Zanon, e FAI xe el fogo se
magna Venexia?
Palazzo Chigi con la
bellezza di 13 «aerei blu» - più quelli a noleggio
-
e
Venexia?
Venezia
con un solo
vecchio e malandato elicottero per
spegnere gli
incendi
La
Presidente del FAI: «Prodi dimentica
l'ambiente. Promettono ma non mantengono»
el Liòn Patrono di Venezia e le vicende delle sue reliquie
Commento di un
Veneto
Che
bel se'l se li magnassi tuti quei fioi de
can...
un baxeto... Sandro
Professor Zanon, e fai che il fuoco si mangi Venexia? Poi come la
mettiamo?
era stata la mia risposta alla nota diramata dal Professor Luigi Gigio
Zanon, strenuo ed infaticabile cittadino a difesa della sua Venexia, «Il
degrado a Venezia» e per conoscenza a istituzioni
locali, regionali e a cittadini veneti, e non veneti, invitando Zanon a
perorare questa ennesima battaglia a favore della sua amatissima città:
Che la città patrimonio del mondo venga dotata dei mezzi idonei alla sua
salvaguardia dagli incendi che hanno già mietuto troppe vittime umane e devastato
il Teatro alla Fenice, il Mulino Stucky, Palazzo Coin a Rialto, la chiesa
di San Geremia, la Casa d'accoglienza per disabili mentali a San Marco, un
palazzo a Campo della Guerra, la Sinagoga, Palazzo Volpi a San Beneto ed altre
realtà monumentali e storiche.
Qualche giorno dopo, Gian Antonio Stella, coautore
con Sergio Rizzo del libro-inchiesta «La
casta» - una precisa quanto
impietosa analisi degli scandalosi costi della politica, e dei politici -
ha scritto nel suo articolo «Venezia,
contro il fuoco un solo elicottero e tanti serenissimi Santi»:
(....) «Tema:
è giusto che palazzo Chigi abbia la bellezza di 13 «aerei blu» (più quelli a noleggio)
che hanno volato complessivamente nel 2005 per 37 ore al giorno costando ben
65 milioni di euro mentre non si trovano i soldi per un
secondo elicottero che limiti i rischi nella più bella delle città
a rischio?
Per non dire dei vigili del fuoco che sugli elicotteri si giocano la
pelle per spegnere gli incendi. Per avventurarsi in imprese come quei
23 giri notturni sulla Fenice, (in fiamme (ndr) un pilota con oltre
25 anni di servizio pagato 1.380 euro al mese (1380!) ha un'indennità di volo
di 560 euro: 18 euro e 66 centesimi al giorno.
Hanno chiesto il minimo «gli
angeli del fuoco»: lo stesso trattamento
degli elicotteristi della Polizia, che dipendono dallo stesso ministero degli
Interni ma che guadagnano molto di più».
«Il sottosegretario Ettore Rosato, - conclude Stella - allargando
le braccia, ha risposto di no: la cosa costerebbe 4 milioni di euro. Troppi,
per uno Stato che porta le Loro Eccellenze anche alle feste private in giro
per l'Europa o in pellegrinaggio al monte Athos ma poi deve anche risparmiare».
Che faccia 'e cuorno stu' sottosegretario però! (ndr).
Su quanto accade all'ambiente naturale ed umano della città patrimonio del mondo,
senza che nessuno se ne curi da anni ed anni, e rendersi conto della realtà
veneziana, l'articolo di Gian Antonio Stella va letto interamente sperando che,
finalmente, le istituzioni nazionali, regionali e locali competenti
provvedano a porre fine a questo stato di cose da terzo mondo.
Chi non ha letto l'articolo scriva a Gstella#rcs.it
e lo chieda. Ripeto, l'articolo va letto dalla prima all'ultima parola per capire
in quale grado di abbandono è sprofondata e giace Venezia. Questo che ho riportato
è solo un piccolo stralcio delle drammatiche incredibili realtà veneziane descritte,
ma anche dei faraonici sperperi a cui si abbandonano ed in cui sguazzano
le nostre istituzioni e il nostro Stato, veri attuali satrapi. Realtà riportate
da un veneto qual'è Gian Antonio Stella.
Stralcio che ho inviato alle Giunte del Comune di Venezia e della Regione
Veneto, alla Stampa locale, al Capo del Governo, al sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio dei ministri ed al ministro dell'Interno, alla
Segreteria particolare del ministro per gli Affari Regionali, e per conoscenza a
membri del FAI.
E che con la abituale Newsletter ricevono la
Stampa nazionale, le Agenzie di stampa ed i circa 73.000 destinatari a cui si
aggiungeranno lettori di giornali e periodici, di siti internet, di Google,
Yahoo e di altri motori di ricerca, e della mia rubrica on line.
«Il
Premier?
Per ora non ha dimostrato particolare
attenzione ai temi della difesa ambientale, Prodi dimentica l'ambiente.
Promettono ma non mantengono» ha dichiarato Giulia
Maria Mozzoni Crespi - fondatrice nel 1975 e presidente del Fai
Fondo per l'Ambiente Italiano - al quotidiano La Stampa nel corso della
conferenza stampa svoltasi il 2 marzo scorso a Luvigliano di Torreglia nel brolo
della Villa dei Vescovi, la
rinascimentale dimora immersa nei Colli Euganei acquistata nel
1962 da Vittorio Olcese e da me, in comproprietà pro
indiviso, (realtà storica, e macroscopicamente catastale, di cui istituzioni ed
altre entità, diciamo «misogine», omettono di
menzionare) e comproprietà che, sin da allora, ci impegnammo l'un l'altra a che
ne avremmo fatto dono allo Stato o ad una Fondazione perchè durasse nei secoli
futuri.
Buon lavoro, a tutti, dunque.
Giuliana D'Olcese
www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
Note
correlate
el Liòn Patrono di Venezia
e le vicende delle sue reliquie
LA VENETA SERENISSIMA
REPUBBLICA E LA LAICITA' DELLO STATO
a cura di
Andrea Bonesso
San Marco Evangelista
25 aprile sec. I
Ebreo di
origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante.
San Pietro, che lo chiama
« figlio mio», lo ebbe certamente con
sé nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo.
Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità
di vita con l'apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba
portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno,
Barnaba portò con sé il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al
fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l'ultima informazione su
Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo:
«Porta con te Marco.
Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L'evangelista probabilmente
morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un'altra
come martire, ad Alessandria d'Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono
che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato
con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce
tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla
distruzione dai fedeli.
Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell'828
nella città della Venezia. (Avvenire)
Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco nato in marzo, sacro a
Marte, dal latino
Emblema: Leone
La figura dell'evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono
gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente
un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se
qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco,
seguì Gesù dopo l'arresto nell'orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo;
i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo
nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva
a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l'annesso orto degli
ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l'Ultima Cena e lì si radunavano
gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è
certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava
assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale
«mio figlio».
Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44
quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da
Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella
casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei,
mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava
i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e
quando questi vollero ritornarci, li accompagnò. Fu con loro nel primo viaggio
apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia,
attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagne del Tauro, Giovanni
Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme. Cinque
anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere
i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge
mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi
della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia, quando i due prepararono
un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse
un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò
a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché
nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell'Asia
Minore, invia anche i saluti di Marco, egli divenne anche fedele collaboratore
di Paolo e non esitò a seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era
prigioniero in attesa di giudizio, l'apostolo parlò di lui, inviando i suoi
saluti e quelli di «Marco, il nipote di Barnaba» ai Colossesi, e a Timoteo
chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé
Marco «perché mi sarà utile per il ministero». Forse Marco giunse in
tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale
dei Cesari, al servizio di Pietro, anch'egli presente a Roma.
Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la
tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla
a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità
e anche la rudezza di un racconto popolare. Affermatosi solidamente la comunità
cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario,
ad evangelizzare l'Italia settentrionale, ad Aquileia Marco convertì Ermagora,
diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s'imbarcò
e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo
della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò:
«Pax tibi Marce evangelista meus» e gli promise che in quelle isole avrebbe
dormito in attesa dell'ultimo giorno.
Secondo un'antichissima
tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d'Egitto, qui
Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l'imperatore Traiano (53-117);
fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli,
luogo pieno di rocce e asperità, lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta
una ferita sanguinante. Dopo una notte di carcere, dove venne confortato da
un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile
verso l'anno 72, secondo gli Atti di Marco all'età di 57 anni; ebrei e pagani
volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo
così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in
una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.
Il
Vangelo
Il Vangelo di Marco è
stato il primo ad essere scritto, probabilmente tra il 50 e il 65 d.C. Esso
presenta uno stile semplice ed utilizza un linguaggio facilmente comprensibile,
con prevalenza di strutture paratattiche, tipiche della lingua parlata del
tempo. Secondo la tradizione, Marco fu collaboratore di Pietro, di cui avrebbe
riportato per iscritto la catechesi. Lo schema dell'opera è comune a quello
degli altri due sinottici, Matteo e Luca: attività di Giovanni il Battista,
ministero di Gesù in Galilea, ministero in Giudea e a Gerusalemme, passione
morte e resurrezione.
Le vicende delle sue reliquie - Patrono
di Venezia
La chiesa costruita
al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644
dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone
(662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689). E in questo luogo nell'828, approdarono
i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s'impadronirono
delle reliquie dell'Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia,
dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta
e l'arenarsi su una secca. Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge
Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di
Rialto, Agnello, e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi
identificato dove si trova il tesoro di San Marco. Iniziò la costruzione di
una basilica, che fu portata a termine nell'832 dal fratello Giovanni suo successore,
Dante nel suo memorabile poema scrisse. «Cielo
e mare vi posero mano», ed effettivamente la
Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d'oro al confine dell'arte. Ma
la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta
da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano
IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio, in quell'occasione fu
distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge
Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica,
l'attuale 'Terza San Marco' fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge
Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore,
Domenico Selvo (1071-1084). La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge
Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica
e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all'XI
secolo era il patrono e l'unico santo militare venerato dappertutto. Le due
colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità
rispettivamente l'alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che
uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia
della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094,
fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il
ritrovamento delle reliquie dell'Evangelista, delle quali non si conosceva più
l'ubicazione. Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento
di un pilastro della navata destra, a lato dell'ambone e comparve la cassetta
contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente
legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che
artiglia un libro con la già citata scritta: «Pax
tibi Marce evangelista meus», divenne lo stemma della
Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in
ogni luogo dove portò il suo dominio. San Marco è patrono dei notai, degli scrivani,
dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici, la sua festa è il 25 aprile,
data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.
IL CONCETTO DI LAICITA'
La nascita e lo sviluppo
del termine «laico».
Il termine «laico»,
insieme ai vocaboli collegati, ha alle spalle una storia ricca nonché curiosa.
Nei primi secoli del cristianesimo indicava il battezzato che apparteneva alla
Chiesa. I cristiani, infatti, si definivano «il
popolo di Dio» (o laòs tou Theou, in
greco, la parola «laòs» significa
appunto popolo). In seguito, con il progressivo differenziarsi dei ruoli nella
Chiesa, acquistano sempre maggiore importanza i battezzati insigniti anche del
sacramento dell'ordine sacro. Lentamente si forma una gerarchia, denominata
«clero».
Nel periodo medievale tutto il potere e la cultura sono saldamente nelle mani
del clero, proprio in questa fase la parola «laico» comincia
ad essere sinonimo di illetterato, popolano dai costumi poco raffinati. Con
la società ormai tutta cristiana, si arriva ad affermare che «duo
sunt genera christianorum: clerici et idiotes» (decretum Gratiani, 1140).
Quest'ultimo appellativo è utilizzato per indicare i cristiani laici, cioè i
semplici battezzati che vivono la loro fede nelle ordinarie condizioni di vita.
La riforma luterana (XVI sec.) ha avuto il merito di rivalutare, dal punto di
vista teologico ed ecclesiale, il cosiddetto «sacerdozio
comune dei fedeli», liberando il laico cristiano
dall'essere un semplice esecutore delle direttive della gerarchia ecclesiastica
e rivalutando gli impegni conseguenti al battesimo.
In questo modo inizia una rinnovata, almeno nelle Chiese della riforma, presenza
laicale ed il termine viene liberato dall'accezione negativa che aveva assunto.
Una novità radicale: la rivoluzione francese.
Gli eventi del 1789, preparati dal pensiero liberale ed illuminista, segnano
una svolta nella comprensione di chi sia «laico».
Il termine, nato nel cristianesimo, per una strana eterogenesi dei fini assume
un significato di opposizione a questa fede e finisce per indicare, in modo
da opporsi al clero legato all'ancien regime da abbattere, chi non si riconosce
nelle Chiese cristiane. Nel corso del XIX sec., poi, si riveste di significati
chiaramente anticristiani, antiecclesiali ed anticlericali.
Con
la nascita degli stati nazionali, l'espressione «stato
laico», in Europa, indica un
sistema statale neutrale e perfino indifferente nei confronti del cristianesimo.
Portando alle estreme
conseguenze la riflessione illuminista, si può affermare che la religione, depurata
dai suoi aspetti dogmatici e soprannaturali, viene relegata nell'ambito della
sfera privata della vita della persona e serve soltanto come orientamento nelle
scelte del singolo in materia morale.
Questo approccio
è chiaramente presente nell'opera di I. Kant
«La
religione nei limiti della ragione»
Se quelle esposte
sono le caratteristiche dell'illuminismo francese diffusosi anche in Spagna
e nella penisola italiana, ben diverso è l'illuminismo di stampo anglosassone
e, segnatamente, americano. In questo contesto la religione (il cristianesimo)
continua ad avere un ruolo pubblico, nei termini di «religione
civile».
Essa,
più che esperienza di fede, diventa fondamento di valori condivisi. Emblematico,
in questo senso, è quanto riportato sulle banconote americane: «In
God we trust», «ci
uniamo in Dio». La situazione attuale.
Il panorama odierno vede la compresenza di interpretazioni diverse del concetto
di laicità.
Non vi è dubbio alcuno sul fatto che la distinzione tra religione e società
o religione e stato sia da ascrivere al celebre detto di Cristo «Rendete
a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mc. 12,17 e parr.).
Pertanto è il cristianesimo che ha desacralizzato l'autorità politica e ne ridimensionato
funzioni e potere.
Già nella cultura ebraica prima di Cristo, tuttavia, il sovrano non era un despota
assoluto o l'emanazione degli dei immortali, ma doveva ispirarsi, nel suo agire,
alla legge divina (i cosiddetti dieci comandamenti). Pertanto, si può concludere
che è proprio della religione giudaico-cristiana distinguere fede e politica
nonché limitare l'invadenza delle strutture statuali.
Un regime totalitario è incompatibile con la fede giudaico-cristiana.
La condizione di laicità è, quindi, il riconoscimento della distinzione dei
piani religioso e socio-politico nonché della loro autonomia, cioè del fatto
che hanno leggi e finalità proprie. Si è parlato di «distinzione» e
non «separazione».
Questo significa che ogni legge dello stato, per l'ebreo e il cristiano, deve
essere sottoposta al vaglio della propria coscienza credente. Ma vuol dire pure
che il credente può tranquillamente rendere pubbliche le convinzioni personali
derivanti dalla fede che abbraccia. Questa possibilità è negata dai neoilluministi
europei che vorrebbero ricacciare la religione nel privato, divenendo così sostenitori
del laicismo.
E' palese che un sistema democratico maturo deve consentire il libero ed argomentato
confronto di diverse visioni della vita e del mondo, pena il tradimento dei
presupposti di tolleranza e libertà di espressione che garantisce. Le visioni
del mondo che ispirano anche i progetti politici possono derivare da concezioni
religiose.
E' innegabile che alcuni valori di fondo della tradizione giudaico-cristiana
abbiano contraddistinto ed influenzato la cultura europea: pensiamo, fra gli
altri, al diritto alla vita, alla dignità della persona ed alla solidarietà
nei confronti dei più deboli.
Posizione del Veneto Serenissimo Governo
Il Veneto Serenissimo Governo ritiene che sia necessario fondare il proprio
progetto e la propria azione su quei grandi valori legati alla religione giuidaico-cristiana,
espressi anche nella seconda parte delle «tavole
della Legge» e noti come «comandamenti di tipo sociale».
Risponde a questa scelta, oltre la solidità di tali insegnamenti, anche la costante
determinazione di collocarsi nella storia e cultura europee nonché marciane.
Il Veneto Serenissimo Governo conferma che soltanto su quella base è possibile
garantire un futuro per le genti venete, ma pure per ogni popolo che aspiri
ad essere veramente libero.
IL DECALOGO
Le leggi che presiederanno
ai rapporti sociali e all'ordinamento giuridico della Veneta Serenissima
Repubblica sono: onora il padre e la madre - non uccidere - non commettere atti
impuri - non rubare - non dire falsa testimonianza - non desiderare la donna
d'altri - non desiderare la roba d'altri. (da PERONI L, Appello al Popolo Veneto
per la liberazione della Veneta Patria, tesi n.11 2006, p. 9.)
Il decalogo biblico, sicuramente uno dei passi più noti di tutta la Scrittura
giudaico-cristiana, compare in due redazioni: Es 20, 1-17 e Dt 5,6-21.
Le due versioni differiscono
per la motivazione circa l'osservanza del riposo sabbatico e per alcuni vocaboli.
Esso, pur presentando analogie con disposizioni giuridico-morali di culture
coeve, è stato formulato all'interno della fede giudaica. Pertanto la sua comprensione
più autentica si ha facendo riferimento alla rivelazione biblica.
Il contesto per apprezzarlo
compiutamente è quello dell'alleanza o patto (berìt) tra Dio ed il suo popolo.
Le dieci parole, meglio note come dieci comandamenti, vengono di solito divise
in due gruppi: quelle riguardanti Dio ed il suo culto (prime tre) e le restanti
sette aventi come oggetto la vita di relazione. In realtà separare i due gruppi
è una forzatura; infatti, pure i comandamenti di natura «sociale» sono
rivolti ad una comunità di persone credenti. Il loro oggetto è sempre la stessa
fede nell'unico Dio, vissuta, però, nei rapporti interpersonali. I precetti
vanno letti e vissuti sullo sfondo dell'esperienza di liberazione e libertà
costituita dall'esodo dall'Egitto, essi sono un forte orientamento per consentire
alle persone di continuare ad essere e vivere in libertà. L'avvento del cristianesimo
ha portato a compimento il contenuto delle 10 parole.
Cristo rilegge i comandamenti nella mirabile sintesi di amore di Dio e del prossimo
(Mc 12,29-31 e parr.).
«Onora
il padre e la madre»
La vita, data da Dio, è trasmessa dai genitori. Il verbo ebraico «kabed» contiene
l'idea di peso, pertanto «onora» si
può tradurre con «dà
tutta l'importanza».
Nell'ambito dei precetti
che si riferiscono al prossimo, si potrebbe affermare che i genitori sono il
primo prossimo. Di essi bisogna prendersi cura per tutta la vita.
I genitori sono in
modo speciale «immagine
di Dio» che è Padre (Os 11,1-4;
Is 1,2; Ger 3,19) ed ha un cuore di madre (Is 49,15; Ger 31,20).
Nel mondo biblico
la storia è data dal susseguirsi delle generazioni (si pensi alla lunga serie
di genealogie nel libro della Genesi); la tradizione è un concetto fondamentale,
alla cui base vi è la trasmissione della vita, che avviene in famiglia.
«Non
uccidere»
Ancora la vita e la sua protezione sono oggetto di attenzione. Il verbo utilizzato,
«ratsach»,
indica la morte o l'assassinio di un nemico personale, ma fuori da operazioni
belliche. Si tratta, quindi, della morte inflitta illegalmente, la morte che
contraddice la vita comunitaria del popolo. Tuttavia non uccidere non significa
soltanto lasciar vivere, ma pure non lasciar morire quando si dispone della
vita degli altri: «Sacrifica
un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveri.Il
pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio.
Uccide il prossimo chi toglie il nutrimento, versa sangue, chi rifiuta il salario
all'operaio».
(Sir 34,20-22)
«Non
commettere atti impuri»
Anche questo comandamento è ordinato alla difesa ed alla propagazione della
vita. Il matrimonio implica fedeltà reciproca degli sposi; non solo perché continui
ad esistere la famiglia, senza la quale i figli non sarebbero sicuri di vivere,
ma perché l'unione coniugale nasce dall'amore e l'amore è sempre fedele. Il
matrimonio, nella Bibbia, è sempre visto in relazione all'alleanza Dio-popolo
(Os 1-2;11-14). L'infedeltà d'Israele al patto con il Signore è vista come adulterio.
«Non
rubare»
Pure questo precetto concerne il tema della tutela della vita, infatti, quanto
ciascuno possiede è necessità o fattore di vita. Non retribuire adeguatamente
l'operaio è anche un furto, così come l'oppressione della povera gente ad opera
dei potenti di turno. Il principio basilare è enunciato in Lv 25,23 dove il
Signore afferma che «la
terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini».
L'uomo è chiamato ad amministrarla con equità.
«Non
dire falsa testimonianza»
Il verbo «anah» indica
«prendere
pubblicamente la parola» ma anche «rispondere
davanti ad un tribunale». Tuttavia il concetto
di falso testimone è vicino a quello di menzogna, che compromette la vita degli
altri. Il precetto non condanna direttamente la menzogna, da un lato perché
la falsa testimonianza ne è il caso più grave e, dall'altro, in quanto l'esempio
concreto risulta più incisivo di una sentenza generale. E' legittimo pertanto,
rilevare come oggetto di condanna sia la menzogna in generale.
«Non
desiderare...»
Nella versione originale del decalogo i due comandamenti che la tradizione catechistica
della Chiesa Cattolica ha diviso, sono uniti e riguardano le intenzioni profonde
del soggetto e non singoli atti come gli altri. Il significato si coglie ricordando
che, nella redazione del decalogo presente nel libro del Deuteronomio (Dt 5,21)
il verbo «hitawah» vuol
dire «desiderare» nel
senso di disposizione interiore cui non necessariamente segue un atto. Quindi
l'attenzione è centrata sul cuore delle persone.
E' la volontà che non deve essere schiava di istinti e passioni. Senza dimenticare
che la cupidigia si alimenta anche con il contatto con gli altri: ciò che viene
oggi definito come influenza dell'ambiente sul singolo. Questo precetto tutela
la libertà interiore dell'uomo. Perché questa scelta?
Porre come fondamento delle future leggi della Veneta Serenissima Repubblica
la seconda parte delle «dieci
parole», comporta inequivocabilmente
schierarsi dalla parte della vita e della libertà.