Quando non ci si capisce più niente
I Gattopardi e i Panchopardi di Dino
Cofrancesco
In un recente scritto
su 'Mondo
Operaio', un giovane e valente studioso di
storia delle dottrine politiche, Gaetano Pecora, riporta una tesi sostenuta sul
'Mondo' da un grande 'intellettuale militante' -uno dei pochi, autentici,
esperti di economia dell'effimero Partito d'Azione-, Ernesto Rossi.
L'ampliamento delle imprese al di là del punto critico ed il
concentramento delle imprese in gruppi sempre più potenti -scriveva Rossi sul settimanale di Mario Pannunzio- portano,
a lunga scadenza, ad un irrigidimento della nostra struttura industriale che si
ripercuote su tutto l'ordinamento politico del Paese. Per timore di crisi che
-con la svalutazione di impianti in cui sono stati investiti decine di miliardi
-possono travolgere l'economia di intere regioni, e per paura di licenziamenti
massicci che fanno nascere difficilissimi problemi di pubblica assistenza e di
ordine pubblico, il governo è costretto sempre più ad intervenire per sostenere
colossi che, per loro conto, non riuscirebbero a reggersi in piedi. Invece di
produrre per consumare si consuma per produrre, per mantenere in movimento gli
uomini e le macchine delle grandi industrie; i consumatori vengono allora
considerati come canali di smaltimento per la buona digestione delle grandi
industrie. || sottolineatura mia ||
Sono parole che
ingenerano quasi l'impressione che il Rossi stesse
leggendo in una sfera di cristallo le tristi future vicende della Fiat e del suo
(troppo) compianto
monarca, Gianni Agnelli.
A prenderle
seriamente, si potrebbe pensare che, per i molti soupirants del Partito
d'Azione -tutti, come Bruto e Cassio, uomini
di onore-, l'universo Fiat, il brain trust della
'Stampa' , le sue pagine culturali- con Papuzzi e altri collaboratori che non
nomino
(non avendo nessuna voglia di vedermi citato in
tribunale)-, i salotti buoni della sinistra torinese legati alla reggia di
Villar Perosa, Enzo Biagi, autore dell'immortale
saggio storico Il Signor Fiat, Giorgio Bocca che, straripante di amor patrio piemontese,
giunge ad attribuire i guai dell'azienda automobilistica al lombardo Berlusconi e al Polo etc., rappresentino uomini, simboli e
istituzioni radicalmente incompatibili con la cultura e con l'etica politica
dell'azionismo: di quest'ultimo, infatti, si può dire tutto il male possibile (e
il sottoscritto non ha avuto ritegni al riguardo..) ma non lo si può certo
accusare di complicità con quanti, nelle pratiche di questo nostro malinconico
mondo sublunare, avevano adottato, fin dal primo dopoguerra, il principio della
<privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite>. (Che
non era certo il caso della gloriosa Fiat di Giovanni Agnelli senior!)
Si potrebbe
pensare, sì, se le astuzie della ragione, di cui è
capace la sinistra italiana, non riservassero, anche in questo caso,
qualche piccola sorpresa: il fatto che l'Avvocato, a Torino e nel paese, sia
potuto diventare il mecenate dell'intellighentzia azionista- come ha ricordato,
en passant, Giuliano Ferrara, commemorandolo su La7.
Un fatto, diciamoci la
verità, non meno sconcertante -alla luce delle ricordate battaglie di Rossi
contro l'interventismo pubblico a favore delle grandi aziende non competitive-
di una ipotetica protezione accordata da Giovanni Paolo II alla Società Giordano
Bruno!
A questo punto, confesso di non capire più niente. Se quelle cose che Rossi
denunciava sono davvero tanto brutte, come hanno potuto i suoi eredi spirituali
(Norberto Bobbio in testa) accettare l'ospitalità -gli onori- di chi le faceva?
Che il repêchage del moralismo azionista serva solo a denunciare al tribunale
girotondino dei micromegasati le malefatte di Berlusconi e Previti?
Forse,
tutto sta nel perseguire i propri affari con stile: per non pochi italiani, in
fondo, alla base dell'etica c'è solo l'estetica!
Dino
Cofrancesco.