il Terrore 
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La miscela democrazia? "La Terreur - 1789 - 2002"
 
di Luigi De Marchi
 
Magistrati eversori. Venerdì 11 gennaio (2002), parlando a Radio Radicale del "caso Ruggiero" sottolineavo quanto emblematicamente esso confermasse la teoria liberale della lotta di classe tra classe burocratica parassitaria e sfruttatrice, da una parte, e classe sfruttata dei produttori del settore privato, dall'altra. E segnalavo come nel caso Ruggiero fosse emersa in modo lampante la complicità pericolosissima e subacquea tra l'alta burocrazia, da un lato, e l'alta finanza, le multinazionali e la grande stampa, incarnate in questa occasione dalla Famiglia Agnelli.
In quell'analisi avevo accennato anche all'occupazione diretta della politica da parte di alcuni esponenti dell'alta burocrazia come Amato, Prodi e Ciampi che erano riusciti, in tre, ad assicurarsi ad occupare non solo la carica di primo ministro ma anche quelle di presidente della Repubblica e di presidente dell'Unione Europea. Ma avevo dimenticato le grandi velleità di alcuni esponenti di un'altra casta burocratica, quella dei magistrati, che negli anni scorsi sono riusciti, con le loro ben mirate iniziative giudiziarie, a distruggere gran parte dei partiti liberal-democratici ed a promuovere l'ascesa al potere dei comunisti e dei loro alleati. Era un'amnesia imperdonabile, perché della occupazione burocratica del potere i magistrati eversori sono stati e sono, grazie anche alla complicità della stampa e della cultura di discendenza comunista, l'avanguardia corazzata, la testa d'ariete.
A ricordarmi la mia ingenua omissione ha provveduto, l'indomani, il Procuratore di Milano, Borrelli (leader storico e riconosciuto dei magistrati eversori, giunto a candidarsi alla guida del Paese poco dopo aver avviato l'azione penale contro il Capo legittimo del Governo, nel 1994). Con una relazione di 23 pagine, ribaltando biliosamente con quel suo volto segaligno da gran sacerdote del Sant Uffizio, quei tratti grigi e tirati da monaco spiritato, e mondano, quelle sue labbra sottili come lame e serrate da Torquemada, (i tratti somatici parlano e come parlano!) dagli appelli alla moderazione e al dialogo espressi solo il giorno prima dal Procuratore Generale Favara, Borrelli ha raddoppiato l'aggressione alle forze politiche, colpevoli di aver vinto le elezioni e di voler difendere la supremazia del voto popolare e del parlamento anche nei confronti della magistratura.
E' una relazione che perfino il filo-ulivista "Messaggero" definisce "una ribellione che impedisce il ritorno alla normalità", mentre un post-president della Corte Costituzionale, Vincenzo Caianiello, così commenta:
<< "L'intervento di Borrelli è al limite dell'atto insurrezionale... Borrelli ha invitato la collettività alla resistenza.
Ma resistenza a chi?
Al potere politico costituzionale. La cosa grave è che non lo fa da semplice cittadino ma indossando la toga di Procuratore Generale della Repubblica. Inoltre il carattere eversivo dell'accaduto può apparire orchestrato, poiché anche in altre Corti d'Appello altri magistrati hanno indossato la toga per infangarla." >>
Resta però da capire perché proprio certi magistrati abbiano voluto e potuto assumere questo ruolo di testa d'ariete.
Il motivo è molto semplice e lo avevo segnalato in un mio editoriale dello scorso anno.
In primo luogo, va ricordato che in Italia ha prosperato per almeno quarant'anni, dal '45 al '95, il più forte Partito Comunista di
tutto l'Occidente liberal-democratico. In secondo luogo va ricordato che questo fortissimo partito ha praticamente costretto gli altri partiti a coalizzarsi per escludere i comunisti (come richiedevano il buon senso e i nostri alleati della NATO) dal governo e, quindi, dall'accesso alle forze armate e alla polizia che, sempre e dovunque, essi avevano usato per instaurare le loro sanguinose e rovinose dittature. In terzo luogo va ricordato che questa situazione ha praticamente lasciato per 40 anni ai comunisti il monopolio dell'opposizione. In quarto luogo va ricordato che, per ammorbidire l'opposizione comunista, la DC accordò ai comunisti una sostanziale egemonia all'interno della Scuola e dell'Università. E infine va ricordato che su questo sfondo culturale fortemente condizionato dal marxismo si è sviluppata una contestazione ultramarxista che è durata in Italia dieci anni di più che nel resto dell'Occidente.
In tal modo intere generazioni di giovani della classe agiata, prima e dopo il '68, sono state educate dai loro maestri al merito marxista a denigrare la democrazia liberale (definita sprezzantemente "borghese" o "reazionaria"), la classe imprenditoriale
e l'economia di mercato ed a sognare una fantomatica Rivoluzione affidata, secondo i precetti leninisti, ad autonominate "avanguardie" intellettuali, cioè a loro stessi e ai loro cattivi maestri.
Tra una visione esaltante per i figli di papà sessantottini e settantottini, che si vedevano automaticamente promossi a protagonisti dell'unica, Vera Rivoluzione. Finite però, col crollo del comunismo mondiale, le agitazioni di piazza e crollati i
modelli via via adottati e adorati (da quelli sovietici a quelli vietnamiti a quelli maoisti), queste generazioni di rivoluzionari di buona famiglia affamati di "posti sicuri" e atterriti dal confronto ad armi pari si sono riversate in massa nelle carriere che, come quelle della magistratura o del giornalismo di regime, consentivano di colpire senza rischio (grazie ai privilegi di casta) gli avversari politici degli anni giovanili, o, come quella scolastica e universitaria, assicuravano la possibilità di tenere ogni giorno il proprio comizio personale a un uditorio infantile e giovanile costretto all'ascolto e alla ripetizione pappagallesca.
Questo è il motivo patetico per cui tanta parte della nostra magistratura, della nostra stampa, della nostra televisione e del nostro corpo docente è oggi infeudata ad un sinistrese così duro a morire. E questo è il motivo per cui questa stessa classe burocratica egemone e sfruttatrice, ben arroccata nei suoi privilegi e poteri corporativi, si sente sempre eroica avanguardia d'una rivoluzione grottesca contro la volontà popolare: una rivoluzione che non ha certo nulla da spartire con la democrazia liberale ma si collega egregiamente alle rivoluzioni burocratiche delle "democrazie popolari" di stampo comunista
 
 
2002 Odissea del "Terrore"?

di Dino Cofrancesco
 
Un grande giurista della sinistra democratica invitava a diffidare dei magistrati che vogliono <fare giustizia>. I tribunali hanno solo il compito di applicare le leggi e le leggi le fanno i Parlamenti liberamente eletti dal popolo sovrano. Dovrebbero ricordarsene quei giuristi - giudici, avvocati, professori universitari - che confondono lo jus, il diritto con lo justum, espressione dell'etica sociale prevalente, consegnata ai programmi di partito e alle scelte di governo. Ma non è neppure tollerabile che, una maggioranza di governo pretenda, in virtù del consenso e dell'investitura popolare, di piegare il diritto e le sue regole alla sua interpretazione di ciò che conviene all'interesse nazionale. Per l'uomo della strada, pensoso delle sorti del paese e desideroso, a destra o a sinistra, di vivere in un <paese normale, è quanto avviene in Italia: Dove l'uso politico della magistratura trova il suo pendant nel tentativo di ridimensionarne il potere - iscritto in ogni costituzione liberale che si rispetti.
Va riconosciuto che da tempo è all'opera un partito giustizialista che si serve dei magistrati per delegittimare ogni e qualsiasi tentativo del governo di riformare le istituzioni e le prassi invalse nel passato. Si tratti della legge sulle rogatorie o del mandato di cattura europeo, della vicenda SME o del falso in bilancio, non c'è proposta che non venga screditata con il cui prodest - in termini, beninteso, di interessi privati del premier e dei suoi più stretti collaboratori. In tal modo, a parte i lettori dei pochi quotidiani davvero indipendenti - esposti alle accuse di cerchiobottismo - la stragrande maggioranza degli italiani non riesce mai a capire la portata reale dei provvedimenti che una parte propone e l'altra sottopone a un fuoco di fila di critiche. Il segno evidente del degrado dello scontro politico è dato dal doppio registro al quale i contendenti fanno disinvoltamente ricorso. Nei processi, quando torna comodo, c'è <una spiccata tendenza a valorizzare gli aspetti procedurali dei dibattiti e a pretendere il rigoroso ed esasperato rispetto delle forme>; quando si ritiene di aver ragione sulla sostanza, si riguardano le procedure come cavilli volti ad assicurare l'impunità a concussori e bancarottieri. Se si eccettuano lo SDI - che sulla giustizia ha avanzato una serie di proposte riformatrici intese a gettare acqua sul fuoco delle passioni politiche e a fare incontrare destra e sinistra su un terreno delicato in quanto vi si elaborano regole del gioco, per loro natura bipartisan -, i soliti radicali e qualche sparuta pattuglia di <garantisti da sempre>, quasi nessuno, tra i politici che contano, è riuscito a salvare l'onore della coerenza.
Tutti, a destra e a sinistra, hanno usato ora la clava della <giustizia sostanziale> ora il fioretto del formalismo giuridico secondo convenienza del momento. Ora, che le misure preannunciate dal governo in ambito giudiziario siano intese, in primis, a tutelare la premiata Ditta Berlusconi & C. è cosa di cui non dubitano persino i più fedeli forzitalisti. Sennonché il problema serio è un altro: quelle misure sono pretestuose giacché intervengono in campi in cui occorrono solo ritocchi e aggiustamenti di ruoli e di istituti - come sostengono alcuni giudici prodighi di interviste - o sono dettate anche da problemi reali? E le soluzioni proposte sono degne unicamente del pernacchio (di testa e di cuore) che segue a ogni dichiarazione di intenti del governo in carica o debbono essere oggetto di pubblico e pacato dibattito, in cui tenere fuori dalla porta i manifesti dei centocinquanta intellettuali (spesso smaniosi di protagonismo e di pubblicità gratuita)?
Prendiamo un caso emblematico: la separazione delle carriere. Onestamente, sembra improponibile - alla luce della storia, della cultura giuridica, della sociologia del nostro paese - il modello anglosassone. Molti giudici, moderati e di destra, sono d'accordo con i loro colleghi progressisti: se gli uni e gli altri rappresentassero il 70, l'80% della magistratura avrebbe senso una riforma fatta passare contro l'organo dello Stato che dovrebbe applicarla? Quest'ultimo potrebbe avere ragione, come potrebbe aver torto, ma la politica deve fare i conti con l'esistente: è l'arte del possibile, non l'imposizione di valori assoluti, ai quali tutti sono tenuti a chinare la fronte. In tanto parlare di liberalismo, oggi si tende a dimenticarne una caratteristica antica: lo storicismo ovvero la consapevolezza che ogni nuovo abito legislativo deve adattarsi al soggetto per cui è stato tagliato.
Purtroppo, la saggezza dei Cuoco, dei Cavour, dei Giolitti tende più ad essere sopraffatta dal fondamentalismo liberista che, nell'affermazione di un principio - si tratti del libero mercato o di questioni giudiziarie - tutto mette in conto tranne le conseguenze dell'agire. Detto questo, però, è innegabile che, se la separazione delle carriere rinvia a stili politici che ci sono estranei, va crescendo, nel paese, il bisogno (liberale anch'esso) di tener distinte le funzioni giudiziarie, di fare del processo penale un rapporto a tre - giudice, imputato, pubblico ministero - che garantisca l'imparzialità del dibattito e la funzione di arbitro attribuita al magistrato giudicante.
E' possibile parlarne pacatamente tra gli uomini di buona volontà dell'Ulivo e del Polo o, dal momento che <non ci sono limiti nell'Italia di Berlusconi alla devastazione della democrazia e della sua immagine>, non restano che le piazze e le barricate?