<Jena
- Mario Caligiuri -
Davide Giacalone - G.Quagliariello -
Il Foglio - Vittorio Feltri -
Luigi La Spina - Filippo Facci -
Luca Ricolfi - D.Cofrancesco -
Marco Travaglio>
**Razza
scopona**
L'Associazione
Italiana per la Ricerca in Sessuologia (AIRS) rivela che il 5,8 degli
italiani ha una patologica dipendenza da sesso, ovvero percepisce la propria
sessualità centrale rispetto alla sua vita e agisce in risposta
a impulsi irrefrenabili senza curarsi degli effetti". http://www.youtube.com/watch?v=PA0VF7CK-q8
:)) Orietta Accarpio
---
Razza
scopona sì!
MI FAI MORIRE.... !!!!
---
*Razza
scopona*
Brava!!!!!!!!!!!!!!!!!! Come sempre!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
G. Russo
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*Razza scopona*
Grandiosa
sintesi dell'italietta di oggi cara D'Olcese. Roba da far morir di caldo
gli equimesi!
San Silvio, malgrado tutto, salvaci tu! Un caro abbraccio,
domani sul ns.blog, ora son di corsa Galgano Palaferri
---
Beati
di
Jena - La Stampa 4 luglio 2008
Su tutta questa storia di pseudo politica
e di falso moralismo, si può dire solo una cosa: se Berlusconi
e Carfagna sono stati amanti, beati loro. Anzi, beato lui.
---
da
Pornopolitica e pornogirotondi
di
Gaetano Quagliariello - Libero 4 luglio 2008
(...). Tutti uniti
dal disprezzo per la volgarità della sovranità popolare,
e dall'intima certezza d'incarnare il bene assoluto, al netto delle Mercedes,
dei milioni avvolti nelle pagine di giornale, dei calzini acquistati a
sbafo, dei pied-à-terre in comodato gratuito. E, forti di questa
presunzione, pronti a mettere in dubbio il verdetto del popolo bue attraverso
la denuncia di turpi commerci illeciti, fellatio e, se del caso, persino
masturbazioni indebite. É proprio questa la deriva alla quale stiamo
assistendo. (...)
---
Decreto
Blocca-processi? Ma se sono tutti già BLOCCATI!!!
Lodo
ALFANO per processi iniziati da decenni!!!!!! Una legge blocca -processi
in Italia è INUTILE: Sono già bloccati (anni per una causa,
decenni per un processo) ed è quindi VERGOGNOSA. Lodo Alfano per
L'IMMUNITA' delle alte cariche ma anche per processi iniziati da decenni?!
Sarebbe
giusta solo per processi iniziati durante la carica. INSOMMA è
una vergogna. Non siamo affatto d'accordo. Arch. Graziella Iaccarino Idelson
---
NO
AL BLOCCA PROCESSI COMUNQUE. ANCHE SE I PROCESSI SONO DI PER SE' GIA'
BLOCCATI. gd'o
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*Razza
scopona*
Sarebbe davvero la migliore delle dittature.:-)
Ciao Stefano.
---
*Razza scopona* parole
sante.
Ma cherie quando ci rivediamo? bacio Caligiuri
Caligiuri
---
*Razza
scopona*
certo Giuliana, osservazione centrata al
100%, come sempre! ciao Francesco
---
*Razza
scopona*
Forte Giuliana!!! Vero. Tra l'altro, per
noi tradizionalisti, è sicuramente meglio avere un Presidente che
ama la gnocca piuttosto di quei comunisti che dichiarano pubblicamente
di non aver problemi a preferire il lato B. Vendola, Pecoraro... Un bacio.
Sandro
---
Infatti,
a questa seguirà <Il Golpe della gnocca>, ciao gd'o
---
"IL
CASO GNOCCA"
Un parlamento non sarebbe tale senza
le consuete chiacchiere sul nulla; che hanno permesso a Marx di coniare
l'immortale espressione "cretinismo parlamentare".
C'è
stato un problema di sculettanti arrampicatrici raccomandate. Antonio
Di Pietro attacca Berlusconi a testa bassa: "Le intercettazioni che
loro vogliono limitare ci fanno vedere un capo del governo che fa un lavoro
da magnaccia". L'ex PM deve conoscere a fondo l'ambiente per sbilanciarsi
così pesantemente.
Per il quotidiano Libero il succoso pettegolezzo
diventa elegantemente "Il caso gnocca". Esso sarebbe da tener
fuori dal dibattito parlamentare. E perché mai?
Noi troviamo
che si addica perfettamente al meretricio democratico. 2001: Cretinismo
parlamentare in libera uscita
---
*Razza
scopona*
Scopi chi può ma non sulle mie s..palle!!
Salut P. ps: Bamboccioni ritornerà più incazzato che mai!
---
*Razza
scopona*
Spero torni meno incazzato con Razza scopona...
Ma scusa Bamboccione, scopando scopando che male ti fa?
---
*Razza
scopona*
Grazie, mi sono molto divertito, peccato che
spesso non riesco a leggerti perché sei sempre prolissa e "incazzata"...
ciaU gidi
---
Grazie x il divertimento.
Sono sintetica quando lo si può, e lo si deve.....,
sono
lunga e circostanziata, mai prolissa, quando, caro collega, sai meglio
di me che non lo si può essere brevi e concisi, non è che
tutti sanno tutto.
Ma hai abbonato il tuo giornale al mensile LiberoReporter?
Buon lavoro gd'o. p.s.:
Se non fa troppo caldo seguirà <Il
Golpe della gnocca> e, forse, del Csm.
---
*Razza
scopona*
A me non piacciono le dittature, scopone
o non scopone! Forse non sono italiano? Ma fammi il piacere, va!
Fabrizio
---
Ma prendi tutto tutto tutto sul
serio??????????
Non sai scherzare? Dai, dai, che la
dittatura della gnocca piacerebbe anche a te....... (;-)
---
*Razza
scopona*
Dipende... non vorrai mica dirmi che tu riesci
ad essere dittatrice! Ahahah!
---
Dittatrice
no, figuriamoci!
Ma spiritosa e disincantata si. Tu
sei solo serioso. Non serio, però. (;-)
---
In
che senso? Tu, da due righe tiri il profilo di una persona? Mi ricordi
tanto la maga Circe! Ahahah
---
Un
po' maga sì, questo sì......
---
Razza
scopone e libertà d'impresa
Per meglio tutelare
i bambini rom, il ministro Maroni propone che gli siano prese le impronte
digitali. L'opposizione e taluni ambienti cattolici rispondono gridando
al pericolo nazista. Neanche il tempo di inveire contro il reincarnato
Hitler, ed ecco arrivare la notizia dell'arresto di alcuni nomadi che
costringevano i loro amati pargoletti ad "asportazioni" forzate
qua e là per le città. "Arresti esagerati a matrice
etnica", avranno pensato i garantisti dell'infanzia zingaresca, che
infatti hanno già fatto liberare quasi tutti gli arrestati. A pensarci
bene, ad inquadrare la problematica in chiave economicistica, chi si oppone
alla schedatura dei bambini rom, potrebbe avere ragione. Già perché,
come potrebbero i piccoli Berlusconi in erba, una volta schedati ed identificati,
contribuire alla crescita economica e morale dell'azienda famigliare?
Ma
è mai possibile che uno stato democratico e liberale come l'Italia,
la cui economia si fonda sul libero mercato, non permette ad un'onesta
famigliola vagabonda di avviare una dignitosa attività imprenditoriale
a gestione famigliare? Impedire tali attitudini, è da comunisti!
Orsù dunque, meno discriminazioni etniche, più rispetto
per le tradizioni famigliari (lo spirito d'impresa per l'appunto) e più
spazio ai bacilli berlusconiani che stimolano le menti e i cuori (ma più
che altro le mani) degli enfant prodige tzigani. Gianni Toffali Verona
---
NewsLetter
Mario Segni
Com'è ovvio non condivido quanto
scritto da SEGNI al 100% ma la sua analisi a grandi linee è esatta.
E preoccupa.
Il cittadino, che già così conta sempre
meno nella scelta dei propri rappresentanti da mandare n Parlamento (si
è passati dagli "eletti" ai "nominati") rischia
di essere ulteriormente aggravata dall'introduzione di liste bloccate
anche per le europee e dalla ulteriore ingessatura dei nuovi partiti che
stanno prendendo corpo: il Pd e il Pdl.
Nè meno preoccupante
è lo straripare della "magistratura" verso ruoli "politici"
che non le competono. Per non parlare del solito "di Pitro"
giustizialista e del Grillo populista e fomentatore d'odio (assieme all'ex
Pm) che rischiano veramente di rendere il nostro paese un stato delle
banane minando ogni residuo di credibilità a facendolo precipitare
definitivamente nel baratro. E il buon giorno si vede dal mattino c'è
davvero di che preoccuparci.
Soprattutto per chi, come noi, ha fatto
del "metodo liberale" una scelta di vita. Sarà bene cominciare
a riflettere seriamente su tutto ciò e dare il nostro contributo
perchè ciò non accada. Perchè il futuro dipende anche
dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di mobilitazione per
una Italia LIBERA.
Galgano Palaferri
---
Scontro
sulla Giustizia doppia debolezza
di Mario Caligiuri
- Il Quotidiano domenica 6 Luglio 2008
POTRÀ sembrare strano,
ma in questo braccio di ferro tra una parte della politica e una parte
della magistratura mi sembra che si stiano scontrando due debolezze.
Due
gravi debolezze. Da un lato, c'è la politica che non riesce ad
invertire il declino del Paese, accentuatosi con l'avvento della seconda
Repubblica in poi, con una classe dirigente che ha capito poco della globalizzazione:
un processo che rischia di spazzare via le nostre piccole e medie imprese
e che non ha avuto come contraltare un aumento dell'istruzione, diventata
in Italia da quarto mondo, segnando così il nostro destino per
i prossimi vent'anni.
Dall'altro, c'è la magistratura che, constatando
la crisi della politica, si è inventata, non so quanto eterodiretta,
un'azione di supplenza i cui esiti sono davanti agli occhi di tutti: dal
1992 queste azioni non hanno purtroppo ridotto la criminalità,
né la corruzione politica, né l'inefficienza dello Stato.
E'
uno scontro tra due fallimenti, che stanno trascinando a fondo la democrazia
nel nostro Paese. La situazione è tale che, condannando Berlusconi,
non è che la politica italiana diventi più efficiente; al
contrario, non è che avendo le mani libere dai giudici, Berlusconi
riesca ad affrontare un benché minino nodo strutturale della società
italiana. Per spiegare la crisi sociale, uno studioso americano, Christopher
Lasch, ha parlato di "ribellione delle élite", giustificandola
così: "Nessuno dispone di una soluzione plausibile e quello
che passa per dibattito politico, salvo rare eccezioni, i problemi non
li affronta neppure. Si combattono fiere battaglie ideologiche su questioni
affatto marginali. Le élite, che definiscono appunto i temi del
dibattito pubblico, hanno perso il contatto con la gente normale. Il carattere
irreale, artificiale della nostra politica riflette il loro isolamento
dalla vita comune, e la segreta convinzione che questi problemi siano
insolubili".
Il tema, allora, non è impedire le intercettazioni
e la loro pubblicazione, ma sono i comportamenti delle classi dirigenti
che ritengono di poter governare l'Italia prescindendo dal consenso: i
giudici che non ne hanno bisogno e la politica che, unanimemente, blinda
i propri rappresentanti su liste bloccate, che elettori ratificano pur
nella consapevolezza che, potendo effettivamente scegliere, da buona parte
di questi non comprerebbe neanche una macchina usata. Bisogna invertire
presto tendenza, con scelte coraggiose. Evitandoci questi teatrini. E
la cosa preoccupante che non si tratta di moralismo: è una necessità
per evitare il disastro.
---
Razza
scopona
E' questo "sistema" che ci costringe
a stare con i meno-peggio.
E poi non capisco cosa ci sia di male a
cercare di accrescere il gruppo Liberale all'interno del Pdl. Una volta
diventati maggioritari all'interno del Pdl avremmo risolto tutti i problemi
facendo una politica autenticamente liberale. Personalmente penso che
questa strada sia percorribile più facilmente che quella di costruire
un soggetto liberale autonomo come da te e da altri amici liberali
prospettato.
Ecco perchè ritengo però prioritario che
le diverse anime "liberali" nel centro-destra si uniscano, superando
i soliti personalismi e individualismi che non portano da nessuna
parte. E che sarebbe bene che anche gli altri "liberali" ci
dessero una mano in questo progetto, anzichè "remare contro".
Detto in tutta amicizia e col massimo rispetto, da Liberale, di tutte
le posizioni espresse. Un saluto Libero e Liberale da Galgano Palaferri
****
Il
Pompingate su Internet
di Dino Cofrancesco per il 'Secolo
XIX' 5 Luglio 2008
«E
fu così che dalla Razza padrona, passando per la Razza ladrona,
il Popolo italiano si ritrovò nella Razza scopona. Un bel salto
di qualità giuridico, politico, economico, umanitario. Non vi
pare?». E' il divertito commento che il blog
di Giuliana D'Olcese Movimentiamoci.it
ha dedicato alla bomba delle intercettazioni telefoniche sospesa sul
presidente del Consiglio e che un decreto governativo dovrebbe disinnescare,
impedendone la pubblicazione sui giornali - un decreto in parte inutile
- giacché sarà poi difficile oscurare il pompingate su
Internet.
Se è vero quanto riportano le indiscrezioni sulle
vanterie erotiche del premier, il prestigio di quest'ultimo, agli occhi
di molti italiani, anche di quelli che l'hanno votato, ne esce appannato.
Si sa che gli uomini di stato non sono tenuti ad essere stinchi di santo
e che tra le tentazioni del potere c'è anche quella di portarsi
a letto le più belle donne sulla piazza. E' noto che John Kennedy
insidiò tutte le star che gli capitavano a tiro e che raramente
incontrava sdegnosi rifiuti, gli andò male solo con Sofia Loren.
Ciò che colpisce, invece, nel caso italiano è che a prestare
certi servizi non siano state segretarie o stagiste -come Monica Lewinsky-
ma figure istituzionali del più elevato grado.
E' uno scandalo
al quale le ministre coinvolte non possono reagire con un'alzata di spalle,
lasciando cadere dall'alto «è tutto gossip» e fingendo
di ignorare il sospetto, incancellabile nell'opinione pubblica, che le
loro designazioni agli alti incarichi siano dipese da privatissime performance.
Come
non pensare, nella città di Pasquino, al romano de' Roma trucido
e sboccato che scorgendole, in una manifestazione pubblica, non si lascerà
certo scappare un: «A sora ministra perché nun ne fai uno
purammé?».
A questo punto, sarebbe loro dovere dare le
dimissioni come sarebbe dovere del premier quello di giustificarsi di
fronte agli italiani. Detto questo, però, bisogna stare bene attenti,
se si ha davvero a cuore la 'civiltà liberale', a non confondere,
il piano morale, lo 'stile' di un uomo politico, che può essere
tanto discutibile da far pentire gli elettori di avergli dato fiducia,
col piano giuridico, che rinvia a precise responsabilità penali.
Avere
rapporti sessuali con le proprie colleghe, se consenzienti, non è
un reato e lo 'scambio' illecito (letto contro poltrona ministeriale)
non è scontato.
In una società aperta, come ho ricordato
più volte, etica, diritto, politica, religione, scienza etc. sono
sfere autonome e distinte e solo un questurino riciclato come
capopopolo può cancellare le differenze tra pessima condotta
e reato. Se la vita privata di Berlusconi è sicuramente riprovevole,
la guerra spietata che da tempo gli stanno facendo certi settori
della magistratura ingenera una vera e propria angoscia per
le sorti dello stato di diritto.
Si ha la netta impressione,
infatti, che la consegna delle intercettazioni ai giornali faccia parte
del piano strategico dei falchi delle Procure per «sfasciare»
una volta per sempre l'uomo di Arcore. Incattiviti dalla schiacciante
vittoria elettorale del PDL, i redivivi Catoni hanno deciso di mobilitare
i loro referenti parlamentari, i loro giuristi
-generosamente ospitati
su Repubblica, su MicroMega, su L'Espresso e, tra poco, anche su ''Famiglia
Cristiana''-, i loro filosofi morali, i loro sociologi, i loro
opinionisti nella santa crociata per la totale delegittimazione etica
e politica del Cavaliere.
Non c'è disegno di legge proposto
dal centro destra, pertanto, che non attivi, con il loro incoraggiamento,
un coro di indignazioni e di proteste, anche quando si tratta di istituti
scontati nelle più antiche democrazie euroatlantiche, la separazione
delle carriere e la immunità per le quattro più alte cariche
dello Stato.
Sennonché, caduta nel vuoto la martellante denuncia
dell'illegalità di ogni azione governativa, grazie anche ai severi
richiami di Giorgio Napolitano, e fallito il recente tentativo
di attribuire al fido CSM la competenza sulla costituzionalità
di leggi e decreti, ai registi della destabilizzazione
resta l'asso nella manica del sipario sollevato nella camera da letto
del nemico pubblico n.1.
Il sesso orale,
però, non è un reato mentre il potere rivendicato da certi
tribunali di spiare le 'vite degli altri' alla ricerca di prove di colpevolezza,
prefigura, esso sì, uno «stato di polizia» che solo
i «garanti della privacy» all'italiana si rifiutano di vedere
(anche perché, se decidessero di aprire gli occhi, addio ben retribuite
collaborazioni giornalistiche, interviste a getto continuo, inviti nei
salotti televisivi di Giovanni Floris, Michele Santoro, Fabio Fazio etc.!).
Berlusconi
spesso parla «pro domo sua» ma quando afferma che, in Italia,
la 'legittimazione democratica' viene oggi minacciata dalla 'legittimazione
giudiziaria' mostra un senso della realtà che Walter Veltroni,
sempre più dipietrizzato, sta smarrendo quasi del tutto.
****
Il
sempre uguale di giustizia e politica
di
Davide Giacalone - Libero sabato 5 Luglio 2008
Questa porcheria
delle intercettazioni raggiungerà l'acme, poi scemerà. Il
paesaggio sarà più sporco e squassato, ma il polverone si
diraderà all'orizzonte.
Il guaio ed il danno saranno causati
e subiti dalla politica. Sul lato governativo, ancora una volta, come
nel quinquennio 2001-2006, la fregola di rimediare, in fetta e furia,
a guai giudiziari che portano nomi e cognomi, spinge alla baruffa più
per un codicillo che per una riforma. Sembra che la destra non sia proprio
capace di capire che la malagiustizia è una piaga che ammorba gli
italiani e che, quindi, da lì occorre trarre la forza per sanarla
nel profondo. Invece, si continua a dare l'impressione di badare a poche
e limitate cose. Se si alza lo sguardo sullo scempio del diritto, quotidianamente
perpetrato nelle aule di giustizia, si riconoscono subito gli interessi
generali cui piegare il corporativismo togato. Non si ripeta il sempre
uguale, ci si occupi di Contrada, o del signor Rossi che da quindici anni
aspetta una sentenza.
Sul lato dell'opposizione, non si capisce come
possa non essere chiaro che l'arma giudiziaria serve solo a galvanizzare
gli idioti, dare spazi ai propagandisti fascistoidi, comprovare la disonesta
attitudine ai due pesi e due misure, ma certo non a battere l'avversario.
Sono quattordici anni che ci provano, non solo stando dalla parte del
torto, ma, per giunta, perdendo regolarmente. Sembra non siano capaci
di capire che se anche riuscissero a spuntarla, se anche avessero l'occasione
di ribaltare per via giudiziaria il giudizio delle urne, il risultato
sarebbe disastroso. Presto sarebbero spazzati via anche loro, che sono
appesi al chiodo berlusconiano come all'ultimo appiglio capace di dare
identità, sebbene in negativo e senza lo straccio di un'idea.
Di
questa scena non se ne può più. Non solo è monotona,
ma anche costosa. L'Italia ha problemi assai seri, perde ogni giorno velocità,
s'impoverisce ed immiserisce, si deprime ed incattivisce. Stagna nel non
governo e chiede d'essere cambiata. Questo è il senso del risultato
elettorale. Se ne ricordino i vincitori, e se ne ricordino gli sconfitti,
se aspirano a fare politica, a costruire qualche cosa per il futuro. Non
ci si guadagna a guardare solo al passato, specie se se ne ha uno vergognoso,
come capita a questa sinistra.
****
Adesione
alla manifestazione contro le leggi-canaglia di Berlusconi
Linee
di Orientamento della Fondazione Critica liberale. 6 Luglio 2008/N.14
"Critica
liberale" aderisce alla manifestazione dell'8 luglio 2008 contro
le leggi-canaglia di Berlusconi, contro il monopolio televisivo, contro
il conflitto d'interessi, per la libertà di stampa, contro il tentativo
non solo di infangare ma di far sprofondare nel fango la democrazia italiana.
Perché è ora che la società civile riprenda il suo
ruolo di supplenza democratica di fronte all'ambiguità e alla latitanza
della classe politica che avrebbe il dovere di opporsi al berlusconismo.
In riferimento alle tante polemiche della vigilia (che hanno diviso
gli stessi organizzatori della manifestazione tra di loro e da alcuni
partiti come Pd, radicali, Rifondazione e Sinistra democratica), noi,
da liberali, facciamo notare:
1) Il degrado democratico è talmente
grave che è davvero irresponsabile dividere le forze dell'opposizione.
Tutto il paese civile (esisteranno - ne siamo sicuri - anche elettori
di destra non insensibili alla strage di legalità e di senso dello
Stato che l'attuale premier va operando da sempre) deve unirsi per espellere
questa indecente "anomalia" e per ricostruire le basi di una
sana dialettica politica. Per questo motivo non ci lasciamo spaventare
da compagni di strada come i populisti di Di Pietro e i qualunquisti di
Grillo.
2) La protesta contro il governo Berlusconi ripropone come
essenziale il giudizio sulla strategia dell'opposizione. Quando si denuncia
l'opposizione mancata e ondivaga (e quindi priva d'ogni credibilità)
del Pd, non si fa riferimento solo all'attuale gestione parlamentare ma
alla negazione delle caratteristiche profonde e permanenti del berlusconismo.
La sottovalutazione, persino la legittimazione del berlusconismo, e la
rinuncia "ufficiale" di descriverlo e quindi di contrastarlo
sono la causa dello svuotamento di forza elettorale, di valori e di impegno
non solo del centrosinistra e della sinistra, ma anche di vistose componenti
dell'establishment italiano.
Di fronte ai consueti modi di governare
di questa destra illiberale e anti-europea, la parte non asservita del
paese non si meraviglia affatto, come accade a troppi dirigenti del Pd,
ma chiede una nuova stagione politi ca che veda sia un rovesciamento
di quella strategia che ci ha portato al disastro sia un mutamento profondo
di classi dirigenti. Rinunciare a chiedere questo, solo per un incongruo
senso di fair play, significa aiutare Berlusconi sostenendo "avversari"
e "politiche" che continuerebbero a farlo vincere.
3) L'opposizione
a Berlusconi deve assolutamente affrancarsi dal vacuo spettacolarismo
e dalla retorica. Quindi, rispetto al ventilato ricorso ai referendum
popolari, sarebbe sconsiderato promuoverli contro le leggi-canaglia, perché
le ultime prove hanno dimostrato che l'attuale normativa sul referendum
avvantaggia gli autori delle norme da abrogare consentendo loro la possibilità
di "barare" (come ha fatto il Cardinal Ruini) annettendosi la
quota di assenteismo "fisiologico". In più, a rendere
ancora più impari il confronto, ci sarebbe il permanere del monopolio
dell'informazione televisiva. Bisogna affrancarsi dal masochismo e smetterla
di elargire vittorie a Berlusconi
Critica liberale
****
Di
decreto in decreto
di Davide Giacalone
- Libero Venerdì 4 Luglio 2008
Il 23 settembre 2006 entrava
in vigore il decreto legge sulle intercettazioni telefoniche, varato dal
governo Prodi. Quel decreto, evidentemente ritenuto necessario ed urgente,
controfirmato dal Presidente Napolitano, non serviva a proibire le intercettazioni
illegali, dato che erano già un reato, ma a disporre l'immediata
distruzione di quelle raccolte nel corso di diverse indagini. Era comprensibile
il desiderio di evitare che il frutto di crimini divenisse lo strumento
di ricatti, ma due aspetti fecero rizzare i capelli a non pochi magistrati:
a. se si distruggono intercettazioni che sono corpo di reato, poi, come
si fa a fare il processo ai presunti responsabili?
b. se dalle intercettazioni
illegali emergono notizie relative a reati gravi, magari anche pericolosi
per la collettività, perché si deve essere obbligati ad
ignorarle e distruggerle? Dubbi ragionevoli. Ma non è finita.
Subito
dopo il varo del decreto, che al Consiglio Superiore della Magistratura
parve ottimo e costituzionalissimo (ad inutile conferma di quanto sia
politicizzato quel parlamentino corporativo), il governo disse che si
sarebbe presto approvata una legge complessiva, riguardante anche le intercettazioni
legali. E la cosa era plausibile, perché l'opposizione di allora
si disse disponibile a facilitare il lavoro governativo, votandone il
decreto. Capitò, così, che quando dei procuratori eccepirono
l'incostituzionalità del decreto, chiedendo alla Corte Costituzionale
come si sarebbero dovuti comportare circa la distruzione delle prove di
un reato, quest'ultima ha continuamente rinviato il giudizio, che ancora
non è arrivato, proprio in attesa di quella benedetta normativa
generale. Ma, cambiata la maggioranza, ad opera degli elettori, occuparsi
di queste materie (talora maldestramente) equivale ad attentare alla Costituzione.
Sono
convinto che la gran parte delle intercettazioni legali nascono come illegali:
si comincia ad ascoltare, poi ci si fa dare l'autorizzazione quando emerge
qualche cosa di succoso. Se il reato proprio non c'è, si punta
sullo sputtanamento (absit iniura verbo). In assenza di giustizia funzionante,
un corpo istituzionale non sopravvive a lungo con questi veleni nel sangue.
Alimenta il giustizialismo, mette le toghe al posto delle urne, s'incattivisce
e crepa.
****
Pornopolitica e
pornogirotondi
di Gaetano Quagliariello
- Libero 4 luglio 2008
Esiste un aureo libretto, quasi introvabile.
S'intitola "Le delusioni della libertà", e attraverso
le sue pagine l'autore, Paolo Vita-Finzi, spiega per quante strade differenti
si possa giungere a odiare la libertà. Lo fa guardando all'Italia
e alla Francia dei primi diciannove anni del secolo scorso, e rendendo
un po' più chiaro come mai uomini dalle provenienze così
diverse si trovarono a militare, sullo stesso fronte: contro il parlamentarismo
e in favore di soluzioni autoritarie. Ma l'analisi si addice assai bene
anche all'Italia di oggi, perché aiuta a comprendere le ultime
evoluzioni dell'antiberlusconismo. Il prodotto - l'antiberlusconismo,
per l'appunto - si è distillato con il trascorrere del tempo. In
origine era la sinistra: tutta la sinistra, convinta che il successo elettorale
del Cavaliere fosse da attribuire ai suoi soldi e alle sue televisioni.
Da
qui l'incoraggiamento al "ribaltone", e la vagheggiata idea
che la rivoluzione del 1994 potesse essere confinata dentro due parentesi.
Per questo la Lega, oggi dipinta come una minaccia per l'ordinamento democratico,
divenne una "costola". Per questo, l'Ulivo crebbe fino al punto
di conquistare il governo del Paese.
Il berlusconismo seppe attraversare
il deserto dell'opposizione. Conquistò una dimensione duratura
e, ritornato al governo, si ripropose nell'ambito di una coalizione ampia
ed eterogenea. Una coalizione che, col tempo, avrebbe finito col generare
distinguo quando non autentiche "quinte colonne". Nacquero allora
i primi girotondi e, con essi, una nuova union sacrée contro quella
che veniva dipinta come l'arroganza del conflitto d'interesse elevato
a sistema.
Ma anche questa nuova versione dell'antiberlusconismo non
ha avuto successo. Ha partorito un governo che è stata una vera
e propria catastrofe.
Da quel momento si è andata facendo strada
l'idea, fino ad allora pressoché impensabile, che il berlusconismo
non basta degradarlo a fenomeno criminale.
Bisogna sconfiggerlo politicamente.
Questa presa di coscienza sembrava aver costituito una evoluzione
da salutare con favore. Ma prima ancora di sostanziarsi compiutamente
e di affrontare la prova elettorale ha svelato il suo peccato originale,
incarnato dall'alleanza con Dì Pietro. Il suo partito, l'Italia
dei Valori, altro non rappresenta che la versione doc dell'antiberlusconismo
dopo che si è compiuto il processo di distillazione e di invecchiamento.
Incarna la versione post-moderna dell'antica convinzione giacobina che
la virtù sia da preferire alla libertà. E che, per questo,
la politica consisterebbe nel rincorrere la presunzione fatale di una
giustizia assoluta quanto astratta, senza il bisogno di sporcarsi le mani
con l'imperfezione degli uomini e della democrazia che essi sono in grado
di realizzare.
All'esito di questo percorso, torna a riproporsi la
lezione del passato. Accade, cioè, che quando questo sogno anti-democratico
si distilla, in esso finiscono per confluire, fianco a fianco, uomini
che provengono dalle più svariate origini e dai più disparati
percorsi: da destra così come da sinistra, fascisti e movimentisti,
dipietristi e panchopardisti.
Tutti uniti dal disprezzo per la volgarità
della sovranità popolare, e dall'intima certezza d'incarnare il
bene assoluto, al netto delle Mercedes, dei milioni avvolti nelle pagine
di giornale, dei calzini acquistati a sbafo, dei pied-à-terre in
comodato gratuito.
E, forti di questa presunzione, pronti a mettere
in dubbio il verdetto del popolo bue attraverso la denuncia di turpi commerci
illeciti, fellatio e, se del caso, persino masturbazioni indebite. É
proprio questa la deriva alla quale stiamo assistendo.
Ci troviamo
a una svolta dell'attuale fase politica. Se riusciremo a conquistare uno
spazio per essere giudicati sull'azione di governo, sulle ricette proposte
per risolvere i problemi del Paese e dei cittadini, e sui risultati che
saremo in grado di conseguire, questa legislatura sarà diversa.
In caso contrario, come accadde tra il 2001 e il 2006, saremo insidiati
dal fango delle insinuazioni e dal logoramento progressivo. L'Italia,
ancora una volta, rinvierà a data da destinarsi il suo appuntamento
con la normalità. Ma se questo dovesse accadere, questa volta ad
essere sconfitta con noi sarà anche la sinistra, avrà devoluto
ad altri l'antiberlusconismo, mentre a lei, in luogo del governo ombra,
rimarrà soltanto l'ombra ossessiva di una parte del suo passato.
Quella peggiore.
****
Girotondo
all'italiana
Il Foglio 4 luglio 2008
Il
carattere particolare dell'opposizione giustizialista è la sua
pretesa di esercitare una sorta di supervisione morale sul Partito democratico,
basata sulla convinzione ripetutamente espressa dal gruppo dei "girotondini"
di rappresentare il sentimento profondo dell'elettorato democratico. In
quasi tutti i paesi europei esistono gruppi che contestano le principali
formazioni di sinistra o di centrosinistra. Però questi gruppi
o conducono una battaglia interna ai partiti e poi accettano la decisone
della maggioranza o si misurano con essi con proprie liste elettorali.
Oskar
Lafontaine, già presidente della Spd, ha criticato la linea di
Gerhard Schròder, si è dimesso da ministro dell'Economia
e poi, sconfitto nel confronto interno, ha dato vita a una nuova formazione,
poi federatasi con gli ex comunisti dell'ex Germania orientale.
In
Francia l'opposizione alla linea europeista del Ps ha chiesto un referendum
interno, nel quale è stata battuta dì misura, poi i suoi
leader hanno cercato di ottenere la candidatura presidenziale ma, battuti,
hanno sostenuto lo sfortunato tentativo di Ségolène Royal
contro Nicolas Sarkozy.
La specificità italiana dei girotondini
consiste invece nel fatto che, pur non avendo mai o quasi mai chiesto
direttamente un consenso elettorale per le loro posizioni, sostengono
di rappresentare l'elettorato del partito di Walter Veltroni più
e meglio del segretario, che pure è stato scelto in consultazioni
primarie, alle quali peraltro nessun girotondino ha chiesto o raccolto
consensi. Si potrebbe dedurne che la loro pretesa è assolutamente
infondata, che nasce da un io ipertrofico e che quindi non va neppure
presa in considerazione. Però la reazione nervosa e difensiva del
vertice del Pd, che non dice semplicemente che i girotondini hanno torto,
fa pensare che nell'ambiguità del Pd sulla questione giustizia
si annidi una contraddizione che consente a un piccolo gruppo di intellettuali
di esercitare una pressione spropositata. Forse la droga dei moralismo
giustizialista non può essere assunta in modiche quantità.
****
Il
gran bidone
di Vittorio Feltri - Libero
4 luglio 2008
Chiunque vinca le elezioni in Italia o non è
capace di governare o non riesce a farlo. Qui comandano tutti - i famosi
pesi e contrappesi - tranne i prescelti dal cosiddetto popolo che fa schifo
alla sinistra. Non è l'unica anomalia patria. Oggi per esempio,
i giornali e la gente invece di parlare di cosa sia successo, come usa
in tutto il mondo, parlano di cosa non è successo. Berlusconi ieri
sera, difatti, doveva recarsi a Matrix, il programma di Mentana su Canale
5, e chiarire alla Nazione perché il dibattito politico, nelle
ultime settimane, sia degenerato in dibattito sessuale. Chissà
per quale arcano motivo, all'ultimo momento Silvio ha deciso di non andarci,
e le spiegazioni attese non ci sono state. Ora l'interrogativo dominante
è: è stato il Cavaliere di sua sponte a rinunciare all'opportunità
di dire la sua o c'è qualcuno che gli ha consigliato di desistere?
Nella prima e nella seconda ipotesi, entra comunque in scena la dietrologia
e ciascuno fornisce la sua opinione sul "didietro". Mi rendo
conto.
Più che una nota dal Palazzo, la presente sembra la traccia
di una pochade.
Cerchiamo di riassumere le puntate precedenti. Il
centrodestra trionfa alle urne avendo puntato su alcuni temi che stanno
a cuore ai cittadini (sicurezza, immigrazione, rilancio economico, contenimento
fiscale, lotta agli sprechi e ai fannulloni). E attacca a governare. L'impressione
generale è che ìl vento sia cambiato.
Finalmente si affrontano
i problemi. Entusiasmo, sondaggi in paradiso. Par di sognare. Pare soltanto,
però. Perché nella realtà, sulla personcina del Premier
scende una fitta pioggia di maledizioni giudiziarie, secondo una consuetudine
consolidatasi negli anni.
Ogni volta che Silvio mette piede a Palazzo
Chigi si scatena la bufera. Il tornado numero uno si chiama processo Mills,
un avvocato cui il Cavaliere avrebbe regalato 600 milioni di lire in cambio
di una testimonianza compiacente. Si tratta del troncone di un procedimento
vecchio eppure mantenuto in vita grazie ad arzigogoli formali, cavilli.
Si sussurra nei corridoi tribunalizi: adesso lo fregano. Davvero? Sicuro.
I magistrati sono incazzati neri con l'uomo di Arcore. Impossibile non
crederci.
Berlusconi si agita. Mostra di essere nervoso. Chi non lo
sarebbe al suo posto? Seconda mazzata. A Napoli pende sul capo rimboschito
del signor Presidente il rinvio a giudizio per un'altra faccenda: certe
telefonate tra lui e un capataz della Rai, Saccà, durante le quali
i due si sarebbero detti un sacco di fesserie, alcune riguardanti gnocche
da favorire quali protagoniste o comprimarie in trasmissioni televisive.
Capirai che scandalo.
Però proprio da qui, dalle avvenenze
di veline e attricette, parte l'attacco gossipparo a Don Silvio cui vengono
attribuite prodezze da insaziabile amatore. Possibile? Possibilissimo.
Solo che il saggio motteggio (chi è senza peccato scagli la prima
pietra) viene dimenticato.
Il pettegolezzo monta e si ingigantisce.
Si narra di una ulteriore serie di intercettazioni effettuate a Milano
in cui risulterebbe che Berlusconi (72 anni a settembre, cancro alla prostata
brillantemente sconfitto) non perdona. Per usare un linguaggio raffinato
si sarebbe scopato l'intero universo femminile, incluse parlamentari e
addirittura ministre. Un satiro. L'argomento è invitante e di bocca
in bocca si arricchisce di particolari da film porno. A questo punto non
si capisce più niente, e meno si capisce e più spazio conquista
la fantasia in quelle altre portinerie che sono le redazioni.
La caccia
alle intercettazioni impegna chiunque sia iscritto all'ordine degli scribi.
E qualcuno afferma di averle nel carniere. Millantatori? Forse. Ma non
si sa mai.
I direttori vivono nell'incubo di vedersele stampate sul
quotidiano o sul settimanale concorrente. Per avere quei documenti introvabili
ho trascorso una dozzina di notti in bianco. E a differenza di Silvio
sono appunto andato in bianco. Intanto il Cavaliere è ancora più
agitato. Tenta in ogni modo di bloccare il cavallo galoppante della maldicenza,
probabilmente ispirata a invidia o sentimento analogo, giacché
la bella gnocca piace a tutti e chi non ce l'ha, davanti a chi ce l'ha,
diventa matto.
Una storia così non ha precedenti. E ve ne risparmio
i dettagli perché li avrete intuiti. Passiamo direttamente alla
conclusione. Ieri immagino sia avvenuto qualcosa di molto importante.
Talmente importante che il premier anziché andare da Mentana si
è rinchiuso nelle sue stanze a stracciarsi il doppiopetto metallizzato.
Napolitano, si mormora, attraverso l'ambasciatore Letta, lo ha persuaso
a non affacciarsi alla tivù. Si ignora con quali argomentazioni.
A naso potrebbe avergli detto: stai buono, se non fai arrabbiare la magistratura
provvedo io a far distruggere le porcherie su nastro.
Mah! Non sarà
vero, ma se lo fosse questa sarebbe la morale: Silvio non ha tirato un
bidone agli italiani, sfuggendo alle telecamere, ma è lui ad esserci
cascato. Infatti, se da un canto non si azzarderanno più a fare
chiacchiere hard - forse campate in aria - dall'altro è sicuro
che d'ora in poi avremo un premier dimezzato.
Addio riforma della giustizia
e addio programma di governo. Avremo un brodino. E l'Italia rimarrà
l'Italietta che è sempre stata.
Spero di sbagliare. Spero,
spero e spero.
E pensare che non abbiamo bisogno di un frate trappista
con tanto di voto di castità, ma di un premier all'altezza dei
consensi ricevuti dagli elettori.
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Gossip
di Stato
di Luigi La Spina - La Stampa
4 luglio 2008
Le motivazioni, a questo punto, hanno un'importanza
relativa. Sarà stato l'effetto della paziente offensiva moderatrice
del Quirinale. O la convinzione che l'attacco preventivo, rispetto alla
possibile pubblicazione delle intercettazioni "pornopolitiche",
potesse essere controproducente. Oppure la speranza che non siano così
scontati sia il rifiuto della ricusazione nei confronti del giudice Gandus
sia la sua condanna nel processo sul caso Mills. Siano stati i consigli
di Letta o quelli dei suoi avvocati, bene ha fatto Berlusconi a rinunciare
all'appello agli italiani, dagli schermi di "Matrix", contro
la magistratura.
Sull'orlo di un passo dalle conseguenze imprevedibili
e comunque drammatiche, alla vigilia di uno scontro istituzionale gravissimo,
il presidente del Consiglio si è arrestato forse nella consapevolezza
di un allarme che incomincia a serpeggiare nell'opinione pubblica: il
rischio che il "corpo a corpo" tra Berlusconi e i giudici impedisca
il rispetto di quei due impegni fondamentali per cui ha ottenuto, per
la terza volta, le chiavi di Palazzo Chigi: il miglioramento della situazione
economica e la garanzia di una maggiore sicurezza, soprattutto nelle città.
Due promesse che, al di là dei fuochi artificiali comunicativi
di alcuni ministri, sono difficili da mantenere.
Difficili anche per
chi dispone di un'ampia maggioranza parlamentare ed è fronteggiato
da un'opposizione debole, divisa e in tutt'altre faccende affaccendata.
Prima la legge salvaprocessi, poi il lodo salvacariche dello Stato,
infine l'ipotesi di un decreto salvaintercettazioni.
Una febbrile scarica
di provvedimenti contro la magistratura che sfrutta il momento di scarsa
autorevolezza e credibilità di questa categoria. Ma che, in maniera
troppo evidente, non cerca, innanzi tutto, di porre rimedio a quelli che
appaiono i più urgenti e scandalosi mali della giustizia italiana,
ma sembra concentrata a risolvere le questioni personali del premier.
Partiamo proprio dal problema più grave: la lentezza dei processi,
soprattutto quelli civili. Perché il Parlamento, con l'ampio consenso
possibile, non provvede a ridurla drasticamente? Pigrizie, sciatterie,
vanità, anche faziosità sono diffuse in alcuni settori della
magistratura e il Csm, l'organo di autogoverno, spesso appare troppo corporativo
nei riguardi dei colleghi. Riconoscerlo è doveroso, ma non si capisce
perché le Camere, con una seria discussione, non possano provvedere
a norme di correzione che sarebbero largamente condivise.
Anche la
questione delle intercettazioni può non essere un tabù.
Si possono regolare in maniera più garantista per i diritti dei
cittadini, senza pregiudicare due condizioni: l'uguaglianza di tutti gli
italiani davanti alla legge e la libertà, che è anche un
dovere dei giornalisti, di assicurare un'informazione non compiacente
nei confronti del potere, da chiunque sia rappresentato in quel momento.
Quello che non è accettabile, in una democrazia, è un salvacondotto
personale acquistato nel momento in cui si ottiene la maggioranza dei
consensi elettorali. Sappiamo che Berlusconi si sente al centro di un
accanimento giudiziario. Vero o falso che sia questo giudizio, è
comunque un fatto che il nostro premier sia stato quasi sempre riconosciuto
non colpevole delle accuse a lui rivolte, da quella stessa magistratura
che imputa di intollerabile pregiudizio nei suoi confronti. Senza considerare
che, in Italia, ci sono ben tre gradi di giudizio prima che cada, per
un imputato, la presunzione di innocenza. E questi non sono più
i tempi nei quali bastava un avviso di garanzia per imporre le dimissioni.
Resta,
sempre a proposito delle fantomatiche intercettazioni "pornopolitiche",
la questione del confine tra pubblico e privato. A parte la labilità
di questo confine, in Italia e all'estero, a proposito di personaggi di
vasta notorietà, dai politici alle star di cinema e tv, non si
può dimenticare che lo stesso Berlusconi è stato il primo
e il più assiduo picconatore del presunto muro tra i due campi
della sua vita, quella personale e quella dell'uomo di Stato. Anzi, l'uso
sapiente e consumato della simpatia che poteva suscitare negli italiani
l'esibizione delle sue "galanterie" nei confronti delle donne,
del suo successo con loro, persino della sua virilità, a dispetto
degli anni e dei conseguenti acciacchi, è stato coscientemente
e assiduamente adoperato proprio come strumento di seduzione politica.
Ora,
il presidente del Consiglio invoca, come garanzia di costume democratico
e di convivenza civile, il rispetto del limite fra pubblico e privato.
Accogliamo la richiesta come un sia pur tardivo ravvedimento. Ma, soprattutto,
come una solenne e impegnativa promessa.
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Napolitano
ha fallito
di Davide Giacalone - Libero
3 Luglio 2008
Con una lettera, al Consiglio Superiore della
Magistratura, il Presidente della Repubblica ha cercato di evitare il
pronunciamento dell'organo d'autogoverno sulla costituzionalità
di un emendamento al decreto sicurezza. Non solo non ha ottenuto quello
che voleva, non solo hanno preso quella pagina e l'hanno appallottolata,
ma adesso arrivano i professori democratici a supporto. Al Quirinale volevano
evitarne uno e se ne beccano due, di giudizi d'incostituzionalità.
A
raccogliere le firme, in calce all'appello che circola e che c'è
giunto, è il prof. Pace. Sono già state apposte quelle di
Onida, Elia, Zagrebelsky, Cheli e compagnia appellante. La sostanza è
la stessa della relazione presentata, al Csm, da uno dei capi di magistratura
democratica. Secondo i professori il primo articolo della Costituzione,
<<La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle
forme e nei modi della Costituzione>>, "esclude che il popolo
possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche
elettive", il che non si sa da cosa lo deducano, "e che questi,
per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal
doveroso rispetto della Carta costituzionale", cosa che non si sa
dove l'abbiano letta, perché non risulta che qualcuno lo proponga.
Sconfinano
nel comico quando denunciano che il decreto violerebbe "il principio
della ragionevole durata dei processi", dato che tale violazione
è una costante dei tribunali italiani, procurando all'Italia condanne
severe da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, e che a denunciarla
siamo sempre in pochi.
In quanto al lodo Alfano, questo minerebbe "anche
e soprattutto l'art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini
"sono eguali davanti alla legge", ma non spiegano come mai,
per molti anni, non ritennero incostituzionali le commissioni inquirenti
e quelle per le autorizzazioni a procedere, che distinguevano parlamentari
e governanti dagli altri cittadini. E siccome la Corte Costituzionale
già indicò, pronunciandosi sul lodo Schifani, con quali
caratteristiche quella legge sarebbe stata del tutto costituzionale, ora
i costituzionalisti firmatari ci tengono a far sapere che la Corte si
sbagliava. Sono in tanti, dunque, a volerne usurpare la funzione.
L'imbarazzante
conformismo dei commenti, con uno spreco di aggettivazioni destinate a
sottolineare quanto saggio ed equilibrato fosse l'intervento di Napolitano
sul Csm, aveva già coperto il primo, grave insuccesso.
Per dare
un colpo al cerchio ed uno alla botte, Napolitano ha riconosciuto il diritto
del Csm d'inviare pareri non richiesti sulle leggi in discussione, sottolineando,
però, che devono essere diretti al ministro della giustizia. Capita,
purtroppo, che ribaltando l'orientamento di Cossiga, ed attribuendo al
Csm un potere d'iniziativa politica, si compie un capolavoro: indirizzare
al ministro un parere totalmente negativo su un emendamento di natura
parlamentare prefigura una specie di golpe, una collaborazione fra giudiziario
ed esecutivo, contro i rappresentanti del popolo. Roba da matti.
Il
Csm ha incassato volentieri tali riconoscimenti presidenziali, dovendo,
in cambio, evitare pronunciamenti sulla costituzionalità. Solo
che hanno fatto finta di niente, e attribuito al decreto: a. "profili
di grave irragionevolezza"; b. dubbi di "compatibilità"
con i principi costituzionali; c. definendolo "amnistia occulta,
applicata al di fuori della procedura prevista dalla Costituzione".
Della serie: Napolitano scriva pure quel che vuole, noi andiamo per la
nostra strada.
Tutto questo dimostra che siamo ad un punto pericoloso
dello smottamento istituzionale, con una caotica rincorsa di soggetti
diversi che, tutti illegittimamente, pretendono di fare il mestiere del
Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale. Gli squilibri
sono tali da far sì che l'errore di una parte (come considero sia
l'emendamento in questione) non si traduce in un vantaggio per l'altra,
ma nel diritto ad un errore eguale e contrario, in un crescendo rottamante
cui s'accompagna la febbre sbavante in attesa di nuove intercettazioni.
Rifiutandomi
di misurare se sia più riprovevole quel che taluni si dissero o
chi lo ha trasmetto ai giornali, con una tempistica che non ha nulla d'innocente,
resto fermo al tema principale, che è anche il più trascurato:
si sta massacrando quel che resta dello stato di diritto, già ridotto
a ben misera ed inefficiente cosa.
****
Mi
spiace, ma insisto: il ministro Carfagna si dimetta
di
Filippo Facci - Il Riformista 3 luglio 2008
Mi spiace, continua
a non andarmi giù, e non m'interessa quel che si dice in giro,
vorrei che non fossero necessarie intercettazioni o schifezze varie perché
Mara Carfagna debba dimettersi da ministro: lo stato dell'arte mi pare
più che sufficiente. Abbiamo un governo che prosegue la sua favolosa
luna di miele coi propri elettori e abbiamo un ministro che resta agli
ultimi posti per popolarità: e una ragione ci sarà pure,
forse più d'una. Ho anche difficoltà a scriverne: mi sembra
di sparare sulla croce rossa e, d'altra parte, ho il terrore che lei possa
nuovamente rispondermi come già fece su questo stesso giornale,
mettendomi in imbarazzo e peggiorando la sua situazione.
D'accapo,
dunque. Mara Rosaria Carfagna dovrebbe dimettersi perché tutto
sommato è un danno per il governo cui appartiene. Dovrebbe dimettersi
non per ciò che intrinsecamente è (non ci permettiamo giudizi
personali) ma per come è dimostrato che venga recepita da chi l'ha
indirettamente votata, oltre che da chi non l'ha votata. Se altre ministre-outsider
svettano, rispetto a lei, è perché il suo è probabilmente
un caso limite, il punto di non ritorno per un elettorato cui puoi propinare
quasi tutto ma non tutto. Mara Carfagna ha cominciato a fare politica
nel 2006 e a metà del 2008 è diventata ministro: è
troppo, punto.
Fosse anche vero che "le pari opportunità
devono essere garantite anche al ministro che deve difenderle", come
ci disse cortesemente lei, a tutto c'è appunto un limite, e questo
limite per qualche ragione è diventato lei. Mi si trovi un italiano
che non pensi che sia diventata ministro per ragioni extrapolitiche, o
alla meglio: che non pensi che, se fosse stata brutta, non sarebbe diventata
ministro. Il che potrebbe anche essere crudele o ingiusto: ma andava calcolato
più di quanto abbia fatto Berlusconi. Probabilmente a tanti italiani
non importa niente che il Parlamento (recepito ormai come una camera di
compensazione burocratica, più che democratica) ridondi di belle
signorine la cui apparenza non inganna: ma per un ministero è diverso,
perché le pari opportunità che portino un qualsiasi cittadino
a diventare ministro dovrebbero ossequiarsi a percorsi più riconoscibili
e meno apparentemente casuali.
Forse la scarsa popolarità di
Mara Carfagna è a suo modo un segno di maturazione del Paese. Per
farla breve: diventare ministri perché si piace a Berlusconi dev'essere
possibile a condizione che non lo si sappia, o a condizione che anche
senza saperlo non venga da pensarlo. Mara Carfagna, nella lettera che
scrisse al Riformista, diceva tra l'altro: "Temo che negli anni passati,
mentre io suonavo la "Patetica" di Beethoven al Conservatorio,
danzavo nel "Lago dei Cigni" di Cajkovskij, gareggiavo agonisticamente
nel nuoto stile libero, divoravo la letteratura francese dell'Ottocento
e mi laureavo a pieni voti, Facci fosse fisso con lo sguardo sullo schermo
di Piazza Grande a guardare le mie scollature. Non avrei mai immaginato
che un uomo intelligente come lui fosse caduto così in basso fermandosi
all'apparenza".
La verità era anche più terribile:
io non mi ero fermato neppure all'apparenza. Prima del 2006 non avevo
neppure mai sentito nominare Mara Carfagna in vita mia, e faccio il giornalista
da più di vent'anni.
Infine: se volessimo cedere alla retorica
di giudicare il ministro Carfagna solo per il suo operato, ecco, a mia
personalissima opinione andrebbe anche peggio.
Le sue dichiarazioni
sulle coppie omosessuali e sul gay pride sono state dannose e soprattutto
inutili. Da eterosessuale senza tentennamenti (oggigiorno occorre ancora
specificarlo) mi è difficile non condividere quanto pensa per esempio
un pidiellino come Benedetto Della Vedova: un partito che rappresenta
il 40 per cento degli elettori (tra cui giocoforza moltissimi omosessuali)
dovrebbe cominciare a chiedersi perché partiti appartenenti al
Ppe di grandi paesi come la Francia, la Germania e la Spagna diano pieno
riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali: il che non comporta
né l'estensione dell'istituto del matrimonio né l'estensione
di costosi benefici di welfare. Comporta solo fare uno sforzo di modernizzazione
del Paese, anche di questo.
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Non
solo veline
di Luca Ricolfi - La Stampa
3 luglio 2008
La luna di miele fra l'Italia e il governo sta
volgendo al termine. Non c'è bisogno di fare sondaggi per accorgersene:
chi ha votato a sinistra pensa di aver fatto l'unica cosa possibile, mentre
molti elettori di destra non nascondono la loro delusione e i loro dubbi.
Eletto per occuparsi di noi, Berlusconi sembra preoccuparsi solo di sé:
prima Rete 4, poi le intercettazioni, poi il processo Mills, poi il disegno
di legge salva-premier, poi di nuovo le intercettazioni, i giornalisti,
i magistrati.
Però non è così. Mentre noi ci godiamo
il calcio e il reality delle attricette raccomandate il governo sta lavorando
alacremente, e quel che sta facendo in questo periodo avrà conseguenze
durature sulla nostra vita. Il governo ha approvato un decreto sulla sicurezza
e un decreto fiscale, ha presentato il Documento di programmazione economico-finanziaria
(Dpef), si appresta a varare anticipatamente la legge finanziaria. Inoltre
ha deciso che questa volta la manovra non riguarderà solo l'anno
a venire (2009), ma inciderà direttamente anche sugli anni successivi.
Che
cosa ci riservano tutte queste iniziative? Spero di sbagliarmi, ma a occhio
e croce direi che il governo sta silenziosamente tradendo le speranze
di chi l'ha votato. Non tanto perché si appresta a varare l'ennesimo
pacchetto di leggi ad personam (questo, colpevolmente, interessa poco
gli italiani, e pochissimo gli elettori di centro-destra), ma perché
più o meno esplicitamente sta facendo marcia indietro sui tre fronti
che - appena tre mesi fa - lo avevano visto vincere la sfida con il centro-sinistra.
Il
primo fronte sono le tasse.
Ho letto attentamente il Dpef e con grande
sorpresa ho scoperto che la pressione fiscale non diminuirà nemmeno
entro il 2013, e sarà allora più o meno la medesima di oggi,
appena ereditata da Prodi (circa il 43% del pil). In poche parole per
i prossimi cinque anni le tasse non scenderanno, mentre in campagna elettorale
il centro-destra aveva promesso di ridurle progressivamente al di sotto
del 40% del Pil (almeno 50 miliardi di euro di tasse in meno, ai prezzi
attuali). Coerentemente, il tasso di crescita dell'Italia previsto per
i prossimi anni è modestissimo (meno dell' 1,5%), e resta ampiamente
al di sotto di quello dell'Eurozona.
In materia di tasse l'unica luce
che si intravede all'orizzonte è la semplificazione degli adempimenti
fiscali, che speriamo possa procedere senza intoppi e produrre qualche
effetto benefico.
Il secondo fronte è la sicurezza. Qui spiace
fare la Cassandra, ma per cancellare il mio pessimismo qualcuno dovrebbe
spiegarmi come si fa ad avere più giustizia e meno criminalità
finché: a) si riducono le risorse alle forze dell'ordine; b) non
si fanno investimenti massicci nell'edilizia carceraria; c) si limitano
le intercettazioni senza conferire risorse economiche sostitutive; d)
si vara una sospensione dei processi che diminuirà l'efficienza
della giustizia (un punto rilevato da molti, ma magistralmente spiegato
nei dettagli da Bruno Tinti qualche giorno fa su questo giornale).
L'ultimo
fronte è la lotta agli sprechi. Non ho dubbi che ministri come
Renato Brunetta (Funzione pubblica) e Mariastella Gelmini (Istruzione
e università) siano armati delle migliori intenzioni, ma vorrei
ricordare che il problema degli sprechi della Pubblica Amministrazione
è concentrato in determinati territori (spesso al Sud, ma non solo),
e che il ministro Tremonti aveva preso l'impegno di fissare obiettivi
di risparmio geograficamente differenziati. Mi auguro di essere smentito,
ma mi pare che finora il riferimento alle differenze regionali sia rimasto
un po' generico (si parla di una grande discussione d'autunno sul federalismo
fiscale), e che anzi qualche volta si sia riaffacciato lo spettro del
"metodo Gordon Brown", ossia di tagli generalizzati o proporzionali
alla spesa storica.
Niente diminuzione delle tasse. Improbabile aumento
della sicurezza. Scarsa riduzione degli sprechi. Questo mi sembra quel
che rischiamo nei prossimi anni.
E tutto perché, mentre su questo
si decideva, eravamo concentrati tutti quanti su un solo sia pure importantissimo
nodo politico: la 374esima puntata della serie tv "Io, le veline
e i magistrati".
****
Il
pizzo di Berlusconi
I post di Beppe
Grillo Lunedì 7 Luglio 2008 - Riporto la trascrizione dell'intervento
di Marco Travaglio:
"Buongiorno a tutti. Oggi sono in un
aeroporto: è tempo di viaggiare. Domani bisogna essere tutti a
Roma, alle ore 18 in piazza Navona, per manifestare contro le vergogne
che stanno succedendo. Vorrei partire dall'ultima.
In Sicilia, quando
un cittadino non si piega, gli tagliano le gomme della macchina. Se capisce,
bene. Se non capisce, gli fanno saltare la macchina. Se capisce, bene.
Se non capisce gli mettono anche una bomba carta alla serranda del negozio.
Se poi il tipo non vuole saltare assieme al negozio con tutta la sua famiglia,
deve accettare il dialogo. Solo che in Sicilia si chiama "pizzo",
si chiama racket, si chiama estorsione. Arrivano uomini del dialogo e
gli fanno una proposta.
Gli dicono di aver saputo degli attentati,
di essere molto dispiaciuti e gli offrono protezione. Da chi? Da loro
stessi. Sono loro che mettono le bombe e loro che offrono protezione,
da sé stessi. Il dialogo ha un prezzo. È una tangente, un
pizzo. Il commerciante dovrà pagare un tot al mese agli estorsori
per evitare ulteriori guai.
Alla fine, se paga, che cosa ha vinto?
Ha vinto la mafia, non ha vinto lui. Non ha vinto il dialogo. Ha vinto
la violenza.
Trasferite questo sistema di operare a Roma. A Roma succedono
le stesse cose, soltanto che cambiano le parole. C'è un signore
che arriva al potere e immediatamente comincia a rovinare la giustizia,
a sfasciare tutto. Presenta una legge per far saltare 100.000 processi,
perché ne ha uno anche lui. Poi ne fa un'altra che impedisce ai
magistrati di fare le intercettazioni e di scoprire i reati, e di scoprire
le prove per incastrare i colpevoli di quei reati. Poi va in televisione
dice che se non si scoprono i colpevoli dei reati è colpa della
magistratura che è una metastasi, che è politicizzata, che
è un cancro. È colpa dei giudici che sono dei fannulloni.
È
colpa dei giudici che si occupano solo di lui. È colpa dei giudici
che sono antropologicamente diversi dalla razza umana che sono dei matti,
che sono psicolabili, che sono golpisti, che sono fascisti, che sono terroristi.
E che non a caso, nei sondaggi, la loro credibilità diminuisce.
I magistrati a questo punto alzano le braccia.
Ma ciò non basta.
Lui
a questo punto fa una legge, ma questa la fa presentare da Tremonti, che
taglia i fondi per la giustizia, fino al 40%. 10% il primo anno, 20% il
secondo, e poi taglia anche gli stipendi ai magistrati, che già
sono pagati un terzo, un quarto, un quinto di quanto è pagato un
piccolo manager di una piccola azienda.
A questo punto, dopo averli
prostrati e ridotti alla rovina, si manifesta qualcuno che offre il dialogo.
E dice: "eh, abbiamo saputo che vi stanno impedendo di fare il vostro
lavoro, di fare i vostri processi, di fare le intercettazioni, vi stanno
impedendo di scoprire i reati; vi insultano. Volete il dialogo? Cifra
modica: si chiama Lodo Alfano.
Se voi vi dimenticate i processi al
Presidente del Consiglio, se vi dimenticate - o le lasciate evaporare,
o le mangiate o le bruciate, o le cestinate - le intercettazioni del Presidente
del Consiglio (intercettazioni indirette, non è lui che viene intercettato,
sono di solito dei mascalzoni con i quali lui è solito parlare,
perché sono tutti amici suoi).
Bene, se accettate di pagare
questa modica cifra, questa sommetta, allora arriva il dialogo: gli altri
processi ve li facciamo fare, le intercettazioni ve le lasciamo fare,
magari non vi tagliamo nemmeno gli stipendi e non vi tagliamo nemmeno
i fondi. Magari assumiamo anche qualche cancelliere. Magari paghiamo anche
la benzina per le volanti che devono andare a fare le indagini, con sopra
i poliziotti. Dipende da voi. Dialogate, o volete lo scontro?"
Ecco,
una tecnica estorsiva che a Palermo si chiama racket, a Roma si chiama
dialogo. Alla fine, se i magistrati cedono, chi ha vinto?
Hanno vinto
loro, ha vinto il dialogo? Ha vinto la distensione? Ha vinto la pace?
Ha vinto l'estorsore, che politicamente parlando, in questo caso, è
il nostro Presidente del Consiglio. Il nostro Presidente del Consiglio
che ne sta combinando una al giorno, quando non ne combina due, e che
ha bisogno di nascondere questa realtà agghiacciante che sotto
gli occhi di tutti, ma che nessuno vede anche perché molti giornalisti
e molti commentatori fanno finta di non vederla. Esattamente come molti
intellettuali facevano finta di non vedere il fascismo alle sue origini.
E
sono stati ricordati nei libri di storia perché era quelli che
parlavano d'altro, erano quelli che dicevano di non esagerare. Quelli
che dicevano che bisognava dialogare con Mussolini. Erano quelli che dicevano:
"ma insomma, anche lui farà delle cose buone. Ma insomma,
certo è un po' rude, però ha anche il suo consenso. Ha preso
i voti".
Ecco, sono questi che verranno ricordati nei libri di
storia per non aver fatto nulla e per non aver fatto nulla in una fase
come questa. Sono loro i principali alleati del regime.
Sono anche
alcuni sedicenti oppositori, quelli che ElleKappa chiama "diversamente
concordi", che non dicono mai una parola definitiva. Che non riescono
a dire "no!", ma: "trattiamo, mettiamoci d'accordo, dialoghiamo.
Togliete la legge blocca processi e noi ve ne facciamo una che blocca
solo quel processo, in fondo a voi interessa solo quel processo, mica
gli altri." Non si rendono conto nemmeno del fatto che a settant'anni
dalle leggi razziali, stanno passando delle leggi razziali.
Nell'Italia
del 2008 sono già passate un paio di leggi razziali e altre sono
in preparazione. Sono quelle leggi che trattano in maniera diversa i cittadini
o le persone umane, a seconda della loro provenienza, della loro razza,
o del colore della loro pelle. Una l'ha approvata il Capo dello Stato
senza colpo ferire, senza battere ciglio: si chiama "aggravante speciale
per gli extracomunitari clandestini".
Stabilisce questo: se io,
italiano bianco di razza ariana, rapino un milione di euro una banca e
do un ceffone a una guardia giurata becco, poniamo, dieci anni.
Se
lo stesso reato, la stessa rapina, per lo stesso importo di un milione
di euro, dando lo stesso ceffone alla guardia giurata, lo commette un
immigrato irregolare senza i documenti prende dieci anni più x.
X è l'aggravante razziale. Abbiamo fatto lo stesso danno, commesso
lo stesso reato ma alla stessa azione non segue la stessa reazione dello
Stato, ne segue una diversa. Perchè? Perchè lui viene da
fuori e io sono indigeno. Infatti vuoi mettere la soddisfazione?
"A
te chi ti ha rapinato?" "A me un italiano" "Ah che
culo, invece a me un extracomunitario!" Come se il danno che può
fare un extracomunitario compiendo la stessa azione fosse maggiore. Questa
non è una legge per la sicurezza, è una legge razziale che
non da ne più ne meno sicurezza rispetto a quella che avevamo prima
perchè la sicurezza passa attraverso la certezza dei cittadini
che chiunque abbia commesso un reato viene punito con una pena proporzionata.
Non c'entra la qualità di chi ha commesso quel reato: tutti devono
essere uguali di fronte alla legge.
Questo stabilisce la nostra Costituzione
e la Corte Costituzionale ha stabilito che questo diritto spetta anche
ai cittadini che non sono ancora cittadini, e forse non lo saranno mai,
ma li processiamo noi. Nei nostri tribunali tutti devono essere trattati
nello stesso modo.
L'articolo 3 della costituzione dice che nessuno
può essere diverso da altri davanti alla legge per questioni di
razza, religione, provenienza, status sociale, condizione sociale.
Nessuno
può essere diverso per la carica che occupa, per la religione che
professa, per il colore della sua pelle. Nessuno può essere diverso
per l'etnia da cui proviene. Bene, con un'ordinanza amministrativa di
ordine pubblico, così è stata presentata, il ministro Maroni
che peraltro è una persona di solito sensata, normale, moderata
e con la quale si può parlare, ha fatto una cosa di cui forse nemmeno
lui si rende conto perchè nessuno, intorno a lui, o quasi nessuno,
gliene fa rendere conto. Io ho contato due o tre commenti negativi: Barbara
Spinelli sulla Stampa di ieri, Furio Colombo sulla Stampa di ieri e molte
associazioni di volontariato.
Addirittura la Chiesa, addirittura Famiglia
Cristiana. E' la norma che prevede la schedatura dei rom, compresi i bambini.
Dopo le aggressioni ai rom nei campi, dopo i raid punitivi - le squadracce
fasciste o di qualunque colore siano, contro i rom cioè contro
un'etnia non contro una persona che ha fatto qualcosa e per la quale voglio
reagire.
Contro un'intera comunità, solo per la sua provenienza,
etnia, religione, solo per il suo essere nomade io colpisco indiscriminatamente
nel mucchio. I raid.
Ma i raid li fanno i delinquenti, vengono puniti!
Questo stesso modo di procedere l'ha fatto il governo, prima istituendo
in alcune grandi città un commissario straordinario per i rom.
Come se si dovesse fare un commissario straordinario per gli australiani,
per quelli che vengono dalla Groenlandia, un commissariato straordinario
per quelli che vengono dall'India. No: il commissario straordinario per
i rom.
Altra legge razziale. L'ultima legge razziale è quella
che prende le impronte. Non a tutti: io non sono contrario a prenderle
a tutti.
Abbiamo un quadrettino sulla nostra carta d'identità
che prevede il prelievo delle impronte per essere certi di associare a
un'impronta, cioè un segno di riconoscimento chiaro, l'identità
che uno dichiara nel suo documento. Può essere molto utile per
combattere la criminalità di importazione che italiani e immigrati
debbano dare allo Stato italiano la loro impronta per associarla a un
nome. C'è il problema che molto spesso chi viene in Italia per
delinquere fornisce false generalità e falsa nazionalità.
Perché?
Perché
ogni volta che viene preso risulta sempre la prima volta, e beneficia
della sospensione condizionale della pena. Non ha aggravanti, nel caso
sia recidivo.
Bene, si prendessero le impronte di tutti, dopodichè,
"non mi vuoi dare la tua identità reale? Te la do io: ti chiami
Pippo!". Da quel momento Pippo ha quell'impronta e ogni volta che
verrà fermato risulterà che è già stato fermato
per i suoi precedenti e quindi verrà trattato anche lui come gli
italiani che hanno dei precedenti.
Con le loro aggravanti e, a un certo
punto, senza la sospensione condizionale della pena. Questo è un
modo corretto, in uno Stato serio, di comportarsi nei confronti di chi
non può permettersi di calpestare il territorio di un Paese, senza
un nome e senza una identità.
Questo è un modo per dargliela.
Naturalmente se si investono molti soldi, non se si tagliano i fondi.
Se si investono molti soldi nella sicurezza per creare una grande banca
dati delle impronte, come quella dell'FBI, affinché chiunque, italiano
o straniero, viene sorpreso, si verifica che stia dando le generalità
giusto o che non stia usando un documento falso, o che non stia dando
un nome falso. Per investire alla fine si riesce a ottenere il risultato
che l'impronta appoggiata sul monitor del computer portatile del poliziotto
aiuta a risalire immediatamente all'identità e agli eventuali precedenti.
Si fa per tutti. Non si fa per i rom e basta. Se si fa per i rom e basta
non è una misura di sicurezza, ma una misura razzista.
Il fatto
che non si riesca più a distinguere le due cose e che non si capisca
che la nostra sicurezza non migliorerà di un millimetro, non migliorerà
di nulla nel caso in cui abbiamo prelevato le impronte di tanti bambini
rom facendogli anche dichiarare la loro etnia e la loro religione - perché
questo sta avvenendo in alcune città italiane - questo è
molto grave, anche perché noi siamo un Paese che settant'anni fa
ha fatto le Leggi Razziali. E le Leggi Razziali erano una importazione
dalla Germania di un razzismo di Stato che ha provocato lo sterminio di
due comunità: la comunità ebraica e la comunità rom.
Diversi per etnia erano, per i nazisti e per i loro servi italiani, i
rom e gli ebrei.
Schedare i rom, oltre a essere un vergogna, è
anche un bruttissimo ricordo per quello che è accaduto settant'anni
fa e al quale nessuno, nemmeno i fascisti risciacquati a Fiuggi e ridipinti
da Fini, dovrebbe mai ritornare. Ecco, questo è quello per cui
si deve manifestare domani. Una serie di provvedimenti spot, alcuni razzisti,
altri che devastano la legge, altri che devastano la Costituzione, tutti
a danno dei cittadini, tutti a danno dell'immagine dell'Italia. Tutti
a danno della nostra dignità, tutti a danno della nostra Costituzione,
che vengono presi in sequenza: una legge incostituzionale al giorno perché
così il Capo dello Stato non potrà mica bocciarle tutte.Qualcuna,
in nome del dialogo, ce la dovrà pur concedere.
È contro
questo che bisogna manifestare. È a favore dell'uguaglianza dei
cittadini di fronte alla legge, è a favore della verità
e del dire la verità ai cittadini.
È a favore della sicurezza
vera, e non quella finta fatta con provvedimenti molto gravi, e allo stesso
tempo dall'efficacia assolutamente nulla.
Se poi proprio si vuole
cominciare da uno piccolo per prendergli le impronte, cominciamo a prenderle
al Presidente del Consiglio e a tutti coloro che gli stanno attorno e
che stanno lavorando contro la nostra sicurezza.
Ci vediamo domani.
Passate parola".
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