare. Obama non cerca un piccolo esercito
di "signor sì", non si costruisce, come hanno fatto
tutti i leader della sinistra negli ultimi quarant'anni, un esercito
da sistemare come burattini in assessorati, fondazioni e aziende della
nettezza urbana. Obama vuole avere attorno a sé un elettorato
che s'identifica con la sua visione, non con il suo partito, gente che
pur avendo una cultura diversa ha gli stessi obiettivi sociali. Il
concetto americano è: "Voi servite a me perché poi
io potrò servire voi". Per la sinistra italiana invece il
concetto è sempre stato: "Voi ci servite perché noi
ci serviamo". Direte voi: ma la destra o il Pdl non sono da meno!
Non importa, non può più essere una scusa per non guardare
in faccia la realtà. La sinistra è scomparsa, la sua
cultura marcita, i suoi padri padroni politicamente e intellettualmente
defunti. Inutile fare campagne elettorali para-obamiane se non si ha
nel sangue il gene del cambiamento, il virus della trasformazione, la
volontà di essere al servizio di un paese e non di un partito
e infine se non si ha la capacità di assumersi il rischio radicale
di doversi fare da parte. Barack Obama, quando nel 2005, appena vinto
il seggio nel Senato, a chi gli chiedeva se si sarebbe candidato alle
presidenziali, rispondeva: "sono stato appena fatto senatore, datemi
tempo d'imparare". Non affermava: "Dopo aver fatto il senatore
vado in Africa". Veltroni se ben ricordo aveva detto più
di una volta che finito di fare il sindaco di Roma avrebbe lasciato la
politica. Ma la politica Mr. W non l'ha certo abbandonata. Non solo:
Veltroni non ha nemmeno mai dichiarato di dover imparare qualcosa. Qui
sta un altro punto fondamentale dove il destino della sinistra italiana
si conclude. La certezza di sapere tutto e di non dover mai imparare
nulla è stato il cancro che lentamente ma inesorabilmente ha consumato
la sinistra, la sua cultura e la sua politica. Ho conosciuto molte persone
che per quarant'anni si sono vantate di essere sanissime pur fumando
due pacchetti di sigarette al giorno. Molte di queste sono poi "all'improvviso"
morte di tumore. La stessa cosa è accaduta alla sinistra, si è
fumata due pacchetti di arroganza senza filtro al giorno per quarant'anni
e poi "all'improvviso" è morta. Veltroni ha il coraggio
ancora di dettare condizioni. Non ha capito, ma non lo hanno capito neanche
tanti suoi colleghi incollati sulle loro seggioline con l'Attack, che
nel Pci e tutte le sue variazioni in tema dal 68' ad oggi la natalità
di nuovi veri soggetti politici e culturali è stata uguale a zero. Già
sento le voci degli apparati, se avranno deciso di rubare preziosi minuti
alle strategie della poltrona, che diranno: "Che cavolo ne sa di
politica quell'idiota curatore di mostre". Allora mi permettano
di rispondere come l'Ispettore Callaghan (Clint Eastwood) puntando la
sua Magnum 44 sul naso del nemico che a sua volta gli puntava la sua
di pistola: "Make my day!", fammi felice. Nel senso: provate
a sparare, poi quando vi sarete finalmente accorti di non avere più
proiettili, sarà il mio turno, o meglio il turno di una mentalità
nuova. **** Il Pd e lo stato
di grazia del cavaliere di Marc Lazar
- La Repubblica 24 giugno 2008 In Italia l'opposizione sta
vivendo i tormenti e i dilemmi classici dell'indomani di un voto segnato
da una severa sconfitta, e dell'instaurarsi di uno stato di grazia tra
il vincitore e l'opinione pubblica. Non solo Berlusconi ha vinto le elezioni
del 13 - 14 aprile, ma ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi
nelle due camere. Forte di una maggioranza ben più solida e compatta
di quella riportata nel 2001, il presidente del Consiglio ha inizialmente
sorpreso i suoi avversari con un comportamento più compito del
solito, con qualche segno d'apertura verso l'opposizione e alcune dichiarazioni
incisive sulle riforme di cui l'Italia ha bisogno. L'uomo sembrava
voler dare la prova della sua metamorfosi. Non appariva più come
l'antipolitico degli esordi, e neppure come un politico ormai esperto
nell'arte di condurre le sue truppe alla vittoria, oggetto di un'ammirazione
entusiastica o di una netta avversione; voleva presentarsi come un vero
capo di Stato responsabile e misurato. Di fatto però, il Cavaliere
è un vero Giano bifronte: l'altra sua faccia, quella legata ai
suoi interessi personali, è sempre li, come dimostrano le misure
sulle intercettazioni telefoniche e sulla sospensione dei processi che
intende far approvare. Dal canto suo l'opposizione, che sta toccando
con mano la profonda verità dell'antico adagio vae victis, è
depressa e lacerata. Le questioni che la dividono sono legione, dalla
spiegazione dell'insuccesso elettorale al futuro del partito; e nell'immediato
riguardano l'azione da condurre a fronte del nuovo potere. In un primo
tempo il PD e il suo governo ombra erano tentati di aprire un dialogo
costruttivo col governo. Quest'atteggiamento è la logica prosecuzione
della campagna di Veltroni, che ha voluto evitare un antiberlusconismo
ripetitivo, secondo lui ormai logoro e inefficace; e corrisponde inoltre
a un'interpretazione plausibile dei risultati elettorali della primavera
scorsa. Le ultime elezioni sono state caratterizzate dal voto massiccio
in favore dei due schieramenti di centro-destra e di centro-sinistra,
che hanno raccolto 1'84,3% dei suffragi. Al termine di una campagna globalmente
assai più pacata delle precedenti, questa scelta degli elettori
si può considerare come l'espressione della volontà di
dare al vincitore una maggioranza chiara per consentirgli di governare,
e di un desiderio di normalizzazione del clima politico. Restando sordi
a questo messaggio per lanciarsi in uno scontro intransigente si accontenterebbero
i simpatizzanti più radicali, ma a costo di deludere i moderati. Per
converso, con un atteggiamento più morbido si rischierebbe di
perdere gli ultimi appoggi a sinistra e di indisporre ulteriormente i
molti astensionisti (che hanno raggiunto stavolta, col 19%, il tasso
più elevato della storia della Repubblica). Se questo è
uno dei dilemmi del PD, ve ne sono altri anche più gravi. In uno
stato di grazia come quello di cui gode oggi Berlusconi, tutto ciò
che l'opposizione ha da dire, persino sul decreto di sospensione dei
processi - una disposizione fatta su misura per il premier, che non ha
equivalenti in nessun Paese del mondo - è manifestamente poco
ascoltato. Disertare l'emiciclo del Senato è un gesto simbolico
forte e spettacolare; ma la sua efficacia presso l'opinione pubblica
è tutta da dimostrare. Una situazione comparabile si era verificata
in Francia dopo la netta vittoria di Sarkozy contro Ségolène
Royal, nel maggio 2007. Il presidente, allora sulla cresta di un'immensa
onda di simpatia, si era concesso il maligno piacere di disorientare
ulteriormente un PS in pieno trauma per l'insuccesso della sua candidata,
aprendo il suo governo ad alcuni socialisti e personalità della
sinistra. E sul fronte delle riforme aveva aperto un così gran
numero di cantieri da dare il capogiro ai francesi. Il PS pensò
di aver trovato argomenti forti contro di lui denunciando le sue lussuose
vacanze, l'uso degli aerei privati dei suoi amici miliardari, le sue
ingerenze nel mondo dei media e i suoi primi passi falsi politici. Tutto
inutile: i francesi sembravano ipnotizzati dal vincitore. Ma lo stesso
Nicolas Sarkozy ha fatto da solo ciò che l'opposizione non era
riuscita a fare. In pochi mesi, moltiplicando gli errori, ha dilapidato
il suo capitale di simpatia (le opinioni favorevoli sono passate dal
69% dell'estate scorsa al 38% di oggi). Non è certo però
che Berlusconi segua il suo esempio ... Al di là di una critica
ferma (che non vuol dire settaria) del governo, il PD sa di dover preparare
la riconquista. Un'impresa ardua, in vista della quale deve mettere a
punto una strategia, elaborare un'identità, costruire il partito
e risolvere la questione della leadership. Ma soprattutto, il PD deve
analizzare le ragioni profonde del successo di Silvio Berlusconi. Ciò
presuppone due cose: da un lato, prendere meglio la misura della solidità
e della profondità; dall'altro, comprendere bene come gli italiani
percepiscono Berlusconi. A questo riguardo, un recente sondaggio franco-italiano
sul Cavaliere, realizzato dall'IFOP-SWG, è passato in gran parte
inosservato, mentre potrebbe essere senz'altro istruttivo, anche perché
contempla una dimensione comparativa con Sarkozy. Il 59% degli italiani
pensa che Berlusconi abbia la stoffa del presidente del Consiglio; il
58% ritiene che voglia veramente cambiare le cose, e che agisca efficacemente
contro la criminalità e l'insicurezza; il56% giudica positivamente
la sua politica economica. Competenza, spirito riformista e capacità
di dare protezione: queste le qualità che gli vengono attribuite.
Dunque il PD, piuttosto che abbandonarsi a dispute interne, incomprensibili
per la maggioranza della popolazione, dovrebbe tentare di riannodare
i legami con i cittadini, e in particolare con le fasce più popolari;
e costruire la propria credibilità puntando sulle preoccupazioni
essenziali degli italiani, che secondo il suddetto sondaggio sono il
carovita e i problemi dell'occupazione e della sicurezza. NOTE Traduzione
di Elisabetta Horvat **** Se
la legislatura diventa troppo in fretta il cimitero delle illusioni di
Stefano Folli - Il Sole 24 Ore 18 giugno 2008 Chi ha votato
il 13 aprile per una nuova Italia e magari anche per una nuova politica,
ha diritto di essere un po' depresso in queste ore. Siamo all'eterno
ritorno del sempre uguale. Non aveva torto ieri mattina il "Riformista",
quando interpretava il senso comune e annotava: "Credevamo che in
questa legislatura le leggi ad personam ci sarebbero state risparmiate...". Viceversa,
il palcoscenico offre una commedia già vista. Scontro aperto con
la magistratura. La corporazione contro la politica, ognuna con la sua
parte di torto. Il Csm che scende in campo. Il Quirinale messo di
fronte al fatto compiuto (un emendamento salva-processi nel corpo dei
provvedimenti per la sicurezza): ci si domanda quanto valesse per la
maggioranza la garanzia istituzionale che il Capo dello Stato ha offerto
nelle prime settimane di vita del governo. Non molto, a quanto sembra:
alla prima occasione il punto di vista di Napolitano è stato disatteso
senza esitazioni. Certo, il governo ha i numeri e la legittimità
politica per imporre la sua volontà. Ma sarebbe stato preferibile
un comportamento meno aggressivo, se non altro per ragioni di opportunità
e di buon gusto. Sotto questo aspetto, la lettera del premier al presidente
del Senato, Schifani, rappresenta un modo assai discutibile di cominciare
la legislatura. Si dirà che gli italiani sono del tutto disinteressati
al "processo Mills" e a ciò che ne deriva. Al riguardo,
i sondaggi sembrano unanimi. Lo sono anche nel fotografare il notevole
consenso all'esecutivo e alla leadership berlusconiana. Ne deriva che
ovviamente - dal suo punto di vista - il premier tira dritto. Con il
Quirinale non gli fa velo la recente simpatia reciproca che i giornali
hanno ipotizzato. E si è visto con lo sventurato Veltroni quanto
poco premesse a Berlusconi custodire il clima di "dialogo"
con l'opposizione. Tanto meno dopo il risultato elettorale della Sicilia.
Più che alle sfumature del diritto e al "bon ton" istituzionale,
il premier bada a preservare la sua forza politica e gli indici di gradimento.
Curando naturalmente la salvaguardia di se stesso. Ai suoi occhi
la norma salva-processi è irrilevante. Giusto un'increspatura
nel percorso che oggi approda all'ambizioso piano triennale di Tremonti
(suscettibile, non c'è dubbio, di mettere in difficoltà
l'opposizione). Il ministro dell'Economia è accanto a lui Sacconi,
Brunetta, Bertolaso che lotta contro la spazzatura di Napoli: questi
sono gli uomini cui Berlusconi ha affidato la popolarità dell'esecutivo.
Il "caso Mills" gli appare un'inezia, su cui peraltro non intende
cedere. Napolitano ormai è il primo a saperlo. Sull'altro fronte,
Veltroni deve ritessere da capo la sua tela. Il giornale "Europa"
vede nei berlusconiani "i migliori amici di Di Pietro". Coloro
che vogliono "svuotare l'acqua di un Pd schiacciato sull'oltranzismo".
C'è qualcosa di vero in questo giudizio. Ma in nessun caso Berlusconi
avrebbe potuto offrire al Pd veltroniano una sponda affidabile e durevole.
Se l'ex sindaco di Roma teme di essere fagocitato dal giustizialismo
dipietrista (quasi un'ideologia), evitare questo destino spetta solo
a lui. Veltroni, come del resto Casini, deve saper immaginare un'opposizione
che non sia "fantasma" (secondo il giudizio sprezzante dell'"Economist"),
ma nemmeno tributaria di Di Pietro. Se c'è una "terza via",
è il caso di individuarla. Forse è tempo per il Pd di presentarsi
agli italiani con una salda identità liberaldemocratica. E su
questa base avviare la traversata del deserto. **** A
carte scoperte di Luca Ricolfi - La Stampa
18 giugno 2008 Peccato. Era probabilmente ingenuo sperarci,
ma in molti ci eravamo augurati che fosse iniziata una nuova stagione
politica. Forse non una stagione esaltante, di concordia nazionale e
di rinascita dell'Italia, ma almeno una stagione di proposte ragionevoli
e costruttive. Una stagione in cui i politici, pur continuando a litigare
fra loro, si occupassero anche un po' di alcune cose che stanno a cuore
a noi: sicurezza, tenore di vita, servizi sociali. Dopotutto molte
delle cose che in questi mesi il centro-destra ha fatto o si accinge
a fare erano copiate dall'opposizione. Il pacchetto sicurezza riprendeva
molte misure volute da Giuliano Amato, l'aliquota fissa sugli affitti
ripropone un'idea cara a Rutelli e alla Margherita, la riforma dei servizi
pubblici locali dovrebbe seguire il tracciato del disegno di legge Lanzillotta.
Insomma, per molti versi il governo Berlusconi stava facendo le stesse
cose che avrebbe voluto fare il Pd, e che il Pd non fece solo per non
litigare con Rifondazione comunista. E invece no. Ora torneremo allo
scontro e alla diffidenza, perché Berlusconi ha scoperto le carte
e nessuno dei suoi osa fiatare. Che cosa ci dicono le carte che ora si
vanno scoprendo una dopo l'altra? La prima carta ci rivela che la priorità
delle priorità di Berlusconi è proteggere se stesso. Emendamento
"salva Rete 4", limiti alle intercettazioni e alla libertà
di stampa, norme per fermare il processo Mills, ricusazione del magistrato
che dovrebbe giudicare il premier, riproposizione del lodo Schifani,
tutto indica che ci risiamo: Berlusconi avrà anche un'idea del
futuro dell'Italia, ha sicuramente ragione in alcune critiche alla magistratura,
ma quando si mette in movimento è del tutto incapace di separare
l'interesse personale da quello del Paese. Come ha suggerito Vittorio
Feltri ieri su Libero, sarebbe molto meglio che parlasse chiaro dei propri
guai senza pretendere di ridisegnare istituzioni e regole solo per bloccare
un singolo processo, quello che lo riguarda. La seconda carta ci rivela
che Berlusconi confonde sicurezza e legalità. Sia le norme sulle
intercettazioni sia quelle sulla sospensione dei processi "minori"
tendono a limitare l'azione di contrasto della criminalità ai
soli reati considerati di forte "allarme sociale", e allentano
la presa su quelli che - non toccando direttamente il cittadino medio
- suscitano minori ansie e paure. Rientrano tipicamente in questa categoria
i reati ambientali, economici, finanziari, ossia i cosiddetti reati dei
"colletti bianchi": in poche parole i reati commessi da dirigenti,
funzionari, impiegati, imprenditori, finanzieri, politici, ivi compresi
- naturalmente - alcuni reati di cui è stato accusato Berlusconi. Dettando
alla magistratura le priorità sui reati da perseguire, e pretendendo
di accantonare i procedimenti per reati di minore allarme sociale, il
governo mostra che, ammesso che qualcosa gli importi della sicurezza,
della legalità gli importa invece ben poco. Questo è un
guaio, non tanto e non solo perché in troppi la faranno franca,
ma perché se il Paese è ridotto nello stato in cui è
dobbiamo dire grazie anche alla continua e spudorata violazione delle
regole del vivere civile. Se ci fosse un po' più di legalità,
non avremmo ogni anno 80 miliardi di sprechi nella Pubblica Amministrazione
e 100 miliardi di evasione fiscale. E magari sarebbe anche meno diffuso
quel senso generale di ingiustizia, di iniquità e di impotenza
che si è impadronito di tanti cittadini. Ma c'è anche
una terza carta che sta venendo allo scoperto. Il governo non solo se
ne infischia della legalità, ma sembra curarsi ben poco della
stessa sicurezza. Dalle maglie artificiosamente allargate per salvare
i "colletti bianchi", oltre a vari reati finanziari stanno
uscendo anche reati di forte allarme sociale. Succede così
che, con le nuove norme, non possano più essere intercettati i
soggetti sospettati "soltanto" di associazione per delinquere
semplice, truffa, rapina. E rischiano di essere sospesi migliaia di
procedimenti per reati predatori, come lo scippo o il furto. Per non
parlare dell'aspetto simbolico di questi provvedimenti. La sospensione
per un anno (o per sempre?) dei processi minori di fatto funzionerà
come un'amnistia mascherata, e nel frattempo manda un segnale opposto
a quello che si intendeva inviare con il reato di clandestinità.
Quanto a quest'ultimo, e più in generale alla minaccia di norme
più severe contro gli irregolari, la loro credibilità resta
minima perché non è accompagnata né da provvedimenti
capaci di accelerare i processi né da stanziamenti adeguati in
materia di edilizia carceraria. **** E
adesso nessuno lo può giudicare Il
Manifesto 18 giugno 2008 Pronto a tutto. Incurante delle proteste
della magistratura e degli avvocati, dei giornalisti pronti allo sciopero
e dello strappo istituzionale con il capo dello stato. Silvio Berlusconi
è pronto, prontissimo, ad andare avanti fino in fondo sullo stop
ai processi che lo riguardano e sull'immunità totale per tutto
il suo mandato attraverso una rivisitazione del lodo Schifani. Ieri
due ore di colloquio al Quirinale - ufficialmente per illustrare a Giorgio
Napolitano la manovra finanziaria 2009 che sarà varata oggi pomeriggio
dal consiglio dei ministri - non sono bastate ad ammorbidire il presidente
del consiglio sullo scontro tra politica e giustizia. Un colloquio freddo,
in cui ognuno è rimasto sulle sue posizioni. Lo scudo che salva
il premier dai processi per tutto il suo mandato sarà presentato
a breve in un ddl separato. La destra è compatta. E si esprimerà
oggi in un voto di fiducia informale tratteggiato dallo stesso Berlusconi
nella lettera a Schifani. Dalla Lega ad An nessuno osa sfidare un premier
arrembante. Il trionfo elettorale in Sicilia è un monito per tutti:
il successo è a portata di mano e nessuno, nel centrodestra, è
disposto a metterlo a rischio per qualche tangente versata, forse, anni
e anni fa. In senato per lunghe ore sia il Pd che l'Italia dei valori
hanno denunciato l'incostituzionalità degli emendamenti "blocca-processi"
presentati dai relatori della maggioranza e perfino il pericolo democratico
rappresentato dal "berlusconismo" redivivo. Ai maggiorenti
democratici non resta che certificare la scelta berlusconiana: la "rottura
unilaterale" del dialogo che ha caratterizzato l'inizio della legislatura.
I potenti non si processano. Il governo sono io. E' il messaggio
chiaro, semplice e definitivo che il presidente del consiglio ha affidato
a un'aula di palazzo Madama impotente a rispondere nel merito e inadeguata
negli strumenti. Tre ore di richiami al regolamento, di indignazione,
di battaglia parlamentare non cambiano di una virgola la realtà.
La gestione dell'aula di Schifani, esecutore ligio delle volontà
altrui, non lascia scampo. Poco importa che Luigi Zanda del Pd citi testualmente
un'indignazione simile a quella dell'attuale opposizione quando Schifani
guidava il gruppo di Forza Italia a palazzo Madama. La coerenza non è
di questo mondo. E la conferenza dei capigruppo convocata nel primo pomeriggio
non può che certificare l'inevitabile: il decreto sicurezza modificato
con la norma "blocca-processi" sarà approvata in prima
lettura martedì prossimo. La resa dei conti con le toghe rosse
sbarca, per la prima volta, in un resoconto parlamentare ufficiale. Quando
Schifani legge la lettera che gli ha inviato il premier lunedì
sera l'opposizione in aula rumoreggia. Emma Bonino, che pure come
radicale qualcosa da dire sull'obbligatorietà dell'azione penale
ne avrebbe, non si trattiene: "La lettera di Berlusconi è
un fatto abnorme. Ma vi rendete conto che quello che state facendo non
ha paragoni in nessun governo occidentale?". La sua richiesta di
non mettere ai voti gli emendamenti della maggioranza è respinta
dopo una lunga battaglia ostruzionistica intorno all'ora di pranzo: 159
voti contrari, 122 sì e 3 astenuti, i tre senatori Udc capeggiati
da Totò Cuffaro che si tengono sempre sugli spalti e piuttosto
silenti. Del resto non sono nuovi ai problemi con la giustizia. E la
simpatia con il colpo di mano del centrodestra è palpabile. L'unica
opposizione di palazzo è sulle spalle di Pd e Idv, mentre fuori
dalle aule parlamentari l'Anm (il "sindacato" dei giudici)
e la Federazione nazionale della stampa annunciano battaglia. La giunta
del sindacato dei giornalisti annuncia una manifestazione in piazza contro
lo stop alle intercettazioni e si mobilita per uno sciopero, "se
necessario su più giorni", contro i disegni di legge del
governo. Mentre un redivivo Beppe Grillo già annuncia un referendum
abrogativo, appoggiato subito da Rifondazione comunista e Idv. **** C'era
una volta il dialogo di Mario Giordano
- Il Giornale 18 giugno 2008 Ritornano i tromboni. E dal momento
che sono trombati, sono pure più tromboni. C'è solo una
cosa più noiosa dell'eterno dibattito sulla giustizia: le lezioncine
di superiorità morale impartite da chi non ha titolo per impartirne,
avendo smesso per altro da poco di tuonare contro i processi Unipol.
Bisogna capirli: forse hanno preso una banca, ma evidentemente hanno
perso la memoria. Così D'Alema si dice "turbato"
(poverino), Veltroni dopo aver dato gli ultimatum (otto giorni al premier,
manco trattasse con la colf) parla di tela strappata e di cambiamento
di rotta, e dagli archivi dell'oblio riemerge persino Marco Follini (do
you remember?), il portavoce meno ascoltato della Repubblica italiana,
che trova finalmente qualcuno che gli dà retta e sale sul pulpito.
Come no? Di lui ci si può fidare. Non è quello che pochi
giorni prima di passare col centrosinistra ripeteva: "Non passerò
mai con il centrosinistra"? Perfetto come maestro di etica. Sia
chiaro: oggi a noi piacerebbe un sacco parlare di sicurezza, di casa,
di benzina, di rifiuti, persino di Alitalia (in effetti: che fine ha
fatto Alitalia?). Oggi a noi piacerebbe parlare di imprese senza burocrazia,
lotta ai fannulloni, misure formato famiglia, economia da liberalizzare. E
ci pesa un po' trovarci qui, malinconicamente immersi nel déjà
vu, a discutere invece di giudici e politica, toghe di sinistra, nodi
e lodi più o meno Schifani, Anm sulle barricate. Dov'eravamo
rimasti? Ah, già: l'obbligatorietà dell'azione penale.
In effetti, l'obbligatorietà dell'azione penale è una bella
barzelletta: ma l'abbiamo sentita mille volte ormai. Non fa nemmeno più
ridere. Però dobbiamo chiederci perché siamo arrivati
a questo punto. Di chi è la colpa. Di Berlusconi che difende solo
i suoi interessi, come dice la sinistra, o dei magistrati che gestiscono
la giustizia come cosa loro, non ammettono interventi per snellire i
processi (nemmeno quegli interventi che persino un magistrato non certo
sospettabile di connivenze con Berlusconi, come Marcello Maddalena, intervistato
oggi dal nostro Stefano Zurlo, giudica per nulla scandalosi) e pretendono
di continuare ad usare il codice come un'arma contundente di pressione
politica? Dal 1994 Berlusconi è stato processato decine di
volte e mai condannato. Le sue aziende sono state rovistate fin negli
angoli più remoti senza trovare nulla di illegale. Dov'è
lo scandalo nella lettera al Senato? Il punto non è capire se
il premier ha fatto bene o no a scriverla: il punto è capire se
questo potrà mai essere un Paese normale, in cui chi viene scelto
dai cittadini per governare, può finalmente governare, per due,
tre, cinque anni, quanto glielo consente la sua forza politica e la sua
capacità, senza dover subire gli attacchi più o meno pretestuosi
di qualche magistrato, dettati dall'ideologia, dalla vendetta, o magari
anche solo dalla ricerca di popolarità. Badate bene: non si
tratta di sottrarsi alla magistratura. Si tratta semplicemente di avere
ciò che hanno gli altri Paesi civili, come la Francia o gli Stati
Uniti. Chirac è stato processato alla fine del suo mandato: non
durante. Per mandare a casa un inquilino della Casa Bianca ci vuole un
impeachment, l'accusa di tradimento: non basta un assegno a vuoto. Nella
più grande democrazia del mondo sarebbe impensabile vedere il
governo paralizzato dall'azione di un qualsiasi sostituto procuratore
dell'Utah o del Minnesota, che gioca a fare il protagonista costruendo
fantasiosi castelli accusatori su reati di serie B. Dicono: ma così
finisce il dialogo. È vero: ma chi l'ha fatto finire il dialogo?
E poi: dialogo con chi? Veltroni non è riuscito a costruire neanche
un'oncia fritta di quell'opposizione libera dall'antiberlusconismo che
aveva promesso. S'è fatto travolgere dai Di Pietro, dai Travaglio,
dal Furio e furioso Colombo. Non ha spessore, non ha idee, non ha personalità,
non ha tenuta. Non ha più voce. E non ha nemmeno voti, dal momento
che continua a prendere scoppole indimenticabili come il voto in Sicilia
(8 a zero per il Pdl) dimostra. Dialogo? E come si dialoga con un fantasma?
Non ci riesce nemmeno Prodi, e pensare che lui è un esperto di
sedute spiritiche... Su queste colonne l'abbiamo ripetuto più
volte: il dialogo va bene, ma non è valore in se stesso. O serve
a cambiare il Paese o non serve a nulla. Oggi gli italiani vogliono
questo: un governo che intervenga sulle grandi emergenze, dalla sicurezza
all'economia. Al distributore di benzina, purtroppo, il dialogo non viene
accettato come moneta. E nei negozi di alimentari neppure. Col dialogo
non si costruiscono i termovalorizzatori per bruciare i rifiuti e non
si rimpatriano i clandestini. A Veltroni avevamo dato atto di aver
contribuito in modo importante alla svolta che poteva cambiare questo
Paese. Adesso, spinto dalla sua debolezza e dalle tensioni interne, ha
deciso di fare retromarcia. Urla e strilla, agita le piazze, si aggrega
alla compagnia dei neogirotondini, incontra i rifondaroli, parla di tele
rotte e pretende pure di dare lezioni di moralità. Che forza:
con le elezioni ha perso la faccia. Ora sembra aver perso pure la testa.
Ammesso che ne abbia mai avuta una. **** "Errore
politico parlare di regime" di Monica
Guerzoni - Corriere della Sera 17 giugno 2008 E ora l'ala dialogante
del Pd teme la sindrome del gioco dell'oca e cioè il ritorno alla
casella di partenza, all'antiberlusconismo pregiudiziale, al muro contro
muro. La svolta improvvisa di Veltroni, i toni e gli avvertimenti
di autorevoli commentatori "amici" come Eugenio Scalfari e
Furio Colombo hanno fatto fischiare le orecchie ai riformisti. Che adesso
temono la fine prematura del dialogo, il ritorno di una stagione girotondina
e il rinvio di soluzioni urgenti a sbloccare la crisi del Paese.
Espressioni come "regime" e "dittatura" fanno
venire i brividi all'ex falco di Confindustria Massimo Calearo, al deputato
che tanto scalpore provocò lasciando la presidenza di Federmeccanica
per salire - metaforicamente sul pullman di Veltroni: "Non dobbiamo
valutare i proclami in cui Berlusconi è maestro, ma giudicare
i fatti". E non sono fatti il lodo Schifani, la stretta sulle intercettazioni
o le norme SalvaRete4? "Queste cose interessano poco al cittadino,
il Paese ha bisogno di riforme e il governo ha ottimi ministri come Brunetta,
Sacconi, Zaia, Tremonti". Veltroni minaccia di voltare pagina, se
il Cavaliere non rinuncia ai suoi progetti fine del dialogo... "Rimettere
indietro le lancette dell'orologio sarebbe sbagliato - risponde Calearo
-. L'opposizione non deve essere supina ma neppure ideologica. Se torniamo
al passato abbiamo perso, la gente vuole che Veltroni tiri dritto". Pierluigi
Bersani teme che nelle prossime settimane su diritti, regole e temi economico
"il gioco si farà duro". Di certo lo pensa anche Enrico
Letta, ma l'ex sottosegretario a Palazzo Chigi invita a non spezzare
il filo del confronto: "Penso che il dialogo ci debba essere sulle
questioni istituzionali". Sulla stessa linea Maria Paola Merloni,
imprenditrice e deputata vicina a Rutelli: "Dobbiamo mantenere l'impegno
a dialogare sui temi di interesse più ampio e trasversale, come
la legge elettorale. Per il resto, come su Alitalia o il Salva-Rete4,
l'opposizione deve essere ferma ma non urlata". Lei che ha sempre
apprezzato la veltroniana "pacatezza dei toni" si augura che
gli slogan girotondini non tornino di moda nel Pd. "Non dobbiamo
bloccare il Paese - auspica la Merloni -. Il litigio e le urla hanno
stancato tutti, espressioni come regime e dittatura non portano da nessuna
parte. Mi auguro che Veltroni continui sulla linea tracciata". Un
leader più aggressivo piace invece a Matteo Colaninno. L'opposizione
ideale del già presidente dei giovani industriali è "diversa
ma non statica" e se cambia il Pdl, Colaninno è convinto
che debba cambiare anche il Pd. "L'esercito nelle città o
l'operazione salva premier non sono cose compatibili con le spirito che
entrambe le parti auspicavano. Lo scontro sarà durissimo - prevede
il giovane deputato -. Però indietro non si torna, non dobbiamo
cambiare rotta. La proposta del dialogo deve restare". Chi grida
alla dittatura lo allarma fino a un certo punto, a preoccuparlo sono
piuttosto certi atteggiamenti "vecchio stile" del governo:
"Tengo a un rapporto civile con la maggioranza - conclude Colaninno
- però deve essere civile anche lei". L'ex ministro Tiziano
Treu vede tornare "il pericoloso vizietto di Berlusconi in materia
di giustizia", eppure non chiude la porta: "Sulle regole il
dialogo non può fermarsi". E l'ultimatum di Veltroni?
"Un penultimatum, questa settimana non decide la vita. Parlare di
dittatura non è realistico, sono enfatizzazioni ingiustificate.
Manteniamo la calma e stiamo al merito dei provvedimenti". **** Opposizione,
ma quando ti opporrai? di Piero Sansonetti
- Liberazione 17 giugno 2008 Preoccupa anche noi il fatto che
il governo voglia una legge sulle intercettazioni che - dicono gli esperti
- rischia di mettere in difficoltà la magistratura (ci preoccupa
molto meno se metterà in difficoltà i giornali, i loro
editori, i loro scoop, che in genere sono scoop remunerativi ma anche
volgari e violenti nei confronti della privacy delle persone). Preoccupa
anche noi una legge - il cosiddetto "lodo Schifani" - che mette
un numero ristretto di governanti (una super-casta) al riparo dalle intrusioni
della magistratura, cioè che crea una situazione di protezione
dei vertici dello Stato, simile a quella delle monarchie assolute. Ci
preoccupa l'affare di Rete 4 e tutto il resto. Però ci permettiamo
di dire che queste questioni - gravissime - sono affari che riguardano
il ceto politico, le classi dirigenti, e certamente hanno un peso enorme
sul modo nel quale questo ceto e queste classi si dividono tra loro il
potere; ma non hanno molto a che fare con i problemi giganteschi della
gente, del diritto, dei principi, della civiltà. E questi problemi
invece premono, richiedono interventi immediati, richiedono lotta politica,
anche perché è in atto un tentativo di limitare le libertà
dei più deboli e di "militarizzare" la società,
mandando l'esercito e la polizia a risolvere i grandi problemi. Voi
non trovate molto curioso che l'opposizione parlamentare si scaldi solo
sulle leggi che coinvolgono i rapporti interni al ceto politico o i rapporti
tra politica e magistratura, politica e giornalismo, politica e gruppi
economici, e che invece se ne infischi altamente di questioni come i
salari, gli orari di lavoro, i diritti individuali, la solidarietà
verso i migranti, gli omicidi bianchi? Eppure è così. Prendiamo
la giornata di oggi. Centocinquanta morti annegati in mare, una strage
immane, atroce, orrida, che meriterebbe la paralisi del paese, proteste,
scioperi, lutto nazionale. Come reagisce il mondo politico? Non reagisce.
Parla del Lodo Schifani. Come reagisce l'opposizione? Tace, si occupa
di intercettazioni. Del resto questi morti pesano in modo eguale sulla
coscienza di governo e opposizione. Persino pesano sulla nostra coscienza,
cioè della sinistra, che nei due anni nei quali ha governato non
è riuscita a "silurare" l'atroce legge Bossi-Fini e
gli accordi internazionali che blindano i nostri mari, rendendo sempre
più pericolosi i viaggi della speranza dei clandestini e provocando
la morte di migliaia di loro. Cosa si può dire di una opposizione
che ha balbettato sulla strage del lavoro, e copre col suo silenzio questa
devastante strage in mare? Eugenio Scalfari su Repubblica e Furio
Colombo sull' Unità paventano il regime. Hanno ragione? Certo,
però sfiorano il problema, non vanno a fondo: il regime si realizza
non quando un governo o una maggioranza si spingono troppo a destra o
su posizioni illiberali; si realizza quando l'opposizione scompare, o
si allinea al governo, o lo stuzzica sulle quisquilie lasciando mano
libera al suo progetto di restaurazione. Questo sta succedendo. Chi mettiamo
sul banco degli accusati? Se non ci decidiamo ad affrontare il tema dello
squagliamento politico del Pd e della sua subalternità al pensiero
e all'azione del centrodestra, non arriviamo mai al dunque. **** Veltroni
a muso duro minaccia lo sfascio di Oscar
Giannino - Libero 17 giugno 2008 Come interpretare le parole
di ieri all'indirizzo di Berlusconi? È già marcia indietro
a pieno regime, e fine subitanea del sogno di mezza primavera e di inizio
legislatura? Oppure è solo macchine indietro mezza, giusto per
far avvertire al premier il gorgoglio minaccioso delle eliche in cavitazione,
e mandargli un avviso che a insistere ci si fa male entrambi? Io
dico la seconda ipotesi. Naturalmente, non ho prove manifeste né
conclusive, per sostenerlo. Mi affido a indiscrezioni e chiacchiere,
opinioni a bassa voce e interpretazioni autentiche dei diversi politici
che conosco e che stimo, tra le distinte anime dell'unitario-si-fa-per-dire
Partito Democratico. Non mi affido alla sola forma del monito veltroniano.
Che però, in quanto tale, ha appunto la forma di un avviso, non
di un ultimatum a Silvio. A fine settimana Veltroni deve trarre le fila
del risultato elettorale e di quanto da allora è accaduto, di
fronte ai 2.800 costituenti nazionali del Pd. Per questo dice a Silvio
che dovrà inevitabilmente tener conto, nella sua relazione, di
un'atmosfera che a parole nasceva e si nutriva della reciproca legittimazione
sui provvedimenti di maggior respiro assunti dal governo. Mentre ecco
che poi in un decreto spunta la misura pro Rete4, in un'altra la sospensiva
dei procedimenti giudiziari meno gravi, e poi il lodo Schifani, e ancora
l'esercito nelle strade. E ovvio che, proseguendo così, con tutta
la buona volontà Veltroni non può reggere una posizione
dialogante che finisce per risultare pericolosamente per lui solitaria,
percome stanno messe le cose nel Pd. IL MORSO
DEI SONDAGGI Il morso dei sondaggi e di alcune grandi testate
italiane e internazionali si avverte tutto. Sul Corriere della sera Mannheimer
ha certificato quanti italiani pensino che il Pd veltroniano sia troppo
remissivo verso palazzo Chigi. Aggiungete l'Economist, secondo cui il
governo ombra di Walter rischia di essere un buco nell'acqua. E soprattutto
Repubblica, dalle cui colonne Eugenio Scalfari torna a tuonare con tono
profetico e ieratico, a proposito dell'incostituzionalità e della
sedizione innata nello stile di governo berlusconico. Non siamo ancora
arrivati agli altolà aVeltroni diretti ed espliciti, ma insomma...
E nel pd, su che forze può contare, Walter? L'uscita più
filoveltroniana, quella di Enrico Morando che ha ripreso a parlare di
congresso a breve per mettere con le spalle al muro tutti i dissenzienti
nei confronti del segretario, non ha avuto alcun'eco, ignorata praticamente
dall'intero vertice Pd. Gli ex margheritici sono divisi nei toni ma uniti
nei borborigmi. Tra chi dice che nel gruppo socialista europeo alla prossima
primavera col cavolo che la ex Margherita può andare. Chi aggiunge
che Prodi fa bene a rendersi indisponibile a tornare alla 'presidenza
del Pd, perché lui semmai è una risorsa per il futuro e
non certo uno scudo per gli errori attuali. Chi invoca collegialità
e rimprovera a Veltroni una direzione dei gruppi parlamentari, a inizio
legislatura, non contrattata davanti ad alcun caminetto di maggiorenti.
Si può continuare a lungo. Ma è evidente che all'ex Margherita
in generale dispiace di più il bipartitismo tendenziale sul quale
Veltroni preferirebbe insistere, piuttosto che la sua decisa disarticolazione,
a cui mira non proprio uno qualunque, ma Massimo D'Alema in Persona.
E che su questa linea terrà proprio in questi giorni la prima
di una lunga serie di riflessioni pubbliche, attraverso la sua fondazione
ItalianiEuropei. IL RITORNO DI MAX Non
è affatto neoproporzionalista, D'Alema. Ma è convinto che
occorra puntare sullo sfiancamento che di qui a qualche tempo nella compagine
di governo emergerà, per rilanciare il ruolo dell'Udc e di un
pluripartitismo maggioritario nel quale i cattolici debbano allearsi
alla sinistra magari anche da distinti e centristi, per tentare l'interdizione
verso gli elettori moderati che al Pd è totalmente fallita. Aggiungete
che nella Cgil le cose sono più complicate ancora di più. Perché
il repulisti che a livello nazionale sta varando Epifani - leggete Liberomercato,
a pagina 4 - mira a dire no proprio ad alcuni dalemiani di prima fila
e a sostituire vecchi riformisti con compagni che coprano la segreteria
"a sinistra", sia pure senza confondersi con Cremaschi e Rinaldini.
Ma scommettendo sul fatto che solo così la più grande forza
di massa della sinistra possa fronteggiare il governo che rimette mano
alla Biagi e vuole il salario di produttività, e anche tornare
a esercitare un ruolo "da sinistra" verso un Pd imbambolato
su se stesso. Basti vedere quanti laicisti decisi Epifani imbarcherà,
con tanti saluti ai margheritici e ai teodem. Ammettiamolo, Veltroni
ha i suoi guai e li dichiara. Sta a Silvio raccogliere il segnale e rispondere. **** Frittata
giudiziaria Fermi, l'idea di rifare la guerra giudiziaria
per non ottenere niente è un incubo. Quello appena compiuto è
un errore, per ragioni che riassumo: 1. Pensare che l'arretrato giudiziario,
per i crimini più gravi, possa assorbirsi in un anno non è
illusorio, è irreale. 2. Stabilire quali processi si fanno
e quali no sulla base della pena e non del reato è sbagliato,
oltre che dubbiamente costituzionale. 3. Non fare i processi ai delinquenti
di strada equivale a dare impunità a quanti più nuocciono
alla sicurezza dei cittadini. 4. Sospendere il decorso della prescrizione
è una violazione dei diritti individuali, per giunta aggravante
la scandalosa lentezza della giustizia italiana. A queste si aggiungano
due considerazioni politiche: a. emendare i decreti, a cura della
stessa maggioranza, è un pessimo vizio, meglio avere le idee chiare
in partenza; b. non si sospende il gioco annunciando grandi riforme,
ma si presentano le grandi riforme e, semmai, si sospende poi il gioco. E
veniamo alla posizione personale di Berlusconi. L'immunità, temporanea,
delle alte cariche statali è prevista in molti ordinamenti democratici.
Adottiamola, magari con un testo ben studiato e non buttato lì
per inseguire qualche emergenza. In quanto ai giudici che fanno politica,
sono un'indecenza e si dovrebbe proibire a tutti di dedicarsi a faziosità
e propagandismi. Sono pagati e protetti per essere ed apparire imparziali.
Nel riformare seriamente la giustizia lo si rammenti, così come
anche di modificare il meccanismo della ricusazione, in modo che a giudicare
non siano gli altri firmatari dei medesimi manifesti. Ma allungare la
broda di un processo per un altro anno è un gesto di masochismo,
non risolvendo alcun problema ed avvalorando il sospetto di colpevolezza.
Abbiamo già visto questo film per cinque anni, ora basta, per
pietà. La frittata è fatta. Si rimedi presentando
subito il disegno della grande riforma, capace di restituire significato
al termine "giustizia". Le linee guida le conosciamo a memoria,
ne abbiamo scritto per anni. Si agisca, e si ragioni avendo in mente
le migliaia di malcapitati anonimi di cui ci occupiamo in troppo pochi
e che, invece, sono il vero esercito da schierare contro il corporativismo,
la conservazione e la politicizzazione dell'ordine giudiziario. Davide
Giacalone www.davidegiacalone.it
Pubblicato da Libero **** Il
voto siciliano Il risultato elettorale siciliano dovrebbe
essere oggetto di studio, giacché non solo registra lo squagliamento
della sinistra, ma segnala un problema di fiducia democratica. Il numero
dei votanti è crollato, raggiungendo percentuali record a Palermo.
Ciò significa, andando molto all'ingrosso, che buona parte dell'elettorato
di sinistra semplicemente non ha votato. Non sono andati al mare, hanno
mandato a quel paese quella roba che non hanno capito cos'è, che
ha preteso di farli votare per ruderi impresentabili come Orlando Cascio
e che oggi non riesce ad entusiasmarli. Da qui, il disastro. Il Pdl,
dal canto proprio, è saldamente alleato con l'Udc, come se lo
stretto dividesse due mondi politici diversi. Il Pd pareggia con le liste
civiche. La sinistra antagonista boccheggia ed affoga. Gli elettori,
ripeto, si muovono in pochi. Capisco l'esultanza dei vincitori, del tutto
legittima, ma i sintomi sono preoccupanti. Da una parte c'è
la sinistra, che non è più quella del passato, ma con il
passato si rifiuta di fare i conti e, così procedendo, perde la
possibilità di avere proposte per il futuro. Non è stata
sconfitta perché gli elettori hanno bocciato una proposta politica,
un indirizzo programmatico, un'idea complessiva d'interesse collettivo.
No, hanno perso perché non c'era nessun buon motivo per votarli.
Tranne i patiti del partito preso, tutti fedeli all'idea di battere l'avversario,
non s'è trovato il modo di parlare agli altri. E questo è
il segno di una crisi drammatica. Dall'altra c'è un centro
destra eguale a quello che vinse le elezioni politiche del 2001, ma che,
come sostengono tutti i protagonisti, è da considerarsi oramai
superato. Da ciò deriva che a reggere è l'accordo di
potere, necessariamente privo di base politica. E vi pare una bella cosa?
Per giunta si ritrova senza credibile opposizione, rendendo infido il
terreno. Ora, si può dire che erano solo elezioni amministrative,
fare spallucce e tirare avanti. Possono farlo gli uni e gli altri. Oppure
si può, direi che si deve, cogliere il significato profondo delle
cose e non tapparsi gli occhi davanti ad un ripiegarsi della politica.
Quando cessa d'essere interprete della realtà e diviene proiezione
d'impotenza e disaffezione, le cose non si mettono bene né per
le istituzioni né per la realtà civile. Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it **** Il
vero volto del cavaliere di Ezio Mauro
- La Repubblica 17 giugno 2008 Nel mezzo della luna di miele
che la maggioranza degli italiani credeva di vivere con il nuovo governo,
la vera natura del berlusconismo emerge prepotente, uguale a se stessa,
dominata da uno stato personale di necessità e da un'emergenza
privata che spazzano via in un pomeriggio ogni camuffamento istituzionale
e ogni travestimento da uomo di Stato del Cavaliere. No. Berlusconi resta
Berlusconi, pronto a deformare lo Stato di diritto per salvaguardia personale,
a limitare la libertà di stampa per sfuggire alla pubblicazione
di dialoghi telefonici imbarazzanti, a colpire il diritto dell'opinione
pubblica a essere informata sulle grandi inchieste e sui reati commessi,
pur di fermare le indagini della magistratura. La Repubblica vive un'altra
grave umiliazione, con le leggi ad personam che ritornano, il governo
del Paese ridotto a scudo privato del premier, la maggioranza parlamentare
trasformata in avvocato difensore di un cittadino indagato che vuole
sfuggire al suo legittimo giudice, deformando le norme. In un solo
giorno - dopo la strategia del sorriso, il dialogo, l'ambizione del Quirinale
- Silvio Berlusconi ha chiamato a raccolta i suoi uomini per operare
una doppia azione di sfondamento alla normalità democratica del
nostro sistema costituzionale. Sotto attacco, la libertà di informazione
da un lato, e l'obbligatorietà dell'azione penale dall'altro.
Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza
entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire
una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale
delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce
in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà
dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità
dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini. La nuova norma berlusconiana
(presentata come un emendamento al decreto-sicurezza, firmato direttamente
dai Presidenti della I e II commissione di Palazzo Madama) obbligai giudici
a dare "precedenza assoluta" ai pro cedimenti relativi ad alcuni
reati, ma questa precedenza serve soprattutto a mascherare il vero obiettivo
dell'intervento: la sospensione "immediata e per la durata di un
anno" di tutti i processi penali relativi ai fatti commessi fino
al 31 dicembre 2001 che si trovino "in uno stato compreso tra la
fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di
primo grado". E' esattamente la situazione in cui si trova Silvio
Berlusconi nel processo in corso davanti al Tribunale di Milano per corruzione
in atti giudiziari: con l'accusa di aver spinto l'avvocato londinese
Mills a dichiarare il falso sui fondi neri della galassia Fininvest all'estero.
Quel processo è arrivato al passo finale, mancano due udienze
alla sentenza. Si capisce la fretta, il conflitto d'interessi, l'urgenza
privata, l'emergenza nazionale che ne deriva, la vergogna di una nuova
legge ad personam. Bisogna ad ogni costo bloccare quei giudici, anche
se operano "in nome del popolo italiano", anche se il caso
non riguarda affatto la politica, anche se il discredito internazionale
sarà massimo. Bisogna con ogni mezzo evitare quella sentenza,
guadagnare un anno, per dar tempo all'avvocato Ghedini (difensore privato
del Cavaliere e vero Guardasigilli-ombra del suo governo) di ripresentare
quel lodo Schifani che rende il premier non punibile, e che la Consulta
ha già giudicato incostituzionale, perché viola l'uguaglianza
dei cittadini: un peccato mortale, in democrazia, qualcosa che un leader
politico non dovrebbe nemmeno permettersi di pensare, e che invece in
Italia verrà presentato in Parlamento perla seconda volta in pochi
anni, a tutela della stessa persona, dalla stessa moderna destra che
gli italiani hanno scelto per governare il Paese. Con ogni evidenza,
per l'uomo che guida il governo non è sufficiente vincere le elezioni,
e nemmeno stravincerle: non gli basta avere una grande maggioranza alle
Camere, parlamentari tutti scelti di persona e imposti agli elettori,
una forte legittimazione popolare, mano libera nel dispiegare legittimamente
la sua politica. No. Ancora una volta a Berlusconi serve qualcosa
di illegittimo, che trasformi la politica in puro strumento di potere,
il Parlamento in dotazione personale, le istituzioni in materia deformabile,
come le leggi, come i poteri della magistratura. E una coazione a ripetere,
rivelatrice di una cultura politica spaventata, di una leadership fuggiasca
anche quando è sul trono, di un sentimento istituzionale che abitala
Repubblica da estraneo, come se fosse un usurpatore, e non riesce a farsi
Stato, vivendo il suo stesso trionfo come abusivo. Col risultato di vedere
il Capo dell'esecutivo chiedere aiuto al potere legislativo per bloccare
il giudiziario. Qualcosa a cui l'Occidente non è abituato,
un abuso di potere che soltanto in Italia non scandalizza, e che soltanto
l'establishment italiano può accettare banalizzandolo, per la
nota e redditizia complicità dei dominati con l'ordine dominante,
che è a fondamento di ogni autoritarismo popolare e di ogni democrazia
demagogica, come ci avviamo purtroppo a diventare. Questo uso esclusivo
delle istituzioni e della norma, porta fatalmente il Premier ad un conflitto
con il Capo dello Stato, garante della Costituzione. Napolitano era
già intervenuto, nelle forme proprie del suo ruolo, contro il
tentativo di introdurre la norma anti-prostitute nel decreto sicurezza,
spiegando che non si vedeva una ragione d'urgenza. Poi aveva preso posizione
perla stessa ragione contro l'ingresso nel decreto della norma che porta
i soldati in strada a svolgere compiti di polizia. Oggi si trova di
fronte un emendamento che addirittura sospende per un anno i processi
penali e ordina ai magistrati come devono muoversi di fronte ai reati,
una norma straordinaria inserita come "correzione" in un decreto
che parla di tutt'altro. Che c' entra la sospensione dei processi con
la sicurezza? Qual è il carattere di urgenza, davanti ai cittadini?
L'unica urgenza - come l'unica sicurezza - è quella privatissima
e inconfessabile del premier. Una stortura che diventa un abuso, e anche
una sfida al Capo dello Stato, che non potrà accettarla. Come
non può accettarla il Partito Democratico, che ieri con Veltroni
ha accolto la proposta di Scalfari: il dialogo sulle riforme non può
continuare davanti a questi "strappi" della destra, perché
non si può parlare di regole con chi le calpesta. Nello stesso
momento, mentre blocca i magistrati e ferma il suo processo, Berlusconi
interviene anche sulla libertà di cronaca. Il disegno di legge
sulle intercettazioni presentato ieri dal governo, infatti, non impedisce
solo la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche, con pene fino
a 3 anni (e sospensione dalla professione) per il cronista autore dell'articolo
e fino a 400 mila euro per l'editore. Le nuove norme vietano all'articolo
2 la pubblicazione "anche parziale o per riassunto" degli atti
delle indagini preliminari "anche se non sussiste più il
segreto", fino all'inizio del dibattimento. Questo significa il
silenzio su qualsiasi notizia di inchiesta giudiziaria, arresto, interrogatorio,
dichiarazione di parte offesa, argomenti delle difese, conclusioni delle
indagini preliminari, richiesta di rinvio a giudizio. Tutto l'iter investigativo
e istruttorio che precede l'ordinanza del giudice dell'udienza preliminare
è ora coperto dal silenzio, anche se è un iter che nella
lentezza giudiziaria italiana può durare quattro-sei anni, in
qualche caso dieci. In questo spazio muto e segreto, c'è ora l'obbligo
(articolo 12) di "informare l'autorità ecclesiastica"
quando l'indagato è un religioso cattolico, mentre se è
un Vescovo si informerà direttamente il Cardinale Segretario di
Stato del Vaticano, con un inedito privilegio per il Capo del governo
di uno Stato straniero, e per i cittadini-sacerdoti, più cittadini
degli altri. Se il diritto di cronaca è mutilato, il diritto
del cittadino a sapere e a conoscere è fortemente limitato. Con
questa norma, non avremmo saputo niente dello spionaggio Telecom, del
sequestro di Abu Omar, della scalata all'Antonveneta, della scalata Unipol
alla Bnl, del default Parmalat, della vicenda Moggi, della subalternità
di Saccà a Berlusconi, dei "pizzini" di Provenzano,
della disinformazione organizzata da Pollari e Pompa, e infine degli
orrori della clinica Santa Rita di Milano. Ma non c'è solo
l'ossessione privata di Berlusconi contro i magistrati e i giornalisti
(alcuni). C'è anche il tentativo scientifico di impedire la formazione
di quel soggetto cruciale di ogni moderna democrazia che è la
pubblica opinione, un'opinione consapevole proprio in quanto informata,
e influente perché organizzata come attore cosciente della moderna
agorà. No alla pubblica opinione (che non sappia, che non conosca)
a favore di opinioni private, meglio se disorientate e spaventate, chiuse
in orizzonti biografici e in paure separate, convinte che non esista
più un'azione pubblica efficace, una risposta collettiva a problemi
individuali. A questo insieme di individui - di cui certo fanno parte
anche gli sconfitti della globalizzazione, la nuova plebe della modernità
- il populismo berlusconiano chiede solo una vibrazione di consenso,
un'adesione a politiche simboliche, una partecipazione di stati d'animo,
che si risolve nella delega. La cifra che lega il tutto è l'emergenza,
intesa come orizzonte delle paure e fine del conformismo, del politicamente
corretto, delle regole e degli equilibri istituzionali. Conta decidere
(non importa come), agire (non conta con che efficacia), trasformare
l'eccezione in norma. Il governo, a ben guardare, non sta militarizzando
le strade o le discariche, ma le sue decisioni e la sua politica. Meglio,
sta militarizzando il senso comune degli italiani, forzandolo in un contesto
emergenziale continuo, con l'esecutivo trasformato per conseguenza da
organo ordinario in straordinario, che opera in uno stato d'eccezione
perenne. Così Silvio Berlusconi può permettersi di venire
allo scoperto in serata, scrivendo in una lettera a Schifani che la norma
blocca-processi "è a favore di tutta la collettività",
anche se si applica "a uno tra i molti fantasiosi processi che magistrati
di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica".
E il preannuncio di una ricusazione, in una giornata come questa, vergognosa
per la democrazia, con il premier imputato che rifiuta il suo giudice
mentre ne blocca l'azione. A dimostrazione che Berlusconi è pronto
a tutto. Dovremmo prepararci al peggio: se non fosse che il peggio, probabilmente,
lo stiamo già vivendo **** La
dittatura come alibi di Paolo Franchi
- Corriere della Sera 16 giugno 2008 Emilio Gentile, Piero
Melograni e Lucio Villari, interpellati per il Corriere da Paolo Conti,
hanno buone ragioni per dar torto a Giulio Tremonti, secondo il quale
tutti dovremmo ricordare che l'impoverimento dei ceti medi porta con
sé il fascismo, si sarebbe detto un tempo, come la nube la tempesta.
Ma sono, le loro, argomentazioni da storici. Nessuna delle quali
basta a convincere il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, convinto
che Tremonti proponga sì terapie inaccettabili, ma nella diagnosi
colga nel segno. Certo, in giro non si vede un Mussolini, non sono all'ordine
del giorno fondazioni di imperi, nessuna ora suonata dal destino minaccia
di battere nuovamente sui colli fatali di Roma. Ma, se per fascismo intendiamo
una svolta illiberale e autoritaria, secondo Sansonetti ci siamo: è
esattamente quello che sta capitando. Davanti agli occhi di tutti. Sull'onda
di un consenso (non solo dei ceti medi impoveriti) che non accenna a
scemare, anzi. Senza incontrare troppe resistenze. Tremonti
ovviamente intendeva dire un'altra cosa. Ma non c'è dubbio che,
tirando in ballo il fascismo, abbia toccato un nervo tradizionalmente
scoperto della sinistra italiana (non solo quella propriamente detta
che, a dire il vero, su questo terreno si muove con più cautela),
e ne abbia evocato qualche tic. Ragionando per la prima volta in pubblico
sulle ragioni della sconfitta, Fausto Bertinotti ha parlato di una Repubblica
ormai non più antifascista, ma solo "a-fascista": in
Italia, ha sostenuto, sta prendendo forma un "regime leggero".
E se Bertinotti ha optato per un ossimoro almeno nelle intenzioni prudente,
altri preferiscono giudizi più severi e definitivi, prendendo
spunto soprattutto dalle misure (discutibili) del governo sulle intercettazioni
e da quelle (discutibilissime, e anche peggio) sull'utilizzo dei soldati
in strada per dare man forte alle forze di polizia. Su Repubblica, Giuseppe
D'Avanzo parla di un Berlusconi intento a dimostrare che "per governare
la crisi italiana è costretto a separare lo Stato dal diritto",
con il soldato chiamato a farsi questurino, il giudice chierico, il giornalista
laudatore: per questa via, sostiene, la vita pubblica italiana si militarizza.
Eugenio Scalfari gli dà ragione. "Non sarà fascismo",
scrive, "ma certamente è un allarmante incipit verso una
dittatura che si fa strada in tutti i settori sensibili della vita democratica,
complici la debolezza dei contropoteri, la passività dell'opinione
pubblica e la sonnolenta fragilità delle opposizioni".
Si potrebbe continuare a lungo, ma possiamo già ricapitolare.
Fascismo, seppure inteso in senso assai lato. Regime, anche se debole.
Stato che si separa dal diritto. Vita pubblica che si militarizza. Incipit
di una dittatura. Se è così, altro che clima nuovo, altro
che democrazia dell'alternanza. Basterebbe meno, molto meno, per chiamare
alla più drastica e radicale delle opposizioni. Come si può
anche solo immaginare di aprire un dialogo ravvicinato, e oltre tutto
sul tema dei temi, la riforma delle istituzioni, con un governo e una
maggioranza che battono simili strade? Come si può tener viva,
in un simile contesto, anche solo l'idea di una reciproca legittimazione
tra le forze in campo, se una, quella che governa, ha scelto di incamminarsi
su una via che porta dritto al regime, anzi, alla dittatura, e forse
a un fascismo più o meno soft, e l'altra, quella che si oppone,
è tenuta, o dovrebbe esserlo, a difendere la democrazia? Nessun
dubbio. Non si può. Basta sonnecchiare. Si svegli, se ne è
capace, il Partito democratico. Si svegli, se ne è capace, Walter
Veltroni. Si svegli, se ancora c'è, la sinistra. Prima che sia
troppo tardi. Svegliarsi. Benissimo, ce n'è bisogno.
Ma per fare esattamente che cosa, oltre che per indignarsi, nessuno lo
spiega: gli appelli al risveglio delle opposizioni suonano così
drammatici e magari solenni, ma anche poco convincenti. Forse perché
sono poco convincenti le analisi che li sorreggono, e ancor meno i mostri
(il regime, il fascismo alle porte) evocati alla bisogna. Oltretutto
sono, a grandi linee, sempre gli stessi, dalla prima vittoria di Berlusconi
nell'ormai lontano 1994 in poi, nonostante in tutti questi anni regimi
non ne siano stati instaurati e anzi il centrosinistra abbia avuto modo
di governare per quasi una legislatura e mezza. Denunciare con parole
di fuoco il rischio che quello che non è capitato sinora stia
per succedere adesso è sicuramente più facile, ma altrettanto
sicuramente meno produttivo, che guardare impietosamente dentro questo
quindicennio e dentro se stessi per provare a essere oggi sul serio opposizione,
domani o dopodomani governo. Era davvero inevitabile che la transizione
italiana avesse un esito di destra? E adesso, non c'è nulla di
più utile da fare che denunciare la svolta autoritaria? "Non
c'è Annibale alle porte, non ci sarà un passaggio di regime.
C'è una nuova destra di governo e di amministrazione da sottoporre
ad analisi e da contrastare nella decisione, con uno scatto di pensiero
e di azione". Recita così la prima delle undici tesi messe
a punto dal Centro per la riforma dello Stato, un pensatoio classico,
e certo non sospettabile di moderatismo, della sinistra italiana presieduto
da Mario Tronti, per avviare la riflessione sulla stagione politica che
si è aperta lo scorso aprile, con la doppia sconfitta del grande
partito di centrosinistra e della piccola e mal- certa aggregazione di
sinistra. Sottoporre (di più e meglio) ad analisi per contrastare
(di più e meglio) nella decisione. Può darsi che queste
siano espressioni dal sapore antico. Ma si fatica a immaginarne di più
moderne, e soprattutto di più efficaci, per delle opposizioni
sconfitte che intendano risalire la china. **** Il
milite ignobile e il padre nobile del Pd Il
Riformista 16 giugno 2008 Ragioniamo. Che cosa ci fa temere
"la deriva della democrazia", "lo stravolgimento della
Costituzione" e addirittura "la separazione dello Stato dal
diritto", se 2500 soldati vengono (eventualmente) utilizzati in
operazioni di sicurezza pubblica? I motivi di un tale allarme, che ha
fatto risuonare ieri in Eugenio Scalfari quel tintinnio di sciabole con
cui in anni lontani denunciò un tentato golpe, possono essere
diversi. Potrebbe essere, per esempio, che una coscienza sinceramente
democratica non si fidi ancora delle nostre forze armate. Che le ritenga
un corpo separato, sempre pronto ad obbedire a qualcosa di diverso dal
potere democratico. Ma queste sono angosce inattuali dopo che per
vent'anni abbiamo rivolto collettivi encomi alla loro fedeltà
costituzionale e all'alto spirito di sacrificio con cui hanno agito nelle
missioni all'estero. Chi ne ha lodato l'equilibrio e l'umanità
nei confronti di popolazioni straniere e talvolta ostili, può
davvero temere che si mettano ora a sparare all'impazzata contro i napoletani
o gli zingari? Oppure può essere che, pur fidandosi dei militari
all'estero, li si tema nelle strade delle nostre città per una
innata tendenza all'uso della forza, per una sostanziale ignoranza dei
principi dell'habeas corpus, o semplicemente perché sono armati.
Ma allora sarebbero dovute finire in un bagno di sangue anche le missioni
"Vespri siciliani" a Palermo e "Forza Paris" in Sardegna,
per non dire della "Riace" e della "Partenope", queste
ultime due avvenute quando al Viminale c'era Giorgio Napolitano, l'indiscutibile
coscienza democratica che ora sta al Quirinale. Ma, si dice, stavolta
i militari non staranno fermi davanti a un edificio pubblico, cammineranno
per le strade. A parte il fatto che non sappiamo ancora se è vero,
perché non sappiamo ancora come Maroni deciderà di utilizzarli,
che male farebbero 2500 divise in più in circolazione? Mettiamo
che il governo avesse deciso di assumere altri 2500 agenti di polizia:
chi avrebbe gridato allo scandalo? Qui, non potendo assumerli perché
non ci sono soldi, li si prende dove già sono a libro paga: dall'esercito.
Potrebbe valerne la pena, se è vero quello che scrive il "Sole
24 ore": 2500 agenti in più costerebbero 37,5 milioni di
euro, 2500 soldati costano 17 milioni di curo. È un esempio
di mobilità all'interno della pubblica amministrazione che prima
o poi si dovrà adottare anche con gli agenti messi a fare gli
impiegati e gli autisti nelle prefetture e in Parlamento, per restituire
forze alla lotta contro la criminalità, piccola e grande. Il
rischio vero, di cui pochi parlano, più che per la democrazia
è per i soldati medesimi. Quali saranno i loro compiti? Che
cosa verrà loro richiesto di fare, quali risultati ci si propongono?
Dovranno infilarsi nei vicoli a caccia di clandestini e di spacciatori?
Quali le regole d'ingaggio, visto che un soldato deve sempre averne una
quando ha un mitra in mano? E soprattutto: perché questa decisione
non né stata inserita nel decreto-sicurezza, ma è stata
annunciata solo successivamente come un emendamento a quel decreto, così
sfuggendo alla valutazione preventiva del Quirinale e dei suoi uffici? Com'è
che il ministro La Russa si è battuto contro l'uso dei militari
per l'immondizia a Napoli e ora gli sta bene se fanno anche le ronde? Usiamo
i soldati perché servono al paese, o per far piacere a una componente
del governo? In linea di principio, non c'è nemmeno una buona
ragione che possa farci temere l'esercito: in Arkansas fu la Guardia
nazionale schierata da L.B. Johnson a consentire il primo grande balzo
dell'America contro la segregazione razziale. Ma in concreto il governo
non ci ha fatto ancora capire che cosa intende fare di quei militari,
e deve farlo in Parlamento. Stabilito che il milite non è ignobile,
qualche parola sul padre nobile che il Pd disperatamente cerca e non
trova. Presidenti del partito con quelle caratteristiche, e disposti
ad esporsi al voto segreto dell'Assemblea, non ce ne sono: consiglio
di prenderne atto e rassegnarsi Non è un caso. Il Pd è
una famiglia, come si dice oggi, allargata: molti padri e molte madri,
e figli di diversi matrimoni. L'albero genealogico è illeggibile,
l'eredità non passa tra consanguinei, e i discendenti non derivano
per linea diretta da un unico ceppo. In queste condizioni, padri nobili
non possono essercene. Prodi era l'unico, ma solo perché era stato
il padre nobile dell'Ulivo, cioè della famiglia allargata precedente.
Caduta la sua disponibilità (con qualche ragione) non c'è
che da lasciar perdere Inutile cercarsi i penati se i penati non ci sono. Vale
per la presidenza del Pd e vale per la sua collocazione europea. É
lo svantaggio della condizione di meticci. Che darebbe anche molti vantaggi,
di fantasia originalità e creatività, se solo ci si svegliasse
da questo torpore in cui ci si occupa solo di poltrone, sedili e strapuntini. **** Brunetta
tra fannulloni e meritocrazia di Attolico
DSEPuglia 15 Giugno 2008 Un ministro così "solare"
e sopra le righe non ce lo ricordavamo da tempo, in particolare da quando
si sono insediati questi ministri "ombra", tanto oscuri da
far brillare i primi, ma poichè il nostro Paese è ad un
punto di non ritorno, ecco che si abbandonano mezze misure, buonismi,
il doroteo "nì" e tutto concorre a scacciare dalla mente
i fantasmi di una depressione incombente, con l'italiano medio che arranca
alla quarta settimana e con una prospettiva di dati "reali"
(indicatori P.I.L., inflazione, consumi) che volge al peggio. Tanto
vale cercare qualche capro espiatorio e farci cullare dai sogni di Brunetta,
che come ogni estremista snocciola qualche sacrosanta verità e
che gode del maggior consenso popolare (59%) tra i ministri in carica,
che attendono con ansia la traduzione in pratica dei proclami anti-fannulloni
al motto "colpirne uno per educarne cento" e così tra
dodici mesi avremo, pena dimissioni annunciate, la "rieducazione"
di milioni di impiegati a carico di "Pantalone". Non se
ne dolgano i tanti che fanno pienamente e con coscienza il proprio lavoro
al servizio del cittadino, ma è vero che l'indice di efficienza
dell'impiegato-tipo è del 23%, troppo poco in tempi di magra per
giustificare i colletti bianchi del "Belpaese". La tipologia
dell'impiegato pubblico fannullone è complessa e variegata: si
va dall'assenteista a "morbilità reiterata", al solerte
presenzialista, assorto nella propria scatola virtuale da scrivania,
variante dei nostri tempi del cruciverba della generazione precedente.
C'e chi soffre la staticità del fisico e decide di cacciare "professionalmente"
le mosche quando arriva la stagione, chi ancora con qualche foglio in
mano gira vorticosamente per i corridoi, chi approfitta per fare la spesa
per casa. Fuori da ironie scontate bisognerebbe però spezzare
una lancia a favore dei "travet", condannati ad una lenta agonia,
ad una noia mortale per 150 ore al mese e 1000 euro che bastano si e
no a coprire le necessità primarie e così milioni di famiglie
italiane sopravvivono in virtù dell'assunto keynesiano, forse
estremizzato e volgarizzato dai nostri connazionali. Facciamo un passo
indietro, agli anni '70, quando il binomio politica-burocrazia strinse
un patto d'acciaio: da un lato il potere "tout-court", dall'altro
la cinghia di trasmissione, solerte e ossequiosa, la macchina organizzativa
dei consensi, affrancata da efficienza amministrativa e utilità
sociale quanto sempre prona per grazia ricevuta (il mitico "posto
fisso") a futura memoria, per il proprio "padrino" ed
eventuali discendenti. Ovvio che, in questo clima deteriore da 1^ repubblica,
che con il bilancino gestiva scientificamente anche la porzione di privilegi
in quota "sindacale" all'opposizione, la meritocrazia, l'efficacia,
l'efficienza costituivano mine vaganti e crepe nell'equilibrio costituito,
ragion per cui venivano tollerati solo "una tantum", come fiori
all'occhiello, possibilmente defilati e posti in condizioni di "non
nuocere" e non alterare lo "status quo". Oggi milioni
di impiegati pubblici hanno perso le coordinate del proprio lavoro, in
questo scontro ideologico-filosofico del lavoro tra I^ e II^ repubblica,
l'un contro l'altra armata. In questa operazione di pulizia " massimalista",
in questa caccia all'untore, radicale e sommaria, qualcuno ha pensato
di dare l'ultima chance a questi "nemici del popolo" camuffati
da servitori, qualcuno ha loro cercato di condurli in un processo di
formazione o "ri-formazione", con piani di crescita professionale,
mobilità gratificante, aggiornamenti e utilizzo delle nuove tecnologie?
Oggi, come sempre, chi rischia di pagare sono solo le ultime file! Francesco
Attolico (presidente Democrazia Sociale Euromediterranea Puglia) attolico.
Dsepuglia .tele2.it D.S.E. PUGLIA. **** "Renato
Brunetta ha scoperto l'acqua calda!" di
Luca Bagatin 14 Giugno 2008 "Ho scoperto l'acqua calda!",
così ha esordito venerdì 13 giugno scorso il Ministro per
la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta nella gremita
Sala della Regione di Via Roma a Pordenone, presentatosi in abbigliamento
sportivissimo con camicia a righe rosse e giubbino smanicato bianco. "Ho
fatto pubblicare i dati sui tassi di assenteismo sul sito web del mio
Ministero e presto farò pubblicare anche i dati relativi ai permessi
sindacali dei miei dipendenti". Trasparenza. Questa la parola
d'ordine del Ministro che ha chiesto anche agli altri suoi colleghi di
Governo di fare altrettanto ma, per ora, come egli stesso ammette, hanno
fatto orecchie da mercante. Renato Brunetta, già economista
di scuola liberale e già a suo tempo vicino al Psi di Bettino
Craxi, va avanti per la sua strada: legittimo prendere permessi nella
pubblica amministrazione, purché i cittadini ne siano informati
e possano controllarne l'attività! Puro buonsenso, pressoché
mai introdotto nei governi che si sono succeduti negli ultimi 15 anni.
Il Ministro ne ha anche per la Sinistra Arcobaleno di cui un gruppetto
di 6-7 persone volantinava al di fuori della sala citando un articolo
del giorno prima de "Il Piccolo" di Trieste che aveva pubblicato
dei dati sull'assenteismo dello stesso Brunetta al Parlamento Europeo
quando era deputato. "Questo volantino è merda!",
ha tuonato senza mezzi termini Brunetta, piccato, informando i volantinatori
e tutta la platea che quei dati sono fasulli al punto che lo stesso "Il
Piccolo" ha pubblicato la smentita lo stesso venerdì 13,
confermando i dati ufficiali che attestano le sue presenze fra il 60
ed il 70 %. "E' necessario premiare i migliori e punire i furbi
ed i fannulloni, magari a partire dal licenziamento di coloro i quali
nel settore pubblico presentano certificati medici fasulli. E punire
i medici stessi che si prestano a tale truffa", questa la linea
del Ministro dell'Innovazione il quale prospetta anche che l'attuale
Governo farà di tutto per ridurre la spesa pubblica cominciando
con l'abolizione delle comunità montane e con la riduzione del
numero delle Provincie. E poi si spinge oltre: "Entro i prossimi
3 anni arriveremo a coprire con la banda larga tutta l'Italia e a semplificare
i bilanci dei Comuni sotto i 3000 abitanti mediante l'introduzione di
una modulistica semplificata". E ancora, il Ministro Brunetta,
ha parlato della riforma federale dello Stato che prevede che ciascuna
Regione italiana trattenga al suo interno l'80% della ricchezza prodotta.
Il che significherebbe maggiore responsabilità nella spesa pubblica.
Diversamente si può arrivare anche al commissariamento della regione
stessa. E termina parlando di un ambito non di sua competenza ministeriale,
ma che lo ha sempre appassionato: quello del lavoro. "E' vergognoso
che in Italia vi siano pochissimi ispettori del lavoro" utili tanto
per i controlli sulla sicurezza che sulla trasparenza dei contratti.
Ricorda come anni fa proponeva di spostare gli impiegati dal settore
del collocamento del lavoro, ormai abolito, a funzioni di ispettorato,
ma incontrò la totale opposizione dei sindacati. Renato Brunetta,
ad ogni modo, non è disposto a lasciarsi intimidire e, almeno
nella Pubblica Amministrazione, farà di tutto per rivoluzionarla,
in quanto, sottolinea: "I servizi pubblici sono di tutto vantaggio
dei ceti più deboli e meno abbienti". Un Renato Brunetta
che parla come un uomo di sinistra e da rivoluzionario, almeno nella
definizione classica del termine. Un Ministro che darà certamente
filo da torcere ma, a giudicare dall'ovazione tributatagli dalla platea
pordenonese e dai sondaggi, destinato a diventare sempre più popolare.
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it **** Perché
la sinistra é rimasta antipatica di
Luca Ricolfi - Il Riformista 12 giugno 2008 La sinistra ha
perso le elezioni perché non è ancora guarita dalle malattie
che affliggono il suo discorso? Detto brutalmente, siamo ancora troppo
antipatici per vincere? Sì e no. O meglio: siamo ancora discretamente
antipatici, ma forse il nostro più grande problema sta diventando
un altro. Vediamo quale. Da un certo punto di vista le elezioni del
2008 sono state una prova generale anticipata di quel che, quando scrissi
"Perché siamo antipatici?" (ossia nel 2005), era ragionevole
aspettarsi per il 2011: una campagna elettorale senza l'arnia dell'antiberlusconismo.
Contrariamente a molti studiosi di mass media, ho sempre ritenuto, sulla
base delle mie ricerche empiriche, che l'antiberlusconismo fosse un'arma
magari politicamente discutibile ma elettoralmente molto efficace. Non
ho mai pensato che, limitandosi a deporre l'antiberlusconismo, la sinistra
avrebbe conquistato più voti, ma semmai che ne avrebbe conquistati
di meno. Per questo, immaginando che l'uscita di scena di Berlusconi
sarebbe avvenuta nel2011, mi attendevo una pesante sconfitta elettorale
per quell'anno. Quel che è successo, invece, è che grazie
alla fine anticipata della legislatura e alla scelta di Veltroni di non
brandire l'arma dell'antiberlusconismo, la sinistra ha potuto sperimentare
fin dal 2008 che cosa significa combattere la destra senza l'aiuto di
quell'arma. L'antiberlusconismo, infatti, è stato per quindici
anni la risorsa che ha permesso alla sinistra di non fare i conti con
se stessa Venuta meno quella risorsa la sinistra si è trovata,
per così dire, nuda di fronte all'elettorato: forse un po' meno
antipatica di prima, grazie a Veltroni che ha aperto una stagione di
chiarezza programmatica e di rispetto delle persone 'di destra",
ma ancora drammaticamente distante dalla sensibilità degli strati
popolari, perché la stagione dei salotti è stata troppo
lunga e l'opera di costruzione di un'identità sociale nuova richiede
anni di duro lavoro. Per toccare con mano questo ritardo, basta osservare
come le persone politicamente impegnate, gli intellettuali, i giornali
vicini alla sinistra hanno reagito alla doppia vittoria del centrodestra,
che prima ha conquistato il governo centrale (13 aprile 2008) e subito
dopo - con Alemanno - è riuscito nell'impresa storica di espugnare
il comune di Roma, da ormai quindici anni feudo della sinistra riformista.
C'è chi è semplicemente sgomento, come un pugile suonato. C'è
chi non si capacita che così tanti italiani si siano fatti abbindolare
da un tipo come Berlusconi. C'è chi straparla di ritorno del fascismo. C'è
chi, al solito, dice di voler emigrare all'estero. C'è chi
tenta un'analisi, e constata che quelli di sinistra sono una "minoranza
di massa", irrimediabilmente diversa dalla maggioranza degli italiani. C'è
chi dice che la "pancia del paese" ha scelto la destra. C'è
chi ti guarda con gli occhioni smarriti e ti chiede: ma tu non sei preoccupato?
(però non si sognava di chiedertelo mentre Prodi propugnava l'indulto
e contro-riformava il paese). Insomma, Veltroni ci ha pure provato a
non alimentare il "razzismo etico" di una parte dell'elettorato
di sinistra ma, non avendo neppure incominciato a ridefinire davvero
identità e confini della sinistra stessa, non ha potuto cancellare
in pochi mesi un sentimento - quello di superiorità culturale
e morale - coltivato per decenni da tutto il ceto politico progressista,
Veltroni incluso naturalmente. Un sentimento che non è del Pd
in particolare, ma è proprio della cultura di sinistra nel suo
insieme, compresa quella estrema di Bertinotti e Diliberto, compresi
gli intellettuali e gli artisti fiancheggiatori, compresi i giornalisti
e i commentatori che ogni giorno parlano della destra con la supponenza
di chi si situa a un ben altro livello di civiltà, di dirittura
morale, di responsabilità istituzionale. Poteva andare diversamente?
Probabilmente no, a meno di cominciare molto tempo prima. Non dico nel
1989, quando la caduta del muro di Berlino aumentò i gradi di
libertà dei partiti comunisti dell'Occidente. E nemmeno nel 1998,
quando lo sgambetto di Bertinotti al primo governo Prodi avrebbe dovuto
aprire gli occhi a tutti. Ma almeno nel 2006, quando Prodi tornò
al potere e i riformisti rinunciarono da subito a far valere il loro
peso dentro l'Unione. Se Veltroni avesse cominciato allora a far sentire
la sua voce, ad esempio opponendosi all'indulto, o contrastando le scelte
contro-riformistiche imposte dalla sinistra massimalista in materia di
tasse e spesa pubblica, nel 2008 l'elettorato avrebbe considerato più
credibile l'offerta del Pd. Difficilmente questo sarebbe bastato a vincere
le elezioni, ma certo avrebbe reso meno bruciante la sconfitta. Veltroni
e i suoi non vogliono rendersene conto, ma la realtà è
che Berlusconi è arrivato a queste elezioni in condizioni di gravissima
debolezza. Gli italiani erano delusi del Cavaliere alla fine del quinquennio
20012006, ma erano altrettanto scettici e disincantati all'inizio del
2008, quando sono tornati a votare per lui. E se nonostante questo scetticismo
e questo disincanto hanno deciso di rimettersi nelle sue mani, è
perché il messaggio di Veltroni è risultato ancora meno
credibile di quello del vecchio leader del centrodestra. E' vero,
anche grazie a Veltroni il messaggio della sinistra sta lentamente perdendo
alcuni dei tratti che così a lungo l'hanno resa antipatica a tanti
elettori, in primis l'oscurità del linguaggio e l'atteggiamento
di superiorità morale. Si potrebbe dire che la sinistra di Veltroni
sta cercando di acquisire le virtù del "quarto stile",
basato sulla chiarezza e il rispetto dell'elettorato altrui. Ma l'opera
è appena incominciata. Il popolo di sinistra, nutrito per decenni
di false credenze, comode mitologie, racconti autoconsolatori, impiegherà
ancora molto tempo per sintonizzarsi sul nuovo corso, per acquisire una
forma mentis più aperta. Soprattutto, è lecito dubitare
che il nuovo corso porti molto lontano finché chi lo guida non
si libererà della peggiore eredità della cultura comunista,
ossia la mancanza di rispetto per la verità, l'attitudine a nascondere
i fatti, la tendenza a manipolare l'informazione in funzione dell'interesse
di parte. Perché fino a ieri l'amore per la verità era
(forse) un lusso, ma oggi - per la sinistra - sta diventando una necessità
vitale. La sinistra perde non soltanto perché è arrogante,
presuntuosa e insincera. Perde anche perché non capisce la società
italiana, non è in grado di guardare il mondo senza filtri ideologici,
non sa stare fra la gente, ha perso del tutto la capacità di ascoltare
e la voglia di intendere. E intenderà sempre di meno finché
avrà paura dei fatti, delle opinioni non conformi, nonché
di guardare senza pregiudizi alla drammatica scia, fatta di povertà,
insicurezza e paura, che il governo Prodi ha lasciato nel paese. I
suoi notabili, dopo averci raccontato la fiaba dei 23 miliardi di extragettito
da spendere, provano a convincerci che il Pd è andato bene. Veltroni
si permette di deridere chi - come il direttore del Riformista Antonio
Polito osa mostrare le cifre del disastro elettorale nonostante il quotidiano
che le riporta venda "solo 2.000 copie". Rutelli, con la
criminalità al massimo storico, ha il coraggio di dire che è
la destra che "strumentalizza" il problema della sicurezza.
A suo tempo, Bertinotti aveva spiegato che il provvedimento d'indulto
aveva innanzitutto un "valore pedagogico" (di educazione alla
tolleranza, suppongo). Si potrebbe continuare. Ma ce n'è abbastanza
per rendersi conto che, ormai, il problema centrale della sinistra non
è più l'antipatia che essa suscita negli altri, bensì
l'accecamento che il complesso dei migliori ha prodotto nella sinistra
stessa, la distanza siderale che ormai la separa dal comune sentire.
NOTE Estratto della postfazione alla nuova edizione aggiornata del
libro di Luca Ricolfi "Perché siamo antipatici? ", Longanesi
in uscita domani Potenti e Impotenti. Non il mercato è globale
ma la redistribuzione della povertà **** I
veri orfani del fascismo di Mario Giordano
- Il Giornale 6 giugno 2008 O bella ciao. Stamattina mi sono
svegliato e Berlusconi è tornato l'invasor. Il tentativo di fare
un'opposizione senza gridare al nuovo fascismo è durata lo spazio
di un Veltroni. Cioè nulla. Appena il leader del Pd s'è
eclissato, come vi avevamo raccontato con un filo di timore nei giorni
scorsi, voilà: o partigiano, portami via, che mi sento di morir,
sono tornate le barricate e la voglia di Resistenza. O, almeno, pseudo-Resistenza.
E se io muoio da antiberlusconiano, tu mi devi seppellir. "Siamo
un Paese in libertà vigilata", titola l'Unità. "C'è
il rischio fascismo", esplicita Liberazione. Giovanni Sartori mette
in guardia contro i "dittatori democratici". Eugenio Scalfari
nel suo sermone domenicale scomoda lo Stato Assoluto di Re Sole (ma senza
sole, con la "fanghiglia") e non bastandogli la Resistenza
invoca un nuova Rivoluzione Francese (cercasi interpreti per il ruolo
di Robespierre). Marco Travaglio già evoca il martirio e sogna
di essere arrestato. Mancano Giorgio Bocca che fonda il Cln al barbaresco
e Curzio Maltese nei panni di staffetta della Val d'Ossola, e poi il
quadro sarebbe completo. Ma l'antiberlusconismo non era finito? Non
ci avevano detto che "il principale esponente dello schieramento
avverso" non sarebbe mai più stato dipinto come il demonio?
Non avevano promesso un'opposizione ferma ma costruttiva? E dove sono
finiti costoro? Addio loft, addio toni soft: il catastrofico tramonto
del veltronismo porta con sé, come inevitabile corollario, il
ritorno all'odio per il Cavaliere, come unico collante possibile delle
tante anime in pena della sinistra. Gridano "attenti al Duce",
nella speranza che le urla coprano il vuoto dei loro discorsi. Il
fatto che il governo funzioni, decida, piaccia è, in questo senso,
un'aggravante. E qui arriva il vero guaio. Perché in realtà
molti dei provvedimenti decisi in queste ore meriterebbero di essere
discussi, migliorati, perfezionati. Ieri Mario Cervi ha parlato su queste
colonne, con un articolo che condivido in pieno, di problemi che il disegno
di legge sulle intercettazioni potrebbe creare alla libertà di
stampa. Oggi Geronimo, con un articolo che condivido di meno, solleva
altri dubbi. Personalmente non mi fanno impazzire i limiti alla cronaca
e i soldati a perlustrare i quartieri delle città. Ma per migliorare
questi provvedimenti c'è bisogno di un'opposizione (e di commentatori)
capaci di dare contributi, di proporre idee sui giornali e emendamenti
in Parlamento. Mettersi sulle barricate, parlare di Re Sole e di piazza
Venezia, a chi serve? A bloccare il Paese. A non decidere, ancora una
volta, a lasciare i problemi irrisolti. È strano: siamo circondati
dalle emergenze, ma è come se ci piacesse rimanere imprigionati
in esse. Come se fossimo stati colti dalla sindrome di Stoccolma dello
sfascio. Tanto peggio, tanto meglio: Travaglio in questi giorni l'ha
pure teorizzato. Ci piace così, andare a ramengo, piangendoci
addosso. Magari approfittandone. Mussolini (quello vero) diceva che governare
gli italiani non è difficile, ma è inutile. Provare a dargli
torto non è la cosa più democratica che ci sia? E per
dargli torto che si può fare, se non governare? Alle volte, però,
sembra che sia proprio quello che fa paura: e così resta l'amara
impressione che molti di quelli che in queste ore riscoprono l'antiberlusconismo
militante, in realtà non temono l'avvento (futuro) della dittatura.
Temono l'avvento (presente) di un governo. Si capisce: erano disabituati
ad averne uno. **** Potenti
e Impotenti. Non il mercato è globale ma la redistribuzione della
povertà di Massimo Pacelli - Le
News Nuovapoesia Martedì 17 Giugno 2008 Con l'avanzare
dell'età, con una frequenza inversamente proporzionale al tempo
che si assottiglia, una domanda mi assilla la mente: come può
fare per farsi ascoltare, un singolo individuo che non disponga di propri
mezzi di comunicazione e che ritenga necessario, per il fatto ineludibile
ed ineluttabile di essere e sentirsi parte di una società, dover
alzare la voce a tal punto che essa possa essere sentita ed ascoltata
dal maggior numero dei propri simili, qualora sia convinto che quella
stessa società debba essere assolutamente resa cosciente di forti
motivi di preoccupazione e pericolo? Come risposta ho scelto questo
sito, che mi ospita come autore di pochi indegni versi, per raccontare
la mia visione, la mia versione dei fatti. Esiste il concetto di
"ricchezza" la quale viene percepita, ovviamente, attraverso
la sua manifestazione: belle case, automobili da sogno, panfili, grandi
feste, costosi abbigliamenti ecc. ecc. La percezione della ricchezza
di un paese non si discosta molto da quella sopra descritta. Assistiamo
oggi ad una forte, fortissima compressione della "ricchezza",
qui nel nostro paese come in tutto il mondo "industrializzato".
Questa compressione genera il fenomeno, ormai ben evidente a tutti, dell'indebolimento
e dell'impoverimento complessivo di fasce sociali precedentemente benestanti.
Insomma è ormai famosa la frase secondo cui i ricchi "veri"
sono sempre più ricchi e i poveri aumentano di numero e si allarga
la fascia di individui che vive sulla soglia della povertà. C'è
da chiedersi se questo fenomeno sia conosciuto e spiegabile dalla miriade
di esperti di economia che interpretano le fortune dei sistemi economici
dei paesi industrializzati; dai ministri dell'economia e delle finanze;
dagli addetti ai lavori. Perché: o non hanno compreso il fenomeno,
e allora mandiamoli tutti a casa, oppure il fenomeno è stato ben
compreso ed è conosciuto ma la soluzione è talmente spiacevole
che non si ritiene opportuno comunicarla ai comuni mortali che darebbero
luogo a chissà quali sovvertimenti. Per comprendere quello
che sopra ho solo accennato è bene partire dal concetto di ricchezza
che non va confuso con la sua manifestazione. Infatti, la ricchezza
non è denaro in banca, proprietà immobiliari o quant'altro.
La ricchezza consiste nel flusso monetario. Per spiegarmi meglio farò
un esempio banale: ipotizziamo che il soggetto A guadagni 3000 euro in
un mese, il soggetto B guadagni gli stessi 3000 euro in un giorno e il
soggetto C ancora gli stessi 3000 euro in un anno. Ebbene è di
tutta evidenza che potremmo definire ricco il soggetto B, benestante
il soggetto A, povero il soggetto C. Ma cerchiamo di capire qual è
il significato del guadagno dei 3000 euro. Ebbene non significa altro
che una stessa quantità di denaro circola nelle tasche del soggetto
B mediamente 30 volte più velocemente che nelle tasche del soggetto
A e 365 volte più velocemente che nelle tasche del soggetto C
(ecco spiegato il concetto di flusso). Potremmo sostenere, quindi,
che la ricchezza è determinata dal maggior numero di volte che
una determinata somma transita nelle tasche di un determinato soggetto
in un tempo determinato e costante. Questo concetto è fondamentale
per comprendere il fenomeno non più a livello personale ma a livello
globale, poiché la ricchezza di un individuo non è concettualmente
diversa, come abbiamo detto sopra, dalla ricchezza di un paese. Orbene,
un paese sarà tanto più ricco quante più volte una
somma di denaro, in questo caso determinata e, essendo un paese una comunità
di persone, proporzionale al numero degli abitanti, confluirà
nelle casse di quel paese in un tempo determinato. Ecco quindi che,
se cercassimo di "vedere" questi flussi monetari come vènti
planetari che si spostano da un paese all'altro del globo, potremmo vedere
che questi girano molto più velocemente nelle aree del pianeta
più "industrializzate" e molto più lentamente
nelle aree del terzo e del quarto mondo. Che cosa sta avvenendo da
ormai oltre un decennio? Che il fenomeno economico della cosiddetta
"globalizzazione" ha cominciato a spostare la circolazione
di quei "vènti" monetari sempre più verso gli
ex paesi del terzo mondo, l'Asia in particolare, ma anche altri paesi
come l'est Europeo ecc. Poiché però i "denari"
non possono riprodursi come frutti o come animaletti, ma devono corrispondere
ad una certa quantità di oro che giace nei forzieri di ciascuna
Nazione (anche se su questo sarebbe da aprire un capitolo a parte), la
più veloce circolazione di moneta nei nuovi mercati determina
necessariamente e irreversibilmente il rallentamento del flusso nei paesi
cosiddetti "industrializzati" e, con esso, il loro impoverimento.
Tale destino parrebbe quindi segnato e quindi dovremmo aspettarci di
diventare sempre più poveri. Che cosa va, però, aggiunto?
Poiché il rallentamento della circolazione nei paesi industrializzati
determina un impoverimento, come abbiamo detto, delle popolazioni industrializzate
ma il corrispondente arricchimento dei paesi emergenti, essendo paesi
in cui la popolazione è molto più numerosa, non determina
un proporzionale e corrispondente arricchimento degli individui, si assiste
ad un "globale" impoverimento degli abitanti di questo pianeta
e, questa condizione di maggiore povertà generalizzata, fa emergere
in maniera ancora più evidente la ricchezza di quei soggetti che
governano i flussi monetari (e parliamo di multinazionali del petrolio,
di banche ecc. insomma dei soliti soggetti). E adesso, chiudendo
questo, spero non eccessivamente noioso e incomprensibile, discorso,
sarebbe bene che qualcuno ci spiegasse se e, eventualmente, in quale
misura, abbia un ruolo in tutta questa faccenda un gruppo che ormai da
oltre cinquant'anni si riunisce annualmente. Ci riferiamo al Gruppo Bilderberg.
Che cosa è questo gruppo? Il gruppo Bilderberg nasce nel 1952
e prende il nome dall'Hotel in cui, nel 1954, una quantità di
politici e uomini d'affari si riunì a Oosterbeek, in Olanda. Da
allora le riunioni sono state ripetute una o due volte all'anno per circa
un centinaio di partecipanti ogni volta. Molti partecipanti sono
capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell'Unione Europea
(anche l'ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, l'ex ministro dell'Economia
e delle Finanze Tommaso Padoa Schioppa, il suo successore Giulio Tremonti
e numerosi altri politici, imprenditori, funzionari di governo italiani,
hanno partecipato a qualche meeting. A titolo personale? Nella loro funzione
Pubblica? Beh, perché non ci spiegano perché si sono guardati
bene dall'informare anche semplicemente che partecipavano a questo consesso?),
ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell'alta finanza
europea e anglo-americana. I partecipanti si distinguono in diverse
categorie (non ci ricorda forse le logge massoniche?), ma principalmente
in due: coloro che sono membri permanenti dell'organizzazione e coloro
che possono essere invitati in via eccezionale come spettatori o relatori.
Singolare è il fatto che chiunque partecipi è tenuto a
mantenere il più stretto riserbo (meglio: segreto) circa i temi
di discussione (perché in tre giorni, tanto durano le riunioni
annuali del gruppo, si parlerà pur di qualcosa!). Anche influenti
rappresentanti della più accreditata carta stampata partecipano
al gruppo, eppure nessuna notizia trapela degli incontri né delle
discussioni (bah!). Poiché mi rendo conto che in questo mondo
frequentemente capita di fare dietrologia, mi limiterò a riportare
quelle informazioni che sono, almeno credo possano essere ritenute, oggettivamente
attendibili. Per chi avesse voglia o desiderio può tuttavia approfondire
questo argomento semplicemente digitando "Bilderberg" in uno
dei tanti motori di ricerca e troverà di tutto, anche di un ipotetico
nuovo ordine mondiale e, comunque, elenchi su elenchi di partecipanti.
Tornando a noi, dice l'Enciclopedia Britannica alla voce "Bilderberg
Conference": annual three-day conference attended by about 100 of
Europe's and North America's most influential bankers, economists, politicians
and government officials. The conference, held in a different Western
country each year, is conducted in an atmosphere of rigid secrecy...(1)
Oppure, come risulta agli atti dell'House of Commons Hansard del
30 marzo 1998 colonna 377 in quella che da noi sarebbe definita un'audizione
al Parlamento del Primo Ministro in cui questi risponde ad interrogazioni
e interpellanze parlamentari, nella quale Mr. Gill prende la parola:
"per chiedere al Primo Ministro, se i membri del suo governo hanno
partecipato alle riunioni del gruppo Bilderberg" E il Primo
Ministro non risponde: alle riunioni di chi? ma, mostrandosi tranquillamente
a conoscenza del Gruppo, risponde candidamente e semplicemente: no! Insomma,
non voglio dire che ci sia una relazione diretta tra quanto ho sopra
raccontato in merito all'impoverimento di tanti ed all'arricchimento
di pochi e il gruppo di amici che si riunisce per una bella vacanza di
tre giorni nei quali si recita probabilmente il rosario, gli uomini fumano
il sigaro e le donne fanno la calzetta; però, perché non
dirci almeno chi vince a carte? (1) Conferenza annuale di tre giorni
di circa 100 partecipanti tra i più influenti banchieri, economisti,
politici e funzionari di governo d'Europa e Nord America. La conferenza,
che si tiene in un differente paese occidentale ogni anno, è condotta
in un'atmosfera di rigida segretezza. A sottolineare l'avviamento
della fase due del programma Nuovapoesia per il web, dopo il successo
dell'iniziativa "Amico del Libro" e la solidarietà espressa
alla campagna "web pulito", un'interessante analisi di un amministratore
di Nuovapoesia sulla "redistribuzione della povertà",
intesa in senso monetario ma anche culturale, propone un intrigante dibattito
dal titolo "Non il mercato è globale ma la redistribuzione
della povertà" che potremmo chiamare anche "Bilderberg
- quello che i potenti non dicono". Un articolo apolitico e sconvolgente
per attualità e notizie che nessun organismo d'informazione, anche
fra quelli più "contro", ha mai osato diffondere e approfondire
a sufficienza. Perché queste notizie vengono oscurate? Esiste
davvero un "burattinaio del mondo" e chi deve decidere la nostra
sorte e quella dei nostri figli? Vi invitiamo a leggerlo, crediamo che
ne valga veramente la pena: http://nuovapoesia.forumup.it/about4104-nuovapoesia.html Nuovapoesia
il sito dei Poeti e Scrittori del web http://www.nuovapoesia.com