Il cognome alla ex. Da una corrispondenza di Claudio Risè,
 
psicoanalista e scrittore, su Io Donna
 
<<Nel passaggio da un matrimonio, finito, a una convivenza, che sta felicemente iniziando, devo affrontare un problema imprevisto: il cognome della mia ex moglie. Lei, infatti, vorrebbe che io mi impegnassi a lasciarle, dopo il divorzio, anche
il mio cognome, come quando eravamo sposati. Richiesta che suscita non poca ostilità', sia nella mia famiglia, che non
l'ha mai amata, sia nella mia attuale compagna, che la interpreta come una "resistenza" a chiudere il rapporto.
Per quanto mi riguarda, invece, non avrei difficoltà ad accettare la sua richiesta: l'ho sposata che aveva 23 anni, adesso ne ha 38, abbiamo condiviso un'intensa vita sociale, ed in parte professionale, di sicuro la maggior parte dei suoi amici non sa neppure il suo cognome da ragazza, e la conosce col mio/suo. A me fa anzi piacere, poterla aiutare nella sua ricerca di stabilità, concedendole qualcosa - l'uso del mio cognome - che non mi costa nulla, ed ho piacere che per lei abbia valore:
almeno qualcosa, tra noi, ha funzionato.>>
Alessandro, Ferrara.
 
<<Caro amico, la sua posizione affonda le sue radici nelle tradizioni del mondo degli uomini, e realizza, anche in questo campo, la caratteristica di "donatore" dell'individuo di genere maschile. Tra le tante cose che l'uomo ha donato nella sua storia, oltre al seme, il lavoro, e la vita nel difendere il gruppo di appartenenza, c'é sempre stato il nome.
La maggiore o minore liberalità nel dare il nome, ai figli che generava, e alle donne con cui condivideva percorsi di vita,
é sempre stato un criterio per giudicarne la generosità e quindi, in ultima analisi, l'autentica maschilità, che al dono
é profondamente legata.
L'emancipazione femminile ha giustamente valorizzato l'importanza del nome personale della donna, fino a quasi cancellare, negli usi e nelle normative degli ultimi anni, quello "donato" dall'uomo. L'Italia, da paese di antica arretratezza,
ha cavalcato da neofita la tendenza. Tutto ciò fa sì che oggi la richiesta di sua moglie, così come la sua disponibilità ad assecondarla, appaiano bizzarre, segno di scarsa autostima da parte della donna, di paternalismo da parte sua, e così via. In realtà si tratta, per quanto riguarda sua moglie, di un'esigenza profondamente umana. E da parte sua di una disponibilità del tutto coerente con la psicologia maschile. Mentre nel teorizzare la necessaria cancellazione del nome del marito (come si fa nel dibattito pubblico), vedrei una sorta di fondamentalismo tardo-femminista, altrettanto unilaterale della regola, opposta, che faceva sì, che in Francia, nelle comunicazioni ufficiali la moglie venisse chiamata non solo col cognome, ma addirittura col nome del marito (es.: la signora Valery Giscard D'Estaing).
La richiesta della ex moglie é umana e condivisibile perché, data l'età che aveva al matrimonio, e il maggior peso sociale,
a quanto dice la sua lettera, del suo cognome, quest'ultimo é diventato parte dell'identità della donna.
Un caso di cronaca, di cui fui testimone:
In questi giorni si é ridiscusso che Giuliana Olcese, portavoce del Movimento per le Riforme, ed ex moglie di
Vittorio Olcese, industriale e politico poi risposato, continui ad usare il nome del marito (morto anni fa).
Ricordo la coppia, perché amico di entrambi: lei una bella e intelligente ragazza napoletana, sposata assai giovane e portata a Milano da un uomo ricco e noto, con il quale condivise anni centrali della vita, costruendo cose, case, stili di vita. E' evidente che il cognome di lui é, da allora, anche parte della sua identità, da cui nessun intervento burocratico può scollarla. Umanità é, innanzitutto, riconoscimento della realtà. Per molte donne il nome del marito é ormai un aspetto, liberamente rielaborato, della loro personalità. E' giusto lasciarglielo.>>  www.claudio-rise.it