Ora che giovedì 5 Luglio La Stampa ha risposto alle domande,
legittime e doverose, degli italiani su cosa fanno l'ex Capo del Sismi Pollari a
Palazzo Chigi, ed il suo ex «braccio destro» Pio Pompa al Ministero della
Difesa - precisando che «Pollari è al Consiglio di Stato» e «Pompa arruola
militari al ministero della Difesa» - quanti hanno letto ritengono che «Arruola
militari» è generico, e che «è al Consiglio di Stato» anche. Va precisato,
al popolo, quale ruolo specifico ricopre Pollari al Consiglio di Stato, e per
quale destinazione, settore, o dipartimento delle Forze Armate Pompa
«arruola miltari». Conoscendo le molteplici funzioni delle Forze Armate solo per
il fatto di avere avuto per coniuge un Sottosegretario a Palazzo Chigi, poi alla
Difesa, e per aver ospitato ed essere stata ospite di illustri Generali delle
Forze Armate, ne conosco specificità, ruoli, compartimenti e relative
funzioni.
Sui dossieraggi illeciti di Pio Pompa -braccio destro di Pollari-
va detto che gli italiani sono scoppiati in una sonora risata, di scherno e
di sfottò, sulla dichiarazjia di Berlusconi che ha definito i dossier «La tipica
attività di monitoraggio delle fonti aperte che non ha in sè elementi illeciti».
Ma quale tipica attività di monitoraggio!?
Trattasi, invece, di violento illecito
spionaggio con ricaduta di pesanti danni morali e finanziari su
centinaia di migliaia di utenti internet, non solo
utenti Telecom.
Scrive un lettore «Sulla cag... dichiarata da Berlusconi sulle
attività di normale "monitoraggio" di Pio Pompa, in combutta e complicità con il
Tiger tim e con la banda di Tavaroli Pirelli-Telecom, faccio notare quanto
ha scritto Paolo Colonnello su La Stampa: "e sopratutto, di questo immane
materiale accumulato e rimasto per mesi a disposizione della Security di
Tavaroli o di Ghioni, di gente cioè in grado di mescolarlo ad altri dossier
in un infinito gioco di rimandi - è proprio leggendo i rapporti che si capisce,
ad esempio, il motivo di alcune informative riservate preparate dal network
Tavaroli-Cipriani-Mancini su diversi personaggi del mondo politico e finanziario
italiano - che cosa è stato fatto? Chi lo ha utilizzato e per quali motivi? Sta
ai Magistrati adesso dare una risposta". conclude Colonnello».
E Carlo Bonini, su La Repubblica, precisa alcuni
particolari, come è legittimo pretendere da chi legge, e doveroso per chi
informa, per capire molti lati, ancora oscuri, che avvolgono le intercettazioni
e i dossiers illeciti che si costruivano a Roma nell'ufficio del Sismi
diretto da Pio Pompa. Lati oscuri che gli italiani, in primis la
Magistratura e le migliaia di cittadini intercettati illecitamente, hanno
diritto a che siano chiariti quanto prima. Ed è tempo che, finalmente, vengano
presi i provvedimenti del caso.
L'indirizzo IP dello spammer è 62.149.128.132. Grazie a questo
IP può essere rintracciato. L'indirizzo IP 62.149.128.132 si risolve in
mx.aruba.it. Pertanto il provider è aruba.it. L'utente "mxavas8.aruba.it"
(mx.aruba.it 62.149.128.132) ha inviato l'email a libero.it.
Provider IP
62.149.128.132 TECHNORAIL-NET - descr: Technorail srl - soci (AR) - descr:
Internet Service and Access Provider - Received: from mxavas8.aruba.it
(mx.aruba.it) [62.149.128.132) - NS Lookup dell'ip - 62.149.128.132-:
mx.aruba.it. Testo e header esterno del messaggio del Programma ezmlm di
Aruba.it:
Quindi, il Programma ezmlm di Aruba.it, comunica al destinatario
- che, invece, non aveva inviato alcun messaggio quindi non doveva ricevere
risposta, di aprire l'allegato infetto e installare il virus.
Il «Programma
ezmlm» è una prerogativa del provider i Aruba.it il quale, su reti Telecom,
gestisce anche Newsletters, posta elettronica e siti internet di molti politici
di destra, e di alcuni di sinistra, ed è l'unico piccolo provider che,
nell'inverno 2006, si è promosso con una pubblicità, dai costi miliardari, sulle
maggiori Tv nazionali.
E' noto che per gestire Newsletters un provider
ha nel suo database le liste email dei destinatari fornitegli dal committente.
Quindi, il provider è in grado di gestirle e, dagli headers delle risposte, può
conoscere IP, sistemi installati sui pc, connessione ecc. ecc. degli
utenti, tutti elementi che permettono di eseguire attacchi informatici mirati.
Frequentissimo che dipendenti di providers e servers vendano liste di
email agli spammers, e agli hackers per pivellini che aprono allegati o clikkano
su links trappola. Mentre, gli headers riportati dai rapporti dei Firewalls -
affidabili se ben settati - riportano gli attacchi informatici di livello
Alto.
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Auguri per lo sciopero contro
la legge sulle intercettazioni
Auguri ai Giornalisti:
ritiriamo SUBITO la legge contro le intercettazioni che servirà a non farci
sapere più nulla! Già ora i Giornali ci dicono poco e ben poco riusciamo a
sapere: perchè dovremmo leggere i giornali o dovremmo vedere la Tv? Ai Politici
di Destra e di Sinistra: RITIRATE la legge sulle
intercettazioni e quella sull'INDULTO, non
eliminate l'ERGASTOLO e il 416 bis. Non fate
altre sciocchezze di questo tipo. Arch. Graziella
Iaccarino-Idelson Napoli
------
Concordo con
lo sciopero contro la legge sulle intercettazioni
Sono
pienamente d'accordo. RITIRATE LA LEGGE SULLE
INTERCETTAZIONI. E SUBITO.
E politici e ministri leggano le email
inviate dai cittadini. Giuliana D'Olcese
-----
L'informazione con il silenziatore. Blog di
Beppe Grillo del 24.06.07 16:10
Antonio Di Pietro si schiera contro la
legge sulle intercettazioni e mi scrive una lettera. Siamo ormai ridotti alla
informazione giudiziaria per sapere cosa succede.
E ci vogliono togliere pure
quella. Il governo Prodi è nato morto con l'aborto della nomina di Mastella alla
Giustizia. Perfino i boss di Cosa Nostra sono contro l'indulto.
Caro
Beppe,
ti scrivo per denunciare il tentativo di imbavagliare
l'informazione con la legge contro le intercettazioni in prossima votazione al
Senato. L'Italia dei Valori proporrà degli emendamenti per cambiare la legge. Se
non verranno accettati voteremo contro, anche se il Governo dovesse mettere la
fiducia. I nostri emendamenti si propongono di eliminare le pesanti sanzioni,
anche penali, ai giornalisti, che sono l'anello debole della catena, e di
garantire la possibilità di accedere alle intercettazioni durante le indagini
preliminari una volta messe a disposizione delle parti e riconosciute rilevanti
ai fini penali. Con la nuova legge, a causa della durata dei processi, in Italia
non si saprebbe mai nulla. Non saremmo venuti, ad esempio, a conoscenza dei
colloqui tra Fazio e Fiorani, e Fazio sarebbe ancora Governatore della Banca
d'Italia.
I politici cercano di proteggere sé stessi, negando ai cittadini la
possibilità di verificare la loro condotta «politica», sottolineo «politica» e
non penale.
Le intercettazioni di D'Alema e Fassino, come
quelle dei politici legati a Berlusconi, hanno infatti un significato «politico»
e, per questo, non possono e non devono essere sottratte alla valutazione degli
elettori. Trovo comunque deprimente che la politica si interessi di banche e non
dei problemi dei cittadini.
La stessa Corte Europea dei diritti dell'uomo ha
dato pienamente ragione alla nostra decisione di non votare al Senato il testo
sulle intercettazioni. Lo ha fatto con una recente sentenza che ha condannato la
Francia per violazione della libertà di espressione in relazione ad una condanna
dei tribunali francesi di due giornalisti per la pubblicazione di un libro sul
sistema di intercettazioni illegali durante la presidenza Mitterrand.
Se i
giudici francesi avevano privilegiato il segreto istruttorio, la Corte Europea
ha invece rafforzato il ruolo della stampa nella diffusione di fatti rilevanti,
in particolare se coinvolgono politici. Se è legittimo, dice la Corte Europea,
tutelare il segreto istruttorio, su questa esigenza prevale il diritto di
informare. Inoltre, l'applicazione di una pena (anche se pecuniaria) e
l'affermazione della responsabilità civile del giornalista hanno un chiaro
effetto dissuasivo nell'esercizio della libertà di stampa.
Ecco perché siamo impegnati a presidiare questa
libertà nella commissione giustizia prima, in Senato poi, dove presenteremo
emendamenti rigorosi per evitare che l'informazione sia imbavagliata. Serve,
oltre alla nostra opposizione alla legge, e mi auguro anche di altri, un forte
sostegno popolare per mantenere l'informazione libera, o almeno, per non
imbavagliarla ancora di più. Mi appello per questo a te e ai tuoi lettori che
invito a partecipare lunedì 25 giugno 2007all'evento pubblico:
«La scomparsa dell'informazione» a Milano, 20.45,
Camera del Lavoro, Corso di Porta Vittoria con me, Beha, Gomez, Kort e
Pons.
Cordialmente Antonio Di Pietro
-----
Ricordo
la tua nota del 2006 *ParaSismi,
Paraventi & Paraculi*
Ma proprio a me mi viene a inviare mail relative
ai servizi deviati o giù di lì come il suo articolo *ParaSismi, Paraventi
& Paraculi*: Dove andranno a parare lo scandalo Sismi & Telecom,
Tronchetti Provera e Tavaroli?
Charly Sound
------
Mi unisco a Charly su
*ParaSismi,
Paraventi & Paraculi*
e Grazie mille x le info e il consiglio......
-----------
Vede, ho inziato a scrivere di intercettazioni
- il caso Abu Omar lo sfioro
soltanto.
Mi interessa svergognare, come strameritano, Telecom
e i suoi "patronati" economici e politici, sono i più acerrimi nemici dei
cittadini che scoprono impietosamente i loro sporchi altarini. -. I
tentativi di violazioni li ho documentati e depositati dal notaio e dall'avvocato,
quindi, i ho preceduti questi grandissimi figli di puttana.
C'è di buono che da ieri è inquisito pure Pollari
e in Via Nazionale sono certa che troveranno materiale che prova quanto
io sostengo da tempo avendo verificato che tentavano di entrarmi nel pc
e di tante altri «fenomeni». I file di Pompa riguardano centinaia di migliaia
di utenti normalissimi, non solo giornalisti, industriali, gente dello spettacolo
e personalità varie. A presto e mi dica le sue idee. ancora grazie, cordialmente
gd'o
------
Cara D'Olcese, mi scrive a proposito della sua
storia..., Che ne dice?
Le rispondo che non mi meraviglia, la penso come Spadolini ed
Andreatta. Questo è un Paese talmente fragile e malissimo strutturato, che tutto
capita, a sproposito naturalmente. Sono un informatico autodidatta. Ho una
certa dimestichezza con la sicurezza, per cui non c'è gran problema a
impedire accessi indesiderati ai miei pc o per a prenderne le tracce. Il
furto era assolutamente organizzato al volo. Direi quasi «attaccato al bottone
«stampa di word». Più controllato di così!
Ora, penso che al passaggio di certe parole tutte le «stazioni di ascolto»
si allerteranno ma, mi risulta, che si allarmano ad ogni mail che ricevo o che
invio.
E penso sarà così anche per lei. Senta: io apprezzo molto l'impegno delle
persone. E' qualcosa di nobile, soprattutto quando va contro qualcuno che
«marcia male» o che approfitta della debolezza di uno o più cittadini per
calpestarne i diritti. Quindi non posso che dirLe: vada avanti, con coraggio,
non guardi in faccia a nessuno.
La verità è un sasso che colpisce dritto in faccia chi compie soprusi e
abusi, mentre accarezza e tonifica la buona gente, direi. Solo che da un altro
punto di vista le raccomando prudenza e cautela. Esperienza che a tratti mi
raccomanda di andare dritto per la mia strada e dall'altra mi suggerisce
prudenza e attenzione, soprattutto ai poteri forti. Una specie di schizofrenia
la mia, però quando se ne sono viste di tutti i colori, è difficile rimanere
«integri».
Il coraggio e il timore, l'audacia e la codardia sono (parlo per me)
continuamente in battaglia tra loro e, a dire la verità, oggi come oggi mi sento
molto meno battagliero di prima, o meglio, meno disincantato, meno certo della
reale essenza dei nostri diritti, più convinto (fatti alla mano) che i poteri
forti siano tali perchè sono più forti di noi, molto spesso. «Che strano modo di
pensare», dirà.
Ero ancora convinto che la democrazia fosse un'etichetta che accompagnava
una solida serie di diritti per i cittadini, tutti. Bei tempi.
Sono un
informatico. Un autodidatta. Non penso al punto da meritarmi gli
appellativi «genio» o «superesperto» che sono volati sulla stampa e per le
procure.
Un giorno si presenta un tizio sedicente «Ros» e mi dice che c'è del lavoro
da fare per validi investigatori che non possono rivolgersi a tecnici interni
all'arma.
Accetto e vengo trasportato come nei film di spionaggio e leggo quattro
dischetti polverosi ma poi l'operazione va a rotoli e il lavoro non può essere
ripreso.
Così mi riferisce un tizio al secondo appuntamento mancato. Strano, mi
dico. Ancora più strano è un secondo tizio che mi dice che «sono stati scoperti»
e che si deve agire in modo molto accorto. Nei tragitti casa/ufficio dovrò fare
strane inversioni di rotta, mi suggerisce, «così scopriamo chi è che ti
segue».
Salta fuori una «presunta giornalista investigativa freelance» che
stranamente scopre che sono «superpedinato» e mi chiede spiegazioni appendendomi
ad un muro. Accenno alla situazione. Lei e un altro personaggio apparso da
chissà dove organizzano un rendez-vous tra me e un magistrato loro amico. Viene
fuori un casino della madonna, nel giro di pochi giorni entro in un film
dell'orrore con addentellati da film di Totò e Peppino.
Uscito dalla caserma della Guardia di Finanza post denuncia vengo
inseguito, acchiappato, picchiato e poi non so neanche bene cosa. Tra i vari
partecipanti c'è un'auto «di servizio». Mi ritrovo miracolosamente vivo
all'ospedale con la testa piuttosto martellata.
Iniziano pedinamenti a
tappeto, telefonate anonime, intercettazioni e
centomila stranezze. Vengo avvicinato da personaggi al di sotto di ogni
sospetto.
Un bailamme che comunque continuerà per anni. Di tutto accade,
nonostante la scorta disposta dal magistrato, la quale c'è solo di giorno
ed è anche «abusiva», fuori dal territorio, e ha precisi limiti. Scorta sempre
assente nei momenti topici. Anche assenti le intercettazioni e i controlli
(quelli ufficiali intendo) sul mio telefono, sempre per motivi territoriali.
Peccato perchè in quel periodo telefono e cassetta delle lettere sembrano
letteralmente impazziti e da loro esce di tutto e di più.
Vengo avvicinato da una giornalista (vera, questa volta) che si
dimostra persona particolare. Un mastino in
gonnella, con un grande cuore. Appassionata delle più strane vicende italiche ha
la stoffa per entrare nella vicenda facendo ampio stralcio di tutto quanto
appartenente a contesti che lei conosce
benissimo. Si fa aiutare nelle indagini da un avvocato.
Mi fanno (nelle migliori intenzioni) un
mini-processo per capire quanto sono attendibile, cosa so, etc. Dopo di che
partono in quarta. Salta fuori di tutto e di più.
Vanno a parlare col procuratore che non ne sa
niente. Vengono prodotti identikit. Saltano fuori addentellati con chissà quante
vicende italiche, tra le quali quelle di Ilaria Alpi e di Milena Bianchi. Il
procuratore apre le indagini e gli piove dal cielo un personaggio che si mette a
raccontare di tutto e di più sul mio conto.
Dice che sono un esperto mondiale, che sono
notissimo, ecc. ecc. Il mio avvocato organizza un pranzo con me e lui (e i suoi
vari «aiutanti»). Poi le mie dichiarazioni e denunce vengono «girate» contro di
me e mi ritrovo indagato prima a mezzo stampa con eccezionale risalto. Alla
fine si aprono, tra altri, due processi contro (diffamazione
e calunnia aggravate). Leggo tutti gli atti,
li metto nel pc, confronto date, persone, fatti e misfatti. Ne ricavo una linea
difensiva.
Affronto il primo processo intentatomi da un generale dei
carabinieri che, senza rendermene conto, avevo in pratica identificato come
partecipante all'operazione iniziale per calunnia. Vengo assolto con formula
piena.
Affronto anche il secondo processo assieme a due giornalisti e anche
in questo vengo assolto e con me i due giornalisti (dopo averci
rimesso la carriera dal 1995 in poi...). Naturalmente la stampa tifa per altri e
di me viene dato un quadro devastante. Addirittura alla fine del primo processo
un giornale scrive:
«è colpevole» a titoli di scatola. Siccome
all'inizio del secondo processo era chiaro che ero innocente, nessun giornale
tra quelli che prima imperversavano ai miei danni ne hanno scritto, così, quando
sono stato assolto nessuno dei miei amici ci credeva, sembrava impossibile che
il giornale passasse sotto silenzio una cosa del genere. Eppure direi che era un
mancato intervento assolutamente indicativo della «situazione».
I costi (non
parlo di quelli umani psicologici e d'immagine ma quelli logistici, economici,
familiari e lavorativi) sono stati impressionanti e devastanti.
Un giorno tentano di aggredirti, l'altro ti buttano
fuori strada in macchina e te la distruggono, il terzo un blitz a mano armata mi
vede sequestrato da un gruppo di persone che volevano avere informazioni di
prima mano (1997) e via di questo passo. Utilizzo dei taxi, telefoni
sotto controllo, gente sotto casa, macchine che fanno la tua strada, non da sole
ma addirittura in gruppo... Presento nel giro di qualche anno non so quante
denunce per minacce, furti, lettere, telefonate e dischetti
anonimi.
Poi gli strumenti di tortura si perfezionano col
tempo ma, alla fine, un certo grado di incoscienza e di fatalismo mi ha permesso
di sopravvivere. Penso che la mia vita sia stata spiata e passata al setaccio
sia da parte dei «buoni» che dei «cattivi» e forse anche da parte di qualcun
altro. Ho una certa dimestichezza con la
sicurezza, per cui non c'è stato gran problema a impedire accessi indesiderati
ai miei pc o per lo meno a prenderne le tracce. Ciò nonostante pochi giorni
prima di una udienza qualcuno mi ha rubato un corposo memoriale «cartaceo»
(scritto al pc) che poi è stato poi ritrovato dai carabinieri con un
ritrovamento in una cabina telefonica e inviato al tribunale.
Il furto era organizzato al volo. Direi quasi «attaccato al bottone «stampa di word». Più
controllato di così!
Ora, penso che al passaggio di una certa parola tutte le
«stazioni di ascolto» si allerteranno. Penso di essere un sorvegliato speciale
(dal 1995 ad oggi) e penso che non ci sono garanzie per noi cittadini. Esistono
i segreti di Stato e le necessità di indagine che possono rendere «annientabile»
qualunque persona o cosa.
Orwell s'è sbagliato per difetto. Al processo ho
dimostrato che nei fogli di viaggio delle auto di servizio c'erano firme false,
strane omissioni e impossibilità di identificare conducenti, automezzi e motivi
dei viaggi. Mi hanno dato ragione, tant'è che emerse addirittura una
dichiarazione dell'allora responsabile della movimentazione degli automezzi
dell'arma, il quale disse che quei documenti erano costantemente falsificati per
«motivi di sicurezza». Tra documenti falsi, prove da baraccone e scaricabarili
le nostre istituzioni hanno dimostrato una cosa certa: di non esserci. Mentre i
faccendieri e i personaggi borderline sono attivissimi e non hanno alcun
ostacolo. Anzi. Pare qualche avvallo di troppo. Personalmente di questa nazione
ho un certo terrore. Per quanto riguarda internet poi non c'è da
preoccuparsi.
Tutto ciò che gira viene registrato «a vita» da
apposite strutture. In questo siamo sicuramente democratici: registriamo
tutto e tutti!
-Charly-
------
SERVIZI E TELEKOM
SERBIA/MELLANO RNP: «Basta
con il gioco dei veleni; il Governo risponda in Parlamento
alle nostre interrogazioni:
Qale fu il ruolo
del Sismi nella vicenda Telecom Serbia?»
Dopo aver letto su «La Repubblica»
uno stralcio attribuito all'ex agente del Sismi Pio Pompa e relativo al
coinvolgimento dell'ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi
nell'affaire Telekom Serbia (nella sua veste di ministro del Tesoro all'epoca
dei fatti), l'on. Bruno Mellano (deputato radicale della Rosa nel Pugno) ha
dichiarato:
«Un anno fa presentai, assieme al collega Capezzone,
un'interrogazione per sapere se vi erano state attività dei servizi segreti
nella vicenda Telekom Serbia (4-00629, 19 luglio 2006); un mese fa, sono tornato
alla carica, essendo state pubblicate da vari giornali notizie relative a
intercettazioni della Security Pirelli/Telecom relative all'affaire (int.
4-04035, 14 giugno 2007). Il ministro Amato ha un unico modo per porre fine al
gioco dei veleni, alla ridda di ipotesi ed insinuazioni; venire in Parlamento e
rispondere in modo ufficiale ed esaustiva alla nostra semplice
domanda.
Vorrei, infine, ricordare che, rispetto al coinvolgimento del
senatore Ciampi nella vicenda Telekom Serbia, noi radicali giocammo a carte
scoperte fin dall'inizio: il senatore radicale Piero Milio interrogò
(inutilmente) l'allora ministro Ciampi già nel giugno 1997; il 27 novembre 2002,
il radicale Giulio Manfredi chiese alla Procura di Torino di assumere «sommarie
informazioni testimoniali» dall'allora Presidente della Repubblica (la Procura
lo fece nel luglio del 2004, recandosi nella tenuta presidenziale di Castel
Porziano); il 6 febbraio 2003, i radicali Benedetto Della Vedova, Gianfranco
Dell'Alba e Giulio Manfredi, auditi dalla Commissione parlamentare d'inchiesta
su Telekom Serbia, chiesero alla stessa di audire i vertici politici dell'epoca
(la Commissione si attivò per sentire Prodi, Dini e Fassino ma non fece nulla
per sentire Ciampi).
Le dichiarazioni rese da Ciampi ai PM torinesi sono
riassunte nell'ordinanza di archiviazione del Tribunale di Torino del 9 maggio
2005, disponibile nel link Telekom Serbia su www.associazioneaglietta.it Roma,
5 luglio 2007»
------
ADSL BITSTREAM, LE SPERANZE SONO GIA'
SFUMATE?
A leggere le dichiarazioni di AIIP tutte le novità
che la nuova ADSL doveva introdurre stanno affogando. I provider accusano
Telecom di praticare tariffe da 10 a 20 volte troppo alte. URL: http://punto-informatico.it/pi.asp?id=2028222
***********
Il ritorno di una nuova
P2 sul mercato politico
di Giuseppe D'Avanzo La
Repubblica 4 giugno 2007
Non è una buona cosa maneggiare l'affare
Visco/Speciale come una baruffa tra due caratteri autoritari e spicciativi, e
non come un conflitto tra istituzioni che annuncia un ben altro sismo, più
violento e dagli esiti imprevedibili. Un'analisi senza profondità, tempo e
memoria di questo «pasticciaccio» impedisce di scorgere l'autentico focus della
crisi che sta incubando: il ritorno sul «mercato della politica» degli interessi
di quell'«agglomerato oscuro» che si è andato costituendo all'ombra del governo
Berlusconi e nella spensierata indifferenza o sottovalutazione dei leader del
centro-sinistra, Prodi, D'Alema, Rutelli in testa.
Si può dire che quel che
fa capolino con l'offensiva del generale è una varietà modernizzata della loggia
P2. La si può definire così, una P2, soltanto per semplificazione evocativa
anche se il segno caratteristico di questa consorteria non è l'affiliazione alla
massoneria (anche se massoni vi abitano), ma la pervasività - sotterranea,
irresponsabile, incontrollata, trasversale - del suo potere di pressione, di
condizionamento, di ricatto. E' necessario cominciare da Visco. I passi
stortissimi del comandante generale della Guardia di Finanza non possono
lasciare in ombra gli errori del viceministro, che sono gravi. Non è in
discussione la limpidezza morale di Vincenzo Visco, ma l'efficacia delle sue
mosse e soprattutto la coerenza delle sue iniziative con la strategia del
governo di cui è parte.
Il primo errore del viceministro è di non rendere
trasparenti le ragioni dell'urgenza di cambiare aria nelle stanze del comando
della Guardia di Finanza in Lombardia, di non farne una questione
pubblica.
Visco cede alla tentazione di avviare, come si legge in una lucida
analisi del Sole-24 Ore, «un rozzo spoils system nei confronti di personale
militare ritenuto troppo vicino alla gestione politica precedente». Che in
Lombardia, la Guardia di Finanza sia stata molto prossima e a volte subalterna
alle volontà del ministro dell'Economia uscente, Giulio Tremonti - e che ancora
oggi possa esserlo - è fatto noto dentro la Guardia di Finanza e nella
magistratura, ma Visco tira per la sua strada in silenzio e al coperto, con un
altro passo falso. «Anziché stare alla larga da diatribe annose e poco
misurabili», pensa «di utilizzare un gruppo contro un altro, senza calcolare
modi, conseguenze e nemmeno la forza di chi gli sarebbe potuto rivoltare contro»
(ancora il Sole-24 Ore).
Tatticamente difettosa, l'iniziativa di Visco ha un
altro deficit. Non è politicamente omogenea alle scelte del governo che ha
deciso di stringere, contrariamente a quel che crede Visco, un patto di
compromissione, un'intesa, un patto di non-aggressione, chiamatelo come volete,
proprio con quel network di potere, di cui il generale Roberto Speciale è
soltanto uno degli attori, e nemmeno il maggiore.
Di quel network di potere
occulto e trasversale, ormai si sa o si dovrebbe sapere. E' un «apparato»
legale/clandestino deforme, scandaloso, ma del tutto «visibile».
Nasce con la connessione abusiva dello spionaggio
militare con diverse branche dell'investigazione, soprattutto l'intelligence
business, della Guardia di Finanza, con agenzie di investigazione che lavorano
in outsourcing, con la Security privata di grandi aziende come Telecom, dove
esiste una «control room» e una «struttura S2OC» «capace di fare qualsiasi cosa,
anche intercettazioni vocali: può entrare in tutti i sistemi, gestirli,
eventualmente dirottare le conversazioni su utenze in uso, con la possibilità di
cancellarne la traccia senza essere specificatamente autorizzato».
Quel che
combina questo «mostro», che dovrebbe preoccupare chi ha a cuore la qualità
della democrazia italiana, si sa. Qualche esempio. Dopo la vittoria elettorale
di Silvio Berlusconi, pianifica operazioni - «anche cruente» - contro i presunti
«nemici» del neopresidente del Consiglio. Durante la legislatura 2001/2006
raccoglie, «con cadenza semestrale», informazioni in Europa su presunti
finanziamenti dei Democratici di Sinistra. E' il «dossier Oak» (Quercia), alto
una spanna, denso di conti correnti, bonifici, addirittura con i nomi e i
cognomi di presunti «riciclatori» e «teste di legno» dei finanziamenti occulti
dei Ds che fanno capo ai leader del partito.
Prima della campagna elettorale del 2006,
l'apparato legale/clandestino programma e realizza una campagna di discredito
contro Romano Prodi.
Sarebbe un errore, però, considerare il network «al
servizio» del centrodestra. Quell'apparato legale/clandestino, a cavallo tra due
legislature, si è «autonomizzato», si è «privatizzato», è autoreferenziale.
Raccoglie e gestisce informazioni in proprio. Vere, false non importa: sono
qualifiche fluide - il vero e il falso - nella «mediatizzazione della politica
dove ogni azione politica si svolge all'interno dello spazio mediale e dipende
in larga misura dalla voce dei media».
A questa variante moderna di P2 è sufficiente
amministrare, saggiamente, la cecità e le nevrosi delle power élite, angosciate
dalle mosse degli alleati; spaventate dai complotti possibili, probabili,
prossimi.
Con accorta disciplina, il network spionistico sa essere il virus e
il terapeuta della malattia del sistema politico italiano che impedisce, all'uno
come all'altro schieramento, di riconoscersi la legittimità (morale prima che
politica) di governare. Alimenta così la sindrome di Berlusconi consegnandogli
dossier sul complotto mediatico-giudiziario. La cura con una pianificazione di
annientamento dei presunti complottardi. Eccita il «complesso berlusconiano»
della sinistra e lenisce quello stato psicoemotivo, prima che politico, con
informazioni sulle mosse vere o presunte del temuto spauracchio.
Quanto più
il conflitto pubblico precipita oscurandosi in un sottosuolo, dove poteri
frantumati, deboli, nevrotici tentano di rafforzarsi o difendersi; tanto più il
network è in grado di essere il custode dell'opaca natura del potere italiano o
il giocatore in più che può favorire la vittoria nella contesa.
La minaccia
di questa presenza abusiva e minacciosa nel «mercato della politica», alla
vigilia delle elezioni del 2006, sembra chiara al centrosinistra.
C'è chi esplicitamente, con grande scandalo e dopo
anni di distratto silenzio, avverte che «sono tornati i tempi della P2» e chi,
più lucidamente, ragiona sul quel che è accaduto e sul da farsi. Preoccupato da
una realtà che ha consentito di «sviluppare un agglomerato oscuro fatto di
agenzie di investigazione e polizie private in combutta con infedeli servitori
dello Stato che si muove in una logica di ricatto», trova «lo spettacolo
spaventoso» e promette che «il nuovo governo solleciterà il Parlamento a
indagare, accertare, comprendere cosa è accaduto». (Marco Minniti, oggi
viceministro agli Interni).
In realtà, il governo Prodi appena insediato
muove in tutt'altra direzione. Preferisce guardare altrove, incapace di prendere
atto dell'infezione, in apparenza impotente a comprenderne il pericolo,
addirittura impedito a programmare il necessario lavoro di bonifica. Quel che
appare al vertice del network, il direttore del Sismi Nicolò Pollari, incappa
nelle indagini della procura di Milano per il sequestro di un cittadino
egiziano.
L'inchiesta mostra le connessioni del network e dimostra la sua
attività di dossieraggio illegale. Incrociata con i risultati dell'istruttoria
Telecom, offre una scena così inquietante per la qualità della nostra democrazia
che dovrebbe convincere il governo a darsi da fare in fretta, a rimuovere,
rinnovare, risanare; a chiedere al Parlamento - appunto - di «accertare e
comprendere». Accade il contrario. Il sequestro del cittadino egiziano è
protetto da un segreto di Stato che nemmeno Berlusconi e Gianni Letta hanno mai
proposto alla magistratura milanese. Di più, per dare un minimo di credibilità
alla sorprendente iniziativa, l'esecutivo non esita ad accusare dinanzi alla
Corte Costituzionale di illegalismo la procura di Milano. Un altro segreto di
Stato va a coprire gli avvenimenti che hanno accompagnato la missione in Iraq di
Nicola Calipari, salvo poi chiedere a Washington «verità e giustizia».
Che si
voglia tutelare, anche nella nuova stagione politica, il passato, i traffici e
la fortuna dei protagonisti di quel network è ancora più chiaro quando si
procede alla sostituzione dei vertici dell'intelligence. L'ammiraglio Bruno
Branciforte va al Sismi senza alcuna delega in bianco o margini operativi e
decisionali. Viene consegnato a un imbarazzante stato di impotenza. In sei mesi,
per vincoli politici, non ha avuto la possibilità di rimuovere nemmeno un
dirigente. Lo staff, i direttori centrali e periferici, il potentissimo capo del
personale sono gli stessi dell'éra Pollari.
Ad alcuni degli uomini più fidati
del generale uscente è stato consigliato di fare un accorto passo laterale
diventando gli uomini forti e ascoltati del ministero della Difesa. Al Sisde il
nuovo capo, Franco Gabrielli, ammette addirittura davanti al Parlamento che
«così com'è, il servizio interno non può svolgere appieno un efficace compito di
prevenzione». E tuttavia non riesce a incuriosire il ministro dell'Interno che,
in sei mesi, non ha ancora trovato il tempo e il modo di riceverlo.
Se i
«nuovi» hanno difficoltà a fare il loro lavoro, i «vecchi» possono ampliare - al
contrario - il loro margine di manovra e i «punti di appoggio». Pollari è oggi
consulente di Palazzo Chigi, il suo fidatissimo braccio destro, che con
spavalderia minacciosa si è detto dinanzi al Parlamento «di sinistra» e
prodiano, è addirittura al «Personale» della Difesa mentre il generale Emilio
Spaziante, l'operativo di Pollari nella Guardia di Finanza di Roberto Speciale,
è il numero due al Cesis, la struttura che fa da link tra la presidenza del
Consiglio e l'intelligence militare e civile, una poltrona che, nel 2001, già fu
di buon auspicio per Nicolò Pollari che da lì partì alla conquista della
direzione del Sismi.
Il governo di centro-sinistra ha preferito chiudere un
accordo di non-aggressione con quel network che, soltanto alla vigilia delle
elezioni, appariva all'opposizione di ieri «spaventoso», «oscuro». Un'intesa
cinica, realista che avrebbe anche potuto resistere se la parabola
dell'esecutivo avesse dimostrato di poter durare a lungo; se la forza del
governo avesse dimostrato, in questo suo primo anno, di essere adeguatamente
salda e autosufficiente per poter affrontare l'intero ciclo quinquennale della
legislatura. Ai primi scricchiolii di popolarità e consenso, ai primi segnali di
debolezza politica interna, il network è ritornato a muoversi con tutta la sua
pericolosità.
Le minacce del generale Roberto Speciale ne sono
una eloquente testimonianza. «So io che fare», ha detto ieri al Corriere della
Sera.
La congiuntura politica, la debolezza e le
divisioni della maggioranza, qualche appuntamento di carattere giudiziario non
inducono all'ottimismo e lasciano pensare che il peggio debba ancora venire,
altro che il match Visco/Speciale.
Dunque. Ancora poche settimane e nel
frullatore politico-mediatico entreranno le migliaia di intercettazioni
telefoniche raccolte nell'inchiesta Antoveneta/Bnl.
Un breve saggio di quanto possano essere esplosive
lo si è già avuto nel 2006 con la pubblicazione della conversazione tra Gianni
Consorte (Unipol) e il segretario dei Ds, Piero Fassino. Ma in quelle
intercettazioni si sa, per dirne una, che si ascolta la voce dei maggiori leader
del centro-sinistra, a cominciare da Massimo D'Alema e del suo collaboratore più
affidabile, il senatore Nicola Latorre.
A incupire la scena, la
preoccupazione che le intercettazioni legali possano incrociarsi con gli ascolti
abusivi e le indagini illegali della Security Telecom.
Per quel che se ne sa, è stato trovato soltanto un
dvd con migliaia di dossier, nella disponibilità di un investigatore privato che
lavorava per la società di telecomunicazioni (o per lo meno per gli uomini della
sua sicurezza). Nessuno è in grado di escludere, a Milano come a Roma, che quel
dvd sia soltanto una parte dell'archivio segreto. Mentre non c'è dubbio che
anche la più irrilevante briciola di quelle informazioni, raccolte illegalmente,
sia oggi nella disponibilità dell'«agglomerato oscuro».
Che avrà il modo e l'occasione di giocare una nuova
partita e qualche asso.
I tempi sono favorevoli. Le anomalie, i vizi, gli
sprechi della politica italiana hanno scavato un solco tra il Paese e il Palazzo
mettendo in moto, per dirla con le parole di Massimo D'Alema, «una crisi di
credibilità della politica che tornerà a stravolgere l'Italia con sentimenti
come quelli che, negli anni novanta, segnarono la fine della Prima Repubblica».
La storia ci insegna che una democrazia fragile e largamente screditata può
sopravvivere anche molto a lungo, grazie ai sui meccanismi di autotutela,
soltanto però «in assenza di eventi traumatici «esterni» che la facciano
crollare».
Ora tutta la questione è in questa eventualità. Non c'è dubbio che
il network oscuro sia in grado di creare, anche artificialmente, un evento
«traumatico» esterno.
I dossier - veri o falsi, non importa - raccolti
negli anni del governo Berlusconi dall'apparato legale/clandestino di spionaggio
possono di certo esserlo.
Se si guarda a come si è mosso, contro Vincenzo
Visco, il generale Roberto Speciale, sembra di poter dire che in giro ci sia
anche la volontà di farlo, la determinazione senza tentennamenti.
Il
comandante della Guardia di Finanza ha tentato, infatti, di «giudiziarizzare» il
braccio di ferro con il viceministro, di alimentare con la sua testimonianza
(aggiustata per l'occasione) un'indagine penale e, sotto l'ombrello
dell'inchiesta, mettere in circolo veleni, notizie mezze vere e mezze false o
del tutto manipolate, capaci di «travolgere il Paese con i sentimenti degli anni
novanta». Può essere stato solo un accenno di quanto accadrà di qui a dieci
giorni. Sapremo presto quali iniziative intende muovere, quest'altra P2 -
simile, ma non uguale a quella che abbiamo conosciuta - e quale forza di
dissuasione o di compromesso è in grado di opporre il sistema politico.
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Deaglio: gli hacker di
Tavaroli sabotarono le elezioni del 2006
Il direttore
di Diario torna sullo scandalo dei presunti brogli elettorali del 2006 in un
nuovo film documentario: gli hacker della Telecom sarebbero
penetrati nel computer del Viminale.
Enrico Deaglio, direttore del settimanale Diario,
aveva fatto discutere molto nell'autunno 2006, con il suo film, distribuito in
centinaia di migliaia di copie, in cui aveva ipotizzato un complotto, basato
sulla raccolta elettronica dei risultati, che avrebbe fatto sparire milioni di
schede bianche attribuendole alla Casa della Libertà di Silvio Berlusconi nelle
politiche 2006, che decisero la vittoria di Prodi con una margine risicatissimo
di consensi, nonostante i sondaggi gli attribuissero una vittoria più decisa,
con il conseguente attuale problema che la maggioranza è inesistente al Senato.
Deaglio ritorna sull'ipotesi del broglio elettorale berlusconiano con un nuovo
Dvd dal titolo Gli imbroglioni allegato a un numero speciale del suo
settimanale. In questo Dvd cerca di confutare le molte critiche alla sua accusa
di un tasso assolutamente anomalo di schede bianche nelle politiche, critiche
basate sul fatto che una elevata presenza di liste con il sistema proporzionale
scoraggia le schede bianche e favorisce la scelta, che i controlli di molte
Corti d'Appello, gestite anche da magistrati di simpatie di sinistra, avrebbero
dovuto far emergere lo scandalo prima della denuncia di Deaglio.
Deaglio introduce il tema del voto dei Testimoni di
Geova: quasi seicentomila elettori che, da sempre e per scelta religiosa, si
recano a votare ma votano sempre e comunque scheda bianca, concludendo che le
schede bianche degli italiani non possono coincidere quasi del tutto con quello
espresse dai soli Testimoni di Geova.
Per Deaglio la chiave di volta dello scandalo dei
presunti brogli elettorali sarebbe il gruppo di hacker alle dipendenze di
Telecom Italia, il Tiger Team diretto da Fabio Ghioni, collaboratore stretto di
Giuliano Tavaroli, capo della security Telecom Italia. Oggi Tavaroli, Ghioni e i
giovani hacker Telecom sono agli arresti da mesi, accusati di accesso abusivo ai
sistemi informatici del Corriere della Sera, di Vodafone, di Fastweb e di banche
dati dello Stato. Telecom era l'azienda capofila nella gestione del voto
elettronico del 2006; ci fu un preoccupante e mai chiarito blackout delle linee
telefoniche del ministero degli interni la sera dello scrutinio.
Gli hacker di Tavaroli-Ghioni erano incaricati di
garantire la sicurezza del cervellone del Viminale, individuarono quella sera un
attacco e sospesero per qualche ora il filtro di protezione del cervellone
stesso, da quello che, secondo Deaglio, avrebbero dichiarato alti funzionari del
ministero degli interni. La tattica di fingere attacchi informatici per
occuparsi della protezione dei dati e così carpirli o manipolarli pare fosse una
delle più usate da Ghioni. Inoltre, appare chiaro il fil rouge tra Tronchetti
Provera, datore di lavoro di Tavaroli a cui dava carta bianca e Berlusconi e il
suo entourage. Tronchetti Provera è stato fino all'ultimo difeso da Berlusconi
nella sua contesa con Prodi; Tavaroli è stato protetto, fino all'ultimo, da
Gianni Letta in nome di presunti suoi meriti nella lotta al terrorismo
mediorientale che avrebbe portato avanti insieme al Sismi. Grande avversario del
Sismi era stato l'attuale capo della polizia Gianni De Gennaro, stretto
collaboratore del ministro dell'interno Beppe Pisanu, che non si sarebbe
prestato al broglio elettorale e per questo, al suo posto, alla testa del
comitato di controllo dei servizi segreti, che spetta all'opposizione, sarebbe
stato scelto Scajola, considerato più leale a Berlusconi. E' un'ipotesi da
romanzo di Le Carrè, che però ha molti (troppi) punti di contatto con la realtà
e vicende realmente accadute.
Pier Luigi Tolardo -
Quelli di Zeus ZEUS News - www.zeusnews.it -
19-05-2007
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In Telecom un altro che
non sapeva
di Oscar Giannino - Libero 27 aprile 2007
Che
gran strana storia, che è diventata la cessione della quota di controllo
detenuta da Pirelli in Telecom Italia tramite Olimpia. Brutta per le improprie
influenze che vi ha giocato la politica, e ieri Tronchetti ha fatto autogol
lamentando che i palazzi del potere non abbiano protetto la «sua» Telecom come
fa il governo tedesco con la Deutsche Telekom pubblica, facendo spallucce a
Bruxelles che chiede l'apertura della rete fissa su piede paritario a tutti i
concorrenti del monopolista di Stato tedesco. Non si può fare insieme la parte
di campione del mercato e di critico della mancata difesa pubblica del
monopolio. Ma, in ogni caso, la vicenda è brutta anche per le incertezze e le
guerre reciproche alle quali sono state indotte alcune grandi banche italiane
più in lotta tra loro, che per la miglior soluzione industriale del
problema.
E infine brutta anche perché - i lettori di Libero lo sanno più di
altri, per quanti articoli hanno letto da anni a questa parte sul tema - sullo
sfondo resta una delle più inquietanti indagini giudiziarie dell'intera storia
industriale italiana. In sintesi, ieri è stato lo stesso Tronchetti a seppellire
la «sua» Olimpia, e i Benetton a dire che sono pronti a uscirne, mentre Cassa
depositi e prestiti per fortuna si tira definitivamente indietro con le sue
ombre di inframmettenza pubblica, e i francesi di France Telecom si aggiungono
alla lunga lista di grandi società estere che si dichiarano non
interessate.
Mentre Guido Rossi, davvero impagabile, lamenta di
esser stato cacciato proprio mentre era a un passo dalla soluzione: capita
sempre così, con lui, è un geniale inventore di soluzioni che non vanno mai a
buon fine, dalla Federcalcio alla telefonia.
Ma se procede il lento conto
alla rovescia della grande intentona nazionale banco-industriale al fianco della
Telefonica spagnola, per rilevare Telecom Italia, pare a noi che proprio la
delicatezza dell'aspetto di cui nessuno parla - l'indagine giudiziaria sui
dossieraggi illeciti di massa compiuti per anni dalla security di Telecom -
dovrebbe indurre tutti gli attori della vicenda a una grande cautela, quanto
alla scelta del profilo dei manager del gruppo. Ed è per questo che, con grande
rispetto per Pasquale Pistorio, il nuovo presidente di Telecom, sottoponiamo ai
nostri lettori un interrogativo delicato. Dopo aver letto i verbali
d'interrogatorio a cui è stato sottoposto, come testimone, dai magistrati
svizzeri che indagano sulla costituzione di fondi neri nella StMicroelectronics
di cui era capoazienda, pensate ancora che Pasquale Pistorio sia il presidente
ideale di Telecom Italia? Francamente, noi che pure non siamo giustizialisti in
nulla, riteniamo di no.
Non si tratta affatto di considerare Pistorio
colpevole o anche solo sospettato di alcun reato. È una pura questione di
opportunità. Ma apprendere dalle sue parole che firmava atti istruiti dai suoi
più stretti collaboratori, attualmente detenuti proprio per aver compiuto gravi
reati di distrazione di risorse ai danni dell'azienda e della correttezza del
mercato, senza porsi minimamente il problema di approfondire quali ne potessero
essere le conseguenze, non è certo una buona premessa, per chi dovrà gestire
Telecom. Perché, inevitabilmente, in Telecom Italia non vi sarà solo il problema
di un piano industriale più credibile e meglio adeguato alla necessità di
concentrare le risorse generate dal business sul potenziamento della rete fissa,
invece che alla remunerazione dei soci. O quello di una capacità di relazione
molto determinata con i nuovi soci di comando, che rischiano ancora una volta di
essere caratterizzati da una certa qual più o meno accentuata eterogeneità,
visto che alcuni dei gruppi italiani di cui si parla potrebbero entrare «non»
per comandare oggi, e tuttavia sperare legittimamente di farlo domani, se le
cose non dovessero andare poi troppo bene al termine di un primo periodo
transitorio.
Il vertice di Telecom Italia sarà chiamato, inevitabilmente,
anche a rappresentare un punto di riferimento il più possibile al di sopra di
ogni sospetto, per quanto riguarda la correttezza e la trasparenza
dell'esercizio delle proprie prerogative, e per i criteri guida che saranno
dettati a tutte le più importanti funzioni di vertice della società.
Da parte
nostra, non si chiede niente di meglio che l'evidenza accertata dai magistrati,
della presunta tesi secondo la quale chi controllava e guidava la società in
questi anni fosse del tutto all'oscuro delle gravissime attività illecite che si
compivano spiando dipendenti, concorrenti e chi più ne ha più ne
metta.
Vedremo se e quando i magistrati risponderanno con precisione ai
nostri interrogativi: ci limitiamo a dire che la giustizia a volte in Italia è
spettacolarmente «a tempo», visto che in altri casi i pm avrebbero proceduto con
ben altra speditezza, e si sarebbero messi di mezzo senza tanti problemi alla
laboriosa cessione del controllo che va avanti da mesi. Una cosa è sicura, però,
e non ce ne voglia quel grande manager che è Pistorio: nella «nuova» Telecom
Italia, non è proprio il caso di avere al vertice presidenti smemorati, di
quelli che rispondono «non ricordo» alle domande dei magistrati. Tronchetti
almeno ritiene di avere le idee ben chiare e la memoria che funziona a puntino,
quando insorge a chi gli chiede se sapeva delle imprese di Tavaroli e
compagni.
Tra un ricordo acuminato autodifensivo e un non ricordo flebile e
scivoloso, quest'ultimo rischia di sembrare autoaccusatorio.
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Il pozzo
Telecom
Gli schizzi arriveranno al soffitto, quando il
bubbone Telecom tornerà ad aprirsi. In questa vicenda si ritrova tutto il
corredo genetico di un Paese che non risolve i problemi, ma ci convive, finché
non vengono a noia, diventano normali, parte del paesaggio. Non mi rassegno, e
rimetto in fila gli ultimi passaggi.
1. Tronchetti Provera chiede scusa agli
azionisti di Pirelli perché c'è un «danno d'immagine» nell'avere
pagato spioni. Gesto di rara insensibilità, perché: a.
trattasi di reati, b. sono stati danneggiati tutti gli
italiani, taluni spiati e calunniati, c. l'idea che le
scuse si porgano solo a chi ha investito quattrini è profondamente
immorale.
2. Lo stesso Tronchetti, con una cassaforte (Camfin) in cui i
debiti superano il patrimonio, afferma di non volere vendere le azioni Olimpia a
meno di 2,82.
Per noi può anche tenersele, può fare quel che vuole. Ma se le
autorità di controllo si ricordassero che i mercati hanno delle regole, se
stoppassero la fiera degli annunci, forse ci sarebbe modo di vedere che è stata
messa in vendita una porzione della nostra arretratezza istituzionale.
3.
Dato che i conti non tornano, si cimenta nelle allusioni: abbiamo vissuto
«strane esperienze». C'è qualche magistrato interessato a sapere quali?
4.
Rossi torna a dire che in Telecom si doveva far pulizia, e noi torniamo a
ricordargli che lui ha mancato al dovere di denunciare lo sporco.
Aggiunge di essere stato «cacciato» quando era
pronto a mettere le cose a posto. C'è qualcuno, in Consob od in magistratura,
interessato a sapere cosa significa?
5. Il nuovo presidente, Pistorio, che
ammette di firmare senza leggere, dice che l'azienda è bella e lui sta
imparando. Ha 71 primavere, da anni siede nel consiglio d'amministrazione, ed
ora sta imparando? Sembra che in Italia siano stati sterminati i minori di anni
cinquanta, quelli con una parola sola e la schiena dritta, i conoscitori del
codice e quanti non credono che l'etica degli affari sia arricchirsi. E nel
mentre il pozzo Telecom continua ad esalare miasmi, sullo sfondo fanno tic-tac
due timer: quello della magistratura e quello del mercato. Il primo possono pure
puntarlo all'infinito, ma il secondo se ne frega delle cordate bancarie, e
finiti i corsi per la terza età mangerà il commestibile e sputerà il
resto.
Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da
Libero
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Anche Ciampi nella
storia di Telecom Italia
Inquinando la memoria s'inquina la
libertà. Da più parti c'è stato rimproverato di continuare a sottolineare che
Telecom Italia è ridotta a quel che si vede per colpa di Prodi e D'Alema. La
storia è complessa, ci redarguiscono, ed allora (nel 1997) non si poteva fare
diversamente. Dal Sole 24 Ore ci dicono anche che è sbagliato ragionare con il
senno di poi, specie se allora si tacque. C'è sempre da imparare da chi condusse
inchieste a puntate per raccontare quanto onesta fosse la condotta di Telecom in
Brasile, ignorando le denunce scritte da chi sosteneva il contrario, quindi la
verità, e per questo era spiato e diffamato. Nello specifico, però, il giallo
quotidiano confindustriale si sbaglia, perché ci fu chi criticò il modo in cui
procedeva la privatizzazione nel mentre la si faceva, mettendone in evidenza i
guasti. Io, ad esempio.
La privatizzazione di Telecom non è una decisione del
governo Prodi, ma ha origini più lontane e parte con il riassetto che privatizzò
l'unica azienda statale (l'Asst) ed unificò i gestori. Fu un processo giusto. Il
guaio è che, ignorando le direttive europee e l'evoluzione del mercato, alla
fine si volle dismettere il controllo di Telecom senza avere aperto le porte ad
una vera e sana competizione. Questo fu un errore.
L'allora ministro del Tesoro, Carlo Azelio Ciampi
(che merita rispetto, ma non reverenze monarchiche), fu diretto protagonista di
un ulteriore grave errore: non credette alla public company, volle consegnare
l'azienda in mani finanziariamente amiche ma deboli e poco convinte e sterminò
una classe di manager che avevano fatto grande l'azienda. Chi lo ha detto che
non c'erano persone qualificate, in Italia? Posso fare nomi e cognomi, e quello
di un gigante non lo taccio: Francesco Silvano.
Ma la fregola era quella di smobilitare le
partecipazioni statali per far cassa, per compiacere le banche d'affari e senza
lasciar testimoni, dopo aver cancellato i partiti democratici. Compiuta
quest'operazione la palla passò a D'Alema, il quale non si comportò affatto in
maniera retta, non si attenne affatto ad atti dovuti, ma lasciò che fossero
violate le regole poste dallo stesso governo di sinistra pur di consegnare una
grande multinazionale nelle mani di scalatori lussemburghesi.
I cocci sono ora a terra e si ricorre ai corifei
per nascondere le colpe.
Davide Giacalone 14 Aprile 2007 www.davidegiacalone.it Pubblicato da
Libero
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