Sofri, Bompressi, e Faccia, per me pari non son
di Renato
Tubére
Per descrivere la situazione
della giustizia in Italia basta parafrasare il titolo di un
celebre libro, sopravvalutato campione d'incassi, dello scrittore ceco Milan Kundera:
"L'insostenibile leggerezza dell'essere ... SERI".
L'aggiunta SERI è d'uopo di fronte alla stucchevole
telenovela giudiziaria che vede protagonisti in parallelo da un lato
Adriano Sofri ed Ovidio
Bompressi, e dall'altro Luigi Faccia ed i suoi "complici"
Serenissimi.
Tutti ne chiedono la grazia a Ciampi, nessuno ha però il
coraggio di valutare il diverso grado di responsabilità degli uni rispetto agli
altri.
L'omicidio Calabresi
segnò un'epoca, quella del terrorismo "della
porta accanto", colpevolmente giustificato da una parte purtroppo cospicua
dell'opinione pubblica nazionale nei lontani anni Settanta.
L'episodio a noi
più vicino del tentativo malriuscito di scalare il campanile di Piazza San Marco a Venezia, per issarvi lo stendardo della
defunta Repubblica Veneta, in confronto, è una discutibile goliardata in nome di
un secessionismo quanto mai irrealizzabile, visti i mezzi impiegati da Faccia e
dai suoi amici.
Con che diritto, mi chiedo non
solo io, si costringe Faccia - di cui per inciso non condivido assolutamente
nulla! - alla prigionia per un atto dimostrativo che non prevedeva nessun
spargimento di sangue?
Una sproporzione fra i capi d'accusa che riguardano
Sofri e Bompressi da un lato, ed i Serenissimi dall'altro.
Eppure i media non sembrano
avere occhi ed orecchie che per gli ex appartenenti al movimento politico di
estrema sinistra Lotta Continua, la cui violenza ha visto anche chi vi scrive come testimone
casuale nel lontano 1976.
Allora la plumbea e cattocomunista Torino
tollerava senza batter ciglio aggressioni e provocazioni continue nelle aule dei
licei come nelle piazze degli esponenti di quel movimento allora di moda fra
professori veteromarxisti e studenti facili prede del loro indottrinamento.
Un noto bar della centralissima Piazza Vittorio Veneto
fu la scena di una vile, odiosa, premeditata uccisione di un suo dipendente: era
domenica, le sette di sera, e mi trovai per caso ad attraversare Via Po proprio
nel momento della tragedia.
Questo giovane, da tempo minacciato dai giovinastri di Lotta Continua, molti dei quali figli dei più bei nomi
dell'altolocata borghesia sabauda, fu arso vivo dallo scoppio all'interno del
locale di due bombe molotov.
La sua colpa? Tollerava che il bar fosse
frequentato da giovani esaltati da ideali opposti a quelli della sinistra
extraparlamentare e non voleva piegarsi ai diktat intimidatori dei suoi futuri
aguzzini: mai nessuno di costoro pagò per quell'orrendo delitto da loro ispirato
e forse materialmente eseguito.
Adriano Sofri ed Ovidio
Bompressi ricordano per caso quest'episodio? Ed i loro epigoni, quando ne chiedono la
grazia al presidente Ciampi, con che coraggio mettono sullo stesso piano la
responsabilità, anche solo morale di Lotta
Continua,
per l'assassinio del commissario Calabresi, di
quel povero barista torinese, di Sergio Ramelli a Roma e di chissà quanti altri
ancora, con il desiderio di negare l'unità dello Stato italiano di un manipolo
di esaltati veneti, certamente non assassini,
come i
Serenissimi?
Quand'è
che Lotta Continua sarà processata seriamente dal tribunale della
Storia? renatotubere@email.it