Sono d'accordo!
Ha ragione Beppe Grillo.
E Tronchetti dovrebbe pagare anche la famiglia di Adamo
Bove e farci sapere chi lo ha ucciso.
Graziella
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Telecom.
Oggi assemblea show. Grillo:
il bilancio è da neuro. TI, Grillo a Buora: dimettiti. E ora vediamo chi è
Al Capone
Show di Grillo all'assemblea Telecom. Il comico ha
attaccato i vertici del gruppo, chiedendone le dimissioni. Perché è un
management ''con le pezze al culo.
Ha indebitato l'azienda per fare i propri interessi''. E ha
concluso: "Rossi se ne è andato dicendo che l'Italia sembra la Chicago degli
anni '20. Vediamo chi è Al Capone".
Il comico genovese ha puntato il dito
contro i vertici del gruppo di Tlc: ''Con questo intervento - ha detto rivolto
al vicepresidente esecutivo Carlo Buora - vi voglio chiedere: dimettetevi. Fate
questo gesto straordinario, è un servizio che dovete fare per il bene del
paese''. Perché il management Telecom, ha insistito il comico in un crescendo di
gag e battute, è composto da ''manager con le pezze al culo, che hanno
indebitato l'azienda nei confronti delle banche e dello Stato per fare i lor
interessi''.
Non a caso, ha aggiunto, ''l'analisi dei bilanci di questi anni
dimostra che la privatizzazione di Telecom ha spogliato l'azienda di miliardi di
ricavi e di decine di posti di lavoro''. A dimostrarlo ulteriormente, per
Grillo, anche le dichiarazioni rilasciate da Guido Rossi all'indomani delle
dimissioni dalla presidenza del gruppo:
''Rossi se ne è andato dicendo che il mercato italiano sembra la
Chicago degli anni '20. Vediamo chi è Al Capone''. Lunedí 16.04.2007
11:32
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Pallonari
impenitenti
C'è in giro gente che racconta bubbole e poi fa
il faccino imbronciato quando si ricorda loro che son pallonari. Dice Prodi che
il governo non s'è intromesso nella vicenda di Telecom Italia. Ma chi piglia in
giro? Più che intromettersi ha direttamente partecipato. Dapprima con il piano
Rovati, il cui autore ancora reclama d'avere avuto ragione, poi con le continue
interferenze sulla scelta dello straniero, poi ancora con la telefonata di
Padoa-Schioppa a Bernheim, chiedendo il primo che il francese s'impegni a
difendere l'italianità e deducendone il secondo che il governo farà altrettanto
se qualcuno allungherà le mani su Generali. Alla faccia del non immischiarsi
negli affari dei privati! Dall'altra parte risponde Tronchetti Provera: me ne
vado perché sono indipendente e la politica mi ha fatto fuori. Qui a Prodi non
si fanno sconti, ma il regatante le spara davvero grosse. La sola vicenda di Tim
già dimostra che il timone lo usava per scacciar le mosche, e i numerosi errori
si sono accompagnati alla realtà inquietante di chi assoldava degli spioni, od
era incapace di riconoscerli come tali. Adesso che è fuori dice di volersi
togliere i sassi dalle scarpe, cerchi di non tirarseli sui piedi, e ricordi che
gli avvocati, quindi le querele, non si minacciano, si presentano. Noi la realtà
dei fatti e dei conti la raccontiamo da anni. Ci hanno spiato e calunniato, ma
non querelato. Ne parli con un legale di fiducia. Mi colpisce, però, la sua
difesa postuma: quando siamo arrivati in Telecom abbiamo, dice, dovuto svalutare
partecipazioni ed attività per 12 miliardi. Noi abbiamo raccontato come e dove
quei denari (degli azionisti) sono stati buttati, ed abbiamo descritto la
vicinanza ai casi Cirio e Parmalat. Intende aggiungere qualche cosa o si ritiene
pago dell'allusione?
In tutto questo c'è un lato positivo, dato che la
società passerà agli spagnoli, ma ciò è formalmente negato nell'immediato.
Questo è il tempo delle regole, perché non appaiano diverse se diversa è la
nazionalità del pilota. L'autorità si svegli, mostri d'essere tale, e cominci
dalle scelte che rendono più libero e competitivo il mercato, evitando, ad
esempio, che l'operatore virtuale sia la pagliacciata cui stiamo assistendo. Le
regole contano più della rete, ed i controlli più delle chiacchiere.
Davide Giacalone Pubblicato da Libero www.davidegiacalone.it
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La "pars" ledente del pasticciaccio
Telecom
Nel puttanaio infinito del pasticcioso pasticciaccio
inverecondo di Telecom, e dei suoi spioni di cui gli espertissimi vertici di
Telecom e di Pirelli non potevano non sapere (Carlo Buora e capo del personale
compresi) ha perfettamente ragione il giornalista Davide Giacalone a definire
scuse amorali quelle fornite con l'abituale spocchia e improntitudine da
Tronchetti Provera che ha scelto sede, tempi ed argomenti che peggiori non
sarebbe stato possibile trovare e ciò vuoi per eventuale complicità con gli
spioni (cosa che spetta alla magistratura accertare, e posto che egli non è
neanche indagato), vuoi per l'incapacità di accorgersi di cosa accadeva nella
stanza accanto alla sua, talora nella sua stessa stanza, e comunque con uomini e
strutture da lui scelti e da lui pagati.
La "pars" ledente di Telecom è
Tronchetti Provera, altro che parte lesa come senza vergogna ma con dosi
massicce di facce di tolla, facciacce che più di tolla non si può, si ostinano a
sostenere Tronchetti Provera & Co
Giuliana
D'Olcese www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
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La "pars" ledente del
pasticciaccio
Il "Tiger Tim", dopo aver seminato tabulati e numeri da
intercettare a complici di tutto il mondo Telecom, deve aver lasciato qualche
residuato bellico sopratutto in Cina (o, peggio, in qualche Cinatown italiana
connessa con providers cinesi?) da cui continuano, a ritmo molto rallentato ma
continuano, gli attacchi di Phishyng e di Hackers intrusions. Ti invio una email
in cui documento a quanti di dovere (se tutti lo facessero si bloccherrebbero in
quattro e quattrotto tutti i pichyngari, gli spammari e tutti gli hackers del
mondo) un caso davvero singolare di cui si può accorgersi solo se si sta attenti
ai fenomeni di internet, e si leggono gli headers delle mail trappola ed i
rapporti del Firewall sulla navigazione in rete. Un caso in cui Phishyng e
tentate hacker intrusions provengono dallo stesso provider non solo, ma anche
molto probabile dallo stesso hacker. Vedrai, la cosa è così lampante, ed a
distanza l'una dall'altra di sole cinque ore che dimostra come con quel provider
l'hacker mi sferra attacchi via email e hacker intrusions dalla rete. E si può
sicuramente dedurre che non è un hacker casuale ma molto mirato al mio pc. Se
hai qualcuno a cui interessa ancora il fenomeno delle intercettazioni illecite,
e della semina mondiale che ne ha fatto gli spioni di Telecom, mostra loro la
mail che ti invio. Costanza Pivetta
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La "pars" ledente del pasticciaccio
T
... e dopo una gestione di TELECOM di cui nessuno sentirà
la mancanza, gli sarà dato pure il pacco dono per togliere il disturbo.
Trovo vergognoso il fatto che il management, come spesso capita
in Italia, non si è assunto le proprie responsabilità, ovvero non ha dato le
dimissioni.
E francamente lasciare a Grillo il compito del Masaniello, senza
che nessun azionista abbia chiesto ad alta voce le dimissioni di Tronchetti e di
chi aveva la responsabilità diretta del clan dei curiosoni la dice lunga su come
vanno le cose in Italia. Bene Giuliana, meno male che almeno tu diffondi un pò
di aria fresca.
Ciao Vic
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La "pars" ledente del
pasticciaccio
Mentre ero su Libero e
leggevo gli oroscopi...ke str..., vedo un link ke ti porta su una specie di
chat sulla quale potevi conoscere un sacco di tizie, ci giro un po'
e vedo ke per poter usufruire del servizio, o x vedere i profili di questi
personaggi (alcuni li conosco) occorre la registrazione. L'ho fatta e per
leggere i servizi ho visto ke bisognava sottoscrivere dei c.d. "pass" a
pagamento. Io ke non sono ricco ho lasciato perdere. Ho acceduto ancora per
chattare e ho visto ke ancora mi kiedeva di sottoscrivere pass a pagamento con
carta di credito o addebito telefonico con kiamata a numeri con prefisso 8XX
(che ho disattivato al 187 di Telecom).
Mi è sembrato strano il tutto e di sapore truffaldino e ho
consultato dei blog.... Incredibile. Si parlava di una mega truffa perpetrata da
MEETIC ITALIA e siti simili ai danni di ragazzi ignari, illusi
dalla pubblicità ke promette l'erogazione di servizi gratuiti. A subire i
danni maggiori sono donne a cui, dietro promessa di chat gratuita, vengono
addebitati, con complicità dei gestori di telefonia, servizi supplementari dai
costi esorbitanti. Mi sembrava anke di aver capito ke i dati inseriti vengono
manipolati con la simulazione di errori ai danni dei malcapitati, ai quali viene
estorto denaro. Quindi uomini ke diventano donne e quindi pagano
subolletta.
O peggio allocchi ke hanno sottoscritto i passport con carta di
credito ke si vedono detratti soldi a forfait con scuse come ke si è usufruito
di servizi non gratuiti prima del pagamento. Insomma dai racconti emerge
una vera e propria Organizzazione a delinquere finalizzata alla
truffa. Non è tutto, al momento dell'iscrizione vengono kiesti anke
dati suscettibili quali origine etnica e religione ke non vengono tutelati,
immaginate con quali possibili conseguenze. Ho comunque avuto conferma ke
gli utenti maski se non sottoscrivono quei contratti pass a pagamento non
viene spillato neanke un centesimo o cmq x cifre modike non superiori a 25
euro.
In caso di problemi non esitate a denunciare all'Associazione
dei Consumatori e alle Forze dell'ordine (se si riferisce in un Blog non danno
ascolto alle lamentele dei cittadini dicendo ke gli unici reati telematici
perseguibili riguardano la pedofilia. BALLE!!!! La truffa è un
reato riprovevole aldilà delle modalità con cui è cagionato vedi att.640-640ter
c.p.). In caso di necessità non esitate ad adire l'Autorità giudiziaria x i
rilievi a livello civilistico sopratutto ke significa salvaguardare i vostri
soldini (potete rivolgervi al giudice di pace competente x il proprio distretto
o affidarsi ad un legale). Jacqueline Iannis
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Servizi e Telekom Serbia/Mellano
RNP:
"Nel decennale affaire sollecitato
risposta Governo a interrogazione di un anno fa... e presentato un ulteriore
cocumento".
Bruno Mellano (deputato radicale della Rosa nel
Pugno), intervenendo in aula, ha sollecitato la risposta dei ministri
dell'Interno e della Difesa all'interrogazione (Capezzone/Mellano, 4-00629)
presentata il 19 luglio 2006, in cui si chiedeva «se vi siano state attività dei
servizi di sicurezza della Repubblica italiana riconducibili alla vicenda
Telekom Serbia". Mellano ha annunciato, inoltre, il deposito di un'ulteriore
interrogazione (allegata), che - sulla scorta di una copiosa rassegna stampa
relativa ad attività di intercettazione e investigazione compiute da membri
della Security Pirelli/Telecom - chiede al Ministro dell'Interno, Giuliano
Amato: "se vi siano state in passato attività dei servizi di sicurezza della
Repubblica italiana riconducibili alla vicenda Telekom Serbia, a partire dal 1°
gennaio 1994 ma con particolare riguardo al periodo che va dalla caduta del
regime di Slobodan Milosevic (ottobre 2000) ai giorni nostri, in caso
affermativo, quali siano state queste attività". Mellano ha dichiarato: "Nel
decennale del closing dell'affaire Telekom Serbia (9/10 giugno 1997) e della
presentazione della prima interrogazione radicale sulla vicenda (da parte del
senatore Piero Milio, il 25 giugno 1997), ho ritenuto doveroso ricordare al
governo che giace inevasa da un anno l'interrogazione che ho presentato con il
collega Capezzone.
Da allora, vari organi di stampa hanno riportato
dichiarazioni dei signori Sergio Genchi e Marco Bernardini (ex referente Sisde
nei Balcani) su loro attività di investigazione relative al retroscena
dell'affaire, nell'ambito del lavoro d'intercettazione eseguito dalla Security
Pirelli/Telecom.
All'interrogazione del senatore Milio rispose, tre anni e
mezzo dopo, non il governo ma il giornale «La Repubblica", che in prima pagina
sparò il titolo «Le tangenti di Milosevic". Mi auguro che alle interrogazioni di
deputati di maggioranza risponda il governo, per evitare di essere costretti ad
andarci a cercare le risposte, in modo frammentario e incompleto, sui giornali".
Roma, 13 giugno 2007
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Perchè Telecom gestiva "Sicurezza
Informatica Italia"?
"RNP:
Interrogazione del deputato Maurizio Turco. Iinterrogazioni a risposta
scritta.
Da tre anni Telecom Italia, grazie a un accordo firmato il
15 settembre 2004 da Gianni De Gennaro e Marco Tronchetti Provera, è partner
della polizia postale per quanto riguarda la protezione delle infrastrutture
strategiche di telecomunicazioni. Recita il testo del comunicato, ancora
presente sul sito della polizia, che l'intesa mira a «migliorare la prevenzione
dei crimini informatici a danno delle infrastrutture tecnologiche di
telecomunicazione». Il testo, reso pubblico dal deputato radicale Maurizio Turco
attraverso una interrogazione al presidente del Consiglio e al ministro
dell'Interno, pone più di un problema alla luce delle inchieste degli ultimi
mesi sulle attività illegali del cosiddetto «Tiger Team», i «commandos» della
sicurezza Telecom accusati, tra l'altro, di aver messo sotto controllo la posta
della Rcs-Corriere della Sera.
«Il governo Prodi e quello Berlusconi dovrebbero chiarire molte
cose - sostiene Turco - Bisognerebbe rendere pubblici i dettagli di questo
accordo, far sapere all'opinione pubblica se è ancora valido e se, visto che è
in scadenza, si intende rinnovarlo». Secondo il parlamentare radicale sarebbe
anche il caso che il Viminale spiegasse «se è stato accertato un uso
fraudolento, da parte di dipendenti o dirigenti di Telecom Italia, di dati
sensibili di utenti privati o istituzionali, non impossibile visto quanto
riportato dalla stampa» e ancora «se la Polizia postale abbia preso qualche
provvedimento per prevenire, controllare e contrastare eventuali abusi» da parte
del personale Telecom Italia. «Mi sembra paradossale - aggiunge Turco - che la
polizia anziché controllare la società allora guidata da Tronchetti Provera
firmasse con quell'azienda accordi sulla sicurezza che le avrebbero reso più
facili le violazioni. Quella di Telecom è una storia ancora tutta da scrivere. A
questo proposito il Parlamento europeo si sta chiedendo perché il governo Prodi
abbia apposto sulla vicenda Abu Omar un segreto di Stato ancor più stringente di
quello utilizzato da Berlusconi».
Alla luce di questa «scoperta» il deputato
della Rnp, in una seconda interrogazione preceduta da un corposo dossier, chiede
al governo di spiegare tutte le anomalie registrate nella gestione delle ultime
elezioni politiche, in particolare quelle riguardanti la gestione informatica
dei risultati (recentemente rilanciate da «Gli imbroglioni», secondo
documentario sul tema del direttore de «Il diario» Enrico Deaglio): «Questo
esecutivo e il precedente devono chiarire cosa è accaduto nella notte tra il 9 e
il 10 aprile: il perché delle tre interruzioni nella trasmissione dei dati
elettorali, chi e per quale motivo ha tentato più volte di infiltrarsi nel
sistema del Viminale nel corso della giornata come risulta da più fonti». Come
si ricorderà fu Fabio Ghioni, capo del «Tiger Team» di Telecom che aveva
effettuato dei test sulla sicurezza informatica del Viminale, a informare delle
molte falle trovate il giornalista de «la Repubblica» Luca Fazzo, che ne diede
conto in un articolo pubblicato il 6 aprile 2006, a pochi giorni dal voto.
Insomma, si chiede Turco, «i dipendenti Telecom che gestirono la vicenda vennero
controllati? Da chi e come? E soprattutto: perché il Viminale per proteggere i
dati elettorali non si è rivolta al GAT, il nucleo speciale frodi telematiche
della Guardia di Finanza, e ha preferito un partner privato? Ho l'impressione
che anche questa sia una storia tutta da scrivere». Segue, nel comunicato
stampa, il testo delle due interrogazioni a risposta scritta presentate dall'on.
Maurizio Turco.
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Un Colonnello veramente
speciale
Paolo Colonnello, il giornalista che ha firmato
l'articolo sui presunti conti dalemiani in Brasile, articolo che ha infiammato
sia i diessini che il leader di Alleanza nazionale Gianfranco Fini, corso
immediatamente davanti alle telecamere a difendere il Ministro della Farnesina,
Massimo D'Alema: lo stesso D'Alema che più di un anno fa linciò pubblicamente
durante una trasmissione di Mentana, Matrix, Francesco Storace affermando che
Lui, Massimo D'Alema aveva appurato, senza specificare come, alcune
responsabilità di Storace etc etc. Paolo Colonnello prosegue imperterrito con
l'esposizione di fatti di cui è venuto a conoscenza, con l'art: Sono a San Paolo
le carte dei veleni http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200706articoli/22442girata.asp
Incredibilmente,
secondo me siamo al delirio di onnipotenza al suo stadio più alto. I presidenti
di Camera e Senato, Bertinotti e Marini, hanno chiesto al presidente del
Tribunale Livia Pomodoro di far pervenire "ogni utile elemento di informazione
che possa fugare le preoccupazioni emerse in Parlamento, con specifico riguardo
all'applicazione delle disposizioni e delle garanzie di cui all'articolo 6 della
citata legge n. 140 del 2003 e delle norme processuali ivi richiamate".
http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/politica/ds-contro-indiscrezioni/ds-contro-indiscrezioni/ds-contro-indiscrezioni.html
Ma
siamo impazziti? Devono informare chi su e perché?! la magistratura deve essere
lasciate libera di indagare! Marini e Bertinotti pretendono di venire a
conoscenza del contenuto di alcune intercettazioni???!!! Se ciò accadesse, se
Marini e Bertinotti venissero accontenati, si potrebbbe asserire senza dubbio
alcuno che noi stiamo vivendo sotto una dittatura! F.G. Mangascià: http://italiasvegliati.ilcannocchiale.it
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Ciao,
Giuliana!
Ho apprezzato il tuo pezzo che rimproverava al
Sindaco Veltroni l'illegittima elezione del Difensore civico. Purtroppo è così
dappertutto, in Italia.
Di seguito un pezzo che, se credi, puoi pubblicare.
Enzo Trentin
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Ciao Enzo, grazie per l'approvazione al mio e grazie per il tuo articolo,
eccolo.
Cosa c'è da stupirsi?
Nel
paese di Pulcinella da sempre una minoranza ha preso il potere, e solo dopo
si è inventata un'etica
Ha molto successo e suscita giuste polemiche il libro di
Gianantonio Stella e Sergio Rizzo: «La Casta». Tuttavia si può rilevare che
oramai potremmo parlare di un genere letterario. Infatti, «La Casta» è stato
preceduto da «Il costo della democrazia» dei senatori DS Cesare Salvi e Massimo
Villone. In precedenza molte delle fortune parlamentari di Raffaele Costa (PLI)
si dovettero a denunce analoghe sfociate nell'ultimo libro: «L'Italia dei
privilegi. Dizionario delle persone e delle categorie trattate meglio dei comuni
cittadini» volume di ben 351 pagine pubblicato nel 2002. Ma si tratta di storie
centenarie se si prende in considerazione che nella galleria dei memorialisti
garibaldini, Giuseppe Nuvolari non compare. Partecipe di tutti i grandi eventi
del Risorgimento, volontario in Sicilia con Garibaldi, e a lui vicino in quella
sorta d'esilio che fu Caprera, tornando a casa ebbe il coraggio di dire «ciò che
pensava»: di qui l'ostracismo decretato della storiografia ufficiale.
A
differenza di Giuseppe Cesare Abba, autore del celebratissimo e «politicamente
corretto» libro di memorie garibaldine «Da Quarto al Volturno», prefigurazione
dell'Italia monarchica, o di Giuseppe Bandi, ostico toscano e duro combattente,
rientrando presto nei ranghi della «normalizzazione» regia, ucciso per mano di
un anarchico, dopo una vita da «irregolare e bastian contrario», il nostro
Nuvolari, mantovano sobrio e concreto, tornando a casa deluso dalla piega degli
avvenimenti non s'era macerato nell'astio e nel compatimento di sé, come fanno
spesso i reduci che danno per scontato che per pochi «fessi» che si sacrificano
c'è sempre la vasta legione dei profittatori e dei furbi che si fa avanti per
reclamare la pensione.
Al contrario Nuvolari, sfidando il nuovo regime che lo
ripagò con la moneta del silenzio (una moneta che è spesso spesa anche oggi nei
confronti di coloro che non s'inchinano alla partitocrazia), sebbene più a suo
agio col vomere e la vanga, prese la penna ispirato dalla passione e
dall'indignazione, e quasi di getto, con verve ironica irresistibile, compose
questo straordinario e godibilissimo memoriale diviso in due parti e scritto in
forma di lettera. Memoriale finora poco noto perché documento scomodo, ignorato
dalla pubblicistica militante, che raccolto in volume venne pubblicato per la
prima volta a Genova nel 1879 col titolo significativo: «Come la penso», libro
appena ristampato dall'editore Sometti di Mantova, a cura dell'associazione Padi
Terrae, con una penetrante ed esemplare introduzione di Sante Bardini.
La
storia di Giuseppe Nuvolari, agricoltore, con possedimenti a Roncoferraro, suo
paese natio, nel mantovano, è simile per molti versi a quella di molti altri
giovani del suo tempo, infiammati dalle nuove idee di «nazionalità» e di
indipendenza, ed era implicito per tutti che il concetto significasse anche
libertà, sebbene i programmi dei liberali devoti a Torino non vi facessero
specifico riferimento. E non a caso. «Non basta l'indipendenza per essere
liberi», diceva Carlo Cattaneo.
La libertà non era roba che potesse
interessare la corte di Torino. Nel nome di Garibaldi venuto dall'America per
fondare una nuova patria rigenerata, il giovane Nuvolari scappa di casa nel
1852. Si arruola nel 1859 nei «Cacciatori delle Alpi», di Garibaldi visto con
sospetto dai generaloni di Torino: nel '60 è in Sicilia con i Mille, che al
primo solenne raduno nel cinquantenario della spedizione, nel 1910, invece di
presentarsi dimezzati complice l'anagrafe e la falce, si erano come
moltiplicati, come aveva temuto Garibaldi (viene in mente l'immediato secondo
dopoguerra con il proliferare di staffette partigiane ed ex aderenti alla RSI
rimpannucciati da partigiani prima e zelanti comunisti poi).
Fatta o disfatta
l'Italia, Nuvolari resta per qualche tempo con Garibaldi a Caprera, avendo modo
di sperimentare come il «sogno» svanisca lasciando il posto a una ben triste
realtà. Tornato a casa comincia a stendere questa lunga lettera e il
destinatario simbolico è il sindaco dell'isola della Maddalena, Leonardo
Bargoni, al quale, senza volerne fare il capro espiatorio del decadimento morale
già in atto, denuncia quasi con foga e con dati inoppugnabili, le incipienti
storture, i ladrocini, la corruzione, ravvisando nel doppio sistema che si va
instaurando la nascita della «questione meridionale» (speculare a quella
«settentrionale»), che sarà alla base di un secolare e irrisolto malinteso.
Vede, quasi in anticipo e chiaramente, la formazione di due Italie contrapposte,
di una doppia morale, e provoca il Bargoni, con la sua focosa e stringente
requisitoria: «Come Ella avrà osservato, nel mio Comune vi è meno di un
impiegato su mille persone. Alla Maddalena, e nella Sardegna tutta, quanti ve ne
saranno? Credo di non esagerare dicendo uno su cento. Ma mi dica di grazia, caro
signor Leonardo, a che cosa servono, cosa fanno tutti gli impiegati che sono
alla Maddalena?».
È già in atto, specie al Sud, il «miracolo» della
moltiplicazione dei posti, nelle ferrovie, alle poste, nelle preture. Ed è con
saggezza contadina che egli commenta:
«Chi lavora ha una camicia, chi non lavora ne ha due». Cita
l'esempio del suo comune di Roncoferraro, «dove si lavora davvero e dove c'è
tanta miseria, e dove ogni individuo, con meno di un ettaro di terreno, paga
attualmente allo stato nette lire 18 - diciamo 18 camicie - che il nostro poco
coscienzioso Governo prende da chi lavora per regalarle ad ogni individuo della
Maddalena che mangia pane bianco, si provvede di pesce o carne ogni giorno, non
sa cosa sia la miseria, fa il signore, ed è rispettivamente passivo al Governo
di annue lire 56, ovvero 56 camicie!». Prima del 1860, il governo piemontese non
aveva costruito in Sardegna un chilometro di ferrovia (come i Borboni in
Sicilia), dopo l'unità è un fervore d'opere a spese dei contribuenti delle nuove
province annesse, l'isola, dopo il secolare abbandono (c'era solo una strada -
la Carlo Felice - che la attraversava da Nord a Sud), verrà collegata al
continente da un numero francamente eccessivo di linee di navigazione; e non si
stenta a credere perché: lavori, posti, clientele, un sillogismo che non sfugge
al Nuvolari, scarpe grosse e cervello fino. Senatori e notabili naturalmente
viaggiano gratis.
Non è finita! La Sardegna, poco abitata, poco ricca, è dotata di
due università, Cagliari e Sassari, quando in Piemonte ce ne è una sola. Più
posti, più professori, più burocrazia! Quanto alla magistratura (e sembra che
parli di quella d'oggi), «lungi dall'essere libera e indipendente, il più delle
volte è in balia dell'intrigo, alla mercè di Alti Personaggi o di partiti e così
la bilancia della Giustizia, presenta il doloroso spettacolo di due pesi e due
misure sempre a vantaggio del denaro o del blasone...».
Al Sud osserva le
terre lasciate incolte dai proprietari ed esclama: «Si fossero trovati sotto il
paterno regime austriaco - allorché questi dominava nel Lombardo-Veneto -
sarebbero stati freschi! Negli anni di penuria, l'Austria obbligava i conduttori
di fondi a dare lavoro ai contadini, in proporzione del censo, indicandogliene
il numero, e se non vi era proprio nulla da fare... in tal caso bisognava
pagarli lo stesso!».
Così dopo aver combattuto l'Austria a viso aperto, viene
quasi la tentazione di rimpiangerla: col «regime italiano» la Lombardia scade di
livello e di senso civico.
Se si vuol fare giustizia della propaganda post-risorgimentale,
questo libro è l'antidoto adatto. Insomma, Italietta di ieri, pataccara e vile,
è la nutrice e pronuba dell'Italia d'oggi, vizi, malversazioni e cialtronerie
compresi. Cosa c'è da stupirsi? Adesso gli italioti parlano di democrazia, ma
ignorano o fingono d'ignorare che all'incirca 2.500 anni orsono essa era ben
conosciuta e così descritta da Tucidide: «Seguiamo le autorità di volta in volta
al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime
dell'ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le
oltraggia un'indiscutibile condanna: il disonore. Il nome che gli conviene è
democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia dei
cittadini».
Enzo Trentin / mercoledì 13 giugno
2007
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MONTECITORIO: «UNA
BRUTTA PAGINA PER IL PARLAMENTO».
UNA MAGGIORANZA TRASVERSALE
"SALVA" DUE PARLAMENTARI DEL GRUPPO LEGA NORD-MPA PALESEMENTE
INELEGGIBILI.
MELLANO: Nella seduta di oggi, a Montecitorio, la maggioranza
dei deputati ha ritenuto che non andasse annullata l'elezione degli onorevoli
del gruppo Lega Nord-MPA Lorenzo Bodega e Sebastiano Neri, malgrado la Giunta
delle elezioni della Camera ne avesse proposto la decadenza. Bodega e Neri
erano, al momento della loro candidatura, sindaci di due comuni con popolazione
superiore ai 20.000 abitanti (Lecco e Lentini) dunque in eleggibili in base
all'art. 7, comma 1, lettera c) del D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive
modifiche. Per candidarsi avrebbero dovuto (come tutti i loro colleghi sindaci
di comuni con più di 20.000 abitanti) dimettersi entro il 5 febbraio 2006 (art.
3 bis del d.l 1/2006 convertito dalle l.22/2006). Invece non l'hanno fatto.
Bruno Mellano, deputato Radicale della Rosa nel
Pugno, ha così commentato: «Fra i tanti privilegi dei
parlamentari di cui spesso si parla con foga demagogica e qualunquista, il più
odioso di tutti è sicuramente l'abitudine ad interpretare le leggi tassative
rispetto al cittadino ma flessibili per chi sta già dentro l'istituzione. A 13
mesi dalla proclamazione del collega Bodega e a 10 del collega Neri la Giunta
delle elezioni, con una procedura giustamente garantista ma eccessivamente
lunga, aveva finalmente espresso una chiara indicazione per la decadenza e la
sostituzione con il primo dei non eletti all'aula. Oggi la Camera dei
Deputati respingendo la motivata proposta di decadenza dei due colleghi del
Gruppo Lega Nord-MPA ha scritto una brutta pagina della sua storia. Non è la
prima e non sarà l'ultima purtroppo. Personalmente ho, da oggi, un po' meno
speranza che i colleghi senatori trovino la forza di applicare la testualità di
questa stessa legge oggi palesemente ignorata dalla maggioranza dei deputati per
far entrare a palazzo Madama gli 8 senatori legittimamente eletti ma
abusivamente sostituiti in base ad una interpretazione illegittima». Roma,
07/06/07
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Solidarietà e invito alla
Resistenza a tutte le vittime delle nuove S.S.
Noi tutti Cittadini Italiani subiscono
continui attacchi informatici (e non solo) anticostituzionali e antidemocratici.
Atti pericolosi non solo per le vittime, ma per la Nazione e la libertà sulla
quale si fonda, è evidente che è in atto un tentativo da parte di "qualcuno" di
voler far precipitare a tutti i costi la nostra Democrazia, in una Dittatura
Oscurantista e Totalitaria. Quanto avviene infatti dovrebbe essere preso in
seria considerazione dalla politica, anzichè snobbato. Infatti sono in molti
oramai in Italia a temere un Golpe. Forse dovremmo prendere tutti un po' più sul
serio chi teme ciò, o chi come lo stesso Grillo, (e non solo) urla che
"L'Argentina è più che mai vicina"
Biagio
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LA VENERABILE
TRAMA. La vera storia di Licio Gelli e della
P2. Nuova P2, la politica si
divide. Parisi: «Veleni senza
fondamento»
ROMA - Il ritorno di una nuova P2 sul mercato della
politica dietro l'affaire Visco-Speciale, la trama oscura che incrocerebbe le
vicende che in questi mesi hanno segnato Sismi, Guardia di Finanza e Security
Telecom, insomma la ricostruzione offerta ieri da «Repubblica» apre un fronte di
dibattito in Parlamento.
[...] Le reazioni più nervose si registrano nel
centrodestra, un fantasma e nulla più lo spauracchio della P2, sostiene chi
prende la parola. Per il coordinatore forzista Sandro Bondi, «invece di prendere
atto della realtà di un atto sconsiderato del viceministro Visco, la sinistra e
i suoi giornali si rifugiano nella fantascienza inventando mostri immaginari
fatti di presunti apparati semiclandestini e rispolverando il fantasma della
loggia P2».
[...] Cauto, molto cauto il diessino Luciano Violante. Dice:
«Sono abituato a giudicare ciò che vedo, lì si parla di poteri oscuri e i poteri
oscuri non si vedono».
Ma il quadro, al contrario, è serio e va preso in
considerazione, secondo altri a sinistra. Il segretario del Prc Franco Giordano
sostiene che «esiste effettivamente una trama di realtà e poteri che viene
fortemente difesa dalla destra». Come pure il leader e ministro verde Pecoraro
Scanio ritiene che «le cose che vengono scritte sono inquietanti e se non si è
in grado di smentirle, la situazione è degna di un intervento dei presidenti di
Camera e Senato».
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Nel pieno del dibattito, le
Edizioni Lindau presentano l'ultimo lavoro di Giorgio Galli, uno dei più
autorevoli politologi italiani: La venerabile trama. La vera storia di Licio
Gelli e della P2, una vastissima, ricca e lungimirante analisi per mettere sotto
una luce del tutto inedita il ruolo avuto da Gelli e dalla sua Loggia nella
lunga serie di drammatiche vicende che hanno segnato la storia d'Italia da
dopoguerra... a oggi!
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LA VENERABILE
TRAMA. LA VERA STORIA DI LICIO GELLI E DELLA P2
di
GIORGIO GALLI - «I Draghi» / ISBN 978-88-7180-658-7/ pag.158/ euro16,00 - IN
TUTTE LE LIBRERIE
«A vent'anni di
distanza, a Guerra Fredda conclusa, destra e sinistra
convergono ancora nel preferire a una seria assunzione di responsabilità,
nazionale e collettiva, lo scaricare, ormai in sede storica, su altri (Stati
Uniti) o su istituzioni specifiche e settoriali (servizi segreti, Massoneria) la
responsabilità del mediocre funzionamento di un sistema politico (la cosiddetta
Prima Repubblica) nel quale i vertici di partito hanno sistematicamente male
interpretato e disatteso i pronunciamenti dell'elettorato. Personalmente ho
sempre cercato di abbinare allo studio dei ruoli dei poteri occulti un'analisi
politologica che non si traduca in una dietrologia permanente.
Le pagine che seguono sono la prosecuzione di questo lavoro».
Giorgio Galli. Secondo Galli, dalla sua rinascita, nel dopoguerra, la Massoneria
non ha contato nulla nella politica italiana, tanto meno ha coltivato ambizioni
golpiste. La P2 sembra fare eccezione, non fosse altro che per la presenza fra
le sue fila di molti rappresentanti dell'élite industriale, finanziaria,
militare ecc. Ma, al di là di tante fantasiose ipotesi mai dimostrate, la P2 e
Licio Gelli, si domanda Galli, sono davvero la spiegazione di quasi ogni
anomalia del passato nazionale? Davvero Gelli ebbe il ruolo decisivo che gli si
attribuisce? Ed esistono per questo delle prove, se non inconfutabili, per lo
meno solide e ragionevoli?
La sua analisi di studioso di politica ed
esoterismo, tutti i fatti, le testimonianze, i documenti che l'autore raccoglie,
sembrano demolire il mito nero di Gelli, burattinaio occulto della Repubblica, e
della P2 come sinistro gruppo di potere. Se mai, emerge chiaramente che essa ha
operato come una lobby interessata a difendere la collocazione internazionale
dell'Italia e il suo sistema socio-economico, tenendo il Partito Comunista
lontano dal potere. Giorgio Galli è stato docente di storia delle dottrine
politiche presso l'Università degli Studi di Milano. Tra le sue numerose opere
ricordiamo: Il decennio Moro-Berlinguer. Una rilettura attuale (2006), Enrico
Mattei: petrolio e complotto italiano (2005), Hitler e il nazismo magico (2005),
Piombo rosso. La storia completa della lotta amata in Italia dal 1970 a oggi
(2005), I partiti politici italiani, 1943-2004 (2004). Presso le Edizioni Lindau
ha pubblicato [...] Si sta oggi affermando la tendenza a far rientrare tutti gli
irrisolti misteri italiani nel quadro del grande scontro semisecolare tra il
«mondo libero» vittorioso e il «comunismo» sconfitto, con gli eventi italiani
determinati da una «sovranità limitata», dipendente dagli Stati Uniti. In questo
contesto, le vicende italiane, con poche centinaia di vittime, possono essere
rappresentate come episodi dolorosi, ma in fondo marginali, di un conflitto
cosmico nel quale la luce ha prevalso sulle tenebre.
Le pagine che seguono
sul ruolo della Massoneria sono una proposta metodologica per contrastare il
prevalere di un'impostazione concettuale che, una volta affermatasi, renderebbe
impossibile accertare quello che è realmente accaduto nelle singole situazioni.
Per evitare che vengano tutte fatte rientrare nel quadro che si è detto, occorre
procedere per classificazioni. Indubbiamente molte vicende italiane possono
essere capite solo nel quadro della Guerra Fredda e del confronto tra Usa e
Urss.
Vi sono, però, altre trame che non dipendono dalla Guerra Fredda e sono
la conseguenza di lotte di potere tra gruppi e personalità italiani, che solo
con l'inganno e in maniera pretestuosa sono state collegate al contesto
internazionale. In qualche caso vi può essere stata un'intersecazione tra le due
situazioni, un collegamento tra iniziative italiane e un ambito particolare, in
un periodo preciso, nel quale le condizioni internazionali del momento possono
aver esercitato qualche influenza.
Ma, in generale, attraverso una ricostruzione precisa che il
tempo trascorso consente ormai di definire storica, è possibile giungere a una
distinzione e a una classificazione, sino a pervenire a una mappa comparativa
completa di tante vicende che l'opinione pubblica, e soprattutto le giovani
generazioni, collocano in una nebulosa i cui confini e la cui estensione proprio
il trascorrere del tempo rende sempre più indefiniti. L'analisi del ruolo della
Massoneria è un primo contributo alla costruzione di una tale
mappa.
Capitolo 5. Gelli e la P2 tra realtà e
leggenda
[...]
La leggenda della P2, che forse
non arriva ai giovani, ma che dà accenni di presenza nella cultura italiana, mi
pare data dal fatto che questo progetto sia stato interpretato come di lunga
durata nella nostra esperienza politica, tanto da vederne la prosecuzione negli
ultimi decenni, attraverso tentativi di revisione costituzionale, in parte
condivisi dalla sinistra, ma che sono apparsi programmatici soprattutto per il
centrodestra: coalizione guidata da una persona come Silvio Berlusconi, che era
stato iscritto alla P2 (tessera 1816). La mia interpretazione dell'evoluzione
del sistema politico italiano è diversa. Ritocchi alla costituzione erano
oggetto di dibattito prima della P2 e oggetto di attività di varie commissioni
parlamentari presiedute via via dal liberale Aldo Bozzi, dal democristiano
Ciriaco De Mita, dalla comunista Nilde Iotti, ben prima della famosa commissione
di D'Alema del 1997 (bicamerale come le altre).
I ritocchi di cui si parla
non erano le iniziative previste dal piano di rinascita di Gelli e della P2.
Concernono essenzialmente la riduzione del centralismo (autonomia delle regioni
e dei comuni, distinzione dei ruoli fra le due camere, con un senato per la
gestione di quelle autonomie, sul modello tedesco e in parte francese). Il
mancato impegno in questa direzione ebbe come principale conseguenza politica, a
partire dagli anni '80, il successo della Lega, nata in un contesto del tutto
diverso da quello degli anni '60: declino della sinistra e del Pci, di nuovo
confinato all'opposizione di governi a centralità democristiana.
Questa venne
sfidata dal Psi di Craxi, l'uomo che aveva conosciuto Gelli, ma che lo aveva
definito «Belfagor», il diavolo furbo ma al servizio di quello davvero
pericoloso, Belzebù (Giulio Andreotti).
Anche Craxi aveva inizialmente
sbandierato un progetto che definiva «Grande riforma», con rafforzamento
dell'esecutivo (sino alla possibilità di una repubblica presidenziale). Ma il
progetto era stato accantonato, per essere sostituito da una competizione con la
Dc per una spartizione del potere che non ne metteva in discussione la
centralità nel nostro sistema politico. È questo equilibrio che venne sconvolto
nei primi anni '90, quando era trascorso ben un ventennio dal progetto gelliano
della P2. Mentre questi progetti prevedevano - come si è detto - una
magistratura subordinata a un potere politico anticomunista, fu una magistratura
più autonoma da un potere politico indebolito che, divenendo protagonista non di
un complotto (come si disse), ma di inchieste finalmente non condizionate, creò
una situazione che fornì una nuova occasione ai comunisti, in trasformazione con
la crisi del sistema sovietico.
La «discesa in
campo» di Berlusconi nasce dall'idea di cogliere un'occasione
alternativa a quella che si presentava per i comunisti: quella di impegnarsi in
politica per evitare una crisi finanziaria, aggregando l'elettorato moderato in
crisi di rappresentanza.
La cultura politica del patron di Mediaset lo
portava certamente a condividere, negli anni '70, l'impostazione anticomunista
della P2.
Però la sua iscrizione alla loggia non aveva motivazioni politiche,
ma concerneva il ruolo che ho definito come centro di compensazione di
ragguardevoli interessi economici. L'allora costruttore di città satelliti come
Milano Due pensava di trarne vantaggi personali, così come generali e magistrati
che prendevano la tessera per motivi analoghi. Vi sono fattori di continuità nel
sistema politico italiano. Per esempio le tradizioni della Dc e del Pci
perdurano, anche dopo la scomparsa dei due grandi partiti della Prima
Repubblica. Il mal definito rapporto fra centralismo e autonomie si trascina sin
dal Risorgimento. Permane, come in tutte le democrazie rappresentative, un
conflitto latente fra istituzioni basate sul consenso e servizi di sicurezza
fondati sul segreto. Ma come non sono esistiti doppio Stato e partito del colpo
di stato, così non vi è continuità fra la vicenda della P2 e la fase a cavallo
del passaggio di millennio, a partire dagli anni '90. Il centrodestra è stato
caratterizzato da soggetti politici nuovi quali la Lega e Forza Italia e la
continuità fra Msi e An è molto relativa. I tempi rapidi della vita postmoderna
fanno spesso venire meno la memoria storica. La necessità di conservarla non può
prescindere dalla necessità di mantenere quella distinzione tra storia e
leggenda che pure viene messa in discussione in recenti dibattiti sulla
disciplina storica, di cui dirò più avanti. Per questo è opportuno puntualizzare
che la vicenda della P2 si è chiusa definitivamente da oltre un quarto di
secolo, anche se ha avuto un significato politico che è utile tenere
continuamente presente.
Ma la leggenda può ancora irrobustirsi con i dati della cronaca
attuale, che riguardano situazioni torbide o intriganti.
Sismi e
Telecom
Per esempio, quando nell'estate 2006, dopo alcuni episodi
nel quadro dell'arresto di Vittorio Emanuele di Savoia, il presidente della Rai,
Claudio Petruccioli, annuncia che aprirà un'indagine interna per capire se lo
scambio sessuale era la regola dell'ufficio contratti per le artiste,
contestualmente il consigliere di amministrazione Nino Rizzo Nervo (della
Margherita) informa: A ottobre [2005, N.d.A.] chiesi che fosse fatta luce su
un'assunzione per chiamata diretta a Rai Uno. La prima rete aveva appena
ingaggiato il figlio della segretaria di Gelli. A distanza di nove mesi non sono
ancora riuscito a conoscere i risultati di quell'indagine, nonostante abbia
fatto una richiesta scritta al direttore generale uscente Meocci.
20.
Contemporaneamente emerge la questione del sistema di schedature
arbitrarie messo in atto dalla Telecom. Emanuele Cipriani è il titolare
dell'agenzia di investigazione che ha collaborato alla loro effettuazione. È
amico di Marco Mancini, il numero due del Sismi, contestualmente indagato per il
sequestro dell'imam Abu Omar insieme alla Cia, operazione nella quale è
coinvolto anche il direttore del servizio, Nicolò Pollari.
Al
giornalista che gli chiede: «Lei conosce Marco Mancini, numero due del
Sismi?», Cipriani risponde: «Marco l'ho conosciuto alla metà degli anni '80,
quando lavorava all'anticrimine dell'Arma dei carabinieri di Milano. Ho avuto
con lui e la sua bellissima famiglia un rapporto molto intenso e profondo. Sono
molto affezionato ai Mancini. Non dovete mescolare l'amicizia al lavoro. Marco
ha una forte sensibilità istituzionale che sa tenere ben distinte amicizia e
questioni di altro tipo. Mai ho approfittato del nostro rapporto, né lui lo
avrebbe consentito».
Subito dopo il giornalista gli chiede: «Dicono che tra i
suoi amici ci sia anche un altro ingombrante personaggio, Licio
Gelli».
Cipriani risponde: «È un'altra sciocchezza. Non
conosco Licio, anche se mi è capitato d'incontrarlo in circostanze non felici,
come il funerale di sua figlia. La verità è che da oltre 15 anni sono amico di
suo figlio Raffaello e della moglie Marta». Alla successiva domanda: «Lei è
massone?», Cipriani risponde: «No. Né frequento circoli.
Da un anno e mezzo
conduco vita ritirata, e nessuno si affanna a venirmi a trovare». 21.
Le
leggende nascono anche dalle affabulazioni. Licio Gelli e la P2 non c'entrano
nulla né col vertice della Rai né col vertice del Sismi in un periodo, quello
dell'estate del 2006, tanto ricco di eventi nella politica italiana (oltre che
di drammi in Medio Oriente). Ma il Maestro Venerabile e la sua istituzione
vengono citati e rievocati, come se, in qualche modo, fossero ancora importanti
e potessero influenzare i centri di potere, dai mass media ai servizi
segreti.
Come si è visto dall'ultima domanda riportata, si potrebbe pensare
che queste situazioni, in qualche modo torbide, possano ancora concernere la
Massoneria. In realtà l'istituzione si è impegnata a prendere decisamente le
distanze dalle iniziative degli anni '70.
Ma le ombre
persistono. Sotto il titolo L'eterno ritorno del Venerabile tra
affari sospetti e nuova P2, sempre Filippo Ceccarelli scrive a
proposito delle intercettazioni Telecom:
Dice il verde
Bonelli: «Peggio della P2». Alessandra Mussolini: «Altro che P2». Marco
Rizzo, Comunisti italiani: «Una nuova P2». Giuseppe Giulietti, Ds: «Mi ricorda
sempre più la P2». L'ex ministro Maroni: «Pensavo proprio alla P2». L'attuale
ministro Pecoraro Scanio: «Basta con le vecchie e nuove P2» [...].
Uno scandalo postumo e retrospettivo. Un'entità demoniaca e
polivalente. Un animalone mitologico: idra, chimera, ircocervo, araba fenice.
Vai a sapere, dopo commissioni di saggi, processi, indagini parlamentari, dopo
montagne di libri, film, poesie e persino canzoni (Maudit dei Litfiba), cosa
diavolo è stata la P2. Rieccola, dunque, la super Loggia di Licio Gelli.
A 25 anni di distanza dal suo scoperchiamento,
si viene a sapere che Emanuele Cipriani, raccoglitore di dossier e fondatore di
un'agenzia investigativa dal fantastico nome «Polis d'istinto», era domiciliato
presso la nuora del Venerabile. Ed è una coincidenza che un po' fa riflettere.
Come se il salto generazionale e d'adeguamento interparentale, da Licio a
Raffaello via nuora (a nome Marta) fossero indizio, segno e condanna
d'inesorabile e patologica continuità. Come passa il tempo. Ma anche come si
ripete! «Nuova P2» suona infatti come una magica e serializzatissima evocazione
nel discorso pubblico: Cossiga (che qualificò gli adepti della Loggia
«galantuomini»), processo Andreotti (sempre sospettato di essere il vero capo
della P2), piani di «rinascita democratica», ti passa davanti un quarto di
secolo
[...]. Un'inchiesta del Tg1 su Cia e P2 suscitò l'ira di Cossiga e
costò il posto e la poltrona al direttore Nuccio Fava. Nel 1992 l'allora
ministro degli Interni Nicola Mancino annunciò che la Loggia non solo era
rinata, ma tramava con la mafia. «Ci minaccia ancora», dichiarò anche Spadolini.
E quando Martelli, che pure aveva avuto qualche fastidio dal conto Protezione
trovato proprio tra le carte di Gelli si ritrovò nelle peste, beh, pure lui
disse che l'attacco proveniva dalla P2 [...].
Almeno in teoria, lo spionaggio
Telecom degli odierni Cipriani può identificarsi come l'erede tecnologico del
sistema di ricatti cartacei messi in piedi dal centro di potere di Gelli. E
quando Bossi, per dire, quando cioè un ministro del governo Berlusconi - per
giunta! - attribuisce il mancato ottenimento della devolution alla classicissima
nuova P2 definita «un coacervo economico e politico trasversale che mira a
pasticci e imbrogli a nostro danno», ecco che il senso dell'allarme va a farsi
benedire nel mare magnum della genericità propagandistica. 22. Conclude
Ceccarelli:
La P2 è esistita. Ma rischia di
sopravvivere in un'altra forma [...].
La
sostanziale ambiguità della vicenda gelliana e del suo esito giudiziario, la
mancanza e la rinuncia, sia pure per sfinimento, di un giudizio storico univoco;
la stessa pacifica constatazione che la Repubblica, bene o male, è stata
governata non una ma due volte da un presidente del Consiglio il cui nome, come
recita la formula, è stato trovato negli elenchi sequestrati a Castiglione
Fibocchi, ecco: ancora oggi tutto questo non impedisce alla P2 di essere entrata
a far parte dell'immaginario italiano come un archetipo. 23.
Gelli
parla dei «golpe» verbali.
È
quanto emerge dal più recente libro-intervista a Gelli, che pure fornisce
un'interpretazione dei fatti del tutto diversa dalla mia, ma che, sotto il
profilo storico, ne conferma la conclusione che ho detto (Loggia d'affari e non
progetto di «golpe»). Si può partire da un episodio minore, quello del «due
volte presidente del Consiglio» Berlusconi. Dice Licio Gelli:
L'iniziazione di Berlusconi avvenne nel 1977, nella sede di via Condotti.
C'erano anche Gervaso e il medico Fabrizio Trecca, che era un po' il capofila
del raggruppamento riservato agli operatori dei mass media. Finita l'iniziazione
gli consegnammo i guanti, il grembiule e una tessera di apprendista. Sbagliando,
perché doveva essere di Maestro. Berlusconi ce la mandò indietro e noi gliela
cambiammo, allegando una lettera di scusa [...].
Per noi era importante
rompere il monopolio della TV di Stato [...]. Credo di averlo visto un paio di
volte dopo lo scandalo del 1981. Il tempo di una stretta di mano.
Mi
ha detto: «Mi spiace per quanto è successo». Naturalmente era
dispiaciuto anche per le cose che gli sono state attribuite a causa della sua
iscrizione alla P2. 24.
La fine del monopolio Rai era nel piano di rinascita.
Iniziò nel 1980, con la firma di un accordo fra la Fininvest e il ministro delle
Poste per trasmettere le partite di calcio. Il futuro premier fu certamente
aiutato dalla P2, ma decisivo fu il successivo ruolo di Craxi, quando la P2 era
già inoperosa. La Fininvest aveva 6 miliardi di debiti dodici anni dopo la fine
della P2, e Berlusconi si salvò con l'ingresso in politica e per la dabbenaggine
della sinistra.
Ma passiamo all'episodio della ricostruzione generale della
vicenda. Gelli si vanta di essere rimasto idealmente fascista. Lo ripete più
volte nell'intervista, a partire da una delle prime domande e dalla risposta: «A
quale ideale è rimasto legato? A quello fascista. Inoltre sono sempre rimasto
monarchico» 25 (e pur aderendo alla Repubblica Sociale). All'idea di democrazia
contrappone quella di gerarchia e di meritocrazia.
È profondamente
anticomunista. Riteneva l'Italia una colonia americana e temeva che
negli anni '70 i comunisti potessero arrivare al potere. Ecco alcune sue
espressioni: «Dalla fine della guerra eravamo ormai una colonia degli Usa».
26.
«Seguivano la situazione perché consideravano l'Italia una
colonia americana. Grazie alle basi militari alleate c'erano in Italia 3/4000
soldati americani. Gli americani facevano una grossa ombra. Erano un male da un
lato, perché l'Italia non era padrona di fare ciò che voleva, ma un bene
dall'altro, perché costituivano con la loro presenza, un'ulteriore
sicurezza».
Ulteriore perché lo stesso Gelli ammette «di non avere mai
creduto che il Pci potesse arrivare effettivamente al potere [ma] la presenza in
Italia di un partito comunista molto forte poteva solleticare delle tentazioni».
27. In realtà, l'Italia non poteva fare quello che voleva per quanto concerneva
la collocazione internazionale. Ma all'interno era in grado di operare le
riforme che riteneva più opportune, sollecitate talvolta dagli stessi americani
(come l'ambasciatore Zellerbach all'inizio degli anni '50 e con
l'amministrazione Kennedy a favore del centrosinistra dieci anni
dopo).
Erano i conservatori italiani e in gran parte la Dc
che non volevano le riforme e che negli anni '70 temevano che esse potessero
essere avviate grazie ai successi elettorali delle sinistre e in particolare del
Pci. Per questo facevano balenare rischi di «golpe», di fatto impraticabili, ma
che tenevano a freno la sinistra: Nenni a metà degli anni '60 come Berlinguer
dieci anni dopo. Questi progetti di impraticabili golpe, Gelli li attribuisce a
Borghese e a Sogno, ma non alla P2, che pensava solo a un «risanamento"
democratico, per quanto il Venerabile disprezzasse la democrazia. Per quanto
riguarda Borghese, contesta la mia interpretazione. Alla mia osservazione
riportata nel capitolo 2 («è impensabile, nell'Italia del 1970, un colpo di
stato guidato dal comandante della X Mas. È invece pensabile un colpo
d'avvertimento alla Dc, nell'ambito di una strategia volta a farne il perno di
una stabilizzazione»), Gelli replica: «Non sono d'accordo. Borghese godeva
ancora di una grande credibilità: aveva dato tanto alla patria, che amava
profondamente. Direi, invece, che della Dc se ne infischiava. Se progettò un
golpe, lo fece con altre prerogative» 28.
Nelle forze armate
Borghese non godeva di nessuna credibilità. E il colpo di avvertimento non era
suo, che se ne infischiava della Dc, ma dei servizi e forse di una parte delle
forze armate, che puntavano a una svolta come quella gollista di due anni prima,
dopo il maggio francese. Lo stesso Gelli, che ovviamente smentisce di aver avuto
parte nella vicenda, dice:
Credo che il problema di Borghese fosse il mancato
appoggio di strutture militari e di ufficiali delle forze armate. Forse, a
parole, c'era chi gli aveva garantito un appoggio. Ma erano personaggi che al
primo allarme si sarebbero dileguati, per fare la rivoluzione servono gli
eserciti. E Borghese non era De Lorenzo. 29.
Appunto. E
neanche De Lorenzo «aveva l'esercito in mano. Se non fosse stato fermato,
avrebbe senz'altro portato a termine il suo progetto di colpo di stato» 30, dice
Gelli. A parte il fatto che il progetto sarebbe stato contro il Psi e non contro
il Pci (a riprova che quelle che i conservatori e la Dc non volevano erano le
riforme di modello occidentale), il «golpe" era impossibile nel '64 come nel '70
ed è lo stesso Gelli a dire, sempre a proposito di Borghese: «Reputo l'azione
del 7 dicembre un atto dimostrativo [...]. Mancavano le premesse per realizzare
un colpo di stato». 31.
Per quanto riguarda una sua telefonata che avrebbe
bloccato l'operazione, il Venerabile dice: «Non feci alcuna telefonata» 32, e a
proposito della «vulgata» secondo la quale sembra toccasse a lui il compito di
arrestare il presidente Saragat, afferma: Un teorema anche questo [...]. Io con
Saragat ho sempre mantenuto buoni rapporti, anche confidenziali. Il presidente
era stato qui ad Arezzo per una battuta di caccia nel '69. Avevo un accesso
privato al Quirinale, è vero [...].
Se qualcuno avesse dovuto arrestarlo, io
non ero certo la persona più idonea. E poi non credo che Saragat fosse inviso
agli ambienti conservatori. 33.
Dunque, fantasie su Borghese. Per quanto
riguarda Edgardo Sogno, che si vanta di aver preparato un «golpe» per il 15
agosto '74 (a fabbriche chiuse), bloccato dalle dimissioni di Nixon per il
Watergate (altre fantasie), Gelli dice: Lui e Pacciardi parlarono dei loro piani
con generali iscritti alla Loggia, ricordo anche un colloquio, a Porta Pinciana,
con Sogno e Pacciardi [che avrebbero dovuto guidare il governo golpista, N.d.A.]
in cui mi furono illustrati, in forma di «pour parler», i loro
progetti.
Me ne parlarono perché si fidavano. E d'altronde
io non ho mai parlato. Credo che Sogno avesse i contatti giusti per preparare un
colpo di stato.
Da persona intelligente qual era, ne aveva parlato con molti
personaggi. 34.
In precedenza, a proposito di Borghese, Gelli aveva detto:
«Ci vedevamo la sera, qualche volta, seduti sui gradini della chiesa della
Santissima Annunziata, a Roma, vicino all'ambasciata argentina". 35. Sui gradini
di una chiesa, poi con Sogno a Porta Pinciana: chiacchiere da bar, anche
iniziative per tenere sotto pressione la Dc, con la speranza che formasse un
blocco d'ordine di modello gollista per impedire possibili riforme con l'accesso
del Pci nell'area di governo.
E' Gelli forse a far da suggeritore per
il suo progetto.
Gelli esclude di essere stato golpista.
All'osservazione: «Il 10 luglio 1971, all'indomani della scoperta del tentato
golpe Borghese, in una riunione della giunta esecutiva del Grande Oriente, il
Gran Maestro Lino Salvini l'accusa di preparare un colpo di stato» 36, Gelli
replica:
Avvenne nell'ambito di un'accesa discussione, frutto delle voci che
avevano iniziato a girare dopo l'avvio delle indagini. Mi furono chiesti
chiarimenti, visto che quelle voci mi tiravano in ballo, e io li fornii
[...].
Va detto che Salvini era a volte costretto, da alcune
circostanze e persone interne alla Massoneria, a prendere alcune posizioni
[...].
Forse, dietro certi suoi atti, c'erano le pressioni del Partito
socialista, a cui era iscritto. Aveva fatto l'errore di non restituire la
tessera neppure dopo la sua elezione a Gran Maestro. Sbaglio gravissimo, perché
la Massoneria deve essere al di sopra degli schieramenti di partito.
37
Dunque, niente golpe. Nel '71 e '72 «erano solo discorsi. Se ne facevano
tanti, si parlava anche di donne...». Chiacchiere da bar, appunto, e alla
successiva osservazione: «Nella primavera del '73 qui a Villa Wanda si tiene un
vertice con alcuni dei massimi responsabili delle forze di sicurezza. Dalle
testimonianze risulta che in quella riunione venne decisa una fase della
strategia della tensione. Quella che si delineerà nel 1974 e che culminerà
nell'escalation degli attentati», Gelli replica:
Sì,
convocai quelle persone - c'erano il generale Giovanbattista Palumbo,
comandante della divisione carabinieri di Milano, il colonnello dei carabinieri
Antonio Calabrese, il generale Franco Picchiotti, della divisione carabinieri di
Roma, il generale Luigi Bittoni, comandante della brigata carabinieri di
Firenze, il colonnello dei carabinieri Pietro Musumeci e il procuratore generale
presso la Corte d'Appello di Roma, Carmelo Spagnuolo - per una riunione
assolutamente informale.
Un incontro tra persone che si conoscono e si frequentano.
Ricordo che chiudemmo la giornata con un bellissimo spuntino. Si parlò della
situazione italiana, che in quel momento era difficile. Ci chiedevamo chi ci
avrebbe difeso dall'avanzata delle sinistre, ma certo non per questo noi eravamo
lì a complottare. Quella riunione fu solamente una delle tante che vennero
convocate in quegli anni. Tutte vedevano la presenza di generali delle Forze
armate, dell'Arma dei carabinieri e di uomini politici. 38.
Nella primavera
del '73 non c'era nessuna «avanzata delle sinistre».
Nelle ultime
elezioni politiche (maggio '72) il Msi aveva toccato il massimo storico
(8,7%). Fanfani preparava il suo ritorno alla segreteria della Dc e quello del
Psi al governo, ma per dividere le sinistre, in attesa di sconfiggerle con il
referendum sul divorzio (12 maggio '74).
È questo progetto che fallisce.
Infatti l'osservazione immediatamente successiva di Sandro Neri è: «Di lì a poco
l'Italia si sarebbe divisa sul tema del divorzio.
Sul
referendum, per decisione del Gran Maestro, la Massoneria si tenne
fuori, l'abrogazione della legge non passò. Nella P2 come venne vissuto questo
passaggio?».
«Ci sembrava incredibile. Temevamo, come possibile conseguenza
sul lungo termine, lo smembramento delle famiglie, una rivoluzione incontrollata
dei costumi.
Gli italiani votarono in un certo modo, noi non potevamo far
altro che prenderne atto. Come tutti».
**************