Welfare. Marco Biagi, l'anima del Comitato e della Tavola rotonda
di Giuliano
Cazzola
Intervista a
Giuliano Cazzola di Giuliana D'Olcese per
LiberoReporter
e da Il Sole 24
Ore due note di Stefano Folli e di Elsa
Fornero
Novembre
2007.
LiberoReporter chiede a Giuliano
Cazzola, il maggior esperto italiano di sistemi contributivi e pensionistici,
ascoltato consulente del lavoro e opinionista economico delle maggiori
testate giornalistiche italiane, le ragioni che lo hanno animato nel fondare il
«Comitato per l'attuazione della legge Biagi» di cui è Presidente ed a cui hanno
aderito noti economisti, come il giusvalorista Pietro Ichino, l'ex
Senatore della Quercia Franco Debenedetti, ex ministri e sottosegretari del
Lavoro e dell'Economia come Maurizio Sacconi di AN e Renato Brunetta di FI,
parlamentari come Nicola Rossi dei DS, Antonio Polito della Margherita, il
diniano Natale D'amico, Pierferdinando Casini dell'Udc, Lanfranco Turci già
Presidente delle Coop e il Radicale Daniele Capezzone della Rosa nel pugno,
Roberto Maroni della Lega Nord, Fabrizio Cicchitto coordinatore di FI, Marco
Pannella dei Radicali e Maurizio Gasparri già ministro delle Comunicazioni
tutti promotori della manifestazione tenutasi a Roma al Cinema Capranica il
20 ottobre in concomitanza con la manifestazione
della Sinistra estrema contro la legge Biagi ed il Welfare varato
dal Governo Prodi.
Al Comitato ed alla tavola rotonda hanno
aderito i segretari di Cisl e Uil, esponenti della Confindustria, una
nutrita schiera di Associazioni, Movimenti e cittadini di centrodestra e
centrosinistra.
Professor Cazzola,
nel promuovere la manifestazione sul lavoro e sul welfare quanto avete
tenuto conto dei problemi dei giovani?
E quanto agli studi, agli
scambi comuni ed alla grande amicizia che la legava al giusvalorista
Marco Biagi è dovuta la riuscitissima manifestazione svoltasi al
teatro Capranica di Roma e promossa dal Comitato da lei
fondato di cui è Presidente?
Un comitato davvero eccezionale.
Più trasversale di cosi...
I giovani e il protocollo? Ma non
prendiamoci in giro…
Di sicuro c’è solo che saranno i giovani
precari a finanziare una controriforma delle pensioni tutta a favore degli
anziani. Basta fare i conti. La revisione del c.d. scalone e la normativa
a favore dei lavoratori esposti a mansioni usuranti costerà 10 miliardi in un
decennio (rispettivamente 7,48 miliardi e 2,52 miliardi). Di questi 3,6 miliardi
usciranno dalle tasche dei precari la cui aliquota pensionistica salirà di tre
punti in tre anni.
Tre punti che si aggiungono ai sei (ha capito bene?
Ho detto sei e tutti in una volta, introdotti con la finanziaria del 2007.
In sostanza dal 2007 al 2010 l’aliquota contributiva dei parasubordinati salirà
di ben 9 punti per un ammontare complessivo di 4,8 miliardi di euro. Alla
faccia di chi pensa ai giovani, ai quali è stata riconosciuta un po’ di contribuzione
figurativa in più ed è stata fatta una promessa: che grazie ai maggiori contributi
avranno una pensione più elevata (addirittura il 60% dell’ultima retribuzione).
Raccontano che versando maggiori
contributi ci saranno in futuro migliori pensioni. In teoria, nel sistema
contributivo, è vero. Se non fosse che il sistema rimane a ripartizione: le
pensioni di domani saranno pagate grazie ai contributi dei lavoratori attivi
di domani, non con le risorse versate oggi che vengono utilizzate d’acchito
per finanziare le pensioni in essere oggi. Pertanto chi versa oggi ottiene
in cambio una promessa di futura pensione che sarà mantenuta o meno dai contribuenti
di domani. Ecco perché ai danni dei collaboratori si è consumata un’operazione
sostanzialmente iniqua, ancorché ammantata di <carità pelosa>. Nessuna
spiegazione, se non quella di <fare cassa>, può essere data all'incremento
fino al 26% dell'aliquota dei collaboratori che svolgono in via esclusiva
tale attività (i parasubordinati già pensionati e quelli che sono iscritti
anche ad altra e prevalente cassa previdenziale vengono portati al 17%). La
gestione di questa categoria di lavoratori è in attivo, nel 2006, per 5,8
miliardi di euro e, negli ultimi dieci anni ha distribuito 33 miliardi di
euro (quasi l'equivalente della manovra di bilancio di cui si discute) alle
gestioni in rosso dell'Inps. In precedenza, i collaboratori privi di altra
copertura assicurativa versavano la medesima aliquota dei commercianti (nel
2006, il 17,70% a cui va aggiunto lo 0,50% a copertura di altre prestazioni);
i pensionati si fermavano al 15% mentre quanti svolgono un’altra attività
(solitamente principale) e godono della relativa copertura previdenziale erano
ancorati al prelievo del 10% iniziale.
Secondo un recente studio dell’Inps
(relativo ai soli iscritti che risultino anche contribuenti) erano poco più
di un milione coloro che, nel 2004 (i dati si fermano qui ma il trend non
è mutato), svolgevano un'attività di collaborazione a titolo esclusivo, 135mila
i pensionati che continuavano a lavorare come cococo e 334mila circa
i collaboratori altrimenti occupati. L’incremento dei contributi creerà problemi
critici, quanto ai possibili effetti, per gli appartenenti alla prima
categoria di parasubordinati, che costituiscono, in generale, il segmento
più debole del mercato del lavoro, il cui reddito medio (sempre secondo lo
studio dell’Inps) era pari 14.300 euro nel 2004, con forti sperequazioni territoriali
e di genere. Una flessione dei collaboratori contribuenti si era già
verificata negli ultimi anni. Il fenomeno è da correlare - secondo l’Inps
- proprio al notevole aumento dell’aliquota contributiva per i lavoratori
senza altra attività. La contrazione del loro numero ha interessato le
categorie più deboli: oltre il 70% delle collaborazioni perdute ha riguardato
le donne e per quasi i tre-quarti si è trattato di ragazze e ragazzi con meno
di 29 anni di età.
Ma è soprattutto sul terreno dell’equità che l’incremento realizzato sembra
discutibile e dettato solamente dall’esigenza di fare cassa a scapito di lavoratori
privi di santi in Paradiso. La gestione dei parasubordinati è il forziere
dell’Inps. Degli enormi avanzi di gestione, i parasubordinati non potranno
avvalersi, quando, tra qualche decennio, la loro cassa, divenuta matura, comincerà
ad erogare le pensioni e a spendere. Aumentare l’aliquota contributiva per
questa gestione significa non solo gravare su magri redditi, ma gonfiare
ancor più un avanzo che sarà dirottato a tappare i buchi del lavoro dipendente
e (soprattutto) autonomo.
Quale valutazione dà del governo Prodi sul
tema delle politiche per il lavoro, anche alla luce della Finanziaria
2008?
Come ho già detto, il Governo Prodi sostiene che l’aumento
dell’aliquota sarà fatto nell’interesse dei collaboratori, visto che, grazie
ai maggiori versamenti, essi riceveranno pensioni più elevate. Il fatto è che
tale obiettivo poteva essere perseguito in un modo meno oneroso: trattando,
cioè, i collaboratori in via esclusiva come, nel 1996, fu disposto per i lavoratori
autonomi in regime contributivo (ai quali fu riconosciuto da subito un accredito
del 20% ancorchè cominciassero a versare solo il 15%). In sostanza, se
si volevano migliorare le pensioni future dei co.co.co. la strada era semplice:
bastava <sparigliare> l’aliquota di finanziamento da quella di accredito.
La seconda poteva salire, fin dal 2007,
al 25%, concorrendo a formare, così, un montante contributivo più robusto. La
prima aliquota poteva proseguire, invece, nel suo graduale e progressivo
incremento di uno 0,50% l’anno. Così almeno i collaboratori (e i giovani)
avrebbero potuto consumare in proprio, per qualche tempo, le risorse da loro
stessi accumulate e generosamente (ed inconsapevolmente)
distribuite.
Occorrerebbe una nuova scelta strategica: quella di affidare la
tutela previdenziale delle generazioni future ad un mix di previdenza
obbligatoria, finanziata a ripartizione (il c.d. primo pilastro basato sul
principio della solidarietà intergenerazionale) e di previdenza privata a
capitalizzazione (il secondo pilastro dove ciascuno <pensa per sé>)
corrisponde ad un’esigenza strategica di fondo. Il problema, allora, è quello di
impostare, con equilibrio, un sistema misto, rivolto, quanto meno, ad operare
sia sul piano della finanza pubblica, sia su quello dei mercati finanziari. Una
sinergia virtuosa, dunque. La quota pubblica della pensione riuscirebbe ad
alleggerire il proprio impegno, in vista della crescente “crisi fiscale” degli
Stati e dei rivolgimenti nella struttura sociale sottostante. Quella privata
potrebbe contare su di una garanzia di base, utile nel momento in cui il residuo
trattamento viene conseguito misurandosi con “gli spiriti animali” del
mercato. E’ molto più conveniente, anche ai fini della tutela dei
lavoratori, fare affidamento su di una strategia che ripartisca il
rischio-pensioni in parte sul sistema pubblico riformato ed in parte su di una
quota a capitalizzazione individuale, costituita di investimenti e rendimenti
veri.
Il ragionamento è di una semplicità elementare. Mettiamo di avere
a disposizione una somma di denaro. Se la spendiamo subito non resta nulla
(salvo i beni di consumo eventualmente acquistati). Se, al contrario, investiamo
le nostre risorse, con accortezza e professionalità, possiamo sperare di
incrementarne il valore iniziale, conformemente ai rendimenti
realizzati. Nel frattempo, il gruzzolo ha “viaggiato” nell’economia reale,
ha prodotto ricchezza e lavoro. Attraverso un immaginario, grande pantografo
possiamo trasferire l’esempio agli imponenti meccanismi dei sistemi
pensionistici e spiegare, così, gli effetti dei metodi di
finanziamento.
Con la ripartizione, si impiegano gli
apporti dei lavoratori attivi per pagare le pensioni vigenti, mediante una
catena di sant’Antonio di cui lo Stato è garante e che inanella, nel tempo, le
diverse generazioni, inducendole a un comportamento forzosamente
solidale.
Con la capitalizzazione, invece, ognuno
è padrone del proprio destino pensionistico: la sua prestazione, al momento
dell’uscita dal mercato del lavoro, sarà determinata dal montante accantonato e
dai relativi interessi. Nella ripartizione sono,
dunque, altri (gli attivi) a sostenere l’onere della solidarietà; nella
capitalizzazione ognuno provvede per sé, ma il suo risparmio previdenziale per
lunghi decenni è al servizio del bene collettivo.
Certo
per aderire ad una forma di previdenza complementare i giovani precari, che non
hanno neppure il tfr, non dispongono di risorse sufficienti. Bisognerebbe allora
consentire loro di dirottare (la tecnica si chiama opting out) alcuni punti di
contribuzione obbligatoria alla previdenza privata.
L'idea è nata per mettere
in campo un'iniziativa alternativa a quella della sinistra
reazionaria. Certo, la loro è stata una prova di forza molto superiore alla
nostra. Loro si giocavano una partita all'interno della sinistra. Hanno
risorse, appoggi sindacali. Esibiscono i muscoli. Noi cerchiamo di
usare il cervello, e siamo il punto di
riferimento di gran parte di quelle forze politiche e sindacali che, a
prescindere dallo schieramento di appartenza, stanno dalla parte
dell'innovazione e del cambiamento del mercato del lavoro. Noi difendiamo
tutta la legislazione innovativa: dal Pacchetto Treu del 1997 alla legge
Biagi del 2003.
A Libero Reporter piacerebbe che tornasse
sull'argomento del "precariato", parola d'ordine spesso usata a sproposito: chi
sono oggi i veri "precari"?
E soprattutto quali sono le responsabilità
della legge Biagi su questo terreno?
Molto interessanti quei due
documenti illustrati da uno della Cgil e l'altro delle Br: li può
ricordare?
A considerare le statistiche la parte più
consistente è quella del lavoro dipendente a termine che nel 2006
erano 2.222.000 (2.300.000 circa nel 2007).
I Contratti a termine sono regolati da un decreto
legislativo del 2001 che ha recepito, attraverso un avviso comune delle
parti sociali, una direttiva europea.
La legge Biagi non ha quindi nessuna
responsabilità. Il medesimo rilievo vale per le collaborazioni (stimate in
404.000). La legge Biagi ha cercato di colpire le collaborazioni fasulle,
stabilendo che esse siano trasformate in contratti a tempo indeterminato.
Poi ci sono i prestatori occasionali (93.000) e gli autonomi con partita
IVA (365.000). In Italia gli occupati sono
quasi 23 milioni.
Grazie Professor
Cazzola, LiberoReporter si augura di ospitare ancora le sue tesi ed i
suoi chiarimenti su una materia tanto controversa e di cui, a dire la verità,
gli italiani vengono informati in modo assai di parte, ideologico e
confuso.
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Senza risultati visibili la magia del voto
popolare svanisce presto
Nel 2005 si svolsero le "primarie" per
ratificare la scelta di Romano Prodi come candidato premier del centrosinistra
in vista delle elezioni dell'anno successivo.
Prodi sbaragliò il candidato di
bandiera dell'estrema sinistra, Fausto Bertinotti, e si compiacque del
plebiscito. Fu un successo spettacolare: quattro milioni di elettori, secondo le
cifre ufficiali, una lunga fila di italiani che votava per il leader di ritorno
dall'Europa.
L'investitura popolare avrebbe dovuto fare di Prodi il premier
più forte mai visto in Italia. Si sa come sono andate le cose: le elezioni vinte
per un soffio, una coalizione eterogenea e complicata da accontentare, un
governo pletorico nei numeri, una mediazione estenuante, litigi e
incomprensioni. La leadership di Prodi viene di continuo confermata (e certo non
rafforzata) da vertici e patti politici, ma ciò non basta a trasformarla nel
fattore decisivo dell'attuale esecutivo. Nel tempo ci si è dimenticati di quel
successo personale di due anni fa e sono rimasti sul tappeto i problemi continui
di una maggioranza troppo eterogenea per andare d'accordo.
S'intende che
Veltroni non è condannato a seguire lo stesso destino. Il Partito Democratico di
cui è stato incoronato leader può essere uno strumento più raffinato e
risolutivo di quelli di cui ha potuto disporre l'attuale presidente del
Consiglio, che pure può considerarsi a buon diritto l'ispiratore e il " padre
nobile" della nuova formazione. È vero però che i tre milioni e mezzo che si
sono espressi domenica hanno voluto manifestare una speranza. La speranza in una
svolta reale della politica italiana.
E al tempo stesso lo slancio
pro-Veltroni tradisce anche una delusione per come il centrosinistra ha gestito
fin qui il potere.
Ciò significa che l'abbraccio popolare al nuovo leader è
in sè un evento importante e innovativo, ma non è ancora quel "trionfo della
democrazia" che viene sbandierato in queste ore. Lo diventerà se Veltroni farà
buon uso dell'investitura diretta e se riuscirà a trasformarla in risultati
concreti. Cioè visibili e percepibili dall'elettorato.
In altre parole, la
missione del nuovo partito sarà di dare una risposta alla speranza riformista di
una sinistra moderata fin qui delusa e fru-strata, specie fra i ceti medi e
produttivi.
Non a caso Veltroni parla di necessaria "discontinuità" e issa,
senza perdere tempo, la bandiera riformista. Qui è la sfida. Ma le parole non
bastano e il crisma del voto popolare servirà al leader solo in una prima fase.
Senza risultati tangibili, la magia svanirà inevitabilmente. Forse è per questo
che il sindaco di Roma parla di otto mesi. Si rende conto anche lui che la
finestra di opportunità coincide più o meno con questo arco temporale.
Ma il
termine "discontinuità" è impegnativo. Non contiene in sé una minaccia alla
stabilità del governo Prodi. Tuttavia, al di là delle professioni di lealtà a
Palazzo Chigi, in cui si avverte un pizzico di ipocrisia, implica un doppio
livello. Da un lato, c'è l'impaziente riformismo veltroniano, che ha bisogno di
risultati a breve; perché deve farsi capire dal Paese, soprattutto da quel Nord
che ha voltato le spalle al centrosinistra e che ne determinerà la vittoria o la
sconfitta.
Dall'altro, il passo lungo di Prodi, con la sua filosofia della
mediazione e la volontà di durare: intanto fino alle europee del 2009, e poi
chissà. Un doppio livello che diventa un vero dualismo. Con Veltroni che dovrà
spiegare quali sono le sue priorità irrinunciabili. Costi quel che
costi.
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Il ritorno velleitario alle pensioni che
furono
di Elsa Fornero - Il Sole 24 Ore 16 ottobre 2007
Com'era
bella, in apparenza, la vita degli italiani quando una semplice formula
consentiva loro di calcolare, senza troppa incertezza, la propria pensione: il
due per cento di una media (diversa da categoria a categoria, e decisamente più
favorevole nel pubblico impiego) della retribuzione finale moltiplicata per gli
anni di vita lavorativa dava la sicurezza di arrivare all'8o% della retribuzione
finale con 40 anni di contribuzione, al 70% con 35, e così via.
Com'è
peggiorata invece la vita, in seguito all'introduzione, con la riforma del 1995,
del metodo contributivo di calcolo della pensione: puoi lavorare anche 35 o 40
anni, ma nessuno può dirti con certezza in quale rapporto la tua pensione sarà
rispetto alla tua retribuzione finale, giacché nella formula giocano due
elementi di incertezza: l'età al pensionamento (direttamente correlata con
l'ammontare della pensione) e il tasso di crescita del Pil lungo l'intera vita
lavorativa, adottato come rendimento da applicare ai contributi versati.
Ma,
ciò che più conta, il risultato è generalmente inferiore a quello che sarebbe
stato con la formula precedente. E il peggioramento si è verificato soprattutto
per i giovani, perché a loro la formula "cattiva" si applicherà integralmente,
mentre le generazioni anziane se ne sono salvate grazie alla lentezza della
transizione e quelle di mezzo ne soffriranno gli effetti solo in
parte.
Questo devono aver pensato il ministro Paolo Ferrero e gli altri
esponenti della sinistra radicale quando hanno vibratamente chiesto al Governo
di inserire, tra le modifiche al protocollo sul welfare (peraltro non richieste
dalla grande maggioranza dei lavoratori, che ha invece espresso parere
favorevole) la garanzia per i giovani di una pensione pari almeno al 60% della
retribuzione (un piccolo segno di realismo anche da parte loro: l'8o%, nelle
circostanze attuali, sarebbe stato semplicemente improponibile!).
Sono almeno
tre le obiezioni che si possono fare a questa richiesta di ritorno al "bel mondo
antico". Primo: a nessuno sfugge che l'introduzione di una garanzia
generalizzata per i giovani coincide, di fatto, con l'abbandono del metodo
contributivo e il ripristino della formula a beneficio definito.
Eppure quel
metodo è stato istituito non già per punire i pensionati, ma per fornire la
migliore tra le garanzie possibili, ossia la sostenibilità del sistema,
minacciata proprio dal gioco delle promesse politiche. Nel meccanismo della
ripartizione si possono promettere molte cose: chi ne sopporterà l'onere è
infatti molto giovani, e quindi ha scarsa rappresentanza politica in una società
che invecchia, o addirittura non ancora nato, come in questo caso, trattandosi
di garanzia offerta proprio ai giovani. Quindi i "garantiti" di oggi potrebbero
anche ringraziare (se non fossero, come giovani, alquanto scettici sul loro
futuro, non soltanto pensionistico), mentre chi ne sopporterà l'onere domani non
ha voce per protestare.
Secondo: i costi della garanzia non sono soltanto
quelli diretti, relativi agli esborsi che lo Stato dovrà sostenere per
soddisfarla. Sono anche, e forse soprattutto, quelli indiretti, dovuti alle
distorsioni introdotte nel mercato del lavoro da formule pensionistiche che non
si basano sulla stretta corrispondenza tra contributi e prestazioni, come
l'implicito incoraggiamento all'evasione contributiva e l'incentivo al
pensionamento appena raggiunti i requisiti minimi.
Terzo: com'è ovvio, il 60%
di una retribuzione alta è per di più del 60% di una retribuzione bassa.
Tipicamente, sono alte le remunerazioni che corrispondono a maggiore capitale
umano e a una maggiore dinamica nel corso della carriera lavorativa, mentre sono
basse, e più piatte, quelle delle persone con scarso capitale umano.
Di
fatto, la garanzia di un tasso di sostituzione finisce quindi per premiare i
ricchi a scapito dei meno ricchi: una fattispecie che coincide né più né meno
con la creazione di nuove situazioni di privilegio.
Se si vogliono evitare
gli svantaggi della garanzia, senza perdere i benefici di una maggiore sicurezza
economica nell'età anziana per i meno abbienti, non c'è che da percorrere la
strada del contributivo per la generalità dei lavoratori, con integrazione, a
carico del bilancio pubblico, della pensione di coloro che, avendo avuto una
vita di lavoro sfortunata, non sono riusciti ad accumulare risorse sufficienti a
finanziare un adeguato livelli di consumi. Per essere efficace, ma non troppo
distorsivo, né costoso, l'aiuto pubblico deve essere selettivo e non
generalizzato.
Dietro la facciata della solidarietà, nella proposta della
sinistra radicale si nascondono i vecchi vizi del disordine finanziario
italiano. Il Governo farebbe bene a rifiutarla a chiare lettere, a confermare il
metodo contributivo per il futuro, e a ricordarsi che, una volta adottato tale
metodo, la miglior riforma del sistema pensionistico ancora da fare riguarda il
mercato del lavoro. Se questo funziona, funzioneranno anche le
pensioni.
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