Ostellino "Capopolo": Una domanda di libertà
di Piero Ostellino Rubrica il Dubbio - Corsera, settembre 2004
 
 
Dopo i recenti articoli nei quali auspicavo, per il nostro Paese, una "rivoluzione liberale", ho ricevuto molte e-mail da lettori comuni. Mi scrivono che - malgrado i silenzi dei (pochi) liberali impegnati politicamente - non sono "solo"; che loro condividono le mie idee; vogliono farmelo sapere e sperano, anzi, che io faccia da "catalizzatore" di quanti la pensano allo stesso modo che, dicono, sono molti, e che sognano la nascita di un'Italia più libera. E' gente di cultura medio-alta, che mastica di politica, conosce i classici del liberalismo, sa di cosa parla, è delusa sia dal centrodestra sia dal centrosinistra e non sa più chi votare. A molti ho risposto personalmente. Gli altri li ringrazio qui. Ma temo di deluderli tutti. Se fossi un uomo politico, o ne avessi l'animo e, perché no, le qualità, ne sarei lusingato e cercherei di utilizzare questo bacino di consensi. Ma sono un giornalista, tale sono rimasto anche quando mi è stato offerto, a destra e a sinistra, di entrare in politica. E tale intendo rimanere. Per congenita incapacità di fare altro. Così, posso dire - senza timore di offendere o deludere coloro i quali mi hanno scritto - che le loro lettere, invece, mi preoccupano. Essi rappresentano, infatti, una fascia dell'elettorato, certamente marginale e minoritaria, ma "intensa", culturalmente e politicamente motivata, la cui domanda di libertà e di modernizzazione né il centrodestra né il centrosinistra sembrano in grado di soddisfare. Eppure, sono anche  quell'elettorato marginale che, fluttuando, determina, di volta in volta - ad esempio, negli Stati Uniti o in Gran Bretagna - il successo politico dei partiti di centrodestra ovvero di centrosinistra, diversi per tradizioni storiche e programmi politici, ma accomunati dalla stessa accettazione dei principi di una società liberale e democratica.
Constatare che, in Italia, c'è una domanda di libertà inevasa non è solo occasione di delusione per chi è liberale, ma credo dovrebbe essere motivo di preoccupazione per chiunque. Non dovrebbe essere necessario dirsi liberali per amare la libertà nel mondo in cui viviamo, soprattutto dopo la fine dei totalitarismi. O, almeno, questa continua a essere la mia convinzione. Contraddetta, però, puntualmente dall'esperienza. Ogni volta che ho occasione di parlare in pubblico, io faccio questo test: dico che nel concetto di democrazia liberale è più importante l'aggettivo (liberale) del sostantivo (democrazia). Puntualmente, fra il pubblico, c'è chi torce la bocca e alza gli occhi al cielo con aria di disgustata disapprovazione. Eppure, che la democrazia senza liberalismo, senza costituzionalismo liberale, senza equilibrio dei poteri, senza tutela delle minoranze, sarebbe dittatura della maggioranza (la "volontà generale" di Rousseau; incidentalmente, progenitrice dei totalitarismi del Novecento) non lo dico io, ma lo sostiene la Scienza politica da quasi duecento anni, da Tocqueville a Benjamin Constant, da Bobbio a Sartori. Ma lui, quello che torce la bocca e alza gli occhi al cielo disgustato alla parola liberale con la "e" finale, non lo sa. Legge il quotidiano ufficiale del conformismo di sinistra; non ha mai neppure sentito parlare di Constant; e Giovanni Sartori, il nostro maggiore politologo, uno dei più insigni nel mondo, di cui ignora i libri e l'insegnamento, lo ama perché è contro Berlusconi. Lui, il nostro "progressista immaginario", è laico, democratico e antifascista, e questo gli basta. Un perfetto bigotto, intollerante, fascistoide, che si crede liberale (ma liberal senza la "e" finale, mi raccomando). E' in questo vuoto culturale del mondo intellettuale, nell'inerzia di quello politico, nell'uso, da parte di entrambi, della "lingua di legno" politicamente corretta, nel dispotismo dei luoghi comuni che declina il Paese. E non dovrebbe essere necessario dirsi liberali per accorgersene.
 
Due culture contro l'individuo
Quando le tendenze illiberali convergono
di Piero Ostellino
 
C'è una forma di egemonia di cui nessuno parla, ma che mortifica il cittadino e rallenta la modernizzazione del Paese.
A sessant'anni dalla caduta del fascismo - e a quindici dalla crisi del comunismo internazionale - la cultura politica dominante, la natura dell'Ordinamento giuridico, la struttura socioeconomica sono ancora collettiviste, stataliste, dirigiste, corporative; in una parola, illiberali. L'Italia conserva dell'autoritarismo fascista e del totalitarismo comunista il pregiudizio ideologico e le chiusure sociopolitiche e socioeconomiche nei confronti dei diritti soggettivi naturali della Persona. L'innesto, nell'immediato dopoguerra, della cultura collettivista marxista sul tronco corporativo fascista ha addirittura peggiorato le cose. I due estremi si sono incontrati in una concezione organicistica della società. L'Ordinamento giuridico non si fonda sull'individuo, bensì su un'astrazione collettiva, "il lavoro" (art. 1 della Costituzione). Esso riconosce i diritti dell'uomo, ma gli chiede anche "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" (art. 2). Il "diritto al lavoro" si accompagna al "dovere di svolgere... un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società" (art. 4) ed è vincolato a "un esame di Stato... per l'abilitazione all'esercizio professionale" (art. 33). Persino "la libertà di emigrazione" è subordinata all'"interesse generale" (art. 35). "L'iniziativa economica privata è libera", ma "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale" (art. 41), così come "la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che... ne determina i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale" (art. 42).
Poiché è chi detiene il potere costituito a stabilire cosa siano "il progresso della società", l'"interesse generale", "l'utilità e la funzione sociale" non è difficile coglierne le potenzialità illiberali. Al pari "dell'edificazione del socialismo" in Urss e del "pensiero del Duce" nell'Italia fascista, sono un limite che il potere pone all'esercizio delle libertà individuali. Gli Ordini professionali ne sono la proiezione socioeconomica. Il frutto avvelenato dell'incestuosa alleanza fra società politica e società civile, entrambe ostili al mercato. Mandati in soffitta Karl Marx e Giovanni Gentile, i postmarxisti e i postgentiliani si sono limitati a sostituire il comunismo e il fascismo con una sorta di neocomunitarismo; il quale altro non è che la versione edulcorata, ma ugualmente anti-individualista, di entrambi. Anche quel po' di liberalismo che è riuscito ad aprirsi un varco nell'egemonia autoritaria e totalitaria - quello tradotto dal tedesco da Benedetto Croce - è anti-individualista, permeato com'è di hegelismo.
Per Croce, lo Stato non è il garante dei diritti individuali (compresa la proprietà), ma la sede di valori etico-politici che trascendono storicamente l'individuo. "Nell'indifferenza crociana verso le istituzioni politiche entro le quali si sarebbe realizzata la libertà, e nell'affidarla a un processo storico - la "religione della libertà" - si assiste così a un'altra singolare estraneazione dalla tradizione liberale la quale, al contrario, ha da sempre posto l'attenzione sulle istituzioni intese come garanzie delle libertà individuali"
(Raimondo Cubeddu: Margini del liberalismo, ed. Rubbettino, pag. 115).
Così, la Costituente, monopolio di marxisti, gentiliani, crociani, ha prodotto, ieri, la Costituzione che continuiamo anacronisticamente a celebrare, e alla cui riforma si oppongono, oggi, i postmarxisti e i postgentiliani.
Accomunati nella teologica (e teleologica) avversione per il liberalismo.