VirusMisteri
Ufficialmente
Bernardo Provenzano, Binnu
per gli amici, è il boss di Cosa nostra più
ricercato del mondo.
Le procure, con Palermo in testa, sostengono di non fare altro, le forze
di polizia non si risparmiano, il capo della polizia Gianni De Gennaro
ne ha fatto un punto d'onore. Anche per i politici Binnu è l'obbiettivo
numero uno, un nemico dello Stato e della legalità. Violante dopo aver
proclamato negli ultimi due anni che la giustizia era a un passo dal catturarlo,
improvvisamente, oggi, diventa più pessimista. E manda un avviso a tutti:
"C'è un clima che ricorda molto quello precedenti alle stragi dell'82
e del '92...è un clima caratterizzato
da un affievolimento forte dell'esigenza istituzionale e politica di lotta
contro la mafia".
Non solo ma Violante, che di Provenzano ne sa sempre più di tutti, rivela
che "nel '95 Binnu in un incontro riservato (e come fa
Quando Vigna tentò di far dissociare i mafiosi - Aridateci "La Piovra"
Quando Vigna tentò
di far dissociare i mafiosi.
Tra febbraio e marzo dello scorso anno il procuratore nazionale antimafia
Pierluigi Vigna varcò il portone di Rebibbia per incontrare Pietro Aglieri,
accusato dell'omicidio di Salvo Lima e di aver partecipato anche alle strage
di Capaci e di via D'Amelio. Il magistrato aveva con sé una proposta che riteneva
seria e utile, della quale aveva più volte discusso con l'ex ministro della
Giustizia Oliviero Diliberto. Applicare anche ai mafiosi la normativa sulla
dissociazione che tanto successo aveva ottenuto per sconfiggere le Brigate
Rosse. Il procuratore della Dna aveva cercato quell'incontro ritenendo di
possedere qualche titolo in più rispetto ad altri magistrati perché, nonostante
le richieste pervenute alla procura fiorentina (da lui guidata prima di essere
nominato alla Dna) da quella diretta da Giancarlo Caselli (all'epoca ancora
a Palermo), Vigna non aveva accusato Aglieri per le bombe di Firenze. Nel
colloquio investigativo a Rebibbia, il procuratore nazionale per rompere il
ghiaccio partì proprio da questo dato, ricordando all'uomo di Cosa nostra
che non aveva mai creduto alla sua responsabilità nelle stragi. Proprio per
questo Aglieri, secondo Vigna, avrebbe dovuto collaborare e la sua posizione
sarebbe stata chiarita del tutto. Se proprio non se la sentiva di pentirsi,
il procuratore gli prospettò la possibilità di dissociarsi. Era forse la prima
volta che un magistrato di primo piano qual è il procuratore nazionale della
Dna, faceva riferimento alla normativa contro il terrorismo da applicarsi
anche ai boss.
Aglieri apprezzò molto quella visita
e ancor di più che Vigna non credesse alla sua partecipazione alle stragi,
ma non lasciò ampi spiragli sul problema della dissociazione. Anzi rigettò
l'invito, ritenendo l'ipotesi in fin dei conti simile alla collaborazione.
Ma non mandò a mani vuote Vigna: "Potrei accettare di fare una dichiarazione
di resa", sostenne, "riconoscendo incondizionatamente che avete vinto. Ma
dovete anche ammettere che alcuni di noi non c'entrano con certe accuse, perché
li avete messi nel mucchio in una situazione di emergenza". Su questa base
Aglieri rilanciava la palla a Vigna. Quasi una piattaforma di discussione
che però, se accettata dallo Stato, avrebbe consentito a quanti si fossero
dichiarati "vinti" due benefici: l'applicazione anche a loro della legge Gozzini
e la cessazione del 41 bis o carcere duro. Nelle settimane successive Vigna
ebbe colloqui investigativi con Piddu Madonia, Giuseppe Farinella e Salvatore
Buscemi. Tutti sulla stessa linea di Aglieri, tutti disponibili ad "arrendersi",
ma per il momento nulla di più. Non era un grande inizio, ma il procuratore
aveva intenzione di proseguire e allargare il sondaggio ad altri presunti
boss. Ma il giro di opinioni si era fatto troppo intenso per poter rimanere
riservato.
Fino a quando una talpa non fece saltare
tutto, raccontando ad alcuni giornalisti l'iniziativa di Vigna e lo stato
della "trattativa". A bloccare definitivamente le iniziative del procuratore
intervenne la crisi del governo guidato da Massimo D'Alema. L'ex premier sconfitto
alle regionali si dimise; Diliberto lasciò la poltrona di Guardasigilli a
Piero Fassino, fortemente caldeggiato da Giancarlo Caselli e dai "giudici
torinesi". Dal nuovo ministro della Giustizia arrivò lo stop definitivo, quello
che costrinse Vigna a chiudere ogni ipotesi di lavoro sulla dissociazione.
Da quel momento il procuratore chiuse con i colloqui investigativi su questo
tema, anche se ha continuato a visitare i boss in carcere, prevalentemente
a Rebibbia. Con una preferenza: quelli che hanno subito condanne molto pesanti
in almeno due gradi di giustizia, ritenendoli i più interessati ad aprire
un dialogo con lo Stato. Ma i risultati fino a oggi sono stati molto scarsi:
perfino Salvatore Biondino, uno del commando che uccise Giovanni Falcone,
incontrato nelle settimane scorse da Vigna, ha respinto le avances. D'altro
canto i magistrati non gli possono offrire molto, visto che sul suo ruolo
altri pentiti hanno già parlato ripetutamente. Ma sono tutti colloqui rigorosamente
investigativi, di dissociazione non se ne parla più. Anche se ogni volta che
Vigna incontra in carcere qualche uomo d'onore, la talpa della Dna lancia
l'allarme: non si sa mai.
Su Bernardo Provenzano rimangono le
illazioni del ministro dell'Interno
e del presidente della Camera. Non passa giorno senza che i due esponenti
dell'Ulivo, Enzo Bianco e Luciano Violante, entrambi candidati in Sicilia,
non rivelino che la caccia al superlatitante è a buon punto e che la sua cattura
è cosa di pochi giorni. Se non lo si è potuto arrestare fino a oggi è semmai
colpa dei carabinieri che non collaborerebbero adeguatamente con la Dia e
con la procura di Palermo. Dopo lo strano arresto di Giuseppe Palazzolo, avvenuto
qualche settimana fa in provincia di Caltanissetta (strano perché, secondo
il suo avvocato, Palazzolo aveva bussato alla caserma dei carabinieri alle
5 di mattina per costituirsi, ma fu pregato di ritornare alle 7. Pochi minuti
prima delle 7 fu però arrestato in strada, a due passi dalla caserma, con
il pigiama e lo spazzolino dei denti in un sacchetto di plastica). Il ministro
dell'Interno e il presidente della Camera hanno scandito le ore del prossimo
arresto del presunto capo di Cosa nostra. Ma ancora non è successo nulla e
la Dia è al centro delle pressanti richieste da parte del governo di fare
presto. In realtà Provenzano non si sa dove sia e a sentire suo figlio, Angelo,
non avrebbe intenzione di consegnarsi allo Stato. Ma le vie del Signore (e
le scadenze elettorali) possono fare miracoli.
LA NEWSLETTER DI MISTERI D'ITALIA
BERNARDO PROVENZANO
UN ARRESTO TROPPO ANNUNCIATO
Dopo anni ed anni di silenzio, da
qualche settimana a questa parte ha fatto irruzione sulle pagine di cronaca
dei quotidiani un nome: quello di Bernardo
Provenzano. Sulla
carta Bernardo Provenzano dovrebbe essere da molto tempo il boss di
Cosa nostra tra i più ricercati al mondo. In realtà, pur essendo
latitante da ben 37 anni, è solo da nove che il nome di Provenzano,
detto "Binnu", compare sul bollettino dei superlatitanti.
E questo è il primo mistero che lo riguarda. Il secondo mistero è invece inerente
proprio all'improvvisa accelerazione che sembra essere stata data alla sua caccia.
Un'accelerazione caratterizzata, oltre che dall'improvviso risveglio di politici
e investigatori, da una serie di accadimenti molto coincidenti: la cattura di
una serie di personaggi vicinissimi a Provenzano;
il ritorno sulla scena di due "pentiti" eccellenti.
1) IL RISVEGLIO DEI POLITICI
A dare il via alle danze attorno alla figura di Provenzano è
stato il presidente della Camera Luciano Violante, già a capo
della commissione antimafia negli anni delle inchieste sul livello politico
di Cosa nostra. Violante, nel corso del suo ultimo viaggio in Sicilia, durante
un incontro con gli studenti di un liceo palermitano ha sottolineato quanto
sarebbe importante per le Istituzioni mettere le mani su Provenzano.
Violante è stato anche più preciso, affermando: "Ritengo che Provenzano
non sia molto lontano da qui, da questa parte della Sicilia".
Inutile dire che la lezione di Violante agli studenti
siciliani ha creato meraviglia negli stessi ambienti politici. In realtà Violante
non è nuovo a queste anticipazioni: non va dimenticato che fu lui a spiazzare
tutti, parlando per primo dell'imminente incriminazione di Giulio Andreotti
per fatti di mafia. Sempre agli studenti di Palermo, Violante ha
anche spiegato come gli investigatori abbiano scoperto le tracce di Provenzano:
seguendo i suoi affari e quelli dei suoi amici.
A fargli eco, il giorno di Natale con un'intervista al Tg3, è stato Alfonso
Giordano, primo presidente della Corte di appello di Palermo. '"Come
si spiega ha detto il magistrato - che dopo tanti anni di lotta alla mafia
un boss come Bernardo Provenzano non sia stato ancora arrestato?". Secondo il
magistrato che ha presieduto la corte del primo maxi processo a Cosa nostra
nel 1985, "Tante volte sono stati sul punto di catturare Provenzano,
forse è stato avvisato".
Il 17 gennaio è stato il sottosegretario all'Interno, Massimo Brutti,
a tornare alla carica: "La cattura del boss Bernardo Provenzano è il nostro
obiettivo principale. Provenzano, infatti è espressione di una nuova linea di
Cosa nostra: quella dell'occultamento che mette in primo piano il controllo
del territorio realizzato attraverso il meccanismo dell'estorsione e la penetrazione
negli appalti".
Due giorni dopo a scendere in campo è il legale dello stesso Provenzano, l'avv.
Salvatore Traina che afferma:
"Provenzano oggi potrebbe essere un
cittadino comune e rispettabile, lontano del mondo dei mafiosi. E' possibile
che Provenzano non venga catturato perché da trent'anni vive lontano dagli interessi
mafiosi del cui ambiente si ritiene sia il capo. Potrebbe essere un onesto lavoratore...''.
Lo stesso giorno a gettare acqua sul fuoco a proposito dell'importanza di Provenzano
ecco arrivare il sostituto procuratore della Direzione Distrettuale
Antimafia di Palermo, Antonio Ingroia, secondo il quale il boss Bernardo
Provenzano non sarebbe più "da solo" al vertice di Cosa Nostra. "Rispetto alla
dittatura di Toto' Riina - spiega Ingroia -
nella Cosa nostra ristrutturata da Provenzano non c'è un capo supremo, ma una
sorta di direttorio".
Il giorno dopo, il 20 gennaio, è il nuovo comandante della legione dei carabinieri
di Palermo, il gen. Carlo Gualdi, a dire la sua su Provenzano:
"Ho preso Cesarano a Napoli e cercherò di prendere Provenzano
qui. Non e' impossibile".
Ancora due giorni di attesa ed ecco l'esternazione di Giuseppe Lumia,
presidente della commissione parlamentare antimafia: "E' bene catturare
Provenzano e chiarire tutti i passaggi oscuri che ci possono essere dietro la
sua lunga latitanza''.
E' lo stesso giorno in cui il quotidiano La Repubblica
pubblica indiscrezioni sul fatto che, in dicembre, Provenzano
stava per essere catturato nella zona di Cinisi, vicino a Palermo.
Chi mostra di aver mangiato la foglia è il deputato di Rifondazione
comunista, Niki Vendola che definisce "un malvezzo"
il vizio tutto italiano di "aprire dibattiti sulla possibilità che avvengano
le catture".
Bisognerà attendere ancora cinque giorni prima che il procuratore capo di Palermo,
Piero Grasso, smentisca le notizie di Repubblica,
mettendo così fino alla sequela di prese di posizione "Non c'è mai stato un
blitz per catturare Provenzano dice Grasso - che in quei luoghi non abbiamo
la prova che ci fosse stato".
Ma il 30 gennaio, immancabile, ecco la presa di posizione di Piero Luigi
Vigna, procuratore antimafia: "A Provenzano consiglierei di consegnarsi.
Visto come si stanno mettendo le cose ho l'impressione che ci sia in Cosa nostra
chi avrebbe meno attenzioni garantiste di quelle che avrebbero gli organi dello
Stato nei suoi confronti". Quello del superprocuratore è un paterno consiglio
che potrebbe valere come profezia, se "Binnu" dovesse essere trovarto morto.
Ma lo stesso giorno, con più prudenza, è ancora il procuratore di Palermo
Grasso a cercare di spegnere le aspettative. Una dichiarazione, la
sua, che il significato di una bella bacchettata: "L'attesa messianica per l'arresto
di Bernardo Provenzano non deve spingere ad esagerare o ad
alzare i toni perché soltanto con l'umiltà si possono raggiungere più risultati,
anziché strombazzare ed enfatizzare la cattura come l'evento che può considerare
conclusa la mafia".
Ma non è finita: sempre in tema di pubblicità da dare a Provenzano, è improvvisamente
tornata la memoria al "pentito" più inaffidabile che la storia della mafia abbia
mai conosciuto: Francesco Di Carlo. E' stato lui, a più di
30 anni dai fatti, a ricordare che il giornalista dell'Ora di Palermo
Mauro De Mauro, scomparso nel settembre del 1970, era stato ucciso
da Cosa nostra. Provate ad indovinare chi lo avrebbe materialmente eliminato?
Ma proprio lui, Don "Binnu" Provenzano, all'epoca dei suoi
esordi mafiosi.
2) GLI ARRESTI ECCELLENTI
Il primo dato certo che un cerchio sta stringendosi attorno a "Binu" Provenzano
è del 12 ottobre scorso quando, nelle campagne di San Giuseppe Jato,
finisce in manette Salvatore Genovese, detto "Totò" (vedi la
Newsletter di Misteri d'Italia n.1).
Genovese non è un mafioso qualsiasi. Legatissimo a Bernardo Provenzano - ritenuto
ora il nuovo, vero capo della mafia siciliana, in odio alla vecchia mafia corleonese
ancora legata a Totò Riina - Genovese, oltre ad avere solidi legami di famiglia
oltreoceano, è il cognato di Salvatore Maniscalco, in pratica
"il braccio armato" del "superpentito" Balduccio Di Maggio.
Quest'ultimo è il maggior accusatore (non creduto) di Giulio Andreotti,
ma anche uno dei tanti "pentiti" di mafia che una volta rimpinzati di soldi
dallo Stato italiano - sono tornati ad uccidere, a regolare
conti personali rimasti in sospeso, ma soprattutto a dar vita a nuove forme
di aggregazione mafiosa, molto affaristiche, ma anche capaci di radicarsi silenziosamente
nel territorio, senza mostrare, cioè, alcuna aggressività nei confronti dello
schieramento statale.
In altre parole, Totò Genovese sarebbe il punto di riferimento
di quello strano miscuglio di mafiosi, "pentiti" e non, che su indicazione
di Provenzano sta praticamente eliminando dalla zona di San Giuseppe
Jato vera roccaforte di Cosa nostra quanto resta dei corleonesi
"storici", cioè dei Brusca, dei Bagarella e dei Vitale, ultimi fedelissimi di
Riina.
Genovese emarginato da Riina all'inizio degli anni Novanta si sarebbe
alleato con Provenzano, stringendo poi un patto d'azione con Balduccio
Di Maggio che gli era stato preferito da "Totò u curtu"
dopo l'arresto del vecchio Bernardo Brusca. Quando Di Maggio
fece il gesto di "pentirsi", tradendo Riina, Genovese lo "recuperò", utilizzandolo
come killer dei corleonesi. Il tutto sempre agli ordini di Provenzano.
Porta a Provenzano anche la retata del 27 gennaio scorso. In manette finiscono
Maria Rosa Palazzolo, sorella del latitante Vito Roberto Palazzolo ed
il marito Vito Motisi, di 47 anni, nonché l'imprenditore Salvatore
D'Anna, vicino al boss Gaetano Badalamenti. Il dato
più rilevante di questi arresti riguarda il ruolo della famiglia mafiosa di
Terrasini, guidata secondo l'accusa, da Salvatore D'Anna. Per gli inquirenti
il coinvolgimento di D'Anna, legato al boss Gaetano Badalamenti, detenuto negli
Stati Uniti, farebbe ipotizzare una ricucitura di vecchi dissidi
tra i corleonesi di Provenzano ed i gruppi vicini al vecchio patriarca di Cinisi.
L'altro arresto eccellente che porta a Provenzano è quello di Benedetto
Spera, ritenuto il braccio destro di "Binnu".
Già condannato per le stragi di Capaci
e via D'Amelio, Spera può essere definito il manager degli appalti
pubblici per conto della mafia ed è da tempo il referente per la spartizione
dei lavori tra le cosche. Già agli ordini di Riina, Spera si
sarebbe riciclato dopo l'arresto del suo capo, passando armi e bagagli con Provenzano.
Il 30 gennaio scorso è caduto nella trappola degli investigatori nel modo più
banale possibile: per arrestarlo, dopo nove anni di latitanza, è bastato seguire
il suo medico curante.
3) IL RITORNO DEI "PENTITI": DI MAGGIO E CONTORNO
Che le acque attorno a Provenzano stiano intorbidandosi lo dimostrano anche
le vicende di due "pentiti" di rango come Balduccio Di Maggio e Totuccio
Contorno.
Il primo, da sempre legato alle famiglie "perdenti" di Cosa nostra, è l'uomo
che permise la cattura di Riina e che alla procura di Palermo servì da puntello miseramente
crollato in sede di giudizio per sostenere l'accusa di mafia contro Giulio
Andreotti.
Di Maggio ha però un vizietto: pur collaborando con l'antimafia, non
riesce proprio a fare a meno della mafia.
Dal 1993 "collaboratore di giustizia" remuneratissimo (chiese ed ottenne, per
servigi resi, mezzo miliardo di lire), già arrestato nel 1997, dopo numerosi
omicidi, per aver tentato di ricostituire la cosca di san Giuseppe Jato,
Balduccio, stranamente rimesso in libertà come abbiamo visto
- aveva stretto legami con il boss Salvatore Genovese ed era entrato nella sfera
di influenza di Provenzano.
Il 25 gennaio scorso, Di Maggio è stato nuovamente arrestato
questa volta per due motivi:
in una casa milanese aveva incontrato Alberto Cappello, legato
da rapporti di parentela con Genovese, per parlare di un traffico
di droga. Cosa non carina per un "pentito" di mafia.
Stava preparandosi a fuggire. Perché? Anche lui ha capito che l'ora di Provenzano
è arrivata?
Il secondo "pentito" tornato agli onori dell'attenzione dei magistrati palermitani
è fatto della stessa stoffa di Di Maggio. Anche lui viene dalla
mafia "perdente" e anche lui ha un incrollabile attaccamento al crimine.
Si tratta di Salvatore Contorno, detto "Totuccio", già autista
di Stefano Bontate. Contorno quando all'inizio degli anni Ottanta
decise di "pentirsi" venne soprannominato dagli investigatori "Prima luce" perché
rappresentava il primo squarcio aperto nel buio di Cosa nostra.
Già nel 1989, Totuccio venne (per caso) pizzicato
in Sicilia ad uccidere i rivali delle cosche di Totò Riina.
Mentre lo faceva, da una cabina pubblica telefonava all'allora funzionario della
Criminalpol Gianni Di Gennaro, oggi capo della Polizia. Le
lettere del corvo di Palermo (mai individuato) lo accusarono di essere "un
killer di Stato", spedito in Sicilia a regolare i conti con i latitanti
di Cosa nostra da Giovanni Falcone e dallo stesso Di Gennaro.
Perdonato e riammesso al programma di protezione, Contorno nel 1993 ci era ricascato
e si era messo a trafficare in droga.
Oggi Contorno è un ex "pentito", estromesso dal programma di protezione, ma
di recente e per la seconda volta la procura di Palermo ha chiesto il suo reinserimento
nel programma. Perché? Anche Contorno può dare una mano alla cattura di Provenzano?
Oppure gli è venuta un'improvvisa voglia di raccontare particolari scabrosi
della sua carriera?
4) CHI TOCCA PROVENZANO
C'è una strana, stranissima caratteristica che accomuna tutti gli investigatori
che, in un modo o in altro, hanno dato la caccia a Provenzano: tutti, prima
o poi, sono stati rimossi.
La prima vittima di quella che qualcuno ha già battezzato la maledizione di
Provenzano è stato un ufficiale dei carabinieri, il col. Giuseppe De
Donno.
Alla fine degli anni '80 quando Provenzano non era ancora ufficialmente
sull'elenco dei ricercati per fatti di mafia - De Donno, allora semplice tenente
dei Ros che collaborava con Giovanni Falcone,
apprese dal pentito Angelo Siino che Provenzano poteva contare
su di un influente magistrato della procura della Repubblica di Palermo. E'
questo un particolare che emerge dalle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche
depositate alla procura di Caltanissetta perché finite nell'inchiesta, ormai
archiviata, sul conflitto dello stesso De Donno con l'attuale
procuratore aggiunto di Palermo Guido Lo Forte. La circostanza
singolare è che appena De Donno fece rapporto sulle confidenze di Siino, promosso
capitano, fu trasferito a Roma.
La maledizione di Provenzano in tempi più recenti ha raggiunto anche un alto
ufficiale della finanza, il gen. Mario Iannelli, comandante del Gico.
Iannelli, attraverso una complicata indagine, aveva scoperto che Provenzano,
malato di reni, aveva la possibilità di spostarsi tra Bagheria e Trapani.
La scelta di Iannelli era stata quella di affidare ai suoi
uomini un'indagine a tappeto su tutte le farmacie della zona, allo scopo di
censire tutti i consumatori dei medicinali necessari alla cura dell'apparato
renale.
Improvvisamente - e senza lacuna giustificazione una circolare del ministero
dell'Interno chiuse la sua struttura e lo stesso Iannelli venne trasferito a
Torino.
Anche "Ultimo", il capitano dei Ros che partecipò
all'arresto di Riina, era lanciato alla caccia di Provenzano.
Su incarico della procura di Palermo stava analizzando alcune
intercettazioni telefoniche dalle quali emergevano importnati spunti investigativi
per giungere alla cattura del boss. Senza motivo anche "Ultimo"
è stato trasferito.
Ma, tornando indietro nel tempo, l'occasione più ghiotta di arrestare l'ultimo
dei grandi latitanti era capitata a Bruno Contrada quando aveva
da poco lasciato l'incarico di capo di gabinetto del direttore del SISDE
per recarsi in Sicilia. Fu nel 1991 il capo della Polizia Vincenzo
Parisi ad ordinare al servizio segreto civile e alla Criminalpol, diretta
dal questore Luigi Rossi, di occuparsi dei latitanti: Contrada
lavorò all'inizio sulle intercettazioni telefoniche. Ebbe la foirtuna di incappare
in due intercettazioni particolarmente interessanti: quella sul telefonino di
uno dei fratelli D'Anna, imprenditori di Terrasini, legati
da vincoli di parentela con la moglie di Provenzano, Saveria Palazzolo.
E quella sul cellulare di Carmelo Cariffo, nipote di Provenzano.
Da queste due intercettazioni Contrada riuscì ad individuare nel centro storico
di Trapani la zona nella quale viveva Provenzano. Qualcosa, però, doveva essere
trapelato perché all'improvviso e misteriosamente, nell'estate del 1992, dopo
le stragi in cui persero la vita prima Falcone e poi Borsellino,
i famigliari di Provenzano fecero ritorno a Corleone, dove
tuttora abitano.
Uno degli uomini che lavoravano con Contrada proprio a Corleone
era però riuscito a fotografare i due figli del boss, Francesco e Giuseppe
e a registrane le voci. Un esperto in dialetti siciliani mise Contrada sulla
buona strada: i ragazzi avevano vissuto per anni a Trapani.
Il che confermava quanto era emerso dalle registrazioni telefoniche.
Gli uomini di Contrada, grazie alle foto, scoprirono anche che Francesco Provenzano,
all'epoca bambino, cantava nel coro di una scuola elementare situata proprio
nel centro di Trapani. Non restava, quindi, che vigilare in una zona piuttosto
ristretta come, appunto, il centro di una cittadina come Trapani per
individuare il nascondiglio del boss mafioso. Nel novembre 1992 accadde l'imprevisto:
il gruppo di Contrada venne sciolto su ordine dello stesso Parisi.
Un mese dopo, il 23 dicembre 1992, Contrada finiva in manette con l'accusa di
associazione mafiosa.
Un altro abile investigatore, il colonnello dei carabinieri Michele
Riccio, prima di incorrere in un grave infortunio professionale, stava
dando la caccia a Provenzano.
Nell'ottobre del 1993 Riccio riuscì a convincere ad entrare
in contatto in carcere con Luigi Ilardo, nipote di Francesco
Madonia, altro importante boss mafioso. Tra Riccio e Ilardo
si stabilì un forte rapporto confidenziale, anche se Ilardo non volle mai "pentirsi"
ufficialmente.
Una volta scontata la pena, Ilardo diventò uno degli uomini più importanti di
Cosa nostra a Caltanisetta. I rapporti fra il col. Riccio,
che nel frattempo era passato dai Ros alla Dia, e Ilardo continuarono
fino al maggio del '96 quando Ilardo, finalmente, decise di rendere formale
la sua "collaborazione" e proprio al col. Riccio elencò gli argomenti sui quali
intendeva parlare: tra tutti anche la sua piena collaborazione per la cattura
di Provenzano. Pochi giorni dopo, Ilardo venne assassinato da un commando di
Cosa nostra. Qualche mese dopo, come Contrada,
anche il col. Riccio sarà arrestato.
Dai magistrati della procura di Genova
con l'accusa di traffico di stupefacenti.
De Doponno, Iannelli, "Ultimo", Contrada e Riccio:
avevano in comune la possibilità concreta di catturare Bernardo Provenzano,
detto "Binnu". Chi in un modo, chi in un altro, tutti e cinque sono
stati allontanati dalle indagini.
Cinque coincidenze sono davvero troppe. O forse bisogna pensare che esista davvero
la maledizione di Provenzano?
5) E' GIA' ACCADUTO: L'ARRESTO DI TOTO' RIINA
Anche l'arresto di Salvatore Riina, detto "Totò u curtu", avvenuto
- dopo 26 anni, sei mesi e sei giorni di latitanza il 15 gennaio 1993, venne
preceduto da un baillame di indiscrezioni. Una lettera anonima, giunta a magistrati,
uomini politici e giornalisti subito dopo la strage in cui perse la vita Giovanni
Falcone, con sei mesi di anticipo aveva preannunciato la sua cattura
dopo una trattativa con lo Stato.
Diversi altri segnali annunciarono l'arresto del boss. Nei giorni immediatamente
precedenti, ne parlarono pubblicamente l'allora ministro dell'Interno Nicola
Mancino, il capo della Polizia Vincenzo Parisi, il
direttore del Sismi Cesare Pucci ed il superprocuratore antimafia
Bruno Siclari.
L'arresto di Riina avvenne guarda caso proprio il giorno
in cui il nuovo procuratore capo di Palermo, Giancarlo Caselli,
prese possesso della sua poltrona.
Venerdì 26 gennaio scorso, in un'intervista pubblicata sul Manifesto,
("Provenzano? Un latitante di Stato"), Alfonso Sabella, già
magistrato a Palermo ha confidato al giornalista Rino Cascio:
"Forse nell'inestricabile rete dove è caduto Riina il giorno della sua cattura
c'era qualche filo che portava a Provenzano".
Quando nel 1950 la mafia consegnò, già morto, ai carabinieri il bandito
Salvatore Giuliano, godette di almeno 20 anni di impunità e
dai campi, dal latifondo spostò i suoi affari in città per la droga.
Dalla cattura di Riina sono trascorsi 8 anni e forse adesso tocca a Provenzano.
Oggi, intanto, il traffico della droga è solo un aspetto dell'illecito arricchimento
di Cosa nostra, gli appalti, in questi ultimi anni, hanno portato più soldi
che mai alle casse della mafia. E appalti significano affari e politica. O no?
La storia, in fondo ce lo hanno insegnato a scuola è solo un ripetersi
di accadimenti. Cambiano gli equilibri interni a Cosa nostra. Non cambia
Cosa nostra.
E allora restano solo tre domande alle quali rispondere:
Bernardo Provenzano verrà preso vivo o morto, proprio come
Salvatore Giuliano?
Se verrà preso vivo di chi sarà il merito, della mafia che lo ha consegnato
o della mafia che lo ha abbandonato?
Verrà catturato durante la campagna elettorale o subito dopo?
MISTERI D'ITALIA www.misteriditalia.it. www.misteridtalia.com
Direttore: Sandro Provvisionato
Webmaster: Adriano Sacchetti