Sì, Fondiamo la Gens Andreatta - Nino torna tra noi!
di Giovanni Sartori - Giuliano da Empoli: Società fiacca governo debole - Gli italiani non vogliono investire neanche nell'Adsl
di Chiara Boriosi: Ne' quote rosa né ghetti rosa, l'involontario «umorismo» della Palombelli - Il Rovescio della medaglia - Il Silenzio delle donne

 

*, Fondiamo la Gens Andreatta*
Riavvolgiamoci nell'Anello Magico di Nino Andreatta
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 «Una infinita nostalgia»
e una proposta
 
Pasquetta, lunedì 9 Aprile 2007
Di creature umane circondate da quell'anello magico di cui era avvolto l'uomo, e il politico, Beniamino Andreatta, ne nascono assai raramente e, assai più raramente, è concesso loro di esercitare quell'attrazione gravitazionale quale quella dei pianeti sui satelliti, sul mondo planetario circostante. Queste creature baciate dal Signore, però, mai hanno l'aria di muoversi con quel malinteso esercizio del potere che deriva da una posizione dominante intellettuale, culturale e politica. Anzi, pur ben consci del loro valore, stanno tra noi con quella grazia, quella levità, quell'eleganza umana e politica che è il «Low Profyle». Più sono di grande qualità ed autorevoli, più il loro muoversi nel mondo è riservato, raffinato, allusivo, mai protervo, mai impositivo, mai privo di autocritica, di autoironia. E Nino Andreatta, che aveva il dono della critica
fulminante, dissacrante ed impietosa, la esercitava avvolto da quell'Anello Magico, da quella grazia e quel carisma intellettuale tali da far sentire il malcapitato di turno un unto dal Signore, una creatura eletta, un Cavaliere della Tavola Rotonda sul cui capo si fosse posata la spada di Re Artù.
Persino Giovanni Spadolini, che non accettava critiche neppure da grandi politici quali erano Ugo La Malfa e Bruno Visentini, era divertito dagli strali con cui lo investiva Andreatta che considerava «un enfant terrible mais un enfant de grande valeur, un enfant terrible avec une grande tête politique» ed a cui perdonò, anni dopo, perfino la famosa «lite delle comari» il cui epilogo, la caduta del primo Governo Spadolini, si svolse in una tragicomica notte di tregenda durante una cena in casa di una comune amica. Unici commensali a non cadere preda di agitazione motoria per la perdita della poltrona, una ministeriale l'altra di primo sottosegretario a Palazzo Chigi, furono Nino Andreatta e Vittorio Olcese.
Serafici, sornioni, ed invitando Spadolini a fare altrettanto, continuarono a mangiare lasagna, pastiera e babbà che erano le gran specialità della padrona di casa.
Nino era estremamente rispettato ed amato dai collaboratori - un ricordo speciale va alla mitica signora Bianca Celico - dai giovani e dalle donne perchè conversava con loro degli stessi temi e mostrando loro lo stesso interesse con cui si intratteneva con uomini politici, grandi imprenditori, ministri, economisti, e giusvaloristi come Roberto Ruffilli, sottraendole a quella frustrazione italico-tribale, arcaica, trappanissima, malmostosa e cafona, inferta alle donne dai politici, maleducatissimamente,
sempre arroccati in gruppuscoli misogino-razzisti a parlare, secondo loro, di «cose non da donne».
Andreatta, pur un teorico, cattedratico e grande economista, era per la Politica che, sopratutto, coinvolga e privilegi gli interessi della Polis, la Politica nata dal basso, popolare, non viceversa. Politica a grande partecipazione popolare, non la politica scostante, asfittica, e perdente, i cui vertici hanno la meglio sui cittadini, la Polis.
Mi diceva: «In piena Bicamerale, hai avuto una grande intuizione politica con il Movimento per le Riforme, le Riforme si fanno anche dal basso, questa Bicamerale è il sepolcro di Thutankhamon. Tale e quale come l'ha rappresentata Gad Lerner su Rai uno. Terrificante».
Nino, torna tra noi! viene da dire ancora una volta raccogliendo il suggerimento di Giovanni Bazoli, apparso domenica 8 aprile in una intervista data ad un grande quotidiano del Nord, concludendo così il suo ricordo dell'amico Nino: «Sulla personalità e sull'opera di Andreatta l'idea di raccogliere la sua eredità culturale e politica potrebbe suggerire agli amici di creare una fondazione. Ciò che io ho sin qui raccontato offre solo un ritratto minore di Nino Andreatta: un ritratto semplicemente ispirato da ricordi personali e da una infinita nostalgia».
Sì alla proposta di Giovanni Bazoli allora,
ma si vada oltre una statica Fondazione, di destra o di sinistra, e, come sarebbe piaciuto ed apprezzato da Nino, rifondando la Gens Andreatta colta, seria, brillante, democratica, affidabile e pulita, la Gens Andreatta di cui si sente una drammatica assenza nel Paese. Riavvolgiamoci dunque nell'Anello Magico di Nino Andreatta, in quell'Anello gasoso, dinamico e creativo facendo della Fondazione anche un coacervo, un crocevia, una fucina politica e popolare a grande partecipazione «azionaria» tra teorici, dotti esperti e semplici ma volenterosi cittadini per un nuovo Rinascimento della Politica alta.
Una Fondazione per la ricerca, la selezione, il ricambio della Classe dirigente politica e produttiva del Paese. Una Fondazione che entusiasmi ed incoraggi i giovani migliori desiderosi e tesi ad impegnarsi per il proprio Paese. Una Fondazione per la ricerca di facce giovani, facce nuove, sobrie, pulite. Per la ricerca di nuovi saperi.
Una Fondazione per la selezione, e la proposta, di un Premier che guardi al nostro Paese con occhio profondo, lungimirante, vivace, riformista, avvenirista.
Un Premier che, per esempio, abbia l'espressione attenta e appassionata di un Filippo Andreatta che ha tutta l'aria di essere l'erede naturale, e politico, di suo padre. Cari lettori, se in quel di Fiumicino, per primi, abbiamo scovato il «Tiger Tim» di Ghioni & Tavaroli, non saremo capaci di trovare il futuro Premier?
Un Premier con i fiocchi e lontano mille miglia da quella razza predona alla maniera del «Tiger Tim» di Telecom.
          Giuliana D'Olcese www.virusilgiornaleonline.com/rubricadol.htm
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al Parlamento, al Governo
        22 Marzo 2005
Bondo Bondo,
giù le mani dalle nostre coscienze.
Nino, torna tra noi!
 
L'inondazione di sciocchezzate che tracima dal Parlamento e dalla maggioranza dei poltici italiani, di cui arrivano le poderose onde da radio, tv e giornali, tengono in me vivo il ricordo di un politico di razza (razza democristiana di sinistra da non confondere con la sottospecie dei Conigli mannari di Forlaniana memoria, zii e cugini primi di Uddiccini, Udierrini & Margheritini accaniti insaziabili baciatori della pantofola del Cardinal Ruini). Politico che, finchè in Parlamento c'è stato, teneva a bada i bipedi umanoidi della prima Repubblica obbligandoli, con la sola presenza della sua grande personalità e versatilità politica, i suoi giudizi sferzanti ed impietosi e le sue battute dissacranti e micidiali, ad avere una parvenza di tenuta istituzionale e morale almeno nel lessico politico e, qualche volta, anche nelle opere di governo.
Tenuta che, nella lunga e perversa gestazione dell'aborto della seconda Repubblica, è sparita del tutto per far posto ad una sbracatezza dei costumi costituzionali, istituzionali, lessicali, morali e politici di fronte alla quale, allegoricamente, le orge bibliche inneggianti al Vitello d'Oro diventano trattenimenti da figlie di Maria.
Questo miracolo politico vivente di fronte al quale, nell'occasione, la grotta di Lourdes diventa una stazioncina termale, era il mio grande amico, e complice-compagno di sfottò a politici, ministri e governanti, era Nino Andreatta che una crudele malattia tiene inchiodato da cinque anni in stato di incoscienza (?) privando così la oramai decadente, squallida e malmostosa classe politica italiota di uno dei cervelli più dotati, brillanti, colti e sagaci che abbiano avuto la politica e le Istituzioni europee, forse mondiali.
Ma privandola anche del controllo culturale e della necessaria e doverosa tenuta psicologica, se pur indotta dalle critiche sferzanti ed impietose. Tenuta che, ripeto, nella lunga mala gestazione dell'aborto della seconda Repubblica, è scomparsa del tutto per far posto all'insulto continuo e ad una sciatteria, una sbracatezza, una scioccaggine ed una rozzezza, di destra e di sinistra, mai viste e sentite prima d'ora in un Paese civile, moderno e democratico. Robe da Bongo Bongo.
Senza la presenza di Nino, quindi, non c'è più gusto ad aprire il tinello a politici e Governi, si prendono tutti talmente sul serio che la noia dei salottini politici, pubblici e privati, è mortale e perciò non vale mezzo euro di spesa per imbandir tavola.
Così è per certi direttori, giornalisti e opinionisti. Se possibile, si prendono ancor più sul serio dei politici. La Rinascente della noia.
Rinascente pericolosa, però, quando, chi fa opinione pubblica, porta e bacia la borsa del politico di turno.
Altro che «il pericolo della dittatura del Premier»! «Pericolo» paventato in questi giorni di convulse strillazzate di «Costituzionalità».
L'Onorevole Beniamino Andreatta, detto Ninetto l'enfant terrible, cattolico, Professore economista, più volte eletto al Parlamento, più volte Ministro della Repubblica, con gran distacco e spregio per la Poltrona di Ministro del Tesoro, o delle Finanze, ora non ricordo, fece cadere il primo Governo Spadolini per una lite, detta la «Congiura delle comari», con il Ministro Nino Formica.
Ninetto l'enfant terrible, cattolico, Professore economista, era un politico serio quando la politica era seria, ma pronto ad irriderla e a sputtanarla, con Salomonica ferocia, quando questa si tramutava in baraccone da bassifondi dell'avanspettacolo.
Ninetto l'enfant terrible, democristiano di sinistra, cattolico osservante, Professore economista, con grande senso e rispetto per lo Stato laico, di cui era una delle alte Istituzioni, fu l'artefice dello scoppio dello scandalo della banca vaticana, lo IOR.
E Ninetto, l'enfant terrible, fu grande sostenitore ed estimatore di un altro gran democristiano di sinistra, amante e provetto ballerino del liscio alla bolognese, l'amico Professor Roberto Ruffilli economista riformista ammazzato dalle Brigate Rosse.
Tutto questo mi è venuto in mente, per la millesima volta, leggendo su Libero, mercoledì 16 febbraio, lo sciagurato «pezzo di paradiso» del coordinatore di Forza Italia, Onorevole Sandro Bondi che, alla valanga di critiche ed al fastidio massimo che l'opinione pubblica e il Popolo Italiano stanno riversando e manifestando verso le inaudite ingerenze della Chiesa e dello Stato Vaticano nella politica dello Stato Italiano in occasione dei Referendum (Referendum che, Esimi Berlusconi e Pisanu, saranno balneari in omaggio alla pantofola di Ruini?), nel più perfetto stile del Feuilletton all'italiota, e arrogandosi la parte in commedia di rappresentante del Popolo cattolico di Forza Italia al quale, tra le altre sciocchezzate, la sciagurata rispose:
«I cattolici di Forza Italia staranno anche questa volta, senza alcun cedimento, dalla parte della Chiesa, e affermeranno d'essere tanto obbedienti alla Chiesa».
«Cedimento» che, per Ordini e Magistero Superiori, durante le trattative elettorali con i Radicali, proprio Bondo Bondo, aveva spinto, invece, fino a dichiarare quell'altro pezzo di Paradiso di «democrazia intelligente» comune ai due Poli: «Riguardo al voto sui Referendum, Forza Italia darà libertà di coscienza ai propri elettori».
Non c'è come i comunisti spretati, come Bondo Bondo, capaci di «cadere» in «Cedimenti» un giorno sì e l'altro pure.
-Ah Bondo Bondo! ma anche Rutelli e Parisi!, ma che, la libertà alle nostre coscienze la date voi e i partiti?!
Aoh!!! Giù le mani dalle nostre coscienze. Ma siete posseduti dal demone del delirio di obsolete onnipotenze?
Queste anticaglie lessicali e politiche, da Don Rodrighi e da Codice Rocco, tenetele, se mai, per sorelle, mamme, zie, colf, gatti e canarini vostri. La coscienza di ciascun cittadino elettore è proprietà privata e personale, mica roba vostra. Giù le mani quindi.
Cordiali saluti e Buon Referendum, a tutti.
E tutti in città a votare se sarà il Referendum balneare. Con pessima pace e tormentone dei Bondo Bondo, dei Ciccio Belli & dei Conigli mannari in salsa Vatican-Ruiniana.
Caro Nino Andreatta, torna tra loro a fare strage di cotanto tracotante, supponente, ignorante e irrispettoso sciocchezzaio politico.
       Giuliana D'Olcese
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Società fiacca governo debole
di Giovanni Sartori - Corriere della Sera 12 marzo 2007
Un governo è debole quando non dispone di una maggioranza parlamentare sufficiente per governare. Un governo è debole, in secondo luogo, quando la sua maggioranza è discorde e scollata. E per entrambi questi rispetti il governo di Romano Prodi era e resta debole, debolissimo. Ma noi abbiamo anche una «società debole», fiacca e incapace di difendersi. Come si spiega? A rigor di logica un governo debole potrebbe essere fronteggiato da una società forte che si fa valere.
Invece il Paese è flaccido, è passivo. Brontola, ma poi si lascia bastonare. In parte è così per retaggio storico. Ma in parte è così perché abbiamo avviato un circolo vizioso nel quale il cattivo esempio dell'alto contagia il basso. Vedi, per cominciare, il teppismo nel calcio. Sono decenni che i nostri teppisti viaggiano in trasferta su treni speciali che lietamente devastano. Tanto pagano le ferrovie. Ed è da sempre che le società di calcio sono conniventi con le loro tifoserie estreme.
Il governo di Silvio Berlusconi era un governo forte, eppure ha sempre fatto finta di non vedere. Siamo dovuti arrivare al funzionario di polizia ucciso a Catania per indurre il governo a stabilire che i «bravi ragazzi» che assaltano con sassi e spranghe le forze dell'ordine sono da punire in modo esemplare. Vedremo.
Al momento i pochissimi fermati per queste inaccettabili violenze sono quasi tutti tornati a casa. Altri casi. Da sempre ferrovie e strade vengono bloccate da scioperanti a vario titolo. Sì, ma non esiste forse un diritto sicuramente prevalente di chi si trova, innocentissimo, in viaggio, di non essere sequestrato?
Eppure in questo caso polizia e carabinieri arrivano per guardare. La parola d'ordine del Viminale è, da sempre, «niente grane».
Diritti e legalità vengono patentemente straviolati, ma il governo latita. L'elenco è lungo. Scioperi selvaggi, scuole occupate, case abitate da abusivi, centri sociali extra legem (e che si fanno la legge da soli). Tutte cose assorbite da quel grande ventre molle che siamo ridotti a essere. E il caso esemplare è quello dei telefonini a scuola. La scuola plasma, bene o male, le nuove generazioni. A scuola i giovani dovrebbero imparare qualcosa e il docente dovrebbe fare lezione. Ma sempre più i giovani vanno a scuola con il loro cellulare. E, poverini, come potrebbero sopravvivere al tedio della lezione senza «chattare»? Se non che un professore di Lecco, spazientito, strappa di mano il telefonino a una studentessa che si beffava dei suoi richiami. Sapete com'è andata a finire?
I genitori hanno spalleggiato la loro dolce bambina, la vicenda è addirittura finita in Cassazione, e il docente è stato condannato per violenza privata. Incredibile?
Sì, sono le storture del diritto, del formalismo giuridico. A maggior ragione, spetterebbe al ministro dell'Istruzione di emanare una norma che vieta il cellulare a scuola e che ne autorizza il sequestro. Coraggio, signor ministro. La scuola è allo sfascio. Cominci a rimediare.
La morale di queste storie è che un governo debole non è esentato per questo dal dovere di gestire con diligenza e fermezza gli affari ordinari. Se il governo di Romano Prodi non potrà fare granché in sede di «grandi riforme», non si capisce perché non possa fronteggiare a dovere le emergenze quotidiane.
La nostra non è, nei casi succitati, impotenza di governo: è menefreghismo, colpevole noncuranza, e irresponsabilità. Speriamo che dirlo serva a qualcosa.
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Gli italiani non vogliono investire neanche nell'Adsl
di Giuliano Da Empoli - Il Riformista 8 gennaio 2007
«Meno ai padri, più ai figli»: è una formula di Nicola Rossi che riassume la sostanza delle idee che questo economista brillante e rigoroso porta avanti da molti anni. L'idea, ben nota, è che nel nostro welfare, i mezzi abbiano preso il sopravvento sui fini, e che gli squilibri categoriali e generazionali siano diventati tali non solo da pregiudicare la crescita (che è la preoccupazione degli economisti liberali), ma anche da contravvenire ai più elementari criteri di equità (che stanno a cuore a chi, come Rossi, ha alle spalle una lunga militanza tra le fila della sinistra).
Se così stanno le cose, allora, è facile capire quanto siano superficiali le polemiche che hanno seguito la decisione di Rossi di lasciare i Ds, tutte concentrate sulle beghe interne al partito, sulla parabola del dalemismo, sul ruolo di Fassino, e chi più ne ha più ne metta. La verità, purtroppo, è assai più drammatica. E coincide con il fatto che per Rossi, e per quelli che la pensano come lui, sembra non esserci più posto da nessuna parte. Non solo tra i Ds, ma proprio nell'intero arco delle forze politiche rappresentate in Parlamento. Può darsi, come dicono alcuni, che sia colpa della genesi infelice e tormentata del bipolarismo all'italiana.
Può darsi che un assetto istituzionale che premia la competizione al ribasso e il ricatto politico sia in parte responsabile di questo stato di cose. Però, a guardar bene, sono tutte spiegazioni un po' riduttive, quelle che puntano il dito sempre e solo sul ceto politico, sulla sua mediocrità e sulle sue deficienze.
La verità è che, come ha scritto su Zero Paola Bonomo, lungi dall'essere una società low cost, la nostra è diventata una società low commitment, a bassa intensità di impegno e di investimento sul futuro. A dimostrarlo non sono solo i soliti dati demografici sulla crescita zero o quelli, affliggenti, sulle spese, pubbliche e private, in Ricerca e Sviluppo. Ma anche le tendenze più spicciole del mercato dei consumi. Nel corso degli anni novanta, l'Italia è diventata l'unico paese industrializzato nel quale le tessere prepagate rappresentano la stragrande maggioranza delle utenze di telefonia cellulare, mentre gli abbonamenti sono rimasti confinati quasi esclusivamente al mercato aziendale. In modo analogo, oggi, la diffusione dell'Adsl presso i privati avviene quasi sempre con la modalità «free», ovvero con tariffazione senza canone, a consumo. Nella fase di più rapida diffusione dell'Adsl, i contratti «free» sono arrivati a costituire i tre quarti delle utenze. Dagli altri Paesi europei, dove è del tutto normale avere un abbonamento flat (a canoni minori dei nostri e con velocità di connessione maggiori) e dove la banda larga a consumo è sconosciuta, ci guardano attoniti.
Altro che low cost. In pratica abbiamo così poca fiducia nel futuro che, perfino negli ambiti più banali, siamo disposti a pagare di più pur di non impegnarci, di mantenere le mani libere. E possibile che un paese così decida di investire sul futuro, decidendo di togliere qualcosa ai padri per darla in cambio ai figli?
E dura, non c'è che dire. Ecco perché Rossi e quelli come lui fanno tanta fatica a trovare spazio.
L'unica speranza, a questo punto, è che i riformisti capiscano che la via d'uscita non è tecnocratica, ma politica. Urge che qualcuno si prenda la briga di ripensare da cima a fondo non solo e non tanto le scelte politiche necessarie (a questo ci stanno già pensando gli Onofri, gli Ichino, i Giavazzi e gli Alesina), quanto il modo di presentarle al Paese e di impacchettarle in una proposta politica che sia attraente almeno quanto l'ultima offerta della Vodafone.
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Ne' quote rosa né ghetti rosa, l'involontario «umorismo» della Palombelli
di Chiara Boriosi - Pensalibero 1 Dicembre 2006
Leggiamo sul Corriere della Sera una chiamata alle armi, firmata Barbara Palombelli, a proposito della presenza delle donne in politica.
A parte l'esilarante - certo involontario - umorismo nel ricordare la firma del programma dell'Unione, rito celebrato da soli uomini, come se suo marito non fosse fra quelli, e comunque quella mattina fosse invece andato a firmare convinto di trovarsi in un conclave femminile e femminista, non ci convince nulla, ma proprio nulla, di quanto la signora Rutelli scrive. L'esaltazione della proposta della Pollastrini sulle Pari Opportunità da garantire alle donne, permettendo loro di fondare partiti solo femminili per pareggiare il conto con quelli solo maschili, se non fosse demenziale sarebbe un perfetto soggetto per una commedia all'italiana della miglior specie.
E il riferimento a Segolène Royal come luminoso esempio da seguire, proprio non regge. Vediamo perché.
L'assenza ormai quasi totale delle donne in politica, è il risultato di una precisa volontà dei partiti, di qualunque colore e spessore, che hanno impegnato le loro migliori energie nel tentativo, riuscitissimo, di tenere le donne lontane dall'attività politica, salvo fungere da generose agenzie di ricollocamento di soubrette disoccupate e di pseudo attrici fallite, le uniche, a quanto pare, insieme alle mogli di politici di lungo corso, in gradi di rappresentare le italiane in Parlamento.
La risposta a questa volontà di esclusione non sta nel creare partiti di sole donne, come i club femminili ed i circoli del cucito: veri e propri ghetti rosa nei quali chiudersi, e farsi rinchiudere, col benestare dei politici maschi, per dirsi fra noi quanto siamo belle, buone ed ingiustamente discriminate. I partiti di sole donne non servirebbero assolutamente a nulla, se non a creare l'ennesimo alibi per una sconfitta annunciata. La battaglia va combattuta quotidianamente, usando i mezzi mediatici a disposizione - e la signora Palombelli è una privilegiata, avendo spazi tanto sul Corriere della Sera che nel Tg5 - per chiedere, ogni santo giorno, conto a tutti i partiti delle loro scellerate scelte. Perché avete scelto «quelle» candidate? In base a quali criteri? E chi dovrebbero rappresentare?
Un simile martellamento, produrrebbe risultati, e qualche sano sputtanamento, che costringerebbero alla fine lorsignori e padroni della politica quanto meno a considerare un cambiamento di rotta. E, per piacere, non citiamo la Royal a sproposito: lei si è candidata alle primarie interne al suo partito, non si è creata un partito su misura che la votasse. Ha sfidato due avversari uomini ed ha vinto. Per la Presidenza sfiderà un altro uomo, e si vedrà come si orienteranno gli elettori, ma indubbiamente sarà una sfida alla pari, non combattuta dall'interno di una riserva. Chi sceglie di stare «dentro» è sempre prigioniero di qualcosa o di qualcuno.
Vediamo invece di stare fuori dai luoghi comuni, dalle idee demenziali, dai recinti di tutti i generi, dalle etichette e dalle distinzioni di genere.
E quel «organizziamoci, ragazze» che conclude l'articolo della Palombelli, lasciamolo per la lezione di aerobica. Ma ragazze a chi, che a momenti diventiamo nonne?!
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Il rovescio della medaglia
di Chiara Boriosi - Pensalibero 3 Novembre 2006
Qualche giorno fa, abbiamo scritto lamentandoci del silenzio delle donne su temi scottanti che, in realtà, ci riguardano tutte - ma due diverse situazioni ci portano oggi a tornare sull'argomento, che ha molte varianti, soprattutto in un Paese come il nostro dove chi farebbe meglio a tacere parla, e chi invece dovrebbe parlare tace.
La prima situazione riguarda l'ignobile polverone sollevato da Elisabetta Gardini a proposito dell'utilizzo dei bagni delle donne da parte dell'onorevole Guadagno, alias Vladimir Luxuria. La tristezza delle dichiarazioni rilasciate dalla Gardini, lo spendere gratuito e superficiale di termini gravi come «stuprata» e «violentata», la patina di eroina teocon che si è voluta dare con la strumentale complicità di una trasmissione televisiva, parlano da sole: l'unico commento da fare a questa vicenda è che la troppo sensibile signora Gardini non dovrebbe stare in Parlamento dove, peraltro, nessuno ci ha mai spiegato perché ci sia finita. Infatti, in omaggio al malcostume ormai canceroso che permette ai partiti di candidare solo donne affatto rappresentative della vita quotidiana, ma molto dei privilegi personali, la signora Gardini è passata da pessime fiction, dove però bastava cambiare canale per non vedere più la sua unica espressione conosciuta -
dioquantosoffroguardacomepiango - al ruolo di onorevole nel quale, purtroppo, ha mantenuto la stessa espressione, solo che stavolta a farne le spese non è il marito per fiction di turno, ma Luxuria e, quel che è peggio, l'immagine ed il ruolo stesso delle donne in Parlamento.
Intanto, TelePace - un nome, un programma - emittente vaticana, licenzia l'intera redazione ed emerge una verità sconcertante: l'incredibile serie di atti di mobbing discriminazione e di umiliazione alla quale sono state sottoposte le donne che in quella redazione lavoravano. Spiate, censurate e, addirittura, messe in discussione in riunioni di redazione dove si trattava della loro verginità e delle loro abitudini sessuali. Eppure hanno taciuto, tutto ciò emerge ora perché la redazione viene chiusa.
E nessuno dei colleghi, valent'uomini, a quanto pare, di primissima qualità, si è mai sognato di contestare questa situazione.
Confessiamo che riesce persino difficile commentare questi fatti; non sappiamo se chiederci come abbiamo fatto, noi donne, ad arrivare a questo punto senza neanche tentare di porre un freno a simili derive, o se fare una chiamata di correità, che deve pur esserci stata. Perché non si chiede mai conto ai partiti delle loro perniciose scelte nelle candidature femminili?!
Perché le discriminazioni sul lavoro non vengono quasi mai denunciate e, se accade, le donne ci rimettono sempre, perché si sa che l'accusa di mobbing è una delle più difficili da dimostrare?!
Perché il solo fatto di lavorare in una redazione giornalistica che attiene al Vaticano deve comportare l'osservanza dell'astinenza sessuale?!
Ma, soprattutto, perché le giornaliste che godono di stampa, attenzioni e spazi illimitati appena aprono bocca, gente come la Rodotà e la Palombelli, tanto per fare due nomi di fiori all'occhiello dei padroni del vapore, sono tanto pronte a recensire l'ultimo libro di Veltroni quanto a girare la faccia dall'altra parte di fronte a queste cose?! Noi ci proviamo, ma non godiamo della stessa ribalta mediatica. Però non vogliamo morire Elisabetta Gardini. E questa è una promessa.
   Chiara Boriosi Responsabile Press Office Fuori dal Perimetro Srl Via dello Statuto, 3 - 50129 - Firenze Url:
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Il silenzio delle donne
di Chiara Boriosi - Pensalibero 24 Ottobre 2006 www.pensalibero.it
Un lettore, ma prima di tutto un amico e prezioso collaboratore di Pensalibero, commentando l'articolo sulla vexata quaestio dell'utilizzo del velo da parte delle donne musulmane, ha posto il dito nella piaga, chiedendo ragione dell'improvviso silenzio delle donne sulle questioni che le riguardano. Ha ragione, è un fenomeno inquietante che da tempo ci fa riflettere, soprattutto leggendo i quotidiani le poche giornaliste che trattano di politica e di società civile, evitano accuratamente il tema del rispetto dei diritti umani delle donne, clamorosamente calpestati nei paesi musulmani e, di fatto, fortemente avversati dagli immigrati presenti nei paesi europei.
Questo silenzio stupisce, da donna potremmo anche dire che ferisce, ma certamente non nasce per caso. In linea generale, è indubbio che gli ultimi anni hanno segnato un'inversione di tendenza rispetto agli anni Settanta ma anche Ottanta, lasciando cadere le lotte femministe pressoché nel dimenticatoio, come se le figlie, preso atto delle battaglie condotte dalle proprie madri, avessero però scelto di seguire vie diverse, forse maggiormente volte all'omologazione piuttosto che alla diversificazione.
E'indubbio che, al di là di una patina superficiale di uguaglianza, nel nostro Paese c'è ancora un forte divario fra i sessi, colpevolmente coltivato ed avallato da istituzioni, Chiesa e mass media, sebbene in misura diversa e con diverse responsabilità. Un governo che ritiene di aver bisogno di un Ministero delle Pari Opportunità, di fatto riconosce il proprio fallimento, che si è ben palesato quando in Parlamento l'atavico muro di potere maschile ha impedito ogni soluzione che garantisse l'accesso alla politica ad un maggior numero di donne. Dal canto suo, la Chiesa non recede dalla propria naturale misoginia, di recente il Pontificio Istituto per la Famiglia - una istituzione che non cessa mai di stupirci per il solo fatto che esista - ha dichiarato che la dissoluzione della famiglia è senz'altro colpa delle donne che hanno aderito al femminismo, con ciò rinunciando al loro naturale ruolo di subalterne che, a quanto pare, è indispensabile per garantire la buona tenuta della stabilità familiare.
Non si può però dir meglio di tutto il mondo imprenditoriale che continua ad essere una roccaforte maschile nella quale il famoso «soffitto di vetro» è ben visibile ma, come nella favola del Re Nudo, l'importante è non dirlo.
Le donne sono indietro nella professione, sono ancora retribuite meno degli uomini, pagano ancora l'incredibile scotto di essere considerate bombe biologiche vaganti, subiscono il peso sfiancante del doppio impegno - lavorativo e familiare - e sono vittime di mobbing quotidianamente, però non abbiamo mai sentito, ad esempio, un Presidente di Confindustria inserire queste argomentazioni nelle proprie dotte relazioni assembleari.
I mass media non sono da meno, nutrendosi quotidianamente di immagini di donne vel-ine, letter-ine, sched-ine e quant'altro sia riduttivo non solo del ruolo ma della dignità stessa della persona - ancora oggi, in questo Paese, non si vende un settimanale se non c'è una donna nuda in copertina.
Detto questo, va riconosciuto però con sincerità che la colpa è nostra - sarà che non siamo inclini al piagnisteo, sarà che per nostra natura siamo portate al pragmatismo, in ogni caso ci sentiamo di dire che il silenzio colpevole delle donne, sulle donne e per le donne, è nostra responsabilità.
Abbiamo subito come pecore provvedimenti come la Legge 40 contro la quale ci siamo battute in poche, mentre la maggioranza ha preferito guardare dall'altra parte e non andare a votare. Permettiamo ancora ai partiti di candidare in Parlamento soubrette fallite, attrici di terz'ordine e signore annoiate, che dovrebbero essere le nostre rappresentanti nelle stanze del potere. Continuiamo a farci la guerra l'un l'altra, lontane anni luce dalla capacità omertosa che consente agli uomini di fare muro sempre. Invece di batterci per un dialogo alla pari, una professione alla pari, una famiglia alla pari, ci facciamo carico di tutto salvo poi lamentarci che la stanchezza ci impedisce di vivere e non ci rendiamo conto che i diritti negati alle donne, a tutte le donne nel mondo e, purtroppo, persino in casa nostra, sono un lugubre preavviso di un ritorno al passato.
Ancora una volta sarebbe il caso di dire «Non chiederti per chi suona la campana, essa suona per te». Se avessimo ancora voglia di ascoltare, naturalmente.
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