V-day
di ieri e di domani
Il prossimo V-day si terrà il 25 aprile del 2008. Sarà
il giorno della liberazione degli italiani dalla disinformazione. Stay tuned.
Dal ((( Blog di Beppe Grillo: V-day di ieri e di domani
))) 2007.10.27 20:27:13 http://www.beppegrillo.it/2007/10/vday_di_ieri_e.html
Oggi voglio fare il punto della situazione. Al V-day
sono state raccolte circa 350.000 firme uniche e autenticate di maggiorenni
italiani. I comuni di residenza dei firmatari stanno certificando le firme.
E' un iter lungo, e non a caso. In Italia le leggi popolari vanno scoraggiate.
Sto ricevendo dai comitati e dai meet up scatoloni su scatoloni con i moduli.
A fine novembre andrò a Roma a depositare le firme in Cassazione. Se non verranno
sollevate eccezioni, quando le proposte arriveranno in Parlamento, chiederò
di illustrarle alla Camera, in diretta. I 24 parlamentari condannati in via
definitiva sono sereni, lavorano tutti i giorni, insieme ai loro colleghi,
per mettere il bavaglio alla Rete e ai magistrati. Di dimettersi non ci pensano
proprio, un posto così con la loro fedina penale dove lo trovano?
Bisognerà dargli un aiutino perchè traslochino. Il prossimo V-day sarà sull'informazione,
chiederemo di eliminare i finanziamenti pubblici all'editoria e di abolire
l'albo dei giornalisti. Il V-day ha fatto venire allo scoperto i media, i
cani da guardia del potere. Sono invecchiati di 10 anni. I giornalisti hanno
sostituito l'esercito e i cannoni di Bava Beccaris.Nelle ultime settimane,
prima hanno ignorato il milione e mezzo di persone del V-day, poi hanno cercato
di diffamarmi e ora vogliono mettere tutto a tacere.
Un disegno di legge e centinaia di migliaia di italiani che chiedono pulizia
e trasparenza sono diventati l'antipolitica. Il rovesciamento delle parti
attraverso l'informazione è la tecnica collaudata di questi partiti. Il prossimo
V-day si terrà il 25 aprile del 2008. Sarà il giorno della liberazione degli
italiani dalla disinformazione. Stay tuned.
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Antipolitica
Se la prendono con Grillo che butta loro in faccia la
cacca che essi stessi producono. Anziché ringraziarlo, perché cerca di svegliarli,
sia pure brutalmente, dal torpore in cui si crogiolano da tre lustri, sperando
di riuscire a stimolare le forze sane, che pur dovrebbero esserci nei vari
partiti di governo e dell'opposizione, a fare politica seria, trasparente,
responsabile finalizzata al bene del Paese e non da supporto gli uni, o da
penosi miagolii gli altri all'ingombrante presenza del caimano, e, invece,
lo accusano di qualunquismo. Vivono da tre lustri condizionati dall'antipolitica
di un personaggio senza scrupoli e senza principi, che ci disonora tutti e
ci rende ridicoli, e la minaccia dell'antipolitica la vedono arrivare da Grillo.
E' complicità con il caimano? O viltà? Pasquale Iacopino
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E' sempre interessante udire le piazzate,
i bandi e le grida mediatiche di alcuni nostri più o
meno esperti manovratori dell'arte politica all'italiana. Superlativo Veltroni
quando dandosi arie, come usano fare anche altri della sua parte politica,
da modernista, e guarda caso solo dopo la caduta rovinosa del Muro di Berlino,
propone a destra e a manca la riduzione del numero dei parlamentari. Certo,
c'è affollamento, nel mondo globale, e in tutti i settori, dalla sovrabbondanza
della popolazione umana alla ridondanza, proprio per effetto di quel postulato,
degli esuberi nei posti di lavoro che diventano sempre più superflui e assistiti,
alla esagerata proliferazione del traffico automobilistico e quant'altro possiamo
considerare in più rispetto ad un pianeta che diventerebbe certamente più
vivibile e meno dissipativo, ricordando che, infatti, nessuno è realmente
indispensabile per la salvezza del pianeta Terra.
Orbene, il Walter nazionale così ragiona considerandosi già alla testa di
un partito con vari milioni di elettori probabili, ma non so se farebbe tali
affermazioni se facesse parte di una forza politica di qualche centinaio di
migliaia di iscritti, magari di quelle forze realmente innovative e che proprio
per quel motivo restano bloccate, in quanto snobbate dall'attenzione dei media
opportunamente e interessatamente calamitata verso altri miti da presentare
in continuazione al popolo fino a convincerlo della ottimale bontà dei medesimi,
nel limbo dell'immobilità in modo che sia lasciato posto alle forze maggiori
e più "furbe", quelle che hanno capito come funziona da sempre il sistema
Italia e che terranno il paese nella medesima situazione in cui si trova oggi,
magari con qualche infinitesimale cambiamento di facciata spacciato per immensa
rivoluzione. Tuttavia, per questione proprio di coerenza politica (ma esiste
ancora da qualche parte?), se io fossi Veltroni e credessi fermamente in quello
che dico, immediatamente dopo la pronuncia gnomica darei immediatamente le
dimissioni, tanto per dimostrare che credo realmente in quello che dico, e
per dare un esempio di visibilità nazionale una volta tanto, non contradditoria.
Io lo farei, e senza alcun rimpianto. Francesco Martin cittadino europeo
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Comico ribelle
Visti dagli altri a cura di Internazionale
- Prima Pagina
C'è un clima di agitazione in questi giorni in Italia. La coalizione di centrosinistra
guidata dal premier Romano Prodi è visibilmente in difficoltà.
"Prodi durerà poco" è il pronostico che va per la maggiore. A provocare tanto
trambusto è stato un fenomeno senza precedenti, che potrebbe portare un cambiamento
significativo nel panorama nazionale. Si tratta di Beppe Grillo, il comico
lo scorso 8 settembre ha riempito le piazze italiane di gente al grido di
"V...!".
Clarín, Argentina http://www.clarin.com:80/diario/2007/09/24/elmundo/i-02015.htm
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Caro Giorgio, un Virus detto Miss Frenda
Grazie della comunicazione, anche se mi pare sia rivolta
a un certo Giorgio e non a me personalmente... vabbe'...
Piuttosto, già che ci siamo colgo l'occasione per chiedere: a quando un Vaffa
contro il Vaticano (in particolare) e contro tutte le influenze religiose
sulla vita civile italiana? O, come al solito da queste parti, si spara sui
fanti, ma nessuno ha il fegato di dire una parola contro i "santi", per paura
di perdere clienti?
Che mo' c'è pure un papa che fà il comico al posto di Beppe e lancia battute
sulle tasse, lui che le tasse non le ha mai pagate, visto che qui in Italia
preti et similia sono esentasse, qualunque cosa facciano, attività commerciali
comprese e si beccano pure l'8xmille in omaggio?
Magari un Vaffa contro il Vaticano potrebbe organizzarlo il Grillo col suo
tanto frequentato blog, se anche lui non è di quelli che temono di perdere
pubblico pagante cattolico? Giancarlo Goria
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*A quando il Media Vaffanq-Day?* Ma quale giornalismo
dei miei stivali?!
Il minimo che potevamo fare è pubblicare questo atto
d'accusa nei confronti dei giornalisti, certo, la categoria a cui appartengo
non ci fa una bella figura, anzì.
LiberoReporter è qui a disposizione. Per il momento è stato pubblicato in
internet, fateci avere il materiale necessario per informare delle Vostre
iniziative corredate di foto, ove è possibile, e lo inseriamo anche sulla
rivista cartacea. Sono Gaetano Baldi, responsabile della Redazione di LiberoReporter,
mensile di attualità, cultura, Costume e politica, edito a Padova e distribuito
in tiratura Nazionale, in edicola e su abbonamento in tutto il Nord e una
parte del Sud (siamo nati da un anno e mezzo, non finanziati da alcun partito
politico o istituzione, quindi tutto a carico nostro) e prevediamo a fine
anno di coprire l'intera nazione. In Internet vantiamo 400.000 visitatori/mese,
che ci permette spesso di essere tra i primi fornitori di notizie su google
news (33esimi in Italia, non male per dei neofiti dell'informazione).
Quindi ben vengano iniziative a favore dei cittadini. Le nostre pagine, online
e cartacee, sono anche le Vostre!
Cordialmente Gaetano Baldi Resp. Redazione LiberoReporter www.liberoreporter.it
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Tempi moderni
Dalle battute di Beppe Grillo sui politici
che pare non abbiano idea di cosa sia l'open source, una e-mail e che si domandano
se vi sono portatili senza il "coperchio", abbiamo finalmente trovato la risposta
all'assillante domanda del perchè l'onorevole Bertinotti stia sempre in TV:
non è in grado di valutarne le conseguenze... http://www.dilontano.it/index.php
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Riotta non esiste! 4 Ottobre 2007
Il nostro dipendente Gianni Riotta,
pagato con il nostro canone, ha dedicato la scorsa domenica sera sul Tg1 un
servizio di un minuto e 23 secondi al blog.
Nel servizio, che ripropongo per chi se lo fosse perso, si associa il blog
al nazismo e al negazionismo. Riotta si ispira al giornalismo
anglosassone, parla inglese correttamente ed è stato pure a New York. E' un
giornalista vero, uno che dà le notizie con il tipico understatement britannico.
Infatti la sera dell'otto settembre ha dedicato 29
secondi netti al V-day. Nessuna segreteria politica
lo aveva avvertito. E' il giornalista del "panino", quello che fa commentare
ogni sera i politici su qualunque fatto, in rigorosa sequenza senza che si
capisca mai un c...o. Le notizie buone le tiene per sé. Evita di divulgare
fatti incresciosi come le sentenze su Rete 4 che occupa abusivamente
le frequenze televisive o i 98 miliardi di euro di evasione
contestati alle concessionarie delle slot machine.
I messaggi dei negazionisti in rete sono decine di migliaia,
è gente molto organizzata, hanno siti e blog, non si nascondono.
La cancellazione dei loro messaggi dal mio blog è comunque continua. Lo scorso
febbraio ho chiesto ai miei avvocati se si poteva intervenire per vie legali,
ma non sembra che vi siano gli estremi per ipotesi di reato. Gli avvocati
hanno allora telefonato al ministero di Grazia e Giustizia e poi scritto in
modo molto ossequioso al sottosegretario e al ministro perchè intervenissero.
Nessuna risposta. Allego lettera e ricevuta di avvenuta ricezione.
Chiedo un piccolo aiuto ai frequentatori del blog. Esiste
una funzione "cestino" per cancellare i commenti che non
rispettano le regole del blog. Usatela contro i negazionisti. Il cestino non
esiste in televisione, ma per il Tg1 è sufficiente cambiare
canale.
Copia email inviata al ministero di Giustizia e ricevuta.
1 Ps: Firmate l’appello per la Giustizia
e la Legalità in Calabria. Diffondi la petizione per De Magistris,
copia il codice e inserisci il banner nel tuo blog
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Blog perigliosi / 23 Settembre 2007
La Rete è nata libera. Una delle sue
leggi è la trasparenza. Non si può nascondere nulla in Rete e non si possono
raccontare balle. La Rete è la fine dei politici che dichiarano una cosa e
ne fanno un'altra. Chi apre un blog dovrebbe saperlo. Un politico può finire
come Gentiloni sommerso dalla marea di richieste (inevase) su Rete4 (è sempre
a giocare a tennis con Ermete) o, peggio, come Mastella. Parlare di Mastella
è come sparare su un tonno in scatola. Non riesco più a stargli dietro.
Ha aperto un blog, clementemastella.blogspot.com, per dialogare con i cittadini,
ma non pubblica le migliaia di commenti negativi. Quelli positivi arrivano
solo da Ceppaloni. La Rete non tollera questo tipo di comportamento. Un blogger
ha scritto: "Mastella ha uno sguardo da banconota falsificata male".
Altri si sono spinti oltre e hanno clonato il suo blog per poter commentare.
Quando il Ministro dell'Indulto pubblica un post lo pubblicano subito anche
loro consentendo i commenti. Tra i più popolari dementemastella.blogspot.com, clementepastella.blogspot.com e ceppalonisburning.blogspot.com.
La ceppalonata di giornata: Il ceppalonico: "Ha
chiesto al Csm di disporre il trasferimento cautelare d'ufficio nei confronti
del pm di Catanzaro Luigi de Magistris". Secondo alcuni: "L'iniziativa giunge
proprio nel momento in cui il pm De Magistris sta valutando se iscrivere il
ministro nel registro degli indagati". da Repubblica.it
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Favoloso o' mostro disinformazja! E
il "missis Frenda" post è come al solito eccezionale, una carica di energia
per la giornata. Hai ragione la maestrina... certo che.. da via San Nicola
alla dogana a via Solferino... e ..la signora Cafiero... e lo sfarzo della
corte di Montezumolo.. insomma.. chiunque resterebbe abbacinato...
Non il dissacrante Virus, per il quale non ci stanno santi né madonne!
OER
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Prima riforma della casta parlamentare. Sono tutti
uguali?
Cara D'Olcese, in tempi di V-Day e libri sulla Casta
da 1 milione di copie vendute, la notizia dell'approvazione di riforme del
bilancio della Camera dei Deputati volte al risparmio dei soldi dei cittadini,
all'innovazione tecnologica, alla conoscibilità di bilanci, di presenze e
assenze dei deputati e in generale a una maggiore trasparenza dell'attività
parlamentare, dovrebbe essere di una qualche interesse per la stampa. Così
tuttavia non è, forse perché autori di quelle proposte sono stati i parlamentari
radicali. La Camera dei Deputati ha approvato ieri alcune delle proposte (qui
puoi trovarle tutte ) presentate dai radicali in ottemperanza alla mozione
del Comitato di Radicali Italiani del 30 giugno scorso . Invece di andare
in vacanza, i radicali hanno lavorato per far sì che alla riapertura della
Camera dei deputati dopo la pausa estiva, quella mozione fosse tradotta in
realtà. Sono tutti uguali?
Sembra insomma che la colpa dei radicali sia quella di non essere come tutti
gli altri. Lo scrive anche Gian Antonio Stella nel suo libro: "Esclusi i radicali,
gli unici che hanno speso sempre più di quanto poi incassavano: l'eccezione
per una regola che dimostra in modo abbagliante come le forze politiche, negli
ultimi anni, abbiano davvero esagerato". "La Casta", di Sergio Rizzo e Gian
Antonio Stella, Rizzoli - 2007. Anche per te quindi "tanto sono tutti uguali"?
I ladri e chi è derubato?
Chi corrompe e chi denuncia la corruzione? Chi vaffa day e chi concretamente
fa qualcosa per far cambiare le cose?
Rita Bernardini-Elisabetta Zamparutti RomaThursday 20 Settembre 2007
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Articolo su evento Grillo
Ma spiegami chi cazz'è tutta sta' gente. Chi so' i Cafiero,
che succedeva a via San Nicola, che è 'a dogana, 'a Corte 'e Montezzummolo,
nun c' capisco niente! gd'o
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Pensavo che sul Corriere del Mezzogiorno tu ne sapessi qualcosa. Non so molto,
solo chiacchiere senza riscontro. Frenda è la napoletana che stava al Corriere
del Mezzogiorno? Passare al Corriere della Sera è una bella promozione. Prima
leggevo spesso sul Corriere del Mezzogiorno i suoi articoli come notista politico,
un lavoro svolto molto onestamente e anche fatto bene. Tra l'altro ho sentito
dire che la Missis è una gran brava persona, dispiace che sia stata messa
in trincea contro Grillo per "Svalutare, Azzerare, Polverizzare".
Sono convinto che su molte cose è anche in sintonia con Grillo, ma le è stata
assegnata questa mission... peccato! Penso che non ci creda nemmeno lei.
OER
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Eh'- .. sistemato Giannino Riotta...
Eh'-...
sistemato il governator Grisou..
Eh'-.... mpizzato TPS ...
Eh'-... riabilitato MTP...
Diretto'.. lo so.. le istituzioni... il consiglio di amministrazione,
i poteri forti come l'acqua do'... ma quann'è che ci sistemate pure a nnuje
napulitan'?
Mi auguro che il Corrierone riprenda lo spirito
che aveva ai tempi delle inchieste di Dario Di Vico, non perda lo spirito
caustico degli Stella e Rizzo e dia meno risalto alle paternali fatte da uomini
di spettacolo (Pippo Baudo, Pannella ecc.) nei confronti di uomini come Beppe
Grillo, che al momento di tutto può essere accusato tranne che di fare avanspettacolo.
I toni
di Beppe possono pure essere a volte sopra le righe, semplicemente perchè
in fondo non conosce le regole del gioco, anzi vuole cambiarle. E' un soggetto
eversivo e pericoloso per il sistema. C'è da temere per Beppe perchè, come
ha detto il bravissimo presentatore democristiano Pippo Baudo, rischia di
farsi male.
Paolo M. 1= da estendersi a tutti i cittadini
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
TELEMAX è stata l'unica tv in Abruzzo a trasmettere
in diretta in collegamento da Bologna il V-day, anche se non interamente
per ragioni di palinsesto.
Cordialità. Leda D'Alonzo Direttore responsabile
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Visti dagli altri. A cura di Internazionale
- Prima Pagina
Confindustria denuncia i costi della politica. In
un rapporto di 287 pagine preparato dal suo centro studi, la Confindustria
denuncia, statistiche alla mano, i privilegi di una classe politica "incapace
di rispondere alle urgenze del momento". "L'Italia è il paese europeo in
cui i costi della politica sono maggiori", scrivono gli imprenditori italiani.
Senza riprendere le argomentazioni populiste del comico Beppe Grillo, che
ogni giorno continua a bersagliare il Palazzo, la confederazione degli industriali
ha stilato una lista eloquente dei privilegi dei parlamentari. Ciascun parlamentare
costa in media alle casse pubbliche 1 milione e 531mila euro, "poco meno
del doppio del costo complessivamente sostenuto da Francia e Germania e
quasi sei volte superiore a quello sostenuto dalla Spagna".
Le Figaro, Francia http://www.lefigaro.fr/international/20070920.FIG000000275_le_patronat_italien_denonce_le_cout_exorbitant_des_parlementaires.html
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
E chi glie la fa poi la festa dell'Unità? Sono
soci delle Coop senza mai chiedere o poter chiedere un dividendo anche quando
queste fanno le scalate alla banche e finanziano le barche e le scarpe del
loro Presidente e poi applaudono Grillo ? Ho sempre pensato che essere comunista
fosse sintomo di pazzia ora ne ho la certezza e anche una pazzia un poco
bamba! Cmq la vignetta di Giannelli oggi sul Corriere è perfetta!
Laura
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Il monito del Presidente Napolitano contro la
Passarella dei politici in tv,
di per sé apprezzabile rispetto all'invasione di marchette
politiche e di tv spazzatura, è però reticente su questioni fondamentali
delle quali sarebbe urgente che il Presidente si occupasse: 1) La violazione
delle regole esistenti, in particolare all'eliminazione illegale delle tribune
politiche (che dovrebbero proprio servire a ospitare con regole precise
e in contesti appropriati il dibattito politico) e alla violazione - da
noi radicali ampiamente documentata e denunciata - dell'obbligo di correttezza
e completezza dell'informazione; se Napolitano si informasse meglio, scoprirebbe
così che oltre a politici onnipresenti per comparsate e risse varie, ce
ne sono anche altri banditi dalle televisioni, come Marco Pannella, o marginalizzati,
come Emma Bonino.
2) L'invasione del Vaticano nelle televisioni, che ospitano quotidianamente
attacchi alle leggi dello Stato, alle libertà individuali e alla libertà
religiosa senza che mai sia ospitato un serio confronto teologico e contraddittorio
politico, ad esempio coinvolgendo altre voci all'interno del Cristianesimo
e di altre religioni pur socialmente significative. Senza occuparsi di questi
problemi, si rischia di fornire un quadro amputato, più utile al populismo
che non all'affermazione della legalità nel sistema dell'informazione. Marco
Cappato, Deputato europeo radicale
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SUL V. DAY
Combattendo le mafie e le illegalità, con la cognizione
acquisita e le ritorsioni subite, affermo: "Il Sistema Italia" è marcio
in tutte le sue componenti sociali ed istituzionali, nessuna esclusa. Alle
denunce penali presentate da giurista è conseguito ingiustamente il reato
di calunnia e sempre l'insabbiamento giudiziario.
Agli articoli di denuncia redatti da pubblicista è conseguito il reato di
diffamazione e di violazione della privacy dei delinquenti. Agli articoli
di denuncia redatti da giornalista il reato di violazione del segreto istruttorio,
quando la notizia non era passata sottobanco dall'ambiente giudiziario.
Agli
studi sociologici pubblicati da ricercatore, l'illecito civile del mancato
compenso a titolo di diritto d'autore degli articoli di stampa citati.
Nonostante tutti gli impedimenti citati, da mie e altre coraggiose inchieste
giornalistiche e non giudiziarie, si è provato che, per la maggior parte,
i nostri parlamentari sono: pregiudicati, drogati, evasori fiscali, ignoranti,
falsi, insabbiatori, e puttanieri. Tenendo conto che il Parlamento è lo
specchio della società civile italiana e che gli italiani hanno i rappresentanti
che si meritano, a questo punto non farei una rivoluzione, che nessuno vuole,
nemmeno la massa che prima ti applaude e poi ti lascia solo. A me basterebbe
avere in Parlamento non solo tutori di lobby, caste e furbi, ma qualcuno
che rappresentasse, veramente e non solo a parole, gli interessi e le aspettative
dei disabili, dei disoccupati, dei carcerati e delle vittime del crimine.
Mi basterebbe che i partiti non fossero proprietà occulta o palese di qualcuno,
ma veri strumenti di emancipazione sociale ed economica con perenne ricambio
generazionale di competenze. Quindi, il V. DAY, va dedicato a tutti o a
nessuno.
Dr Antonio Giangrande Presidente "Associazione contro tutte le mafie" di
Promozione Sociale (ONLUS) Tel.-fax 099/9708396
www.associazionecontrotuttelemafie.org
- www.malagiustizia.eu
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Cara D'Olcese, probabilmente non lo sa, noi non facciamo
parte di quella "Casta" di editori che si inciulano milioni di euri all'anno
sulla legge dell'editoria. Qui si lavora e si fatica per il pane! Peraltro
ne' destra, ne' centro, ne' sinistra hanno MAI saputo apprezzare il nostro
lavoro di freelance reporter.
Ciao Sarah Emmegi_Press_Agency_Redazione
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Cara Sarah e cari di Emmegi_Press_Agency_Redazione,
naturale che, anche proprio a voi invii la mia nota,
no? Siete in causa proprio per i motivi opposti e quindi combattete per
gli stessi fini. Segue il mio articolo di oggi in cui rispondo a Napolitano,
ma non solo..... Buon lavoro, gd'o
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A quando il Media Vaffanq-Day?* Big-Bang del
Sistema il Virus disinformazija ha i giorni contati
Virus disinformazija "Copyright" Giuliana D'Olcese
per Beppe Grillo
Mentre il Corriere della Sera titolava "il Nemico in Casa" il Popolo diessino
decretava: "Sì al Vaffanculo-Day contro il finanziamento pubblico a giornali
e Tv".
Appunto, contro il Nemico in Casa.
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Grandissimo titolo!!! Mitica!!!! Si'... spero
proprio si possa organizzare un "Day" di questo tipo. Salutissimi!!!! A.C
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Cara Giuliana, ti propongo due note, una
qui sotto a l'altra allegata. Sui politici italiani, che gli Italiani si
meritano, credo...
Molti saluti da Parigi. Antonio Greco (analista del degrado italiano).
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Hemmm... speravo in un tuo approfondimento sulla Grillomania,
a parte quelli cervellotici, ermetici e arruffatici, il resto è sempre stimolante!
Ciao carissima.
Forse qualcosa si muove..... o no?! FRanco
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Ipse dixit Politica antipolitica
"Non è solo una reazione alla politica... il problema
è più grave e più serio... Con i suoi metodi, i suoi privilegi, la sua chiusura
nel Palazzo, il suo essere impermeabile a qualsiasi voce cerchi di penetrarla,
la sua totale autoreferenzialità, inefficacia, incomprensibilità... la politica
continuerà a barcamenarsi, cercando risposte difensive e contingenti, dimostrandosi
sempre più debole, incapace di affrontare sul serio la sua crisi. A meno
che non riesca miracolosamente a fare un'operazione di verità, prendendo
atto di un fatto doloroso ma ormai palese: cioè di essere essa stessa l'antipolitica".
- Riccardo Barenghi
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Da Grillo proposte innocue per la partitocrazia
Dopo anni di critica corrosiva e spesso anche intelligente
su assurdità, sprechi e ingiustizie del sistema politico ed economico del
nostro Paese, la montagna di consenso e simpatia attorno al comico genovese
ha prodotto il topolino di tre proposte di legge assolutamente innocue per
la partitocrazia.
La reintroduzione delle preferenze - alternativa a una riforma elettorale
anglosassone che renda centrale il ruolo della persona candidata - eleggerebbe
col proporzionale qualche burocrate in meno e qualche signore delle preferenze
in più (nella cosiddetta "prima repubblica" si trattava spesso di signori
del voto di scambio e delle tangenti). Il limite alla rielezione dopo due
mandati consegnerebbe ancora più potere ai partiti, perché li renderebbe
gestori degli avvicendamenti e della gestione di incarichi parastatali alternativi.
Quanto all'epurazione dei condannati, la giustizia già oggi dispone degli
strumenti giuridici, ma sono i tempi biblici dei tribunali a garantire l'impunità,
e dunque gli impuniti di regime. L'improvvisa apertura dei media nazionali
non sarebbe stata possibile se, invece di proposte innocue, Grillo ne avesse
presentata qualcuna contro i profitti di regime delle corporazioni partitiche,
sindacali, imprenditoriali, giudiziarie, giornalistiche, o magari del Vaticano
(Otto per mille, privilegi fiscali e varie). Se volesse impegnarsi su questi
fronti, Grillo troverebbe, come da qualche decennio, il Partito radicale.
Marco Cappato, Deputato europeo radicale
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Caro Giorgio, un Virus detto Miss Frenda
Sai cosa ti dico? Che sono d'accordo: Stefano.
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*Caro Giorgio, un Virus detto Missis Frenda*
Carissima D'Olcese, che piacere rileggerti, finalmente!!
Bianca Maria
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Caro Giorgio, un Virus detto Miss Frenda FS
VAFFANCULO. Università Aperta Imola
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*A quando il Media Vaffanq-Day?*
Cara D'Olcese, Speriamo che hai ragione. Stefano.
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Benvenuto nella Rubrica di Giuliana D'Olcese
Commento:
Cara Giuliana, tutto giusto ciò che scrivi tranne
un dettaglio mica da poco che mette in forse la tua imparzialità. Ti chiedo:
il Napolitano che apprezzi e stimi con tanto vigore è lo stesso che sta
in Parlamento da una vita? E' lo stesso che ha vissuto e vive dall'interno
il marciume che lo pervade senza aver mai alzato un dito o per fermarlo
o anche solo per denunciarlo? Perchè se è così allora viene da chiedersi
da che pulpito arriva la predica. Se gli sei amica avvertilo in privato,
non ti ascolterà ma tu eviterai di aprire una falla nel tuo curriculum che,
per quel che ti conosco, è di tutto rispetto.
Un abbraccio con la stima di sempre Franco
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Il fatto è, caro Franco,
che purtroppo in Italia il Presidente della Repubblica
sulla politica ha pochissimi poteri. Quasi esclusivamente la "moral suasion".
Napolitano quando era al Parlamento, poi all'europeo, tra i partiti italiani
era circondato da una grande ostilità, lo osteggiavano senza tregua. Perchè
lui era uno che rompeva gli schemi e le balle tanto che lo classificavano
come la destra del pc, poi pds e infine ds, "il migliorista". Lui nel marciume
che dici non ci ha mai sguazzato e proprio per quello si è fatto mille nemici.
Poi, proprio per farsene un fiore all'occhiello, lo hanno voluto Presidente
della Repubblica perchè è di grande dirittura morale ed insospettabile.
Quindi, ai partiti dell'Unione, dopo una vita di averlo isolato, gli è venuto
buono per il Quirinale.......
Grazie per la stima di sempre e alla prossima. Abbracci gd'o
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Un virus chiamato Missis Frenda
Il Virus disinformazija colpisce ancora Grillo e Grillanti,
e l'ineffabile Missis Frenda, Regina dell'Asilo
Mariuccia....
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Polemica Ciampi-Grillo: Ciampi non merita il
Premio Cavour
Ha avallato sia Telekom Serbia sia il decreto legge
anticostituzionale con la controriforma "Fini-Giovanardi" sulle droghe e
la fine dell'embargo delle armi alla Cina!
Martedì 25 settembre, l'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
è stato insignito a Santena (To) del Premio "Camillo Cavour". Ciampi non
lo merita e non può nemmeno ergersi, come fa oggi sulla stampa, a difensore
della legalità costituzionale contro le picconate di Grillo. Pesano sull'ex
presidente almeno due pesanti spade di Damocle: l'aver avallato implicitamente
(dieci anni fa, come ministro del Tesoro) l'affaire Telekom Serbia, 456
milioni di euro dei cittadini italiani finiti nei conti correnti di Milosevic;
l'aver avallato con la sua firma presidenziale l'operazione anticostituzionale
attuata dal passato governo di centrodestra, che inserì nel decreto-legge
relativo al finanziamento delle Olimpiadi Invernali di Torino la controriforma
sulla droga, sottraendo tale tema all'esame del Parlamento.
Dulcis in fundo, Carlo Azeglio Ciampi, nel suo viaggio in Cina nel dicembre
2004, si espresse pubblicamente per la fine dell'embargo delle armi alla
Cina, varato dopo i fatti di Tienanmen; una palese invasione di campo anticostituzionale,
essendo la politica estera di competenza del governo e non del Presidente
della Repubblica!".
Giulio Manfredi (Direzione Nazionale Radicali Italiani) ha dichiarato:Torino,
22 settembre 2007
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Cara Giuliana,
mi sono permesso di scrivere al presidente dell'ordine
dei medici di Roma per dirgli della mia osservazione fatta ad un giornale
"DOCTOR NEWS" che si è permesso di diffondere ai medici simili interpretazioni,
circa le reali intenzioni di un uomo coraggioso e giusto, quale Beppe Grillo.
Al Dott.Mario Falconi" Da: doctor news: "Grillo venga a comprendere l'Alzheimer".
Così il ministro della Salute risponde ai giornalisti che le chiedono un
commento sull'ultimo attacco di Beppe Grillo: "Grillo? Venga al ministero
della Salute e capirà cosa significa Alzheimer, dubito che lo sappia". Così
il ministro della Salute Livia Turco, nel corso di una conferenza sul progetto
'Guadagnare Salute' a Roma, risponde ai giornalisti che le chiedono un commento
sull'ultimo attacco di Beppe Grillo, il comico genovese che ha dato del
'malato di Alzheimer' al premier Romano Prodi. "Se Grillo viene qui - incalza
il ministro - scoprirà che esiste anche una politica dedicata agli altri.
Ieri ho trascorso la mia giornata tra i malati di sclerosi laterale amiotrofica
e le persone con disagio mentale - afferma Turco - Se vuole, venga pure
a rendersi conto". Davanti alle domande dei giornalisti sulle ultime provocazioni
del comico genovese, Turco ironizza "a dire il vero non sono una lettrice
appassionata delle sue dichiarazioni. Ho questa mancanza: mi sfuggono spesso
le sue affermazioni". Ed io ho risposto: Penso che la Turco, non comprenda
sino in fondo le problematiche dei disagi della sanità in Italia e non basta
andare a visitare i malati di sclerosi per dimostrare della sua sensibilità
in materia Sanitaria. Dopotutto non è medico e non conosce realmente il
calvario prodotto dalle malattie e da una Sanità di Merda di cui ella è
la direttrice responsabile. Pensasse ai mesi di attesa per risolvere i problemi
dell'espletamento di visite, RMN, Tac, Ecografie etc...
E non rompesse il c prendendosela con chi la mette in evidenza, per le mancanze
di una appropriata assistenza sanitaria, dovuta agli Italiani che per questa,
pagano TASSE/VERGOGNA, VERGOGNA, anche per voi che date queste notizie ad
una classe medica che si è ROTTA di bla..bla...bla...da anni. Vergogna.
Non sono i medici, disposti a sentire ancora cazzate di questo tipo e vorrebbero
lavorare, mantenendo fede a quel giuramento che a causa della Turco e di
altri in precedenza, non possono più mantenere con la gran parte dei loro
pazienti ammalati. Che si sappia in giro.
Dott. Claudio Capozza. Medicina Olistica http://www.omeonet.info/
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Spero che queste tue righe facciano il giro del mondo!
Giuliana lasciatelo dire, SEI GRANDE!!!!!!! Lo ripeto subito, comunque GRANDISSIMA!
Il "vaff-media day" è un'occasione d'oro per
dire a chiare lettere che non ne possiamo più di questa informazione che
ci ammannisce le più grandi bufale senza mai pagare pegno. Un po' di tempo
fa (mi sembra il Corriere) distribuiva i mitici film di Totò e quindi si
poteva vedere stacchetti pubblicitari dove di volta in volta Totò era intento
a qualche malaffarata, la stampa dei biglietti da 15.000 lire, la vendita
di questo o quel monumento, insomma una delle tante scenette che Totò aveva
tratto dalla vita reale, da personaggi reali, dalle malefatte italiche "reali"
e mi veniva da ridere (ma anche da piangere) al pensiero che questo tipo
di film venisse proprio commercializzato da un giornale (uno dei tanti,
spesso tutti uguali) che avrebbe per lo meno dovuto pensare che probabilmente
molte volte Totò, descrivendoci questo o quel malaffare cinematografico,
parlava e scornacchiava in realtà anche gli stessi media autori di bufale
non certo meno pesanti di quelle dei personaggi immaginari che ci ha così
ben descritto. Il destino è spesso perverso ma le persone lo sono spesso
molto di più.
Ora su Beppe Grillo si può aprire anche un bel dibattito, e magari a lungo
andare una seria analisi potrebbe anche ridimensionarne relativamente la
valenza, però una cosa è certa. Negli States abbiamo visto attori fare i
presidenti degli Stati Uniti, diventare governatori, per carità, "magari
hanno fatto anche qualcosa di buono" (dirà qualcuno...) qualcun altro dirà
che "hanno fatto solo cavolate, mediocri attori erano, mediocri politici
sono stati" ma in ogni caso nella cosìdetta "civilissima America", nessuno
batte ciglio se un venditore di noccioline, lustrascarpe, attore, petroliere,
cowboy eccetera diventa presidente degli Stati Uniti o politico di spicco.
Qui da noi fanno politica gli inquisiti (e si fanno pure le leggi ad personam)
ma un comico non può "fare sul serio" e darsi anche solo minimamente alla
politica soprattutto se dice cose per lo più intelligenti, sensate, e a
maggior ragione se raccoglie consensi per le sue propensioni alle analisi
spassionate (e anche sottilmente canzonatorie) dei vari e allucinanti aspetti
della realtà politica ed economica italiana. Ricordare che Grillo è stato
interrogato come testimone (anzi, come "preveggente") dell'affaire
Parmalat, è estremamente utile e dovrebbe ricordare che determinati limiti
nel malaffare non dovrebbero essere superati da determinati "signori", in
una società in cui si pretende, spesso a vanvera, di parlare di diritto,
di giustizia, di polizia internazionale.
Certo, che in un'Italia come questa siano i comici a fare (seppur solo idealmente)
"giustizia" è una cosa sicuramente gravissima e del resto il mercato dei
"comici-politici" è nato proprio grazie ad un certo tipo di uomo-politico
che è per primo l'icona della comicità (tragica, peraltro).
Da questo punto di vista, il grillismo è esattamente l'alter ego di questo
modo inverecondo di fare politica, di fare (mal)affari, di esercitare un
potere personale in nome del popolo e non un potere del popolo come democrazia
prescriverebbe. Per cui, ai politici che si incavolano della scomoda presenza
di Grillo, vorrei ricordare che quando di te si occupa seriamente un comico,
allora c'è seriamente da preoccuparsi, e ben poco da ridere... Sarei ben
contento di avere intorno una classe politica che potesse avere dei critici
molto più seri di un comico ma purtroppo non è così. E allora, piuttosto
di avere il tempo di piangere, meglio riderci su amaramente magari, ma almeno
ci si mantiene di buon umore. Nel frattempo mandateci i vari "potenti" a
fare la pubblicità allo yogurth!!!! Buon lavoro a te Casartor
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Che tristezza, la politica vuota ed impaurita
di questi tempi
Non è tanto la sostanza delle questioni, ad indispettire,
ma la saccente strafottenza, l'incurante boria, l'arrogante supponenza di
gente che ha perso il senso della realtà e del ridicolo. Fassino è fuori
dal mondo: chiede che cessino gli automatismi nell'aumento degli emolumenti
parlamentari ed il presidente della Camera gli risponde: già fatto. Lui
non se n'è accorto perché di un paio di centinaia di euro in più od in meno
non riesce neanche a tenere la contabilità.
Come dicono i ricchi con qualcosa da nascondere: di certe cose si occupa
mia moglie. Con quella proposta strampalata e mal concepita sperava di rincorrere
la protesta di piazza, ha, invece, finito con il dargli un ulteriore pretesto.
I nostri parlamentari sono i più pagati d'Europa. Il punto non è come aumentano
i soldi che prendono, ma quanto è produttiva la loro esistenza. Siccome
non mi piego al qualunquismo, anche se di moda, specifico subito che non
mi riferisco, in maniera generica, alla funzione politica, ma allo specifico
dei compiti parlamentari. Nelle Aule si discutono quasi solamente proposte
del governo, mentre le iniziative dei singoli parlamentari restano, nella
grandissima maggioranza dei casi, lettera morta. I tempi per la discussione
ed il varo di nuove leggi è spropositatamente lungo.
La gran parte del lavoro parlamentare resta del tutto sconosciuto al pubblico,
talché i parlamentari più famosi non sono quelli che lavorano di più, ma
quelli che passano strategicamente nel piazzale antistante per farsi intercettare,
del tutto casualmente, dalle televisioni. E' vero, infine, che la rappresentanza
parlamentare non è un concorso a premi, ma è anche vero che certi livelli
d'ignoranza si supponeva fossero stati superati con l'alfabetizzazione di
massa.
Gli automatismi che infastidiscono Fassino (dopo essersene giovato per lustri)
permangono al Senato. Dice Marini, che fu sindacalista ed ora siede sulla
sedia più alta di quel ramo: per fermarli occorrerebbe cambiare la legge.
E chi crede che debba cambiarla? Non è lui il presidente del Senato? Non
è tanto la sostanza delle questioni, ad indispettire, ma la saccente strafottenza,
l'incurante boria, l'arrogante supponenza di gente che ha perso il senso
della realtà e del ridicolo. Il problema non è quello di ridurre i loro
privilegi, ma di rimediare ai guasti mentali prodotti dall'averne usufruito
per una vita. Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
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Su il Riformista Il 20 ottobre c'è posto per
Beppe
di
Alessandro De Angelis
"Caro Beppe, vieni con noi in piazza il 20
ottobre". Firmato: Leoncavallo. Certo, nel testo dell'invito pubblicato
sabato su Liberazione ci sono una serie di critiche a Grillo sul tema della
giustizia: la condanna, di per sé, non può essere un discrimine, visto che
non si può mettere sullo stesso piano, ad esempio, il "condannato" Mandela
con un 'condannato' per mafia. Ciò premesso, l'idea di far incontrare la
piazza rossa con quella del V day rimane. Infatti uno dei promotori della
manifestazione del 20 ottobre,
il direttore di Liberazione Piero Sansonetti, spiega: "Sono contento che
il Leoncavallo abbia invitato Grillo. Il 20 ottobre può venire chi vuole.
È una manifestazione di popolo". E, anche in questo caso, vale la formula
dell'invito con critica annessa: "Non condivido che per iscriversi a un
partito si debba vedere la fedina penale". Ci saranno pure delle divisioni.
Ma, forse, potrebbe scattare qualcosa tra il popolo rosso del 20 ottobre
e quello del V day.
Ciò che li unisce, e non è poco, è il tema della precarietà. Nel suo libro
Schiavi moderni Grillo ha scritto: "La legge Biagi ha introdotto in Italia
il precariato.
Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane
età. Ha trasformato il lavoro in progetti a tempo. La paga in elemosina.
I diritti in pretese irragionevoli". Almeno per una parte del popolo rosso
si tratta di giudizi condivisibili. Il capogruppo di Rifondazione al Senato,
ad esempio, racconta: "In molte nostre assemblee ho incontrato molti simpatizzanti
di Rifondazione che dicevano di essere d'accordo con Grillo". Ma ci sono
anche elementi che dividono. Prosegue Russo Spena: "In Grillo c'è una ambivalenza
molto forte. Sui contenuti (legge 30, no Tav) non si può essere in disaccordo.
Ma sul giustizialismo è distante da noi. Quando poi vuole mettere i bollini
alle liste si arriva al cesarismo".
E il
20 ottobre? "La manifestazione sarà per una Finanziaria ambientale e sociale.
Se si riconosce nella piattaforma ben venga".
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Ai giovani conviene protestare
Il raduno bolognese, consacrato alla protesta
generalizzata, è stato annunciato e sostenuto da stampa e televisione. Poi
il labbruzzo della politica è divenuto tremulo quando ci si è accorti che
le parole forti erano niente rispetto alla forza del rifiuto e della piazza.
Della manifestazione convocata, da un meritevole Capezzone, per sabato prossimo,
invece, non parla nessuno. Lì si protesta contro un fatto specifico: si
prendono soldi ai più giovani ed ai meno garantiti, per darli a chi già
ha altri privilegi.
Si prende ai figli per dare ai padri. Quando se ne accorgeranno, le proteste
che oggi definiamo "antipolitica" saranno ricordate come garbata critica.
In tutta Europa l'età pensionabile sale, da noi la si è fatta scendere.
O gli altri sono scemi o qui qualcuno ci rimette: i giovani. Li si prende
in giro dicendo che si deve combattere il precariato, in realtà si toglie
al loro salario per trasferire ricchezza a chi va in pensione avendo lavorato
troppo poche ore per troppo pochi anni.
Si fa credere che il lavoro dipenda dalle leggi che vincolano l'impresa,
mentre quelle servono solo a finanziare la baracca corporativa che consegna
potere ai sindacati e clientele alla politica. Il lavoro, per esserci, ha
bisogno dell'esatto contrario. In Francia Sarkozy dice che si deve lavorare
di più per reggere lo Stato sociale, che si devono cambiare criteri di rappresentanza
e finanziamento dei sindacati, che si deve incrementare l'assicurazione
sanitaria integrativa. Per questo avvia incontri con le parti sociali, che
devono durare due settimane. Da noi si parla per decenni, ed alla fine una
politica sempre più esangue cede ai sindacati facendo finta che siano rappresentanti
dei lavoratori. Il moralismo senza etica e la condanna in piazza quel che
fa in privato può creare imbarazzo, specie ad una politica senza forza morale
e ideale. Ma la rabbia generata dall'impoverimento sarà devastante. Il prossimo
22 non so quanti saremo a manifestare, ma se la gara fosse fra idee e non
fra masse, fra proposte e non fra proteste, allora quel giorno sarebbe l'occasione
per acchiappare la politica per i capelli ed evitarle d'affogare nella costosa
inutilità.
Si dica, ai tanti giovani che non ci saranno, che rimettere le mani nella
politica, non rassegnarsi, è un loro interesse.
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it
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RAI 1 stravolge il palinsesto per censurare
lo spazio
dedicato ad una associazione riconosciuta dal Ministero
dell'Interno e che combatte in prima linea tutte le mafie. 10 minuti, il
programma dell'accesso, previsto il 23 novembre alle 10.40, non è andato
in onda. Inoltre, dal sito www.RaiParlamento.Rai.it risulta
che il servizio non è stato programmato in altra data per la messa in onda.
Nessun avviso, o comunicato, o motivazione è pervenuto all'associazione,
ne' dalla RAI ne' dalla Commissione di Vigilanza.
Questo fatto fa il paio con la presa di posizione della Procura di Brindisi,
che, con violazione del diritto di difesa, ha oscurato il sito dell'Associazione
Contro Tutte le Mafie, con un decreto di sequestro mai convalidato dal GIP,
oltretutto pretestuoso e infondato in fatto e in diritto.
Che questa censura sia da collegare alla presa di posizione a favore del
giudice Clementina Forleo, o alle tante collaborazioni con testate giornalistiche,
o alle innumerevoli inchieste sui poteri forti? Questo trattamento stride
con la reputazione che l'associazione vanta. Se la RAI e la Procura di Brindisi
impediscono artatamente la conoscenza dell'attività dell'associazione, dall'altra
parte la Commissione Parlamentare di Vigilanza dei servizi radiotelevisivi
ne autorizza la divulgazione. Non Basta.
Il presidente dell'Associazione è stato invitato a Napoli, il 19 novembre
2007 a partecipare alla conferenza interregionale dei Prefetti del Sud Italia,
con la presenza del Sottosegretario alla Giustizia e con il Commissario
Straordinario del Governo per la lotta alla Mafia. Incontro che verteva
sulle iniziative adottate per la sicurezza e la lotta alla mafia. Logica
deduzione: l'associazione è da censurare o da appoggiare?
Basta visionare le inchieste catalogate in 50 "opoli" sul sito per dare
degna risposta. Poi si meravigliano che la gente scenda in piazza per il
Vaffanculo Day.
Grazie dell'attenzione. Presidente Dr Antonio Giangrande www.malagiustizia.eu -
www.illegalita.altervista.org
****
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La
Rete del Grillo: Stop ai fondi europei all'Italia - 13 Novembre 2007
Clicca
il video
Questo pomeriggio ho partecipato a un incontro presso
l'Unione Europea a Strasburgo, su invito di Giulietto
Chiesa, insieme a Marco Travaglio e Luigi De Magistris.
In questo incontro si è discusso di fondi europei. Di seguito ne riporto
un riassunto. Nei prossimi giorni pubblicherò il mio video e quello di De
Magistris e Travaglio. "Sono venuto qui, fino a Strasburgo, per chiedervi
aiuto. Per supplicare la Comunità Europea di non erogare più finanziamenti
all'Italia. I soldi che arrivano dall'Europa aumentano la metastasi
che sta divorando il mio Paese.
Nel 2006 l'Italia ha ottenuto fondi illeciti dall'Unione
europea, l'ha quindi truffata, per 318 milioni e 104 mila euro con 1.221
casi denunciati. Ha migliorato in un solo anno
la sua performance di 90 milioni di euro. Siamo primi in Europa. Primi nel
calcio. Primi nelle frodi. L'Italia froda nei fondi agricoli.
Froda nei fondi strutturali per lo sviluppo delle aree più arretrate. E
mi sto riferendo unicamente alle frodi accertate.
Dalla Comunità Europea arrivano ogni anno in Italia miliardi di euro. Che
fine fanno? I cittadini italiani non lo sanno. Per avere informazioni possono
solo rivolgersi ai giudici. Ma i giudici, quando intervengono,
vengono sempre bloccati dal Governo, dai partiti. E allora
rimaniamo sempre all'oscuro di tutto.
I finanziamenti della Comunità Europea sono in fin dei conti soldi
nostri. L'Italia partecipa con gli altri Paesi a un fondo comune
che viene ridistribuito. Soldi che vanno e che tornano indietro. Un po'
come il riciclaggio senza controllo del denaro sporco.
Le nostre tasse finanziano i finanziamenti europei del cui utilizzo i cittadini
italiani non sanno mai nulla. Se servono, se non servono, che benefici portano,
quando si concludono. Il vice presidente della Comunità Frattini e il ministro
alle Politiche Comunitarie Bonino sono persone molto riservate. A Prodi
non hanno detto che Barroso aveva stanziato 275 milioni di euro per l'integrazione
della comunità Rom.
L'Italia
non ha chiesto nulla, la Spagna ha avuto 52 milioni e la Polonia 8,5 milioni.
La Polonia? I rom sono andati anche in Polonia? Pensavo
che fossero tutti in Italia. Per una volta che potevamo usare i fondi per
una buona ragione non li abbiamo chiesti. Ed è strano. Perchè a Bruxelles
perfino le nostre Regioni hanno aperto uffici comunitari faraonici, pagati
da noi, per accedere ai fondi. Hanno più impiegati di tutti gli altri Stati.
I miliardi di euro che entrano in Italia hanno portato a opere inutili,
viadotti, rotonde supermercati a tema come il tunnel della Tav in Val di
Susa e Mediapolis in Piemonte. Hanno finanziato progetti mai portati a termine,
depuratori, energia alternativa. Sono finiti in tasca a quella zona
grigia che collega i partiti alle imprese, ai gruppi criminali.
E' meglio che l'Italia non dia più contributi al fondo comune europeo e,
in cambio, non abbia nessun finanziamento. Questi soldi possono essere usati
dal nostro Governo in altri modi. Per ridurre il nostro debito pubblico,
il più grande di Europa, uno dei più imponenti del mondo. Un debito che
rischia di travolgerci. Possono essere usati per ridurre le tasse.
Per incentivare le imprese a investire in Italia invece di incoraggiare
le imprese italiane a trasferirsi all'estero. O anche per ridurre la povertà
che in Italia esiste o aumentare le pensioni da fame dei nostri anziani.
Il riciclaggio sporco dei nostri soldi attraverso Bruxelles non ci sta più
bene. Serve solo a ingrassare le mafie,
a far crescere la criminalità nel nostro Paese.
Qui con me è presente il giudice Luigi De Magistris. A De Magistris è stata
tolta senza alcuna ragione un'inchiesta che toccava i vertici della Regione
Calabria e del Governo italiano: Mastella, ministro della Giustizia, e Prodi,
presidente del Consiglio. L'inchiesta gli è stata avocata senza motivo.
I documenti dell'inchiesta sono stati prelevati dalla cassaforte della Procura
di Catanzaro senza avvertirlo e inviati a Roma. L'inchiesta si chiama Why
Not e riguarda anche l'utilizzo di fondi comunitari. In Calabria
sono attesi cinque miliardi di euro di finanziamenti europei,
che fine faranno?
La magistratura è stata fermata dalla politica. Una volta, nel 1992, con
Falcone e Borsellino si usava il tritolo. Oggi interviene direttamente il
ministro della Giustizia.
I fondi europei non servono all'Italia. Servono ai partiti e alla criminalità
organizzata. Non li vogliamo. Teneteveli, per favore. Fatelo per un'Italia
migliore".
----
((Blog
di Bepe Grillo Noam Chomsky al World Social Forum di Porto Alegre (Brasile))
Avram
Noam Chomsky (Philadelphia, 7 dicembre 1928) è uno
scienziato e
teorico della comunicazione statunitense.
Professore emerito di statunitense al
Massachusetts
Institute of Technology è riconosciuto come il
fondatore della grammatica generativo-trasformazionale,
spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica
del XX secolo. La teoria della grammatica
generativa, alcuni dei cui elementi essenziali sono già presenti nell'opera
Syntactic Structures del 1957, si caratterizza
per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale, elemento
distintivo dell'uomo come specie animale, superando la concezione della
linguistica tradizionale incentrata sullo studio delle peculiarità dei linguaggi
parlati. L'influenza del pensiero di Chomsky va ben al di là della stessa
linguistica, fornendo interessanti e fecondi spunti di riflessione anche
nell'ambito della filosofia, della psicologia, delle teorie evoluzionistiche,
della neurologia e della scienza dell'informazione.
A
partire da una forte presa di posizione contro la
guerra del Vietnam a
metà degli anni sessanta, all'attività accademica Chomsky affianca un notevole
impegno politico e sociale. La costante e acuta critica nei confronti della
politica estera di diversi paesi e, in particolar modo, degli Stati Uniti,
così come l'analisi del ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali,
lo hanno reso uno degli intellettuali più celebri e seguiti della
sinistra radicale americana
e mondiale.
15 Ottobre 2007 Chomsky e le macchine di produzione
di candidati
Noam Chomsky mi
ha rilasciato un'intervista sul V-day e sulle reazioni dei partiti e dei
media.
Chomsky dice: "L'attività politica dei partiti ora consiste nel produrre
candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni
di potere economico che emarginano la popolazione". Sei solo un elettore
"che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà" come cantava Giorgio
Gaber. Chomsky esprime una forte preoccupazione per la
libertà di informazione e per il futuro di Internet.
Il prossimo V-day sarà sull'informazione. Nelle prossime settimane la data.
Stay tuned!
"V-Day. Parlamento Pulito. Nulla è stato detto [prima]
dalla stampa. E' davvero incredibile che sia stato possibile e ciò riflette
la chiara, se non travolgente, necessità della popolazione che chiede sia
fatto qualcosa di concreto per risolvere il persistente problema della politica
italiana.
Dimostra che [Grillo] ha toccato un nervo scoperto; la reazione riflette,
io penso, un senso di colpevolezza e paura. Quello che
stanno facendo è molto importante e, per il potere, preoccupante. Tralasciamo
l'accusa di terrorismo, che non ha senso. Ma l'accusa di populismo
è interessante.
Cos'è il populismo? Populismo significa appellarsi alla popolazione; è un'accusa
grave se viene da chi guida l'opinione pubblica. Pensano che la popolazione
debba essere tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici.
Pensano che la popolazione dovrebbe essere spettatrice e non partecipe.
Secondo questo punto di vista è sbagliato provare a coinvolgere la gente
nella gestione della cosa pubblica. Forse il più grande intellettuale USA
del XX secolo, Walter Lippman, pensava che la maggioranza
della popolazione fosse ignorante e inaffidabile; le persone responsabili
che dovrebbero guidare il Paese devono essere tenute al riparo dalle sue
iniziative, dalla sua rabbia. Non è una posizione inusuale; è comune tra
i liberal, gli intellettuali democratici e, da loro, si trasferisce alle
classi dirigenti... E' chiaro, quindi, perché le persone al potere non agiscono
secondo i desideri della popolazione; questo è l'opposto di una
democrazia funzionante. Penso che la vera democrazia sarebbe molto
più efficace senza quelli che chiamiamo partiti politici,
che funzionano solo come macchine per la produzione di candidati.
L'unica
forma di partecipazione è radunarsi ogni tanto e scegliere tra candidati
e programmi che vengono presentati loro. Le persone sono escluse
dalla formazione delle posizioni politiche dei candidati.
Alcune figure che sono in grado di raccogliere finanziamenti, il che vuol
dire che sono "create" dal mondo economico, arrivano nelle città e dicono
"Vota per me perché so io cosa fare" e la gente decide se votarli o meno.
Una società democratica dovrebbe funzionare diversamente. Cosa dovrebbe
accadere in una democrazia vera?
La
gente si radunerebbe pubblicamente e deciderebbe quale politica preferisce
e direbbe ai candidati: "Questa è la politica che desideriamo; se sei in
grado di portarla avanti bene, altrimenti vai a casa".
Questa sarebbe una democrazia effettiva, il che è molto lontano dalla situazione
attuale. L'attività politica dei partiti ora consiste nel produrre candidati
attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico
che emarginano la popolazione.
Un grande commentatore americano del XX secolo, John Dewey,
evidenziò correttamente come "la politica è l'ombra che il potere economico
ha posto sulla società". Sembra proprio così, e non è democrazia.
C'è una nuova battaglia da combattere: se Internet debba
rimanere libera e gratuita, come lo è se rimane in mani
pubbliche, o se debba essere controllata. Controllare Internet non è facile
ma ci sono i modi per farlo. Ci sono pochi sistemi per accedere alla Rete:
se venissero privatizzati li vorrebbero controllare. Questa è una
delle più grandi battaglie negli Stati Uniti, ora". Noam Chomsky.
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Così
la Casta spese i soldi del terremoto
di Marco Castelnuovo
- La Stampa 15 ottobre 2007
Che cosa c'entrano i 27 scolari di San Giuliano di Puglia morti il giorno
del terremoto, con le api di Trivento? E che relazione c'è fra gli edifici
rasi al suolo dalla scossa sismica di cinque anni fa, e la patata turchesca
di Pesche? Che cosa unisce il pianto di chi il 31 ottobre 2002 ha perso
un figlio o una casa, con lo svago che gli impianti di risalita di Capracotta
offrono agli sciatori?" Queste domande si trovano sul sito Primonumero.it.
Le risposte anche e sono molto inquietanti.
Ma partiamo dall'inizio, cioè da una triste mattina di cinque anni fa.
Terremoto a San Giuliano di Puglia, 31 ottobre 2002: trenta morti di cui
ventisette bambini sotto le macerie, circa 100 feriti e 2.925 sfollati
nella sola provincia di Campobasso. L'Italia sconvolta si mise in moto.
Fiumi di denaro vennero raccolti per aiutare "le popolazioni colpite".
Nel giro di una settimana la Soprintendenza dei beni culturali stilò una
lista dei Comuni che avevano riportato danni a abitazioni ed edifici storici:
32 nella sola provincia di Campobasso, 9 in quella di Foggia e uno in
quella di Isernia. A febbraio un'alluvione colpì, di nuovo, i territori
già devastati. A marzo 2003 l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
con l'ordinanza n. 3268 conferì al Governatore molisano Michele Iorio
(Forza Italia) pieni poteri per gestire la ricostruzione.
È passato un lustro
e cosa si scopre? Che alcuni dei fondi (per un totale di 123 milioni di
euro) che servivano per ricostruire i centri colpiti sono andati a tutt'altro.
O meglio: negli
oltre 500 decreti di finanziamento firmati dal Commissario-Governatore
ci sono denari per 136 Comuni del Molise. E quanti sono i Comuni della
regione? 136, ovviamente.
Una serie di contributi a pioggia, anche ai Comuni che non hanno subito
un solo graffio o una sola crepa dal terremoto. Un esempio? Il Comune
di Campochiaro, 80 chilometri da San Giuliano, che i periti avevano dichiarato
indenne subito dopo il sisma. Tanto che anche Iorio, quando nella primavera
del 2003 stilò l'elenco delle zone terremotate non lo inserì. Ma visto
che numerosi centri anche più lontani dall'epicentro avevano fatto richiesta
di finanziamenti, ecco il dietrofront. Da alcune perizie successive risultò
che il campanile era leggermente lesionato per cui venne aggiunto alla
lista per una richiesta di 11.115.030,03 euro. in lettere, undici milioni
di euro per un campanile leggermente lesionato.
Il commissario ha potuto concedere questi finanziamenti in base all'articolo
15 dell'ordinanza del 2003: "La regione (...) predispone un programma
pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva nel
territorio della regione Molise colpito dagli eccezionali eventi sismici
del 31 ottobre 2002 (...) anche con il concorso delle risorse nazionali
e comunitarie destinate allo sviluppo delle aree sottoutilizzate". Ecco
qua. Un fondo unico per ricostruzione post-terremoto e programma pluriennale
per la ripresa produttiva che riguarda l'intera regione e non solo le
zone terremotate, nella quale confluiscono anche i fondi stanziati dal
Governo e dall'Europa per le cosiddette aree sottoutilizzate, e soprattutto
gestito da un unica persona. Iorio, in qualità di "Commissario Delegato
emergenza sisma e alluvione" è l'intestatario del conto numero 3098 della
contabilità speciale presso la Tesoreria provinciale di Campobasso della
Banca d'Italia a cui solo lui ha accesso.
Dall'inizio del 2006 al settembre del 2007 per più di 200 volte ha attinto
a quel fondo prima di firmare altrettanti decreti a favore dei Comuni
molisani distribuendo oltre 123 milioni e 200 mila euro. Per finanziare
cosa? Basta spulciare i decreti che si trovano sul sito della Regione.
Per esempio il museo del profumo di Sant'Elena Sannita (200 mila euro,
decreto n. 203 del 16 ottobre 2006), o per valorizzare la rete sentieristica
del bosco Cerreto di Monacilioni (250 mila euro, decreto n. 52 del 23
febbraio 2007), o per ripristinare il sito archeologico "de jumento albo"
di Civitanova del Sannio (275 mila euro, decreto n. 60 del 2 marzo 2007),
o per sperimentare il ripopolamento della seppia nelle acque del mare
molisano (250 mila euro, decreto n. 169 del 24 agosto 2006), o per incentivare
la "vocazione produttiva della patata turchesca di Pesche" (100 mila euro,
decreto n. 171 del 24 agosto 2006), o il "piano di monitoraggio dell'apis
mellifera ligustica", cioè lo spostamento delle api della zona di Trivento
(90 mila euro, decreto del 27 aprile 2007), o per finanziare uno studio
(765 mila euro, decreto n. 55 del 31 marzo 2006) per la progettazione
della metropolitana leggera che dovrebbe unire Matrice, Campobasso e Bojano.
San Giuliano è ben lungi dall'essere completamente ricostruita, eppure
il Commissario ha stanziato fondi per il museo della Zampogna di Scapoli
(300 mila euro), o per la riqualificazione del canneto di Roccavivara
(300 mila euro), o per l'officina del gusto di Pizzone (330 mila euro),
o per "l'itinerario sentimentale Morunni" di Ururi (750 mila euro). Rispondendo
ad una interrogazione regionale dello scorso aprile, Il presidente Iorio
disse che i soldi per la ricostruzione ammontavano a 551 milioni e 72
mila euro, compresi gli 86 milioni di euro stanziati dal governo per il
2007. Di questi 551 milioni ne sono stati spesi 380 milioni 531 mila,
mentre gli altri 170 milioni e 547 mila restano in attesa di essere investiti.
Se si sommano tutti i finanziamenti reperiti nei 508 decreti a firma del
Commissario, destinati esclusivamente alla ricostruzione dei Comuni terremotati,
la cifra ammonta a 176 milioni 143 mila 677 euro, compresi i due milioni
per i tecnici che hanno eseguito le perizie, i 320 mila euro andati a
una ditta di Campobasso per la cartografia dell'area sismica, e i 14 milioni
e 579 mila euro devoluti a chiese e istituti di culto o religiosi. Una
cinquantina di milioni in più quindi rispetto a quanti il Commissario
ne ha spesi per il "programma di ripresa produttiva" destinata a tutti
i Comuni molisani. Soprattutto quelli della provincia di Isernia. Nonostante
per la Soprintendenza solo un Comune della provincia di Isernia fosse
da considerare "colpito" infatti,i residenti della stessa hanno ricevuto,
pro capite, 445 euro, più dei residenti della provincia di Campobasso
- San Giuliano compresa - considerata, in toto, "territorio danneggiato"
(330 euro). Sarà un caso, ma va ricordato che Iorio è stato Assessore
ai lavori pubblici della provincia, nonché sindaco del capoluogo.
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Grillo
stabilisce le regole. Quel che manca è la politica
Il Riformista 11 ottobre 2007
È soltanto un inizio, presto arriveranno altre informazioni. Però come inizio
è curioso. Parliamo della iniziativa di Beppe Grillo di favorire la nascita
di liste civiche da presentare alle elezioni amministrative dopo che una
apposita certificazione ne attesti la corrispondenza a una serie di requisiti.
Il punto è proprio questo: i requisiti.
Il comico genovese ha pubblicato ieri l'elenco di quelli necessari per ottenere
la certificazione oltre alla lista degli impegni che i candidati dovranno
assumere.
Senza entrare nel merito di ciascuno dei punti, ciò che colpisce è la mancanza
di indicazioni sul programma che tali liste civiche dovranno proporre. Grillo,
insomma, definisce una cornice, mette paletti, fa l'elenco delle caratteristiche
che liste e candidati dovranno avere per potersi schierare ai nastri di
partenza. Però ancora non si capisce di quale gara si tratti.
La politica non è fatta soltanto di regole ma anche di contenuti. E, come
c'è assoluto bisogno delle prime, c'è altrettanto bisogno di contenuti.
Anzi, la crisi di credibilità della politica nasce anche dalla mancanza
di nuove idee dopo che, a cavallo degli anni '80 e '90, quelle "vecchie"
sono state spazzate via. Per questa prima puntata, però, Grillo parla d'altro,
parla soltanto delle regole e degli impegni. Ad esempio, "all'atto della
propria candidatura, la lista provvederà a pubblicare in Rete, in un apposito
e adeguato spazio web, l'elenco dei componenti e il loro curriculum vitae
secondo uno standard che andremo a definire, con il proprio programma di
governo e istituirà contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini
che consenta il libero scambio di opinioni e critiche con i componenti della
lista civica".
Ora, di certo quella resa nota ieri è semplicemente una prima puntata alla
quale seguirà il resto. Eppure, appare significativo che all'esordio si
punti tutto su un solo aspetto, quello delle regole, senza dare anche qualche
idea anche di ciò che si intende fare nel caso si ottenesse qualche seggio
nei comuni, nelle regioni o, in futuro, chissà, anche in Parlamento. Insomma:
ottenuta la certificazione "morale", e una volta eletto, come si comporterà
il candidato vidimato da Grillo?
Si batterà in nome di Beppe per cacciare i rom dall'Italia? O per la pena
di morte agli ubriachi al volante? Ecco, ci saremmo aspettati indicazioni
simili, piuttosto che informazioni del tipo: "ogni candidato dovrà risiedere
nella circoscrizione del Comune o della Regione (a seconda che si tratti
di elezioni comunali o regionali) per il quale intende avanzare la propria
candidatura".
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La terra trema sotto la casta
di Giovanni Sartori - Corriere della Sera 19 settembre 2007
La terra trema ormai sotto i piedi della Casta. Per la prima volta il popolo
bue la minaccia davvero. Finora i signori del potere se ne sono infischiati
della rabbia crescente di un elettorato che si sente irretito nell'impotenza
(a dispetto dei rombanti discorsi che lo proclamano, poverello, sempre più
sovrano). Ma ecco che, inaspettatamente, Beppe Grillo entra nella tana del
nemico e, alla festa dell'Unità di Milano, spara a mitraglia contro gli
ottimati Ds. Fino a meno di un anno fa Grillo sarebbe stato subissato dai
fischi; invece, è stato subissato da applausi. Un episodio che richiama
alla mente la caduta della Bastiglia. Di per sé quell'evento della rivoluzione
francese fu un nonnulla; ma ne divenne il simbolo. Forse sto forzando troppo
i fatti. Forse. Vediamo perché. Intanto, e in premessa, cosa si deve intendere
per "antipolitica"?
La dizione è ambigua: sta per "uscire" dalla politica, estraniarsi; oppure
per "entrare" a tutta forza nella politica per azzerarla (il caso di Grillo).
Ciò premesso, le novità sono due. Primo, Grillo entra in politica avendo
prima creato una infrastruttura tecnologica di supporto e di rilancio: Internet,
blog, e un radicamento territoriale assicurato, ad oggi, dai 224 meet up
(gruppi di incontro) che in un giorno raccolsero 300 mila sottoscrittori
per una legge di iniziativa popolare. Ora, né la satira politica di altri
bravissimi comici (Luttazzi, per esempio), né i girotondini hanno mai dispiegato
un armamentario del genere.
Dal che ricavo che misurare la forza di Grillo con riferimento ai suoi predecessori
sarebbe una grave sottovalutazione. Secondo. Grillo ci sa fare. Non propone
un nuovo partito (il 32°, come ironizzano a torto gli altri 31), ma un movimento
spontaneo che li spazzi tutti via. Inoltre ha messo subito il dito sul ventre
sensibile della Casta: il controllo dei voti. Se vogliamo davvero sapere
quale sia lo stato di putrefazione del Paese, la fonte non è Grillo ma il
libro La Casta di Stella e Rizzo.
Quel libro ha venduto un milione di copie-un record di successo mai visto
- eppure non ha smosso nulla. Gli italiani dovrebbero esprimere la loro
protesta "razionale" continuando a comprarlo. Ma anche così dubito che la
Casta ascolterebbe. Perché Stella e Rizzo non controllano voti. Invece Grillo
sì. Lo ha già dimostrato e si propone di rincarare la dose al più presto.
Per le prossime elezioni amministrative Grillo sosterrà liste civiche spontanee
"certificate " (da lui) che escludano iscritti ai partiti e personaggi penalmente
sporchi. Ne potrebbe risultare uno tsunami. Anche perché il grillismo capitalizza,
oggi, sulla retorica (ipocrita) di esaltazione dello "spontaneismo" dispensata
da anni sia da Prodi come da Berlusconi. Hegel elogiava la guerra come un
colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra,
e nemmeno approvo le ricette politiche "al positivo" del grillismo (a cominciare
dalla stupidata della ineleggibilità di tutti dopo due legislature; stupidata
che l'oramai infallibile incompetenza del nostro presidente del Consiglio
ha già approvato). Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata - solo
una ventata - che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è
ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa
ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo,
al fascismo, e simili.
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L'Italia dei trasformisti.
In anteprima il film di Roberto Faenza tratto dal romanzo di Federico De
Roberto: un affresco storico su potere, Stato e Chiesa. Sembra di oggi l'atto
d'accusa ai politici: "I Viceré" divide ancora prima del debutto.
di Gian Antonio Stella - Corriere della Sera 10 ottobre, 2007
"Io auguro la formazione di un partito capace di darci l'ordine all'interno
e la pace con l'estero. Che protegga i laici ma anche la Chiesa. Che realizzi
riforme ma conservi anche le tradizioni. Il passato e l'avvenire. Machiavelli
ma anche Bacone. E dopo aver studiato Proudhon sono convinto che la proprietà
è un furto.
Ci sono tuttavia delle proprietà che dobbiamo riconoscere legittime. Viva
il Re! Viva la Rivoluzione! Viva Sua Santità!". Vaglielo a spiegare, a certi
permalosi professionisti della politica di oggi, che lo strepitoso comizio
elettorale di Consalvo Uzeda di Francalanza, l'ultimo discendente degli
antichi viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V, comizio che tiene
insieme tutto e il contrario di tutto e chiude il nuovo film di Roberto
Faenza, non è un attacco alla democrazia, nella quale presuntuosamente si
identificano.
Vaglielo a spiegare che non è una puntata dell'immaginario "complotto" ordito
da misteriose forze contro la casta cui appartengono. Vaglielo a spiegare
che Federico De Roberto scrisse "I Viceré", dal quale è tratta la pellicola
proiettata nelle sale italiane dal 9 novembre, un secolo abbondante prima
che Beppe Grillo lanciasse il "Vaffa-day". Macché. Come minimo, inarcando
sospettosi il sopracciglio, sibileranno: e proprio adesso doveva uscire?
Difficile negarlo: il Fato ci ha messo lo zampino. L'idea di portare sugli
schermi il capolavoro dello scrittore catanese che come forse nessun altro
disegna con ironia laica e feroce la storia di una grande famiglia di potere,
era già stata accarezzata infatti da molti registi. Prima Luchino Visconti,
che si sarebbe in seguito dedicato al meno ustionante "Gattopardo" di Giuseppe
Tomasi de Lampedusa. Poi Roberto Rossellini, che stese anche un abbozzo
di sceneggiatura. Poi Sandro Bolchi, che si fece aiutare da Gesualdo Bufalino
per tessere la trama d'uno sceneggiato ("racconterò questa Dynasty di nobili
come mi consigliarono Sciascia e Visconti") per il quale aveva già scelto
ogni dettaglio.
Tutti progetti evaporati nel nulla. E sul più bello, nel divampare delle
polemiche sull'uso cinico della politica, il film di Faenza arriva come
fosse stato fatto apposta: eccoli qua, per dirla con una definizione cara
a Luigi Einaudi, gli antenati dei "padreterni" di oggi. Va da sé che, nella
scia della tradizione secolare, l'opera è stata accolta da un impasto di
diffidenza e ostilità. Prima ancora di vederlo. Prima di scoprire quanto
sia stata sobria, felice e rispettosa la mano del regista torinese.
Quanto Lando Buzzanca sia mostruosamente bravo nella parte del principe
Giacomo. Quanto sia straordinaria Lucia Bosè nelle vesti austere e insieme
eccentriche di Donna Ferdinanda e quanto siano credibili Alessandro Preziosi
e Cristiana Capotondi, Guido Caprino e Giselda Volodi e gli altri ancora.
Tutto secondario. Tutto accantonato davanti al tema: può dare fastidio,
oggi? A chi può giovare? Chi può danneggiare?
Ed ecco che la commissione censura (in un'Italia in cui la televisione è
arrivata a trasmettere in prima serata programmi volgarissimi come "Distraction"
dove i concorrenti orbati da lenti spessissime palpeggiano poppe e natiche
di sventurati disposti a smutandarsi per andare in onda) si interroga pensosa:
non sarà blasfema la definizione "porci di Cristo" che De Roberto attribuiva
a un gruppo di monaci del convento dove lui stesso aveva fatto il bibliotecario?
Non sarà offensiva la scena coi frati benedettini, ricchi, che "subappaltano"
ai cappuccini, poveri, la preghiera notturna così da non doversi svegliare?
Non saranno sconci quei piedi intrecciati (i piedi: si vedono solo i piedi!)
nella prima notte di nozze tra il bamboccione peloso Michele Radalì e la
fragile Teresa che ha dovuto cedere al matrimonio combinato? Ed ecco che
la Festa internazionale del cinema di Roma, che pure dovrebbe essere incuriosita
dall' uscita di un film destinato a dividere e a sollevare polemiche, sta
alla larga dal mettere I Viceré in cartellone. Ecco che alla "prima" mondiale
al Parlamento europeo, a Bruxelles, i deputati degli altri Paesi sono un
bel po' e quelli italiani tre: Vittorio Prodi, Giulietto Chiesa e Nicola
Zingaretti. Fine.
Ecco l'Ansa attaccare il servizio così: "È il film che i politici non vorranno
vedere, che la Chiesa attaccherà e che farà storcere il naso anche alle
associazioni delle famiglie". Come se il duca Gaspare, canzonando il perplesso
Consalvo stupefatto dalla sua scelta di buttarsi a sinistra, parlasse di
oggi, tra Mastella e Dini, Di Gregorio e Pallaro, in questo autunno del
2007: "Ma non t'hanno insegnato proprio niente a tia. Destra Sinistra, oggi
non significano più niente! Di questi tempi tutto cangia talmente velocemente
che non possiamo più stare appresso alle etichette...".
Eppure, è tutta farina di Federico De Roberto. Scritta oltre un secolo fa.
È da allora, dai tempi in cui, come scrisse Vitaliano Brancati, "le carrozze
si arrampicavano sulle strade portando lentissimamente in alto le famiglie
sepolte dentro le proprie vesti di seta", che "I Viceré" si tirano addosso
le stesse diffidenze, le stesse ostilità.
Da parte della Chiesa, che si sentì trattata con poco rispetto. Della scuola,
che non ha mai indicato lo scrittore catanese tra i grandi da studiare.
Dei critici, plasmati (con poche eccezioni tra cui Carlo Bo e lo stesso
Brancati, che su De Roberto si laureò) dalla stroncatura di Benedetto Croce,
secondo il quale si trattava di "un'opera pesante, che non illumina l'intelletto
come non fa mai battere il cuore". Un giudizio che Leonardo Sciascia, pur
ammettendo che "era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo
Croce e i crociati", non condivideva affatto. Al punto di sostenere che
"I Viceré" sono, "dopo i Promessi sposi, il più grande romanzo che conti
la letteratura italiana".
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I falsi allarmi
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica 8 ottobre 2007
Clemente Mastella sbanda, straparla. Quasi posseduto da una "follia" narcisistica
che non gli permette di vedere al di là del suo naso e del suo destino politico,
della sua famiglia, della sua Ceppaloni, del suo piccolo partito, sovrappone
errore a errore, cantonata a strafalcione incurante degli esiti che possono
danneggiare il governo e la maggioranza di cui fa parte. Questo fino a ieri.
Ieri è andato oltre da New York, dove era per festeggiare il Columbus Day
(ma era proprio necessario mettere in mostra altri viaggi, altre spese pubbliche,
altre presenze familiari come se un ministro di Giustizia, con i tempi che
corrono dalle nostre parti, non avesse altro da fare che passeggiare nei
dintorni di Central Park). Mastella ha voluto dare così un altro giro di
vite al cupio dissolvi che si è impadronito di lui combinando un altro pasticcio,
molto più grave di un gravissimo abbaglio.
Quel che il ministro ha deciso di muovere è un giudizio politico di dubbia
responsabilità. Ha ipotizzato che in Italia si annuncia addirittura una
nuova stagione di terrorismo. Lo aveva già bofonchiato, in verità nel disinteresse
generale, qualche giorno dopo essere stato colpito sotto la cintura negli
studi di Ballarò.
"Chiederò al ministro di avere una tutela, cioè una scorta, più adatta a
me", aveva detto e non si era capito che cosa chiedesse al Viminale perché
la sua scorta è già più che robusta. I suoi dell'Udeur avevano spiegato
che "dopo l'allarme lanciato dall'ex ministro Pisanu sulla potenziale recrudescenza
del pericolo terrorista e i rigurgiti Br delle ultime settimane, chiediamo
ufficialmente al ministro dell'Interno Amato di garantire la massima sicurezza
al ministro Mastella e alla sua famiglia, vittime di questa infame aggressione".
Suoni sconnessi che erano caduti nel nulla. Rigurgiti delle Br? Quando,
dove? Come ministro avrebbe dovuto sapere che Cristoforo Piancone era soltanto
un rapinatore e non un brigatista in cerca di finanziamenti. E poi perché
evocare gli allarmi di Pisanu e non le più serene analisi del ministro in
carica, Giuliano Amato.
Insomma, una sortita alquanto penosa che nessuno ha preso molto sul serio,
nemmeno nel suo governo. Ma evidentemente Mastella non si è perso d'animo
e ieri ha denunciato che in Italia c'è clima politico che "rischia di essere
un terreno di coltura di un neo-terrorismo che da noi non è mai stato eliminato
completamente", neppure dopo l'attentato a Marco Biagi. "Questo clima rischia
di essere uguale a quello della prima volta in cui venne messa in discussione
la legittimità di un governo della Dc".
E con tutta evidenza il ministro pensava al 1978, all'anno in cui le Brigate
rosse rapirono Aldo Moro.
Si potrebbe liquidare il tutto come un'ennesima sciocchezza di uomo, forse
scoraggiato da linciaggio mediatico che ha dovuto subire nelle ultime settimane.
Ma sarebbe un errore. Le parole di Mastella sono gravissime. Dove sono le
tracce, anche nascoste, di questo terrorismo che incombe? Quali sono gli
indizi, gli annunci? Ne sa qualcosa il ministro dell'Interno? La verità
è che non c'è alcuna traccia di una nuova stagione di terrorismo, ma soltanto
un diffuso malessere che attraversa il Paese, un'insoddisfazione radicale
che separa larghi strati della società dalla politica, dai politici, dal
governo.
Questa irritazione si è concentrata su Mastella per la sua esibita spensieratezza
nell'uso privato di risorse pubbliche. È diventata rabbia per le mosse improprie
decise dal ministro contro un pubblico ministero che indaga anche sul conto
del capo del governo. Ora reagire a queste legittime proteste criminalizzandole,
dicendole eversive, dipingendole - per di più dall'estero - come potenzialmente
assassine è un atto irresponsabile che Prodi e, per quel che gli compete
Amato, farebbero bene a smentire già nelle prossime ore.
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Grillini, brambillini e pardini
di Luca Ricolfi - La Stampa 8 ottobre 2007
Nascono come funghi. Sarà perché è autunno, sarà perché a Roma è piovuto,
ma nell'ultimo fine settimana il ritmo è diventato davvero impressionante.
Anziché diminuire di numero, i partiti italiani aumentano di mese in mese,
di settimana in settimana, e ora di giorno in giorno. Quest'estate abbiamo
sentito parlare soprattutto di liste Grillo (quelle con il bollino di garanzia
del comico), di Partito della libertà (i circoli di Michela Vittoria Brambilla),
e della "lista civica nazionale" dei girotondini. Poi è toccato all'ex presidente
del Consiglio Lamberto Dini annunciare la (ri)nascita di una sua lista,
a suo tempo denominata Rinnovamento italiano, oggi ribattezzata Liberaldemocratici.
Nell'ultimo weekend, infine, le cronache hanno registrato tre eventi: il
primo incontro nazionale dei Circoli della Libertà, il ritorno in piazza
dei Girotondi sotto la guida di Pancho Pardi, l'ennesimo tentativo di far
rinascere un partito socialista "con tutti quanti dentro": i detentori di
varie sigle socialiste più alcuni diessini cui sta stretto il nascente Partito
democratico.
Perché tanto attivismo?
Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi.
Ci sono gli indignati "da sinistra" per i comportamenti del ceto politico
(pardini).
Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti
rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo,
che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico
(neosocialisti). Ci sono i "veri liberali" preoccupati della sudditanza
di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano,
come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi
meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato
bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di
politica e solo di politica.
Ma proviamo a guardare il quadro un po' più da lontano. Alla base di questo
proliferare di funghi ci sono cause note, come l'esasperato individualismo
degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali
(basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi
generosi a partiti e giornali di partito).
Oltre a queste cause, tuttavia, ve n'è forse un'altra che a quanto pare
non attira l'attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi,
i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un'idea di partito che legittima
la proliferazione dei partiti stessi. Quest'idea di partito pare basarsi
su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.
Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione.
L'Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano
gli specialisti: c'è il partito dell'ambiente, il partito della giustizia,
il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe,
il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli
"leghe di fatto" regionali (in Valle d'Aosta, in Trentino Alto Adige, in
Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente
anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia
il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati
nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.
Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la
via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito
(anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale).
È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se
il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme
- ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione - rinunciano
a combattere la loro battaglia all'interno del nuovo partito (AB) e trovano
naturale "dar vita" a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume
di conservare incontaminata l'eredità di A, la seconda (b) che presume la
stessa cosa per l'eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B =
AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere
altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.
È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita
del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli "danno morte" ai rispettivi
partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti
di Margherita e Ds "danno vita", rispettivamente, al Partito liberaldemocratico
(a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui
missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari,
colpevolmente uccisi dai loro leader.
Ma non basta, perché c'è anche un terzo presupposto mentale che favorisce
la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea
politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra
e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un'idea di senso comune,
ad esempio che dobbiamo preservare l'ambiente, o sostenere i valori della
famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione
politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito
un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o
meno brillante idea, ma l'idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti,
una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra
né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche,
due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente
quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si
sono accorti del distacco fra i cittadini e "la casta", ma da questa consapevolezza
rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini,
a destra i brambillini, in mezzo i grillini.
Richiamando l'attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo
addossare ogni colpa ai "creativi" che inventano un partito al giorno.
Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d'autunno, è anche
perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano,
il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare,
di misurarsi davvero con i problemi dell'Italia. Forse, la verità è che
burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste
medaglia della democrazia italiana.
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Sabina Guzzanti 7 Ottobre 2007
"Blog di Beppe Grillo". Il
blog ha intervistato Sabina Guzzanti, anche lei presente sul palco di Bologna,
che ha dato il suo parere sul TG1 di Riotta.
"Uso questo spazio per avere la possibilità di replicare
agli attacchi e insulti ricevuti dopo il V-Day e dopo il mio intervento
ad Annozero sulla questione del TG1, in particolare, e la polemica con Riotta
nata da una battuta nel mio film in cui facevo dell'ironia sul fatto che
Riotta, prima di diventare direttore del TG1, ha scritto sul Corriere una
serie di articoli sempre più di destra per dimostrare di essere affidabile
e di poter fare il direttore del TG1. Riotta si è arrabbiato per questa
battuta e ha replicato con un articolo su L'Espresso in cui ha fatto una
disquisizione su cosa sia il vero giornalismo, elencando tutti i professori
che ha avuto all'università in America, tra cui il povero Sartori che non
so quanto sia contento del suo allievo, l'importanza dei fatti e dell'obiettività.
Da Santoro, allora, ho di nuovo replicato dicendo che una persona che dirige
il TG1 che vediamo tutte le sere non si può permettere
di dare lezioni di giornalismo a nessuno perché quello non è giornalismo.
Il TG1 non è al servizio dei cittadini ma dei politici che hanno scelto
lui e i giornalisti che parlano. Portando degli argomenti ho detto che,
ad esempio, il giorno del V-Day ha dato alla notizia uno spazio ridicolo,
29 secondi. "Ieri sera manifestazione organizzata da Beppe
Grillo, il cosiddetto V-Day, a sostegno della legge di iniziativa popolare
per un Parlamento pulito. Per gli organizzatori avrebbero firmato in 300.000.
Manifestazione che si è svolta in molte città italiane. Immediate le reazioni
politiche: per il ministro Bersani bisogna riflettere la testimonianza di
un disagio; "è una manifestazione di cui dovremmo vergognarci - dice Pierferdinando
Casini - visto che è stato insultato Marco Biagi che invece andrebbe santificato".
Non ha mandato una troupe, visto che nei giorni successivi, quando ha voluto
attaccare Grillo con tutte le sue forze, ha dovuto usare delle immagini
di EcoTV. Il TG1 di quella sera conteneva i soliti spottini dei politici:
Prodi che parlava da un convegno a Bari, Berlusconi da non si sa dove, un
lungo servizio su dei subacquei che stavano battendo un guinnes dei primati
con inviati e tutto quanto. Abbastanza ridicolo, un servizio che, tra l'altro,
è stato mandato in onda a puntate le sere successive: evidentemente qualche
sponsor di questi subacquei aveva ottenuto questo spazio al TG1.
Dopo il mio intervento al TG1 hanno letto un comunicato in cui si respingevano
i rozzi insulti della soubrette. "La Guzzanti sbaglia:
in Rai ci sono giornalisti veri", stigmatizza Carlo Verna, leader del sindacato
USIGRAI. I colleghi del comitato di redazione del TG1 respingono gli insulti
rozzi della soubrette ai giornalisti impegnati ad informare in modo onesto".
Comunicato a cui ho a mia volta replicato, ma non è stato pubblicato da
nessuna parte, dicendo che visto che tanti giornalisti bravi in Rai ci sono
dovrebbero farli lavorare. Questo sarebbe il lavoro del
sindacato, che però non lo fa: siccome è un sindacato di sinistra difende
un direttore messo lì dal centro sinistra, non facendo il suo dovere. Questa
è la prova che quando si fanno delle critiche circostanziate l'unico effetto
che si ottiene è quello di ricevere delle bastonate a cui non è concesso
replicare.
Sul Corriere della Sera, di cui Riotta è stato vicedirettore, è apparso
un articolo contro il mio film di bassissima lega in cui
si parlava solo degli incassi rallegrandosi del fatto che il film non avesse
avuto un grande successo al botteghino, cosa anche discutibile; comunque
non c'è niente di cui rallegrarsi se un bel film, definito sul Corriere
da Tullio Kezich un capolavoro, viene visto da poche persone. L'articolo
era firmato da un giornalista che di solito scrive trafiletti, evidentemente
nessun giornalista serio l'ha voluto scrivere. Tra l'altro questo film, Le ragioni dell'Aragosta, parla proprio di quel che succede
oggi: l'esperienza delle persone che cercano di fare qualcosa nel vuoto
della politica. Ha come pretesto il fatto che degli attori si mettono ad
aiutare i pescatori sardi, una cosa inventata, ma plausibile perché la gente
si rivolge a noi per le ragioni più disparate, e facendo finta li abbiamo
aiutati sul serio ma plausibile perché la gente si rivolge
a noi per le ragioni più disparate, e facendo finta li abbiamo aiutati sul
serio: normalmente nella finanziaria sarda alla pesca è destinato un budget
di circa 5-6 milioni di euro mentre quest'anno ne sono stati stanziati 41!
Quindi anche solo facendo finta di fare qualcosa si è prodotto un risultato
concreto. Su questo ci si dovrebbe ragionare.
Se si fanno delle critiche circostanziate, se si fanno
delle attività democratiche come organizzare manifestazioni e raccogliere
firme dall'altra parte la risposta è sempre e soltanto repressiva".
Ps: Firmate l’appello per la Giustizia
e la Legalità in Calabria. Diffondi la petizione per De Magistris, copia
il codice e inserisci il banner nel tuo blog!
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La rincorsa del Palazzo
di Francesco Merlo - La Repubblica 5 ottobre 2007
Chi glielo doveva dire a Grillo che Lor Signori avrebbero rischiato di andarci
davvero, e spontaneamente, a esaudire quel suo scurrile desiderio. Purtroppo
infatti non riducono il numero dei parlamentari e le spese della politica
perché sono legislatori riformisti finalmente all'opera, perché hanno imboccato
la strada in salita, faticosa ma necessaria, del cambiamento. Non tagliano
i costi del Quirinale e le auto blu perché sono statisti che stanno rifacendo
lo Stato. No. Lo fanno perché sono degli umorali spaventati dagli umoristi.
Chiunque capisce che ridurre lo spropositato numero dei deputati sarebbe
giusto purché dietro ci fossero un'argomentazione politica, un progetto
e una nuova idea d'Italia e non invece un "mob", uno spasmo sociale. Allo
stesso modo la decisione di bloccare gli aumenti di stipendio dei parlamentari
che Bertinotti, stizzito, dice di avere preso prima ancora del governo,
non è un virile, storico ancorché tardivo proposito morale, ma un pavido
cedimento demagogico alla piazza.
E non stiamo parlando della piazza classica, che è cara a Bertinotti, la
piazza che è fatta di bandiere e di cori, e dove, sebbene non si scrivano
trattati di politologia, si fa comunque e ancora politica. Qui non si cede
piagnucolando alla piazza dei braccianti, degli operai, dei metalmeccanici,
degli studenti e neppure dei pacifisti.
La piazza di Grillo è fatta di pernacchie, di lazzi, di parolacce, di ovvietà
e di cattivi umori. Ed è fatta anche di televisione. E' una piazza-portineria
che scatena gli istinti peggiori, trasforma i dottor Jekyll dell'informazione
nei mister Hyde della controinformazione che, come è capitato al solitamente
composto Floris di Ballarò, si avventano sul politico più goffo, più ingenuo
e magari più presuntuoso, ma sicuramente sul più esposto, sul Mastella di
turno, così dimostrandosi peggiori di lui.
Attenzione: nessuno può difendere i privilegi, neppure i privilegiati riuscirebbero
a farlo. Ed è sicuro che la classe dirigente italiana si merita la definizione
di casta.
Lo abbiamo detto e scritto, tante volte, con forza e con buoni argomenti.
L'Italia ha un estremo bisogno di una svolta radicale. Ed è urgente che
la politica, unitariamente, da destra a sinistra, si rimetta in gioco, percorrendo
sino in fondo, e magari qualche volta anche controvento, la strada che ritiene
giusta non per se stessa ma per il Paese. Ma qui siamo alla bandiera bianca
issata sul Palazzo, siamo al re che scappa a Brindisi, siamo all'antimussolinismo
sfoderato dai mussoliniani il 25 luglio, siamo di nuovo davanti alla pusillanimità
e alla furbizia italiane.
A tratti questa casta sembra persino diventare una classe politica rumena.
Sembrano tanti Ceaucescu braccati. E che ci sia un'aria di linciaggio lo
ha raccontato ieri su questo giornale Antonello Caporale in una cronaca
di inquietante trasparenza. Senza bisogno di aggettivi, senza fare l'occhiolino
compiaciuto come fa Grillo, Caporale ha parlato con i deputati che si vergognano
di mostrare il tesserino, che si fingono avvocati o professori, che non
viaggiano più con l'auto di servizio ma si infilano, con il bavero alzato,
nei bus. Insomma ha documentato l'avvilimento, lo sfinimento e la miseria
dei nostri onorevoli. Li ha mostrati smarriti e perduti.
Non sono ancora persone che stanno lavorando sodo per riformare, snellire
e migliorare le istituzioni, per abbassare i costi, per battere la gerontocrazia,
l'auto-monumentalizzazione e l'inamovibilità della classe dirigente. Non
c'è ancora una ratio in questo loro scomposto rinculare sull'onda di un"riot",
di uno di quei movimenti acefali, senza capo: più fracasso che rivolta,
più confusione che sommossa, senza analisi, senza distinguo, senza politica
neppure nella sua ancora nobile versione di antipolitica. E' adesso che
la casta rischia di dare il peggio di sé, adesso che asseconda Grillo e
che dimostra di condividerlo. Scappando e correndo a rotta di collo dove
lui li ha mandati, finiranno con il dargli ragione, molta più ragione di
quella che ha, mille volte di più.
I nostri governanti, i nostri politici non hanno infatti smascherato Grillo
producendo un'efficace finanziaria, una politica estera unitaria, una moderna
politica industriale e carceraria ed economica e culturale.... Non hanno
mostrato con la pienezza del proprio lavoro la demagogia del comico, il
vuoto e la faciloneria delle sue invettive.
Al contrario, hanno offerto la testa alla sua sgangherata ghigliottina.
Ecco perché ora non ci fidiamo delle riduzioni del numero dei parlamentari,
e dei tagli alle spese e ai privilegi che da sempre ci sembrano dovute e
necessarie. Non ci piace la maniera paurosa, improvvisata e anche un po'
ridicola di andare a fare in c... Non ci piace l'idea che le istituzioni
d'Italia si consegnino alle portinerie d'Italia. Avremmo persino preferito
che avessero trattato Grillo con indifferenza. Magari non avrebbero dimostrato
di esser in buona fede, ma avrebbero almeno esibito un po' di qualità, fosse
pure soltanto la faccia tosta.
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Il caso Grillo
di Fulvio Cammarano - Corriere adriatico 24 settembre 2007
Nonostante ciò che dicono molti opinionisti e uomini di partito, quello
che propone Beppe Grillo non ha molto a che fare con l'antipolitica. Al
contrario il movimento d'opinione di cui è espressione deve essere considerato
a tutti gli effetti un vero e proprio movimento politico: non solo perchè
è una realtà in grado sia d'intercettare e coagulare, anche in virtù dell'efficacia
comunicativa del suo blog, il profondo malcontento della società civile
verso la ormai famosa "casta", ma anche e soprattutto perchè si fa portatore
di un messaggio e di un metodo densamente politici. A differenza della vera
antipolitica, come, ad esempio, quella che venne proposta dall'"Uomo Qualunque",
organizzazione sorta nel dopoguerra su ispirazione del commediografo Giannini,
la protesta di Grillo non invita i cittadini a restare nelle proprie case,
a farsi i fatti propri e a diffidare sempre e comunque delle istituzioni
e della politica in quanto tali. Anzi, nel suo progetto i cittadini sono
pensati come protagonisti di una più diretta partecipazione politica alle
decisioni dei gruppi dirigenti.
Non si tratta dunque di antipolitica ma, al massimo, di un'ostilità all'attuale
gestione della politica. Va da sé che la slavina avviatasi con l'iniziativa
di Grillo non può essere compresa senza la consapevolezza delle grandi trasformazioni
avvenute nel campo della comunicazione sociale e in quello della percezione
delle identità ideologiche. Destra e Sinistra continuano ad esistere, ma
intorno a noi si stanno modificando alcuni dei più consolidati parametri
ideali che, un tempo, ne rendevano chiari i confini. Ostinarsi dunque a
considerare Grillo come un Masaniello un po' anarchico della politica significa
perdere l'occasione per provare ad adeguare l'idea di "rappresentanza" alla
effettiva realtà del Paese vissuta dai "rappresentati". In fondo l'ex showman
genovese chiede semplicemente più trasparenza e più democrazia nella sfera
della decisione pubblica.
Il tema sembra banale ma è molto scivoloso perché sempre in bilico tra la
domanda di partecipazione diretta e consapevole dei cittadini e quella di
leadership carismatica a sfondo plebiscitario-demagogico. Il mantenimento
del precario equilibrio a favore del bisogno di partecipazione però non
lo si dà a priori.
E' il frutto degli avvenimenti storici e dunque è inutile fasciarsi la testa
o esultare in anticipo. Rischi d'involuzione verso l'antipolitica ce ne
possono essere ma questo non è un buon motivo per cercare di mettere un
freno ad una domanda di "pulizia" e corenza comunque in nessun modo anticostituzionale.
E' vero che Grillo ha attaccato non questo o quel partito ma la "forma partito"
nel suo complesso. La questione è delicata: il partito è uno strumento chiave
della democrazia; demolirlo come forma di partecipazione è pericoloso perché
il suo posto di snodo tra istituzioni e cittadini verrà preso da qualcos'altro.
Ecco bisogna preparare la strada a questo "qualcos'altro", se c'è. Magari,
chissà, è arrivato il momento se è vero che da alcuni anni storici e politologi
stanno parlando di agonia di questo importante strumento di partecipazione
democratica affermatosi alla fine del XIX secolo e impostosi definitivamente
solo dopo la II guerra mondiale. Può essere questo movimento "grilliano"
uno stimolo per cercare di dar vita ad modo nuovo di organizzare lo snodo
tra società civile e istituzioni statali? In che modo blog, piazza e comunicazione
possono dar vita ad una struttura istituzionale in grado d'influenzare stabilmente
la vita pubblica? Non lo sappiamo, quello che è certo è che sino ad ora
Grillo si è solo offerto come portavoce di una realtà diffusa e dunque sarebbe
un errore demonizzarlo per paura dei cambiamenti che potrà portare.
La parte migliore dell'attuale classe politica, quella cioè che non pensa
solo alla propria poltrona, non dovrebbe dunque considerare questo abile
comunicatore una minaccia ma un'opportunità, una traccia per decifrare linguaggi
e percorsi diversi che nei palazzi faticano ad arrivare. Per quanto riguarda
la volgarità va ricordato che le piazze sono sempre state poco gentili con
i politici. Parlarne male e in modo triviale non è reato, fa parte degli
incerti del mestiere. L'importante è che si rimanga sul terreno dei nomi
e cognomi e si eviti di trasformare l'indignazione verso politici ritenuti
incapaci e corrotti in insofferenza verso le istituzioni democratiche.
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I costi della politica salgono ancora La Casta promette e non mantiene
di Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella - Corriere della Sera 24 settembre
2007
Cosa deve accadere, perché capiscano? Devono esplodere il Vesuvio, fallire
l'Alitalia, rinsecchirsi il Po, crollare la Borsa, chiudere gli Uffizi,
dichiarare bancarotta la Ferrari? Ecco la domanda che si stanno facendo
molti cittadini italiani. Stupefatti dalla reazione di una "casta" che,
nel pieno di polemiche roventi intorno a quanto la politica costa e quanto
restituisce, pare ispirarsi a un antico adagio siciliano: "Calati juncu
ca passa a china", abbassati giunco, finché passa la piena.
n giorno
o l'altro la gente si rassegnerà... Non sono bastati infatti mesi di discussioni
su certi privilegi insopportabili di quanti governano a livello nazionale
o locale, decine di titoli a tutta pagina di quotidiani e settimanali, ore
e ore di infuocati dibattiti televisivi, code mai viste nelle librerie di
lettori affamati di volumi che li aiutassero a capire. Non è bastata la sbalorditiva
rimonta nella raccolta delle firme del referendum elettorale che dopo essere
partita maluccio è arrivata in porto trionfalmente.
Non sono
bastate le piazze stracolme intorno a Beppe Grillo e le centinaia di migliaia
di sottoscrizioni alle sue proposte di legge di iniziativa popolare.
Macché: non vogliono capire. Non tutti, certo. Ma in troppi non vogliono proprio
capire. Lo dimostra, ad esempio, il bilancio appena varato della Camera dei
deputati.
Dove una cosa spicca su tutte: dopo tante dichiarazioni di buona volontà e
pensosi inviti a rifiutare ogni tesi precostituita e sospirate ammissioni
che alcuni "benefit " erano proprio indifendibili e solenni impegni a tagliare,
le spese sono cresciute ancora. E ben oltre l'inflazione. Il palazzo presieduto
da Fausto Bertinotti era costato nel 2006, quando i primi mesi erano stati
gestiti dalla destra, 981.020.000 euro: quest'anno, alla faccia di quanti
sostenevano che tutta la colpa fosse della maggioranza berlusconiana che aveva
lasciato una "macchina " spendacciona, ne costerà 1.011.505.000. Con un aumento
del 3,11 per cento: il doppio dell'inflazione.
GLI STIPENDI E GLI AFFITTI - Non basta. Nel 2008, stando alle previsioni del
bilancio triennale, queste spese che già hanno sfondato (prima volta) la quota-choc
di un miliardo di euro, cresceranno ancora. Fino a 1.032.670.000. Per impennarsi
ulteriormente nel 2009 fino alla cifra sbalorditiva di 1.073.755.000. Sintesi
finale: in soli tre anni i costi di Montecitorio, dopo tutto il diluvio di
belle parole spese per arginare l'irritazione popolare, saranno aumentati
del 9,2%. Con un aggravio sulle pubbliche casse di 92 milioni di euro in più
rispetto al 2006.
Ricordate cosa avevano assicurato, per arginare la mareggiata di contestazioni,
a proposito dello stipendio dei deputati? Che l'indennità, che stando alla
politica degli annunci è già stata tagliata un mucchio di volte, sarebbe calata.
Falso: costerà il 2,77 per cento in più: un punto abbondante oltre l'inflazione.
E i vitalizi? Il 2,93 per cento in più. Per non dire delle retribuzioni del
personale. Avete presente la denuncia dell'Espresso sulle buste paga dei dipendenti
delle Camere?
La scandalosa scoperta che un barbiere del Senato può arrivare a 133 mila
euro lordi l'anno e cioè 36 mila euro più del Lord Chamberlain della monarchia
inglese?
Che un ragioniere della Camera può arrivare a 238 mila, cioè circa ventimila
euro più dell'appannaggio del presidente della Repubblica? Bene: stando al
bilancio di Montecitorio, il monte-paghe del personale costerà nell'anno in
corso il 3,73 per cento in più.
Oltre il doppio dell'inflazione.
Quanto agli affitti per i palazzi a disposizione (insieme col Senato la Camera
è arrivata, tra immobili di proprietà e in locazione, a 46) sono cresciuti
del 6,6%: il quadruplo dell'inflazione. Eppure non è neppure questo il record.
I traslochi e il "facchinaggio" erano costati nel 2006 la bellezza di 1.255.000
euro, con un rincaro di 45.000 euro sul 2005. Dissero: "Si è dovuta tenere
in giusta considerazione la spesa aggiuntiva" dovuta alle "esigenze inevitabili
nel corso del cambio di una legislatura ". Può darsi. Ma allora a cosa è dovuta
quest'anno l'ulteriore aggiunta di altri 100 mila euro, pari a un aumento
di oltre l'8 per cento? Siamo entrati, senza saperlo, in una nuova legislatura?
LE SPESE PER I VIAGGI - Quanto ai viaggi, le polemiche sull'uso spropositato
degli aerei di Stato prima nell'era berlusconiana e poi nell'era unionista,
sono scivolate via come acqua. Basti dire che le spese di trasporto, alla
Camera, aumentano del 31,82%. Diranno: è perché da questa legislatura ci sono
12 deputati degli Italiani all'estero che devono tenere i rapporti con i nostri
elettori emigrati. Costoso ma giusto. Tesi inesatta. È vero che 1.450.000
euro (121 mila per ogni parlamentare) se ne vanno in "trasporti aerei circoscrizione
estero". Ma il costo complessivo dei viaggi aerei, al di là del via vai di
questa pattuglia di deputati "esteri", salirà da 6 milioni a 7 milioni 550
mila. Un'impennata sconcertante.
Ma mai quanto quella dei costi dei gruppi parlamentari. La regola sarebbe
chiara: si può dar vita a un gruppo parlamentare se si hanno almeno 20 deputati.
Su questa
base, all'inizio della legislatura avrebbero dovuto essere otto. Ma grazie
alle deleghe concesse dal subcomandante Fausto sono saliti via via a quattordici.
Con una
moltiplicazione delle sedi (che ha costretto a prendere in affitto nuovi uffici
nonostante i deputati potessero già contare su spazi procapite per 323 metri
quadri), delle segreterie (più 12,3% sul 2006), delle spese varie. Al punto
che i contributi ai gruppi, che nel 2005 erano pari a 28 milioni 700 mila
euro e nel 2006 erano già saliti a quasi 33, sono cresciuti ancora fino a
34.300.000 euro. Cioè quasi 14 in più rispetto a sette anni fa. Il che vuol
dire che nel quinquennio berlusconiano e in questa successiva stagione unionista,
il peso di questi gruppi sulle pubbliche casse è cresciuto del 67,4 per cento.
DEMOCRAZIA E ANTIPOLITICA - Tutti "costi della democrazia"? Pedaggi obbligatori
che altri paesi non pagano (non così, non così!) ma che gli italiani dovrebbero
essere felici di versare per tenersi stretti "questo" sistema parlamentare,
"questa" macchina pubblica, "questi" governi statali, regionali, provinciali,
comunali che i loro protagonisti presentano, facendo il verso al "Candido"
voltairiano, come il migliore dei mondi possibili? Tutti costi impossibili
da ridurre al punto che il bilancio della Camera prevede già di costare come
prima e più di prima anche negli anni a venire a dispetto di ogni dubbio e
di ogni critica? Dice la storia che la Regina Elisabetta, invitata dal governo
inglese a tagliare, ha preso così sul serio questo impegno che la spesa pubblica
per la Corona è scesa dai 132 milioni di euro del 1991-1992 a meno di 57 milioni.
Eppure, guai a ricordarlo. C'è subito chi è pronto a levare l'indice ammonitore:
attenti a non titillare l'antipolitica, attenti a non gonfiare il qualunquismo,
attenti a non fare della demagogia. Ne sappiamo qualcosa noi, ne sa qualcosa
chiunque in questi mesi ha rilanciato con forza alcune denunce, ne sa qualcosa
Beppe Grillo. Ma certo, non tutto quello che ha detto il "giullare- à-penser"
genovese può essere condiviso. Dall'invettiva del "Vaffanculo Day" lanciata
in un Paese che ha bisogno come dell'ossigeno di un linguaggio più sobrio
fino all'appoggio alle tentazioni di rivolta fiscale. Un acerrimo avversario
dello Stato italiano come Sylvius Magnago, straordinario protagonista di durissimi
scontri in difesa dei sudtirolesi di lingua tedesca, lo ha spiegato benissimo
sottolineando di sentirsi "un patriota austriaco ma un cittadino italiano":
"prima" si devono pagare le tasse, "poi" si può dare battaglia.
Ma quale autorevolezza hanno per liquidare Grillo quanti per anni e anni non
sono riusciti a dimostrare la volontà, la capacità, la credibilità, la forza
per cambiare sul serio questo Paese? L'Umberto Bossi che intima a Grillo che
"occorre stare attenti a non esagerare" non è forse lo stesso Bossi che diceva
che "il Vaticano è il vero nemico che le camicie verdi affogheranno nel water
della storia"? Gerardo Bianco che al Grillo che vorrebbe un limite massimo
di due legislature risponde dicendo che "non bisogna seguire la piazza a rimorchio
di istrioni della suburra" non è lo stesso che siede in Parlamento dal 1968?
E il Massimo D'Alema che liquida gli attacchi di Grillo ai partiti dicendo
che per sua esperienza "se si eliminano i partiti politici dopo arrivano i
militari e governano i banchieri" non è lo stesso che nei giorni pari dice
che "la politica rischia di essere travolta come nel 1992" e nei dispari che
"i costi della politica sono un'invenzione di giornalisti sfaccendati"?
E la destra che, Udc a parte, ha firmato col proprio questore il bilancio
della Camera e poi si è rifiutata di votarlo nella speranza di cavalcare la
tigre, non è quella stessa destra che governava con una maggioranza larghissima
nei cinque anni in cui le spese delle principali istituzioni pubbliche sono
cresciute di quasi il 24 per cento oltre l'inflazione? Per quel po' di esperienza
che abbiamo fatto in questi mesi dopo l'uscita del nostro libro, incontrando
diverse migliaia di persone, ci andremmo molto cauti, prima di liquidare l'insofferenza
di milioni di cittadini, confermata inequivocabilmente dai sondaggi e dalle
analisi di Ilvo Diamanti, come "tentazioni antipolitiche". Noi abbiamo visto
piuttosto crescere una nuova consapevolezza. Quella che "prima" del legittimo
diritto di ognuno di noi di sentirsi di destra o di sinistra, abbiamo tutti
insieme un problema: una politica che ha allagato la società. E che, come
dimostra il dibattito di queste settimane, non ha la forza non solo per risolvere
i problemi ma neppure per metterli sul tavolo.
BILANCI TRASPARENTI - È "antipolitico" chiedere come mai non vengono neppure
ipotizzati l'abolizione delle province o l'accorpamento dei piccoli comuni?
Che tutte le amministrazioni pubbliche siano obbligate a fare bilanci trasparenti
dove "acquisto carta da fax" si chiami "acquisto carta da fax" e "noleggio
aerei privati" si chiami "noleggio aerei privati" così da spazzare via tanti
bilanci fatti così proprio per essere illeggibili? Che anche il Quirinale
metta in Internet il dettaglio delle proprie spese come Buckingham Palace?
Che venga rimossa quella specie di "scala mobile" dell'indennità dei parlamentari
ipocritamente legata a quella dei magistrati due decenni abbondanti dopo l'abolizione
del meccanismo per tutti gli altri italiani? Insomma: viva le istituzioni,
viva il Parlamento, viva i partiti. Però diversi: diversi.
E soprattutto: è antipolitico chiedere che certi politici italiani la smettano
di essere così presuntuosi da pretendere di identificarsi automaticamente
con la Democrazia?
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Il vero antipolitico? È il Palazzo
di Barbara Spinelli - La Stampa 23 settembre 2007
Forse la cosa più intelligente su Beppe Grillo l'ha detta Raffaele Bonanni,
segretario generale della Cisl, lunedì in un incontro televisivo con Romano
Prodi.
La sua idea è che "finché ci saranno molti politici che vogliono fare a tutti
i costi i piacioni, divenendo un po' comici, è chiaro che i comici tenderanno
a far politica".
Il che è poi simile a quello che disse un giorno nel 2001 il giornalista-investigatore
Travaglio, quando la trasmissione Satyricon parlò di un'ultima intervista
di Borsellino girata per Rai News 24 e contenente precisi accenni ai legami
tra Berlusconi, Dell'Utri e il mafioso Mangano, stalliere di Berlusconi che
i telegiornali Rai ignoravano da mesi: "La Rai invita giornalisti che non
parlano così Travaglio dunque è naturale che le domande di politica le facciano
i comici satirici".
A quell'epoca fu il comico Luttazzi a rompere il silenzio, e subito fu allontanato
dalla Rai. Adesso allontanare Grillo non si può, perché tante cose son cambiate
intorno a noi. Né la politica né le televisioni né i giornali hanno il potere
di estromettere il nuovo mondo della comunicazione e della denuncia che si
chiama blogosfera e che include siti come quello di Grillo o di YouTube.
Qui è una delle novità che si accampano davanti ai poteri costituiti, non
solo politici ma anche giornalistici: la blogosfera, i movimenti alla Grillo,
i giovani diffidenti che firmano proposte di legge perché sono abituati a
rispondere a sondaggi-votazioni su Internet sono nuovi poteri che fanno apparizione
in una democrazia non più veramente rappresentativa, né veramente rappresentata.
Politici e giornalisti ne discutono animosamente ma non sembrano comprendere
tali fenomeni, e di conseguenza ne sottovalutano la forza. Più precisamente,
non vedono i tre ingredienti che hanno dato fiato e potenza al fenomeno Grillo.
Primo ingrediente, la complicità che lega il giornalista classico al politico,
e che ha chiuso ambedue in una sorta di recinto inaccessibile: il giornalista
parla al politico e per il politico, il politico parla al giornalista di se
stesso e per se stesso, e nessuno parla della società, che ha l'impressione
di non aver più rappresentanti.
Secondo ingrediente: l'esclusione da tale recinto dell'informazione alternativa
che sempre più possente cresce attorno a esso e non è più emarginabile.
Oggi essa disvela e denuncia le complicità esistenti, non solo in Italia ma
in molte democrazie. Terzo ingrediente: la domanda di politica e non di anti-politica
che emana da blog e movimenti alternativi. Pochi sembrano capire che Grillo
in realtà denuncia l'anti-politica, e non la politica. Pochi sembrano capire
che egli invoca la politica.
Forse non lo capisce nemmeno lui.
Uno dei motivi per cui si discute senza guardare in faccia questi tre elementi
è la cecità peculiare dei giornali dell'establishment (i giornali mainstream).
Essi vengono processati allo stesso modo in cui sono processati politici e
partiti. È sotto processo la loro complicità con i politici, ed è questo nesso
che si tende a occultare: il nesso fra marasma della politica e marasma della
stampa. Il fenomeno ha cominciato ad amplificarsi in America, tra l'11 settembre
2001 e la guerra in Iraq: fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano
l'enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa e i legami
di Saddam con Al Qaeda.
La menzogna del potere politico fu accettata da giornali indipendenti come
il New York Times, che nel frattempo ha chiesto scusa ai lettori perché di
copie ne perse molte. Fu quella l'ora in cui l'antipolitica dei blog divenne
politica: quando la politica degenerò in antipolitica e fallì, cavalcando
sondaggi e paure.
Non serve molto dunque cercar paragoni, evocare l'Uomo Qualunque. La figura
del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato
buffone è già nell'Aut-Aut di Kierkegaard. "Accadde, in un teatro, che le
quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero
che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l'avviso: la gente esultò
ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l'esultanza generale
degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo".
Quel che Grillo dice non è uno scherzo, perché con toni buffoneschi è proprio
l'incendio dell'anti-politica che denuncia: l'incendio delle cose dette e
non fatte, l'incendio del politico che pretende governare e in realtà s'azzuffa
con l'alleato ed è in permanente campagna elettorale, l'incendio di una stampa
che non indaga né spiega ma fa politica in prima persona, creando o disfacendo
governi con sicumera senza precedenti. Né ha torto quando aggiunge: l'anti-politica
non sono io, ma è al potere.
È a quest'accusa che urge rispondere, non limitandosi a dire al comico: mettiti
in politica anche tu, e vedrai come diverrai simile a noi. Difficile che Grillo
imbocchi questa via. La sua è piuttosto contro-politica o, come spiega lo
studioso Rosanvallon, democrazia negativa: è l'ambizione a rappresentare nuovi
poteri di controllo, di vigilanza e denuncia che s'aggiungono alla democrazia
rappresentativa e che riempiono il vuoto di partecipazione creatosi fra un'elezione
e l'altra (Pierre Rosanvallon, La contro-Democrazia, Parigi 2006).
Questo significa che l'antipolitica nasce prima di Grillo, e non a causa di
Mani Pulite ma perché Mani Pulite non è riuscita a eliminare immoralità e
cinismi ma li ha anzi dilatati. Il male dell'anti-politica è cominciato con
la Lega, per culminare nell'ascesa di Berlusconi e nel patto d'oblio che egli
strinse con parte dell'ex-Dc, dell'ex-Psi, dell'ex-Pri (oltre che con la sinistra
nella Bicamerale). È un male che ha contaminato parte della stampa e televisione:
da anni quest'ultima dedica dibattiti sul pigiama della Franzoni, e mai ne
dedica uno sulle carte scomparse dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino.
Il male è la carriera politica di un magnate televisivo alla cui origine sono
denari di misteriosa provenienza, sono le leggi ad personam fatte approvare
quando il magnate ha governato, ed è l'omertà su tutto ciò. La sua certezza
di non esser colpito dal grillismo è lungi dall'esser fondata.
Per questo impressiona l'indignazione che d'un tratto Grillo suscita in molti
politici e giornalisti, come se nulla prima di lui fosse accaduto (un'eccezione
è Eugenio Scalfari, che critica Grillo senza mai sottovalutare il pericolo
Berlusconi). Si dice che alla diffidenza che dilaga si deve replicare con
politiche bipartisan su quasi tutte le riforme, senza capire che gli entusiasti
di Grillo non chiedono la fine dell'alternanza ma politiche che trasformino
le alternanze in alternative.
Degli errori fatti a sinistra si parla molto, e non stupisce: perché tanti
fedeli del sito Grillo vengono da quel campo, e perché la sinistra si è fatta
dettare l'agenda da Berlusconi anche dopo la vittoria del 2006. Una porzione
notevole del proprio tempo la passa mimetizzandosi con la destra su tasse,
lavavetri, tolleranza zero, e anch'essa è in permanente campagna elettorale,
imitando il leader dell'opposizione. Anche Veltroni sembra impegnato nella
conquista della presidenza del Consiglio, più che d'un partito. Se ci son
colpe a sinistra è di non aver denunciato quest'antipolitica nata ai vertici
della politica ben prima di Grillo, non di averla troppo denunciata.
Quel che la sinistra ha mancato di fare è rispondere a domande che riguardano
legalità, moralità, giustizia. Altro che "blandire e coccolare il moralismo
legalitario", come scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri.
Per la terza volta Berlusconi sta per tornare al governo (il potere ce l'ha
ancora) e per la terza volta la sinistra sta perdendo l'occasione di varare
una legge sul conflitto d'interessi.
Naturalmente tutte le ansie di redenzione hanno un lato oscuro, politico-religioso.
E la contro-politica può diventare simile all'anti-politica che denuncia.
Può generare populismo, e fantasticare un Popolo compatto, non più diviso
in parti (dunque in partiti). Può mettere tutti sullo stesso piano: mafia,
gravi corruzioni, e Burlando che evita la multa mostrando il tesserino di
parlamentare. Ma questa è l'elettricità della denuncia, come si diceva all'inizio
della Rivoluzione francese quando Marat costruì il suo sito di denuncia e
sorveglianza: allora era un giornale, si chiamava L'amico del popolo. È un'elettricità
rischiosa, che può spingere il cittadino a farsi delatore. Ed è elettricità
che comporta grida, insulti pesanti. Quel che mi piace di meno in Grillo è
il suo urlare, che per forza genera tali insulti.
L'urlo perfino quello dipinto da Munch è qualcosa che non dà forza al pensiero.
Tucholsky fu trattato come un buffone dai benpensanti della repubblica di
Weimar, quando fin dal 1931 scrisse che quel che più l'indisponeva in Hitler
era il suo urlare. Fu trattato come un buffone anche lui, nonostante avesse
visto bene l'incendio, e tanti spiritosi credettero si trattasse di uno scherzo.
Grillo ha più risorse di lui. Urlare sempre non gli serve.
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Munizioni per Grillo
di Riccardo Barenghi - La Stampa 21 settembre 2007
La sensazione netta, diciamo quasi una certezza, è che ormai la valanga sia
partita. Oggi è ancora una slavina, ma se nessuno la ferma - e nessuno sembra
in grado di farlo, mentre molti la alimentano con fragorosi boatos - travolgerà
presto tutto il quadro politico, a cominciare ovviamente dal governo. Il quale,
nelle previsioni più ottimistiche che si sentono circolare nel Palazzo, riuscirà
a sopravvivere fino a dicembre, cioè a condurre in porto la Finanziaria per
poi essere costretto a chiudere la sua storia. È probabile che cadrà a causa
del movimento dei cosiddetti centristi (Dini, Mastella, Di Pietro...), i quali
useranno magari il pretesto della manifestazione del 20 ottobre organizzata
dalla sinistra radicale. E se così fosse, già si può immaginare il futuro:
elezioni in primavera con probabile vittoria del centrodestra, che potrebbe
contare tra l'altro anche sull'aiutino dei suddetti centristi.
Una dinamica non nuova nella storia del nostro Paese (successe anche dodici
anni fa, primo governo Berlusconi), che in teoria sarebbe anche capace di
sopportare sollecitazioni così forti. Se non fosse che oggi il suo livello
di tolleranza nei confronti della classe politica è sceso a un livello bassissimo,
lo si capisce dai sondaggi che vedono il governo sempre meno amato, lo si
capisce dai fenomeni alla Grillo, lo si capisce soprattutto ascoltando gli
umori che serpeggiano tra la gente normale, altrimenti detti elettori. E'
la cosiddetta antipolitica che si sta facendo strada e domina la scena. Peccato
però che le risposte della politica a questo fenomeno, che essa stessa giudica
preoccupante ma assolutamente legittimo perché provocato dalla sua incapacità,
inefficienza, arroganza, privilegio e via dicendo, siano risposte deboli.
Anzi peggio: risposte che alimentano l'ostilità del Paese.
Prendiamo il caso Rai andato in scena ieri al Senato. Al di là del livello
dello spettacolo - che per fortuna non è stato trasmesso in diretta televisiva
-, al di là anche di chi abbia ragione o torto, quello che un cittadino medio
capisce è molto semplice: il Parlamento intima al Consiglio di amministrazione
della Rai di non fare nomine perché si tratta di un Consiglio nato e lottizzato
grazie a una legge in via di estinzione (la Gasparri) e soprattutto dalla
vecchia maggioranza oggi opposizione.
Ma siccome il cittadino medio non è cretino, capisce anche la ragione vera
dell'intimazione: niente nomine oggi perché le vogliamo fare noi domani. E
meno male che il ministro Padoa-Schioppa aveva appena detto che il guaio della
Rai è proprio la continua e pesante interferenza della politica che ne paralizza
la gestione...
Oppure prendiamo il caso Visco, il viceministro archiviato dalla Procura di
Roma in relazione al caso Speciale. Purtroppo per lui, non ne esce affatto
bene.
Viene chiesta l'archiviazione perché non sussistono elementi sufficienti per
rinviarlo a giudizio, ma in realtà si tratta di una requisitoria pesante che
parla di "motivi oscuri" adottati da Visco per spiegare perché "era "interessato"
o comunque voleva il trasferimento dei quattro ufficiali..."; di "interferenze
indebite" per rimuovere chi stava indagando sul caso Unipol. Anche qui è la
politica che getta benzina sul fuoco dell'antipolitica.
E visto che siamo in argomento (Unipol), eccoci all'altro caso politico-giudiziario,
il caso D'Alema. Se la Procura di Milano ha sbagliato a chiedere l'autorizzazione
al Parlamento italiano e non a quello europeo, non ne ha certamente colpa
il nostro ministro degli Esteri. Il quale però, se risolvesse i suoi guai
grazie a questo, non farebbe un favore a se stesso. La sua immagine politica,
già intaccata dalle intercettazioni pubblicate dai giornali, ne sarebbe vieppiù
appannata. Il messaggio all'opinione pubblica sarebbe il solito: i potenti
se la cavano grazie a cavilli, trucchi, errori procedurali e quant'altro.
Non sappiamo cosa potrebbe fare D'Alema per evitare che accada tutto questo,
forse niente. Però magari un gesto, una deposizione spontanea, un chiarimento
diretto con il giudice Clementina Forleo. Insomma, una qualunque cosa che
dimostri al Paese che un leader politico non si nasconde dietro un dito. Altrimenti
non serviranno a nulla gli allarmi sulla crisi della politica, con conseguente
esplosione dell'antipolitica, che con un certo intuito lo stesso D'Alema lanciò
per primo nel maggio scorso dalle colonne del Corriere della Sera.
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La doppia minaccia che oggi insidia il Partito democratico
di Stefano Folli - Il Sole 24 Ore del 19 settembre 2007
"Ormai sembra che per la debolezza della politica siano i Grillo-boys a dettare
l'agenda...". Così scriveva ieri sull'"Unità" un osservatore attento qual
è Gianfranco Pasquino. In lui si avverte il timore che i partiti stiano perdendo
tempo di fronte all'incalzante campagna che tende a delegittimarli. La "buona
politica", se esistesse, potrebbe ancora vincere la partita, ma dovrebbe manifestarsi
attraverso provvedimenti immediati, che invece ristagnano in "un'estenuante
fase di gestazione".
Difficile non essere d'accordo con l'autorevole politologo. Tuttavia bisogna
ammettere che il tempo della rivincita è scarso. Lo è soprattutto per il Partito
democratico, che deve ancora nascere e già è chiamato a un colpo d'ala. Cioè
uscire da quella condizione un po' vaga e nebulosa in cui veleggiano alcuni
dei suoi massimi rappresentanti
con il rischio di compiere rischiosi passi falsi e soprattutto di farli compiere
al governo Prodi.
Deve essere sulla base di queste considerazioni che ieri il segretario dei
Ds ha chiesto al presidente della Camera di "congelare" l'ultimo aumento d'indennità
maturato per i 530 deputati della Repubblica. E pazienza se la mossa si è
rivelata superflua perché Bertinotti si è affrettato a precisare che l'indennità
è stata già bloccata da mesi, si suppone con l'accordo di tutti i gruppi.
Sta di fatto che il passo di Fassino rivela uno sforzo di buona volontà, al
di là del valore simbolico della cifra in ballo (appena 200 euro mensili).
Peccato, semmai, che il Senato non sia riuscito a mostrare analoga sensibilità.
Il punto però è un altro. Se si vuole incidere sui "costi della politica"
bisogna agire con ben altra determinazione. Lo scenario è noto ed è sotto
gli occhi di tutti: ministri e sottosegretari non sono mai stati così numerosi
come nell'attuale governo e il peso economico delle istituzioni, dal Parlamento
agli enti locali, è percepito come quasi intollerabile. Inutile dire che il
corto circuito è vicino. Il "caso Grillo" è la spia di un malessere dilagante.
Fassino si preoccupa dei suoi riflessi sugli assetti del centro-sinistra e
in particolare sul nascituro Partito democratico. Non ha torto.
Il Pd dovrebbe essere all'avanguardia su questi temi, con proposte drastiche
e realizzabili. Invece resta nel generico. Così si espone a un doppio attacco.
Da un
lato si dimostra vulnerabile all'anti-politica oggi rappresentata da Grillo,
e domani chissà, forse da qualcun altro. Dall'altro si rivela fragile là dove
dovrebbe essere forte, cioè negli accordi di vertice. L'addio di Lamberto
Dini e di altri due senatori (oltre a Fisichella) costituisce sotto tale profilo
un segnale allarmante. Dini accusa il Pd di non avere un profilo "liberaldemocratico"
ben chiaro, di non esprimere una visione abbastanza riformatrice.
Non è un voltafaccia, almeno non per ora. Nonostante le ipotesi maliziose,
il gruppetto non intende incoraggiare le speranze di Berlusconi. L'ex presidente
del Consiglio si limita a fare un passo indietro e resta nell'area del centro-sinistra.
Ma non c'è dubbio che la sua iniziativa indebolisce il Partito democratico
e l'asse del governo.
Il primo viene reso vulnerabile sul lato destro, il che rende un po' meno
credibile il tentativo (Veltroni, Letta) di accreditare il nuovo soggetto
presso i ceti medi. Il secondo rischia di perdere il sostegno di tre senatori
decisivi. Solo un pericolo, al momento. Ma la Finanziaria è alle porte e il
peso contrattuale di Dini è molto cresciuto.
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Ve lo do' io il bollino!
di Enzo Trentin - Virusilgiornaleonline 19 Settembre 2007
I senatori riceveranno un aumento automatico di 200 euro mensili. Molti dicono
di non essersene accorti: ovvio, 200 euro possono sfuggire su un emolumento
che, con gli ammennicoli, giunge a 15 mila euro al mese. Netti. Un'imprenditrice
che, per subentrare al padre nella titolarità della piccola azienda, deve
produrre documenti bollati per 27 chili - là dove basterebbe una auto-dichiarazione
alla Camera di Commercio - conferma la mentalità della "Casta" ancora più
chiaramente: per costoro, il nemico è il cittadino intento a comuni legittime
occupazioni. È quello che va messo sotto asfissiante controllo dai molteplici
enti burocratici pubblici che si occupano di lui; è quello ad essere sospetto
in ogni sua azione, e che deve provare ad ogni passo le sue buone intenzioni.
Chi non paga le tasse è un asociale!
Nessuno afferma che le tasse sono giuste quando "il popolo sovrano" le determina.
I californiani - solo per fare un esempio - posso non andare a votare per
diminuirsi le tasse: lo fecero con una iniziativa allora rivoluzionaria, nel
1978, quando tagliarono a metà le imposte sulla proprietà fondiaria, avviando
con due anni d'anticipo la "rivoluzione" reaganiana, che doveva drasticamente
diminuire il carico fiscale su tutti gli americani e lanciare così il boom
economico liberista. Nel 1996 fu approvata, con un altro referendum, la proposta
di tagliare la spesa pubblica a favore dei residenti stranieri illegali, e
nel 1995 per mettere fuori legge il sistema delle "quote" con cui il governo
dava preferenze alle "minoranze" che avevano subito discriminazioni, reali
o immaginarie.
Nel paese di Pulcinella, invece, i contributi previdenziali e TFR sono scippati
ai lavoratori, e non sono sufficienti ad alimentare l'assistenzialismo al
Mezzogiorno, gli sprechi di Roma capitale, gli emolumenti degli "statali",
e il crescente sostegno agli immigrati. Questi ultimi sempre più coccolati,
vezzeggiati e impuniti da parte dello Stato, sicché necessari a formare i
"nuovi italiani" senza arte né parte, senza santi né eroi; un melting-pot
di spiantati, precarizzato e privo di un colore della pelle definito, succube
dell'unità "nazionale", i serventi-zombie del "moloch" italiota.
Un governo che vuole la "lotta alla mafia" e nel contempo continua a "scommettere
sul Sud" inondando quelle regioni con oceani di denaro pubblico in forma d'illusorie
"grandi opere", assistenzialismo truffaldino e Agenzia Sviluppo Italia; ESATTAMENTE
ciò che meglio nutre le mafie. Come cercare di spegnere un incendio con un
lanciafiamme! Adesso s'affaccia all'agone politico l'ennesimo predicatore:
Beppe Grillo (un comico?). Ed una vocina mi sussurra all'orecchio: "Il giullare
ha sempre parlato quando e quanto ha voluto il Principe!". Ma per strada incontro
persone che mi dicono: "È la persona di cui abbiamo bisogno. Facciamone il
nostro eroe."
Ed alla mente mi sorgono le parole del poeta: "povero è quel popolo che ha
bisogno di eroi."
Beppe Grillo afferma che le sue Liste civiche avranno il bollino, ed io rammento
che il bollino lo hanno anche le banane. Ce lo mette il loro produttore!
Tuttavia se Beppe Grillo ed i suoi seguaci vorranno realmente far esercitare
la "sovranità" al popolo (art. 1, Comma 2, della Costituzione) hanno un modo
sicuro per fare una riforma che non costa nulla e che agirebbe entro poche
settimane dall'elezione. Le sue Liste civiche, come del resto ogni autentica
Lista civica che sia animata da spirito democratico (Termine di derivazione
greca: demos, "popolo", e kratein, "potere" o krazia "regola") hanno un senso
se appena insediate nei Consigli comunali o provinciali, si adopereranno per
modificare i rispettivi Statuti (di esclusiva competenza dei rispettivi Consigli
comunali o provinciali), introducendo:
1 - Per "controllare" i rappresentanti eletti: L'introduzione
dei referendum "di iniziativa" e "di revisione"; resi possibili dal Decreto
Legislativo 18 agosto 2000, n. 267 "Testo unico delle leggi sull'ordinamento
degli enti locali".
Per "iniziativa", s'intendono azioni tese ad imporre a Presidente, Giunta
e Consiglio provinciale, deliberazioni su argomenti che interessano l'intera
comunità.
Per "revisione", s'intendono quelle deliberazioni che, già assunte dall'Amministrazione
provinciale o comunale, si vogliono, eventualmente, prese con differenti norme.
In ambedue i casi: "d'iniziativa" e "di revisione" i referendum siano validi
con qualsiasi numero di partecipanti al voto. Pretendere (come attualmente
fanno molti lo Statuti degli enti locali) un'affluenza del 50% + 1 dei votanti,
affinché la consultazione possa considerarsi valida, costituisce un ingiustificato
potere giuridico negativo ai non partecipanti al referendum stesso, il che,
come dovrebbe essere noto ad ognuno, è contrario allo spirito della democrazia,
ed è una palese limitazione del libero esercizio di un diritto democratico
costituzionalmente sancito. Un concetto, del resto, ribadito nella modifica
all'art. 123 della Costituzione: "Lo statuto (regionale) sottoposto a referendum
non è promulgato se non è approvato dalla maggioranza dei voti validi". Voti
validi, dunque, non del 50%+1 degli aventi diritto!
2 - Per controllare la burocrazia:
L'elezione diretta del Difensore civico, da eseguirsi con l'elezione di Presidente
e Consiglieri provinciali e comunali, e non da coloro i quali potrebbero essere
oggetto dell'intervento dello stesso. Oggi, infatti, assistiamo al singolare
evento rappresentato dal Consiglio comunale o Provinciale (nelle vesti di
controllati) che nominano il loro (controllore), ovvero il Difensore civico.
Sono tutti a proclamare: non ci può essere democrazia senza partiti! Senza
partiti, c'è solo la dittatura!
Passi che lo dicano i politicanti, ma i cittadini-contribuenti-elettori...?
A costoro è bene ricordare una notoria antifascista - Simone Weil - che ha
teorizzato una democrazia senza partiti. Anzi, scrisse: "Dovunque ci sono
partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica
che la vita politica senza partiti". Come? "Con la responsabilità individuale
del deputato di fronte ai suoi elettori".
Bisogna creare un clima culturale tale, scrive la Weil, che "un rappresentante
del popolo non concepisca di abdicare alla propria dignità al punto da diventare
membro disciplinato di un partito". Verrebbe meno la libertà di associazione?
Replica la Weil: "La libertà di associazione è in genere la libertà delle
associazioni" contro le persone umane. La libertà di espressione? "La libertà
d'espressione è un bisogno dell'intelligenza, e l'intelligenza risiede solo
nell'essere umano individuale.
L'intelligenza
non può essere esercitata collettivamente: ne consegue che nessun gruppo in
quanto gruppo ha legittimamente diritto alla libertà d'espressione".
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Il teismo di Grillo
di Oscar Giannino - Il Riformista 18 settembre 2007
È fantastica la reazione di timore generalizzato che pervade la politica,
alla notizia delle liste locali con marchio di garanzia dato da Beppe Grillo.
Romano Prodi non ci è cascato, e bisogna dargliene atto, avvicinando Grillo
ad Aristofane. Noi avremmo detto Plauto, e prima di lui le ancor più antiche
italiche atellane, ma siamo lì.
Il punto è che la politica, fosse un minimo sicura di sé, dovrebbe riflettere
sulle inevitabili conseguenze che si scateneranno quando concretamente i comitati
locali metteranno mano alla formazione delle liste Grillo medesime. Poiché
il criterio dichiarato dal trasgressivo calcapalchi - fatti salvi i requisiti
di totale candore delle fedine penali e la generica condivisione degli obiettivi
di sottoporre la politica a candeggina - è quello dei "fai da te", cioè ciascuna
lista sarà libera di aggregare candidati secondo piena libertà di scelta e
consonanza di vedute locali, la conseguenza inevitabile sarà una confusione
totale e inevitabile, visto che dalla protesta comune ogni lista autoproposta
scoprirà immediatamente che le proposte per darle esito divergono secondo
un inevitabile asse destra-sinistra, sempre che ancora le vogliate chiamare
così. Il teismo di Grillo fa a pugni con la sua impostazione panteista: esploderà
come in ogni disputa teleologica, più che teologica.
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Il grillo contagioso
di Gian Enrico Rusconi - La Stampa 18 settembre 2007
Il fenomeno Grillo sta creando nei politici un panico controllato. Non sanno
decidersi se considerarlo un evento sostanzialmente mediatico, dunque trattabile.
Oppure se l'annuncio della fine traumatica della legislatura. Pochi osano
dire che è un'opportunità di rinnovamento della politica italiana. Risuonano
gli scongiuri contro l'antipolitica, il populismo mediatico, il qualunquismo.
A sinistra sono parole già sentite, ripetute, consumate - l'ultima volta contro
Berlusconi. Ma il berlusconismo appare innocuo a confronto con il "grillismo"
odierno. Il "grillismo" sommuove molto più in profondità la vita politica.
Prima ancora di poter verificare l'eventuale effetto destabilizzante oppure
positivamente stimolante delle liste civiche, sponsorizzate da Grillo, si
profila il pericolo di una rincorsa alla piazza da parte delle forze politiche
che si sentono minacciate. Lo scatenamento di atteggiamenti anti-sistema,
anti-partito, anti-istituzioni potrebbe essere la reazione di gelosia della
Lega di Bossi.
L'impunità per l'aggressività del suo linguaggio politico è garantita dai
livelli ormai raggiunti nel sistema mediatico. Lo stesso Berlusconi non resisterà
alla tentazione di mobilitare dal basso i Circoli della Libertà della signora
Brambilla, per galvanizzare la sua base delusa e frustrata. Per farlo però
dovrà rispolverare la polemica contro il professionismo politico, tipico dei
primi Anni 90, irritando la nomenclatura di Forza Italia cui deve molto in
questi anni.
Ma chi si trova nella situazione peggiore è la sinistra e il centrosinistra
nel suo insieme. Questo è ormai disarticolato in tre pezzi. Il pezzo numericamente
più consistente è colto di sorpresa dal fenomeno Grillo, proprio mentre sta
realizzando il delicato passaggio al Partito democratico. Non a caso questa
iniziativa è sospettata di essere un'operazione di vertice. Le dichiarazioni
moderate, talvolta benevolmente critiche nei confronti di Grillo, sembrano
più uno scongiuro che un frutto della convinzione. Molti, in cuor loro, si
augurano che il fenomeno imploda per le sue contraddizioni interne. A questa
speranza si attaccano anche i partiti minori della sinistra radicale che sono
convinti di rappresentare il grande popolo della sinistra. Per scongiurare
che questo sia sedotto - magari per disperazione - dal grillismo, la sinistra
radicale insisterà nel tornare in piazza, alzando il tiro contro il governo,
accentuando così i processi disgregativi già latenti.
Chi certamente non si aspettava di trovarsi nella sfida di Grillo è Walter
Veltroni. Le sue prime reazioni rilasciate non sono soltanto il frutto di
un consumato professionista della parola. Certamente tra i politici di sinistra
Veltroni è il più sensibile e attento alle dimensioni mediatiche, al mondo
di Internet, che è parte essenziale del fenomeno Grillo. Ma a questo proposito
rimane aperto l'interrogativo se si tratti di una variante tecnico-mediatica
del populismo classico (come fu il caso del primo Berlusconi).
O non
stia nascendo qualcosa di qualitativamente diverso. La risposta a questo interrogativo
investe anche la qualità della leadership politica italiana.
Così siamo al punto cruciale: l'urgenza di una leadership all'altezza di una
turbolenza politica che non ha eguali in Europa.
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Grillo è la febbre. Ma la malattia chi la cura?
di Paolo Franchi - Il Riformista 17 settembre 2007
Sergio Romano si è chiesto, sul Corriere di ieri, che cosa ci facesse mai
Beppe Grillo sul palco della festa milanese dell'Unità, a spernacchiare Romano
Prodi, Massimo D'Alema e Piero Fassino. Non ha escluso le risposte più semplici,
cominciando dall'imbarazzo che potrebbe aver attanagliato gli organizzatori
di fronte all'idea di annullare una performance da tempo in calendario, e
alle virulente polemiche che una simile decisione avrebbe suscitato. Ma non
ha mancato di formulare una risposta più complessa. Così complessa che noi,
spiriti semplici, fatichiamo a capirla e, soprattutto, a condividerla. In
poche parole. Gli eredi del Pci, in procinto di chiudere definitivamente casa
per trasferirsi nel condominio tutto nuovo del Partito democratico, agirebbero
ancora una volta sulla scorta di un riflesso condizionato antico e, a quanto
pare, ineliminabile. Di fronte a una contestazione che può assumere e in parte
già ha dimensioni di massa si comporterebbero cioè come li maggior loro.
Che certo aspramente battagliavano contro chiunque, da destra o peggio da
sinistra, si provasse a insidiare il monopolio della protesta e del futuro,
per definizione appannaggio del partito. Ma pure molto spregiudicatamente
dialogavano con il nemico (i fratelli in camicia nera, le attenzioni di Palmiro
Togliatti verso Guglielmo Giannini e l'Uomo qualunque) quando, a torto o a
ragione, si convincevano dell'impossibilità di far fuori l'avversario con
metodi più spicci.
E' così? A noi proprio non pare. Anche perché se così fosse vorrebbe dire
che il gruppo dirigente dei Ds tuttora agisce facendo riferimento a una tradizione,
a una cultura politica, a un patrimonio genetico. Che qualcosa (qualcosa di
non commendevole, certo: ma qualcosa) di una storia sopravvive, e ispira,
magari inconsapevolmente, i comportamenti quotidiani, dando loro una logica
politica. Che ancora abbia corso, anche se sotto mentite spoglie, il "robusto
e spregiudicato realismo politico" di un tempo. A chiunque abbia qualche memoria
del passato e qualche dimestichezza con il presente viene sin troppo facile
osservare che le cose proprio non stanno così. Purtroppo, come pensano i nostalgici?
Ma no, per fortuna. Se non fosse però che a quella identità (a dire il vero
meno luciferina, almeno in Italia, di quanto lei, caro Romano, sospetti) cui
si ispiravano una strategia e una tattica capaci di tenere insieme milioni
di persone, e che non impediva, anzi, al partito venuto dal freddo di fare
politica a tutto campo, non è subentrato un bel nulla, se non una logica di
pura autoconservazione. Non dei Ds, che in tutta evidenza come partito non
sono conservabili, tanto è vero che chiudono bottega senza farsene troppi
problemi, ma di un ceto politico che nemmeno si chiede se sia opportuno o
meno farsi svillaneggiare in casa propria, perché comunque tutto quanto fa
spettacolo, e le feste dell'Unità, in tanti anni, sono servite anche a questo.
E soprattutto non ha né il tempo né la voglia di chiedersi, nonostante il
fenomeno investa massicciamente in primo luogo la loro gente, se Grillo e
il (chiamiamolo così) grillismo siano la febbre o la malattia.
Se sia il caso di riformare, e magari di abrogare (brechtianamente) il popolo
che prima mugugna, poi si incazza, o se non si tratterebbe piuttosto di avere
di questo popolo una conoscenza un po' meno sommaria e superficiale; e soprattutto
di riformare in profondità la politica, riducendone drasticamente i privilegi
e i costi, particolarmente intollerabili agli occhi di chi fatica ad arrivare
alla fine del mese, ma prima ancora restituendole qualcosa che somigli anche
vagamente a un senso, a una missione.
Di Grillo, temiamo, dovremo occuparci ancora a lungo, almeno quanto ci è toccato
occuparci di Di Pietro; e sarebbe stato così anche se non avesse promesso
il suo personale bollino di qualità alle liste civiche che si presenteranno
alle prossime amministrative rispettando i suoi requisiti. Lo faremo. Ma senza
nascondere che ci piacerebbe anche poterci occupare un po' di politica, di
politica vera. Peccato che, ne siamo certi, le nostre speranze andranno deluse.
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Come l'Uomo qualunque, dalla comica al partito
di Marco Conti - Il Messaggero 17 settembre 2007
Più rapidamente di quanto ci si potesse aspettare, dopo tanto tuonare, alla
fine la voglia di fondare l'ennesimo partito è venuta anche a Beppe Grillo.
Il comico che da mesi sostiene "di voler distruggere i partiti" e che deve
al web e ai primi vagiti di quella che i sociologi chiamano "biopolitica"
il suo successo, ha annunciato ieri la sua decisione. Ovviamente un partito
moderno. Con tante filiali in franchising e certificazione che il comico genovese
darà ad una ad una alle liste civiche che vorranno presentarsi nei comuni
d'Italia. Come ogni politico che si rispetti anche il Grillo "unto dalla rete"
comincia quindi il suo nuovo mestiere con una bugia: "Non fonderò mai un partito",
aveva ripetuto sino a qualche giorno fa. E così a qualcuno potrebbe venir
voglia di ritorcergli contro uno di quei "vaffa" scagliati di recente dalla
piazza di Bologna, se non fosse che la scelta, annunciata ieri sul suo blog,
fa in qualche modo chiarezza su un movimento di piazza che per eliminare i
partiti ne fonda un altro.
Bastava, ieri pomeriggio, leggere il forum del comico genovese per constatare
che l'annuncio non è stato digerito da molti dei "meetup" grilliani sparsi
nella Penisola. Contestati sono già alcuni dei criteri anticipati da Grillo
per escludere candidati e candidature. Primo fra tutti quello di non essere
stati iscritti a partiti politici. AIla faccia della teoria della doppia tessera
che i radicali lanciarono anni addietro, viene il dubbio che Grillo voglia
far fuori tutti i partiti affinchè poi resti solo il suo. Con tanto di militanti
ed eletti nuovi di zecca che magari, arrivati in Parlamento, dopo due anni
avranno diritto alla pensione. Quelli che sul suo stesso blog però difendono
anche la legge Biagi - attaccata di recente dallo stesso comico - "che mi
ha permesso di trovare un lavoro senza bisogno di raccomandazioni", scrive
Mario M.
Ed è ora che emergeranno le contraddizioni che già si colgono sia nei monologhi
del comico che nei forum dei suoi fans. Contraddizioni che la forza politica
e culturale di internet rendono ancora più evidenti, perché imbrogliare con
il web è più complicato di quanto non sia possibile via etere. Dopotutto,
a scatenare la piazza, un tempo meno virtuale dell'attuale, ci sono riusciti
in tanti Ricordare l'esperienza dell'Uomo qualunque del commediografo Guglielmo
Giannini, è naturale. Non solo perché Giannini sceneggiò un paio di film di
Totò prima di buttarsi in politica e raccogliere nel '46 il 5,6% di voti,
ma perché entrambi hanno fatto leva su quella parte di Paese che, di generazione
in generazione, è sempre stata contro e al tempo stesso si chiama sistematicamente
fuori da ogni scelta e da ogni militanza. Linguaggio rozzo, poche parole d'ordine,
generica richiesta di partecipazione diretta, la "rivoluzione" anarco-individualista
di Grillo che il sociologo Ferrarotti bolla come "modesta caricatura dei nostrani
Savonarola e Masaniello", fa leva sull'immaginazione popolare più che sul
raziocinio. Dopotutto anche la Lega di Bossi prese avvio facendo leva su analoghe
pulsioni. Lo stesso accadde nella stagione di "Mani pulite", quando i proclami
dei giudici avvenivano via televisione e la sommossa populista si scatenava
via fax.
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La politica rovesciata
di Riccardo Barenghi - La Stampa 17 settembre 2007
Rapidissimo, come nessuno si aspettava, Beppe Grillo ha fatto il suo primo
salto mortale: scende in politica. Anzi, non esattamente: invita il suo popolo
a farlo, a condizione però che rispetti i requisiti che tra qualche giorno
lo stesso comico genovese metterà in rete. E il suo popolo, i cosiddetti grillini,
già si divide: chi è d'accordo con entusiasmo e chi invece si sente tradito.
A questi ultimi la politica fa talmente orrore che chiunque, anche se si tratta
del nuovo leader della protesta contro questa (e sottolineiamo questa) politica,
scenda in qualche modo nell'agone diventa automaticamente uno di loro. Un
ladro, un corrotto, un uomo che cerca solo il potere, insomma un mascalzone.
È un bel paradosso per Grillo, trovarsi nello spazio di una settimana da grande
inquisitore della brutta politica - con molte ragioni nel fondo ma con alcuni
torti nel metodo e nel linguaggio - a leader politico. E dunque passare da
campione dell'antipolitica a vittima della stessa, insomma di se stesso.
Dopo di che, figuriamoci, se i cittadini decidono di fare politica in prima
persona non si può che esserne contenti, se formano liste civiche, se si mettono
in gioco direttamente, costringendosi a sporcarsi le mani (perché la politica
è purtroppo anche questo), se tentano nelle forme che troveranno più adatte
di entrare nel gioco e cambiarne metodi e contenuti, a cominciare proprio
dai partiti che la politica governano, non si può che guardare con attenzione
a questo esperimento. Riuscirà, non riuscirà, è presto per dirlo. Anche se
la nostra storia ci insegna che la democrazia diretta finora non ha mai funzionato.
Troppo forti sono sempre state, e sono tuttora, le maglie dei partiti perché
qualcun altro dall'esterno riesca a infilarcisi dentro. A meno che non faccia
un suo gioco personale, utilizzando la leadership che si è conquistato nella
società civile per poi rapidamente omologarsi e "vendersi" il suo patrimonio
sociale e popolare in cambio di un qualche posticino nel mondo che conta.
Anche qui la storia e la cronaca sono piene di esempi del genere. Ma sostenere
che pure Beppe Grillo finirà così sarebbe disonesto e pregiudiziale, almeno
fino a prova contraria alla quale speriamo sinceramente di non dover assistere.
Non è mandando a quel paese i partiti che si salva l'Italia, ha detto giustamente
ieri Piero Fassino nel suo ultimo discorso da segretario dei Ds. In contemporanea
è arrivata l'ultima proposta di Walter Veltroni, fuori i partiti dalla Rai,
basta con il Consiglio di amministrazione lottizzato, facciamo un amministratore
unico e lasciamo che l'azienda lavori libera da lacci e lacciuoli. Hanno ragione
entrambi. Ma viene da chiedere a Fassino: chi ha mandato a quel paese i partiti,
Grillo o milioni di cittadini italiani che da anni dimostrano un'insofferenza
e un distacco sempre più radicali? E viene da chiedere a Veltroni: perché
non ha fatto questa proposta vent'anni fa, quando era responsabile informazione
del Pci, o dieci anni fa, quando era vicepremier e la Rai di allora fu lottizzata
a sua immagine e somiglianza? E a entrambi: non pensate sinceramente che il
vaffanculo (per esteso, senza ipocristie verbali) che oggi vi arriva sia soprattutto
colpa vostra e dei vostri colleghi, a sinistra come a destra?
L'antipolitica che da almeno quindici anni serpeggia, e a volte esplode come
in questi giorni, non è solo una reazione alla politica. Questo è quel che
si vede in superficie e facilmente si registra e commenta. Ma il problema
è più grave e più serio: ossia che la politica è ormai diventata il suo contrario.
Con i suoi metodi, i suoi privilegi, la sua chiusura nel Palazzo, il suo essere
impermeabile a qualsiasi voce cerchi di penetrarla, la sua totale autoreferenzialità,
inefficacia, incomprensibilità.
Se non si capisce questo, non si capirà mai perché tredici anni fa è arrivato
Berlusconi e oggi, dall'altra parte, Grillo. E la politica continuerà a barcamenarsi,
cercando risposte difensive e contingenti, dimostrandosi sempre più debole,
incapace di affrontare sul serio la sua crisi. A meno che non riesca miracolosamente
a fare un'operazione di verità, prendendo atto di un fatto doloroso ma ormai
palese: cioè di essere essa stessa l'antipolitica.
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Il capopopolo Beppe e le parole pesanti come pietre su lavoro e precarietà
di Mario Ajello - Il Messaggero 10 settembre 2007
Le parole sono pietre. E in politica, anche quando a fare politica è un comico
che sì sente un capopopolo, il linguaggio è tutto. Quando viene stressato,
esasperato e perfino imbottito di immagini scatologiche (come questa apparsa
nella piazza di Beppe Grillo: una carta igienica tappezzata da figurine di
politici che vengono staccate, gettate in un finto water e poi viene tirato
lo sciacquone al grido "da soli non ce la fanno, diamogli una mano"), rischia
di degradare il dibattito pubblico più di mille chiacchiere politichesi e
politicanti. Il linguaggio beppegrillesco viaggerà pure via web, cioè in maniera
moderna e innovativa, ma finisce per somigliare al più tipico anti parlamentarismo
italiano, più di destra che di sinistra, a cavallo fra Otto e Novecento. Non
fu Gabriele D'Annunzio a rovesciare un pitale su Montecitorio?
E siamo ancora lì? O a un remake della vicenda di Coluche, quel comico francese
d'origine italiana (si chiamava Michel Colucci) che divenne celebre per le
sue battute contro la "casta dei governanti" e tentò di correre alle elezioni
presidenziali del 1981? Le parole sono pietre, e dentro devono, avere la verità.
Se Grillo in piazza (perfino in quella bolognese vicino a casa dell'economista
trucidato dalle Br, dove ha trasmesso il video "Il precario delle meraviglie")
ripete il ritornello che "la legge Biagi è una peste bubbonica dia ha creato
i nuovi schiavi moderni", si rischia che questa canzoncina diventi un tormentone
da hit parade e un luogo comune. Che fa così: "La legge Biagi ha reso tutto
precario. La legge Biagi ha trasformato la paga in elemosina. La legge Biagi
ha trasformato i diritti in pretese irragionevoli". Eppure, fra ì problemi
del lavoro precario che Grillo cita, non uno è imputabile a una situazione
generata dalla legge Biagi. Né la povertà, né la disoccupazione che non è
affatto aumentata, anzi è diminuita proprio grazie alla nuova legge fino a
far toccare al nostro Paese un numero di occupati mai raggiunto in precedenza.
Di fatto, Pietro Ichino, che è un giuslavorista e non un comico, ha invitato
Grillo a un confronto pubblico, per illustrargli in questa materia tutti i
suoi abbagli. Il "faccia a faccia" non si farà. Perché le semplificazioni
hanno bisogno di un One Man Show e di un pubblico che gli fa il verso: "Vaffa!"
qui, "Vaffa!" lì, "Vaffa alla destra! Vaffa alla sinistra!". Ma c'è di più.
E infatti un sostenitore di Grillo, l'assessore bolognese Libero Mancuso,
adesso è furibondo: "C'è stato perfino un volantino, sul blog di Grillo, in
cui Biagi e il commissario Calabresi venivano trattati come i responsabili
dei mali d Italia".
Quando il Vate Beppe grida che "l'indulto ha rimesso in circolazione gli assassini",
non solo dimentica la profondità delle parole di un altro comico (quel Roberto
Benigni per il quale lo svuotamento delle carceri sovraffollate è stato "un
discorso di pietà che rende una società più giusta e più forte") ma non rispetta
una decisione approvata da tre quarti del Parlamento. Anche se è popolato
di "moribondi" e di "ometti": e Grillo ha definito "ometto" Amato, rispolverando
il gusto della denigrazione fìsica che fu tipica dell'inventore dell'" Uomo
Qualunque", Giannini, il quale a Ferruccio Parri affibbiò il nomignolo di
"Fessuccio". E dove può portare l'idea di immortalare come "wanted", sventolando
in piazza le loro foto accompagnate dal timbro d'infamia, qualsiasi parlamentare
che abbia avuto un guaio giudiziario?
Quando il linguaggio si abbassa così non è un buon segno per nessuno, né per
chi lo brandisce né per chi lo subisce. Il mito del popolo urlante, fra bestemmie
e parolacce, è l'opposto infatti di ciò di cui l'Italia avrebbe bisogno: una
riforma pacata della cultura nazionale, una autoriforma concreta della politica
e uno sforzo di ragionamento che elimini l'abitudine a denigrare l'avversario
e non vellichi le viscere di un Paese, già di suo facile all'eccitazione teatrale.
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La politica che si lascia umiliare
di Andrea Romano - La Stampa 10 settembre 2007
Di fronte alle adunate del Vaffa-day di Beppe Grillo viene quasi nostalgia
di Nanni Moretti e dei suoi girotondi. In fondo quei cinquantenni un po' su
di giri che si tenevano per mano, tutti fieri della propria superiorità morale,
si limitavano a prendere di mira il pezzo di classe dirigente del centrosinistra
a cui imputavano il ritorno di Berlusconi al potere. Oggi siamo alla colonna
infame con una spolverata di Internet, che travolge ogni distinzione reclamando
gogna e scudisciate per tutti coloro che osano pensare che la democrazia sia
fatta di rappresentanza e di partiti.
È una curvatura nuova nell'uso pubblico dell'antipolitica, con l'organizzazione
anche scenografica del qualunquismo e un ruolo di direzione sempre più marcato
da parte della gente di spettacolo. Naturalmente nel mondo dello spettacolo
ci si limita a fare il proprio mestiere, e c'è dunque chi riesce a capitalizzare
le posizioni di visibilità che su questi temi ha saputo costruirsi negli anni.
Il problema, quello vero, è invece della politica italiana. La cui debolezza
ha raggiunto abissi tali da rendere minacciose manifestazioni che in condizioni
normali sarebbero valutate con il solo metro dell'efficacia teatrale. Perché
l'Italia non è certo l'unico paese in cui si creda che in politica "è tutto
un magna magna" o che il Parlamento sia prima di tutto il luogo del privilegio.
Sono pensieri diffusi nelle opinioni pubbliche di ogni paese democratico,
dove la libera circolazione delle idee permette anche al qualunquismo di avere
una sua dignità. Ma solo in Italia, tra i grandi paesi europei, quelle espressioni
dell'impotenza civile diventano parole d'ordine con cui fare seriamente i
conti nel Palazzo.
L'antipolitica è un male antico del nostro paese, debole di istituzioni e
nuovo all'educazione democratica, e negli ultimi quindici anni la sua recrudescenza
è stata direttamente proporzionale alla debolezza di una politica che non
ha più saputo uscire dalla crisi in cui è precipitata nel 1992. Il paradosso
è che tutti i diversi abitanti del Palazzo si sono resi conto del fenomeno,
scegliendo di utilizzarlo per proprio tornaconto o di demonizzarlo senza grandi
risultati. Tra i primi, Silvio Berlusconi è stato certamente il più abile
nel trarre dall'antipolitica di massa il carburante della propria fortuna
politica. Ancora oggi che può vantare una carriera parlamentare ultradecennale,
invidiabile persino per molti dei famigerati "quadri di apparato" con cui
ama polemizzare, il Cavaliere è molto attento a conservare la veste di impolitico
che volle indossare al momento della discesa in campo. Ne conosce perfettamente
il valore sul mercato del consenso e si guarda bene dal dismetterla prima
del tempo.
Ma anche nel centrosinistra l'antipolitica si è ricavata in questi anni una
sua posizione di forza, nonostante la battaglia dichiarata e combattuta contro
di essa - soprattutto da Massimo D'Alema - in nome del valore democratico
del professionalismo politico e della rappresentanza di partito. Quella crociata
non è andata lontano, per la somma di velleitarismi e incoerenze di varia
natura, mentre il moralismo e il senso di superiorità antropologica che la
sinistra post-comunista ha ereditato dal berlinguerismo sono rimasti ben piantati
nel corpo dei suoi dirigenti.
È dunque una politica debole quella che si fa umiliare da Beppe Grillo, dal
cupo calderone forcaiolo nel quale trovano spazio e risate perfino le accuse
a Marco Biagi.
Ma la responsabilità non va cercata nel senso comico di colui che fu un tempo
un cabarettista di valore e che oggi somiglia a quella che Gramsci chiamava
"la donnetta che costruisce stregonerie" a uso dei subalterni. In altre circostanze
il Vaffaday sarebbe stato recensito nelle pagine dello spettacolo, probabilmente
con qualche stroncatura. Oggi, in mancanza di quella politica autorevole perché
forte delle sue convinzioni e delle sue responsabilità, l'antipolitica può
permettersi anche quest'ultimo e spettacolare trionfo.
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Ma quale Antipolitica
di Marco Travaglio - L'Unità 10 settembre 2007
A vedere i telegiornali di regime, cioè praticamente tutti, sabato a Bologna
e nelle altre piazze non è successo niente (molto spazio invece al matrimonio
di Baldini, l'amico di Fiorello). A leggere i giornali di regime (molti),
il V-Day è stato il trionfo dell'"anti-politica", del "populismo", del "giustizialismo"
e del "qualunquismo".
In un Paese che ha smarrito la memoria e abolito la logica, questa inversione
del vocabolario ci sta tutta: la vera politica diventa antipolitica, la partecipazione
popolare diventa populismo, la sete di giustizia diventa giustizialismo, fare
i nomi dei ladri anziché urlare "tutti ladri" è qualunquismo.
E infatti, che il V-Day fosse antipolitico, populista, giustizialista e qualunquista,
lorsignori l'avevano stabilito prim'ancora di vederlo, di sapere che cos'era.
A prescindere.
Non sapevano e non sanno (non c'erano) che per tutta la giornata, in 200 piazze
d'Italia e all'estero, migliaia di giovani dei Meet-up grilleschi hanno raccolto
300 mila firme (ne bastavano 50 mila) in calce a una proposta di legge di
iniziativa popolare che chiede il divieto per i condannati di entrare in Parlamento,
il tetto massimo di due legislature per i parlamentari e la restituzione ai
cittadini del diritto di scegliersi i propri rappresentanti sulla scheda elettorale.
Cioè hanno esercitato un diritto previsto dalla Costituzione, quello di portare
all'attenzione delle Camere tre questioni "politiche" quant'altre mai. E l'hanno
fatto con l'arma più antica e genuina di ogni democrazia: la manifestazione
di piazza.
Quella piazza che, quando la occupano Berlusconi e Bossi e Casini e Mastella
per chiedere cose incostituzionali, tutti invitano ad "ascoltare". E quando
la occupano un milione di persone senza etichette né bandiere (tante erano
mal contate, sabato, da Bologna a New York, se alle 20 i firmatari della petizione
erano 300 mila, altrettanti erano ancora in fila a mezzanotte e molti di più
avevano desistito per fare ritorno a casa) diventa un obbrobrio da ignorare
e rifuggire. Mentre, nel V-Day after, riparto da Bologna per tornare a casa,
chiamo Beppe Grillo per commentare a mente fredda: lui mi racconta, ridendo
come un pazzo, che gli ha telefonato il suo vecchio manager, "Cencio" Marangoni,
per dirgli che a Villanova di Bagnacavallo c'è ancora la fila ai banchetti.
E a Villanova di Bagnacavallo sono quattro gatti, perlopiù di una certa età,
e chissà come han fatto a sapere che c'erano i banchetti visto che non l'ha
detto nessuna tv e quasi nessun giornale. Ma se a Villanova di Bagnacavallo
si firma ancora, forse questa non è antipolitica: questa è superpolitica.
È antipolitica difendere la dignità del Parlamento infangata dalla presenza
di 24 pregiudicati e un'ottantina di indagati, imputati, condannati provvisori
e prescritti? È antipolitica chiedere di restituire la sovranità al popolo
con una legge elettorale qualsiasi, purché a scegliere gli eletti siano gli
elettori e non gli eletti medesimi? È antipolitica pretendere che la politica
torni a essere un servizio che si presta per un limitato periodo di tempo
(dieci anni al massimo), dopodiché si torna a lavorare o, se s'è mai fatta
questa esperienza, si cerca un lavoro come tutti gli altri? È antipolitica
chiedere rispetto per i magistrati e dire grazie a Clementina Forleo e ai
giudici indipendenti come lei? Chi era a Bologna in piazza Maggiore, o in
collegamento nel resto d'Italia e all'estero, ha visto decine di migliaia
di persone restare in piedi da mezzogiorno a mezzanotte. Ha sentito Grillo
chiedere il superamento "di questi" partiti, i partiti delle tessere gonfiate,
dei congressi fasulli, delle primarie dimezzate (vedi esclusione di Furio
Colombo, Di Pietro e Pannella), della legge uguale per gli altri; smentire
di volerne creare uno nuovo; e rammentare che gli "abusivi" da cacciare non
sono ambulanti e lavavetri, ma politici e banchieri corrotti o collusi. Un
economista, Mauro Gallegati, spiegare i guasti del precariato in un mercato
del lavoro senza mercato e senza lavoro. Un grande architetto come Majowiecki
illustrare i crimini cementiferi che i suoi colleghi seminano per l'Italia
e per l'Europa con la complicità di amministratori scriteriati, e le possibili
alternative verso un modo "leggero" di pensare e costruire città e infrastnitture.
Alessandro Bergonzoni spiegare la partecipazione democratica con una travolgente
affa-bulazione ("Chi è Stato? Io sono Stato"). Un esperto di energie alternative
come Maurizio Parlante raccontare quel che si potrebbe fare nel settore ambientale
ed energetico al posto di inceneritori, termovalorizzatori, centrali a carbone
e treni ad alta velocità per le mozzarelle.
I ragazzi di Locri lanciare l'ennesimo grido di dolore dalla Calabria della
malavita e della malapolitica. II giudice Norberto Lenzi rischiare il procedimento
disciplinare per avvertire che il berlusconismo è vivo e lotta insieme a noi,
anche a sinistra. Sabina Guzzanti prendere per i fondelli la deriva tuffista
e conformista dell'informazione. I genitori familiari di Federico Aldovrandi
raccontare, in un silenzio misto a lacrime, la tragedia del figlio morto due
anni fa durante un "controllo di polizia". Massimo Fini tenere una lezione
sul tramonto della democrazia rappresentativa citando Kelsen, Mosca e Pareto.
Il giornalista Ferruccio Sansa sintetizzare la sua inchiesta sul "tesoretto"
da 100 miliardi di euro che lo Stato non ha mai riscosso dai concessionari,
spesso malavitosi, dei videopoker e altri giochi, una mega-evasione fiscale
scoperta dal pm Woodcock e dalla Guardia di Finanza, ma coperta da incredibili
silenzi governativi. Alla fine ho parlato anch'io: ho ricordato Lirio Abbate
minacciato dalla mafia; ho cercato di spiegare che la tolleranza zero deve
cominciare, come nella New York di Giuliani, dai mafiosi e dai corrotti, non
dai lavavetri e dagli ambulanti; e ho difeso Cofferati, che avrà tanti difetti,
ma non quello di partire dai poveracci, visto che prima ha preteso legalità
dagli imprenditori sullo Statuto dei lavoratori.
Ho fatto parecchi nomi e cognomi, come tutti gli altri sul palco di piazza
Maggiore. Ora scopro che fare i nomi sarebbe "qualunquismo": e parlare in
generale per non dire niente, allora, che cos'è?
P.S. Ho trascorso l'intero pomeriggio sotto il palco e sul palco, e mai ho
sentito parlare non dico "contro" Marco Biagi, ma "di" Marco Biagi. Il nome
"Marco Biagi" non è mai strato citato per esteso. S'è parlato un paio di volte
della legge 30 che abusivamente il governo Berlusconi intestò al professore
assassinato, che non poteva più ribellarsi, mentre un ministro di quel governo
lo chiamava "rompicoglioni". E ne ha parlato Grillo per chiedere di riformarla,
insieme alla legge Treu, aggiungendo che però "il vero problema non sono neppure
le leggi: è che in Italia non c'è lavoro". Lo dico perché un amico, l'ex giudice
ora assessore Libero Mancuso, che nessuno ha visto alla manifestazione, ha
parlato di presunte "offese a Biagi". Posso assicurare che se qualcuno, dal
palco, avesse davvero mancato di rispetto a Marco Biagi, su quel palco nessuno
di noi, nemmeno Grillo, sarebbe rimasto un minuto di più.
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Lettera di un emigrato
Miei cari Italiani, dedico qualche pensiero a voi che siete rimasti nel Paese
della Confusione perché avete avuto fiducia nello Stellone, che avrebbe dovuto
sistemare tutto agli Italiani pigri. Il numero di quelli che non credevano
nello Stellone, ma sbuffavano per l'immobilismo della società, sembra aumentare.
Immobilismo di una società che vede i problemi e non li risolve, che non capisce
cosa i cittadini vorrebbero. Credevate, nell'eleggere il vostro deputato,
di averne un ritorno. Che egli vi risolvesse qualche problema, migliorasse
qualcosa, o che trovasse un posticino a vostra moglie o cugina. Credevate
male. E tanti hanno fatto lo stesso discorso ed hanno eletto i rappresentanti
in base a un: "lo conosco" oppure a un: "parla bene". Trascurando il fatto
che, perché un deputato risolva i problemi, non é importante che parli bene,
ma che sia un professionista, di esperienza. Per decenni gli Italiani hanno
eletto il parlamento senza il criterio "professionalità,
esperienza". Risultato: nel parlamento si vedono tre tipi di politici:
a) quelli che sanno parlare (ma non fare); b) quelli che sono immersi nelle
lotte di potere, di cordata, di clan, di congrega, di ghenga; c) quelli che
sono incaricati di fare gli interessi di qualcuno (di un padrino, di una categoria).
Tutti guardinghi, furbastri, manovratori e negoziatori di ogni tipo, agitatori
di richieste o di ricatti. E poi, qualche eccezione. Ma son troppo poche.
Con tale tipo di gente, incapace di risolvere i problemi, per decenni, gli
unici contenitori esistenti nel parlamento, il cui contenuto aumenta e trabocca,
sono quelli delle "Decisioni non prese" e dei "provvedimenti che non risolvono".
- Sapete che in tanti Paesi U.E. i candidati politici sono scelti per capacità,
preparazione professionale, esperienze di lavoro. Mentre in Italia i loro
comportamenti si basano sull'equivoco: per fare i politici basta avere l'istinto
politico?
- Vi é sembrato che uno dei più grossi contributi alla diffusione della corruzione
in Italia (uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo) é quello di tanti politici
degli ultimi trenta anni? - E' chiaro agli Italiani di buon senso che l'economia
non può fiorire in una società che non funziona, che ha eliminato i Valori
(e in particolare non conosce l'organizzazione)? - Sapete che il Bel Paese
é forse l'unica nazione U.E. ove la costituzione e le leggi si applicano o
non si applicano, dipendentemente dalla fortuna (o dal referente) della persona
in questione? Che ci sono due categorie di cittadini: quelli che fanno i mazzi;
e quelli che si fanno mettere nel mazzo?
La conseguenza, nella vita sociale italiana: gli inghippi, le non risposte,
i problemi irrisolvibili, i contrasti, le lotte, le sopraffazioni, tendono
sempre ad aumentare.
In una società cosiffatta, cosa può succedere? - qualcuno, e sono sempre più,
é vittima di sopraffazioni - gli imprenditori si trovano di fronte ad aumenti
vertiginosi dei costi; di conseguenza la competitività tende a calare, gli
sprechi invece no, quelli aumentano.
Finché al parlamento siederanno tristi figuri simili
a quelli che abbiamo eletto, finché gli Italiani non saranno capaci di trovare
di meglio, non esiste nessuna speranza che la società italiana inizi
a funzionare. Almeno finché sono i partiti a scegliere i candidati.
E finché la società italiana continua a non funzionare nessuna speranza che
l'economia, di un Paese che pur fu competitivo, possa prendere lo
slancio che gli imprenditori (e chi cerca lavoro) vorrebbero.
Se l'Italia fosse una democrazia, e se gli Italiani fossero maturi e capaci
di attuarla, ci sarebbero anche evoluzioni richieste dal basso. Ma non ce
ne sono.
Come si può credere che l'Italia sia una democrazia? Queste valutazioni, che
certo voi conoscete, si vedono anche dall' Europa. Anzi vorrei dirvi che:
- se non ci europeizziamo, se non diveniamo capaci di gestire una società
efficiente (con tanti bastoni e tante carote), se non impariamo la buona gestione,
allora stiamo rassegnati, la povertà, quella del sottosviluppo, arriva da
sola, in punta di piedi - se invece vogliamo europeizzarci, ebbene, la volontà
non basta. Poiché ormai le capacità di gestione efficiente, corretta, sembrano
scomparse. Allora, bisogna reimparare molte cose, in ambito sociale. Impararle
in U.E. Per reimparare, il metodo sicuro, che mi sento di consigliare é di
parlare con emigrati qualificati. Quelli che vivono in Paesi normali, ove
la chiarezza, la coerenza, l'efficienza, l'onestà, la dirittura, la responsabilità,
il rigore, il realismo, il valore, il merito e l'impegno, sono aria che si
respira.
Molti saluti da Parigi.
Antonio Greco angrema ET wanadoo.fr disponibile ad
una presentazione delle cause del degrado. Visto che non é consigliabile dar
fiducia a tanti politici, sarebbe vostro interesse associarvi a un'associazione
per tirarvi fuori dai guai. Volete una presentazione, delle trenta cause del
sottosviluppo italiano? Che devono, assolutamente, essere svelate per poter
ambire ad un Paese normalizzato. Organizzatela in un contesto sociale, non
politico. Mi invitate, verrei apposta in Italia.
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Quel link che fa male
di Massimo Mantellini - Perchè molti siti legati ai giornali nazionali sono
allergici ai link esterni? Cosa spinge a linkare una home page anzichè direttamente
un articolo? Chi teme altre fonti e siti altrui? URL: http://punto-informatico.it/pi.asp?id=2043591
Roma - Marco Mazzei di Mondadori in un post sul suo blog su Panorama.it ha chiesto ai colleghi
delle redazioni web di alcuni grandi quotidiani di spiegare quali siano le
ragioni per cui i grandi siti web informativi italiani citino con tanta difficoltà
le fonti delle proprie notizie e manifestino una vera e propria allergia al
fornire link verso contenuti esterni al proprio sito. Non si tratta di una
obiezione nuova. L'allergia della grande stampa italiana a citare fonti concorrenti
(o peggio a dare notorietà a contenuti amatoriali trovati su Internet) è tanto
consolidata quanto antica e nessuno sembra farvi ormai più caso. Trovare un
link che conduca il lettore con un click fuori dal sito web di Repubblica
o del Corriere è stato per molti anni quasi impossibile: oggi accade con qualche
frequenza in più ma si tratta pur sempre di una eccezione alla regola di non
fornire al lettore facili vie di fuga dai propri contenuti.
Mazzei, nel caso specifico, se la prende (devo dire con molta misura ed eleganza)
perchè lo scoop di un blog di Panorama sulla iscrizione nel registro
degli indagati a Catanzaro del Presidente del Consiglio Romano Prodi, è stato
ripreso dalla stampa italiana sul web con grande evidenza ma con differenti
gradi di "non citazione" della fonte. C'è di tutto nella lista dei cattivi:
ci sono quelli che hanno citato una fonte sbagliata, quelli che hanno finto
che la notizia fosse propria, quelli che hanno citato il blog che l'ha diffusa
senza linkarlo.
Noi archiviamo questo come l'ultimo caso di una lunga serie ricordando con
commozione alcune citazioni di notizie tratte da Punto Informatico che comparivano
un tempo sui siti di giornali nazionali alla voce "come scrive un noto sito
tecnologico italiano" e proviamo a chiederci come mai tutto questo accade.
La prima domanda che mi viene in mente è: ma davvero crediamo che i lettori
siano così sensibili alla presenza di link esterni dentro un articolo in rete?
I lettori sul web della stampa mainstream si dividono in due grandi categorie:
quelli ai quali (la grande maggioranza) l'articolo che stanno leggendo basterà
e quelli che, link o non link, in pochi secondi troveranno ugualmente la fonte
citata nell'articolo. Fra i cattivi ideologi anti-link ci sono poi quelli
che, come è accaduto al New York Times qualche
settimana fa, decidono di riempire un articolo di collegamenti ipertestuali
inutili come quelli che rimandano a fonti ininfluenti dentro il medesimo sito
web o che linkano non il contenuto citato, ma il dominio generico nel quale
è contenuto (quelli che, per capirci, collegano un articolo preciso sul sito
di CNN a cnn.com).
Il link insomma come una sorta di prerogativa estetica, svuotata (verrebbe
da dire volutamente) di ogni significato informativo supplementare per il
lettore, nel consistente solito timore che il lettore decida di abbandonarci
per migrare altrove.
Questa attenzione maniacale verso i collegamenti ipertestuali, la pesatura
della loro eventuale presenza e delle possibili nefaste conseguenze, sono
oggi una cifra interpretativa mica male dell'isolamento ideologico della maggioranza
della stampa sul web. Il web non è una metafora dell'edicola nella quale ciascuno
di noi entra, sceglie un quotidiano ed esce per andarselo a leggere nella
quiete della propria casa: il web è, semmai, la metafora dell'edicolante che
una bella mattina decide di sfogliare, potendolo fare, tutti i giornali del
mondo.
Ora so bene che si tratta di un discorso semplice e lineare solo dal punto
di vista del lettore, oltretutto mille volte affrontato anche con i responsabili
dei maggiori siti web editoriali italiani, che dentro le redazioni esistono
miriadi di problemi complessi ed irrisolti, ma è comunque piuttosto evidente
che, una volta accantonata l'idea di offrire contenuti Premium a pagamento,
le ragioni per non produrre link esterni al proprio sito, siano faccenda di
bassa contabilità che i grandi editori potrebbero tranquillamente dimenticare.
Non foss'altro perchè si parla sempre di più di questa faccenda della centralità
del lettore (una specie di topos abbastanza curioso, visto che esiste una
distanza siderale fra le logiche editoriali e gli interessi effettivi del
lettore) ed il servizio offerto quando gli si indica una fonte interessante
per una notizia che sta leggendo è certamente una ottima ragione per convincere
il medesimo lettore domani a tornare sul nostro sito web. Gli unici apologeti
al contrario del link dovrebbero essere, seguendo questa logica, quanti sono
consci di offrire in rete contenuti di scarso valore (cosa che certamente
non riguarda i grandi siti web informativi italiani): fornendo link esterni
costoro non faranno altro che informare dell'esistenza di un mondo migliore
intorno.
Il link è la "coccola 2.0" del giornalista web verso i propri lettori. È un
piccolo-grande credito alla altrui intelligenza (e poco importa se la fonte
citata è uno sperduto sito web di un paese dalla lingua impossibile), è il
simbolo della attenzione verso il nuovo contesto editoriale nel quale ciascuno
può sempre più facilmente raggiungere direttamente le notizie che lo interessano.
È, infine, non tanto, come molti hanno sottolineato in questi giorni, un semplice
obbligo deontologico di una categoria professionale dotata di regole che fatica
a rispettare, ma una dichiarazione di sana umiltà nei confronti della notizia
stessa. Linkando fonti diverse da se stessi si informa il proprio lettore,
una volta di più, della propria non onnipotenza.
Fino ad oggi le risposte alle richieste di Marco Mazzei di conversazione sui
link in rete dentro i grandi siti web sono state cortesi ma davvero poco incisive.
Mi sarebbe piaciuto per esempio che Marco Pratellesi di Corriere.it e
Massimo Razzi di Repubblica.it avessero scritto senza giri di parole che da
domani i due più letti siti web italiani linkeranno con chiarezza qualsiasi
fonte sul web utile al lettore per farsi una idea più approfondita della notizia
che stanno leggendo, ma così non è stato. Io continuo a pensare che si tratti
di una faccenda discretamente irrilevante in termini concreti di traffico
ma assai significativa da un punto di vista dello scenario: che è quello di
una distanza che continua a dividere il giornalismo italiano dalla sua possibile,
nuova, meravigliosa ed avveniristica versione web.
Massimo Mantellini Manteblog Tutti
gli editoriali di M.M. sono disponibili a questo indirizzo