«Camelot» 16 Dicembre 2007 * Intervista a Re Berlusconi
In edicola sul numero di Gennaio di LiberoReporter
E, dalla splendida Reggia di Antigua, su www.corriere.it - archivio, l'intervista di Marco Galluzzo di mercoledì 9 Gennaio 2008
Nel castello di Arcore, dove vive con la bellissima moglie Veronica, Re Silvio, su consiglio del Mago Dell'Utri e del fido Sir John John Letta, istituisce la Tavola Rotonda con i più valorosi, e i più infidi, cavalieri del Paese. Uniti dallo stesso ideale, essi giurano di porre la loro spada a difesa del Popolo degli oppressi dalle tasse del perfido
Tiranno Sir Padoa Schioppa
Tra cacce ai comunisti, conflitti di interessi, rocambolesche avventure giudiziarie, guerre intestine perdenti, emozionanti tornei di scopa, canzoni e lasagne napoletane un giorno, a turbare Re Silvio, i prodi Cavalieri e la legge elettorale arriva il mitico Lancillotto D'Alema che, servendosi dei favori dell'infido scudiero Wolter Bipartisan,
zac! e si fa una Bicamera con vista proprio sulla Tavola rotonda di Silvio & Wolter
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La  splendida Reggia di Camelot
di Re Silvio e della Regina Veronica
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Alla Tavola rotonda del Cavalier Berlusconi
Cavalier Berlusconi, se come Re Artù avesse alleati fedeli, come governerebbe l'Italia?
<<Lettere - Commenti - Articoli correlati>>
di
R. Guidetti - M. Pazzo - D. Giacalone - F. Ragusa - Radicali - F. Martin - M. G. Maglie - G. D'Avano - P. Franchi - F. Cammarano - G. Da Empoli
Quel che non sanno di Rudy Giuliani di Maria Giovanna Maglie
Sicurezza e serietà di Giuseppe D'Avanzo
La legalità nell'Italia che si divide sui lavavetri di Paolo Franchi
Vetri sporchi di Fulvio Cammarano
E' giunto il momento di recuperare il valore dell'autorità di Giuliano Da Empoli

Egregia D'Olcese, ha una bella immaginazione!
Soltanto a lei poteva venire in mente di nobilitare le miserrime cronache politiche attuali ambientando trame e tradimenti che si fanno quelli dell'Unione a Camelot brava.... Ci vuole un bello stomaco a far passare la feccia della politica attuale per la Tavola Rotonda di Re Artù e dei suoi nobili cavalieri! Impareggiabile Olcese....
Auiguri! Giovanni Malagutti
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"Camelot": intervista a Re Berlusconi
Oltre agli auguri ti mando anche un grosso "complimenti". Tu se vai avanti così ti ritrovi obbligata a collaborare con i famigerati bravissimi fratelli Guzzanti!!!!!!!
Ma dove le trovi? Sono spassosità megagalattiche!!!! Sei bravissima!!!! Anche se a molti dei personaggi in questione la satira solitamente quasi conviene, perchè li rende più umani, direi che per come li descrivi tu probabilmente vorranno autoseppellirsi... come diceva Forattini "portare la matita al cuore dello stato!" beh, nel tuo caso è una penna anzi un programma di posta!!!!! Evvaiiiiii
Giuliana carissima tantissimi auguri per l'anno nuovo te li meriti tutti (e te li guadagni, anche!!!)!!!! Ciaoooooo

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"Camelot": intervista a Re Berlusconi
in edicola dal 21 Gennaio su LiberoReporter
Il tuo articolo /avviso è online qui:
http://www.reportonline.it/article6022.html
Renato
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Pensierino della Domenica in risposta al Senatur. Nisba schei se la Serenissima secede
Non dimenticando che i Veneti i xe anca Austriaci, se la Serenissima secede son dolori. Niet sicurezza? Nisba schei del Nordest allo Stato italiano. Quindi, conviene continuare a fare incazzare i Sindaci veneti e padani? Il ministro tanto Amato da teorici & intellettuali si svegli e invece che a Blair pensi agli italiani (,-)
Se pur con qualche distinguo, il fenomeno Nordest non è da prendersi sottogamba, sintetizza sul Corsera Gian Antonio Stella.
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Il regalo di Natale agli italiani? Varato il "Pacchetto Insicurezza"
Una cosa è certa: se espellere clandestini e stranieri che delinquono equivale a notificargli il foglio di via intimandogli di lasciare il nostro Paese con i propri mezzi e la propria volontà... del foglio di via i clandestini si fanno quello che Bossi faceva del Tricolore e chi ha subito la violenza, la rapina o l'assassinio di un congiunto, è fisiologico, purtroppo, che si faccia giustizia da solo.
Mentre il sindaco DS di Salerno dichiara "Ho cacciato abusivi e irregolari con vigili e manganelli", su Rep Scalfari tuona "Delinquenti e squadristi tolleranza zero, il decreto del governo è uno strumento adatto?", di rimando Ostellino sul Corsera "Provate a immaginare cosa succederebbe negli Stati Uniti se il sindaco di Washington - con la città ridotta come Roma - si candidasse al Governo del Paese. L'opinione pubblica lo massacrerebbe. Da noi, si è sollevato un gran polverone sulla criminalità romena. Per stornare l'attenzione da chi non sa governare" e cita il capo del Partito degli immigrati romeni che dichiara "Nel mondo criminale il vostro Paese è considerato quello dove tutto è permesso, ecco perchè tanti delinquenti vengono qui" e "Della stessa opinione sono i delinquenti italiani", aggiunge Ostellino, (...)
Giuliana D'Olcese (continua sul numero di Dicembre 2008 di LiberoReporeter).
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Lettera al Corriere - Potere d'acquisto
Caro Romano, nel leggere la lettera sull'inconfutabile perdita di potere d'acquisto dopo l'introduzione dell'euro, mi sono meravigliato della sua mancanza di precisazioni in merito ad alcune illogiche affermazioni. Noto infatti che l'abile bombardamento mediatico circa le gravi di Prodi nel consentire un cambio lira-euro a 1936 piuttosto che a 1500, sembra aver fatto breccia nell'elettorato meno preparato. Difatti, teorizzare un cambio a 1500 lire significa, semplicemente, non aver mai letto neanche la prefazione di un qualunque compendio di macroeconomia.
Prescindendo dalla circostanza che le parità furono fissate con l'accordo (e lo scontro) degli altri membri Ue, e che i valori non potevano certo discostarsi molto dall'andamento dei cambi nel biennio precedente, sarebbe curioso immaginare la reazione di imprese e di tutto il settore produttivo votato all'export circa una repentina rivalutazione della moneta di quasi il 25%! Praticamente una catastrofe, con immaginabili conseguenze sull'intero sistema Paese. Stupisce, al contrario, che si ignori la mancata attivazione da parte del ministero delle Finanze degli appositi, e già previsti, nuclei di controllo sulla corretta conversione lira-euro da parte della grande e piccola distribuzione e dei lavoratori autonomi (veri beneficiari, infatti, di quella svolta monetaria). Infine, a tutt'oggi, ancora non si è riusciti a capire perché il ministro Tremonti, primo in Italia, abbia sancito la parità 1000 lire = 1 euro, nel decretare il 31 dicembre 2001 il raddoppio della giocata minima del gioco del Lotto. Come dire: se lo fa lo Stato, possiamo farlo tutti. Ed infatti, chi ha potuto, purtroppo lo ha fatto.
Vincenzo Zagarola, Roma,

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Nella mia risposta non ho ricordato i suoi argomenti sul cambio perché il problema era stato trattato più volte in questa rubrica. Ho sbagliato.
Repetita iuvant.
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Bicamera con svista, l'amarcord di D'Alema*
Ho scritto questo che ti mando sotto, ma, come al solito, nessuno si sogna di rispondere. E' tutto vero, anche questa schifezza?
Non che mi meravigli più di tanto ormai! Ero una convinta elettrice di sinistra, ma ora, a dirti il vero, non saprei più per chi votare! Che ne pensi del ricatto di Berlusconi sulla collaborazione per la legge elettorale a patto che non si tocchi l'attuale legge sulle televisioni e il conflitto di interesse?
Credo che con questo se non abbiamo toccato il fondo poco ci manca! Che schifezza! Non avevo dubbi sul fatto che non si toccano l'un l'altro, e credo che questa richiesta sia del tutto inutile perchè nessuno ha intenzione di intervenire. Ma il resto del mondo come è?
Ciao e buona giornata Claudia Spagnuolo. ecco la lettera

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Spett. Redazione,
Sono rimasta allibita e vorrei sapere se è vero che il gioco è debitore verso lo stato di 98 milioni di euro perchè se fosse vero sarebbe da chiedersi il perchè ci spremete come limoni se invece i soldi per far funzionare le cose ci sono e in abbondanza. Ci chiedete perchè non abbiamo più fiducia nella politica e, se questo è vero, questo è uno dei tanti motivi. Abbiamo i figli precari, se non disoccupati, tutto aumenta, le tasse sono alle stelle, anche noi, che prima eravamo considerati ceto medio, non riusciamo più ad arrivare alla fine del mese e poi sentiamo notizie di questo genere. Vi prego rispondetemi e ditemi che non è vero e che sono solo chiacchiere e forse chissà potrei tornare a votarvi e vi chiederò scusa per questo, ma se invece mi dite che è vero mi vergogno perchè questa Italia a di cui ero orgogliosa oggi non mi appartiene più. Grazie da una probabile ex elettrice.
Claudia Spagnuolo
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Cara Claudia, da chi e da quanti ti aspettavi una risposta?
Che schifezza?????? e non avevi dubbi sul fatto che non si toccano l'un l'altro, e credi che questa richiesta di Berlusconi sia del tutto inutile perchè nessuno ha intenzione di intervenire. Sì, hai ragione. Ignoravi che la storiella, meglio la pantomima, del cosìdetto "conflitto di interesse" va avanti da anni per sola propaganda di sinistra e centrosinistra? Sono stati due volte al governo, e con questa fanno tre, e non l'hanno mai toccata......, poi, al momento del "bisogno" la tirano fuori come una clava. E, Berlusconi, lo sa benissimo e ci sguazza.
Ma il resto del mondo com'è? mi chiedi. Il resto del mondo ha popolazioni e cittadini più dignitosi, e meno disposti ad accettare di farsi fare fessi da governi & poilitici. Reagiscono, si fanno sentire, vanno, e creano le sedi apposite a far sentire le proteste popolari, quindi, noi ci meritiamo questo ed altro.
Nel caso tu non l'abbia ricevuto ti invio la penultima news letter, Camelot. Ti divertirà, anche se il riso è amaro. Abbracci gd'
o (,-)
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Bicamera con svista, l'amarcord di D'Alema*
Come al solito, sei sempre una persona gentilissima che si prende cura in modo squisito dei propri lettori come se fossero degli amici di lunga data.
Ti ringrazio per questo e quando parlo con te, anche non conoscendoti di persona, mi sembra di parlare con una vecchia amica. L'intelligenza e la sensibilità sono gli attributi necessari per chi lavora nel pubblico in qualsiasi modo ed è ciò che manca nei nostri politici, o almeno in quasi tutti, che si sentono depositari del verbo e si tengono sul loro piedistallo con tutte le loro "redditizie e indebite acquisizioni" non volendo, perpaura di perderne anche una sola, scenderne anche solo per parlare a qualche cittadino che fa loro una domanda. Come si può cambiare questo stato di cose? Cosa possiamo fare noi?
Non vedo soluzioni anche perchè vedo nel popolo italiano una cecità paurosa e una passività felice e quindi ancora non vedo chi e come potebbe rivoluzionare tutto.
Ciao, ti ringrazio anche dei tuoi articoli che scavano sempre molto a fondo, sempre con la classe innata che ti contraddistingue.
Claudia Spagnuolo
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Uno scandalone da far scoppiare
Europa? Non ne sapevo nemmeno l'esistenza. Vende 5000 copie? A volte bisogna comprarli per forza sti giornali come le luminarie nei giorni di festa a Napoli e provincia... Ciao P
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[Repubblicani] dal Blog di Beppe Grillo: commento di un lettore.
E come mi ha fatto ridere Prodi, l'uomo più spassoso dell'anno, che nella nuova Finanziaria ci incita a fare economia sulla carta!
A NOI?!?
Di quale carta dovremmo fare economia? Della carta igienica? Quando lo Stato ripaga le copie non vendute dai vari giornali con rimborsi così onerosi da costringere la povera Unità a produrre ogni notte 16.000 copie in più di scarto sicuro, che saranno buttate al macero, per poter intascare 250.000 euro l'anno per contributi per copie stampate e non vendute? Ma le cifre sono anche peggio: sa che ne vende solo 60.000, ne manda in edicola 80.000 e ne stampa 120.000. A che scopo?
Per distruggere qualche foresta in più? E poi ci dicono A NOI di risparmiare?!?! Europa, il quotidiano della Margherita che non compra nessuno, vende meno di 5.000 copie ma ne stampa 30.000 per usufruire di 3 milioni di euro l'anno di contributi pubblici. 3 milioni di euro sono la cifra stanziata a Milano per rottamare caldaie o auto inquinanti. Quante spese utili si potrebbero fare con questa carta destinata al macero ma profumatamente pagata dallo Stato?
E almeno contenesse qualcosa di utile! Non un solo foglio contiene qualcosa che possa essere conservato come notizia di valore. cartaccia, che a va ad aumentare lo spreco parassitario. E a fronte di tanto scialo non un solo aumento dei giornali letti in Italia IN SESSANTA ANNI!
Sarebbe stato meglio comprarci computer per le scuole o pagarci insegnanti inglesi di madrelingua o ristrutturare i nostri fatiscenti istituti scolastici o dare, come in Germania e in Francia, dei contributi pe ri mutui-casa delle giovani coppie! Ma lo sapete che rimborsiamo anche le spedizioni postali del giornaletto di Sky-tv di Murdock?
25 milioni di euro l'anno! che nell'ultina Finanaria corrispondono all'integrazione nazionale per gli asili!
dal blog di Beppe Grillo, commento di Riccardo Guidetti  31.12.07 15:48
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Via i rifiuti dalla Campania in 24 ore? impossibile!
In 24 ore è impossibile! Bisognerà videosorvegliare le discariche, ispezionare TUTTE le IMPRESE d'Italia per sapere DOVE E COME SMALTISCONO i loro liquami e rifiuti tossici, far pagare a tali Imprese ed alla camorra e politici collusi i DANNI ARRECATICI a noi stessi, all'agricoltura, alle FALDE ACQIUIFERE.
Insomma è un lavoro enorme che prevede costruzione di inceneritori e termovalorizzatori che non si costruiscono in 24 ore!
E' UN DISASTRO! altro che 24 ore! Siamo disperati e arrabbiatissimi! VERGOGNA!
Arch. Graziella Iaccarino-Idelson Napoli

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*i Sindaci con la gente, lo Stato con il...
Per adesso la priorità è Prodi. Poi vedremo se ci si ricorderà di certe battaglie.
Ciao Stefano.
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Cara Giuliana, grazie per tutti i bellissimi messaggi che mi invii.
Per rappresentarti la condizione femminile, sappi che sto rischiando di dormire fuori casa solo per stare su Internet. Ti mando per conoscenza il messaggio da me inviato a Enzo Marzo, eccolo: Gentile Enzo Marzo, ho ricevuto uno strano messaggio molto sgradito da "Corriere.net", tendente a denigrare le insegnanti. Certe notizie dovrebbero restare lì dove sono nate, e non essere diffuse per il mondo. I mass-media continuano ad interpetrare al meglio l'intramontabile maschilismo italiano: le donne fanno notizia solo se fanno sesso o se ammazzano qualcuno, mentre la criminalità ed il malcostume maschili, estremamente più gravi e diffusi, raramente interessano a qualcuno. Dato che la malizia maschile non ha limiti, ci tengo a precisare che la mia richiesta d'aiuto a te rivolta significava solo ed esclusivamente avere l'intervento di un avvocato o di persone capaci di fare luce su un fatto grave, significativo e rappresentativo degli innumerevoli abusi di potere che avvengono ogni giorno in Italia.
La vicenda ha anche uno sfondo politico, in quanto il notaio, di destra, giustificava l'accaduto accusando la sinistra di chiedere più tasse ai cittadini per la prima casa.
Mi sono permessa di chiederti aiuto perché so che hai le conoscenze giuste.
Anna Costantin

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La tara meridionale
Nel mentre Napolitano conclude le vacanze capresi, a dir poco inopportune, Bassolino fa sapere che non ha intenzione di dimettersi, di sentirsi in dovere di "continuare la battaglia". Un potere arrogante sostituisce l'altro, un mondo di clientele emigra da un potente all'altro, il popolino tributa plebisciti a rotazione, il senso civico brucia tanto nel governo della cosa pubblica quanto nella protesta di piazza, la camorra fa affari. C'è di che urlare la rabbia, perché tutto questo sembra confermare la tara genetica della napoletanità, l'inferiorità civile di un popolo e, in definitiva, di grandissima parte del Sud. In questa lettura, ripugnante, vi sono tracce di verità.
E' vero che molti meridionali, quale io sono, si rivolgono all'amministrazione pubblica per un proprio tornaconto, raramente per il bene comune. E' vero che i politici più zozzi sono visti con maggior favore, perché considerati fra i più efficaci nel garantire la spartizione dei beni collettivi. E' vero che i salari derivanti dalla spesa pubblica sono considerati un diritto indipendente dal lavoro. Tali malcostumi sono diffusi ovunque, ma al Sud il principio di legalità fa più difetto che altrove.
E' messa in dubbio la sovranità stessa dello Stato, quindi della legge, e gli onesti soccombono. Così si può consentire a Bassolino di affermare, svergognato, di non essere mai venuto meno al dovere, nel mentre la spazzatura avvelena l'aria e la vita civile. Si può consentire all'amministrazione prefettizia di riutilizzare discariche che la legge aveva chiuso. Si può alimentare con denari pubblici la camorra, mettendo sui terreni da questa intermediati la mondezza che non si smaltisce altrove. Si possono consentire proteste di piazza che regolarmente violano diritti collettivi. Il Sud e l'Italia tutta hanno un disperato bisogno di legalità. Il che comporta etica civile e coraggio politico. Non mi spaventa la sinistra della "spazzatura sulla città", mi terrorizza che l'opposizione non sappia partorire altro che proteste chiassose. I primi andrebbero cacciati via a calci, ma non dai secondi che vogliono prendere il loro posto. Le soluzioni ci sono, a Napoli come nel resto del mondo, ma si deve proporle se si vuole essere migliori dei Bassolino, delle Iervolino e dei Pecoraro Scanio. E ci vuol pure poco.
Davide Giacalone Pubblicato da Libero
http://www.davidegiacalone.it
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Emergenza rifiuti? Una soluzione esiste! Ci viene proposta proprio dal CNR:
Rifiuti: arriva Thor, il sistema di riciclaggio 'indifferenziato'. Quanto sia oneroso e problematico il trattamento dei rifiuti, lo dimostra la "tragedia" della Campania alla quale media e istituzioni stanno prestando la loro allarmata attenzione in questi giorni. Ma i rifiuti solidi urbani, com'è noto, possono rappresentare anche una risorsa. In questa direzione va Thor, un sistema sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche insieme alla Società ASSING SpA di Roma, che permette di recuperare e raffinare tutti i rifiuti e trasformarli in materiali da riutilizzare e in combustibile dall'elevato potere calorico, senza passare per i cassonetti separati della raccolta differenziata.
Un passo oltre la raccolta differenziata e il semplice incenerimento, con cui i rifiuti diventano una risorsa e che comporta un costo decisamente inferiore a quello di un inceneritore. Thor (Total house waste recycling - riciclaggio completo dei rifiuti domestici) è una tecnologia ideata e sviluppata interamente in Italia dalla ricerca congiunta pubblica e privata, che si basa su un processo di raffinazione meccanica (meccano-raffinazione) dei materiali di scarto, i quali vengono trattati in modo da separare tutte le componenti utili dalle sostanze dannose o inservibili.
Come un 'mulino' di nuova generazione, l'impianto Thor riduce i rifiuti a dimensioni microscopiche, inferiori a dieci millesimi di millimetro. Il risultato dell'intero processo è una materia omogenea, purificata dalle parti dannose e dal contenuto calorifico, utilizzabile come combustibile e paragonabile ad un carbone di buona qualità... continua:
Marco Pazzo
http://www.cnr.it/cnr/news/CnrNews.html?IDn=1758
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Il viceré ed il Partito Democratico
Bassolino non è solo l'arrogante viceré napoletano, un Tommaso Aniello ribaltato, che incassa dalle tasse anziché abbassarle, non è solo il responsabile di una tragedia che ci svergogna in mondovisione, e non ha solo amministrato soldi finiti alla camorra, è anche uno dei fondatori del Partito Democratico. Un partito che ha un capo ma non un gruppo dirigente, non ha struttura e manca di democrazia interna, che è la somma di correnti ed individualità, mancando di un'identità realmente condivisa.
Un clone di Forza Italia, insomma, con la differenza che il modello originale è già stato molte volte votato da un numero enorme d'italiani, mentre il clone mai.
Il problema del viceré si pone, e per molte e serie ragioni.
Tenersi Bassolino fra i fondatori significa pensare al Sud in un modo che farà sembrare l'era laurina quale empireo del pensiero e della passione democratica.
La sua capacità di moltiplicare i voti nel mentre abbandonava a se stessa la spazzatura e dilapidava ricchezze pubbliche evoca il peggiore clientelismo, con la significativa differenza che nell'italietta liberale servì anche a consolidare la democrazia, nel dopoguerra anche a distribuire ricchezza, ora solo a mantenere in vita una macchina di potere fine a se stessa. Se ci si tiene Bassolino per non perdere il suo feudo elettorale, i legami intessuti e le relazioni coltivate, il nuovo partito non puzza di vecchio, ma di morto. Se una parte del partito lo vuol tenere perché utile nelle dinamiche interne, vuol dire che la nuova cosa non nasce con le correnti, ma direttamente con la loro degenerazione. Se a Napoli non c'è una sinistra che reclama le sue dimissioni e la sua cacciata, vuol dire che s'è avvelenato il corpo, ma anche la terra e le acque. Se taluni mostrano disagio (e li capisco) per la Binetti, ma non per Bassolino, vuol dire che il moralismo senza etica li ha rincitrulliti.
Per il pd, insomma, Bassolino è un ineludibile problema politico. Ma lo è anche per gli avversari: se, in queste condizioni, non riescono ad essere credibilmente alternativi, se riescono ancora a lungo a star zitti od a gridare senza dire, vuol dire che la politica s'è ridotta a ribalta di mentecatti incapaci di far altro.
E, allora, sarà il caso d'osservare che Bassolino non è migliore, ma neanche peggiore di altri.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero
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Agonia istituzionale
La nomina di De Gennaro è il suggello della fine, l'inabissamento di un sistema politico inetto. Lo applaudono tutti, a destra e sinistra, perché incaricato di salvarli tutti.
La spazzatura è solo un dettaglio, un fastidio passeggero. Da qualche parte la si metterà. Ma le fauci dell'inferno, la condanna della storia, si aprono per accogliere una seconda Repubblica nata storpia, da genitori infami, acclamata dall'ipocrisia e da un mondo intellettuale che si conferma vile ed ottuso.
In quattro mesi, dotato di super poteri, un commissario dovrebbe risolvere un problema che la politica e gli altri commissari palleggiano da quindici anni. I predecessori, quindi, prima che in galera si dovrebbe mandarli al manicomio. In quattro mesi troverà il buco dove far sparire il pattume, come altri hanno già fatto prima di lui.
Forse prenderà epocali decisioni su cosa fare e dove, in quanto ad impianti, come atri fecero prima di lui. E poi? Poi la questione è questa: lo Stato ha perso sovranità territoriale, legalità ed ordine pubblico non esistono, la politica quando non è inutile è collusa. Quindi tutte le decisioni dei meravigliosi quattro mesi lasceranno il tempo e la puzza che trovano. Meno male che c'è la camorra, così si può dare la colpa a qualcuno. Il fatto è che le cose stanno all'opposto: non è la spazzatura che si accumula perché è la camorra che lo vuole, è la camorra che accresce il suo potere perché la politica fa schifo. Ed è a pezzi lo Stato, visto che per la procura (e per i giornali) è più interessante sapere a chi l'ha data un'attricetta.
La politica avrebbe il dovere di creare il consenso attorno alle soluzioni possibili. Il politicume prima fa gli affari poi manda il supercommissario a far finta che ci sia l'autorità. La democrazia delega il potere mediante le elezioni. Nella parodia che viviamo i meno autorevoli sono gli eletti, sempre sostituiti da surrogati tecnocratici che, senza lo Stato alle spalle, sono foglie di fico. La spazzatura è una bazzecola, mentre questi sono sussulti agonici di un sistema finito. Torneremo a discutere del sistema elettorale, certo. Lo faccio anch'io. Discuteremo la politica come se fosse una cosa vera, con protagonisti autentici. Così andando le cose, però, sapremo come eleggere chi, ma non sapremo più a cosa e perché. Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero

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Tra il Referendum elettorale e la Veltroneide... meglio il Referendum
Riforme Istituzionali L'editoriale di Franco Ragusa - Riforme.net - 9 gennaio 2008 www.riforme.net
Di fronte alle continue sortite dell'entourage veltroniano circa la legge elettorale e le riforme istituzionali, viene immediatamente alla mente un noto spot pubblicitario: Walter Veltroni un giorno sì... e un giorno sì. Diversamente dallo spot pubblicitario, però,  il "Veltroni quotidiano" sta avendo l'effetto di lasciare con il palato amaro.
Non a tutti, è vero. Ma anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un'anomalia, se così possiamo definire la circostanza che vede tutti gli alleati di governo contrariati e il maggior partito di opposizione (che "un giorno sì... e un giorno sì" le prova tutte per far cadere il Governo Prodi) favorevolmente disposto di fronte alle "diverse" soluzioni elettorali provenienti da Veltroni. Una sorta di giro dell'oca che ad oggi ha procurato solo divisioni all'interno del centrosinistra e che, a seconda della casella occupata, qualche volta ha accontentato Fini, quasi sempre  Berlusconi.
Un giorno il Vassallum, il giorno dopo può andar bene anche la Bozza Bianco, il giorno dopo ancora, invece, diritti verso il doppio turno francese e, per l'elezione diretta del capo del governo, vediamo come butta; per poi ricominciare dall'inizio con la minaccia del referendum elettorale.
Una vera e propria veltroneide rispetto alla quale è bene prepararsi ad altri colpi di scena. Il più imprevedibile di questi, paradossalmente, sarebbe lo scoprire che il primo a temere il referendum potrebbe essere proprio Veltroni. "Life is now", per rimanere in tema di citazioni pubblicitarie, e Veltroni sa bene di essere ora il Leader di quello che dovrebbe essere il primo o secondo partito italiano: e se dopo essersi consumati nell'attesa della fine naturale, o prematura, del Governo Prodi, alle prossime elezioni il Partito Democratico non dovesse conquistare il governo del paese, la via per il dimenticatoio sarebbe la fine più onorevole che potrebbe capitargli.
Ma perché mai Veltroni dovrebbe temere di perdere le elezioni con la legge elettorale che risulterebbe "approvata" (virgolette d'obbligo per i cultori della materia) dal referendum? Ma il problema non è questo. O meglio, è questo nella misura in cui, per non far vincere le elezioni al centro destra, si riproporrà la questione delle alleanze.
Non sta infatti scritto da nessuna parte che, una volta cancellati dalla legge elettorale i riferimenti alle coalizioni, Berlusconi andrà alle prossime elezioni senza trovare forme di accordo con gli attuali ex-soci della casa della libertà.
Rimanendo in piedi la logica del premio di maggioranza, ciò che conta è arrivare primi, e tra le intenzioni dei referendari e i timori degli aspiranti vincitori c'è di mezzo la politica. Per cui, se Berlusconi si accorda, Veltroni che fa? Ma prima di proseguire è il caso di riapprofondire gli effetti del referendum.
L'attuale legge elettorale per la Camera dei Deputati prevede un premio di maggioranza variabile per la lista o la coalizione che ottiene più voti. Un premio che potrebbe assumere proporzioni assurde, in quanto vincere al 49%, al 40% o al 30% non farebbe differenza. In tutti questi casi verrebbero comunque assegnati 340 seggi.
Il sistema di voto prevede quindi la possibilità, per l'elettore, di votare o per una singola lista, o per una coalizione attraverso il voto dato ad una delle liste collegate.
Per le liste collegate alle coalizioni ammesse al riparto dei seggi (nell'insieme la coalizione deve ottenere il 10%) vige lo sbarramento del 2%, con il recupero del miglior risultato al di sotto del 2%. Per le liste non collegate lo sbarramento è al 4%.
Il risultato del referendum lo si ottiene facilmente cancellando, da questa breve sintesi dell'attuale legge elettorale, ogni riferimento alle coalizioni.
Continua a persistere il premio di maggioranza, nelle stesse identiche proporzioni, da assegnare però ad una singola lista. Altresì, venute meno le coalizioni, potranno partecipare alla distribuzione dei seggi le sole liste che supereranno lo sbarramento del 4%.
Ovviamente, come per tutte le leggi, ci può scappare l'inganno, in tutte le direzioni.
Di fatto, gli unici a rimetterci saranno gli elettori.
Premesso che l'attuale legge elettorale è un maggioritario di lista o di coalizione, agli elettori è oggi data la possibilità di disegnare la composizione parlamentare delle coalizioni attraverso il voto ad una lista collegata piuttosto che un'altra. Sono state cioè le scelte degli elettori a determinare il numero dei deputati da assegnare ad ogni singola forza politica che oggi sostiene il Governo Prodi. Con l'attuale legge non sono possibili accordi a tavolino per imporre agli elettori dei numeri piuttosto che altri nell'ambito della distribuzione dei seggi all'interno della coalizione.
Diversamente, abolendo i riferimenti alle coalizioni e avendo così a disposizione un solo simbolo, l'eventuale accordo fra i diversi partiti per marciare uniti comporterà, necessariamente, un ulteriore accordo per la collocazione dei candidati nelle lista elettorale.
Trattandosi infatti di liste bloccate, l'elettore vota solo e soltanto l'unico simbolo a disposizione e i candidati vengono eletti in ordine di successione.
I primi della lista avranno praticamente il posto assicurato, da una certa posizione in poi no. In altre parole, gli elettori non avranno più alcuna possibilità d'intervento per modificare gli equilibri predeterminati tra i partiti.
Ma vediamo ora la cosa dalla parte delle singole forze politiche.
Per le minori, ovviamente, non trovare l'accordo con altre forze politiche potrebbe comportare il rischio del non superamento della soglia di sbarramento del 4%.
E il rischio di non ottenere seggi verrebbe certamente usato dalle forze maggiori per imporre condizioni pesanti per l'eventuale accordo (qualche posto sicuro qua e là, per il resto in coda). In tal senso, non correndo rischi di estinzione, per le forze intermedie rimarrebbe invece la possibilità di salvaguardare la propria identità rifiutando forme di accordo insoddisfacenti.
Tutt'altre aspirazioni per le forze maggiori. Secondo l'idea dei referendari, infatti, il sistema dovrebbe stimolare il passaggio dal bipolarismo al bipartitismo: uno scontro alla pari tra i partiti maggiori e chi arriva primo si  accaparra (ed è un eufemismo, considerato che in una simile ipotesi si tratterebbe di un premio di maggioranza nell'ordine delle 2 cifre percentuali) il governo del paese.
Ma come sopra accennato, tra le aspirazioni dei referendari (consegnare il paese ad una forza politica che ad oggi, "Berlusconi" o PD che sia, sì e no può raggiungere il 30-35% dei voti validi) e i timori degli aspiranti vincitori, c'è di mezzo la politica.
E' sufficiente infatti che una delle forze maggiori decida e trovi l'accordo con una forza minore o addirittura intermedia per reinnescare lo spettacolo avvilente della rincorsa agli accordi elettorali (ovviamente infiocchettati con espressioni del tipo "accordo di programma") e il "mercato delle vacche" per l'assegnazione dei posti migliori nelle liste elettorali. Quale che sarà l'esito di questo teatrino, di sicuro addio sogni di onnipotenza per chi, come Veltroni, sta lavorando per arrivare a governare senza l'intralcio costituito da quel 10-15% di elettorato che non vota a destra ma che neanche si riconosce nel PD.
Per questo motivo, sarebbe quanto mai curioso che, per evitare i rischi di un referendum che potrebbe risultare fortemente negativo proprio per chi sostiene che ne trarrebbe il massimo del risultato, si finisse per consegnare il massimo del risultato cedendo su una delle varie bozze, oggi Vassallum, domani Bianco e dopodomani doppio turno alla francese. Si tratta, certamente, di una scelta difficile, ma le attuali alternative al referendum non lasciano scelta: si vada al referendum con il massimo della determinazione per impedirne la vittoria. In ogni caso, meglio il caos del dopo referendum che la resa su una delle proposte di legge elettorale sino ad ora avanzate.
Indice Editoriali  -  Indice "Speciale legge elettorale"

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Nota della delegazione Radicale in occasione del vertice di maggioranza del 10 Gennaio 2008 illustrata da Roberto Cicciomessere.
"Oltre al  Mezzogiorno, la povertà è la nuova grande questione sociale e civile del nostro Paese"
 Roma, 10 gennaio 2008

1 - NESSUNA DECISIONE DI SPESA FINO ALLA TRIMESTRALE DI CASSA.
Fino a quando non sarà nota la trimestrale di cassa, ovvero fino a quando non saranno note e certe le risorse disponibili, riteniamo come pregiudiziale che non possa essere presa alcuna decisione sugli interventi di riduzione fiscale richiesti dai sindacati e da Confindustria.
2 - SALARI. La questione dei salari è di competenza delle parti sociali, e tale deve restare. Il governo ha, invece, il dovere di intervenire per quanto riguarda il potere d'acquisto, nei limiti delle compatibilità di bilancio. È possibile prevedere degli interventi per il recupero del drenaggio fiscale, anche in previsione dell'aumento dell'inflazione, ma le misure più efficaci sono quelle finalizzate a liberalizzare il mercato, e in particolare i servizi pubblici. Il basso livello salariale in Italia è determinato dalla bassa crescita della produttività delle imprese e dagli effetti distorsivi dei contratti collettivi nazionali, che sono livellati verso il basso per adeguarsi ai bassi livelli di produttività delle microimprese, e marginali e inefficaci sono gli interventi sul cuneo fiscale per il recupero del calo del salario reale che si è registrato nel Paese negli ultimi quindici anni. Parimenti inefficaci sono gli interventi fiscali per aumentare la produttività, che invece è strettamente connessa al basso livello di innovazione e competitività delle imprese italiane.
3 - MEZZOGIORNO E POVERTA'.
Le due grande questioni che il governo deve affrontare e risolvere sono quelle del Mezzogiorno, che ha visto il fallimento di tutte le politiche adottate per decenni a favore del suo sviluppo, e, in generale, quella della povertà, che riguarda almeno 7,5 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia minima di sopravvivenza, che sono rimasti esclusi da tutti i provvedimenti sinora adottati.
Non solo la questione meridionale, e a prezzo carissimo, non è stata risolta, ma stiamo assistendo ad un fenomeno di progressiva e generalizzata "meridionalizzazione" dei ceti medi in tutto il Paese. L'Italia sempre più si va allontanando dall'Europa, e si avvicina pericolosamente al sud del Mediterraneo.

4 - LIBERALIZZAZIONI: BERSANI, LANZILLOTTA, SANTAGATA.
È necessario che i provvedimenti di liberalizzazione che sono stati bloccati o snaturati in Parlamento vengano ripristinati nella loro forza riformatrice originaria e portati rapidamente alla approvazione.
5 - RIDUZIONE DEL DEBITO PUBBLICO.
La riduzione del debito pubblico, che sottrae risorse al mercato, rimane una priorità, così come la necessità di ridurre la spesa pubblica e in particolare quella determinata dai costi della politica. A questo fine è necessario e urgente, a nostro avviso, procedere come prima misura alla abolizione delle province.
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Un Nobel a Luttazzi?
Casualmente ripensavo al caso recente del comico Luttazzi espulso anche dalla presunta "tv-amica" La7, ed al ruolo che hanno in generale i media nella costruzione e diffusione della quantità, qualità, forma e struttura dell'informazione che trasmettono nel Belpaese che l'accetta troppo spesso supinamente ormai scambiando tv e giornali come assoluta bocca della verità cui fare riferimento per consolidare o addirittura per creare le proprie opinioni condivise. In definitiva, l'informazione corrisponde alla realtà e alla verità delle cose?
Questo bisogna domandarsi per prima cosa. Secondo: nell'arrivismo ormai generalizzato per il quale quasi tutti (per fortuna esiste il "quasi") farebbero qualunque cosa pur di apparire nei media, (altrimenti non si esiste, dice la voce del popolo imbeccata dai media stessi, mentre in realtà si esiste egualmente, e spegnendo la tv, è essa a non esistere) cosa diventa troppo spesso l'apparato informativo se non una specie di circo mediatico da spettacolizzare ed enfatizzare ad uso e consumo di una parte del popolo sottomessa e adorante nei confronti dei piccoli e grandi miti che vengono spesso creati dal nulla e mantenuti sul piedistallo della credulità popolare finchè fa comodo ai gestori della carta stampata e dell'ondata televisiva anomala?
E quanto spesso quei gestori sono stati accuratamente scelti e messi nelle posizioni che occupano da apparati politico-economici rappresentativi di grandi potentati che possono così esprimere al meglio i loro interessi cercando di addomesticare le coscienze?
Ormai questo meccanismo è ben noto e nulla di nuovo appare sotto il vecchio sole. Servirebbero altre mille tv alternative in aggiunta e concorrenza, e che non fossero una ripetizione le une delle altre. Anche lo stesso apparato della cosiddetta cultura in genere non appare oggi altro che un semplice strumento, anche quando è il più sofisticato possibile, nelle mani di un'accurata regìa finalizzata a scopi ben precisi, il primo dei quali è fare cassa, il secondo servire gli amici degli amici, anche quando sono abilmente travestiti e presentati come nemici.
L'intellettuale, anche se un poco demodè oggigiorno, viene fatto apparire come una specie di spirito libero, così come il comico, che addirittura surclassa il cervellone medagliato nelle menti più semplici della gente in generale, che afferra in parole e semplici battute di spirito concetti altrimenti complicati da comprendere.
L'intero spettacolo usa e getta, fatto e rifatto, rigenerato e riproposto ogni volta come novità, si riproduce, tuttavia, entro margini ben precisi, tecnicamente determinati e, soprattutto, orientati politicamente, anche quando a prima vista sembra il contrario. La frecciata e la battuta al concorrente politico viene amplificata, mentre quella all'amico sponsor e protettore molto meno, quando addirittura diventa proibita per autocensura dell'attore. E' come dire: si può beffeggiare il Papa, ma non Maometto. Mettere alla berlina il solito Berlusconi va bene, ma qualcuno ha mai sentito fare battute e commenti su De Benedetti?
Il comico Luttazzi ha dimostrato, come al solito, e al di là del caso in questione accaduto su La7, di essere uno spirito libero, per il quale, appunto per quel suo particolare modo di essere, non c'è posto nel circo mediatico eterodiretto. Se il fatto fosse accaduto sotto il governo della controparte avremmo subito visto fior di intellettuali gonfiati di livore come palloncini della fiera delle vanità fuoriuscire dai recinti a rilasciare interviste scandalizzate e fare sit-in di protesta permanenti di durata quasi-eterna. Invece nulla, tutti zitti e muti, loro che sono sempre così occhiuti tuttologi ed esperti ciarlieri. Un pochino come il popolo arcobaleno-pacifista a comando per le questioni di guerra: qualcuno li ha più visti, da qualche parte?
Povero Luttazzi, è sempre stato così da che mondo e mondo: è lecito criticare, parodiare e beffeggiare solo in una certa direzione, secondo i periodi storici, e sapendosi destreggiare tra i pericoli di una politica mutevole dalle mille facce ed essendo capaci di scorgere nel caos dell'informazione dove si dice tutto e il contrario di tutto le maniglie giuste cui attaccarsi, ma essendo svelti ad abbandonarle quando il vento cambia... così si resiste e si fa carriera, apparendo allo stesso tempo contestatore e anche conservatore, un poco di sinistra, un poco di destra, parte ateo e parte clericale, salvando la pelle, anche, a volte, e riuscendo ad arricchire, e non solo, magari vincendo, con l'aiuto di qualche santo protettore, anche il Premio Nobel per la letteratura. Capito, Sig. Luttazzi?
Se continua così, lei, quel Nobel non lo vincerà mai, così come non le daranno nemmeno una laurea honoris causa come premio di consolazione.
Francesco Martin, cittadino europeo

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Quel che non sanno di Rudy Giuliani di Maria Giovanna Maglie
Sicurezza e serietà di Giuseppe D'Avanzo
La legalità nell'Italia che si divide sui lavavetri di Paolo Franchi
Vetri sporchi di Fulvio Cammarano
E' giunto il momento di recuperare il valore dell'autorità di Giuliano Da Empoli

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Quel che non sanno di Rudy Giuliani
di Maria Giovanna Maglie - Il Giornale 6 settembre 2007
Blame America first, per prima cosa prenditela con l'America, look up to America when you are lost, ricorri all'America quando sei alla frutta. Solo così riesco a spiegarmi la spudoratezza con la quale il governo Prodi, nella persona del ministro Giuliano Amato, con una piroetta da acrobata sia passato dal lassismo del "meglio il velo delle veline", dalle pacche sulle spalle ai fondamentalisti dell'Ucoii, dai colti dibattiti sui piromani terroristi, insomma da una politica di indifferenza e lassismo verso i crimini enormi, alla tolleranza zero, sul modello di Rudy Giuliani.
O forse è proprio per questo, perché di quel modello prima i sindaci dell'alleanza di governo, poi lo stesso governo, hanno pretestuosamente deciso di prendere solo le scelte pur sacrosante sulla microcriminalità, facendole passare per sufficienti, pensando così di ottenere un duplice risultato: allontanare l'attenzione dalla grande criminalità organizzata e dalla resa del Paese all'Islam estremista, riguadagnare consensi popolari che sono confermati ogni giorno in perdita anche nei numeri dei loro sondaggisti. Questa disinvolta operazioncina avviene naturalmente nell'ulteriore finzione sulla natura composita e fortemente radicalizzata dell'alleanza di governo.
Tacerò sul paragone che Walter Veltroni ha sognato di fare tra il Partito Democratico chissà come nascituro e la vittoria di Bill Clinton nel 1992, non per pudore, perché spero presto di dedicargli un articolo tutto suo.
Qui vorrei solo ricordare chi è stato Rudy Giuliani per New York, chi potrebbe ancora essere nel 2008, tanto per cominciare un avversario all'altezza di Hillary Clinton, se il partito repubblicano non lo farà stupidamente fuori, ascoltando i bigotti e i teocon che infestano pure casa nostra.
1) Spesa pubblica: Rudy Giuliani da sindaco ha risanato le casse di New York, eliminando programmi inutili. Ha ridotto del 20 per cento la burocrazia cittadina, ma non ha toccato il numero di insegnanti e poliziotti.
2) Tasse: Giuliani ha tagliato 23 volte le tasse cittadine. I contribuenti hanno risparmiato oltre 9 miliardi di dollari. Anche oggi Rudy Giuliani è l'unico campione della reaganomics, "perché l'ha attuata e ha visto che funziona".
3) Guerra al terrorismo: la pensa proprio come Bush, si deve insistere e andare avanti perché "la libertà vincerà questa guerra di idee, l'America vincerà la guerra contro il terrorismo".
4) Irak: proprio per questo, Giuliani pensa che "fissare un calendario artificioso per il ritiro dall'Irak sarebbe un errore gravissimo, perché incoraggerebbe i nostri nemici. L'Irak è solo un fronte del più ampio conflitto contro il terrorismo. Un fallimento in Irak condurrebbe a una guerra regionale ancora più estesa e più sanguinosa".
5) Sicurezza: siamo al punto che tanto piace ad Amato, come se potesse essere estrapolato, sradicato da tutto il resto. Quando nel novembre del 1993 Giuliani è stato eletto sindaco, a New York c'erano 2000 omicidi all'anno. Mandando molti poliziotti nelle strade, sottratti a lavori d'ufficio, scorte neanche a parlarne, e molti più delinquenti in carcere, Rudy ha dimezzato i crimini e ridotto di due terzi i morti. I vagabondi che nelle amministrazioni democratiche precedenti si piazzavano gratis nei dormitori e mangiavano a sbafo con i food-stamps, i buoni gratuiti della City, sono stati invitati ad andare a lavorare, a pulire parchi e strade, oppure a trovarsi un altro posto. Scomparsi. Sotto l'amministrazione Giuliani, New York è diventata la metropoli più sicura degli Stati Uniti, ma se la cava molto bene anche nelle classifiche mondiali. Da allora i molto liberal abitanti di New York hanno scelto un altro repubblicano, Michael Bloomberg, per due volte.
6) Educazione: come sindaco, Giuliani ha riformato il più grande sistema scolastico pubblico del Paese, più di un milione di studenti. Lo ha fatto sostenendo la libertà di scelta nell'educazione, pubblica e privata sullo stesso piano, perché è uno dei più importanti diritti civili contemporanei.
7) Aborto: Giuliani è favorevole, anzi è pro choice, a favore della scelta della donna, che ritiene un dilemma morale da rispettare. Perciò la destra religiosa non lo ha mai amato. Da sindaco non se ne preoccupava, oggi tiene a ricordare che durante i suoi due mandati "è orgoglioso di aver visto aumentare del 66 per cento il numero delle adozioni e diminuire gli aborti del 16 per cento".
8) Diritto al porto d'armi: Giuliani si dichiara un deciso sostenitore del diritto al porto d'armi dei cittadini americani.
10) Matrimonio gay: pur preservando la santità del matrimonio tra un uomo e una donna, Giuliani sostiene che debbano essere garantiti diritti e tutele a quelle coppie che convivono in modo stabile.
Potrei anche raccontare di quella volta che c'era l'Assemblea delle Nazioni Unite e Yasser Arafat era invitato d'onore, con il rango di presidente. Ma la sera a teatro l'ospite era il sindaco di New York, e Giuliani non lo fece entrare. "Per me lei è un capo terrorista, che ha ordinato l'uccisione di un cittadino americano". Si misero in mezzo diplomatici di mezzo mondo, Washington in testa. Niente da fare. Di tutte le volte che ha marciato con Israele e per Israele con la kippa in testa, lui cattolico, quando nel resto del mondo non era ancora di moda. Di quando ingaggiò un braccio di ferro che sapeva suicida con il Moma, il museo d'arte moderna, per una Madonna con sterco d'elefante che a lui sembrava solo oltraggio e oscenità, altro che arte. Infine, di una volta che a passo di marcia percorremmo la Fifth Avenue per una delle tante parate. Lui era stato appena eletto, conservo la fotografia, discutiamo animatamente sulla pena di morte. Lui argomenta bene, anche raccontando il suo mito americano, la vita del padre venuto da Avellino a scavare per costruire la ferrovia, a vivere fra la polvere nella strada, perché il figlio doveva diventare un grande avvocato.
Io me la cavai bene a controbattere, oggi ho molte meno certezze di allora. Meglio che non ne coltivi anche Giuliano Amato. La teoria delle finestre rotte, partire dal basso per colpire in alto, non si ferma a lavavetri e graffitari.

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Sicurezza e serietà
di Giuseppe D'Avanzo La Repubblica 7 settembre 2007
Prima che un Paese normale, dovremmo essere in grado di diventare - ne è una pre-condizione - un Paese serio, e serio vuol dire capace, responsabile, attendibile.
Può essere utile affrontare alla luce di queste categorie - responsabilità, capacità, attendibilità - le iniziative che il governo progetta di contrapporre a una diffusa ondata di panico morale provocata da quella che viene definita "microcriminalità" e concentrata, in quest'occasione, contro i miserabili che occupano spazi pubblici - lavavetri, vagabondi, mendicanti - e il piccolo mondo criminale che vende beni e servizi alla società "per bene": prostitute, piccoli spacciatori di droga. Per necessità semplificatoria, si farà a meno di quel che, nel nuovo senso comune penale, il governo cinicamente giudica superfluo.
Per un momento, allora, lasciamo in un canto qualche questione pur assai essenziale: come, ad esempio, che le politiche pubbliche in tema di sicurezza ridisegnano il profilo stesso della società (e varrebbe la pena discuterne, no?); che molte esperienze hanno messo in dubbio l'efficacia delle politiche criminali nel controllo dei conflitti e dei fenomeni illeciti; che il senso di insicurezza non è necessariamente connesso all'esistenza di pericoli "concreti", ma spesso ha a che fare con il genere, l'età, l'esperienza di vita, la familiarità con l'ambiente in cui si vive, il senso di appartenenza a una comunità.
Via tutto questo. E via (anche se magari leggendolo scopriremmo che l'utopista era molto pragmatico al punto da sostenere che "la grandezza delle pene deve essere relativa allo stato della nazione"), via pure la lezione di Cesare Beccaria che credeva gli uomini liberi e uguali: in fondo nei think tanks (Heritage Foundation, Manhattan Institute), che furono la fucina della ragione penale dei neoconservatori, avevano già in odio "la perversione dell'ideale ugualitario apparso con la Rivoluzione francese".
Via questa roba da filosofi. Affidiamoci soltanto al programma del governo. Non al programma originario: quello, prevedeva il carcere solo per i reati più gravi e mai il carcere per violazione di disposizioni amministrative (come sono le ordinanze di un sindaco). Occupiamoci soltanto del disegno annunciato, ex novo. Nel ripensamento affiora subito un primo indizio di inattendibilità perché non c'è risposta alla domanda: che cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Pare niente, se il ministro dell'Interno scrive al Corriere della Sera (30 agosto): "Troppo spesso la politica costruisce polemiche su uno stato della sicurezza che amplificano stati d'animo che non possono valere come giudizi generali. I dati ci dicono un'altra cosa".
Epperò, senza un'esplicita ragione, Giuliano Amato annuncia "tolleranza zero", "una lotta all'illegalità così come fece Rudolph Giuliani da sindaco di New York".
La mossa svela, quanto meno, un'inversione di rotta e quindi un'incapacità nelle scelte del passato. Per farla corta. Ci sono, in competizione tra loro, due modi di fare polizia: "polizia intensiva" (a "tolleranza zero") e "polizia comunitaria" (o community policing o "polizia di prossimità"). Fino ad oggi in modo condiviso e inaugurata addirittura dal centro-destra di Berlusconi, la nostra scelta era caduta sulla "polizia di prossimità" che ha il suo "caso di scuola" a San Diego, negli stessi anni del governo newyorchese di Giuliani. In tre anni in quella città della California, con l'aumento degli effettivi di polizia di solo il 6 per cento, il numero degli arresti diminuì del 15 per cento. Al contrario, New York - che nelle classifiche della criminalità dell'Fbi in quel 1993 (Giuliani diventa sindaco) si collocava all'87esimo posto su 107 città (non era poi tanto malmessa) - sceglie il metodo della "polizia intensiva" che fece aumentare gli arresti del 24 per cento (314.292 persone soltanto nel 1996); i poliziotti di 12 mila unità; il budget della polizia del 40 per cento (2,6 miliardi di dollari, un importo quattro volte superiore ai fondi concessi agli ospedali pubblici) con un'opzione che provocò il taglio di un terzo dei finanziamenti ai servizi sociali della città e il licenziamento di 8.000 addetti. Con il nuovo indirizzo di "tolleranza zero" fa capolino una traccia di inattendibilità. Anche fingendo di non sapere che la "polizia intensiva" non colpisce singoli delinquenti, ma alcuni gruppi sociali, e per di più alla lunga non è efficace come si crede, dove sono i soldi? Le casse dello Stato permettono di far crescere del 10/20/30 per cento le risorse delle polizie centrali e comunali?
Troverà consenso, in caso contrario, una manovra che, per assicurare quei finanziamenti, riduca nelle città del 10/20/30 per cento il bugdet dei servizi sociali, già stressati dalla "cura Berlusconi"?
Contro queste difficoltà si è già, peraltro, scontrato il centro-sinistra quando, nel 1999, il governo D'Alema, dopo la consueta ondata di panico provocata da alcuni assassinii a Milano, adottò una serie di misure repressive (criminalizzazione di alcuni illeciti minori, poteri rafforzati per la polizia, pugno di ferro nelle carceri) che non mutarono di un pelo né la percezione della sicurezza né la sicurezza (il centro-sinistra perse le elezioni). L'oblio di quell'esperienza fallimentare può essere un indizio di irresponsabilità. D'incapacità tocca invece discutere, quando si affronta quel che, per Amato, è "uno dei maggiori problemi di sicurezza nel nostro Paese, in questo momento": la criminalità romena.
La leva per scardinarla c'è. Dice Amato: "Ogni cittadino comunitario (i romeni lo sono) può registrarsi all'anagrafe di un altro Paese solo se ha i mezzi leciti di sostentamento. Se non li ha, va a casa". Quel che Amato non dice è che il governo italiano (inattendibilità), per rendere esecutiva questa norma europea (direttiva numero 38), deve definire qual è la soglia minima richiesta al cittadino immigrato. Quanto deve guadagnare per definirsi "in grado di sostenersi"? 500 euro al mese? 800? L'esecutivo, in un anno, non ne è venuto a capo (incapacità). Sarà per questo che, molto sottilmente, il ministro dell'Interno si defila e chiama in causa il ministro della Giustizia come ha fatto a Telese Terme, il 29 agosto: "Quando uno viene arrestato poi non te lo puoi ritrovare davanti dopo tre mesi. Questo si chiama certezza della pena. E questo compito tocca al ministro della Giustizia".
La certezza della pena è una litania, buona per tutti gli usi, a destra come a sinistra, ma semanticamente povera. Non costa niente evocarla, ma lascia le cose come sono nel congegno - il processo - che dovrebbe assicurarla. Ora, in Italia, il processo è inefficiente e interminabile. Ha incrociato e moltiplicato nel tempo i difetti di tutti i modelli a disposizione. E' un ordigno perverso e maligno che, al più sanziona prima dell'accertamento e, quando accerta le responsabilità, non riesce a punirle.
Lasciamo cadere allora quelle iniziative che vogliono ripristinare antichi reati già cancellati dal centro-sinistra (i mestieri girovaghi) o già censurati come illegittimi dalla Corte Costituzionale (è il caso del reato di mendicità). Occupiamoci soltanto del processo, unico padre possibile dell'effettività della pena. Per rianimarlo ci sarebbe voluto un Giustiniano e una coesa volontà politica e non un Parlamento impotente dinanzi alla pressioni delle lobby dei magistrati, dei politici, degli avvocati.
Il ministro di Giustizia, da buon democristiano, si è mosso come ha potuto con l'ambizione di chiudere i tempi del giudizio in cinque anni. Ha anticipato qualche proposta già pronta. Il consiglio dei ministri l'ha approvata. Il disegno di legge è incagliato da cinque mesi alla Camera dove pure il governo può contare su una larga maggioranza (incapacità). Quel che si annuncia - l'inversione dell'onere della motivazione (il giudice deve motivare perché scarcera non perché "carcera"), un processo "speciale" per furti, rapine, stupri etc, nuove regole di carcere preventivo - renderà soltanto quel ferro più arrugginito, storto, inutilizzabile di quanto già oggi non sia (irresponsabilità).
Per tenere in carcere chi lo merita e ridurre il danno, si poteva correre ai ripari con una banale tecnologia applicando le leggi che già ci sono.
Oggi capita che, condannato a Milano, un imputato risulta incensurato perché il giudice che decide se tenerlo in carcere fin dal primo giudizio (come è possibile) non sa che quello è già stato condannato a Pescara, magari per lo stesso reato. Sarebbe necessario un casellario giudiziario aggiornato e una banca dati efficiente, ma non ci sono né alcuno sembra ci stia lavorando (incapacità).
Già c'è - pare - materia sufficiente per dire della serietà della discussione di questi giorni, ma c'è un ultimo, definitivo argomento: il Parlamento da oggi a fine anno non ha sedute a disposizione per approvare il "progetto sicurezza" del governo. Il Senato, per i prossimi 45 giorni, si occuperà di Finanziaria. Che, per i successivi trenta, sarà all'ordine del giorno della Camera per poi ritornare al Senato, prima delle ferie natalizie. In ogni caso se il "pacchetto" prevede anche soltanto una lira di spesa in più non può essere discusso durante la sessione di bilancio. Il governo potrebbe muoversi con un decreto legge, è vero, ma è difficile che voglia tirarsi addosso un'altra rogna, dopo le difficili mediazioni in programma per tagli, tasse e tesoretto. Per sapere della serietà bisognerà dunque aspettare l'anno prossimo.

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La legalità nell'Italia che si divide sui lavavetri
di Paolo Franchi Il Riformista 3 settembre 2007
Sabato pomeriggio mi ha telefonato Mimì La Cavera, grande amico mio e del Riformista. Ha 91 anni, vive a Palermo, è stato il primo presidente di Sicindustria, e adesso è presidente onorario della Confindustria siciliana. Ma di "onorario" ha ben poco: è un pezzo vivente di storia dell'isola, un uomo che di battaglie giuste ne ha date molte e purtroppo ne ha perse parecchie, ma non ha smarrito mai il suo spirito di combattente. Non lo avevo mai sentito così felice, non lo avevo mai sentito così commosso. Come ho capito dopo qualche secondo, ce n'erano tutti i motivi. E non soltanto perché la decisione (per nulla scontata, anzi, per molti aspetti storica) di sbattere fuori dalla Confindustria gli imprenditori che pagano il pizzo alla mafia, presa lo stesso giorno all'unanimità, a Caltanissetta, dal direttivo degli industriali siciliani, realizza una speranza antica e in passato sempre delusa dell'ingegner Mimì. Il fatto è che l'ingegner Mimì può a pienissimo titolo andare fiero del gruppo dirigente profondamente rinnovato della Confindustria siciliana, e parlare dei suoi esponenti, a cominciare dal presidente Ivan Lo Bello, un po' come fossero suoi figli, o nipoti: gente seria, coraggiosa, che non si limita a fare delle prediche e a lanciare richieste d'aiuto, ma sa assumersi le proprie responsabilità.
In Sicilia la regola consolidata, anche quando di mezzo non c'era la collusione, o qualcosa di peggio, era quella di chinare la testa, tenere la bocca chiusa e voltarsi dall'altra se qualcuno che non ci stava, come Libero Grassi, finiva morto ammazzato. Adesso il costruttore Andrea Vecchio, quattro intimidazioni in quattro giorni al ritorno delle ferie dopo gli attentati subiti a luglio, sa di non essere solo. Si è spezzata, con un deliberato atto di rottura, una continuità opaca, e poco importa se a una scelta così importante e impegnativa è stata collegata una richiesta molto meno convincente, come quella di chiamare l'esercito a garantire e a proteggere i Vespri siciliani del Terzo Millennio. Assai più rilevante è che si sia prodotto un fatto nuovo, visibile, impegnativo, di cui non dovranno tenere conto solo gli industriali siciliani, ma tutta la Sicilia, e anzi, viene da dire, tutta l'Italia. E si è pure regalato un giorno di gioia (non è poco, in mezzo a tante amarezze) a tutti quei siciliani, come Mimì La Cavera, che non si sono mai adattati all'idea che l'unico vero problema fosse quello di imparare ad adattarsi.
C'è un altro motivo, credo, per il quale tutti i siciliani come Mimì, e noi con loro, dovrebbero essere molto contenti: contenti per la Sicilia, voglio dire. Da giorni e giorni siamo afflitti da uno dei più incredibili e ridicoli dibattiti che si ricordino, quello sui lavavetri extracomunitari ascesi a loro insaputa al rango di grande questione nazionale, sulle quali andrebbero misurate, oltre che le politiche della sicurezza, le diverse concezioni in campo a proposito di convivenza civile e di legalità, anzi, come suol dirsi, di cultura della legalità, nonché, abbiamo appreso non senza qualche stupore, anche le diverse idee di sinistra in circolazione e, per soprammercato, le difficili relazioni che la sinistra medesima intrattiene con gli intellettuali storicamente a lei vicini. Temevo, lo confesso, di dover dedicare queste righe all'argomento che non accenna ancora a lasciarsi archiviare come decenza vorrebbe. Ringrazio la Confindustria siciliana per avermi sottratto, con la sua scelta, a una simile tentazione. Ma credo che dovremmo ringraziarla tutti (non solo i siciliani) perché la sua decisione, dirompente anche da un punto di vista culturale, ci ha ricordato bruscamente che legalità e sicurezza sono cose serie, che vanno affrontate molto, ma molto seriamente.

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Vetri sporchi
di Fulvio Cammarano Corriere adriatico 3 settembre 2007
Non accenna a diradarsi il polverone polemico sollevatosi con l'ordinanza del sindaco di Firenze che vieta l'attività di lavavetri d'auto agli angoli delle strade, punendola con la denuncia penale. La misura, al di là dell'applicazione concreta e delle effettive ricadute giudiziarie, ha scatenato non pochi contrasti tra le forze politiche, soprattutto a Sinistra, sul tema dei valori. Da una parte, diversi intellettuali hanno puntato l'indice contro questa cultura "da sceriffi" che da un po' di tempo caratterizza le scelte anche di molte amministrazioni della Sinistra, dall'altra troviamo sindaci ed amministratori che devono dar conto a cittadini sempre più insofferenti nei confronti del disagio urbano alimentato da fenomeni di illegalità diffusa. Questi, infatti, non di rado si riproducono grazie anche a veri e propri racket che controllano le diverse forme di accattonaggio.  Sfrondato dagli eccessi polemici, il nodo centrale dello scontro rimane quello dell'eterno contrasto tra le esigenze della solidarietà e quelle della sicurezza. Se la misura ha già avuto un impatto molto diretto e crudo, il dibattito invece sembra, dunque, bloccato sul terreno morale. Pochi, sinora, l'hanno interpretato nell'ottica della civiltà giuridica liberale, cioè riflettendo in termini di diritti individuali e rigettando, di conseguenza, qualunque richiesta di restrizioni a carico di gruppi ed entità collettive. Non discuto qui l'esigenza politica o l'esasperazione "civica" di un sindaco, di fronte al moltiplicarsi delle proteste dei propri concittadini. Né, in generale, si critica il diritto del primo cittadino di emettere ordinanze vincolanti e sanzionatorie nei confronti di comportamenti incivili. La strada della decisione drastica può essere compresa anche da chi non l'approva.
Tutto ciò, però, non ci fa dimenticare che quando il controllo del territorio e la gestione dell'ordine pubblico arrivano a richiedere misure di repressione di "categorie", si è già prodotta una smagliatura della cultura liberale, la quale si basa sul principio che i reati sono commessi da individui e non da gruppi o settori sociali.
Non essere in grado di punire quella specifica persona che, con la scusa di lavare il parabrezza dell'auto, aggredisce e importuna i cittadini o non riuscire a smantellare l'eventuale racket (cioè delinquenti gerarchicamente associati) che controlla gruppi di lavavetri, indica la debolezza del potere.
Forse a Firenze si è giunti alla conclusione che tutti i lavavetri sono membri di associazioni a delinquere, nel qualcaso sarebbe stato opportuno partire dall'arresto dei vertici di un simile racket. Se però così non è, tale misura sembra più un segnale d'impotenza della forza pubblica che sfocia poi in indiscriminate misure preventive.
Una comunità sana e coesa colpisce sempre e solo gli individui che infrangono le leggi, una società timorosa e in difficoltà se la prende con gli "insiemi".
Per eliminare qualche pesce pericoloso posso svuotare tutto lo stagno, anche se questo comporta la fine di molti pacifici pesci rossi, però tale operazione di pulizia, semplice e netta, apparentemente autorevole, segnala a tutti che non ci sono volontà e/o mezzi (risorse, tempo ed energie) da investire nella selettiva impresa di catturare quelli dannosi. Per questo, anche i cittadini amanti dell'ordine ad ogni costo hanno poco da essere soddisfatti di tali misure: mostrano istituzioni prive di strumenti investigativi e incerte sulla repressione dei reati. In questa riflessione, il solidarismo e la compassione per i poveri non c'entrano nulla.
Il fatto che una persona, ad un incrocio, si offra di pulire i vetri della vostra auto in cambio di una libera offerta non si configura in alcun modo come offesa alle libertà di qualcuno e quindi non esiste motivo di vietarlo (tutt'al più si può regolarizzare l'attività).  Non vale parlare dell'esistenza di lavavetri ostaggi di racket malavitosi o aggressivi e violenti. Non basta, per vietare a tutti di offrire la propria prestazione. Pensiamoci. La strada della prevenzione sembra ragionevole, ma non si sa dove può condurre.
Ad esempio, visto che sappiamo che nelle discoteche si spaccia cocaina ed ecstasy, perché a qualcuno non viene in mente di chiuderle tutte?
Di questo passo la resistenza alle misure preventive dipenderebbe unicamente dalla forza degli interessi lesi. Se è così, si mette male per quel piccolo esercito di individui armato di bottiglie d'acqua e spazzoloni che staziona agli incroci delle nostre strade.

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E' giunto il momento di recuperare il valore dell'autorità
di Giuliano Da Empoli Il Riformista 3 settembre 2007
La cosa non è piaciuta a Emesto Galli della Loggia che, sul Corriere della Sera, si è scagliato contro la mania dei politici italiani di andare a cercare idee all'estero.
E però il combinato disposto degli interventi di Giuliano Amato sul metodo Giuliani e di Francesco Rutelli sul ripristino del principio di autorità segnalano un elemento di novità nel dibattito politico che sarebbe ingiusto condannare per violazione del copyright (nonché assurdo ridurre alla dimensione della polemica sui lavavetri fiorentini).
Il fatto è che, dopo un'estate trascorsa all'insegna delle scarcerazioni facili e degli scioperi fiscali, dominata dagli exploit mondani di ricattatori e bancarottieri e funestata dagli scioperi bianchi e dai bagagli smarriti, qualcuno comincia a chiedersi se, a sinistra, sia possibile porre la questione di un'etica pubblica della responsabilità che strappi ai giacobini a senso unico alla Flores D'Arcais e alla Travaglio il monopolio della questione della legalità. Il momento è quello giusto. Non solo perché, in Italia, il livello di preoccupazione dell'opinione pubblica su questo tema ha ormai da tempo superato il livello di guardia. Ma anche perché, a quasi quarant'anni dal '68, è arrivato il momento di fare i conti con la questione dell'autorità. A giudicare dalle patetiche celebrazioni che hanno accompagnato il trentennale di una delle stagioni più buie della nostra storia recente, il 77, è evidente che per l'anniversario del '68 si prepara uno tsunami di nostalgia da far tremare le vene nei polsi.
Basta fare un giro nelle redazioni delle case editrici per farsi un'idea dell'onda anomala di memorie, di pamphlet e di album fotografici che si abbatterà su di noi a partire dall'inizio dell'anno prossimo.
E allora tanto vale cogliere l'occasione per fare i conti con un problema di fondo. Nel bene e nel male, il '68 (che, da noi, com'è noto, non è mai finito) ha rimesso in discussione le forme tradizionali dell'autorità. Così facendo, ha abbattuto molti totem arcaici e superati. E però, ha anche travolto istituzioni che non sono mai più riuscite a trovare un loro equilibrio: prime tra tutte la scuola e l'università. In quell'ambito, l'abolizione delle gerarchie, i diciotto politici, l'immissione in ruolo di precari senza concorso e mille altre misure ispirate o mascherate dal ribellismo anti-autoritario sessantottesco hanno fatto danni incalcolabili. Oggi, dopo i video di You Tube e i libri di Houellebecq, si comincia di nuovo a discutere sul ruolo formativo della disciplina, sull'esigenza di ricostruire un'autorità fondata sul merito.
L'idea di fondo è che alla pars destruens rappresentata dall'interminabile '68 italiano possa e debba succedere una pars construens che reinventi un principio di autorità capace di mettere le regole e la responsabilità al servizio della società nel suo insieme. Il discorso vale per la scuola, ma vale anche per altri settori: dalla pubblica amministrazione (si pensi al dibattito sui fannulloni, meritoriamente inaugurato da Pietro Ichino) alla giustizia. In tutti i campi, il dilagare dell'irresponsabilità e dell'impunità impone alla sinistra di andare al di là dell'anti-autoritarismo per costruire un concetto di autorità che non coincida con il puro e semplice ripristino del notabilato pre-sessantottesco, ma che consenta pur sempre di punire chi sbaglia e di proteggere i più deboli dagli abusi di prevaricatori di ogni genere. Non sono parole astratte.
A costo di far venire l'orticaria a Galli della Loggia, si potrebbe citare uno studio recente della London School of Economics che dimostra quanto la reintroduzione di regole di comportamento e di sanzioni disciplinari abbia migliorato la performance degli studenti dei quartieri a rischio delle città inglesi.
D fatto è che, per quanto provinciale, il riferimento a esempi stranieri, ai nostri riformisti è indispensabile per una ragione molto semplice: perché dimostrano che sono possibili su questa terra cose che in Italia sembrano relegate al regno della fantascienza più spericolata. Come, ad esempio, un nuovo primo ministro laburista che, in Gran Bretagna, inaugura il suo mandato con tre parole d'ordine in materia di politica scolastica: behaviour, behaviour, behaviour. Condotta, condotta, condotta.

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