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Provenzano, Binnu per gli amici, il boss dei boss e Violante
Binnu li conosceva bene...
 
 il VeLino 

Ufficialmente Bernardo Provenzano, Binnu per gli amici, è il boss di Cosa nostra più ricercato del mondo.
Le procure, con Palermo in testa, sostengono di non fare altro, le forze di polizia non si risparmiano, il capo della polizia Gianni De Gennaro ne ha fatto un punto d'onore. Anche per i politici Binnu è l'obbiettivo numero uno, un nemico dello Stato e della legalità. Violante dopo aver proclamato negli ultimi due anni che la giustizia era a un passo dal catturarlo, improvvisamente, oggi, diventa più pessimista. E manda un avviso a tutti: "C'è un clima che ricorda molto quello precedenti alle stragi dell'82 e
del '92...è un clima caratterizzato da un affievolimento forte dell'esigenza istituzionale e politica di lotta contro la mafia".
Non solo ma Violante, che di Provenzano ne sa sempre più di tutti, rivela che "nel '95 Binnu in un incontro riservato (e come fa

a saperlo? ndr) il capo di Cosa nostra disse che in sette anni avrebbe sistemato tutto". Violante poi anticipa che se si continua così alcuni magistrati verranno "uccisi". Non sappiamo da che data fa partire i sette anni il capo dei deputati diessini, ma a rigore di logica i sette anni sono trascorsi e quindi? Violante ce l'ha forse con De Gennaro che non riesce a mettere le mani sul latitante numero uno? A parte le facili battute, Violante ha indossato di nuovo i panni che gli sono più consoni e che stanno allontanando ancora di più il suo partito da un serio confronto con la Cdl e lancia proclami contro i politici quasi identici a quelli che lanciava agli inizi degli anni novanta, dallo scranno di presidente della commissione Antimafia.
Da Giulio Andreotti in poi l'ex magistrato le ha sempre indovinate tutte ed è sempre arrivato un momento prima degli altri.
Come faccia non si sa, certo avrà le sue buone fonti.
UN DATO PERÒ È CERTO: Binnu ha sempre prediletto gli affari con imprenditori vicini alla sinistra
.
E qui si apre uno scenario inconsueto, dai mille risvolti e dalle tante sorprese. Attraverso alcune società in affari con la Lega della cooperative e con il Pci, e i Ds dopo, i carabinieri sono in grado già da tempo di comprendere come si sia finanziato e continui ancora a farlo il boss di Cosa nostra. Appalti, lavori pubblici, strade, metanodotti, acquedotti: monitorando tutte le imprese che fra le Madonie e la Piana degli Albanesi hanno negli ultimi decenni vinto le gare d'appalto, i carabinieri hanno ricostruito un puzzle gigantesco e pieno di sorprese. E anche ricco di gaffe: perché lo stesso Violante e i vertici siciliani e nazionali dei Ds hanno avuto, inconsciamente, un ruolo, e che ruolo! Sono molti i personaggi di questo partito, dal presidente del gruppo Ds a Walter Veltroni, che secondo i carabinieri e diverse procure sono stati in contatto con aziende e persone che hanno avuto a che fare con Provenzano, direttamente o con le imprese dei suoi prestanome. (vum) il VeLino.

Il Mistero Senzani e il caso Moro: Tutti i sospetti in un esposto alla magistratura
 
Misterid'Italia
 
E' al centro dell'interesse il mistero della figura di Giovanni Senzani. Tanto che Giovanni Pellegrino (DS), già presidente della commissione d'inchiesta sulle stragi e Vincenzo Manca (Forza Italia), già vicepresidente, hanno intenzione di andare fino in fondo per chiarire il ruolo avuto dal capo brigatista soprattutto nel sequestro e nell'uccisione di Aldo Moro. Pellegrino e Manca hanno inviato alla procura della Repubblica di Roma un esposto di 35 pagine in cui accusano l'ex brigatista di avere avuto un "coinvolgimento pieno e determinante" anche nel caso Moro. I due ormai ex parlamentari rischiano una denuncia per calunnia da parte di Senzani. I sospetti su Senzani cominciano tra marzo e giugno dello scorso anno quando la commissione stragi ascolta due magistrati fiorentini, Tindari Baglioni e Gabriele Chelazzi, secondo cui Senzani era entrato nelle Brigate rosse fin dal secondo semestre del 1977, quindi prima del rapimento del presidente della DC. Una convinzione contraddetta anche dai "pentiti" dell'organizzazione terroristica  che hanno sempre affermato che Senzani era entrato a far parte delle BR dopo il sequestro Moro. Un'ipotesi ventilata nel dossier riguarda il fatto che Senzani sia stato non solo (cosa arcinota) un consulente del ministero della Giustizia, ma abbia lavorato anche per quello dell'Interno. L'ipotesi di Pellegrino e Manca: - Senzani, all'epoca del sequestro Moro, avrebbe fornito una sorta di consulenza ad un non meglio identificato funzionario del Viminale, il quale lo teneva al corrente delle investigazioni relative alle BR che operavano in Toscana. Solo fantasie? I due ritengono di no, anche se non hanno prove da esibire alla magistratura. Per questo scrivono nel loro esposto: "Il criminologo (cioè Senzani, NDR) potrebbe non solo aver organizzato, in Firenze, le riunioni del comitato esecutivo delle BR durante i 55 giorni del sequestro, ma aver svolto, proprio per la sua statura intellettuale e la grande capacità politica e giuridica, il ruolo di grande, inquisitore, emersa poi a tutto tondo e in tutta la sua complessità con il sequestro del giudice D'Urso". Un altro elemento che ritengono inquietante riguarda il mancato arresto di Senzani, o meglio la sua rimessa in libertà dopo appena due giorni di detenzione, avvenuta il 23 marzo 1979. Fra i documenti allegati alle 35 pagine dell'esposto, infatti, c'è anche un fascicolo della DIGOS di Genova dal quale emerge che Senzani era noto come presunto brigatista fin dall'autunno del 1978 (comunque a caso Moro concluso). A parlare di lui era stato il vice questore di Genova Arrigo Molinari che si era occupato del cognato di Senzani, Enrico Fenzi, altro intellettuale di spessore delle BR, poi dissociatosi dalla lotta armata. Sulla figura di Senzani -riferisce il quotidiano Il Giornale - Molinari avrebbe relazionato all'allora ministro dell'Interno Virginio Rognoni fin dal 1978. Ma il ministero ordinò un'inchiesta sulla questura di Genova: "il questore saltò, l'indagine su Senzani si fermò lì".

A Lor Signori: Provenzano? Il trucco è scoperto
di Fausto Cerulli 
 
Ora non so più se arresteranno Provenzano prima delle elezioni, come da copione. Il fatto è che in troppi abbiamo fatto capire a Lor Signori che il trucco è scoperto, e il gioco non diverte più. Allora vorrà dire che lo faranno latitare qualche giorno di più e poi si giocheranno ai dadi a chi dovrà toccare il merito di averlo catturato. Comunque vadano le cose, Provenzano arrestato non farà più notizia: gli ultimi eventi giudiziari stanno a dimostrare che la Mafia è stata una invenzione di Falcone e Borsellino, i quali colti in flagranza di invenzione, hanno pensato bene di suicidarsi fragorosamente. All'appuntamento assolutorio manca soltanto Calogero Mannino. Ma non abbiate fretta, anche per Lui verrà presto la gloria di un verdetto giusto, che faccia strame di quella impalcatura accusatoria che si è permessa di teorizzare che tra la mafia ed i politici corresse sangue buono. Non essendo la Mafia altro che un'invenzione interessata, anche i politici diventano una finzione:
e noi ci domandiamo se è proprio vero che la colpa è tutta di toghe rosse, mani pulite, professionisti e dilettanti dell'antimafia. Voglio dire la mia: visto e considerato che non riuscivano a sconfiggere la Mafia, l'hanno ridotta a favola; ed ora ci cantano la ninna nanna dicendoci che è stato solamente un brutto sogno. Così impariamo a mangiare pesante. Io sono sempre stato garantista, e lo rimango: mi domando soltanto, a tempo perso, chi mai ci garantirà dal garantismo a tutti i costi e a costo zero?

Quando Vigna tentò di far dissociare i mafiosi -  Aridateci "La Piovra"

Quando Vigna tentò di far dissociare i mafiosi. Tra febbraio e marzo dello scorso anno il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna varcò il portone di Rebibbia per incontrare Pietro Aglieri, accusato dell'omicidio di Salvo Lima e di aver partecipato anche alle strage di Capaci e di via D'Amelio. Il magistrato aveva con sé una proposta che riteneva seria e utile, della quale aveva più volte discusso con l'ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto. Applicare anche ai mafiosi la normativa sulla dissociazione che tanto successo aveva ottenuto per sconfiggere le Brigate Rosse. Il procuratore della Dna aveva cercato quell'incontro ritenendo di possedere qualche titolo in più rispetto ad altri magistrati perché, nonostante le richieste pervenute alla procura fiorentina (da lui guidata prima di essere nominato alla Dna) da quella diretta da Giancarlo Caselli (all'epoca ancora a Palermo), Vigna non aveva accusato Aglieri per le bombe di Firenze. Nel colloquio investigativo a Rebibbia, il procuratore nazionale per rompere il ghiaccio partì proprio da questo dato, ricordando all'uomo di Cosa nostra che non aveva mai creduto alla sua responsabilità nelle stragi. Proprio per questo Aglieri, secondo Vigna, avrebbe dovuto collaborare e la sua posizione sarebbe stata chiarita del tutto. Se proprio non se la sentiva di pentirsi, il procuratore gli prospettò la possibilità di dissociarsi. Era forse la prima volta che un magistrato di primo piano qual è il procuratore nazionale della Dna, faceva riferimento alla normativa contro il terrorismo da applicarsi anche ai boss.
Aglieri apprezzò molto quella visita e ancor di più che Vigna non credesse alla sua partecipazione alle stragi, ma non lasciò ampi spiragli sul problema della dissociazione. Anzi rigettò l'invito, ritenendo l'ipotesi in fin dei conti simile alla collaborazione. Ma non mandò a mani vuote Vigna: "Potrei accettare di fare una dichiarazione di resa", sostenne, "riconoscendo incondizionatamente che avete vinto. Ma dovete anche ammettere che alcuni di noi non c'entrano con certe accuse, perché li avete messi nel mucchio in una situazione di emergenza". Su questa base Aglieri rilanciava la palla a Vigna. Quasi una piattaforma di discussione che però, se accettata dallo Stato, avrebbe consentito a quanti si fossero dichiarati "vinti" due benefici: l'applicazione anche a loro della legge Gozzini e la cessazione del 41 bis o carcere duro. Nelle settimane successive Vigna ebbe colloqui investigativi con Piddu Madonia, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi. Tutti sulla stessa linea di Aglieri, tutti disponibili ad "arrendersi", ma per il momento nulla di più. Non era un grande inizio, ma il procuratore aveva intenzione di proseguire e allargare il sondaggio ad altri presunti boss. Ma il giro di opinioni si era fatto troppo intenso per poter rimanere riservato.
Fino a quando una talpa non fece saltare tutto, raccontando ad alcuni giornalisti l'iniziativa di Vigna e lo stato della "trattativa". A bloccare definitivamente le iniziative del procuratore intervenne la crisi del governo guidato da Massimo D'Alema. L'ex premier sconfitto alle regionali si dimise; Diliberto lasciò la poltrona di Guardasigilli a Piero Fassino, fortemente caldeggiato da Giancarlo Caselli e dai "giudici torinesi". Dal nuovo ministro della Giustizia arrivò lo stop definitivo, quello che costrinse Vigna a chiudere ogni ipotesi di lavoro sulla dissociazione. Da quel momento il procuratore chiuse con i colloqui investigativi su questo tema, anche se ha continuato a visitare i boss in carcere, prevalentemente a Rebibbia. Con una preferenza: quelli che hanno subito condanne molto pesanti in almeno due gradi di giustizia, ritenendoli i più interessati ad aprire un dialogo con lo Stato. Ma i risultati fino a oggi sono stati molto scarsi: perfino Salvatore Biondino, uno del commando che uccise Giovanni Falcone, incontrato nelle settimane scorse da Vigna, ha respinto le avances. D'altro canto i magistrati non gli possono offrire molto, visto che sul suo ruolo altri pentiti hanno già parlato ripetutamente. Ma sono tutti colloqui rigorosamente investigativi, di dissociazione non se ne parla più. Anche se ogni volta che Vigna incontra in carcere qualche uomo d'onore, la talpa della Dna lancia l'allarme: non si sa mai.
Su Bernardo Provenzano rimangono le illazioni del ministro dell'Interno e del presidente della Camera. Non passa giorno senza che i due esponenti dell'Ulivo, Enzo Bianco e Luciano Violante, entrambi candidati in Sicilia, non rivelino che la caccia al superlatitante è a buon punto e che la sua cattura è cosa di pochi giorni. Se non lo si è potuto arrestare fino a oggi è semmai colpa dei carabinieri che non collaborerebbero adeguatamente con la Dia e con la procura di Palermo. Dopo lo strano arresto di Giuseppe Palazzolo, avvenuto qualche settimana fa in provincia di Caltanissetta (strano perché, secondo il suo avvocato, Palazzolo aveva bussato alla caserma dei carabinieri alle 5 di mattina per costituirsi, ma fu pregato di ritornare alle 7. Pochi minuti prima delle 7 fu però arrestato in strada, a due passi dalla caserma, con il pigiama e lo spazzolino dei denti in un sacchetto di plastica). Il ministro dell'Interno e il presidente della Camera hanno scandito le ore del prossimo arresto del presunto capo di Cosa nostra. Ma ancora non è successo nulla e la Dia è al centro delle pressanti richieste da parte del governo di fare presto. In realtà Provenzano non si sa dove sia e a sentire suo figlio, Angelo, non avrebbe intenzione di consegnarsi allo Stato. Ma le vie del Signore (e le scadenze elettorali) possono fare miracoli.

PROVENZANO: TARADASH: "VIOLANTE GETTA UN'OMBRA SUI MAGISTRATI"
Dichiarazione di Marco Taradash, presidente di Pololaico:
"Quando il Presidente della Camera, Violante, terza autorità dello Stato, afferma che il superlatitante Bernardo Provenzano potrebbe essere catturato facilmente, visto che sta a casa sua, getta un'ombra, per usare un eufemismo, molto pesante sui magistrati di Palermo e/o sulle Forze dell'Ordine. Dato che non è la prima volta che esponenti dei Ds fanno riferimento alla possibile cattura di Provenzano - ricordo un singolare preannuncio di Pietro Folena sul "prossimo arresto del latitante" - sembra chiaro che è in corso uno strano gioco delle parti, inammissibile e molto torbido. Anche in occasione della Conferenza dell'Onu sulla criminalità si parlò in termini ambigui di Provenzano, e ci fu chi si chiese se allo Stato giovasse più la sua cattura o la sua latitanza. E' ora di mettere fine a questi intrighi, anche perché soltanto di recente è stato arrestato l'uomo che aveva affittato il rifugio a Totò Riina e che alcuni pentiti indicano come il vero tesoriere della mafia, l'ingegner Montalbano, considerato molto vicino ai Ds siciliani. La gravità delle parole di Violante è indiscutibile, al di là di tutto. Risponda chi di dovere, dal Ministro Bianco o dalla superprocura antimafia in giù e finalmente si parli un linguaggio chiaro.
A meno che non si vogliano usare ancora una volta la mafia e l'antimafia in campagna elettorale, magari con un super arresto e qualche super confessione all'immediata vigilia del voto." Taradash: taradash_m@camera.it

LA NEWSLETTER DI MISTERI D'ITALIA

Dirty Job&Omissis
ANTIMAFIA: UNA RELAZIONE PIENA DI OMISSIS
 
di Misteri d'Italia
 
Una relazione a dir poco sorprendente quella che, agli sgoccioli della legislatura, è stata approvata a maggioranza dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia, meglio nota come Commissione Antimafia.
Una relazione povera di contenuti, priva di analisi, asfittica nella visione di insieme di un fenomeno che ancora - checché ne dicano le 132 paginette del documento finale votato con il "no" di Forza Italia e CCD e le astensioni di Alleanza nazionale e Lega nord - permea il tessuto sociale siciliano e, più in generale, gran parte di quello del mezzogiorno.
Una relazione debolissima, tranquillizzante, insomma, molto elettorale, dalla quale è scomparso non solo ogni accenno alla pericolosità del fenomeno, ma perfino qualsivoglia approfondimento su quello che era stato il "cavallo di battaglia" di un'altra commissione antimafia, quella presieduta anni fa dall'attuale presidente della Camera, Luciano Violante: i rapporti tra mafia e politica. E pensare che proprio dalla relazione Violante del 1994 erano scaturiti i numerosi processi contro esponenti della politica, sono solo siciliana, primo fra tutti quello che a suo tempo venne definito "il processo del secolo" che vide per lunghi anni alla sbarra, sia a Palermo che a Perugia, l'ex presidente del Consiglio Giulio Andreotti, poi assolto in entrambi i giudizi. Per il nuovo presidente dell'Antimafia, il diessino Giuseppe Lumia, gli inquietanti rapporti tra mafia e politica sono finiti, o forse non sono mai esistiti. Tant'è che nelle appena 132 pagine della relazione conclusiva non si fa alcun accenno neppure ai processi Andreotti, neppure alla sua figura di uomo politico che aveva in Sicilia una potente corrente guidata da un personaggio come Salvo Lima, ucciso proprio da Cosa nostra. Per Lumia mafia e politica non interagiscono più e la relazione da lui elaborata ne ha sancito la fine. Il messaggio è di quelli edificanti: In Sicilia, ma anche in Puglia, in Calabria e in Campania non esiste più una piovra mostruosa capace di controllare le pubbliche istituzioni e che - grazie ai suoi legami con la politica - si nutre del sistema degli appalti. Eppure, a ben guardare, la maggior parte delle procure meridionali non sembra pensarla allo stesso modo: gli irriducibili magistrati palermitani - nonostante le sconfitte subite a più riprese nelle aule dei tribunali - hanno già depositato il ricorso in appello contro Giulio Andreotti. Le magistrature inquirenti di Palermo e Catania non hanno mai smesso di indagare sui legami tra la politica e le imprese mafiose. E proprio di recente sono finiti in manette - per la prima volta - uomini politici siciliani ed imprenditori legati ai DS e alla Lega delle cooperative.
Non vorremmo apparire maliziosi, ma è forse quest'ultimo il motivo per cui la commissione Antimafia partorisce una relazione tanto modesta ed inutile?
Agli archivi del Parlamento italiano, alla vigilia di un'importantissima prova elettorale che potrebbe sconvolgere gli equilibri politici fin qui esistiti, viene consegnato - questo è l'unico dato di fatto concreto - un documento che definire virtuale è fin troppo generoso. Sembra di essere tornati ai tempi oscuri delle commissioni antimafia degli anni Settanta, presiedute dal mite senatore democristiano x De Pafundi, soprannominato, giustamente, per le sue capacità di insabbiare e seppellire ogni cosa,
De Profundis. E pensare che Lumia in siciliano - l'onorevole ha il suo collegio elettorale a Corleone, capitale di Cosa nostra - significa Luce. Fiat, Lux, Fiat Lumia, che la luce sia. Magari un'altra volta. redazione@misteriditalia.com


BERNARDO PROVENZANO
UN ARRESTO TROPPO ANNUNCIATO

Dopo anni ed anni di silenzio, da qualche settimana a questa parte ha fatto irruzione sulle pagine di cronaca dei quotidiani un nome: quello di Bernardo Provenzano. Sulla carta Bernardo Provenzano dovrebbe essere da molto tempo il boss di Cosa nostra tra i più ricercati al mondo. In realtà, pur essendo latitante da ben 37 anni, è solo da nove che il nome di Provenzano, detto "Binnu", compare sul bollettino dei superlatitanti. E questo è il primo mistero che lo riguarda. Il secondo mistero è invece inerente proprio all'improvvisa accelerazione che sembra essere stata data alla sua caccia. Un'accelerazione caratterizzata, oltre che dall'improvviso risveglio di politici e investigatori, da una serie di accadimenti molto coincidenti: la cattura di una serie di personaggi vicinissimi a Provenzano; il ritorno sulla scena di due "pentiti" eccellenti.

1) IL RISVEGLIO DEI POLITICI
A dare il via alle danze attorno alla figura di Provenzano è stato il presidente della Camera Luciano Violante, già a capo della commissione antimafia negli anni delle inchieste sul livello politico di Cosa nostra. Violante, nel corso del suo ultimo viaggio in Sicilia, durante un incontro con gli studenti di un liceo palermitano ha sottolineato quanto sarebbe importante per le Istituzioni mettere le mani su Provenzano. Violante è stato anche più preciso, affermando: "Ritengo che Provenzano non sia molto lontano da qui, da questa parte della Sicilia".
Inutile dire che la lezione di Violante agli studenti siciliani ha creato meraviglia negli stessi ambienti politici. In realtà Violante non è nuovo a queste anticipazioni: non va dimenticato che fu lui a spiazzare tutti, parlando per primo dell'imminente incriminazione di Giulio Andreotti per fatti di mafia. Sempre agli studenti di Palermo, Violante ha anche spiegato come gli investigatori abbiano scoperto le tracce di Provenzano: seguendo i suoi affari e quelli dei suoi amici.
A fargli eco, il giorno di Natale con un'intervista al Tg3, è stato Alfonso Giordano, primo presidente della Corte di appello di Palermo. '"Come si spiega ha detto il magistrato - che dopo tanti anni di lotta alla mafia un boss come Bernardo Provenzano non sia stato ancora arrestato?". Secondo il magistrato che ha presieduto la corte del primo maxi processo a Cosa nostra nel 1985, "Tante volte sono stati sul punto di catturare Provenzano, forse è stato avvisato".
Il 17 gennaio è stato il sottosegretario all'Interno, Massimo Brutti, a tornare alla carica: "La cattura del boss Bernardo Provenzano è il nostro obiettivo principale. Provenzano, infatti è espressione di una nuova linea di Cosa nostra: quella dell'occultamento che mette in primo piano il controllo del territorio realizzato attraverso il meccanismo dell'estorsione e la penetrazione negli appalti".
Due giorni dopo a scendere in campo è il legale dello stesso Provenzano, l'avv. Salvatore Traina che afferma:
"Provenzano oggi potrebbe essere un cittadino comune e rispettabile, lontano del mondo dei mafiosi. E' possibile che Provenzano non venga catturato perché da trent'anni vive lontano dagli interessi mafiosi del cui ambiente si ritiene sia il capo. Potrebbe essere un onesto lavoratore...''.
Lo stesso giorno a gettare acqua sul fuoco a proposito dell'importanza di Provenzano ecco arrivare il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia, secondo il quale il boss Bernardo Provenzano non sarebbe più "da solo" al vertice di Cosa Nostra. "Rispetto alla dittatura di Toto' Riina - spiega Ingroia - nella Cosa nostra ristrutturata da Provenzano non c'è un capo supremo, ma una sorta di direttorio".
Il giorno dopo, il 20 gennaio, è il nuovo comandante della legione dei carabinieri di Palermo, il gen. Carlo Gualdi, a dire la sua su Provenzano: "Ho preso Cesarano a Napoli e cercherò di prendere Provenzano qui. Non e' impossibile".
Ancora due giorni di attesa ed ecco l'esternazione di Giuseppe Lumia, presidente della commissione parlamentare antimafia: "E' bene catturare Provenzano e chiarire tutti i passaggi oscuri che ci possono essere dietro la sua lunga latitanza''.
E' lo stesso giorno in cui il quotidiano La Repubblica pubblica indiscrezioni sul fatto che, in dicembre, Provenzano stava per essere catturato nella zona di Cinisi, vicino a Palermo.
Chi mostra di aver mangiato la foglia è il deputato di Rifondazione comunista, Niki Vendola che definisce "un malvezzo" il vizio tutto italiano di "aprire dibattiti sulla possibilità che avvengano le catture".
Bisognerà attendere ancora cinque giorni prima che il procuratore capo di Palermo, Piero Grasso, smentisca le notizie di Repubblica, mettendo così fino alla sequela di prese di posizione "Non c'è mai stato un blitz per catturare Provenzano dice Grasso - che in quei luoghi non abbiamo la prova che ci fosse stato".
Ma il 30 gennaio, immancabile, ecco la presa di posizione di Piero Luigi Vigna, procuratore antimafia: "A Provenzano consiglierei di consegnarsi. Visto come si stanno mettendo le cose ho l'impressione che ci sia in Cosa nostra chi avrebbe meno attenzioni garantiste di quelle che avrebbero gli organi dello Stato nei suoi confronti". Quello del superprocuratore è un paterno consiglio che potrebbe valere come profezia, se "Binnu" dovesse essere trovarto morto.
Ma lo stesso giorno, con più prudenza, è ancora il procuratore di Palermo Grasso a cercare di spegnere le aspettative. Una dichiarazione, la sua, che il significato di una bella bacchettata: "L'attesa messianica per l'arresto di Bernardo Provenzano non deve spingere ad esagerare o ad alzare i toni perché soltanto con l'umiltà si possono raggiungere più risultati, anziché strombazzare ed enfatizzare la cattura come l'evento che può considerare conclusa la mafia".
Ma non è finita: sempre in tema di pubblicità da dare a Provenzano, è improvvisamente tornata la memoria al "pentito" più inaffidabile che la storia della mafia abbia mai conosciuto: Francesco Di Carlo. E' stato lui, a più di 30 anni dai fatti, a ricordare che il giornalista dell'Ora di Palermo Mauro De Mauro, scomparso nel settembre del 1970, era stato ucciso da Cosa nostra. Provate ad indovinare chi lo avrebbe materialmente eliminato? Ma proprio lui, Don "Binnu" Provenzano, all'epoca dei suoi esordi mafiosi.

2) GLI ARRESTI ECCELLENTI
Il primo dato certo che un cerchio sta stringendosi attorno a "Binu" Provenzano è del 12 ottobre scorso quando, nelle campagne di San Giuseppe Jato, finisce in manette Salvatore Genovese, detto "Totò" (vedi la Newsletter di Misteri d'Italia n.1).
Genovese non è un mafioso qualsiasi. Legatissimo a Bernardo Provenzano - ritenuto ora il nuovo, vero capo della mafia siciliana, in odio alla vecchia mafia corleonese ancora legata a Totò Riina - Genovese, oltre ad avere solidi legami di famiglia oltreoceano, è il cognato di Salvatore Maniscalco, in pratica "il braccio armato" del "superpentito" Balduccio Di Maggio.
Quest'ultimo è il maggior accusatore (non creduto) di Giulio Andreotti, ma anche uno dei tanti "pentiti" di mafia che una volta rimpinzati di soldi dallo Stato italiano - sono tornati ad uccidere, a regolare conti personali rimasti in sospeso, ma soprattutto a dar vita a nuove forme di aggregazione mafiosa, molto affaristiche, ma anche capaci di radicarsi silenziosamente nel territorio, senza mostrare, cioè, alcuna aggressività nei confronti dello schieramento statale.
In altre parole, Totò Genovese sarebbe il punto di riferimento di quello strano miscuglio di mafiosi, "pentiti" e non, che su indicazione di Provenzano sta praticamente eliminando dalla zona di San Giuseppe Jato vera roccaforte di Cosa nostra quanto resta dei corleonesi "storici", cioè dei Brusca, dei Bagarella e dei Vitale, ultimi fedelissimi di Riina.
Genovese emarginato da Riina all'inizio degli anni Novanta si sarebbe alleato con Provenzano, stringendo poi un patto d'azione con Balduccio Di Maggio che gli era stato preferito da "Totò u curtu" dopo l'arresto del vecchio Bernardo Brusca. Quando Di Maggio fece il gesto di "pentirsi", tradendo Riina, Genovese lo "recuperò", utilizzandolo come killer dei corleonesi. Il tutto sempre agli ordini di Provenzano.
Porta a Provenzano anche la retata del 27 gennaio scorso. In manette finiscono Maria Rosa Palazzolo, sorella del latitante Vito Roberto Palazzolo ed il marito Vito Motisi, di 47 anni, nonché l'imprenditore Salvatore D'Anna, vicino al boss Gaetano Badalamenti. Il dato più rilevante di questi arresti riguarda il ruolo della famiglia mafiosa di Terrasini, guidata secondo l'accusa, da Salvatore D'Anna. Per gli inquirenti il coinvolgimento di D'Anna, legato al boss Gaetano Badalamenti, detenuto negli Stati Uniti, farebbe ipotizzare una ricucitura di vecchi dissidi tra i corleonesi di Provenzano ed i gruppi vicini al vecchio patriarca di Cinisi.
L'altro arresto eccellente che porta a Provenzano è quello di Benedetto Spera, ritenuto il braccio destro di "Binnu".
Già condannato per le stragi di Capaci e via D'Amelio, Spera può essere definito il manager degli appalti pubblici per conto della mafia ed è da tempo il referente per la spartizione dei lavori tra le cosche. Già agli ordini di Riina, Spera si sarebbe riciclato dopo l'arresto del suo capo, passando armi e bagagli con Provenzano.
Il 30 gennaio scorso è caduto nella trappola degli investigatori nel modo più banale possibile: per arrestarlo, dopo nove anni di latitanza, è bastato seguire il suo medico curante.

3) IL RITORNO DEI "PENTITI": DI MAGGIO E CONTORNO
Che le acque attorno a Provenzano stiano intorbidandosi lo dimostrano anche le vicende di due "pentiti" di rango come Balduccio Di Maggio e Totuccio Contorno.
Il primo, da sempre legato alle famiglie "perdenti" di Cosa nostra, è l'uomo che permise la cattura di Riina e che alla procura di Palermo servì da puntello miseramente crollato in sede di giudizio per sostenere l'accusa di mafia contro Giulio Andreotti.
Di Maggio ha però un vizietto: pur collaborando con l'antimafia, non riesce proprio a fare a meno della mafia.
Dal 1993 "collaboratore di giustizia" remuneratissimo (chiese ed ottenne, per servigi resi, mezzo miliardo di lire), già arrestato nel 1997, dopo numerosi omicidi, per aver tentato di ricostituire la cosca di san Giuseppe Jato, Balduccio, stranamente rimesso in libertà  come abbiamo visto - aveva stretto legami con il boss Salvatore Genovese ed era entrato nella sfera di influenza di Provenzano.
Il 25 gennaio scorso, Di Maggio è stato nuovamente arrestato questa volta per due motivi:
in una casa milanese aveva incontrato Alberto Cappello, legato da rapporti di parentela con Genovese, per parlare di un traffico di droga. Cosa non carina per un "pentito" di mafia.
Stava preparandosi a fuggire. Perché? Anche lui ha capito che l'ora di Provenzano è arrivata?
Il secondo "pentito" tornato agli onori dell'attenzione dei magistrati palermitani è fatto della stessa stoffa di Di Maggio. Anche lui viene dalla mafia "perdente" e anche lui ha un incrollabile attaccamento al crimine.
Si tratta di Salvatore Contorno, detto "Totuccio", già autista di Stefano Bontate. Contorno quando all'inizio degli anni Ottanta decise di "pentirsi" venne soprannominato dagli investigatori "Prima luce" perché rappresentava il primo squarcio aperto nel buio di Cosa nostra.
Già nel 1989, Totuccio venne (per caso) pizzicato in Sicilia ad uccidere i rivali delle cosche di Totò Riina. Mentre lo faceva, da una cabina pubblica telefonava all'allora funzionario della Criminalpol Gianni Di Gennaro, oggi capo della Polizia. Le lettere del corvo di Palermo (mai individuato) lo accusarono di essere "un killer di Stato", spedito in Sicilia a regolare i conti con i latitanti di Cosa nostra da Giovanni Falcone e dallo stesso Di Gennaro. Perdonato e riammesso al programma di protezione, Contorno nel 1993 ci era ricascato e si era messo a trafficare in droga.
Oggi Contorno è un ex "pentito", estromesso dal programma di protezione, ma di recente e per la seconda volta la procura di Palermo ha chiesto il suo reinserimento nel programma. Perché? Anche Contorno può dare una mano alla cattura di Provenzano? Oppure gli è venuta un'improvvisa voglia di raccontare particolari scabrosi della sua carriera?

4)
CHI TOCCA PROVENZANO
C'è una strana, stranissima caratteristica che accomuna tutti gli investigatori che, in un modo o in altro, hanno dato la caccia a Provenzano: tutti, prima o poi, sono stati rimossi.
La prima vittima di quella che qualcuno ha già battezzato la maledizione di Provenzano è stato un ufficiale dei carabinieri, il col. Giuseppe De Donno.
Alla fine degli anni '80  quando Provenzano non era ancora ufficialmente sull'elenco dei ricercati per fatti di mafia - De Donno, allora semplice tenente dei Ros che collaborava con Giovanni Falcone, apprese dal pentito Angelo Siino che Provenzano poteva contare su di un influente magistrato della procura della Repubblica di Palermo. E' questo un particolare che emerge dalle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche depositate alla procura di Caltanissetta perché finite nell'inchiesta, ormai archiviata, sul conflitto dello stesso De Donno con l'attuale procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte. La circostanza singolare è che appena De Donno fece rapporto sulle confidenze di Siino, promosso capitano, fu trasferito a Roma.
La maledizione di Provenzano in tempi più recenti ha raggiunto anche un alto ufficiale della finanza, il gen. Mario Iannelli, comandante del Gico. Iannelli, attraverso una complicata indagine, aveva scoperto che Provenzano, malato di reni, aveva la possibilità di spostarsi tra Bagheria e Trapani. La scelta di Iannelli era stata quella di affidare ai suoi uomini un'indagine a tappeto su tutte le farmacie della zona, allo scopo di censire tutti i consumatori dei medicinali necessari alla cura dell'apparato renale.
Improvvisamente - e senza lacuna giustificazione una circolare del ministero dell'Interno chiuse la sua struttura e lo stesso Iannelli venne trasferito a Torino.
Anche "Ultimo", il capitano dei Ros che partecipò all'arresto di Riina, era lanciato alla caccia di Provenzano. Su incarico della procura di Palermo stava analizzando alcune intercettazioni telefoniche dalle quali emergevano importnati spunti investigativi per giungere alla cattura del boss. Senza motivo anche "Ultimo" è stato trasferito.
Ma, tornando indietro nel tempo, l'occasione più ghiotta di arrestare l'ultimo dei grandi latitanti era capitata a Bruno Contrada quando aveva da poco lasciato l'incarico di capo di gabinetto del direttore del SISDE per recarsi in Sicilia. Fu nel 1991 il capo della Polizia Vincenzo Parisi ad ordinare al servizio segreto civile e alla Criminalpol, diretta dal questore Luigi Rossi, di occuparsi dei latitanti: Contrada lavorò all'inizio sulle intercettazioni telefoniche. Ebbe la foirtuna di incappare in due intercettazioni particolarmente interessanti: quella sul telefonino di uno dei fratelli D'Anna, imprenditori di Terrasini, legati da vincoli di parentela con la moglie di Provenzano, Saveria Palazzolo. E quella sul cellulare di Carmelo Cariffo, nipote di Provenzano. Da queste due intercettazioni Contrada riuscì ad individuare nel centro storico di Trapani la zona nella quale viveva Provenzano. Qualcosa, però, doveva essere trapelato perché all'improvviso e misteriosamente, nell'estate del 1992, dopo le stragi in cui persero la vita prima Falcone e poi Borsellino, i famigliari di Provenzano fecero ritorno a Corleone, dove tuttora abitano.
Uno degli uomini che lavoravano con Contrada proprio a Corleone era però riuscito a fotografare i due figli del boss, Francesco e Giuseppe e a registrane le voci. Un esperto in dialetti siciliani mise Contrada sulla buona strada: i ragazzi avevano vissuto per anni a Trapani. Il che confermava quanto era emerso dalle registrazioni telefoniche.
Gli uomini di Contrada, grazie alle foto, scoprirono anche che Francesco Provenzano, all'epoca bambino, cantava nel coro di una scuola elementare situata proprio nel centro di Trapani. Non restava, quindi, che vigilare in una zona piuttosto ristretta come, appunto, il centro di una cittadina come Trapani per individuare il nascondiglio del boss mafioso. Nel novembre 1992 accadde l'imprevisto: il gruppo di Contrada venne sciolto su ordine dello stesso Parisi. Un mese dopo, il 23 dicembre 1992, Contrada finiva in manette con l'accusa di associazione mafiosa.
Un altro abile investigatore, il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, prima di incorrere in un grave infortunio professionale, stava dando la caccia a Provenzano.
Nell'ottobre del 1993 Riccio riuscì a convincere ad entrare in contatto in carcere con Luigi Ilardo, nipote di Francesco Madonia, altro importante boss mafioso. Tra Riccio e Ilardo si stabilì un forte rapporto confidenziale, anche se Ilardo non volle mai "pentirsi" ufficialmente.
Una volta scontata la pena, Ilardo diventò uno degli uomini più importanti di Cosa nostra a Caltanisetta. I rapporti fra il col. Riccio, che nel frattempo era passato dai Ros alla Dia, e Ilardo continuarono fino al maggio del '96 quando Ilardo, finalmente, decise di rendere formale la sua "collaborazione" e proprio al col. Riccio elencò gli argomenti sui quali intendeva parlare: tra tutti anche la sua piena collaborazione per la cattura di Provenzano. Pochi giorni dopo, Ilardo venne assassinato da un commando di Cosa nostra. Qualche mese dopo, come Contrada, anche il col. Riccio sarà arrestato.
Dai magistrati della procura di Genova con l'accusa di traffico di stupefacenti.
De Doponno, Iannelli, "Ultimo", Contrada e Riccio: avevano in comune la possibilità concreta di catturare Bernardo Provenzano, detto "Binnu". Chi in un modo, chi in un altro, tutti e cinque sono stati allontanati dalle indagini.
Cinque coincidenze sono davvero troppe. O forse bisogna pensare che esista davvero la maledizione di Provenzano?

5) E' GIA' ACCADUTO: L'ARRESTO DI TOTO' RIINA
Anche l'arresto di Salvatore Riina, detto "Totò u curtu", avvenuto - dopo 26 anni, sei mesi e sei giorni di latitanza il 15 gennaio 1993, venne preceduto da un baillame di indiscrezioni. Una lettera anonima, giunta a magistrati, uomini politici e giornalisti subito dopo la strage in cui perse la vita Giovanni Falcone, con sei mesi di anticipo aveva preannunciato la sua cattura dopo una trattativa con lo Stato.
Diversi altri segnali annunciarono l'arresto del boss. Nei giorni immediatamente precedenti, ne parlarono pubblicamente l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, il capo della Polizia Vincenzo Parisi, il direttore del Sismi Cesare Pucci ed il superprocuratore antimafia Bruno Siclari.
L'arresto di Riina avvenne guarda caso proprio il giorno in cui il nuovo procuratore capo di Palermo, Giancarlo Caselli, prese possesso della sua poltrona.
Venerdì 26 gennaio scorso, in un'intervista pubblicata sul Manifesto, ("Provenzano? Un latitante di Stato"), Alfonso Sabella, già magistrato a Palermo ha confidato al giornalista Rino Cascio: "Forse nell'inestricabile rete dove è caduto Riina il giorno della sua cattura c'era qualche filo che portava a Provenzano".
Quando nel 1950 la mafia consegnò, già morto, ai carabinieri il bandito Salvatore Giuliano, godette di almeno 20 anni di impunità e dai campi, dal latifondo spostò i suoi affari in città per la droga.
Dalla cattura di Riina sono trascorsi 8 anni e forse adesso tocca a Provenzano.
Oggi, intanto, il traffico della droga è solo un aspetto dell'illecito arricchimento di Cosa nostra, gli appalti, in questi ultimi anni, hanno portato più soldi che mai alle casse della mafia. E appalti significano affari e politica. O no?
La storia, in fondo ce lo hanno insegnato a scuola è solo un ripetersi di accadimenti. Cambiano gli equilibri interni a Cosa nostra. Non cambia Cosa nostra.
E allora restano solo tre domande alle quali rispondere:
Bernardo Provenzano verrà preso vivo o morto, proprio come Salvatore Giuliano?
Se verrà preso vivo di chi sarà il merito, della mafia che lo ha consegnato o della mafia che lo ha abbandonato?
Verrà catturato durante la campagna elettorale o subito dopo?
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