Salvarani, Marghera, bertucce&noglobal
 
di Giuliano l'Apostata
 
A parte lo squallore di vedere Luca Casarini e i suoi pontificare in un'aula di giustizia, agitarsi come fossero i padroni del mondo, sbertucciare un complesso industriale che consente ai suoi sodali di riposare guardandosi l'ombelico, la sentenza
di Porto Marghera merita considerazioni serie, anche a costo di cantare fuori dal coro pressoché unanime.
E' troppo comodo processare la storia industriale del Paese in un'aula di giustizia e rivendicare la condanna di 28 persone
su cui scaricare, in una corale ordalia, tutte le responsabilità di un modello di sviluppo che in tanti hanno voluto, promosso e difeso. Certo, oggi, forti di una cultura più ricca e più attenta ai valori essenziali (e limitati) dell'ambiente, nessuno penserebbe di costruire un centro industriale come Porto Marghera nel cuore di uno dei patrimoni dell'umanità come la laguna veneziana
e vicino ad un gioiello come Venezia.
Eppure quel nucleo produttivo - ora scomodo e negletto - ha visto lotte operaie epiche, ha conosciuto alti tassi di sindacalizzazione, è stato teatro di intese contrattuali significative, anche in materia di ambiente di lavoro, in stretta relazione con le autorità sanitarie preposte. E' assolutamente comprensibile lo sconcerto dei parenti delle vittime, ma una corte di giustizia non può pronunciare le sue sentenze prestando ascolto a sentimenti violati e accarezzando gli umori dell'opinione pubblica. I giudici hanno fondato il loro sillogismo su di una considerazione che - se è vera e provata - risulta inoppugnabile:
Il processo ha accertato - ha dichiarato il presidente Nelson Salvarani -che tutte le malattie causate dal cloruro di vinile monomero sono riconducibili alle elevate esposizioni risalenti agli anni '50 e '60 e ai primi anni '70, quando si ignorava la tossicità del Cvm che fu evidenziata solo nel 1973".
In seguito, il tribunale ha dato atto che Montedison, prima, ed Enichem, poi, predisposero tutte le misure necessarie a salvaguardare l'integrità dei dipendenti. Ovviamente - aggiungiamo noi -con le possibilità consentite dalla tecnologia e dalla scienza. E secondo le disposizioni legislative vigenti. Qui sta il punto.
Nell'ambito del rapporto di lavoro, il dipendente ha diritto a veder tutelata la propria salute come proprio obbligo contrattuale primario: pertanto, il datore deve adottare tutti i provvedimenti opportuni in nome di un vincolo specifico che discende dal suo ruolo. Ma tali doveri imprescindibili non possono spingersi oltre le sanzioni legislative né anticipare le conoscenze scientifiche. Può essere che il riesame delle circostanze di fatto, negli altri gradi di giudizio, porti a dimostrare che le cose andarono diversamente. L'esercizio della giurisdizione è imperfetta come tutte le attività umane. E si muove all'interno della contraddizione aperta tra giustizia (intesa come ricostruzione di un equilibrio rotto da un atto iniquo) e legalità (intesa come aderenza al diritto positivo).
Le società si danno delle leggi nel tentativo di fare giustizia. A volte ci riescono a volte no.
Cosa deve fare, tuttavia, un giudice, chiamato ad interpretare le leggi (quelle esistenti) a fini di giustizia ?
Ha certamente il dovere di dare un segno evolutivo nell'applicazione della legge, ma non può discostarsi da essa fino al punto di considerare colpevole chi si è attenuto alle norme in vigore, ancorchè sbagliate o insufficienti. Ecco perché è difficile giudicare sbrigativamente - e sulla base dell'emotività - la sentenza su Porto Marghera.. I giudici che l'hanno emanata, dopo lunghi giorni in camera di consiglio, avranno provato dentro di sé un forte senso di impotenza; avranno avvertito per primi di non essere in grado di rendere giustizia. Almeno, hanno evitato, però, di arrogarsi il diritto di sostituirsi alla legge.
E' necessaria tanta forza morale per agire in tal modo, anziché ricercare un facile ed effimero consenso.