La
Rete del Grillo: Stop ai fondi europei all'Italia - 13 Novembre 2007
Clicca
il video
Questo pomeriggio ho partecipato a un incontro presso
l'Unione Europea a Strasburgo, su invito di Giulietto
Chiesa, insieme a Marco Travaglio e Luigi De Magistris.
In questo incontro si è discusso di fondi europei. Di seguito ne riporto
un riassunto. Nei prossimi giorni pubblicherò il mio video e quello di De
Magistris e Travaglio. "Sono venuto qui, fino a Strasburgo, per chiedervi
aiuto. Per supplicare la Comunità Europea di non erogare più finanziamenti
all'Italia. I soldi che arrivano dall'Europa aumentano la metastasi
che sta divorando il mio Paese.
Nel 2006 l'Italia ha ottenuto fondi illeciti dall'Unione
europea, l'ha quindi truffata, per 318 milioni e 104 mila euro con 1.221
casi denunciati. Ha migliorato in un solo anno
la sua performance di 90 milioni di euro. Siamo primi in Europa. Primi nel
calcio. Primi nelle frodi. L'Italia froda nei fondi agricoli.
Froda nei fondi strutturali per lo sviluppo delle aree più arretrate. E
mi sto riferendo unicamente alle frodi accertate.
Dalla Comunità Europea arrivano ogni anno in Italia miliardi di euro. Che
fine fanno? I cittadini italiani non lo sanno. Per avere informazioni possono
solo rivolgersi ai giudici. Ma i giudici, quando intervengono,
vengono sempre bloccati dal Governo, dai partiti. E allora
rimaniamo sempre all'oscuro di tutto.
I finanziamenti della Comunità Europea sono in fin dei conti soldi
nostri. L'Italia partecipa con gli altri Paesi a un fondo comune
che viene ridistribuito. Soldi che vanno e che tornano indietro. Un po'
come il riciclaggio senza controllo del denaro sporco.
Le nostre tasse finanziano i finanziamenti europei del cui utilizzo i cittadini
italiani non sanno mai nulla. Se servono, se non servono, che benefici portano,
quando si concludono. Il vice presidente della Comunità Frattini e il ministro
alle Politiche Comunitarie Bonino sono persone molto riservate. A Prodi
non hanno detto che Barroso aveva stanziato 275 milioni di euro per l'integrazione
della comunità Rom.
L'Italia
non ha chiesto nulla, la Spagna ha avuto 52 milioni e la Polonia 8,5 milioni.
La Polonia? I rom sono andati anche in Polonia? Pensavo
che fossero tutti in Italia. Per una volta che potevamo usare i fondi per
una buona ragione non li abbiamo chiesti. Ed è strano. Perchè a Bruxelles
perfino le nostre Regioni hanno aperto uffici comunitari faraonici, pagati
da noi, per accedere ai fondi. Hanno più impiegati di tutti gli altri Stati.
I miliardi di euro che entrano in Italia hanno portato a opere inutili,
viadotti, rotonde supermercati a tema come il tunnel della Tav in Val di
Susa e Mediapolis in Piemonte. Hanno finanziato progetti mai portati a termine,
depuratori, energia alternativa. Sono finiti in tasca a quella zona
grigia che collega i partiti alle imprese, ai gruppi criminali.
E' meglio che l'Italia non dia più contributi al fondo comune europeo e,
in cambio, non abbia nessun finanziamento. Questi soldi possono essere usati
dal nostro Governo in altri modi. Per ridurre il nostro debito pubblico,
il più grande di Europa, uno dei più imponenti del mondo. Un debito che
rischia di travolgerci. Possono essere usati per ridurre le tasse.
Per incentivare le imprese a investire in Italia invece di incoraggiare
le imprese italiane a trasferirsi all'estero. O anche per ridurre la povertà
che in Italia esiste o aumentare le pensioni da fame dei nostri anziani.
Il riciclaggio sporco dei nostri soldi attraverso Bruxelles non ci sta più
bene. Serve solo a ingrassare le mafie,
a far crescere la criminalità nel nostro Paese.
Qui con me è presente il giudice Luigi De Magistris. A De Magistris è stata
tolta senza alcuna ragione un'inchiesta che toccava i vertici della Regione
Calabria e del Governo italiano: Mastella, ministro della Giustizia, e Prodi,
presidente del Consiglio. L'inchiesta gli è stata avocata senza motivo.
I documenti dell'inchiesta sono stati prelevati dalla cassaforte della Procura
di Catanzaro senza avvertirlo e inviati a Roma. L'inchiesta si chiama Why
Not e riguarda anche l'utilizzo di fondi comunitari. In Calabria
sono attesi cinque miliardi di euro di finanziamenti europei,
che fine faranno?
La magistratura è stata fermata dalla politica. Una volta, nel 1992, con
Falcone e Borsellino si usava il tritolo. Oggi interviene direttamente il
ministro della Giustizia.
I fondi europei non servono all'Italia. Servono ai partiti e alla criminalità
organizzata. Non li vogliamo. Teneteveli, per favore. Fatelo per un'Italia
migliore".
----
((Blog
di Bepe Grillo Noam Chomsky al World Social Forum di Porto Alegre (Brasile))
Avram
Noam Chomsky (Philadelphia, 7 dicembre 1928) è uno
scienziato e
teorico della comunicazione statunitense.
Professore emerito di statunitense al
Massachusetts
Institute of Technology è riconosciuto come il
fondatore della grammatica generativo-trasformazionale,
spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica
del XX secolo. La teoria della grammatica
generativa, alcuni dei cui elementi essenziali sono già presenti nell'opera
Syntactic Structures del 1957, si caratterizza
per la ricerca delle strutture innate del linguaggio naturale, elemento
distintivo dell'uomo come specie animale, superando la concezione della
linguistica tradizionale incentrata sullo studio delle peculiarità dei linguaggi
parlati. L'influenza del pensiero di Chomsky va ben al di là della stessa
linguistica, fornendo interessanti e fecondi spunti di riflessione anche
nell'ambito della filosofia, della psicologia, delle teorie evoluzionistiche,
della neurologia e della scienza dell'informazione.
A
partire da una forte presa di posizione contro la
guerra del Vietnam a
metà degli anni sessanta, all'attività accademica Chomsky affianca un notevole
impegno politico e sociale. La costante e acuta critica nei confronti della
politica estera di diversi paesi e, in particolar modo, degli Stati Uniti,
così come l'analisi del ruolo dei mass media nelle democrazie occidentali,
lo hanno reso uno degli intellettuali più celebri e seguiti della
sinistra radicale americana
e mondiale.
15 Ottobre 2007 Chomsky e le macchine di produzione
di candidati
Noam Chomsky mi
ha rilasciato un'intervista sul V-day e sulle reazioni dei partiti e dei
media.
Chomsky dice: "L'attività politica dei partiti ora consiste nel produrre
candidati attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni
di potere economico che emarginano la popolazione". Sei solo un elettore
"che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà" come cantava Giorgio
Gaber. Chomsky esprime una forte preoccupazione per la
libertà di informazione e per il futuro di Internet.
Il prossimo V-day sarà sull'informazione. Nelle prossime settimane la data.
Stay tuned!
"V-Day. Parlamento Pulito. Nulla è stato detto [prima]
dalla stampa. E' davvero incredibile che sia stato possibile e ciò riflette
la chiara, se non travolgente, necessità della popolazione che chiede sia
fatto qualcosa di concreto per risolvere il persistente problema della politica
italiana.
Dimostra che [Grillo] ha toccato un nervo scoperto; la reazione riflette,
io penso, un senso di colpevolezza e paura. Quello che
stanno facendo è molto importante e, per il potere, preoccupante. Tralasciamo
l'accusa di terrorismo, che non ha senso. Ma l'accusa di populismo
è interessante.
Cos'è il populismo? Populismo significa appellarsi alla popolazione; è un'accusa
grave se viene da chi guida l'opinione pubblica. Pensano che la popolazione
debba essere tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici.
Pensano che la popolazione dovrebbe essere spettatrice e non partecipe.
Secondo questo punto di vista è sbagliato provare a coinvolgere la gente
nella gestione della cosa pubblica. Forse il più grande intellettuale USA
del XX secolo, Walter Lippman, pensava che la maggioranza
della popolazione fosse ignorante e inaffidabile; le persone responsabili
che dovrebbero guidare il Paese devono essere tenute al riparo dalle sue
iniziative, dalla sua rabbia. Non è una posizione inusuale; è comune tra
i liberal, gli intellettuali democratici e, da loro, si trasferisce alle
classi dirigenti... E' chiaro, quindi, perché le persone al potere non agiscono
secondo i desideri della popolazione; questo è l'opposto di una
democrazia funzionante. Penso che la vera democrazia sarebbe molto
più efficace senza quelli che chiamiamo partiti politici,
che funzionano solo come macchine per la produzione di candidati.
L'unica
forma di partecipazione è radunarsi ogni tanto e scegliere tra candidati
e programmi che vengono presentati loro. Le persone sono escluse
dalla formazione delle posizioni politiche dei candidati.
Alcune figure che sono in grado di raccogliere finanziamenti, il che vuol
dire che sono "create" dal mondo economico, arrivano nelle città e dicono
"Vota per me perché so io cosa fare" e la gente decide se votarli o meno.
Una società democratica dovrebbe funzionare diversamente. Cosa dovrebbe
accadere in una democrazia vera?
La
gente si radunerebbe pubblicamente e deciderebbe quale politica preferisce
e direbbe ai candidati: "Questa è la politica che desideriamo; se sei in
grado di portarla avanti bene, altrimenti vai a casa".
Questa sarebbe una democrazia effettiva, il che è molto lontano dalla situazione
attuale. L'attività politica dei partiti ora consiste nel produrre candidati
attraverso meccanismi che sono controllati da concentrazioni di potere economico
che emarginano la popolazione.
Un grande commentatore americano del XX secolo, John Dewey,
evidenziò correttamente come "la politica è l'ombra che il potere economico
ha posto sulla società". Sembra proprio così, e non è democrazia.
C'è una nuova battaglia da combattere: se Internet debba
rimanere libera e gratuita, come lo è se rimane in mani
pubbliche, o se debba essere controllata. Controllare Internet non è facile
ma ci sono i modi per farlo. Ci sono pochi sistemi per accedere alla Rete:
se venissero privatizzati li vorrebbero controllare. Questa è una
delle più grandi battaglie negli Stati Uniti, ora". Noam Chomsky.
-----
Così
la Casta spese i soldi del terremoto
di Marco Castelnuovo
- La Stampa 15 ottobre 2007
Che cosa c'entrano i 27 scolari di San Giuliano di Puglia morti il giorno
del terremoto, con le api di Trivento? E che relazione c'è fra gli edifici
rasi al suolo dalla scossa sismica di cinque anni fa, e la patata turchesca
di Pesche? Che cosa unisce il pianto di chi il 31 ottobre 2002 ha perso
un figlio o una casa, con lo svago che gli impianti di risalita di Capracotta
offrono agli sciatori?" Queste domande si trovano sul sito Primonumero.it.
Le risposte anche e sono molto inquietanti.
Ma partiamo dall'inizio, cioè da una triste mattina di cinque anni fa.
Terremoto a San Giuliano di Puglia, 31 ottobre 2002: trenta morti di cui
ventisette bambini sotto le macerie, circa 100 feriti e 2.925 sfollati
nella sola provincia di Campobasso. L'Italia sconvolta si mise in moto.
Fiumi di denaro vennero raccolti per aiutare "le popolazioni colpite".
Nel giro di una settimana la Soprintendenza dei beni culturali stilò una
lista dei Comuni che avevano riportato danni a abitazioni ed edifici storici:
32 nella sola provincia di Campobasso, 9 in quella di Foggia e uno in
quella di Isernia. A febbraio un'alluvione colpì, di nuovo, i territori
già devastati. A marzo 2003 l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi
con l'ordinanza n. 3268 conferì al Governatore molisano Michele Iorio
(Forza Italia) pieni poteri per gestire la ricostruzione.
È passato un lustro
e cosa si scopre? Che alcuni dei fondi (per un totale di 123 milioni di
euro) che servivano per ricostruire i centri colpiti sono andati a tutt'altro.
O meglio: negli
oltre 500 decreti di finanziamento firmati dal Commissario-Governatore
ci sono denari per 136 Comuni del Molise. E quanti sono i Comuni della
regione? 136, ovviamente.
Una serie di contributi a pioggia, anche ai Comuni che non hanno subito
un solo graffio o una sola crepa dal terremoto. Un esempio? Il Comune
di Campochiaro, 80 chilometri da San Giuliano, che i periti avevano dichiarato
indenne subito dopo il sisma. Tanto che anche Iorio, quando nella primavera
del 2003 stilò l'elenco delle zone terremotate non lo inserì. Ma visto
che numerosi centri anche più lontani dall'epicentro avevano fatto richiesta
di finanziamenti, ecco il dietrofront. Da alcune perizie successive risultò
che il campanile era leggermente lesionato per cui venne aggiunto alla
lista per una richiesta di 11.115.030,03 euro. in lettere, undici milioni
di euro per un campanile leggermente lesionato.
Il commissario ha potuto concedere questi finanziamenti in base all'articolo
15 dell'ordinanza del 2003: "La regione (...) predispone un programma
pluriennale di interventi diretti a favorire la ripresa produttiva nel
territorio della regione Molise colpito dagli eccezionali eventi sismici
del 31 ottobre 2002 (...) anche con il concorso delle risorse nazionali
e comunitarie destinate allo sviluppo delle aree sottoutilizzate". Ecco
qua. Un fondo unico per ricostruzione post-terremoto e programma pluriennale
per la ripresa produttiva che riguarda l'intera regione e non solo le
zone terremotate, nella quale confluiscono anche i fondi stanziati dal
Governo e dall'Europa per le cosiddette aree sottoutilizzate, e soprattutto
gestito da un unica persona. Iorio, in qualità di "Commissario Delegato
emergenza sisma e alluvione" è l'intestatario del conto numero 3098 della
contabilità speciale presso la Tesoreria provinciale di Campobasso della
Banca d'Italia a cui solo lui ha accesso.
Dall'inizio del 2006 al settembre del 2007 per più di 200 volte ha attinto
a quel fondo prima di firmare altrettanti decreti a favore dei Comuni
molisani distribuendo oltre 123 milioni e 200 mila euro. Per finanziare
cosa? Basta spulciare i decreti che si trovano sul sito della Regione.
Per esempio il museo del profumo di Sant'Elena Sannita (200 mila euro,
decreto n. 203 del 16 ottobre 2006), o per valorizzare la rete sentieristica
del bosco Cerreto di Monacilioni (250 mila euro, decreto n. 52 del 23
febbraio 2007), o per ripristinare il sito archeologico "de jumento albo"
di Civitanova del Sannio (275 mila euro, decreto n. 60 del 2 marzo 2007),
o per sperimentare il ripopolamento della seppia nelle acque del mare
molisano (250 mila euro, decreto n. 169 del 24 agosto 2006), o per incentivare
la "vocazione produttiva della patata turchesca di Pesche" (100 mila euro,
decreto n. 171 del 24 agosto 2006), o il "piano di monitoraggio dell'apis
mellifera ligustica", cioè lo spostamento delle api della zona di Trivento
(90 mila euro, decreto del 27 aprile 2007), o per finanziare uno studio
(765 mila euro, decreto n. 55 del 31 marzo 2006) per la progettazione
della metropolitana leggera che dovrebbe unire Matrice, Campobasso e Bojano.
San Giuliano è ben lungi dall'essere completamente ricostruita, eppure
il Commissario ha stanziato fondi per il museo della Zampogna di Scapoli
(300 mila euro), o per la riqualificazione del canneto di Roccavivara
(300 mila euro), o per l'officina del gusto di Pizzone (330 mila euro),
o per "l'itinerario sentimentale Morunni" di Ururi (750 mila euro). Rispondendo
ad una interrogazione regionale dello scorso aprile, Il presidente Iorio
disse che i soldi per la ricostruzione ammontavano a 551 milioni e 72
mila euro, compresi gli 86 milioni di euro stanziati dal governo per il
2007. Di questi 551 milioni ne sono stati spesi 380 milioni 531 mila,
mentre gli altri 170 milioni e 547 mila restano in attesa di essere investiti.
Se si sommano tutti i finanziamenti reperiti nei 508 decreti a firma del
Commissario, destinati esclusivamente alla ricostruzione dei Comuni terremotati,
la cifra ammonta a 176 milioni 143 mila 677 euro, compresi i due milioni
per i tecnici che hanno eseguito le perizie, i 320 mila euro andati a
una ditta di Campobasso per la cartografia dell'area sismica, e i 14 milioni
e 579 mila euro devoluti a chiese e istituti di culto o religiosi. Una
cinquantina di milioni in più quindi rispetto a quanti il Commissario
ne ha spesi per il "programma di ripresa produttiva" destinata a tutti
i Comuni molisani. Soprattutto quelli della provincia di Isernia. Nonostante
per la Soprintendenza solo un Comune della provincia di Isernia fosse
da considerare "colpito" infatti,i residenti della stessa hanno ricevuto,
pro capite, 445 euro, più dei residenti della provincia di Campobasso
- San Giuliano compresa - considerata, in toto, "territorio danneggiato"
(330 euro). Sarà un caso, ma va ricordato che Iorio è stato Assessore
ai lavori pubblici della provincia, nonché sindaco del capoluogo.
-----
Grillo
stabilisce le regole. Quel che manca è la politica
Il Riformista 11 ottobre 2007
È soltanto un inizio, presto arriveranno altre informazioni. Però come inizio
è curioso. Parliamo della iniziativa di Beppe Grillo di favorire la nascita
di liste civiche da presentare alle elezioni amministrative dopo che una
apposita certificazione ne attesti la corrispondenza a una serie di requisiti.
Il punto è proprio questo: i requisiti.
Il comico genovese ha pubblicato ieri l'elenco di quelli necessari per ottenere
la certificazione oltre alla lista degli impegni che i candidati dovranno
assumere.
Senza entrare nel merito di ciascuno dei punti, ciò che colpisce è la mancanza
di indicazioni sul programma che tali liste civiche dovranno proporre. Grillo,
insomma, definisce una cornice, mette paletti, fa l'elenco delle caratteristiche
che liste e candidati dovranno avere per potersi schierare ai nastri di
partenza. Però ancora non si capisce di quale gara si tratti.
La politica non è fatta soltanto di regole ma anche di contenuti. E, come
c'è assoluto bisogno delle prime, c'è altrettanto bisogno di contenuti.
Anzi, la crisi di credibilità della politica nasce anche dalla mancanza
di nuove idee dopo che, a cavallo degli anni '80 e '90, quelle "vecchie"
sono state spazzate via. Per questa prima puntata, però, Grillo parla d'altro,
parla soltanto delle regole e degli impegni. Ad esempio, "all'atto della
propria candidatura, la lista provvederà a pubblicare in Rete, in un apposito
e adeguato spazio web, l'elenco dei componenti e il loro curriculum vitae
secondo uno standard che andremo a definire, con il proprio programma di
governo e istituirà contemporaneamente un blog aperto a tutti i cittadini
che consenta il libero scambio di opinioni e critiche con i componenti della
lista civica".
Ora, di certo quella resa nota ieri è semplicemente una prima puntata alla
quale seguirà il resto. Eppure, appare significativo che all'esordio si
punti tutto su un solo aspetto, quello delle regole, senza dare anche qualche
idea anche di ciò che si intende fare nel caso si ottenesse qualche seggio
nei comuni, nelle regioni o, in futuro, chissà, anche in Parlamento. Insomma:
ottenuta la certificazione "morale", e una volta eletto, come si comporterà
il candidato vidimato da Grillo?
Si batterà in nome di Beppe per cacciare i rom dall'Italia? O per la pena
di morte agli ubriachi al volante? Ecco, ci saremmo aspettati indicazioni
simili, piuttosto che informazioni del tipo: "ogni candidato dovrà risiedere
nella circoscrizione del Comune o della Regione (a seconda che si tratti
di elezioni comunali o regionali) per il quale intende avanzare la propria
candidatura".
----
La terra trema sotto la casta
di Giovanni Sartori - Corriere della Sera 19 settembre 2007
La terra trema ormai sotto i piedi della Casta. Per la prima volta il popolo
bue la minaccia davvero. Finora i signori del potere se ne sono infischiati
della rabbia crescente di un elettorato che si sente irretito nell'impotenza
(a dispetto dei rombanti discorsi che lo proclamano, poverello, sempre più
sovrano). Ma ecco che, inaspettatamente, Beppe Grillo entra nella tana del
nemico e, alla festa dell'Unità di Milano, spara a mitraglia contro gli
ottimati Ds. Fino a meno di un anno fa Grillo sarebbe stato subissato dai
fischi; invece, è stato subissato da applausi. Un episodio che richiama
alla mente la caduta della Bastiglia. Di per sé quell'evento della rivoluzione
francese fu un nonnulla; ma ne divenne il simbolo. Forse sto forzando troppo
i fatti. Forse. Vediamo perché. Intanto, e in premessa, cosa si deve intendere
per "antipolitica"?
La dizione è ambigua: sta per "uscire" dalla politica, estraniarsi; oppure
per "entrare" a tutta forza nella politica per azzerarla (il caso di Grillo).
Ciò premesso, le novità sono due. Primo, Grillo entra in politica avendo
prima creato una infrastruttura tecnologica di supporto e di rilancio: Internet,
blog, e un radicamento territoriale assicurato, ad oggi, dai 224 meet up
(gruppi di incontro) che in un giorno raccolsero 300 mila sottoscrittori
per una legge di iniziativa popolare. Ora, né la satira politica di altri
bravissimi comici (Luttazzi, per esempio), né i girotondini hanno mai dispiegato
un armamentario del genere.
Dal che ricavo che misurare la forza di Grillo con riferimento ai suoi predecessori
sarebbe una grave sottovalutazione. Secondo. Grillo ci sa fare. Non propone
un nuovo partito (il 32°, come ironizzano a torto gli altri 31), ma un movimento
spontaneo che li spazzi tutti via. Inoltre ha messo subito il dito sul ventre
sensibile della Casta: il controllo dei voti. Se vogliamo davvero sapere
quale sia lo stato di putrefazione del Paese, la fonte non è Grillo ma il
libro La Casta di Stella e Rizzo.
Quel libro ha venduto un milione di copie-un record di successo mai visto
- eppure non ha smosso nulla. Gli italiani dovrebbero esprimere la loro
protesta "razionale" continuando a comprarlo. Ma anche così dubito che la
Casta ascolterebbe. Perché Stella e Rizzo non controllano voti. Invece Grillo
sì. Lo ha già dimostrato e si propone di rincarare la dose al più presto.
Per le prossime elezioni amministrative Grillo sosterrà liste civiche spontanee
"certificate " (da lui) che escludano iscritti ai partiti e personaggi penalmente
sporchi. Ne potrebbe risultare uno tsunami. Anche perché il grillismo capitalizza,
oggi, sulla retorica (ipocrita) di esaltazione dello "spontaneismo" dispensata
da anni sia da Prodi come da Berlusconi. Hegel elogiava la guerra come un
colpo di vento che spazza via i miasmi dalle paludi. Io non elogio la guerra,
e nemmeno approvo le ricette politiche "al positivo" del grillismo (a cominciare
dalla stupidata della ineleggibilità di tutti dopo due legislature; stupidata
che l'oramai infallibile incompetenza del nostro presidente del Consiglio
ha già approvato). Ciò fermamente fermato, confesso che una ventata - solo
una ventata - che spazzi via i miasmi di questa imputridita palude che è
ormai la Seconda Repubblica, darebbe sollievo anche a me. E certo questa
ventata non verrà fermata dalla ormai logora retorica del gridare al qualunquismo,
al fascismo, e simili.
*****
L'Italia dei trasformisti.
In anteprima il film di Roberto Faenza tratto dal romanzo di Federico De
Roberto: un affresco storico su potere, Stato e Chiesa. Sembra di oggi l'atto
d'accusa ai politici: "I Viceré" divide ancora prima del debutto.
di Gian Antonio Stella - Corriere della Sera 10 ottobre, 2007
"Io auguro la formazione di un partito capace di darci l'ordine all'interno
e la pace con l'estero. Che protegga i laici ma anche la Chiesa. Che realizzi
riforme ma conservi anche le tradizioni. Il passato e l'avvenire. Machiavelli
ma anche Bacone. E dopo aver studiato Proudhon sono convinto che la proprietà
è un furto.
Ci sono tuttavia delle proprietà che dobbiamo riconoscere legittime. Viva
il Re! Viva la Rivoluzione! Viva Sua Santità!". Vaglielo a spiegare, a certi
permalosi professionisti della politica di oggi, che lo strepitoso comizio
elettorale di Consalvo Uzeda di Francalanza, l'ultimo discendente degli
antichi viceré spagnoli della Sicilia ai tempi di Carlo V, comizio che tiene
insieme tutto e il contrario di tutto e chiude il nuovo film di Roberto
Faenza, non è un attacco alla democrazia, nella quale presuntuosamente si
identificano.
Vaglielo a spiegare che non è una puntata dell'immaginario "complotto" ordito
da misteriose forze contro la casta cui appartengono. Vaglielo a spiegare
che Federico De Roberto scrisse "I Viceré", dal quale è tratta la pellicola
proiettata nelle sale italiane dal 9 novembre, un secolo abbondante prima
che Beppe Grillo lanciasse il "Vaffa-day". Macché. Come minimo, inarcando
sospettosi il sopracciglio, sibileranno: e proprio adesso doveva uscire?
Difficile negarlo: il Fato ci ha messo lo zampino. L'idea di portare sugli
schermi il capolavoro dello scrittore catanese che come forse nessun altro
disegna con ironia laica e feroce la storia di una grande famiglia di potere,
era già stata accarezzata infatti da molti registi. Prima Luchino Visconti,
che si sarebbe in seguito dedicato al meno ustionante "Gattopardo" di Giuseppe
Tomasi de Lampedusa. Poi Roberto Rossellini, che stese anche un abbozzo
di sceneggiatura. Poi Sandro Bolchi, che si fece aiutare da Gesualdo Bufalino
per tessere la trama d'uno sceneggiato ("racconterò questa Dynasty di nobili
come mi consigliarono Sciascia e Visconti") per il quale aveva già scelto
ogni dettaglio.
Tutti progetti evaporati nel nulla. E sul più bello, nel divampare delle
polemiche sull'uso cinico della politica, il film di Faenza arriva come
fosse stato fatto apposta: eccoli qua, per dirla con una definizione cara
a Luigi Einaudi, gli antenati dei "padreterni" di oggi. Va da sé che, nella
scia della tradizione secolare, l'opera è stata accolta da un impasto di
diffidenza e ostilità. Prima ancora di vederlo. Prima di scoprire quanto
sia stata sobria, felice e rispettosa la mano del regista torinese.
Quanto Lando Buzzanca sia mostruosamente bravo nella parte del principe
Giacomo. Quanto sia straordinaria Lucia Bosè nelle vesti austere e insieme
eccentriche di Donna Ferdinanda e quanto siano credibili Alessandro Preziosi
e Cristiana Capotondi, Guido Caprino e Giselda Volodi e gli altri ancora.
Tutto secondario. Tutto accantonato davanti al tema: può dare fastidio,
oggi? A chi può giovare? Chi può danneggiare?
Ed ecco che la commissione censura (in un'Italia in cui la televisione è
arrivata a trasmettere in prima serata programmi volgarissimi come "Distraction"
dove i concorrenti orbati da lenti spessissime palpeggiano poppe e natiche
di sventurati disposti a smutandarsi per andare in onda) si interroga pensosa:
non sarà blasfema la definizione "porci di Cristo" che De Roberto attribuiva
a un gruppo di monaci del convento dove lui stesso aveva fatto il bibliotecario?
Non sarà offensiva la scena coi frati benedettini, ricchi, che "subappaltano"
ai cappuccini, poveri, la preghiera notturna così da non doversi svegliare?
Non saranno sconci quei piedi intrecciati (i piedi: si vedono solo i piedi!)
nella prima notte di nozze tra il bamboccione peloso Michele Radalì e la
fragile Teresa che ha dovuto cedere al matrimonio combinato? Ed ecco che
la Festa internazionale del cinema di Roma, che pure dovrebbe essere incuriosita
dall' uscita di un film destinato a dividere e a sollevare polemiche, sta
alla larga dal mettere I Viceré in cartellone. Ecco che alla "prima" mondiale
al Parlamento europeo, a Bruxelles, i deputati degli altri Paesi sono un
bel po' e quelli italiani tre: Vittorio Prodi, Giulietto Chiesa e Nicola
Zingaretti. Fine.
Ecco l'Ansa attaccare il servizio così: "È il film che i politici non vorranno
vedere, che la Chiesa attaccherà e che farà storcere il naso anche alle
associazioni delle famiglie". Come se il duca Gaspare, canzonando il perplesso
Consalvo stupefatto dalla sua scelta di buttarsi a sinistra, parlasse di
oggi, tra Mastella e Dini, Di Gregorio e Pallaro, in questo autunno del
2007: "Ma non t'hanno insegnato proprio niente a tia. Destra Sinistra, oggi
non significano più niente! Di questi tempi tutto cangia talmente velocemente
che non possiamo più stare appresso alle etichette...".
Eppure, è tutta farina di Federico De Roberto. Scritta oltre un secolo fa.
È da allora, dai tempi in cui, come scrisse Vitaliano Brancati, "le carrozze
si arrampicavano sulle strade portando lentissimamente in alto le famiglie
sepolte dentro le proprie vesti di seta", che "I Viceré" si tirano addosso
le stesse diffidenze, le stesse ostilità.
Da parte della Chiesa, che si sentì trattata con poco rispetto. Della scuola,
che non ha mai indicato lo scrittore catanese tra i grandi da studiare.
Dei critici, plasmati (con poche eccezioni tra cui Carlo Bo e lo stesso
Brancati, che su De Roberto si laureò) dalla stroncatura di Benedetto Croce,
secondo il quale si trattava di "un'opera pesante, che non illumina l'intelletto
come non fa mai battere il cuore". Un giudizio che Leonardo Sciascia, pur
ammettendo che "era difficile, nella scuola di allora, mandare al diavolo
Croce e i crociati", non condivideva affatto. Al punto di sostenere che
"I Viceré" sono, "dopo i Promessi sposi, il più grande romanzo che conti
la letteratura italiana".
******
I falsi allarmi
di Giuseppe D'Avanzo - La Repubblica 8 ottobre 2007
Clemente Mastella sbanda, straparla. Quasi posseduto da una "follia" narcisistica
che non gli permette di vedere al di là del suo naso e del suo destino politico,
della sua famiglia, della sua Ceppaloni, del suo piccolo partito, sovrappone
errore a errore, cantonata a strafalcione incurante degli esiti che possono
danneggiare il governo e la maggioranza di cui fa parte. Questo fino a ieri.
Ieri è andato oltre da New York, dove era per festeggiare il Columbus Day
(ma era proprio necessario mettere in mostra altri viaggi, altre spese pubbliche,
altre presenze familiari come se un ministro di Giustizia, con i tempi che
corrono dalle nostre parti, non avesse altro da fare che passeggiare nei
dintorni di Central Park). Mastella ha voluto dare così un altro giro di
vite al cupio dissolvi che si è impadronito di lui combinando un altro pasticcio,
molto più grave di un gravissimo abbaglio.
Quel che il ministro ha deciso di muovere è un giudizio politico di dubbia
responsabilità. Ha ipotizzato che in Italia si annuncia addirittura una
nuova stagione di terrorismo. Lo aveva già bofonchiato, in verità nel disinteresse
generale, qualche giorno dopo essere stato colpito sotto la cintura negli
studi di Ballarò.
"Chiederò al ministro di avere una tutela, cioè una scorta, più adatta a
me", aveva detto e non si era capito che cosa chiedesse al Viminale perché
la sua scorta è già più che robusta. I suoi dell'Udeur avevano spiegato
che "dopo l'allarme lanciato dall'ex ministro Pisanu sulla potenziale recrudescenza
del pericolo terrorista e i rigurgiti Br delle ultime settimane, chiediamo
ufficialmente al ministro dell'Interno Amato di garantire la massima sicurezza
al ministro Mastella e alla sua famiglia, vittime di questa infame aggressione".
Suoni sconnessi che erano caduti nel nulla. Rigurgiti delle Br? Quando,
dove? Come ministro avrebbe dovuto sapere che Cristoforo Piancone era soltanto
un rapinatore e non un brigatista in cerca di finanziamenti. E poi perché
evocare gli allarmi di Pisanu e non le più serene analisi del ministro in
carica, Giuliano Amato.
Insomma, una sortita alquanto penosa che nessuno ha preso molto sul serio,
nemmeno nel suo governo. Ma evidentemente Mastella non si è perso d'animo
e ieri ha denunciato che in Italia c'è clima politico che "rischia di essere
un terreno di coltura di un neo-terrorismo che da noi non è mai stato eliminato
completamente", neppure dopo l'attentato a Marco Biagi. "Questo clima rischia
di essere uguale a quello della prima volta in cui venne messa in discussione
la legittimità di un governo della Dc".
E con tutta evidenza il ministro pensava al 1978, all'anno in cui le Brigate
rosse rapirono Aldo Moro.
Si potrebbe liquidare il tutto come un'ennesima sciocchezza di uomo, forse
scoraggiato da linciaggio mediatico che ha dovuto subire nelle ultime settimane.
Ma sarebbe un errore. Le parole di Mastella sono gravissime. Dove sono le
tracce, anche nascoste, di questo terrorismo che incombe? Quali sono gli
indizi, gli annunci? Ne sa qualcosa il ministro dell'Interno? La verità
è che non c'è alcuna traccia di una nuova stagione di terrorismo, ma soltanto
un diffuso malessere che attraversa il Paese, un'insoddisfazione radicale
che separa larghi strati della società dalla politica, dai politici, dal
governo.
Questa irritazione si è concentrata su Mastella per la sua esibita spensieratezza
nell'uso privato di risorse pubbliche. È diventata rabbia per le mosse improprie
decise dal ministro contro un pubblico ministero che indaga anche sul conto
del capo del governo. Ora reagire a queste legittime proteste criminalizzandole,
dicendole eversive, dipingendole - per di più dall'estero - come potenzialmente
assassine è un atto irresponsabile che Prodi e, per quel che gli compete
Amato, farebbero bene a smentire già nelle prossime ore.
*****
Grillini, brambillini e pardini
di Luca Ricolfi - La Stampa 8 ottobre 2007
Nascono come funghi. Sarà perché è autunno, sarà perché a Roma è piovuto,
ma nell'ultimo fine settimana il ritmo è diventato davvero impressionante.
Anziché diminuire di numero, i partiti italiani aumentano di mese in mese,
di settimana in settimana, e ora di giorno in giorno. Quest'estate abbiamo
sentito parlare soprattutto di liste Grillo (quelle con il bollino di garanzia
del comico), di Partito della libertà (i circoli di Michela Vittoria Brambilla),
e della "lista civica nazionale" dei girotondini. Poi è toccato all'ex presidente
del Consiglio Lamberto Dini annunciare la (ri)nascita di una sua lista,
a suo tempo denominata Rinnovamento italiano, oggi ribattezzata Liberaldemocratici.
Nell'ultimo weekend, infine, le cronache hanno registrato tre eventi: il
primo incontro nazionale dei Circoli della Libertà, il ritorno in piazza
dei Girotondi sotto la guida di Pancho Pardi, l'ennesimo tentativo di far
rinascere un partito socialista "con tutti quanti dentro": i detentori di
varie sigle socialiste più alcuni diessini cui sta stretto il nascente Partito
democratico.
Perché tanto attivismo?
Ognuno dei protagonisti, naturalmente, ha i suoi buoni motivi.
Ci sono gli indignati "da sinistra" per i comportamenti del ceto politico
(pardini).
Ci sono i nemici giurati di tutti i partiti (grillini). Ci sono gli aspiranti
rinnovatori del centro-destra (brambillini). Ci sono i nostalgici del socialismo,
che ne temono la scomparsa nel grande calderone del nascente Partito democratico
(neosocialisti). Ci sono i "veri liberali" preoccupati della sudditanza
di Prodi a Rifondazione (neodiniani). I nobili motivi di tutti si mescolano,
come è ovvio, a motivi contingenti (odore di elezioni a primavera) e a motivi
meno nobili, come il desiderio di visibilità di vari leader e il disperato
bisogno di sopravvivenza di tanti individui che, letteralmente, vivono di
politica e solo di politica.
Ma proviamo a guardare il quadro un po' più da lontano. Alla base di questo
proliferare di funghi ci sono cause note, come l'esasperato individualismo
degli italiani, o le norme che stimolano la nascita di partiti personali
(basse soglie elettorali di sbarramento, regolamenti parlamentari, rimborsi
generosi a partiti e giornali di partito).
Oltre a queste cause, tuttavia, ve n'è forse un'altra che a quanto pare
non attira l'attenzione di nessuno: in Italia sono gli elettori stessi,
i media, gli studiosi che appaiono assuefatti a un'idea di partito che legittima
la proliferazione dei partiti stessi. Quest'idea di partito pare basarsi
su tre assunti, o meglio su tre presupposti mai messi veramente in discussione.
Il primo presupposto è che per fondare un partito basti una singola ossessione.
L'Italia è il regno dei partiti monotematici, o single-issue, come li chiamano
gli specialisti: c'è il partito dell'ambiente, il partito della giustizia,
il partito della laicità, il partito dei pensionati, il partito delle casalinghe,
il partito dei consumatori, il partito del Nord, per non parlare delle innumerevoli
"leghe di fatto" regionali (in Valle d'Aosta, in Trentino Alto Adige, in
Veneto, in Sardegna, in Sicilia, per citare solo le più note). Naturalmente
anche in altri paesi moderni esistono partiti monotematici, ma solo in Italia
il loro numero è così elevato e sono così tanti i partiti artificiali, nati
nei laboratori di ristrette élite politiche, economiche o intellettuali.
Il secondo presupposto è che, quando si è in minoranza in un partito, la
via maestra per far valere le proprie opinioni sia fondare un nuovo partito
(anziché costituire una corrente, o combattere una battaglia politico-culturale).
È questo il meccanismo che fa naufragare tutte le fusioni fra partiti: se
il partito A e il partito B decidono di unirsi, le loro minoranze estreme
- ossia le correnti che per opposti motivi non gradiscono la fusione - rinunciano
a combattere la loro battaglia all'interno del nuovo partito (AB) e trovano
naturale "dar vita" a due nuove formazioni politiche, la prima (a) che presume
di conservare incontaminata l'eredità di A, la seconda (b) che presume la
stessa cosa per l'eredità di B. Di qui la ferrea legge empirica: A + B =
AB + a + b. Ovvero: ogni tentativo di fondere 2 partiti tende a farne nascere
altri 2, così anziché passare da 2 a 1 si rischia di passare da 2 a 3.
È esattamente quello che sta succedendo in questi giorni con la nascita
del Partito democratico: mentre Fassino e Rutelli "danno morte" ai rispettivi
partiti (Margherita e Ds) per fonderli in un unico partito, gli scontenti
di Margherita e Ds "danno vita", rispettivamente, al Partito liberaldemocratico
(a) e al Partito socialista (b), ossia a due formazioni politiche la cui
missione è resuscitare lo spirito più autentico dei due partiti originari,
colpevolmente uccisi dai loro leader.
Ma non basta, perché c'è anche un terzo presupposto mentale che favorisce
la proliferazione di partiti e movimenti: la credenza che qualsiasi idea
politica abbia esistenza in almeno due varianti incompatibili, una di destra
e una di sinistra. Supponete che a qualcuno venga un'idea di senso comune,
ad esempio che dobbiamo preservare l'ambiente, o sostenere i valori della
famiglia, o difendere i consumatori, o favorire lo spirito civico e la partecipazione
politica. In Italia non solo scatta il riflesso condizionato di fare subito
un partito o una lista che reclama i nostri voti in nome di quella più o
meno brillante idea, ma l'idea stessa tende a replicarsi in due o tre varianti,
una di sinistra, una di destra, e talora persino una terza, né di destra
né di sinistra. Avremo così due o più liste verdi, due o più liste cattoliche,
due o più liste dei consumatori, due o più liste civiche. Anche qui, è esattamente
quel che si sta ripetendo sotto i nostri occhi proprio ora. In molti si
sono accorti del distacco fra i cittadini e "la casta", ma da questa consapevolezza
rischiano di scaturire ben tre liste elettorali distinte: a sinistra i pardini,
a destra i brambillini, in mezzo i grillini.
Richiamando l'attenzione su questi meccanismi, non voglio in nessun modo
addossare ogni colpa ai "creativi" che inventano un partito al giorno.
Se i nuovi soggetti politici proliferano come funghi d'autunno, è anche
perché nei partiti maggiori la partecipazione è soffocata, i burocrati imperano,
il dibattito è astratto e poca, pochissima, è la voglia di capire, di ascoltare,
di misurarsi davvero con i problemi dell'Italia. Forse, la verità è che
burocrati e creativi sono solo due facce della stessa medaglia, la triste
medaglia della democrazia italiana.
******
Sabina Guzzanti 7 Ottobre 2007
"Blog di Beppe Grillo". Il
blog ha intervistato Sabina Guzzanti, anche lei presente sul palco di Bologna,
che ha dato il suo parere sul TG1 di Riotta.
"Uso questo spazio per avere la possibilità di replicare
agli attacchi e insulti ricevuti dopo il V-Day e dopo il mio intervento
ad Annozero sulla questione del TG1, in particolare, e la polemica con Riotta
nata da una battuta nel mio film in cui facevo dell'ironia sul fatto che
Riotta, prima di diventare direttore del TG1, ha scritto sul Corriere una
serie di articoli sempre più di destra per dimostrare di essere affidabile
e di poter fare il direttore del TG1. Riotta si è arrabbiato per questa
battuta e ha replicato con un articolo su L'Espresso in cui ha fatto una
disquisizione su cosa sia il vero giornalismo, elencando tutti i professori
che ha avuto all'università in America, tra cui il povero Sartori che non
so quanto sia contento del suo allievo, l'importanza dei fatti e dell'obiettività.
Da Santoro, allora, ho di nuovo replicato dicendo che una persona che dirige
il TG1 che vediamo tutte le sere non si può permettere
di dare lezioni di giornalismo a nessuno perché quello non è giornalismo.
Il TG1 non è al servizio dei cittadini ma dei politici che hanno scelto
lui e i giornalisti che parlano. Portando degli argomenti ho detto che,
ad esempio, il giorno del V-Day ha dato alla notizia uno spazio ridicolo,
29 secondi. "Ieri sera manifestazione organizzata da Beppe
Grillo, il cosiddetto V-Day, a sostegno della legg