di Luigi De
Marchi
Magistrati eversori.
Venerdì 11 gennaio (2002), parlando a Radio Radicale del "caso
Ruggiero" sottolineavo quanto emblematicamente esso confermasse la
teoria liberale della lotta di classe tra classe burocratica parassitaria
e sfruttatrice, da una parte, e classe sfruttata dei produttori del settore privato, dall'altra.
E segnalavo come nel caso Ruggiero fosse emersa in
modo lampante la complicità pericolosissima e subacquea tra l'alta burocrazia,
da un lato, e l'alta finanza, le multinazionali e la
grande stampa, incarnate in questa occasione dalla Famiglia Agnelli.
In quell'analisi avevo accennato anche all'occupazione diretta della politica
da parte di alcuni esponenti dell'alta burocrazia come Amato,
Prodi e Ciampi che erano riusciti, in tre, ad assicurarsi
ad occupare non solo la carica di primo ministro ma anche quelle di presidente
della Repubblica e di presidente dell'Unione Europea. Ma avevo dimenticato
le grandi velleità di alcuni esponenti di un'altra casta burocratica, quella
dei magistrati, che negli anni scorsi sono riusciti, con le loro ben mirate
iniziative giudiziarie, a distruggere gran parte dei partiti liberal-democratici
ed a promuovere l'ascesa al potere dei comunisti e dei loro alleati. Era un'amnesia
imperdonabile, perché della occupazione burocratica del potere i magistrati
eversori sono stati e sono, grazie anche alla complicità
della stampa e della cultura di discendenza comunista, l'avanguardia
corazzata, la testa d'ariete.
A ricordarmi la mia ingenua omissione ha provveduto, l'indomani, il
Procuratore di Milano, Borrelli (leader
storico e riconosciuto dei magistrati eversori, giunto a candidarsi alla guida
del Paese poco dopo aver avviato l'azione penale contro il Capo
legittimo del Governo, nel 1994). Con una relazione di 23 pagine, ribaltando
biliosamente con quel suo volto segaligno da gran sacerdote del Sant Uffizio,
quei tratti grigi e tirati da monaco spiritato, e mondano, quelle sue labbra
sottili come lame e serrate da Torquemada, (i tratti somatici parlano
e come parlano!) dagli appelli alla moderazione e al dialogo espressi solo
il giorno prima dal Procuratore Generale Favara, Borrelli ha raddoppiato l'aggressione
alle forze politiche, colpevoli di aver vinto le elezioni e di voler difendere
la supremazia del voto popolare e del parlamento anche nei confronti della
magistratura.
E' una relazione che perfino il filo-ulivista
"Messaggero" definisce "una ribellione che impedisce il ritorno alla normalità",
mentre un post-president della Corte Costituzionale, Vincenzo Caianiello, così commenta:
<< "L'intervento di Borrelli è al limite dell'atto insurrezionale... Borrelli
ha invitato la collettività alla resistenza.
Ma resistenza a chi?
Al potere politico
costituzionale. La cosa grave è che non lo fa da
semplice cittadino ma indossando la toga di Procuratore Generale della
Repubblica. Inoltre il carattere eversivo dell'accaduto può apparire orchestrato,
poiché anche in altre Corti d'Appello altri
magistrati hanno indossato la toga per infangarla." >>
Resta
però da capire perché proprio certi magistrati abbiano voluto e potuto assumere
questo ruolo di testa d'ariete.
Il motivo è molto semplice e lo avevo segnalato
in un mio editoriale dello scorso anno.
In primo luogo, va ricordato che in Italia ha prosperato per almeno quarant'anni,
dal '45 al '95, il più forte Partito Comunista di tutto
l'Occidente liberal-democratico. In secondo luogo va ricordato che questo
fortissimo partito ha praticamente costretto gli
altri partiti a coalizzarsi per escludere
i comunisti (come richiedevano il buon senso e i nostri alleati della NATO)
dal governo e,
quindi, dall'accesso alle forze armate e alla polizia che, sempre e dovunque,
essi avevano usato per instaurare le loro
sanguinose e rovinose dittature. In terzo luogo va ricordato che questa situazione
ha praticamente lasciato per 40 anni ai
comunisti il monopolio dell'opposizione. In quarto luogo va ricordato che,
per ammorbidire l'opposizione comunista, la DC accordò ai comunisti una sostanziale
egemonia all'interno della Scuola e dell'Università. E infine va ricordato
che su questo sfondo culturale fortemente condizionato dal marxismo si è sviluppata
una contestazione ultramarxista che è durata in Italia dieci
anni di più che nel resto dell'Occidente.
In tal modo intere generazioni di giovani della classe agiata, prima e dopo
il '68, sono state educate dai loro maestri al merito marxista a denigrare
la democrazia liberale (definita sprezzantemente "borghese" o "reazionaria"),
la classe imprenditoriale e l'economia di
mercato ed a sognare una fantomatica Rivoluzione affidata, secondo i precetti
leninisti, ad autonominate "avanguardie" intellettuali, cioè a loro stessi e ai loro cattivi maestri.
Tra una visione esaltante per i figli di papà sessantottini e settantottini,
che si vedevano automaticamente promossi a protagonisti dell'unica, Vera Rivoluzione.
Finite però, col crollo del comunismo mondiale, le agitazioni di piazza e
crollati i modelli via via adottati e adorati
(da quelli sovietici a quelli vietnamiti a quelli maoisti), queste generazioni
di rivoluzionari di buona famiglia affamati di "posti sicuri" e atterriti
dal confronto ad armi pari si sono riversate in massa nelle carriere che,
come quelle della magistratura o del giornalismo di regime, consentivano di
colpire senza rischio (grazie ai privilegi di casta) gli avversari politici
degli anni giovanili, o, come quella scolastica e universitaria, assicuravano
la possibilità di tenere ogni giorno il
proprio comizio personale a un uditorio infantile e giovanile costretto all'ascolto
e alla ripetizione pappagallesca.
Questo è il motivo patetico per cui tanta parte
della nostra magistratura, della nostra stampa, della nostra televisione e del
nostro corpo docente è oggi infeudata ad un sinistrese così duro a morire. E
questo è il motivo per cui questa stessa classe burocratica egemone e
sfruttatrice, ben arroccata nei suoi privilegi e poteri corporativi, si sente
sempre eroica avanguardia d'una rivoluzione grottesca contro la volontà
popolare: una rivoluzione che non ha certo nulla da spartire
con la democrazia liberale ma si collega egregiamente alle rivoluzioni
burocratiche delle "democrazie popolari" di stampo comunista.
2002 Odissea del "Terrore"?
di Dino Cofrancesco
Un grande giurista della sinistra
democratica invitava a diffidare dei magistrati che vogliono <fare
giustizia>. I tribunali hanno solo il compito di applicare le leggi e le leggi le fanno i Parlamenti liberamente eletti dal popolo
sovrano. Dovrebbero ricordarsene quei giuristi - giudici, avvocati, professori universitari - che confondono lo jus, il diritto
con lo justum, espressione dell'etica sociale prevalente, consegnata ai
programmi di partito e alle scelte di governo. Ma non è neppure tollerabile che,
una maggioranza di governo pretenda, in virtù del consenso e dell'investitura
popolare, di piegare il diritto e le sue regole alla sua interpretazione di ciò
che conviene all'interesse nazionale. Per l'uomo della strada, pensoso delle
sorti del paese e desideroso, a destra o a sinistra, di vivere in un <paese
normale, è quanto avviene in Italia: Dove l'uso politico della magistratura
trova il suo pendant nel tentativo di ridimensionarne il potere - iscritto in
ogni costituzione liberale che si rispetti.
Va riconosciuto che da tempo è all'opera un partito giustizialista che si
serve dei magistrati per delegittimare ogni e qualsiasi tentativo del governo
di riformare le istituzioni e le prassi invalse nel passato. Si tratti della
legge sulle rogatorie o del mandato di cattura europeo, della vicenda SME
o del falso in bilancio, non c'è proposta che non venga screditata con il
cui prodest - in termini, beninteso, di interessi privati del premier e
dei suoi più stretti collaboratori. In tal modo, a parte i lettori dei pochi
quotidiani davvero indipendenti - esposti alle accuse di cerchiobottismo
- la stragrande maggioranza degli italiani non riesce mai a capire la portata
reale dei provvedimenti che una parte propone e l'altra sottopone a un fuoco
di fila di critiche. Il segno evidente del degrado dello scontro politico
è dato dal doppio registro al quale i contendenti fanno disinvoltamente
ricorso. Nei processi, quando torna comodo, c'è <una spiccata tendenza
a valorizzare gli aspetti procedurali dei dibattiti e a pretendere il rigoroso
ed esasperato rispetto delle forme>; quando si ritiene di aver ragione
sulla sostanza, si riguardano le procedure come cavilli volti ad assicurare
l'impunità a concussori e bancarottieri. Se si eccettuano lo SDI
- che sulla giustizia ha avanzato una serie di proposte riformatrici
intese a gettare acqua sul fuoco delle passioni politiche e a fare incontrare
destra e sinistra su un terreno delicato in quanto vi si elaborano regole
del gioco, per loro natura bipartisan -, i soliti radicali e qualche sparuta
pattuglia di <garantisti da sempre>, quasi nessuno, tra i politici
che contano, è riuscito a salvare l'onore della coerenza.
Tutti, a destra e a sinistra, hanno usato ora la clava della <giustizia
sostanziale> ora il fioretto del formalismo giuridico secondo convenienza
del momento. Ora, che le misure preannunciate dal governo in ambito giudiziario
siano intese, in primis, a tutelare la premiata Ditta
Berlusconi & C. è cosa di cui non
dubitano persino i più fedeli forzitalisti. Sennonché il problema serio
è un altro: quelle misure sono pretestuose giacché intervengono in campi
in cui occorrono solo ritocchi e aggiustamenti di ruoli e di istituti -
come sostengono alcuni giudici prodighi di interviste - o sono dettate anche
da problemi reali? E le soluzioni proposte sono degne unicamente del pernacchio
(di testa e di cuore) che segue a ogni dichiarazione di intenti del governo
in carica o debbono essere oggetto di pubblico e pacato dibattito,
in cui tenere fuori dalla porta i manifesti dei centocinquanta intellettuali
(spesso smaniosi di protagonismo e di pubblicità gratuita)?
Prendiamo un caso emblematico: la separazione
delle carriere. Onestamente, sembra improponibile - alla luce della storia,
della cultura giuridica, della sociologia del nostro paese - il modello
anglosassone. Molti giudici, moderati e di destra, sono d'accordo con i loro
colleghi progressisti: se gli uni e gli altri rappresentassero il 70, l'80%
della magistratura avrebbe senso una riforma fatta passare contro l'organo dello
Stato che dovrebbe applicarla? Quest'ultimo potrebbe avere ragione, come
potrebbe aver torto, ma la politica deve fare i conti con l'esistente: è l'arte
del possibile, non l'imposizione di valori assoluti, ai quali tutti sono tenuti
a chinare la fronte. In tanto parlare di liberalismo, oggi si tende a dimenticarne una caratteristica
antica: lo storicismo ovvero la consapevolezza che
ogni nuovo abito legislativo deve adattarsi al soggetto per cui è stato
tagliato.
Purtroppo, la saggezza dei Cuoco, dei Cavour,
dei Giolitti tende più ad essere sopraffatta dal fondamentalismo liberista
che, nell'affermazione di un principio - si tratti del libero mercato o
di questioni giudiziarie - tutto mette in conto tranne le conseguenze dell'agire.
Detto questo, però, è innegabile
che, se la separazione delle carriere rinvia a stili politici che ci sono
estranei, va crescendo, nel paese, il bisogno (liberale anch'esso) di tener
distinte le funzioni giudiziarie, di fare del processo penale un rapporto
a tre - giudice, imputato, pubblico ministero - che garantisca l'imparzialità
del dibattito e la funzione di arbitro attribuita al
magistrato giudicante.
E' possibile parlarne pacatamente tra gli uomini di buona volontà dell'Ulivo e del Polo o, dal momento
che <non ci sono limiti nell'Italia di Berlusconi alla devastazione della
democrazia e della sua immagine>, non restano che le
piazze e le barricate?