I Serenissimi: "Siamo stufi di Bossi!"
di Luca Gelmini il Nuovo.it
 
Bossi rispolvera i Serenissimi, ma loro lo scaricano. Il Senatùr, in clima da campagna elettorale, rilancia la battaglia:
"E' brava gente, andremo in piazza". Ma gli 8 del campanile lo liquidano: "Con la nostra storia ci ha campato fin troppo. Basta con queste provocazioni di tipo borbonico. L'Italia non può macchiarsi di questa ignominia. Andremo in piazza per difendere questa brava gente''. Col suo vocabolario inimitabile, Umberto Bossi venerdì scorso ha ripescato direttamente dal dimenticatoio delle lotte politiche quello che è stato per anni un cavallo di battaglia leghista, anzi padano. E' successo a Verona, alla ripresa del processo dei "Serenissimi", ovvero gli 8 pirata veneti che nel maggio del'97, armati di un Mab e un carroarmato artigianale (ribattezzato per l'occasione tanko), diedero l'assalto al campanile di San Marco. Questa è stata un'ulteriore tappa nel lungo percorso giudiziario apertosi a Verona il 13 maggio '99, quando 42 persone vennero chiamate dal procuratore capo scaligero Guido Papalia per rispondere a vario titolo di attentato all'unità dello Stato, distruzione di sentimento nazionale, banda armata e interruzione di pubblico servizio per le interferenze al Tg1 avvenute tra il 17 marzo e l'8 maggio '97. In 4 anni scanditi da numerosi rinvii, il voluminoso fascicolo ha perso parte delle accuse e gli atti personali di una ventina di indagati, (tra i quali i componenti del commando) che hanno scelto il patteggiamento. Ma all'udienza a carico degli appartenenti al sedicente "Veneto Serenissimo Governo" si è presentato a sorpresa, e a nome della Presidenza del Consiglio e del Ministro degli Interni anche l'avvocato dello Stato per la costituzione di parte civile, cioè per chiedere danni agli imputati. Immaginarsi lo stupore della Lega, dato che l'avvocato Schiesaro, un ex magistrato, era stato attivato dal precedente governo, quello di centrosinistra. Uno dei difensori, l'avvocato Luciano Gasperini, Presidente federale della Lega, ha spiegato che si è trattato di ''un automatismo procedurale'' in quanto la costituzione di parte civile ha valore per tutta la durata del procedimento.
''Come Lega - ha detto Gasperini - ci stiamo battendo perché venga revocata''. Ma Bossi, da astuto animale politico qual è, ha fiutato il traino elettorale che dalla vicenda può scaturire e ha ritirato fuori slogan da battaglia. Come quando ai tempi delle camicie verdi, di Roma-ladrona, del secessionismo, andava a trovare in carcere Faccia e Segato, organizzava fiaccolate per liberare i "patrioti veneti" e sparava ad alzo zero sul presidente Scalfaro che non firmava la grazia. Erano gli anni della Lega cielodurista, del Bossi-contro-tutti alla ricerca disperata di una nuova verginità politica dopo il ribaltone che fece cadere Berlusconi. Anche un commando di rambo veneti tornava utile per gridare al mondo la propria ansia di staccarsi dall'Italia.
Sei primavere dopo, smessa la divisa padana e indossata la grisaglia ministeriale, il Senatùr fa un'altra giravolta.
Chiede, a nome di tutto quel governo di cui, secondo molti, sarebbe perno fondamentale, la revoca la richiesta di danni che D'Alema e Prodi pretendevano dai "Serenissimi". Gli "eroi", i "patrioti", artigiani e operai del padovano che una notte di maggio si conciarono da miliziani e che per quella bravata si beccarono da sei a tre anni di prigione. Quando seppe dell'assalto a piazza San Marco, Bossi a caldo sbottò: "E' stata tutta una manovra dei servizi segreti". Oggi è pronto a tornare in piazza, per una grande manifestazione popolare a Verona. Peccato però che gli "eroi" la pensino in maniera opposta.
Bepi Segato, che è stato l'ideologo del commando del'97, non aspetta un nanosecondo per rispedire al mittente l'invito:
"Siamo stufi delle sue strumentalizzazioni. Con la nostra storia ci ha campato fin troppo. Vuole salvare la patria ma la patria si salva da sé. Non abbiamo bisogno né di Bossi né delle sue manifestazioni".
Napoleone Imperatore? Impensabile nello spirito egalitario della Rivoluzione
( Ma dove va questo Veneto? )
di Ermanno Fabio Greggio  e.fabio@libero.it
 
Ti scrivo per "Napoleone fa rima con..."
Tratto dal libro di prossima pubblicazione "Taliàn" che racconta la storia di una famiglia veneta
, fra Veneto, Brasile, Lomellina e storia della Repubblica Serenissima. Questo estratto si collega all'articolo di Ettore Beggiato Presidente della Liga Fronte Veneto
e lo intitolerei: Napoleone fa rima con......
Il vento di rinnovamento della Rivoluzione Francese colse impreparata la Repubblica di Venezia, così come era, ingessata nei suoi costumi, feste religiose e non, carnevali... La Venezia del 1700 rappresenta assieme alla monarchia Francese l'icona di un mondo che scompare e contemporaneamente da il massimo di se. Nei costumi pomposi e ridicoli delle dame che sfoggiavano seni nudi, scarpe altissime impossibili tanto da essere sorrette per poter camminare, parrucche enormi, nelle  feste ridondanti e spettacolari, nella  frivolezza e sregolatezza, quel mondo rappresentava la catarsi del Rinascimento. 
Eppure in quel periodo fiorirono le arti come la musica di Vivaldi, il teatro del Goldoni, i quadri del Canaletto, l'architettura del Palladio, la scultura del Canova. Personaggi apparentemente frivoli come Giacomo Casanova erano anche letterati sapienti.
La Venezia del settecento era tutto questo e di più. La decadenza dei costumi si respirava anche in quelle maschere, le baùche, che si portavano ormai tutto l'anno, nei parrucconi maschili, nel disprezzo per l'igene personale cosiderata decadente e per questo fiorì come non mai l'industria dei profumi per coprire gli olezzi corporali.
La Rivoluzione Francese spazzò via questo mondo e impose i suoi principi democratico - borghesi che saranno la base del pensiero Illuministico.
    Se ne andarono gli ultimi rivoli di Medio Evo che si era trascinato fin qui attraverso il feudalesimo, la nobiltà, il latifondismo, la monarchia. Se ne andrà il Principe di Machiavelli per far posto alla base del pensiero delle ideologie ottocentesche, figlie di quell'impulso rivoluzionario francese nato dalla Borghesia, nuovo ceto sociale emergente.
Nasceranno le teorie di tutti quegli ismi e di tutte le loro relative estremizzazioni. Solo oggi questi ismi ci stanno abbandonando, lasciando il posto a nuove forme di pensiero, meno estremizzate, più legate al mondo economico, alla globalizzazione, alla omologazione, all'appiattimento del pensiero sulla base liberalista.
Il pensiero nuovo produsse nel secolo che iniziava, il 1800, quelle ideologie che caratterizzarono l'inizio dell'epoca moderna, l'inizio della Rivoluzione Industriale, della presa di coscienza di intere classi sociali nuove che andavano formandosi per effetto dell'industrializzazione.
Ideologie che porteranno una nuova ventata e impulso al progresso del pensiero sociale e filosofico, ma che spesso degenerarono in rivoluzioni sanguinose, dittature, guerre civili, genocidi e conflitti mondiali dai quali ci siamo liberati solo da pochi decenni, non senza conseguenze, all'alba del nuovo millenio (e probabilmente non in modo definitivo).
A Venezia non esistevano i titoli nobiliari. C'erano solo i NobilHomeni, facenti parte del Maggior Consiglio, il parlamento Veneziano. Ma in passato vi fu la Serrata del Maggior Consiglio, strategica formazione ologarchica dei cittadini più influenti dal punto di vista economico, che costituì una vera e propria casta nobiliare, pur senza titoli.
Se la Rivoluzione Francese spazzò via gli ideali su cui ancora si poggiava la Repubblica di Venezia, dal punto di vista commeciale, il ganglio vitale di Venezia, l'epicentro degli interessi mondiali si era spostato ormai nelle Americhe.
   Altri stati europei ora avevano la supremazia economica, territoriale, commerciale.
Spagna, Francia, Inghilterra e perfino Olanda e Portogallo erano diventate potenze coloniali e possedevano immensi territori, porti , coste, nuove città che venivano sfruttate anche attraverso gli schiavi indigeni e africani.
 La Spagna e l'Inghilterra erano predominanti, anche se per conto di queste potenze, spesso, Italiani e addirittura Veneziani, avevano scoperto le nuove terre: Caboto, Vespucci e altri, non ultimo, il primo, Cristoforo Colombo, considerato spagnolo dagli spagnoli... Dal nome di  Vespucci, addirittura, derivò il nome del nuovo continente: America da Amerigo, primo fra tutti ad avere intuito che quelle terre non erano le Indie, ma un nuovo continente fra l'Europa e le Indie.
Il vecchio Mediterraneo divenne da fulcro vitale delle economie a zona periferica e di secondaria importanza nel giro di di poche decine di anni.
Venezia, che non aveva partecipato alla spartizione delle nuove terre americane, rimase tagliata fuori dai nuovi centri di potere. Nel 1400 Venezia era il centro di smistamento europeo delle spezie, ori e argenti, tappeti e stoffe, seta, vini e liquori. I suoi diplomatici influivano nelle vicende europee in qualsiasi frangente  in modo determinante.
 A Venezia nascevano le mode, la nuova musicha e il teatro, l'avanguardia della pittura e scultura. La Venezia di Marco Polo era la città di esploratori di mondi nuovi che viaggiavano dove l'uomo europeo arriverà solo dopo secoli.
 Il Milione di Marco Polo rimane una pietra miliare nella storia delle esplorazioni geografiche e antropologiche.
Anche episodi marginali fanno intuire quanto intraprendenti fossero i Veneziani. Una nave commerciale naufragata nel 1400 nella Manica al largo delle coste Irlandesi, andò alla deriva per intere settimane. Molti morirono e i superstiti approdarono in una delle isole Lofothen nelle coste norvegiesi. Dopo alcuni giorni furono accolti e salvati dalle popolazioni locali.
La descrizione dei Veneziani di queste terre è una preziosa testimonianza per la storia della Norvegia.
Si apprendono i modi di vivere e i comportamnenti di queste popolazioni. Quando dopo molti mesi i Veneziani ripartirono, lasciarono in quelle isole un po dei loro geni ma portarono con se il famoso baccalà o stoccafisso che venne poi diffuso da Venezia in tutta Europa e nel mondo. Ancora oggi in Italia si mangia il baccalà che viene pescato ed essicato in quelle lontane isole, impotrtato e distribuito un tutta la penisola. Di episodi come questi è piena la storia di questo importante e influente stato europeo. Venezia influì in modo determinante negli eqilibri politici europei per piu di 700 anni: guerre, armistizi, coalizioni, colpi di mano, crociate, trattati di pace, tutto ciò passò anche fra le maglie di quella che fu definita la più potente influente e capace diplomazia europea. Quando arrivò Napoleone Buonaparte e occupò Venezia nel 1797, egli si limitò a giustiziare una povera signora anziana e decadente. Quando i prepotenti luogoteneti francesi entrarono nell'aula del Maggior Consiglio, annotarono nella loro relazione di avere trattenuto a stento il sorriso davanti a vecchi parrucconi, come non usava più ormai, con quel loro viso spaventato che non ricordava certo lo spavaldo e fiero portamento dei loro temerari antenati, i quali avevano sfidato a volte l'intero continente europeo. Venezia fu occupata dai Francesi. Non fu nemmeno firmata una vera e propria resa. Dopo poco fu semplicemente ceduta all'Austria, poi di nuovo alla Francia e poi all'Austria di nuovo. Un oggetto, uno scrigno prezioso senza proprietario. Prima però Napoleone provvide a spogliare Venezia in modo indecente.
Quantità enormi di opere d'arte, sculture, preziosi e altro furono trasferiti nei musei francesi. Un numero incredibile di chiese al cui interno a volte vi erano interi patrimoni di storia e di cultura venne inspiegabilmente abbattuto. Vennero abbattuti tutti i Leoni Alati in Venezia e in tutti i Donini da Mar con meticolosa dovizia, perché simbolo del potere ormai lontano della Serenissima.
    Nell'impeto furono abbattute una ala di paratie, o portici, di Piazza San Marco: Napoleone le ricostruì secondo il suo volere quale improvvisato architetto.
La figura di Napoleone Buonaparte è, a mio avviso, una delle più negative della storia. La Rivoluzione Francese aveva imposto in modo impetuoso e cruento, i principi di Ugualianza, Fratellanza e Libertà dei popoli.
In nome di tali principi Napoleone seppe imporsi abilmente, plasmando lo spirito rivoluzionario in favore della sua bramosia di potere e di un indegno culto della personalità. Napoleone divenne un oppressore dei popoli assoggettati. Il suo egocentrismo, patologico, raggiunse livelli insopportabili e raggiunse l'apice con l'autoincoronazione col titolo di Imperatore, impensabile nello spirito egalitario della Rivoluzione.
La sua figura è ritratta pomposamnete nei quadri dell'epoca in atteggiamento imperioso, quasi una parodia di Giulio Cesare, con tanto di corona di alloro di romana memoria, orpelli ridondanti, bastoni simbolo di potere e lunghi mantelli di ermellino con un evidente mancanza del senso del ridicolo, immortalato per l'eternità  in tutta la sua bassezza.
Con Napoleone morì, temporaneamente, lo spirito della Rivoluzione. Le sue truppe ovunque arrivarono, portarono sangue, distruzioni, spoliazioni, oppressioni. La sua mania di grandezza lo portò a perseguire un vaneggiante disegno di Impero che si sarebbe esteso dall'Egitto alla Russia. Quest'ultima rappresentò l'inizio del suo rapido declino.
Come tutti gli Imperi costruiti sull'oppressione, da quello di Giulio Cesare a quello di Alessandro Magno, da quello di Stalin a quello di Hitler, l'impero di Napoleone si dissolse fra il giubilo di tutti i popoli costretti a farne parte, archiviando, in modo perfino sbrigativo, la figura napoleonica al posto che si merita: un grande stratega, un pazzo egocentrico, un traditore dei nobili idelai rivoluzionari, un dittatore, un uomo fondamentalmente piccolo e non solo di statura (caratteristica comune a molti uomini dal potere nefasto). Gli Austriaci non furono da meno: quello che era rimasto fu saccheggiato.
Per 70 anni Venezia agonizzò sotto il dominio Austro-Ungarico.
 Divenne una provincia dell'Impero, i suoi cittadini erano austriaci, la sua lingua fu definita il dialetto di una provincia dell'Impero Austriaco.
 In alcune zone del Triveneto gli austriaci erano ben accolti: il ricordo di Franceso Giuseppe nelle zone friulane e del Trentino è ancora vivo oggi, e viene ricordato nella versione di nome venetizzata Cecco Beppe. L'impronta Imperiale non fu indelebile: influì in alcuni termini linguistici, nell'impostazione tedesca dell'organizzazione sociale, nei cibi, nella burocrazia.
 Mio padre ancora oggi cucina un piatto di origine austriaca: gnocchi conditi con zucchero e cannella.. altrove in Italia si potrebbe inorridire.
Ma anche alcuni accostamenti culinari di dolce salato, o nella proverbiale diatriba della bistecca alla milanese che è poi il piatto nazionale odierno dell'Austria la Wienner spitzel o bistecca impanata, che Bismark avrebbe importato dalla cucina milanese, ma guai a dirlo agli austriaci che ne vantano il brevetto!
I territori d'Oltremar della Repubblica di Venezia ammainarono la bandiera di San Marco contro voglia e con le lacrime agli occhi. Ancora oggi esistono gli scritti delle preghiere, fra le lacrime, dell'ultima ammainabandiera in segno di resa, delle popolazioni Dalmate, delle isole oggi Croate. Ovunque i Veneziani furono rimpianti.
 Quanti imperi possono vantare tale privilegio? Non certo quello di Napoleone, ma nemmeno quello Prussiano di prossima formazione o quello Hitleriano o quel ridicolo impero italiano voluto da Mussolini con il placet dei Savoia (e se chiedessimo i danni visto che oggi sono reperibili e addirittura avanzano pretese di proprietà?
Ah dimenticavo, anche il Re era una specie di nano) .
Le impronte di Venezia sono oggi disseminate per le coste mediterranee: Leoni alati, palazzi, chiese, perfino la lingua veneta resiste ancora in alcune zone della Croazia e Slovenia.
La lingua veneta fu una specie di lingua franca usata in tutto il Mediterraneo e nei Balcani. Il Greco moderno è pieno di venetismi e fino all'ultimo conflitto mondiale si parlava ancora il veneto in alcune isole greche: a Corfù una colonia di ebrei, poi deportata nei Lager dai Tedeschi, continuò a usare la lingua veneziana fino all'ultimo giorno. Discendenti dei coloni veneziani si trovano ovunque: nel cuore dell'isola greca di Tino per esempio, la Lourdes dei Cristiani Ortodossi di rito Greco, i coloni delle famiglie Veneziane avevano il loro Castro o cittadella. La ancora oggi, in quei volti, si riconoscono i tratti veneti dei loro avi.
 E così per l'intero Mediterraneo, che per secoli fu dominato da questa città stato, difeso dai Mori, liberato dai pirtai predatori Montenegrini. L'intera Europa fu per secoli protetta dal muro Veneziano contro l'Islam. Colonie e quartieri veneziani erano presenti in tutte le isole , le roccaforti, nelle più importanti città da Costantinopoli a Rodi da Candia (Creta) a San Giovanni d'Accri.  Il famoso palazzo Venezia di Roma da dove in epoca fascista parlava, dal balcone, Benito Mussolini a folle oceaniche, era la sede dell'ambasciata di Venezia in Roma. Il Duce stesso nel suo originale titolo richiamava il Dux, prese Palazzo Venzia come residenza operativa e perseguì puntigliosamente la riconquista di tutte quelle terre che fuorono della Serenissima: Fiume, Zara e la Dalmazia, l'Albania ed infine la Grecia, dopo umilianti sconfitte.
 Nelle convulse ore prima della resa a Napoleone, pochi sanno che perfino gli Stati Uniti offrirono il loro aiuto militare alla Reppubblica di Venezia, la quale ignorando le devastanti intenzioni dei Francesi, declinò l'offerta. Il dominio austriaco terminò nel 1866, quando i Savoia, monarchi d'Italia, decisero di cacciare gli Austriaci dalla penisola Italiana.
Dopo cruenti e sanguinose battaglie il Veneto fu liberato. Fu indetto un referendum fra le popolazioni venete per l'annessione al regno d'Italia dei territori del Triveneto: il risultato di questo referendum indetto fra una popolazione in gran parte analfabeta, fu del 99,8 % di assenso. Un risultato troppo bulgaro per essere credibile. 

 
Pubblicità per il plebiscito 1866
Manifesto murale

Da questo momento in poi comincia la storia italiana del Veneto, momento che coincide curiosamente con l'esodo biblico che questa regione conobbe attraverso le migrazioni in altri paesi che svuotarono paesi, città, vallate.
 La storia appena narrata spiega come mai la cultura di questo popolo è rimasta così intatta, omogenea, integra.
Oggi nel Triveneto si parla comunemente il veneto come lingua di comunicazione quotidina: il veneto è la lingua o dialetto più parlata oltre l'italiano nell'intera nazione italiana. 
 
Venzia, Piazzetta San Marco
 Foto fine 1800
 Il veneto è diffuso capillarmente in tutti gli strati sociali, anche quelli accademici, anzi negli starti altolocati della società, parlare veneto è segno di distinzione, di appartenenza alla comunità.
 Dottori e casalinghe, benzinai e professori, politici e amministratori usano quotidianamente questa seconda lingua in tutte le sedi istituzionale... perfino nelle università nei rapporti sociali e amichevoli. Ed è sempre la lingua veneta la seconda lingua più parlata in Brasile, dove negli stati del sud, oggi, ci sono almeno 18 milioni di discendenti dagli emigranti veneti che 120 anni fa costruirono una parte di questo continente. Essi costituiscono almeno il 70% dei 27 milioni totali di discendenti degli emigranti italiani. La, fino a qualche decennio fa, la lingua usata da milioni di emigranti, veneti, lombardi, emiliani, toscani, era il Taliàn, sorta di risultante derivante da un miscuglio di diversi veneti con infiltrazioni dialettali lombarde e termini italianizzati di portoghese-brasiliano che ha finito per prevalere su tutti. Oggi, nel sud del Brasile come in Italia, c'è un fiorire di iniziative per la rivalutazione di questa lingua che è stata definita l'ultima lingua neolatina nata. Il Taliàn nel sud del Brasile è oggi entrato in uso nelle radio, televisioni, giornali e libri, per rivalutare una lingua che i Brasiliani avevano proibito e che rischiava di andare perduta. Una lingua parlata in sperdute cittadine dell'Argentina dove il 90% della popolazione è veneta ed è ancora comunemente usata perfino dagli indios che sono una minoranza.
E' tutto un fiorire di iniziative comuni con i fratelli del Veneto, interi siti Internet sono e scrivono in veneto e non solo per vezzo: molti di questi emigranti non capiscono bene l'Italiano, lingua che comunque all'epoca delle emigrazioni era parlata solo dal
3 per mille degli emigranti, quindi preferiscono scrivere in Taliàn. Perfino il sottoscritto ha un carteggio via email con un abitante della cittadina messicana di Chipilo dove da 120 anni una colonia di famiglie provenienti dal paesino trevigiano di Segusino usa il veneto come lingua di comunicazione ed è oggetto di studio da parte di linguisti nord americani: è un veneto arcaico pedemontano, che ricorda curiosamenete il lombardo in molti vocaboli e nella costruzione della frase.
  Oggi la regione Veneto ha stabilito trattati commerciali diretti con tutta l'area est-Europea: interscambi e trattati sono stati stabiliti con le nazioni emergenti dell'Europa centro-orientale come l'Ungheria, la Slovenia, la Romania. Il Veneto di oggi si muove in modo dinamico ed autonomo in una area storicamente congeniale a questa regione. E lo fa sempre più come entità autonoma piuttosto che come regione dello stato italiano, con uno spirito di indipendenza e intraprendenza che ricorda da vicino qualcosa che viene da lontano. dal libro Taliàn Italia Capitolo III. 
NB - Se c'è qualche editore interessato Ermanno Fabio Greggio e.fabio@libero.it  
Preg.ma Redazione di Virusilgiornaleonline,
sarò grato se pubblicherà sul Suo sito, notizia sull'intero documento e come reperirlo, composto da 5 pagine, relativo al volumetto di Filippo Sai intitolato "NEO RINASCIMENTO. Progetto politico-amministrativo anche dell'Autocandidatura".
Chi è interessato può scrivere a samusai@virgilio.it  Porgo distinti ringraziamenti ed Ossequi. Filippo Sai.