Postmodern: Magistrati, giornalisti&prove tecniche
di Colpi di Stato
di Luigi De Marchi
Qualche anno fa Arturo Diaconale pubblicò
un saggio: "Tecnica postmoderna del colpo di Stato", in cui sosteneva che gli
strumenti classici del golpe (occupazione improvvisa dei centri del potere ad
opera di reparti militari ribelli, arresto o uccisione dei capi politici,
coprifuoco, temporanea o cronica abrogazione delle libertà civili, e così via)
erano superati perché in Italia era stata inventata e felicemente collaudata una
nuova tecnica del colpo di Stato, che si basava su un'alleanza subacquea di
giornalisti e magistrati, tanto influenti quanto partigiani, e che, senza nessun
bisogno di spargimento di sangue (salvo il deprecabile e deprecato suicidio in
carcere di qualche arrestato), poteva assicurare la decapitazione di un intero
schieramento politico e la sua sostituzione con un altro, non a caso padrino di
quella turpe alleanza.
E a Diaconale bastava, per
dimostrare la sua analisi, ricordare il vergognoso assalto giudiziario alla DC,
al PSI e al primo governo Berlusconi, culminato nella
consegna al premier d'una incriminazione per attività mafiose mentre presiedeva
un Convegno mondiale sulla criminalità organizzata e nella auto-candidatura del
magistrato incriminatore alla guida del paese.
Oggi il problema del
conflitto tra vertici giudiziari e politici si ripropone, anche se nel frattempo
l'iniziativa è passata nelle mani
del Parlamento ed anche se i magistrati e
i giornalisti talebani sembrano ormai ridotti a
giocare di rimessa ed a contentarsi
di qualche sortita dimostrativa dai loro
bunker.
La sortita in corso presenta tratti
tragicomici. I vertici dell'Associazione Nazionale
Magistrati si sono dimessi per protesta contro
le presunte offese del governo e del
Parlamento e lo hanno fatto appellandosi alla Costituzione. Ma qual'era e qual è
la colpa del governo e del Parlamento, secondo questi magistrati ? Quella di
voler modificare le leggi che regolano le carriere della magistratura. Essi
sembrano dimenticare che proprio la Costitu-zione, se al suo art.101 precisa che
i magistrati sono "soggetti soltanto alle leggi", al suo art. 70 proclama che
l'unico organo legittimato a legiferare è, per l'appunto, il
Parlamento,
in quanto espressione della volontà
popolare. Contestando i propositi legislativi del Parlamento in campo
giudiziario, questi magistrati contestano la Costituzione e, implicitamente,
proclamano di essere soggetti soltanto alle leggi... di loro
gradimento: una soggezione a dir poco strana e un appello alla carta costituzionale a dir poco grottesco.
Quel che comunque mancava all'ottimo saggio
di Diaconale era una spiegazione storica e
sociologica dello strano fenomeno, prevalentemente italiano, di una magistratura
e di una classe giornalistica così largamente infeudate alla sinistra.
A mio parere, il fenomeno appare non solo
comprensibile ma, forse, inevitabile se si tengono presenti alcuni elementi
della storia italiana dell'ultimo mezzo secolo.
In primo
luogo, va ricordato che in Italia ha prosperato per almeno
quarant'anni, dal '45 al '95, il più forte Partito Comunista
di tutto l'Occidente liberal-democratico.
In secondo luogo va
ricordato che questo fortissimo partito ha praticamente costretto gli
altri partiti a coalizzarsi per
escludere
i comunisti (come richiedevano il buon
senso e i nostri alleati della NATO) dal governo e, quindi, dall'accesso alle forze armate
e alla polizia che, sempre e dovunque,
essi avevano usato per instaurare le loro sanguinose e rovinose dittature.
In terzo
luogo questa situazione ha praticamente lasciato per 40 anni ai
comunisti il monopolio dell'opposizione.
In quarto luogo va
ricordato che, per ammorbidire l'opposizione comunista, la DC accordò ai comunisti una sostanziale egemonia
all'interno della Scuola e dell'Università.
E infine va ricordato
che su questo sfondo culturale fortemente condizionato dal marxismo si è
sviluppata una contestazione ultramar-xista che è durata in Italia dieci anni
di più che nel resto dell'Occidente.
In tal modo intere generazioni di giovani, prima e dopo il '68, sono state
educate a denigrare la democrazia liberale (definita
sprezzantemente "borghese" o "reazionaria"), la classe imprenditoriale e l'economia di
mercato ed a sognare una fantomatica Rivoluzione affidata, secondo i precetti
leninisti, ad autonominate "avanguardie"
intellettuali.
Era una visione esaltante per i figli di papà sessantottini e
settantottini, che si vedevano automaticamente promossi a protagonisti
dell'unica, Vera Rivoluzione. Finite però, col crollo del comunismo mondiale, le
agitazioni di piazza e crollati i modelli via via adottati (da quelli sovietici a quelli vietnamiti a quelli maoisti),
queste generazioni di rivoluzionari di buona famiglia si sono riversate in massa
nelle carriere che, come quelle del giornalismo e della
magistratura, consentivano di colpire senza rischio gli avversari
politici degli anni giovanili, o, come quella scolastica, assicuravano la
possibilità di tenere ogni giorno il proprio comizio personale a un uditorio
giovanile costretto all'ascolto.
Questo è il motivo patetico per cui tanta
parte della nostra magistratura, della nostra stampa, della nostra televisione e
del nostro corpo docente sono divenuti feudi di un sinistrese così duro a morire. Ma, amici, c'è forse una
speranza:
proprio ieri i giornali hanno annunciato
che nei prossimi anni 400 mila insegnanti andranno in pensione. Non resta che
augurarsi che, con questi rivoluzionari invecchiati, vadano in pensione anche le
loro ideologie decrepite.
Purtroppo, per la magistratura, il giornalismo
e l'università dovremo aspettare di
più, perché l'età del pensionamento è, in queste aree, più avanzata. Insomma,
come diceva Eduardo, "à da passà 'a
nuttata".