Oriana
vittima dell'invidia
di
Vittorio Feltri
Tutto si può perdonare a un uomo eccetto
il successo. Figuriamoci a una donna, per quanto più uomo che donna, almeno
nel carattere. A Montanelli per anni ne dissero
di tutti i colori perché era stato iscritto al partito nazionale fascista, non
a quello comunista e, nonostante ciò, il pubblico
lo considerava la penna migliore. Poi lo hanno adottato ed eretto a simbolo
del progressismo. La sinistra in fondo si
accontenta di poco. Le basta un inchino, un atto di pentimento (per non averla
seguita), le basta un insulto o uno sberleffo a Berlusconi e subito ti accoglie nel club degli
intelligenti, dei colti, dei raffinati.
Pronta a difenderti e a
proteggerti.
Fortebraccio, che era
diplomato in eleganza, definì "Cilindro" il fondatore
del Giornale. I compagni più spinti andarono per le
spicce: tirarono al vecchio Fenicottero un paio di
rivoltellate, azzoppandolo. Due lustri dopo, lui li "assolse". Effettivamente
avrebbero potuto fargli di peggio. Vissuto da eretico, Indro morì in odore di santità per un'altra ragione:
lasciato il Giornale per una bega con l'editore, cominciò a dire peste e corna
di lui mentre in precedenza ne aveva tessuto le lodi.
La Quercia, grata, lo portò in
trionfo. Non più Cilindro, ma icona dell'Ulivo.
Così vanno le cose in
Italia. Oriana Fallaci, pur conoscendo bene questo
Paese, non ha tenuto conto del caso montanelliano e si è comportata in modo
opposto rispetto al suo illustre collega corregionale. Invece di convertirsi al
progressismo, ha abiurato. Non solo, ma ha evitato con cura di entrare nella
Casa delle libertà. Grave. Da noi una casacca è
indispensabile per galleggiare. E' preferibile quella rossa, come tardivamente
comprese Montanelli. Ma anche quella multicolore del centrodestra non è da
buttare. Oriana, e non si può essere più ingenui di così, buttò la prima e non raccattò la
seconda. Risultato, tutti le danno addosso. Perfino i preti. Lei ha
scritto un articolo memorabile sul Corriere della Sera. Un pezzo che dava i
brividi.
Da bere d'un fiato. Chi lo
ha letto, si è sentito subito meglio, confortato, meno solo davanti alle macerie
delle Torri gemelle e davanti al rischio che Bin Laden e le
sue canaglie riducessero in rovina anche la nostra civiltà.
La prosa
travolgente della Fallaci ci ha trascinati a riva, ci ha restituito l'orgoglio e
la voglia di reagire. L'Occidente non può soccombere ai ricchi straccioni del
petrolio. Avevamo nella testa in quei giorni di settembre un marasma di idee e
ci vergognavamo a esprimerle, timorosi dei giudizi e dei pregiudizi della
sinistra. Le pagine virili di Oriana hanno riordinato i nostri pensieri. Ci
siamo riconosciuti nelle sue parole limpide. Personalmente, mi sono macerato
nell'invidia: fortunato de Bortoli, che ha avuto l'opportunità di pubblicarle.
L'articolo, supponevo, diventerà una bandiera per il Corriere e i suoi lettori.
Sbagliavo.
Il primo quotidiano italiano
(o secondo, ormai?) nei giorni successivi ha dato fiato agli ottoni, trombe
trombette e tromboni, e ha eseguito una sinfonia di opinioni contrarie alle
scrittrice, coprendone l'acuto con una serie di stecche. Un auotogol.
Come, tu Corriere prima ci
offri un elisir che resuscita i morti, poi ci rifili secchiate d'acqua inquinata
da islamiche immondizie?
La Fallaci non è certo tipo da deprimersi, semmai si
incazza, smoccola, e riprende a lavorare. Così ha fatto.
Il pezzo si arricchisce d'altre
pagine e si trasforma in libro. Il titolo non muta: "La rabbia e l'orgoglio". Il volume
esce intorno a Natale e in due settimane brucia ogni record di vendita: 700mila
copie volate via. Questo è troppo. Va bene la provocazione sul Corriere. Sopportabili
i clamori che ha suscitato. Passi il fatto che ancora una volta ci sia stata
la uoma di Firenze a interpretare i
sentimenti più autentici della civiltà occidentale e cristiana. Ma vendere pile
di copie come fossero panettoni, no.
Non è tollerabile. Le
reazioni della cosiddetta intellighentia sono le solite: siamo un popolo di
cretini, correre in libreria per la Fallaci, roba da sottosviluppati
berlusconiani.
L'arma dei mediocri rosi dall'invidia è il disprezzo, si sa.
Un'opera letteraria, se si consuma voracemente, è liquidata con una scrollatina
di spalle. Se piace, significa che è volgare, reazionaria. Ma questo è ancora
niente. Il numero in edicola (edicola si fa per dire, più corretto, in canonica)
di Famiglia (o Fanghiglia) cristiana dedica una paio
di paginette livorose a "La rabbia e l'orgoglio". Il sommario del servizio è già
un programma: "L'Italia 'infingarda e smidollata' compra in massa il libro, che
sostiene con mezzi intellettuali modesti una tesi molto discutibile: non c'è
scampo al fallacismo?" Il pezzullo è coerente con la premessa: un rosario di
bassezze e trivialità. Con una perla. L'autore, in un
impeto di sincerità, ammette: "Alla Fallaci vanno com'è giusto e inevitabile, il
rispetto, l'ammirazione, l'invidia". Per la verità, nell'articolino non v'è
traccia né di rispetto né di ammirazione, in compenso abbonda l'invidia, gronda
da ogni frase. E pensare che "La rabbia e l'orgoglio" risulta, a chi non abbia
il sangue e l'anima intossicati dall'invidia, appunto, come un'orazione
appassionata in favore della cristianità, della sua tradizione, dei suoi
millenari insegnamenti quali le Scritture di cui in Occidente tutti siamo
impregnati, atei inclusi.
Il libro della Fallaci è l'unico stampato dopo
l'11 settembre che ponga in guardia contro le contaminazioni del nostro
patrimonio ideale; un settimanale denominato Famiglia cristiana dovrebbe dunque,
a rigor di logica, apprezzarne almeno questa caratteristica. Nossignori. Il
periodico paolino, tramite Fulvio Scaglione,
firmatario dell'invettiva, spedisce all'inferno Oriana senza motivare la "sentenza". Segno che la contaminazione è già avvenuta.
D'altronde ci sono cattolici non global, cattolici antiamericani, e c'erano
cattolici comunisti che da qualche parte si saranno rifugiati, forse nelle
cattoredazioni a rodersi dall'invidia per chi, quando racconta, viene letto
senza essere raccomandato dal parroco.
Il destino della Fallaci,
uoma libera, è quello di essere amata, in Patria e fuori, dai lettori e odiata
da chi vorrebbe scrivere come lei e poiché non ci riesce deve rassegnarsi ad
abbassarla per sentirsi alla sua altezza.