al Parlamento, al Governo
22 Marzo 2005
Bondo Bondo,
giù le mani dalle nostre
coscienze.
Nino, torna tra noi!
L'inondazione di sciocchezzate
che tracima dal Parlamento e dalla maggioranza dei poltici italiani, di cui
arrivano le poderose onde da radio, tv e giornali, tengono in me
vivo il ricordo di un politico di razza (razza democristiana di sinistra da
non confondere con la sottospecie dei Conigli mannari di Forlaniana memoria,
zii e cugini primi di Uddiccini, Udierrini & Margheritini accaniti
insaziabili baciatori della pantofola del Cardinal Ruini). Politico che, finchè
in Parlamento c'è stato, teneva a bada i bipedi umanoidi della prima
Repubblica obbligandoli, con la sola presenza della sua grande personalità
e versatilità politica, i suoi giudizi sferzanti ed impietosi e le sue battute
dissacranti e micidiali, ad avere una parvenza di tenuta istituzionale e morale
almeno nel lessico politico e, qualche volta, anche nelle opere di governo.
Tenuta che, nella lunga
e perversa gestazione dell'aborto della seconda Repubblica, è sparita del
tutto per far posto ad una sbracatezza dei costumi costituzionali, istituzionali,
lessicali, morali e politici di fronte alla quale, allegoricamente, le
orge bibliche inneggianti al Vitello d'Oro diventano trattenimenti da figlie
di Maria.
Questo miracolo politico
vivente di fronte al quale, nell'occasione, la grotta di Lourdes diventa
una stazioncina termale, era il mio grande amico, e complice-compagno di sfottò
a politici, ministri e governanti, era Nino Andreatta che una crudele
malattia tiene inchiodato da cinque anni in stato di incoscienza (?)
privando così la oramai decadente, squallida e malmostosa classe politica
italiota di uno dei cervelli più dotati, brillanti, colti e sagaci che abbiano
avuto la politica e le Istituzioni europee, forse mondiali.
Ma privandola anche
del controllo culturale e della necessaria e doverosa tenuta psicologica,
se pur indotta dalle critiche sferzanti ed impietose. Tenuta che, ripeto,
nella lunga mala gestazione dell'aborto della seconda Repubblica, è scomparsa
del tutto per far posto all'insulto continuo e ad una sciatteria, una sbracatezza,
una scioccaggine ed una rozzezza, di destra e di sinistra, mai
viste e sentite prima d'ora in un Paese civile, moderno e democratico. Robe
da Bongo Bongo.
Senza la presenza di
Nino, quindi, non c'è più gusto ad aprire il tinello a politici e Governi,
si prendono tutti talmente sul serio che la noia dei salottini politici,
pubblici e privati, è mortale e perciò non vale mezzo euro di spesa per
imbandir tavola.
Così è per certi direttori,
giornalisti e opinionisti. Se possibile, si prendono ancor più sul serio dei
politici. La Rinascente della noia.
Rinascente pericolosa,
però, quando, chi fa opinione pubblica, porta e bacia la borsa del politico
di turno.
Altro che «il pericolo
della dittatura del Premier»! «Pericolo» paventato in questi giorni di convulse
strillazzate di «Costituzionalità».
L'Onorevole Beniamino
Andreatta, detto Ninetto l'enfant terrible, cattolico, Professore economista,
più volte eletto al Parlamento, più volte Ministro della Repubblica,
con gran distacco e spregio per la Poltrona di Ministro
del Tesoro, o delle Finanze, ora non ricordo, fece cadere
il primo Governo Spadolini per una lite, detta la «Congiura delle comari»,
con il Ministro Nino Formica.
Ninetto l'enfant terrible,
cattolico, Professore economista, era un politico serio quando la politica
era seria, ma pronto ad irriderla e a sputtanarla, con Salomonica ferocia,
quando questa si tramutava in baraccone da bassifondi dell'avanspettacolo.
Ninetto l'enfant terrible,
democristiano di sinistra, cattolico osservante, Professore economista, con
grande senso e rispetto per lo Stato laico, di cui era una
delle alte Istituzioni, fu l'artefice dello scoppio dello scandalo
della banca vaticana, lo IOR.
E Ninetto, l'enfant
terrible, fu grande sostenitore ed estimatore di un altro gran democristiano
di sinistra, amante e provetto ballerino del liscio alla bolognese, l'amico
Professor Roberto Ruffilli economista riformista ammazzato dalle Brigate Rosse.
Tutto questo mi è venuto
in mente, per la millesima volta, leggendo su Libero, mercoledì 16 febbraio, lo
sciagurato «pezzo di paradiso» del coordinatore di Forza Italia,
Onorevole Sandro Bondi che, alla valanga
di critiche ed al fastidio massimo che l'opinione pubblica e
il Popolo Italiano
stanno riversando e manifestando verso le inaudite ingerenze
della Chiesa e dello Stato Vaticano nella politica dello Stato Italiano
in occasione dei Referendum (Referendum che, Esimi
Berlusconi e Pisanu, saranno balneari
in omaggio alla pantofola di Ruini?), nel
più perfetto stile del Feuilletton all'italiota, e arrogandosi la parte in
commedia di rappresentante del
Popolo cattolico di Forza Italia al quale, tra
le altre sciocchezzate, la sciagurata rispose:
«I cattolici di Forza
Italia staranno anche questa volta, senza alcun cedimento, dalla parte della
Chiesa, e affermeranno d'essere tanto obbedienti alla Chiesa».
«Cedimento» che, per
Ordini e Magistero Superiori, durante le trattative elettorali con i Radicali,
proprio Bondo Bondo, aveva spinto, invece, fino a dichiarare quell'altro
pezzo di Paradiso di «democrazia intelligente» comune ai due Poli: «Riguardo
al voto sui Referendum, Forza Italia darà libertà di coscienza ai propri elettori».
Non c'è come i comunisti spretati,
come Bondo Bondo, capaci di «cadere» in «Cedimenti» un giorno sì e
l'altro pure.
-Ah Bondo Bondo!
ma anche Rutelli e Parisi!, ma che, la
libertà alle nostre coscienze la date voi e i partiti?!
Aoh!!! Giù le mani dalle
nostre coscienze. Ma siete posseduti dal demone del delirio di obsolete onnipotenze?
Queste anticaglie lessicali
e politiche, da Don Rodrighi e da Codice Rocco, tenetele, se mai, per sorelle,
mamme, zie, colf, gatti e canarini vostri. La coscienza di ciascun cittadino
elettore è proprietà privata e personale, mica roba vostra. Giù le mani quindi.
Cordiali saluti e Buon
Referendum, a tutti.
E tutti in città a votare
se sarà il Referendum balneare. Con pessima pace e tormentone dei Bondo
Bondo, dei Ciccio Belli & dei Conigli mannari in
salsa Vatican-Ruiniana.
Caro Nino Andreatta,
torna tra loro a fare strage di cotanto tracotante, supponente, ignorante
e irrispettoso sciocchezzaio politico.
Giuliana D'Olcese
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Società
fiacca governo debole
di Giovanni Sartori - Corriere della
Sera 12 marzo 2007
Un governo è debole quando non dispone di una maggioranza
parlamentare sufficiente per governare. Un governo è debole, in secondo luogo,
quando la sua maggioranza è discorde e scollata. E per entrambi questi rispetti
il governo di Romano Prodi era e resta debole, debolissimo. Ma noi abbiamo
anche una «società debole», fiacca e incapace di difendersi. Come si spiega?
A rigor di logica un governo debole potrebbe essere fronteggiato da una società
forte che si fa valere.
Invece
il Paese è flaccido, è passivo. Brontola, ma poi si lascia bastonare. In parte
è così per retaggio storico. Ma in parte è così perché abbiamo avviato un
circolo vizioso nel quale il cattivo esempio dell'alto contagia il basso.
Vedi, per cominciare, il teppismo nel calcio. Sono decenni che i nostri teppisti
viaggiano in trasferta su treni speciali che lietamente devastano. Tanto pagano
le ferrovie. Ed è da sempre che le società di calcio sono conniventi con le
loro tifoserie estreme.
Il governo di Silvio Berlusconi era un governo forte, eppure ha sempre fatto
finta di non vedere. Siamo dovuti arrivare al funzionario di polizia ucciso
a Catania per indurre il governo a stabilire che i «bravi ragazzi» che assaltano
con sassi e spranghe le forze dell'ordine sono da punire in modo esemplare.
Vedremo.
Al momento i pochissimi fermati per queste inaccettabili violenze sono quasi
tutti tornati a casa. Altri casi. Da sempre ferrovie e strade vengono bloccate
da scioperanti a vario titolo. Sì, ma non esiste forse un diritto sicuramente
prevalente di chi si trova, innocentissimo, in viaggio, di non essere sequestrato?
Eppure in questo caso polizia e carabinieri arrivano per guardare. La parola
d'ordine del Viminale è, da sempre, «niente grane».
Diritti e legalità vengono patentemente straviolati, ma il governo latita.
L'elenco è lungo. Scioperi selvaggi, scuole occupate, case abitate da abusivi,
centri sociali extra legem (e che si fanno la legge da soli). Tutte cose assorbite
da quel grande ventre molle che siamo ridotti a essere. E il caso esemplare
è quello dei telefonini a scuola. La scuola plasma, bene o male, le nuove
generazioni. A scuola i giovani dovrebbero imparare qualcosa e il docente
dovrebbe fare lezione. Ma sempre più i giovani vanno a scuola con il loro
cellulare. E, poverini, come potrebbero sopravvivere al tedio della lezione
senza «chattare»? Se non che un professore di Lecco, spazientito, strappa
di mano il telefonino a una studentessa che si beffava dei suoi richiami.
Sapete com'è andata a finire?
I genitori hanno spalleggiato la loro dolce bambina, la vicenda è addirittura
finita in Cassazione, e il docente è stato condannato per violenza privata.
Incredibile?
Sì, sono le storture del diritto, del formalismo giuridico. A maggior ragione,
spetterebbe al ministro dell'Istruzione di emanare una norma che vieta il
cellulare a scuola e che ne autorizza il sequestro. Coraggio, signor ministro.
La scuola è allo sfascio. Cominci a rimediare.
La morale di queste storie è che un governo debole non è esentato per questo
dal dovere di gestire con diligenza e fermezza gli affari ordinari. Se il
governo di Romano Prodi non potrà fare granché in sede di «grandi riforme»,
non si capisce perché non possa fronteggiare a dovere le emergenze quotidiane.
La nostra non è, nei casi succitati, impotenza di governo: è menefreghismo,
colpevole noncuranza, e irresponsabilità. Speriamo che dirlo serva a qualcosa.
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Gli
italiani non vogliono investire neanche nell'Adsl
di Giuliano Da Empoli - Il Riformista 8 gennaio 2007
«Meno ai padri, più ai figli»: è una
formula di Nicola Rossi che riassume la sostanza delle idee che questo economista
brillante e rigoroso porta avanti da molti anni. L'idea, ben nota, è che nel
nostro welfare, i mezzi abbiano preso il sopravvento sui fini, e che gli squilibri
categoriali e generazionali siano diventati tali non solo da pregiudicare
la crescita (che è la preoccupazione degli economisti liberali), ma anche
da contravvenire ai più elementari criteri di equità (che stanno a cuore a
chi, come Rossi, ha alle spalle una lunga militanza tra le fila della sinistra).
Se così stanno le cose, allora, è facile capire quanto siano superficiali
le polemiche che hanno seguito la decisione di Rossi di lasciare i Ds, tutte
concentrate sulle beghe interne al partito, sulla parabola del dalemismo,
sul ruolo di Fassino, e chi più ne ha più ne metta. La verità, purtroppo,
è assai più drammatica. E coincide con il fatto che per Rossi, e per quelli
che la pensano come lui, sembra non esserci più posto da nessuna parte. Non
solo tra i Ds, ma proprio nell'intero arco delle forze politiche rappresentate
in Parlamento. Può darsi, come dicono alcuni, che sia colpa della genesi infelice
e tormentata del bipolarismo all'italiana.
Può
darsi che un assetto istituzionale che premia la competizione al ribasso e
il ricatto politico sia in parte responsabile di questo stato di cose. Però,
a guardar bene, sono tutte spiegazioni un po' riduttive, quelle che puntano
il dito sempre e solo sul ceto politico, sulla sua mediocrità e sulle sue
deficienze.
La verità è che, come ha scritto su Zero Paola Bonomo, lungi dall'essere una
società low cost, la nostra è diventata una società low commitment, a bassa
intensità di impegno e di investimento sul futuro. A dimostrarlo non sono
solo i soliti dati demografici sulla crescita zero o quelli, affliggenti,
sulle spese, pubbliche e private, in Ricerca e Sviluppo. Ma anche le tendenze
più spicciole del mercato dei consumi. Nel corso degli anni novanta, l'Italia
è diventata l'unico paese industrializzato nel quale le tessere prepagate
rappresentano la stragrande maggioranza delle utenze di telefonia cellulare,
mentre gli abbonamenti sono rimasti confinati quasi esclusivamente al mercato
aziendale. In modo analogo, oggi, la diffusione dell'Adsl presso i privati
avviene quasi sempre con la modalità «free», ovvero con tariffazione senza
canone, a consumo. Nella fase di più rapida diffusione dell'Adsl, i contratti
«free» sono arrivati a costituire i tre quarti delle utenze. Dagli altri Paesi
europei, dove è del tutto normale avere un abbonamento flat (a canoni minori
dei nostri e con velocità di connessione maggiori) e dove la banda larga a
consumo è sconosciuta, ci guardano attoniti.
Altro che low cost. In pratica abbiamo così poca fiducia nel futuro che, perfino
negli ambiti più banali, siamo disposti a pagare di più pur di non impegnarci,
di mantenere le mani libere. E possibile che un paese così decida di investire
sul futuro, decidendo di togliere qualcosa ai padri per darla in cambio ai
figli?
E
dura, non c'è che dire. Ecco perché Rossi e quelli come lui fanno tanta fatica
a trovare spazio.
L'unica speranza, a questo punto, è che i riformisti capiscano che la via
d'uscita non è tecnocratica, ma politica. Urge che qualcuno si prenda la briga
di ripensare da cima a fondo non solo e non tanto le scelte politiche necessarie
(a questo ci stanno già pensando gli Onofri, gli Ichino, i Giavazzi e gli
Alesina), quanto il modo di presentarle al Paese e di impacchettarle in una
proposta politica che sia attraente almeno quanto l'ultima offerta della Vodafone.
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Ne'
quote rosa né ghetti rosa, l'involontario «umorismo» della Palombelli
di Chiara Boriosi -
Pensalibero 1 Dicembre 2006
Leggiamo sul Corriere della Sera una chiamata alle armi,
firmata Barbara Palombelli, a proposito della presenza delle donne in politica.
A
parte l'esilarante - certo involontario - umorismo nel ricordare la firma
del programma dell'Unione, rito celebrato da soli uomini, come se suo marito
non fosse fra quelli, e comunque quella mattina fosse invece andato a firmare
convinto di trovarsi in un conclave femminile e femminista, non ci convince
nulla, ma proprio nulla, di quanto la signora Rutelli scrive. L'esaltazione
della proposta della Pollastrini sulle Pari Opportunità da garantire alle
donne, permettendo loro di fondare partiti solo femminili per pareggiare il
conto con quelli solo maschili, se non fosse demenziale sarebbe un perfetto
soggetto per una commedia all'italiana della miglior specie.
E il riferimento a Segolène Royal come luminoso esempio da seguire, proprio
non regge. Vediamo perché.
L'assenza ormai quasi totale delle donne in politica, è il risultato di una
precisa volontà dei partiti, di qualunque colore e spessore, che hanno impegnato
le loro migliori energie nel tentativo, riuscitissimo, di tenere le donne
lontane dall'attività politica, salvo fungere da generose agenzie di ricollocamento
di soubrette disoccupate e di pseudo attrici fallite, le uniche, a quanto
pare, insieme alle mogli di politici di lungo corso, in gradi di rappresentare
le italiane in Parlamento.
La risposta a questa volontà di esclusione non sta nel creare partiti di sole
donne, come i club femminili ed i circoli del cucito: veri e propri ghetti
rosa nei quali chiudersi, e farsi rinchiudere, col benestare dei politici
maschi, per dirsi fra noi quanto siamo belle, buone ed ingiustamente discriminate.
I partiti di sole donne non servirebbero assolutamente a nulla, se non a creare
l'ennesimo alibi per una sconfitta annunciata. La battaglia va combattuta
quotidianamente, usando i mezzi mediatici a disposizione - e la signora Palombelli
è una privilegiata, avendo spazi tanto sul Corriere della Sera che nel Tg5
- per chiedere, ogni santo giorno, conto a tutti i partiti delle loro scellerate
scelte. Perché avete scelto «quelle» candidate? In base a quali criteri? E
chi dovrebbero rappresentare?
Un simile martellamento, produrrebbe risultati, e qualche sano sputtanamento,
che costringerebbero alla fine lorsignori e padroni della politica quanto
meno a considerare un cambiamento di rotta. E, per piacere, non citiamo la
Royal a sproposito: lei si è candidata alle primarie interne al suo partito,
non si è creata un partito su misura che la votasse. Ha sfidato due avversari
uomini ed ha vinto. Per la Presidenza sfiderà un altro uomo, e si vedrà come
si orienteranno gli elettori, ma indubbiamente sarà una sfida alla pari, non
combattuta dall'interno di una riserva. Chi sceglie di stare «dentro» è sempre
prigioniero di qualcosa o di qualcuno.
Vediamo invece di stare fuori dai luoghi comuni, dalle idee demenziali, dai
recinti di tutti i generi, dalle etichette e dalle distinzioni di genere.
E
quel «organizziamoci, ragazze» che conclude l'articolo della Palombelli, lasciamolo
per la lezione di aerobica. Ma ragazze a chi, che a momenti diventiamo nonne?!
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Il
rovescio della medaglia
di Chiara Boriosi - Pensalibero 3 Novembre
2006
Qualche giorno fa, abbiamo scritto lamentandoci del
silenzio delle donne su temi scottanti che, in realtà, ci riguardano tutte
- ma due diverse situazioni ci portano oggi a tornare sull'argomento, che
ha molte varianti, soprattutto in un Paese come il nostro dove chi farebbe
meglio a tacere parla, e chi invece dovrebbe parlare tace.
La prima situazione riguarda l'ignobile polverone sollevato da Elisabetta
Gardini a proposito dell'utilizzo dei bagni delle donne da parte dell'onorevole
Guadagno, alias Vladimir Luxuria. La tristezza delle dichiarazioni rilasciate
dalla Gardini, lo spendere gratuito e superficiale di termini gravi come «stuprata»
e «violentata», la patina di eroina teocon che si è voluta dare con la strumentale
complicità di una trasmissione televisiva, parlano da sole: l'unico commento
da fare a questa vicenda è che la troppo sensibile signora Gardini non dovrebbe
stare in Parlamento dove, peraltro, nessuno ci ha mai spiegato perché ci sia
finita. Infatti, in omaggio al malcostume ormai canceroso che permette ai
partiti di candidare solo donne affatto rappresentative della vita quotidiana,
ma molto dei privilegi personali, la signora Gardini è passata da pessime
fiction, dove però bastava cambiare canale per non vedere più la sua unica
espressione conosciuta - dioquantosoffroguardacomepiango - al
ruolo di onorevole nel quale, purtroppo, ha mantenuto la stessa espressione,
solo che stavolta a farne le spese non è il marito per fiction di turno, ma
Luxuria e, quel che è peggio, l'immagine ed il ruolo stesso delle donne in
Parlamento.
Intanto, TelePace - un nome, un programma - emittente vaticana, licenzia l'intera
redazione ed emerge una verità sconcertante: l'incredibile serie di atti di
mobbing discriminazione e di umiliazione alla quale sono state sottoposte
le donne che in quella redazione lavoravano. Spiate, censurate e, addirittura,
messe in discussione in riunioni di redazione dove si trattava della loro
verginità e delle loro abitudini sessuali. Eppure hanno taciuto, tutto ciò
emerge ora perché la redazione viene chiusa.
E nessuno dei colleghi, valent'uomini,
a quanto pare, di primissima qualità, si è mai sognato di contestare questa
situazione.
Confessiamo che riesce persino difficile commentare questi fatti; non sappiamo
se chiederci come abbiamo fatto, noi donne, ad arrivare a questo punto senza
neanche tentare di porre un freno a simili derive, o se fare una chiamata
di correità, che deve pur esserci stata. Perché non si chiede mai conto
ai partiti delle loro perniciose scelte nelle candidature femminili?!
Perché le discriminazioni sul lavoro non
vengono quasi mai denunciate e, se accade, le donne ci rimettono sempre,
perché si sa che l'accusa di mobbing è una delle più difficili da dimostrare?!
Perché il solo fatto di lavorare in una
redazione giornalistica che attiene al Vaticano deve comportare l'osservanza
dell'astinenza sessuale?!
Ma, soprattutto, perché le giornaliste che godono di stampa, attenzioni
e spazi illimitati appena aprono bocca, gente come la Rodotà e la Palombelli,
tanto per fare due nomi di fiori all'occhiello dei padroni del vapore, sono
tanto pronte a recensire l'ultimo libro di Veltroni quanto a girare la faccia
dall'altra parte di fronte a queste cose?! Noi ci proviamo, ma non godiamo
della stessa ribalta mediatica. Però non vogliamo morire Elisabetta Gardini.
E questa è una promessa.
Chiara Boriosi Responsabile Press Office Fuori dal Perimetro
Srl Via dello Statuto, 3 - 50129 - Firenze Url: http://www.fdp4u.it
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Il
silenzio delle donne
di
Chiara Boriosi - Pensalibero 24 Ottobre 2006 www.pensalibero.it
Un lettore, ma prima di tutto un amico e prezioso collaboratore
di Pensalibero, commentando l'articolo sulla vexata quaestio dell'utilizzo
del velo da parte delle donne musulmane, ha posto il dito nella piaga, chiedendo
ragione dell'improvviso silenzio delle donne sulle questioni che le riguardano.
Ha ragione, è un fenomeno inquietante che da tempo ci fa riflettere, soprattutto
leggendo i quotidiani le poche giornaliste che trattano di politica e di società
civile, evitano accuratamente il tema del rispetto dei diritti umani delle
donne, clamorosamente calpestati nei paesi musulmani e, di fatto, fortemente
avversati dagli immigrati presenti nei paesi europei.
Questo silenzio stupisce, da donna potremmo anche dire che ferisce, ma certamente
non nasce per caso. In linea generale, è indubbio che gli ultimi anni hanno
segnato un'inversione di tendenza rispetto agli anni Settanta ma anche Ottanta,
lasciando cadere le lotte femministe pressoché nel dimenticatoio, come se
le figlie, preso atto delle battaglie condotte dalle proprie madri, avessero
però scelto di seguire vie diverse, forse maggiormente volte all'omologazione
piuttosto che alla diversificazione.
E'indubbio
che, al di là di una patina superficiale di uguaglianza, nel nostro Paese
c'è ancora un forte divario fra i sessi, colpevolmente coltivato ed avallato
da istituzioni, Chiesa e mass media, sebbene in misura diversa e con diverse
responsabilità. Un governo che ritiene di aver bisogno di un Ministero delle
Pari Opportunità, di fatto riconosce il proprio fallimento, che si è ben palesato
quando in Parlamento l'atavico muro di potere maschile ha impedito ogni soluzione
che garantisse l'accesso alla politica ad un maggior numero di donne. Dal
canto suo, la Chiesa non recede dalla propria naturale misoginia, di recente
il Pontificio Istituto per la Famiglia - una istituzione che non cessa mai
di stupirci per il solo fatto che esista - ha dichiarato che la dissoluzione
della famiglia è senz'altro colpa delle donne che hanno aderito al femminismo,
con ciò rinunciando al loro naturale ruolo di subalterne che, a quanto pare,
è indispensabile per garantire la buona tenuta della stabilità familiare.
Non
si può però dir meglio di tutto il mondo imprenditoriale che continua ad essere
una roccaforte maschile nella quale il famoso «soffitto di vetro» è ben visibile
ma, come nella favola del Re Nudo, l'importante è non dirlo.
Le
donne sono indietro nella professione, sono ancora retribuite meno degli uomini,
pagano ancora l'incredibile scotto di essere considerate bombe biologiche
vaganti, subiscono il peso sfiancante del doppio impegno - lavorativo e familiare
- e sono vittime di mobbing quotidianamente, però non abbiamo mai sentito,
ad esempio, un Presidente di Confindustria inserire queste argomentazioni
nelle proprie dotte relazioni assembleari.
I
mass media non sono da meno, nutrendosi quotidianamente di immagini di donne
vel-ine, letter-ine, sched-ine e quant'altro sia riduttivo non solo del ruolo
ma della dignità stessa della persona - ancora oggi, in questo Paese, non
si vende un settimanale se non c'è una donna nuda in copertina.
Detto questo, va riconosciuto però con sincerità che la colpa è nostra - sarà
che non siamo inclini al piagnisteo, sarà che per nostra natura siamo portate
al pragmatismo, in ogni caso ci sentiamo di dire che il silenzio colpevole
delle donne, sulle donne e per le donne, è nostra responsabilità.
Abbiamo subito come pecore provvedimenti come la Legge 40 contro la quale
ci siamo battute in poche, mentre la maggioranza ha preferito guardare dall'altra
parte e non andare a votare. Permettiamo ancora ai partiti di candidare in
Parlamento soubrette fallite, attrici di terz'ordine e signore annoiate, che
dovrebbero essere le nostre rappresentanti nelle stanze del potere. Continuiamo
a farci la guerra l'un l'altra, lontane anni luce dalla capacità omertosa
che consente agli uomini di fare muro sempre. Invece di batterci per un dialogo
alla pari, una professione alla pari, una famiglia alla pari, ci facciamo
carico di tutto salvo poi lamentarci che la stanchezza ci impedisce di vivere
e non ci rendiamo conto che i diritti negati alle donne, a tutte le donne
nel mondo e, purtroppo, persino in casa nostra, sono un lugubre preavviso
di un ritorno al passato.
Ancora
una volta sarebbe il caso di dire «Non chiederti per chi suona la campana,
essa suona per te». Se avessimo ancora voglia di ascoltare, naturalmente.
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