ASSOCIAZIONE GIOVANI VENEZIANI
Cari amici, siete invitati
alla inaugurazione della mostra fotografica
SETTIMANA DEL DEGRADO
che si terrà il lunedì 7
Maggio 2007 alle ore 19.00 presso
Sarà presentata la collezione di 130 fotografie riguardanti il degrado e
l'incuria di Venezia dopo trentadue anni di queste amministrazioni politiche,
un percorso che vi farà inorridire tra lavori di restauro distruttivi, rii e canali impresentabili, luoghi storici violati, tra l'inciviltà dei cittadini che usano le calli come discariche e l'inadeguatezza delle istituzioni che in questi anni non hanno saputo mantenere, proteggere e conservare una città così preziosa e fragile come Venezia,
lasciandola in uno stato di triste abbandono
Un mezzo per sensibilizzare, educare ma soprattutto rispettare la cittadinanza veneziana
Alla inaugurazione sono stati invitati i rappresentanti politici della città di Venezia, alcuni hanno già annunciato la loro presenza sarà quindi interessante conoscere la loro posizione davanti allo scempio che abbiamo documentato
Speriamo di avervi numerosi per dare insieme a noi un segnale di vitalità e di impegno per Venezia

Questa è la riva del Palazzo Ducale!
Dove
sono le forze dell’ordine che dovrebbero impedire un simile
insulto?

Questi sono i gradini del ponte di Rialto
Questi amministratori hanno speso oltre 10milioni di euro per un inutile e mai costruito ponte detto di Calatrava.
Ma non si preoccupano del ponte di Rialto

Questo
è il ponte della paglia: milioni di turisti vi sostano per godere del ponte dei
sospiri.
Ogni commento è superfluo
Queste, e altre diverse centinaia
di fotografie scattate dal gondoliere Marco
Zanon, che potrete vedere nella mostra
el Liòn Patrono di Venezia e le vicende
delle sue reliquie
LA VENETA SERENISSIMA REPUBBLICA
E LA LAICITA' DELLO STATO
a cura di Andrea Bonesso
San Marco
Evangelista
25 aprile sec. I
Ebreo di origine, nacque
probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo
chiama "figlio mio", lo ebbe certamente con sé nei viaggi missionari in Oriente
e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san
Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l'apostolo Paolo, che
incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta
della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sé il giovane nipote
Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo
ci dà l'ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a
Timoteo:
"Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi".
L'evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una
relazione, o secondo un'altra come martire, ad Alessandria d'Egitto. Gli Atti di
Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per
le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno
dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle
fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli.
Secondo una leggenda due
mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell'828 nella città della
Venezia. (Avvenire)
Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco nato
in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema:
Leone
La figura dell'evangelista Marco, è conosciuta soltanto
da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s.
Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe
neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il
Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l'arresto nell'orto del Getsemani, avvolto in
un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il
lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova
benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in
Gerusalemme e l'annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa,
fu consumata l'Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e
fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da
Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in
senso spirituale "mio figlio".
Discepolo degli Apostoli
e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del
giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli
Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni
usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi
nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione
del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò. Fu
con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di
raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle
montagne del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne
tornò a Gerusalemme. Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a
Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani
volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora
ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della
figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un
nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un
altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro
con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli
apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i
cristiani dell'Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche
fedele collaboratore di Paolo e non esitò a seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta
che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l'apostolo parlò di lui,
inviando i suoi saluti e quelli di "Marco, il nipote di Barnaba" ai Colossesi; e
a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con
sé Marco "perché mi sarà utile per il ministero". Forse Marco giunse in tempo
per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei
Cesari, al servizio di Pietro, anch'egli presente a Roma. Durante gli anni
trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la
tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a
uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e
anche la rudezza di un racconto popolare. Affermatosi solidamente la comunità
cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e
segretario, ad evangelizzare l'Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì
Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato,
s'imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo
nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo
salutò: "Pax tibi Marce evangelista meus" e gli promise che in quelle isole
avrebbe dormito in attesa dell'ultimo giorno.
Secondo un'antichissima
tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d'Egitto, qui Marco
fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di
Alessandria subì il martirio, sotto l'imperatore Traiano (53-117); fu torturato,
legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di
rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita
sanguinante. Dopo una notte di carcere, dove venne confortato da un angelo,
Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso
l'anno 72, secondo gli "Atti di Marco" all'età di 57 anni; ebrei e pagani
volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere,
permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a
Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del
Canopo.
Il Vangelo
Il Vangelo di
Marco è stato il primo ad essere scritto, probabilmente tra il 50 e il 65 d.C.
Esso presenta uno stile semplice ed utilizza un linguaggio facilmente
comprensibile, con prevalenza di strutture paratattiche, tipiche della lingua
parlata del tempo. Secondo la tradizione, Marco fu collaboratore di Pietro, di
cui avrebbe riportato per iscritto la catechesi. Lo schema dell'opera è comune a
quello degli altri due sinottici, Matteo e Luca: attività di Giovanni il
Battista, ministero di Gesù in Galilea, ministero in Giudea e a Gerusalemme,
passione morte e resurrezione.
Le vicende delle sue
reliquie - Patrono di Venezia
La chiesa costruita al Canopo
di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi
e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e
Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell'828, approdarono i due
mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s'impadronirono
delle reliquie dell'Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia,
dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una
tempesta e l'arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande
onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge
delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola
cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco. Iniziò
la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell'832 dal fratello
Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. "Cielo e mare
vi posero mano", ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di
marmi e d'oro al confine dell'arte. Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi
guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal
popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato
insieme al figlio; in quell'occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo
Ducale. Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese
sia il Palazzo che la Basilica; l'attuale 'Terza San Marco' fu iniziata invece
nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e
marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084). La Basilica fu
consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu
scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al
posto di s. Teodoro, che fino all'XI secolo era il patrono e l'unico santo
militare venerato dappertutto. Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la
piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l'alato Leone di S. Marco e il
santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo. La
cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25
aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per
ottenere il ritrovamento delle reliquie dell'Evangelista, delle quali non si
conosceva più l'ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il
marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell'ambone e
comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si
spargeva per la Basilica. Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo
patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con
la già citata scritta: "Pax tibi Marce evangelista meus", divenne lo stemma
della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato
in ogni luogo dove portò il suo dominio. San Marco è patrono dei notai, degli
scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25
aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.
IL CONCETTO DI
LAICITA'
La nascita e lo sviluppo del termine
"laico".
Il termine "laico", insieme ai vocaboli collegati, ha alle
spalle una storia ricca nonché curiosa. Nei primi secoli del cristianesimo
indicava il battezzato che apparteneva alla Chiesa. I cristiani, infatti, si
definivano "il popolo di Dio" (o laòs tou Theou, in greco, la parola "laòs"
significa appunto popolo). In seguito, con il progressivo differenziarsi dei
ruoli nella Chiesa, acquistano sempre maggiore importanza i battezzati insigniti
anche del sacramento dell'ordine sacro. Lentamente si forma una gerarchia,
denominata "clero". Nel periodo medievale tutto il potere e la cultura sono
saldamente nelle mani del clero; proprio in questa fase la parola "laico"
comincia ad essere sinonimo di illetterato, popolano dai costumi poco raffinati.
Con la società ormai tutta cristiana, si arriva ad affermare che "duo sunt
genera christianorum: clerici et idiotes" (decretum Gratiani, 1140).
Quest'ultimo appellativo è utilizzato per indicare i cristiani laici, cioè i
semplici battezzati che vivono la loro fede nelle ordinarie condizioni di vita.
La riforma luterana (XVI sec.) ha avuto il merito di rivalutare, dal punto di
vista teologico ed ecclesiale, il cosiddetto "sacerdozio comune dei fedeli",
liberando il laico cristiano dall'essere un semplice esecutore delle direttive
della gerarchia ecclesiastica e rivalutando gli impegni conseguenti al
battesimo.
In questo modo inizia una rinnovata, almeno nelle Chiese della
riforma, presenza laicale ed il termine viene liberato dall'accezione negativa
che aveva assunto.
Una novità radicale: la rivoluzione
francese.
Gli eventi del 1789, preparati dal pensiero liberale ed
illuminista, segnano una svolta nella comprensione di chi sia "laico". Il
termine, nato nel cristianesimo, per una strana eterogenesi dei fini assume un
significato di opposizione a questa fede e finisce per indicare, in modo da
opporsi al clero legato all'ancien regime da abbattere, chi non si riconosce
nelle Chiese cristiane. Nel corso del XIX sec., poi, si riveste di significati
chiaramente anticristiani, antiecclesiali ed anticlericali. Con la nascita degli
stati nazionali, l'espressione "stato laico", in Europa, indica un sistema
statale neutrale e perfino indifferente nei confronti del cristianesimo.
Portando alle estreme conseguenze la riflessione illuminista, si può affermare
che la religione, depurata dai suoi aspetti dogmatici e soprannaturali, viene
relegata nell'ambito della sfera privata della vita della persona e serve
soltanto come orientamento nelle scelte del singolo in materia
morale. Questo approccio è chiaramente presente nell'opera di I. Kant
"La religione nei limiti della
ragione". Se quelle esposte sono le caratteristiche dell'illuminismo francese
diffusosi anche in Spagna e nella penisola italiana, ben diverso è l'illuminismo
di stampo anglosassone e, segnatamente, americano. In questo contesto la
religione (il cristianesimo) continua ad avere un ruolo pubblico, nei termini di
"religione civile". Essa, più che esperienza di fede, diventa fondamento di
valori condivisi. Emblematico, in questo senso, è quanto riportato sulle
banconote americane: "In God we trust", "ci uniamo in Dio". La situazione
attuale. Il panorama odierno vede la compresenza di interpretazioni diverse del
concetto di laicità.
Non vi è dubbio alcuno sul fatto che la distinzione tra
religione e società o religione e stato sia da ascrivere al celebre detto di
Cristo "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio"
(Mc. 12,17 e parr.). Pertanto è il cristianesimo che ha desacralizzato
l'autorità politica e ne ridimensionato funzioni e
potere.
Già nella cultura ebraica
prima di Cristo, tuttavia, il sovrano non era un despota assoluto o l'emanazione
degli dei immortali, ma doveva ispirarsi, nel suo agire, alla legge divina (i
cosiddetti dieci comandamenti). Pertanto, si può concludere che è proprio della
religione giudaico-cristiana distinguere fede e politica nonché limitare
l'invadenza delle strutture statuali.
Un regime totalitario è
incompatibile con la fede giudaico-cristiana.
La condizione di
laicità è, quindi, il riconoscimento della distinzione dei piani religioso e
socio-politico nonché della loro autonomia, cioè del fatto che hanno leggi e
finalità proprie. Si è parlato di "distinzione" e non "separazione". Questo
significa che ogni legge dello stato, per l'ebreo e il cristiano, deve essere
sottoposta al vaglio della propria coscienza credente. Ma vuol dire pure che il
credente può tranquillamente rendere pubbliche le convinzioni personali
derivanti dalla fede che abbraccia. Questa possibilità è negata dai
neoilluministi europei che vorrebbero ricacciare la religione nel privato,
divenendo così sostenitori del laicismo.
E' palese che un sistema democratico
maturo deve consentire il libero ed argomentato confronto di diverse visioni
della vita e del mondo, pena il tradimento dei presupposti di tolleranza e
libertà di espressione che garantisce. Le visioni del mondo che ispirano anche i
progetti politici possono derivare da concezioni religiose.
E' innegabile che
alcuni valori di fondo della tradizione giudaico-cristiana abbiano
contraddistinto ed influenzato la cultura europea: pensiamo, fra gli altri, al
diritto alla vita, alla dignità della persona ed alla solidarietà nei confronti
dei più deboli.
Posizione del Veneto Serenissimo
Governo
Il Veneto Serenissimo Governo ritiene che sia
necessario fondare il proprio progetto e la propria azione su quei grandi valori
legati alla religione giuidaico-cristiana, espressi anche nella seconda parte
delle "tavole della Legge" e noti come "comandamenti di tipo sociale". Risponde
a questa scelta, oltre la solidità di tali insegnamenti, anche la costante
determinazione di collocarsi nella storia e cultura europee nonché marciane. Il
Veneto Serenissimo Governo conferma che soltanto su quella base è possibile
garantire un futuro per le genti venete, ma pure per ogni popolo che aspiri ad
essere veramente libero.
IL
DECALOGO
Le leggi che presiederanno ai rapporti
sociali e all'ordinamento giuridico della Veneta Serenissima Repubblica
sono:
onora il padre
e la madre - non uccidere - non commettere atti impuri - non
rubare - non dire falsa testimonianza - non desiderare la donna
d'altri -
non desiderare la roba
d'altri
(da PERONI L, Appello al Popolo Veneto per la
liberazione della Veneta Patria, tesi n.11 2006, p. 9.)
Il decalogo biblico,
sicuramente uno dei passi più noti di tutta la Scrittura giudaico-cristiana,
compare in due redazioni: Es 20, 1-17 e Dt 5,6-21. Le due versioni differiscono
per la motivazione circa l'osservanza del riposo sabbatico e per alcuni
vocaboli. Esso, pur presentando analogie con disposizioni giuridico-morali di
culture coeve, è stato formulato all'interno della fede giudaica. Pertanto la
sua comprensione più autentica si ha facendo riferimento alla rivelazione
biblica. Il contesto per apprezzarlo compiutamente è quello dell'alleanza o
patto (berìt) tra Dio ed il suo popolo. Le dieci parole, meglio note come dieci
comandamenti, vengono di solito divise in due gruppi: quelle riguardanti Dio ed
il suo culto (prime tre) e le restanti sette aventi come oggetto la vita di
relazione. In realtà separare i due gruppi è una forzatura; infatti, pure i
comandamenti di natura "sociale" sono rivolti ad una comunità di persone
credenti. Il loro oggetto è sempre la stessa fede nell'unico Dio, vissuta, però,
nei rapporti interpersonali. I precetti vanno letti e vissuti sullo sfondo
dell'esperienza di liberazione e libertà costituita dall'esodo dall'Egitto; essi
sono un forte orientamento per consentire alle persone di continuare ad essere e
vivere in libertà. L'avvento del cristianesimo ha portato a compimento il
contenuto delle dieci parole.
Cristo rilegge i comandamenti nella mirabile
sintesi di amore di Dio e del prossimo (Mc 12,29-31 e parr.).
"Onora il padre e la madre"
La vita, data da
Dio, è trasmessa dai genitori. Il verbo ebraico "kabed" contiene l'idea di peso,
pertanto "onora" si può tradurre con "dà tutta l'importanza". Nell'ambito dei
precetti che si riferiscono al prossimo, si potrebbe affermare che i genitori
sono il primo prossimo. Di essi bisogna prendersi cura per tutta la vita. I
genitori sono in modo speciale "immagine di Dio" che è Padre (Os 11,1-4; Is 1,2;
Ger 3,19) ed ha un cuore di madre (Is 49,15; Ger 31,20). Nel mondo biblico la
storia è data dal susseguirsi delle generazioni (si pensi alla lunga serie di
genealogie nel libro della Genesi); la tradizione è un concetto fondamentale,
alla cui base vi è la trasmissione della vita, che avviene in
famiglia.
"Non uccidere"
Ancora
la vita e la sua protezione sono oggetto di attenzione. Il verbo utilizzato,
"ratsach", indica la morte o l'assassinio di un nemico personale, ma fuori da
operazioni belliche. Si tratta, quindi, della morte inflitta illegalmente, la
morte che contraddice la vita comunitaria del popolo. Tuttavia non uccidere non
significa soltanto lasciar vivere, ma pure non lasciar morire quando si dispone
della vita degli altri: "Sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre
un sacrificio con i beni dei poveri. Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri,
toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi toglie il
nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all'operaio".
(Sir
34,20-22)
"Non commettere atti
impuri"
Anche questo comandamento è ordinato alla difesa ed
alla propagazione della vita. Il matrimonio implica fedeltà reciproca degli
sposi; non solo perché continui ad esistere la famiglia, senza la quale i figli
non sarebbero sicuri di vivere, ma perché l'unione coniugale nasce dall'amore e
l'amore è sempre fedele. Il matrimonio, nella Bibbia, è sempre visto in
relazione all'alleanza Dio-popolo (Os 1-2;11-14). L'infedeltà d'Israele al patto
con il Signore è vista come adulterio.
"Non
rubare"
Pure questo precetto concerne il tema della tutela
della vita; infatti, quanto ciascuno possiede è necessità o fattore di vita. Non
retribuire adeguatamente l'operaio è anche un furto, così come l'oppressione
della povera gente ad opera dei potenti di turno. Il principio basilare è
enunciato in Lv 25,23 dove il Signore afferma che "la terra è mia e voi siete
presso di me come forestieri e inquilini". L'uomo è chiamato ad amministrarla
con equità.
"Non dire falsa
testimonianza"
Il verbo "anah" indica "prendere pubblicamente
la parola" ma anche "rispondere davanti ad un tribunale". Tuttavia il concetto
di falso testimone è vicino a quello di menzogna, che compromette la vita degli
altri. Il precetto non condanna direttamente la menzogna, da un lato perché la
falsa testimonianza ne è il caso più grave e, dall'altro, in quanto l'esempio
concreto risulta più incisivo di una sentenza generale.
E'
legittimo, pertanto, rilevare come oggetto di condanna sia la menzogna in generale.
"Non desiderare..."