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David Herbert Lawrence nacque nel 1885 a
Eas J wood, una cittadina industriale del Nottinghamshire, figlio di un minatore
e di una ex maestra di scuola. Finiti gli studi elementari, all'età di
tredici anni potè iscriversi grazie ad una borsa di studio alla media
superiore di Nottingham, che frequentò fino ai sedici anni, quando si
impiegò in una ditta di articoli medici.
Nel suo terzo romanzo, Figli e amanti,
Lawrence riplasmerà poi nella finzione narrativa le esperienze della sua
infanzia e adolescenza, profondamente senate dal legame con la madre, che
esercitò su di lui un'influenza fortissima, al punto di condizionarlo
anche nella sua vita sentimentale, in particolare nel lungo e formativo rapporto
con Jessie Chambers (la Miriam del romanzo). E cosi l 'immagine della figura
paterna che emerge da Figli e amanti è quella che gli venne trasmessa
dalla madre, incapace di dimenticare la sua superiorità culturale e di
classe nei confronti del marito.
Nel 1906 Lawrence si iscrisse al
Nottingham University College, dove dopo due anni consegui un diploma di
insegnante che gli consentf di ottenere un posto alla Davidson Road School di
Croydon, vicino a Londra. Questa fu l'occasione per entrare in contatto con il
mondo letterario londinese: nel 1909 la English Review diretta da Ford Madox
Ford pubblicò alcune sue poesie e più tardi tre racconti, mentre
l'editore Heinemann accettò di stampargli il primo romanzo, Il pavone
bianco, che uscì nel 1911, poco dopo la morte della madre. Ammalatosi gravemente di polmonite, Lawrencenel 1912
abbandonò l'insegnamento e si dedicò inteamente alla letteratura.
In quello stesso anno fu pubblicato Il trasgressore, che quasi unanimamente fu
considerato il meno felice dei suoi romanzi, e avvenne l'incontro con Frieda von
Richthofen, moglie di un professore di francese allo University College di
Nottingham. Figlia di un barone tedesco, più vecchia di lui di circa
quattro anni, aggressivamente vitale, Frieda iniziò con Lawrence una
intensa relazione (regolarizzata dal matrimonio due anni dopo in seguito al
divorzio di lei) che anche sul piano intellettuale rappresentò per lo
scrittore una svolta di decisiva importanza.
Nel 1913 fu pubblicato Figli e amanti, il
Bildungsroman che segna il momento più alto del primo Lawrence, un
romanzo ancora legato alla tradizione ottocentesca, rispetto alla quale presenta
tuttavia importanti elementi di rinnovamento, pur restando estraneo ad ogni
tentazione sperimentale. L'apprendistato del protagonista Paul Morel, che nasce
dal conflitto tra l'amore possessivo della madre da un lato e l'amore spirituale
per Miriam e l'attrazione sessuale per Clara dall'altro, non si risolve
pienamente neppure con la morte della madre, sentita comunque come una specie di
liberazione. Molto, forse troppo, è stato scritto sul rapporto tra Figli
e amanti e le teorie freudiane: il disaccordo di Lawrence nei confronti del
pensiero di Freud è indubbio, ma è anche vero, come sostiene
Kermode, che seppure in termini diversi possiamo ritrovare in entrambi la
riflessione su uno stalo di disagio che emerge in quel momento storico e le cui
cause venono individuate nel contrasto tra la sfera sessuale e quella
"culturale". La parte più convincenre del romanzo è
tuttavia la prima, che descrive con grande incisività la vita
della.famiglia More, il contrasto e l'incompatibilità tra i genitori di
Paul, la realtà sociale culturale e umana di un ambiente proletario in
cui il vecchio mondo rurale non è ancora stato del tutto cancellato
dall'industrialismo.
La pubblicazione di Figli e amanti
avvenne nel pieno della relazione "illegittima" con Frieda,
contrassegnata da lunghi soggiorni all'estero, in particolare in Italia. Nel
giugno del 1914 I awrence tornò in Inghilterra per sposare Frieda, che
aveva finalmente ottenuto il divorzio, e vi rimase per tutti gli anni della
guerra. Il periodo bellico fu durissimo per Lawrence, trattato con dilfidenza
per le sue posizioni pacifiste (spesso lette in chiave filogermanica), accusato
di immoralità per il romanzo L'arcobaleno, pubblicato nel 1912 e
sequestrato dopo un processo per oscenità, sospettato addirittura di
spionaggio ed espulso dalla Cornovoglia dove si era stabilito con Frieda.
Soltanto nel 1919 i coniugi Lawrence riottennero il passaporto: la loro partenza per l'ltalia fu l'inizio di un volontario esilio che, salvo brevi intervalli, durerà per tutta la
vita dello scrittore.
Al soggiorno italiano (Firenze, Capri,
Taormina, la Sardegna) segui un viaggio in India e a Ceylon indi in Australia e,
via Nuova Zelanda e Tahiti, negli Stati Uniti. Qui i Lawrence si fermarono nel
Nuovo Messico e poi, nel 1923, in Messico, dove ritornarono dopo una parentesi
londinese di pochi mesi. Furono anni di grande fervore creativo, accompagnato
dalla pubblicazione di quasi tutte le opere più significative di
Lawrence. A partire da Donne innamorate stanpato privatamente nel 1920 e
ritenuto dall'autore il suo migliore romanzo. In quest'opera, anch'essa ricca di
riferimenti autobiografici, Lawrence esamina il rapporto tra individuo e
ambiente e soprattutto tra uomo e donna, sottolineando l'influenza che hanno su
quest'ultimo le donne. Dopo la sua morte, è finalmente diventato possibile leggere saggi su Lawrence
che non si preoccupino più di essere "a favore" oppure "contro", ma che si propongano
semplicemente di dare un giudizio critico su un autore che comunque è
ormai universalmente riconociuto come uno dei più importanti di questo
secolo.
Al centro della problematica di Lawrence
sta la critica all'industrialismo, la condanna del mito della civiltà
industriale, di un sistema che costringe tutta l'energia umana a una
competizione per il mero guadagno.
Alla bellezza del paesaggio naturale egli
contrappone la bruttezza di quello industriale, metafora del rapporto tra natura
e società all'interno dell'animo dell'uomo contemporaneo. Pur rimanendo
all'interno di un pensiero critico ostile alla società industriale di
matrice radicale ottocentesca, Lawrence propone la visione personalissima di un
mondo che supera l'opposizione tra passione e ragione, tra natura e storia, tra
individuo e società in quanto riesce a conservare I'attività
vitale spontanea contro le costrizioni e la rigidità del sistema
industriale.
Questo però non è visto
come un percorso individuale, anche se Lawrence, letterato e non politico, fu in
un certo senso costretto a ricercare una via d'uscita che aveva tutte le
caratteristiche e i limiti della soluzione individualistica.
L'istinto comunitario rappresenta un
elemento fondamentale del suo pensiero e la società industriale viene
attaccata proprio in quanto distrugge tale istinto: Lawrence vagheggia un mondo
in cui gli uomini possano insieme seguire il comune anche se conflittuale
percorso suggerito dall'istintivo impulso che li lega, recuperando il perduto
senso di comunità.
Al di là delle discutibili singole
affermazioni contenute nella lettera di Mellors con cui si chiude L'amante di
Lady Chatterley, questo è il senso ultimo non soltanto della
lettera ma in generale del pensiero di Lawrence, teso alla ricerca di valori
alternativi che nella comunità redenta dai mali dell'industrialismo
dovrebbero realizzarsi.
Entro questa cornice deve intendersi il
ruolo che viene attribuito all'esperienza sessuale, intesa non come soluzione
miracolosa, ma come fattore di recupero della "realtà
creativa", come un mezzo per il ritorno all'essenza dell'io in quanto atto
che coinvolge tutto l'essere umano. Per Lawrence nell'uomo, come nella donna,
coesistono l'elemento maschile e quello femminile: il rapporto sessuale fa si
che l'elemento femminile dell'uomo venga assorbito dalla donna e viceversa,
consentendo la soluzione di tale dualismo; attraverso di esso avviene una
reciproca esplorazione che varca i confini dell'inconscio e che permette
all'individuo di raggiungere la pienezza dell'essere. Lawrence non sostiene
quindi che il sesso risolve ogni problema: certamente colloca l'esperienza
sessuale al centro dell'esperienza umana e, soprattutto nei momenti meno felici,
gli attribuisce un significato di importanza spropositata, in una logica
totalmente astorica che trova una giustficazione soltanto in se stessa. Ma
ciò non deve farci dimenticare che la posizione di Lawrence, oltre che
rappresentare un atteggiamento di sana rivolta contro l'eredità
vittoriana, ha una sua validità nella proposizione di un rapporto
sessuale pieno, libero e senza vergogna di contro a quello meschino e meccanico
che egli trova nella società industriale.
E questo senza alcuna concessione al
permissivismo, ma anzi con un atteggiamento per certi versi addirittura puritano.
Alla luce di queste considerazioni lo scandalo e le accuse di pornografia
che venivano mosse a L'amante di Lady Chatterley ancora venti anni fa sembrano
davvero inverosimili; ma non c'è dubbio che all'epoca in cui il romanzo
fu pubblicato lo shock, come prevedeva e voleva lo stesso autore, era più
che comprensibile.
Lawrence si proponeva infatti
di combattere la grande
menzogna dell'Ottocento , la repressione della sessualità caratteristica
della morale vittoriana: un primo mezzo, quello che suscitò le più
accese accuse di pornografia, fu il ricorso alle parole oscene, che però,
spiega Lawrence, oscene non sono se non per le distorte associazioni
mentali che le hanno fatte diventare tabù. Porre fine a tali
associazioni purificando la mente è il compito che lo scrittore si assume
e che attua in due modi: scegliendo quelle parole che, per quanto crude, abbiano
una dignità, ora negata, in quanto appartenenti ad un passato vitale
e non contaminato e mettendole in bocca a Mellors che parla in dialetto, dove
sono parte della natura e quindi pure (mentre sono oscene se pronunciate nel
salotto dei Chatterley).
La chiave di volta per Lawrence consiste nel rovesciamento della concezione tradizionale, per cui la sessualità viene associata alla purezza anzichè alla vergogna, che è la fonte dell'oscenità: lo stesso atto di sodomizzazione compiuto da Mellors, I'esplorazione degli ultimi e profondi recessi della vergogna organica , non solo non è osceno, ma è un atto liberatorio, necessario per bruciare e distruggere le false vergogne. Soltanto la rinascita di una
"coscienza fallica può consentire la salvezza, in un tempo
essenzialmente tragico (per usare le parole con cui si apre il romanzo), di un mondo ormai
moribondo. La colpa è del meccanismo avido, dell 'avidità
meccanizzata del mondo scintillante di luci in cui si trova il male
immenso pronto a distruggere tutto ciò che gli si oppone : la
vecchia Inghilterra agricola sta scomparendo, cancellata dalla nuova Inghilterra
industriale che si appresta a produrre una generazione di presuntuosi
effeminati, privi di linfa vitale, una nuova razza di uomini
ultrasensibili dal lato del denaro e da quello politico e sociale, ma per
quello che è spontaneo e intuitivo, più morti dei morti .
E' un panorama disastrato,
descritto con rabbia e amarezza, ma al tempo stesso con la consapevolezza che
non è possibile tornare indietro.
Quello che si è fatto del popolo in questi ultimi cento anni è una vergogna: gli uomini trasformati in animali da lavoro, privati di ogni virilità, di tutta la loro vera vita , dice Mellors. La sua via d'uscita passa attraverso la riscoperta della coscienza fallica" che sola può ristabilire la perduta armonia tra carne e spirito. La sessualità non è fine a se stessa, ma è il mezzo per arrivare successivamente ad una condizione di vita piena e soddisfacente. Lawrence tende ad attribuire una
validità generale a tale soluzione (e su questo terreno la sua
fragilità ideologica non ha bisogno di essere sottolineata); ma anche se
L'amante di Lady Chatterley è un romanzo che propone un modello di
comportamento, resta il fatto che fondamentalmente questa è la risposta
individuale di Mellors, valida per lui a partire dalle condizioni in cui si
trova ad agire. Entro questi limiti è possibile coglierne l'interesse
nella denuncia della disumanizzazione causata dalla civiltà industriale,
nella reazione ad una mentalità che considerava il sesso come un
vergognoso segreto e, di contro, nell'affermazione del bisogno di unire
tenerezza e sensualità. Tenerezza è per l'appunto il titolo che
Lawrence pensava in un primo tempo di attribuire al romanzo).
Mellors e Lady Chatterley riescono dunque
a raggiungere quell'equilibrio naturale che il mondo moderno ha distrutto: a
questo proposito è tuttavia opportuno notare come ciò avvenga
all'interno di una logica tutta maschile.
E' illuminante l'astio con cui Mellors
descrive l'atteggiamento delle donne nei confronti dell'atto sessuale; ma lo
è soprattutto il modo in cui la rinascita di Constance Chatterley avviene
ad opera dell'amante.
E' sempre lui l'agente attivo di tale
processo, è il 'fallo' lo strumento di rigenerazione che fa rinascere
alla vita.
Questo complesso materiale ideologico e
simbolico è organizzato all'interno di una struttura narrativa
estremamente lineare. La storia in sè è tutto sommato
tradizionale e il modo in cui si svolge non si discosta molto dagli schemi del
romanzo ottocentesco. I personaggi sono socialmente e storicamente connotati, i
luoghi riproducono fedelmente gli aspetti contraddittori del paesaggio delle
Midlands.
Ma allo stesso tempo hanno una valenza simholica fortissima seppure nascosta dalla scrittura realisticain cui sono immersi. In questa capacità di.far convivere simbolismo e realismo (in misura maggiore e in modo più convincente che in Donne innamorate) consiste l'elemento originale del romanzo sul piano della tecnica narrativa. Non soltanto i personaggi, ma anche i singoli episodi, come la scena di Constance e il pulcino, e soprattutto la successione delle varie fasi del rapporto tra i due amanti, rispondono contemporaneamente ad un disegno simbolico ed alI'esigenza di raccontare una vicenda che si spiega da sè, che ha in sè, nella sua capacità di riflettere la realtà contemporanea, il suo significato ultimo. Numerosissimi sono gli esempi che
potrebbero illustrare la compresenza dei due livelli. Valga per tutti, come
è stato giustamente notato, la contrapposizione tra Wragby Hall in cui
abita sir Clifford Chatterley, simboli del potere e della sterilità, e il
bosco circostante in cui agisce Mellors, simboli della vita e della
fertilità: nel bosco, paradiso terrestre governato dalle leggi di sir
Clifford, il Dio negativo, avviene l'incontro tra i due amanti che dovranno
quindi abbandonarlo come Adamo ed Eva. Ma la loro è una 'felix culpa',
una scelta di liberazione suggellata dalla maternità, dalla vita
contrapposta alla sterilità e alla morte. Il significato simbolico non si sovrappone
però al racconto, che si sviluppa liberamente all'interno della sua
logica e che è in grado da solo di comunicarci la professione di fede di
Lawrence.
Perchè tale è L'amante di
Lady Chatterley, un romanzo che, pur presentando un'immagine catastrofica della realtà sociale in
cui è stato concepito, cerca di suggerirci una possibilità di
riscatto.
Undicesima e dodicesima puntata
Fine prima parte Arrivata al cancello del
parco, Connie udì il rumore leggero e secco del saliscendi.
Egli era Iì, dunque, nel buio del bosco,
e l'aveva vista. --Sei
di parola e in anticipo --disse, uscendo dall'oscurità. --E
andato tutto bene? --Sì, senza nessun incidente.
Egli chiuse silenziosamente il cancello dietro di lei e illuminò un tratto del terreno buio, facendo risaltare i fiori pallidi ancora dischiusi nella notte. Si avviarono separati, in silenzio. --Sei sicuro di non esserti fatto male stamane con la carrozzetta? --ella disse. --No, no!
- Che conseguenze ti ha lasciato quella polmonite? --Oh, nulla. Non ho più il cuore molto forte, e i polmoni hanno un po' perduto elasticità. Ma è sempre così dopo una polmonite. --E non dovresti fare sforzi fisici violenti... --Non troppo spesso. Ella camminava silenziosa e irritata. --Hai detestato Clifford? --disse infine. --Lui? No! Ho incontrato troppi uomini come lui per prendermi il disturbo di detestarlo. So a priori che quel tipo d'uomo non mi piace, e basta. --Quale tipo? --Lo sai meglio di me. Quel tipo di giovani gentlemen che sembrano più donne che uomini: senza coglioni. --Senza che? --Senza palle! Palle d'uomini!
Ella riflettè. --Ma c'entra poi tanto? --disse, un po' contrariata.
--Si dice che un uomo è senza cervello quando è stupido, che non ha
cuore quando è avaro, e che non ha fegato quando è vile. E quando non
ha nemmeno un po' di genuina
virilità si dice che è senza coglioni. Quando è addomesticato, per così
dire. Ella riflettè --E Clifford è addomesticato? --domandò. --Sì, e
anche disgustoso, come la maggior parte degli uomini di quel genere
quando li prendi di petto.
--E tu credi di non essere addomesticato? --Forse, ma non del tutto.
Da Iontano ella vide una luce gialla. Si fermò. C'èluce? --disse. -Lascio sempre una lampada accesa in casa. Ella riprese a camminare
al suo fianco, senza toccarlo, domandandosi perchè mai andasse
con lui.
Egli aprì la porta, poi, quando furono entrati, la richiuse a chiave dietro di sè. "Come una prigione!" pensò Connie. La pentola bolliva presso il fuoco rossastro, e c'erano alcune tazze sulla tavola. Ella si sedette sulla sedia a braccioli vicino alla tavola. La stanza sembrava molto calda dopo il freddo i fuori. --Mi tolgo le scarpe, sono bagnate --disse. Mise i piedi coperti dalle calze sul lucido parafuoco d'acciaio. Egli andò a cercare del cibo nella dispensa: pane, burro
e lingua in conserva. Ella aveva caldo: si tolse il mantello,
ed egli lo appese alla porta.
--Prendi cacao, tè o caffè? --chiese. -Non ho voglia di nulla, grazie --diss'ella guardando la tavola. --Ma tu devi mangiare lo stesso. -No, non importa. Dai soltanto da mangiare al cane. Andava e veniva sul pavimento
di mattoni con calma e sicurezza, preparando il cibo del cane
in una scodella.
L'animale lo guardava con ansia. -Eccoti la cena. E' inutile che tu voglia darmi a intendere che non ne vuoi sapere --disse. Mise la scodella sulla
stuoia ai piedi delle scale e si sedette su una sedia vicino
al muro per togliersi le scarpe.
La cagna invece di mangiare tornò vicino a lui, si accucciò e lo guardò turbata. Si slacciò le ghette lentamente. La cagna gli si fece un po' vicino.
-Che cosa c'è che non va? Sei agitata perchè c'è un'altra persona? Sei
femmina, sei! Va' a mangiare la tua cena. Le mise la mano sulla testa
e la cagna spinse il muso contro di lui. Egli le tirò lentamente e con
dolcezza le orecchie lunghe
e morbide. - disse -- Va' a mangiare la cena! Va'! chinò la sedia verso
la scodella sulla stuoia e il cane si avvicinò obbediente e si mise
a mangiare. --Ti piacciono i cani? --gli domandò Connie. -No, non molto.
Sono troppo addomesticati e si affezionano troppo. S'era tolto le uose
e si stava slacciando le grosse scarpe. Connie si era scostata dal fuoco.
Com'era nuda quella piccola stanza!
Tuttavia contro il muro era appesa una fotografia ingrandita che mostrava due giovani sposi: lui, senza dubbio, e una giovane donna, dal volto ardito che doveva essere sua moglie. --Sei tu? --gli chiese Connie. Egli si voltò e guardò
il ritratto che pendeva sopra la sua testa. --Sì. Quella fotografia
fu presa prima del nostro matrimonio, quando avevo ventun anni.
Guardava la fotografia con aria impassibile. -Ti piace? --gli
chiese Connie.
--La fotografia? No! Non mi è mai piaciuta. Ma fu lei a predisporre tutto per farla fare, sembra. Riprese a togliersi le scarpe. --Se non ti piace, perchè la tieni
appesa lì? Forse tua moglie sarebbe contenta di averla. Egli la guardò
con un sogghigno improvviso. --Ha portato via con un carro tutto quello
che valeva la spesa della fatica --disse.--Ma questa, l'ha lasciata.
--Allora perchè la conservi? Per motivi sentimentali?
--No, non la guardo mai. Quasi non ricordavo che ci fosse ancora. E' appesa lì da quando siamo venuti in questa casa. --Perchè non la bruci?
Egli si voltò di nuovo e guardò la fotografia. Aveva una cornice bruna e dorata, terribie. Rappresentava un giovane ben raso, vivace, dall'aspetto molto giovanile, con un colletto alquanto alto, e una donna giovane, grassoccia, ardita, con i capelli arricciati e vaporosi, che indossava una blusa di raso scuro. --Non sarebbe una cattiva idea, vero? --diss'egli. Si era tolto le scarpe e aveva messo le pantofole. Salì sulla sedia e staccò le fotografia dal muro. Rimase sulla carta da muro verdastra un grosso riquadro smorto. --Non val più la pena di spolverarla ora --disse, appoggiando il ritratto contro il muro. Andò nella retrocucina, ritornò con martello e tenaglia. Si sedette al posto di prima, e si mise a stracciar via la carta dietro la grande cornice, a togliere i chiodi che tenevano fermo il cartone, lavorando con l'atteggiamento calmo e assorto che gli era caratteristico. Tolse rapidamente i chiodi: poi staccò il cartone, poi la fotografia stessa con la sua solida montatura bianca. La guardò divertito. --Ecco che cos'ero: un giovane curato --disse- e lei una spavalda. Il saputello e la spavalda. --Fammi vedere --disse Connie. Egli appariva invero ben raso e molto lindo, un giovane a modo, quali se ne vedevano vent'anni fa. Ma anche sulla fotografia aveva occhi vivi e intrepidi. E la donna non era proprio la spavalda che egli diceva, nonostante la mascella pesante. C'era in lei un che di patetico. --Non si dovrebbero conservare mai queste cose --disse Connie. --Mai conservarle! Non si dovrebbe mai farle fare! --Spezzò sulle ginocchia la fotografia e la montatura, e quando furono ridotte a pezzi abbastanza piccoli gettò tutto sul fuoco. -Mi dispiace perchè sciuperanno il fuoco --disse. Il vetro e il cartone li portò di sopra con cura. Ruppe la cornice con qualche colpo di martello facendone saltar via lo stucco. Poi portò i pezzi nella retrocucina. -Li bruceremo domani -- disse.
--Ci sono troppe modanature di gesso sopra. Dopo aver sparecchiato si
sedette. -Hai voluto bene a tua moglie? --disse Connnie --Se le ho voluto
bene?
Hai mai voluto bene a Sir Clifford tu? Ella non si lasciò sviare: --Ma le hai voluto bene? --insistette. -Voluto bene? --egli ripetè con un sogghigno. --Forse le vuoi ancora bene --diss'ella- lo? -- I suoi occhi si allargarono. --Ah, io. Non ci posso nemmeno pensare --disse con calma. -Perchè? egli scosse la testa. -Allora perchè non divorzi? Un giorno o l'altro tornerà. --disse Connie. Egli la guardò vivamente. -Non verrebbe per nulla al mondo. Mi odia molto più che non la odi io. --Vedrai che ritornerà. -Non verrà mai. Tutto è finito. Vederla mi darebbe la nausea. --La vedrai. E non sei nemmeno separato legalmente da lei, non è vero? --No. --Ah, bene, allora tornerà e dovrai tenertela. Eli guardò Connie fissamente. Scosse la testa col movimento strano che gli era abituale. --Forse hai ragione. Sono stato uno stupido a tornare qui. Ma mi sentivo perduto, e dovevo pure andare da qualche parte. E' così triste vagabondare qua e là, per un pover'uomo! Ma hai ragione, otterrò il divorzio e la mia libertà. Detesto queste cose come la morte:
funzionari, tribunali, giudici. Ma bisogna che la finisca. Divorzierò.
Ella vide che stringeva le
mascelle, e nel segreto del suo cuore esultò. -Prenderò una tazza di
tè, ora--disse.
Egli si alzò per preparare il tè. Ma la sua espressione rimase aggrottata. Quando si sedettero a tavola, ella gli domandò: --Perchè l'hai sposata? Valeva meno di te. Mrs.Bolton mi ha parlato di lei. Non ha mai potuto capire perchè tu l'abbia sposata. --Te lo dirò --disse. --Con
la prima ragazza che ebbi, cominciai a sedici anni. Era figlia
d'un maestro di Ollerton, graziosa, bella anzi. Mi si considerava
un giovane intelligente: ero appena uscito dal collegio di Sheffield,
sapevo un po' di francese e di tedesco, ero molto fuori del
comune. Ella era romantica, e detestava ogni cosa volgare. Mi
spinse alla poesia e alla lettura, in un certo senso fece di
me un uomo. Lessi e pensai con accanimento, per lei. Ero giovane,
impiegato in un ufficio di Butterley, magro, pallido, e tutte
le cose che leggevo mi ribollivano dentro. E non c'era cosa
della quale non parlassi con lei.
Le nostre conversazioni andavano da Persepoli a Timbuctù. Eravamo la coppia letterariamente più colta per dieci contee all'intorno. Declamavo estasiandomi in lei, proprio estasiandomi. Ero come fra le nuvole. Ed ella mi adorava. Ma il serpente nascosto nell'erba era il sesso. Ella non aveva sesso, almeno non dove lo si trova comunemente. Io mi facevo sempre più magro e
più esaltato. Allora le dissi che dovevamo diventare amanti. La convinsi
a parole, come sempre. Io ero eccitato, ma lei non ne aveva nessuna
voglia, nessuna voglia al mondo. Mi adorava, le piaceva sentirmi parlare
e lasciarsi baciare: in questo
modo nutriva una passione per me. Ma quanto al resto non ne voleva sapere.
Ci sono moltissime donne
di quel genere. Io, invece, volevo proprio il resto. Così la
rompemmo. Fui crudele e la lasciai.
Poi mi misi con un'altra
ragazza, una maestra, che aveva provocato uno scandalo facendo
quasi perdere la ragione a un uomo sposato.
Era una donna morbida e bianca, più vecchia di me, e sonava il violino. Era un demonio. Le piaceva tutto dell'amore, eccetto quello sessuale. Era leziosa e carezzevole, si insinuva in tutti i modi, ma se la si forzava ad amare sessualmente digrignava i denti e sprizzava odio da tutte le parti. Io la costrinsi a cedermi ed ella mi riservò tutto il suo odio. Così fui deluso ancora una volta. Tutto questo mi ripugnava. Allora venne Bertha Coutts. I Coutts avevano abitato a porta a porta con noi quando ero ragazzo, perciò li conoscevo molto bene. Erano volgari. Bertha era andata via a lavorare non so dove a Birmingham; come dama di compagnia, diceva lei, ma tutti gli altri dicevano che era cameriera o qualcosa di simile in un albergo. In ogni modo, proprio quando ne avevo più che abbastanza dell'altra ragazza, Bertha tornò a casa con grandi arie, molte grazie e vesti eleganti, e una sorta di splendore, quello splendore sessuale che appare qualche volta nelle donne o nelle sgualdrine. Io ero pronto a tutto. Lasciai il mio impiego a Butterley, perchè quel lavoro da impiegato mi sembrava una perdita di tempo; e mi occupai come maniscalco capo a Tevershall. Ferravo i cavalli, soprattutto. Era stato il mestiere di mio padre, ed ero vissuto sempre con lui. Il lavoro mi piaceva, quell'avere a che fare coi cavalli, e mi trovavo a mio agio. Così smisi di parlare in lingua, come dicono, di parlare l'inglese correttamente e ripresi a parlare il dialetto. Continuai a leggere a casa. Ma ferravo i cavalli e avevo un calesse tutto per me. Mio padre mi lasciò trecento sterline, quando morì. Allora mi legai con Bertha; ero contento che fosse volgare, volevo che lo fosse, e volevo esserlo anch'io. La sposai, e da principio non fu cattiva. Le altre donne, le "pure", mi avevano quasi privato dei testicoli, ma a Bertha non avevo nulla da rimproverare da quel lato. Mi voleva, e non faceva storie. Ero al settimo cielo. Non cercavo altro: una donna che volesse essere posseduta da me. Così io la possedevo quanto più potevo. E credo che mi disprezzasse un po' perchè ci provavo tanto piacere e le portavo qualche volta la colazione a letto. Trascurava le faccende di casa, non mi preparava un pranzo conveniente quando tornavo dal lavoro, e se le dicevo qualcosa mi si avventava contro. Io reagivo violentemente. Lei mi gettava una tazza
in testa, e io la prendevo per la nuca e quasi la strozzavo.
Una cosa orrenda! Ma mi trattava con insolenza. Era giunta al
punto di non volersi più coricare con me quando ne avevo voglia:
mai. Mi respingeva sempre brutalmente. E quando mi aveva respinto
e io non la volevo più, tornava piena di moine, e io le cedevo.
E ci stavo sempre.
Ma quando la prendevo, non godeva
mai insieme a me. Mai. Aspe!tava.
Se io mi trattenevo per mezz'ora ella si tratteneva ancora più a lungo. E quando avevo realmente finito, allora ricominciava lei, e dovevo rimanere dentro di lei finchè avesse goduto, torcendosi e gridando: si aggrappava lì in basso freneticamente e godeva, in estasi. Allora diceva: "Com'è bello! A poco a poco mi disgustai: ed ella peggiorò di giorno in giorno. Diventò sempre più restìa a godere, e quasi mi lacerava lì in basso come avesse avuto un becco. Per Dio! Si crede che una donna sia morbida come un fico, là inbasso! Ma credo che le vecchie baldracche abbiano un becco fra le gambe, col quale dilaniano un uomo fin che non ne pìù. L'io, il proprio io! E nulI'altro! Non pensano che a se stesse, e urlano e dilaniano! Si parla dell'egoismo dell'uomo, ma dubito che possa raggiungere la cieca durezza delle donne, una volta che han preso quella piega. Come vecchie
sgualdrine! Ed ella non ne poteva fare a meno. Gliene parlai
e le dissi quanto detestassi il suo modo di fare. Tentò anche
di correggersi. Provò a starsene immobile e lasciarmi fare da
solo.
Fece il tentativo. Ma non servì
a nulla. Doveva fare lei, macinarsi il caffè da sola!
E tornò all'antico con una necessità folle; doveva lasciarsi andare, e lacerare, lacerare come non avesse altra sensibilità che alla punta del becco, proprio alla punta che strofinava e strappava. Le antiche prostitute facevano così, dicono. C'era in lei una turpe ostinazione, una specie di ostinazione folle, come in una donna che beve. Ma alla fine non potei più sopportarla. Dormivarno separati. Fu lei a cominciare, in uno di quei momenti in cui voleva liberarsi di me quando diceva che la tiranneggiavo. Ma venne il tempo in cui non volli più che entrasse in camera mia. Non volevo. Detestavo tutto questo. Ed ella aveva orrore di me. Mio Dio, come mi odiò prima della nascita di quella bambina! Penso spesso che la concepisse nelI'odio. Del resto, dopo la nascita della bambina, la lasciai tranquilla. Poi venne la guerra e mi arruolai. E tornai soltanto quando seppi che viveva con quell'individuo di Stacks Gate. S'interruppe, pallido. --Che genere d'uomo è? --domandò Connie. --Un grosso bamboccione, molto ordinario. Lo maltratta e bevono tutt'e due. --Guai se tornasse!... --Per Dio, sì! Partirei, scomparirei di nuovo. Non mi resterebbe altro. Tacquero. I pezzetti di cartone non erano ormai che cenere grigia. --Così, quando trovi una donna che ti desidera --disse Connie-- ne hai abbastanza molto presto. --Sì! Così sembra! Tuttavia, anche così, preferisco Bertha alle "pure" che non vogliono mai, mai, al candido amore della mia adolescenza, e a quelI'altro giglio dal profumo velenoso e alle altre. --Quali altre? --disse Connie. -Le altre? Non ce ne sono. Soltanto, credo per esperienza che la maggior parte delle donne siano così: vogliono un uomo ma non vogliono l'amore sessuale; vi si rassegnano come a un male inevitabile. Quelle che sono più fuori moda se ne stanno distese, inerti, e lasciano fare. Non ci trovano a ridire, e poi ti vogliono bene. Ma la cosa in sè non è nulla per loro, soltanto un po' ripugnante. E la maggior parte degli uomini ne sono soddisfatti. Io ne ho orrore. Ma le donne scaltre, fatte a quel modo, fingono di essere diverse. Simulano di essere piene di passione, di provare grandi brividi. Ma è una commedia. Poi ci sono quelle che amano tutto, tutte le sensazioni, tutti i godimenti, eccetto quello naturale. Fanno sempre godere quando non si è dove si dovrebbe essere per godere. Poi ci sono le dure, che occorre il diavolo per farle godere, e godono da sole, come mia moglie. Vogliono essere la parte attiva. E quelle che sono morte di dentro, del tutto morte; e lo sanno. E quelle che ti fanno uscir l'uomo prima che abbia realmente goduto, e continuano a contorcere le reni finchè godono contro le sue cosce. Ma quelle sono soprattutto le lesbiche. E' straordinario quante donne siano lesbiche, consapevolmente o no. Mi sembra che siano quasi tutte lesbiche. --E t'infastidisce? --domandòConnie. --Mi sentirei di ucciderle! Quando sono con una donna che è veramente lesbica, grido dentro di me e vorrei ucciderla. --E che fai invece? -Vado via il più presto possibile. --Ma credi che le le sbiche siano peggiori degli omosessuali maschi? --Sì, perchè ho sofferto di più per colpa loro. In teoria non ne so nulla. Quando mi trovo con una lesbica, consapevole o no, vedo rosso. No, no! Ma non volevo più avere a che fare con donne. Volevo pensare a me solo, conservare la mia solitudine e la mia dignità. Era pallido, la fronte corrugata. --E ti dispiacque d'incontrarmi? --domandò Connie.- Ho provato rammarico e gioia. -E ora? --Ora temo tutto quello che può venire dal di fuori: tutte le complicazioni, le accuse, tutte le brutture inevitabili che ci attendono. Ci penso nei momenti di depressione. Ma quando mi rianimo, allora sono contento. Sono anche esultante. Stavo davvero per diventare amaro, credevo che non ci fosse più amore; che non ci fossero più donne capaci di godere naturalmente con un uomo, eccetto le negre; perchè, insomma, noi siamo dei bianchi e le negre sono un po' come il fango. --E ora sei contento di me? --Sì, quando posso dimenticare il resto. Quando non lo posso dimenticare, mi vien voglia di coricarmi sotto la tavola e morire. --Perchè sotto la tavola? --Perchè? --diss'egli ridendo.-- Per nascondermi, credo, bambina! --Sembra davvero che tu abbia fatto una terribile esperienza delle donne--diss'ella. --Vedi, non mi sono mai potuto illudere, come la maggior parte degli uomini. Adottano un'abitudine, accettano una menzogna. Non ho mai potuto ingannare me stesso. Sapevo quel che volevo da una donna e non ho mai potuto dire di avere ottenuto quello che non avevo trovato. --Ma l'hai ottenuto ora? -Sembra quasi di sì. -Allora perchè sei così pallido e triste? -Troppi ricordi! E poi, forse, ho paura
di me stesso. Ella rimase silenziosa. Si faceva tardi.
--E credi che abbiano importanza, un uomo e una donna? --chiese -- Per me sì. Per me è l'essenza della vita avere con una donna una relazione quale si conviene. --E se non l'hai? -Allora bisogna che ne faccia senza. Ella riflettè ancora prima di chiedergli: -E credi di avere agito sempre bene con le donne? -Dio mio, no! Ho pur lasciato che mia moglie diventasse quello che è diventata: è colpa mia, in gran parte. L'ho rovinata io. E poi sono molto diffidente. Devi aspettartelo. Non ripongo molta fiducia in nessuno, profondamente. Così, forse, sono anch'io un impostore. Sono sospettoso. E la tenerezza non si può fingere. Connie lo guardò. --Diffidi anche del tuo corpo, quando il sangue ti si agita? --disse. --Allora no, non diffidi, vero? --Ahimè, no! Per questo ho patito tutte le mie pene. E per questo motivo il mio spirito è così profondamente diffidente. --Lascia che il tuo spirito
diffidi! Che cosa importa? Il cane, inquieto, sospirò sulla
stuoia. Il fuoco, soffocato dalla cenere, si andava spegnendo.
-Siamo due combattenti sconfitti --disse Connie. --Anche tu?
--diss'egli ridendo. --Ed ecco che torniamo al combattimento.
--Sì, ho veramente paura. -Ah!
Egli si alzò, mise le scarpe di Connie ad asciugare, pulì le sue e le posò vicino al fuoco. Le avrebbe pulite al mattino. Poi smosse la cenere del cartone
per attizzare il fuoco. - Anche bruciata è sordida --disse. Andò a prendere
qualche stecco per accendere il fuoco al mattino, poi usci un momento
con il cane. Quando ritornò Connie disse: --Voglio uscire anch'io un
momento. Uscì sola nelle tenebre. In cielo brillavano le stelle. Sentiva
il profumo dei fiori nell'aria notturna, e sentiva che le sue scarpe
umide si bagnavano anche di più. Ma desiderava di andare via, lontano
da lui, da tutti.
Faceva freddo. Ebbe un brivido e rientrò. Egli era seduto vicino al fuoco morente. --Che freddo! --diss'ella rabbrividendo. Egli mise qualche ramo sul fuoco, ne cercò altri, finchè il focolare rosseggiò di un gran fuoco crepitante. Le fiamme gialle che danzavano e si rincorrevano li resero felici, riscaldando loro il viso e l'anima. --Non importa! --diss'ella, prendendo la mano di lui che sedeva silenzioso, assente. --Si fa del proprio meglio. --Sì!-- Egli sospirò e sorrise con un piccolo sorriso forzato. Connie gli si fece vicina, gli scivolò tra le braccia, mentre egli sedeva lì davanti al fuoco.--Dimentica dunque! --diss'ella.--Dimentica! Egli la teneva stretta, nel vivo calore del fuoco. La fiamma stessa era come un oblìo. E il peso della donna, dolce, tenera, matura! Lentamente il suo sangue si agitò, cominciò a rifluire di nuovo verso la forza e il vigore. --Forse le donne avrebbero voluto esserti veramente vicine e amarti; soltanto, forse, non ne erano capaci. Forse non è del tutto colpa loro --diss'ella. -Lo so. So bene che ero un serpente calpestato e con la spina dorsale spezzata. D'un tratto ella si aggrappò a lui. Non aveva ricominciato quei discorsi di proposito. Ma una specie di malignità l'aveva spinta a farlo. -Ma ora non lo sei più --disse. --Non sei più un serpente calpestato e con la spina dorsale spezzata. --Non so che cosa sono. Ci saranno ancora giorni neri davanti a me. --Ma no --protestò stringendosi a lui. --Perchè, perchè? --Ci saranno brutti giorni per noi e per tuttie gli ripetè con profetica tristezza. -No! Non devi dir questo! Egli tacque. Ma ella sentì in lui il vuoto della disperazione più nera. Era la morte di ogni desiderio, la morte di tutto l'amore; quella disperazione era come un'oscura caverna nel fondo degli uomini, e il loro spirito vi si perdeva. --Parli così freddamente del sesso --diss'ella;-- ne parli come se non avessi cercato che il tuo piacere, la tua soddisfazione. Protestava nervosamente contro di lui. -No! --diss'egli-- Cercavo il mio piacere e la mia soddisfazione da una donna, e non ne ho fatto mai nulla, perchè non potevo avere il mio piacere e la mia soddisfazione da lei senza che ella li ottenesse da me nello stesso tempo. E questo non è mai accaduto. Bisogna essere in due per questo. --Ma non hai mai creduto alle donne che hai avuto. In fondo non credi neanche a me. -Non so che cosa vuol dire credere in una donna. -Questo è il male! Ella era sempre accoccolata sulle sue ginocchia. Ma lo spirito di lui era
grigio e assente, lontano da lei. E tutto quello che ella diceva
lo respingeva anche più lontano.
--Ma a che cosa credi allora?
--insistette Connie.
--Non lo so. -A nulla. Sei come tutti gli uomini che ho conosciuto. Tacquero. Poi egli si rianimò e disse: --Sì, credo in qualche cosa. Credo nella necessità di avere un cuore caldo. Credo soprattutto nella necessità di avere un cuore caldo in amore, nel prendere una donna con cuore caldo. Credo che se gli uomini potessero amare con cuore caldo e le donne accettassero con cuore caldo il loro amore tutto andrebbe bene. Ma tutto questo amoreggiare a freddo e senza cuore non è che morte e idiozia. --Ma tu non mi prendi freddamente e senza cuore --diss'ella. --lo non voglio prenderti affatto. Il mio cuore è freddo come le patate in questo momento. --Oh!-- diss'ella, baciandolo beffardamente. -Facciamole sautèes. Egli rise e si raddrizzò sulla sedia. -E un fatto!--disse. --Qualunque cosa per un po' di calore e di cuore. Ma alle donne non piace. Anche a te, in fondo, non piace. Ti piace esser presa senza tante
storie, in un modo deciso, eccitante, a cuore freddo, e poi sentir dire
che è stato tutto zucchero e
miele. Dov'è la tua tenerezza per me? Diffidi di me come un gatto da
un cane.
Ti dico che bisogna essere in due per essere teneri e avere un cuore caldo. Ti piace esser presa, e sta bene; ma le donne vogliono dare alla cosa un nome rnagnifico e misterioso, appunto per lusingare il loro amor proprio. Questo conta per voi cinquanta volte di più di un uomo o dell'andare a letto con un uomo. --Ma è quello che io rimprovero agli uomini. L'importanza che vi date è tutto, per voi. --Sì, benissimo! --diss'egli, movendosi come se volesse alzarsi.-- Separiamoci, allora. Preferirei morire che continuare ad amare senza calore e senza cuore. Ella si staccò da lui; ed egli si alzò. -E credi che io lo voglia? --diss'ella-- Spero di no --rispose-- Ma in ogni modo vai a dormire; io dormirò qui. Ella lo guardò; era pallido, la fronte corrugata, era lontano da lei quanto il Polo Nord. Gli uomini erano tutti eguali. --Non posso tornare a casa fino a domani mattina --disse Connie-- Certo che no. Va' a letto. E l'una meno un quarto. --Non ne ho nessuna voglia. --diss'ella.
Egli attraversò la stanza e riprese le scarpe: --Allora io esco!
--disse, e incominciò a infilarsi le scarpe. Ella lo guardò con gli occhi sbarrati: --Aspetta! --balbettò. --Aspetta! Che cosa è accaduto fra noi? Egli continuò ad allacciarsi le scarpe, chino, e non rispose. I minuti passavano. Una specie di offuscamento invase Connie, che credette di svenire. Perdette ogni coscienza e rimase lì, i grandi occhi aperti, guardandolo dal fondo dell'inconscio senza rendersi conto d'altro. Quel silenzio gli fece levare la testa; e la vide con i grandi occhi sbarrati, perduta. E, come sferzato dal vento,
si alzò, andò verso di lei zoppicando, un piede calzato e l'altro
no, e la prese fra le braccia stringendola contro il suo corpo
che sentiva trapassato da parte a parte. E la tenne lì, e lì
ella rimase. Allora le sue mani la cercarono ciecamente, sotto
gli abiti, dove ella era liscia e calda.
--Piccola mia! --mormorò in dialetto. --Cara piccola mia! Non litighiamo! Non litighiamo mai più! Ti amo, mi piace toccarti. Non discutere con me. No! No! No! Stiamo insieme. Ella alzò la testa e lo guardò. --Non tormentarti --disse con calma.-- Tormentarsi non serve a nulla. Vuoi davvero stare insieme con me? Lo guardava in viso con i suoi grandi occhi calmi. Egli si fermò, e divenne subitamente immobile, distogliendo il viso. Tutto il suo corpo si fece perfettamente immobile: ma non si staccava da lei. Poi sollevò il capo e la guardò negli occhi con un curioso sogghigno leggermente beffardo, dicendo: --Sì! Stiamo insieme, giuriamo di star sempre insieme. --Ma veramente? --diss'ella, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. --Sì, veramente. Stiamo insieme, cuore e ventre e sesso. Sorrise leggermente, guardandola,
e c'erano nei suoi occhi una scintilla d'ironia e un po' d'amarezza.
Connie piangeva in silenzio, ed egli giacque con lei ed entrò in lei lì, sul tappeto davanti al focolare, e ritrovarono un po' di calma. Poi andarono in fretta
a letto, perchè egli cominciava ad aver freddo e si erano estenuati
a vicenda. Ed ella si rannicchiò contro di lui, tutta piccola
fra le sue braccia, e si addormentò subito, perduti entrambi
nel medesimo sonno.
Così riposarono, senza
muoversi, finchè il sole si levò sopra il bosco e cominciò il
nuovo giorno.
Allora egli si svegliò
e guardò la luce. Le tendine erano calate. Ascoltò il richiamo
selvaggio dei merli e dei tordi.
Doveva essere un mattino
splendido: erano le cinque e mezzo circa, I'ora in cui era solito
alzarsi. Connie aveva dormito profondamente! Era una così bella
giornata!
La donna era ancora rannicchiata nel sonno, tenera. La sua mano corse su di lei ed ella aprì gli occhi azzurri e stupiti, sorridendo inconsciamente mentre lo guardava. -- Ti sei svegliato? --gli disse. Egli la guardò negli occhi, sorrise e la baciò. E d'un tratto ella si svegliò completamente e si mise a sedere sul letto. --E dire che sono qui! --disse. Guardò intorno per la piccola
camera imbiancata a calce con il soffitto in pendenza e la finestra
che si apriva sul frontone:
le tendine bianche erano
calate.
La camera non aveva altri mobili che un armadio piccolo dipinto in giallo, una sedia e il lettino bianco in cui ella giaceva con lui. --E dire che siamo qui! --ripetè, guardandolo. Egli era disteso e la contemplava, accarezzandole le mammelle con le dita sotto la camicia sottile. Quando era così caldo e calmo aveva un aspetto piacevole e giovanile. I suoi occhi sapevano essere così caldi! Ed ella era fresca e giovane come un fiore. --Te la voglio togliere --diss'egli, increspando la leggera camicia di batista e tirandola via sopra la testa di lei. Ella era seduta, le spalle nude, i seni un po' lunghi, leggermente dorati. Egli si divertiva a farle oscillare le mammelle dolcemente come campane. --Devi toglierti il pigiama anche tu --diss'ella-- Ma no. --Sì, sì --ordinò. Ed egli si tolse la vecchia
giacca del pigiama di cotone e si sfilò i pantaloni. Eccetto
le mani, i polsi, il viso, e il collo, era bianco come il latte,
con una bella carne fine e muscolosa. D'un tratto Connie lo
trovò di nuovo sottilmente bello, come quel pomeriggio che lo
aveva visto mentre si lavava. L'oro del sole toccava le tendine
bianche calate. Ella sentì che il sole voleva entrare.
--Oh! Tiriamo su le tendine!
Gli uccelli cantano così forte! Lascia entrare il sole! --diss'ella.
Egli scivolò fuori del letto, la schiena rivolta a Connie, nudo e magro, e andò alla finestra, un po' curvo. Aprì le tendine e guardò fuori un momento. La sua schiena era bianca e sottile, le piccole natiche belle d'una squisita e delicata virilità, la nuca rossastra ed esile, e tuttavia forte. C'era una forza interiore, non esteriore, in quel bel corpo delicato. --Ma tu sei bello! --disse Connie.-- Così puro e bello! Vieni!
Gli tese le braccia. Si vergognava di voltarsi verso di lei,
a causa della sua suscitata nudità.
Raccolse la camicia da
terra e se ne coprì avvicinandosi a lei. --No! --diss'ella,
tendendogli ancora, dai seni pendenti, le braccia belle e sottili.--
Lascia che ti veda!
Egli lasciò cadere la camicia e stette immobile, guardando verso di lei. Attraverso la bassa finestra il sole mandava dentro un raggio che illuminava le cosce, il ventre magro, e il pene eretto, che si ergeva scuro e caldo dalla piccola nube di peli rosso-dorati. Ella era sorpresa e spaurita: --Com'è strano! --disse lentamente. --Com'è strano, ritto lì! Così grosso! E così oscuro e sicuro di sè! E cosi dunque? L'uomo guardò in giù lungo il suo corpo bianco e magro e rise. Sul suo petto i peli erano scuri, quasi neri, ma alla radice del ventre, là. dove si rizzava il pene grosso e arcuato, erano color rosso-oro e scintillavano come una piccola nube. --Com'è fiero! --mormorò ella a disagio. --E cosi imperioso! Ora comprendo perchè gli uomini sono tanto arroganti! Ma è bello in realtà. Come un'altra creatura! Un po' terrificante, ma veramente bello. E viene da me! Si prese il labbro inferiore tra i denti, timorosa ed eccitata. L'uomo guardava in silenzio il fallo teso, che non mutava. --Sì --disse infine con voce smorzata. --Sì, ragazzo mio. Sei abbastanza a posto. Sì hai ragione di alzare la testa. Stai lì sulle tue, eh? Te ne infischi di tutti! Chi sono io per te, John Thomas? Sei tu il mio padrone? Eh, sì, sei più vivo di me e parli meno, John Thomas! Vuoi lei? Vuoi Lady Jane? Me l'hai fatto di nuovo, eh? Sì, e ti metti ritto sorridendo... Domandale, allora, domanda a Lady Jane, sì: "Sollevate i vostri frontoni, o porte, che entri il re della gloria...!". Ah, come sei sfacciato! In cerca di potta, eh? Di' a Lady Jane che hai
voglia di potta. John Thomas e la potta di Lady Jane!... --Oh,
non trattarlo male! --disse Connie strisciando con le ginocchia
sul letto verso di lui, abbracciandolo intorno alle reni bianche
e strette, e attirandolo a sè in modo che i suoi seni pendenti
e oscillanti toccarono la punta del fallo eretto e fremente,
e colsero una goccia dell'umidore.
Teneva l'uomo stretto a
sè. --Coricati! --diss'egli-- Coricati! Presto! Aveva fretta
ora.
Poi, quando furono del tutto tranquilli, la donna volle scoprire l'uomo di nuovo per contemplare il mistero del fallo. --E ora è piccolo e tenero come un germoglio di vita! --disse, prendendo in mano il piccolo pene morbido. --Non è bello, a suo modo? Così indipendente e cosi
strano! E così innocente! Ed entra in me, nel profondo di me!
Non devi mai insultarlo, sai.
E' anche mio. Non è soltanto tuo. E' mio! E' così innocente e bello! --E teneva il pene nella mano, dolcemente. Egli rise. --Benedetto sia il legame
che unisce i nostri cuori in uno stesso amore --egli disse--
Certamente! --disse Connie. --Anche quando è piccolo e tenero
sento che il mio cuore è legato a lui. E come sono belli i tuoi
peli, qui! Del tutto diversi dagli altri! --E il pelo di John
Thomas, non il mio --diss'egli-- John Thomas! John Thomas! --ed
ella baciò rapidamente il tenero pene, che ricominciava a fremere.
--Si --disse l'uomo stirandosi quasi con dolore. --Ha la radice
nell'anima mia, quel signore. E qualche volta non so che fare
di lui. Ha una sua volontà ed è difficile accordarsi con lui.
Eppure non vorrei perderlo. -Si capisce che gli uomini ne abbiano
sempre avuto paura! E piuttosto terribile!
Un fremito percorse il corpo dell'uomo, mentre la corrente della vita mutava direzione, volgendosi in basso. Ed era privo di volontà propria, mentre il pene in lente e dolci ondulazioni si gonfiava, sorgeva, si andava nuovamente rizzando e irrigidendo e stava lì rigido e tracotante, nel suo strano aspetto di dominatore. Anche la donna tremava un po', contemplandolo. -- Prendilo! E tuo! --disse l'uomo.
Ella fremette, e la sua anima si disciolse. Acute e dolci onde
d'indicibile piacere la sommersero, mentre egli entrava in lei
destando quel curioso fremito che si effondeva in lei fino a
trascinarla all'estremo di un ultimo e cieco eccesso di piacere.
Egli udì le sirene delle sette a Stacks Gate. Era lunedì mattina. Ebbe un brivido, e con la testa fra le mammelle di lei, le premette contro le orecchie per non udir nulla. Ella non aveva sentito le sirene. Giaceva del tutto immobile, I'anima trasparente, come lavata. --Devi alzarti, vero? --mormorò egli. --Che ora è? --domandò Connie con voce senza colore. --Le sette. --Allora bisogna che m'alzi. Ella si risentiva come sempre delle costrizioni esteriori. Egli si alzò e guardò dalla finestra senza vedere. --Mi ami, non è vero? --chiese
ella con voce calma.
Egli la guardò: --Sai quello che sai. Perchè mi domandi allora? --disse un po' stizzosamente. --Voglio che tu mi trattenga, che non mi lasci andar via. --Gli occhi dell'uomo sembrarono pieni di tenebre calde e dolci, incapaci di pensare. --Quando? Ora? --Ora, nel tuo cuore. Poi, voglio venire a stare con te per sempre, presto. Egli era seduto sul letto, nudo, la testa china, incapace di pensare. --Non vuoi? --domandò ella. --S! Poi, con quegli stessi occhi oscurati da una nuova fiamma di consapevolezza, quasi simile al sonno, la guardò. --Non chiedermi nulla ora --disse. --Lasciami stare. Mi piaci. Quando giaci lì, ti amo. Una donna è una buona cosa quando si può entrare in lei. Amo te, le tue gambe, la tua forma, la tua femminilità. Amo la femminilità che è in te! E ti amo con i miei testicoli e col mio cuore. Ma non chiedermi nulla, ora. Non mi costringere a dir nulla ora. Potrai chiedermi tutto dopo. Ora lasciami, lasciami! E dolcemente le pose la mano sul monte di Venere, sui peli morbidi e bruni di fanciulla, rimanendo seduto e nudo sul letto, il viso immobile in una sorta di astrazione fisica quasi come quello del Budda. Immobile, preso nella fiamma invisibile di una nuova consapevolezza, rimaneva seduto lì, la mano posata su di lei, e attendeva. Dopo un momento, prese la camicia, la infilò si vestì rapidamente in silenzio, guardò ancora una volta la donna distesa sul letto, nuda e leggermente dorata come una rosa Gloire de Dijon, e andò via. Ella lo udì aprire la porta in basso. E rimase ancora lì a pensare, pensare. Era molto difficile andar via, via dalle sue braccia. Egli gridò dal fondo delle scale: --Sono le sette e mezzo! --Ella sospirò e si alzò. Oh, la piccola camera ignuda! Nessun mobile, eccetto il piccolo armadio e il letto stretto. Ma il pavimento era ben pulito. E nell'angolo vicino alla finestra c'era uno scaffale con alcuni libri e qualche volume della biblioteca circolante. Li guardò. Ce n'erano che trattavano della Russia bolscevica, libri di viaggi, un volume sull'atomo e l'elettrone, un altro sulla composizione dell'interno della Terra e sulle cause dei terremoti; poi qualche romanzo e tre libri sull'lndia. Dunque egli leggeva, nonostante tutto. Il sole cadde attraverso la finestra sulle sue membra nude. Fuori vide Flossie, il cane, girare attorno. Il boschetto di noccìoli si andava ammantando di verde e sotto fiorivano le mercorelle color verde cupo. Era un mattino chiaro e nitido, pieno di uccelli che volavano e cantavano gioiosi. Avesse soltanto potuto rimanere! Non ci fosse stato quell'altro
mondo, quel mondo sinistro di fumo e di ferro. Se egli avesse
potuto creare un mondo per lei! Discese la scala di legno, lunga
e stretta. Si sarebbe accontentata di quella casetta, solo che
fosse stata in un mondo veramente suo. Egli era lavato e fresco,
e il fuoco ardeva nel focolare: --Vuoi mangiare qualcosa? --disse.
--No! Soltanto prestami un pettine. Ella lo seguì nella retrocucina
e si pettinò i capelli davanti allo specchio largo un palmo
appeso dietro la porta.
Poi fu pronta per andar
via. Stava in piedi nel giardinetto davanti alla casa, guardano
i fiori umidi di rugiada, I'aiuola grigia dei garofani già in
boccio.
--Vorrei veder sparire tutto il resto del mondo, e vivere con te qui. --Non sparirò --diss'egli. Attraversarono quasi senza parlare il bel bosco pieno di rugiada. Ma stavano insieme in un loro mondo separato. Era amaro per lei tornare
a Wragby! --Voglio venire a vivere con te, presto --disse lasciandolo.
Egli sorrise senza rispondere. Connie tornò a casa tranquilla.
Salì in camera sua senza che nessuno la vedesse. Sul vassoio
della colazione c'era una lettera di Hilda. "il babbo va a Londra
questa settimana e io verrò da te giovedì 17 giugno. Fatti trovar
pronta, che si possa partir subito. Non voglio perdere tempo
a Wragby. E' un luogo orribile. Passerò probabilmente la notte
a Retford dai Coleman, e sarò da te per la colazione. Potremmo
partire dopo il tè e dormire, forse, a Grentham.
E' inutile passare una serata con Clifford; se è furioso perchè vai via, non gli farebbe nessun piacere."La spostavano ancora una volta sulla scacchiera come una pedina! Clifford non poteva sopportare il pensiero di vederla andar via, ma era soltanto perchè senza di lei non si sentiva sicuro. La sua presenza, per una ragione o per l'altra, gli dava una sensazione di sicurezza: si sentiva libero di badare alle sue occupazioni. Andava spesso ai pozzi, si tormentava senza tregua per risolvere il problema, quasi insolubile, di usare carbone nella maniera pi£ economica e di venderlo appena estratto dalla miniera. Sapeva che per non doverlo vendere, o per non affliggersi se non lo si vendeva, bisognava trovare un mezzo di sfruttare il carbone, o di trasformarlo in qualche altra cosa. Ma se lo convertiva in
forza elettrica, era meglio servirsi di quella forza o venderla?
Quanto a convertirlo in olio, era per il momento troppo costoso
e difficile. Per far vivere l'industria, bisognava creare nuove
industrie ogni giorno: era una follia.
Una follia, e solo un pazzo
poteva riuscirvi. Ed egli era un po' pazzo. Connie ne era convinta.
L'ardore e l'acume che metteva negli affari della miniera sembravano
a Connie una manifestazione di follia: le sue stesse ispirazioni
erano ispirazioni da demente. Le parlava sempre dei suoi grandi
progetti, ed ella ascoltava con una specie di stupore, e lo
lasciava parlare.
Poi quando il fiume delle parole si esauriva, egli si voltava verso l'altoparlante e non diceva più nulla, mentre i progetti continuavano a snodarsi in lui come in un sogno. E ogni sera, ora, giocava a pontoon, quel gioco da soldati, con Mrs. Bolton, con gettoni da sei pence. E anche lì, giocando, si perdeva in una specie di incoscienza, in una vuota ebbrezza, o in un'ebbrezza di vuoto. Connie non poteva sopportare di vederlo in quello stato. Ma, quando saliva a coricarsi, egli e Mrs. Bolton giocavano fino alle due o alle tre del mattino, tranquillamente, con una strana voluttà. Mrs. Bolton ne era presa quanto Clifford, tanto più che perdeva quasi sempre. Ella disse un giorno a Connie: --Ho perduto ventitrè scellini giocando con Sir Clifford questa notte. --E ha accettato il vostro denaro? --domandò Connie sbigottita. --Ma naturalmente, signora! Debiti d'onore! Connie fece delle rimostranze ad entrambi. Il risultato fu che Clifford aumentò di cento sterline lo stipendio annuale di Mrs. Bolton: così poteva giocare senza danno. Frattanto sembrava a Connie che Clifford diventasse sempre più simile a un automa senza vera vita. Gli disse alla fine che sarebbe partita il diciassette. --il diciassette! --diss'egli. --E quando ritornerai? --Verso il venti luglio al più tardi. --Sì, il venti luglio. La guardò stranamente, vagamente, con lo sguardo vuoto d'un bambino, ma anche con quello curioso, smorto e astuto dei vecchi. --Non mi pianterai in asso, vero? --disse. --Come? --Mentre sei via. Voglio dire: sei sicura di tornare? --Non c'è cosa della quale mi senta più sicura. --Sì? Bene! il venti luglio. La guardava così stranamente! Tuttavia, in fondo, desiderava che partisse. Era strano. Desiderava davvero che partisse, che avesse le sue piccole avventure, che tornasse incinta, magari. E al tempo stesso la sua partenza lo sbigottiva. Connie fremeva, attendendo l'occasione opportuna per lasciarlo definitivamente: attendeva che il tempo, ella stessa, Clifford stesso, fossero maturi. Parlò del suo viaggio al guardacaccia. --Poi, quando tornerò, dirò a Clifford che devo lasciarlo. E potremmo partire insieme. Non c'è bisogno che sappiano chi sei. Potremo andare in un altro paese, no? In Africa o in Australia. No? --I suoi progetti la eccitavano. --Non sei mai stata nelle colonie, vero? --egli le chiese. --No, e tu? --Sono stato in India, nel Sud-Africa e in Egitto. --Perchè non andare nel Sud-Africa? --Sì, perchè no? --diss'egli lentamente. --O non vuoi andarci? --domandò Connie. --Mi è indifferente. Tutto quello che faccio mi è indifferente. --Non ti fa piacere l'idea? Perchè no? Non saremo poveri. Ho quasi seicento sterline
di rendita alI'anno. Non è molto, ma è sufficiente, non è vero?
--Per me è un capitale. --Come sarà bello! --Ma devo ottenere il divorzio, e così tu: altrimenti avremo delle complicazioni. C'erano molte cose a cui
pensare. Un altro giorno, Connie gli chiese di lui. Erano nella
capanna durante un temporale. --Eri felice quando eri sottotenente,
ufficiale e gentleman?
--Felice? Sì. Il mio colonnello mi piaceva. --Lo amavi? --Sì, lo amavo. --Ed egli ti amava? --Sì, in un certo senso, mi amava. --Parlami di lui. --Che cosa c'è da dire? Veniva dalla gavetta. Amava l'esercito. E non si era mai sposato. Aveva vent'anni più di me. Era un uomo molto intelligente
e isolato fra i compagni com'è sempre un uomo di quel genere:
appassionato, a modo suo; ed era un bravissimo ufficiale. Finchè
fui con lui, vissi sotto il suo fascino. Lasciavo che dirigesse
lui la mia vita. E non rimpiango di averlo fatto. --Hai sofferto
molto, quando è morto? --Ero vicino alla morte anch'io. Ma quando
tornai in me, compresi che una parte di me stesso era finita.
Ma in realtà avevo sempre saputo che sarebbe finita con la morte.
Tutte le cose, del resto, finiscono con la morte. Ella meditava.
Fuori tuonava. Le sembrava di essere in una piccola arca del
Diluvio. --Sembra che tu abbia molte cose nel tuo passato! --disse.
--Sì? Mi pare di essere già morto una o due volte. Tuttavia,
eccomi qui a tirar la carretta e a cercare nuovi guai. Ella
meditava, tendendo tuttavia le orecchie verso il temporale.
--Non eri felice di essere ufficiale e gentleman quando morì
il tuo colonnello? --No! I miei comapgni erano dei poveracci
-e d'un tratto si mise a ridere-- il colonnello soleva dire:
"Ragazzo mio, gl'inglesi della borghesia devono masticare ogni
boccone trenta volte perchè il loro intestino è così stretto
che un boccone grosso come un pisello lo ostruirebbe. Sono un
mucchio di beccaccini effeminati, pieni di vanità e ammirazione
per se stessi, spaventati se i lacci delle scarpe non sono in
ordine, marci come selvaggina infrollita e sempre sicuri di
aver ragione.
E' questo che mi annienta.
Su e giù, su e giù, a leccare il sedere di tutti, finchè fanno
la lingua dura a forza di leccare; eppure hanno sempre ragione!
Presuntuosi in ogni cosa. Presuntuosi!
Una generazione di presuntuosi effeminati, con mezzo coglione per ciascuno...". Connie si mise a ridere. La pioggia cadeva a dirotto. --Li
detestava! --No. Non se ne curava. Ma non gli piacevano. E' diverso.
Perchè i soldati, come diceva, stanno diventando sempre più presuntuosi
e senza coglioni e stretti d'intestino. E' la sorte dell'umanit.à, di
finire così. --Anche la gente del popolo, gli operai? --Tutti. La loro
linfa vitale è morta. Le automobili, i cinematografi, gli aeroplani
succhiano quel po' di loro che rimane. Credimi: ogni generazione ne
alleva un'altra più imbastardita, con tubi di gomma in luogo d'intestini,
e gambe e facce di stagno.
Cente di stagno! E una sorta di bolscevismo automatico che sta per uccidere
l'umanità e adorare la macchina. Denaro, denaro, denaro! Tutto il mondo
moderno non ha che un'idea, in fondo: quella di uccidere nell'uomo l'antico
sentimento umano, di fare del vecchio Adamo e della vecchia Eva un polpettone.
Sono tutti uguali. Il mondo è tutto uguale: vuol annullare la realtà
umana: una sterlina per ogni prepuzio, due per ogni paio di coglioni!
Che cos'è il sesso se non una funzione meccanica?... Tutto è così. Si
paga, perchè l'umanità venga evirata. Si paga a tutto andare perchè
la linfa vitale dell'umanità venga disseccata e non rimangano che piccole
macchine capaci soltanto di girare a vuoto.
Egli sedeva lì, nella capanna, il volto atteggiato a beffarda ironia. Ma anche così, tendeva l'orecchio ai rumori dell'uragano sul bosco. Gli dava la sensazione di essere così solo! --Ma non finir. mai tutto questo? --disse Connie. --Sì, certo. Il mondo si salverà. Quando l'ultimo uomo veramente uomo sarà stato ucciso, e tutti, bianchi, neri, gialli, saranno rinfrolliti, allora non ci saranno che dei pazzi. Perchè la sanità dello spirito ha la sua radice nei coglioni. Allora saranno tutti pazzi, e faranno il loro grande autodafè. Sai che l'autodafè significa "atto di fede"? Bene, faranno il loro magnifico piccolo atto di fede e s'immoleranno l'un l'altro. --Vuoi dire che si uccideranno l'un l'altro? --Sì, mia cara. Se continuiamo a vivere come ora, fra cent'anni ci saranno in quest'isola diecimila abitanti: anche meno. Si saranno amabilmente soppressi l'un l'altro. Il tuono si allontanava. --Che bello! --disse Connie. --Delizioso! Nulla rasserena di più che immaginare lo sterminio della specie umana e il lungo intervallo che seguirà prima che nasca un'altra razza. E se continuiamo così, se tutti, intellettuali, artisti, governi, industriali, operai, tutti freneticamente, continuano a sopprimere quanto avanza dei sentimenti umani, le ultime tracce d'intuizione, gli ultimi istinti sani, se tutto questo continua in progressione algebrica, allora, addio specie umana! Addio! il serpente divora se stesso e lascia un vuoto, un disordine terribile, ma non irreparabile. Molto bello tutto questo! Cani selvaggi abbaieranno a Wragby e cavalli selvaggi scalpiteranno sulle miniere di Tevershall! Te deum laudamus! Connie rise, ma senza molta allegria. --Allora, dovresti essere contento che siano tutti bolscevichi --disse.--Dovresti essere contento che si affrettino verso la fine. --Sì. Non li fermo. E non potrei farlo, neanche
se lo volessi. --Allora perchè sei così amaro? --Ma che amaro!
Se il mio gallo canta per l'ultima volta, non me ne importa
nulla. --Ma se hai un bambino? --disse Connie. Egli chinò il
capo. --Ma! --disse infine.--
Mi sembra che sia una cosa
cattiva e amara mettere al mondo un bambino, in un mondo come
il nostro. --No, non dir questo, non dirlo!--supplicò ella.
--Credo che ne avrò uno. Di' che sei felice. -- Posò la mano
sulla sua. --Sono contento che tu sia felice --diss'egli.
--Ma, per me, mi sembra
che sia un atto di perfidia verso la creatura che deve nascere.
--Ah, no! --disse Connie, ferita.
--Allora non puoi veramente
volermi! Non puoi volermi se questo è il tuo sentimento! Egli
tacque di nuovo, cupo in viso.
Di fuori, non si udiva
che il batter della pioggia. --Non è affatto vero! --mormorò
egli. --Non è affatto vero! C'è
un'altra verità.
Connie sentiva che, se
in quel momento era amaro, lo era in qualche misura perchè ella
partiva per Venezia.
E ne era quasi contenta. Gli aprì
di scatto il vestito, lo scoprì e gli baciò l'ombelico. Poi posò una
guancia sul ventre di lui e gli strinse con un braccio le reni, quelle
reni calde e silenziose. Erano
soli nel Diluvio.
--Dimmi che vuoi un bambino! -- mormorò, premendo il volto contro il suo ventre. --Dimmelo! --Ma! --diss'egli infine, ed ella sentì il brivido del trapasso a una nuova consapevolezza e dell'abbandono attraversargli il corpo. --Ho pensato qualche volta che si potesse tentare anche qui, tra i minatori! Non hanno molto lavoro ora e guadagnano poco. Se qualcuno potesse dir
loro: "Non pensate soltanto al denaro. Se non si tratta che
di bisogno, non abbiamo bisogno di molto. Non viviamo per il
denaro...".
Ella strofinò dolcemente la guancia contro il ventre di lui, e prese i testicoli in mano. Il pene fremette lievemente, in uno strano sussulto di vita, ma non si levò. Fuori la pioggia cadeva violentemente. --Dobbiamo vivere per qualcos'altro.
Il nostro unico scopo non dev'essere quello di guadagnar denaro,
nè per noi stessi nè per chicchessia. Ora, ci siamo costretti.
Siamo costretti a guadagnare un po' di denaro per noi e molto per
i padroni.
Rinunciamo ad esso! A poco a poco,
rinunciamoci. Non c'è bisogno
di concioni nè di follie. Abbandoniamo a poco a poco tutta la vita industriale,
e torniamo indietro. Accontentatevi di pochissimo denaro. Per tutti,
per me e per voi, padroni e signori, anche per il re. Vi basterà pochissimo
denaro. Mettetevelo bene in testa e si uscirà dal labirinto.
Egli si fermò un istante. Poi continuò: --Direi loro: "Guardate Joe! Guardate come si muove amabilmente. Va e viene, vivo e sveglio. E' bellissimo! E guardate Jonas! E' goffo, è brutto perchè non ha volontà che lo animi. Guardate, guardate voi stessi: una spalla più alta dell'altra, le gambe storte, i piedi deformati! Che avete fatto? Che cosa siete diventati dopo tanto lavoro? Vi siete rovinati! Non
c'era nessun bisogno di lavorare tanto. Toglietevi i vestiti
e guardatevi. Dovreste essere vivi e belli, e siete brutti e
mezzo morti". Direi loro questo. E farei portare agli uomini
altri vestiti: pantaloni attillati forse rossi, di un rosso
vivo e una giacca bianca. Ah! Se gli uomini avessero belle gambe
rosse, soltanto questo li farebbe cambiare in un mese.
Ridiventerebbero uomini,
uomini! E le donne potrebbero vestirsi a piacer loro. Perchè
se gli uomini camminassero su gambe rivestite di rosso vivo,
con belle natiche scarlatte che si vedessero sotto la giacca
bianca, allora le donne comincerebbero a essere donne; le donne
sono costrette a essere maschie perchè gli uomini non sono uomini...
E poi abbattere Tevershall,
e costruire qualche bell'edificio, che ci ospitasse tutti! E
ripulire la campagna! E non avere molti bambini perchè il mondo
è superpopolato.
--Ma non farei prediche agli uomini; li metterei nudi e direi: "Guardatevi! Ecco che cos'è lavorare per il denaro!... Guardatevi! Avete lavorato per il denaro fino a questo punto! Guardate Tevershall! E' orribile. Ebbene, è orribile perchè l'avete costruita lavorando per il denaro. Guardate le vostre donne! Non si curano di voi più di quanto voi vi curiate di loro. E questo accade perchè avete passato tutto il vostro tempo a lavorare per il denaro. Non potete nè parlare, nè muovervi, nè vivere, non potete stare decentemente con una donna. Non siete vivi. Guardatevi!". Si fece un silenzio assoluto. Connie ascoltava a metà
e, china sul ventre di lui, intrecciava fra i peli dorati qualche
nontiscordardimè che aveva colto andando alla capanna.
Fuori, il mondo era diventato
calmo e un po' gelido. --Hai quattro specie di peli --gli disse.
--Sul petto sono quasi neri, e i tuoi capelli non sono scuri;
ma hai i baffi duri color rosso cupo, e i peli qui, tuoi peli
d'amore, sono un piccolo cespuglio d'oro rosso. Sono i più belli
di tutti. Egli abbassò gli occhi e vide quei teneri nontiscordardimè
fra i peli dell'inguine. --Sì, lì si devono mettere i nontiscordardimè,
fra i peli del maschio o della femmina. Ma non t'importa del
futuro? Ella lo guardò. -Oh, sì, moltissimo! --disse.
--Perchè io, quando sento che la specie umana è condannata, che si è condannata da sè per la sua bestialità, allora penso che le colonie non siano abbastanza lontane. La Luna stessa non sarebbe abbastanza lontana, perchè, anche lì, si potrebbe guardare indietro e vedere, fra le stelle, la Terra, sporca, disgustosa, resa ignobile dagli uomini. Allora sento di avere inghiottito veleno, e che mi divora dentro, e che nessun luogo è abbastanza remoto per rifugiarvisi. Quando trovo da lavorare, dimentico tutto questo. Ma quello che si è fatto del popolo in questi ultimi cent'anni è una vergogna: gli uomini trasformati in animali da lavoro, privati di ogni virilità, di tutta la loro vera vita. Spazzerei via le macchine dalla faccia della Terra e metterei fine alI'èra delle macchine completamente, come al peggiore degli errori. Ma poichè non posso farlo e nessuno lo può, me ne sto tranquillo al mio posto e cerco di vivere la mia vita... Se ho una vita da vivere, perchè ne dubito. Fuori non tonava più, ma la pioggia, che era diminuita, ricominciò d'un tratto a cadere a dirotto con un ultimo guizzo bluastro, mentre l'uragano si allontanava brontolando. Connie non era contenta. Egli aveva parlato così a lungo e, in fondo, aveva parlato a se stesso, non a lei. Sembrava completamente
invaso dalla disperazione, mentre ella si sentiva felice e detestava
la disperazione.
Sentiva che l'aveva messo in quella
disposizione d'animo la sua partenza per Venezia, di cui egli aveva
soltanto allora sentito la
realtà. E se ne rallegrò un poco. Aprì la porta, guardò la pioggia greve
e fitta, simile a una cortina d'acciaio, ed ebbe un improvviso desiderio
di lanciarsi nella pioggia e fuggir via. Si alzò e cominciò a togliersi
le calze, poi il vestito e la sottoveste, mentre egli tratteneva il
respiro. Le sue mammelle aguzze d'animale oscillavano e ondeggiavano
ad ogni movimento.
Nella luce verdastra la sua pelle
aveva il color dell'avorio. Si rimise le scarpe di gomma e corse fuori
con un riso selvaggio, tendendo i seni alla pioggia, stendendo le braccia,
confusa nella pioggia, con quei movimenti ritmici di danza che aveva
imparato tanti anni prima a Dresda. Era una forma pallida e strana che
correva qua e là, sollevandosi e abbassandosi, curvandosi in modo che
la pioggia cadesse e brillasse sulle anche piene, rialzandosi e avanzando
di nuovo col ventre in avanti, poi abbassandosi ancora in modo che soltanto
i fianchi pieni e le natiche si offrissero a lui in una specie di omaggio,
iterando un inchino di selvaggia sottomissione.
Egli rise d'un riso falso e si tolse anch'egli i vestiti. Era troppo! Si lanciò fuori nudo e bianco, con un piccolo tremito, nella pioggia che cadeva a rovescio. Flossie saltò davanti a lui con un piccolo latrato frenetico. Connie, i capelli tutti bagnati e incollati sul capo, voltò il volto caldo e lo vide. I suoi occhi azzurri scintillarono, e si lanciò con uno strano impeto di fuga fuori della radura nel sentiero, staffilata dai rami bagnati. Correva ed egli non vedeva altro che una testa rotonda e bagnata, una schiena bagnata, china in avanti nella fuga e le natiche tonde e lucide: una meravigliosa e tremante nudità di donna in fuga. Era quasi arrivata sul viale, quand'egli la raggiunse e le pose il braccio nudo intorno alla vita morbida e bagnata. Ella emise un grido, si rizzò e la massa della sua carne morbida e fresca cadde sul corpo di lui. Egli strinse tutta contro di sè, follemente, quella massa di carne di donna, morbida e fredda, che il contatto rendeva calda come il fuoco. La pioggia cadeva su di loro a scroscio, sui loro corpi fumanti. Prese le natiche belle e pesanti di lei, una per mano, e le strinse contro di sè freneticamente, immobile e fremente nella pioggia. Poi, d'un tratto, la rovesciò a terra e cadde con lei sul sentiero nel silenzio muggente della pioggia, e breve e rapido la prese e la godette, breve e rapido come un animale. Si rialzò subito, detergendosi la pioggia dagli occhi. --Rientra -disse- e si misero a correre verso la capanna. Egli correva diritto e svelto: la pioggia non gli piaceva. Connie invece
andava più lentamente, cogliendo nontiscordardimè, violette
selvagge e campanule, ora correndo, ora fermandosi per vederlo
fuggire lontano da lei.
Quando giunse alla capanna
con i suoi fiori, tutta anelante, vide il fuoco già acceso e
i rami secchi che crepitavano sul focolare.
I suoi seni aguzzi si elevavano e ricadevano, aveva i capelli incollati sul viso dalla pioggia, il viso rosso e il corpo che risplendeva e gocciolava. Gli occhi aperti, anelante, la piccola testa bagnata e le anche piene, gocciolanti e candide, sembrava un'altra creatura. Egli prese il vecchio lenzuolo e la asciugò dall'alto in basso mentre ella stava in piedi davanti lui, simile a un bambino. Poi, dopo aver chiuso la porta della capanna, asciugò se stesso. Il fuoco s'innalzava in alte fiamme. Ella si avvolse la testa nell'altro capo del lenzuolo e si asciugò i capelli. --Ci asciughiamo insieme con lo stesso asciugamano: presagio di lite!--diss'egli. Connie voltò per un istante verso di lui la testa tutta arruffata. --No! --disse, i grandi occhi aperti.-- Non è un asciugamano, è
un lenzuolo. Continuò ad asciugarsi con cura la testa mentre
egli faceva altrettanto.
Ancora anelanti per lo
sforzo, avvolti ciascuno in una coperta militare, con la parte
anteriore del corpo esposta al fuoco, sedettero l'uno di fianco
all'altra su un ceppo dinanzi alla fiamma, per riposarsi. A
Connie la coperta a contatto della pelle dava fastidio.
Ma il lenzuolo era ormai
tutto bagnato. Lasciò cadere la coperta e s'inginocchiò sul
focolare d'argilla, esponendo la testa al fuoco e scotendo i
capelli per asciugarli.
Egli contemplava la bella curva spiovente delle sue anche, che quel giorno lo affascinavano. Come discendevano in bel pendìo finoalla rotondità pesante delle natiche! E in mezzo, nascosta nel segreto calore, I'entrata segreta! L'accarezzò con la mano, seguendone lungamente, sottilmente, le curve e le rotondità. --Che belle natiche hai! --disse, nel suo dialetto gutturale e carezzevole. -Hai le più belle natiche che si possa vedere: le più belle, le più belle natiche di donna che ci siano! Ed ogni più piccola parte
di esse è didonna, nient'altro che di donna! Non sei una di
quelle ragazze con le natiche come bottoni, che dovrebbero essere
dei ragazzi. Sono vere natiche morbide e curve, come piacciono
agli uomini. Potrebbero reggere il mondo, potrebbero.
Mentre parlava, le andava accarezzando delicatamente finchè gli sembrò che un fuoco venisse serpeggiando da lei fino a lui. E le sue dita toccarono le due aperture segrete, una dopo l'altra, con un dolce, piccolo tòcco di fuoco. --E se tu vai di corpo e se orini, tanto meglio. Non voglio una donna che non possa andar di corpo e orinare. Connie non seppe trattenere
uno stupido scoppio di risa, ma egli continuò senza farci caso.
--Sei genuina, sei! Genuina, anche un po' puttana. Là tu vai di corpo e là tu orini: e metto la mano qua e là, e per questo mi piaci. Hai vere natiche di dorma, fiere di sè. Non hanno vergogna di se stesse, eh no! Posò la mano fermamente, strettamente, su quei luoghi segreti, in una specie di saluto intimo. -Mi piace -disse- mi piace. E se non vivessi che dieci minuti e ti accarezzassi le natiche e imparassi a conoscerle, mi parrebbe di aver vissuto tutta la vita, capisci! Sistema industriale o no! Ecco uno dei grandi momenti
della mia vita. Ella si voltò, gli si sedette sulle ginocchia
aggrappandosi a lui. -Baciami! --mormorò. Ed ella comprese che
il pensiero della separazione era latente nel loro spirito,
e la tristezza infine la invase.
Sedeva sulle cosce di lui, la testa contro il petto, le gambe d'avorio, lucide, mollemente aperte: il fuoco gettava su di loro bagliori ineguali. Il capo chino, egli guardava nella luce del fuoco le pieghe del corpo di lei e il vello dei peli morbidi e bruni che convergevano verso un punto tra le cosce aperte. Tese la mano verso la tavola e prese il mazzetto di fiori che ella aveva colti, così bagnati che alcune gocce di pioggia caddero su di lei. --I fiori rimangono fuori con ogni tempo --disse.- Non hanno casa.- Nemmeno una capanna! --mormorò ella. Con dita tranquille egli intrecciò qualche nontiscordardimè tra i peli bruni del monte di Venere. --Ecco! --disse. --Ecco dei nontiscordardimè al posto giusto. Ella guardò i morbidi fiorellini intrecciati stranamente tra i peli bruni all'estremità del suo corpo. --Come sono graziosi! -disse. -Graziosi come la vita -egli ripose. E aggiunse tra i peli un
bocciolo rosa di violetta selvatica.
--Ecco! Questo rappresenta me nel posto dove non mi dimenticherai! Mosè nel canneto. --Non ti dispiace, se vado via, vero? --disse ella con inquietudine, guardandolo negli occhi. Ma il suo volto sotto le folte sopracciglia era inscrutabile; del tutto inespressivo. --Fa' come vuoi --diss'egli. Ora parlava in inglese
corretto. --Ma se non vuoi, non vado -diss'ella stringendosi
a lui.
Tacquero. Egli si curvò e mise ancora un ramo sul fuoco. La fiamma illuminò il suo volto muto, assorto. Connie attendeva, ma non disse
nulla. --Soltanto --riprese ella --mi sembrava che fosse un primo passo
verso una rottura con Clifford. Ho tanto desiderato di avere un bambino.
E sarebbe un'occasione per me, per...
--Per far credere loro qualche menzogna. --Sì, anche questo fra l'altro. Vuoi che sospettino la verità? --Sospettino quello che vogliono, non m'importa. --A me sì. Non voglio che mi giudichino con la loro mentalità fredda e disgustosa, almeno finchè sarò a Wragby. Potranno pensare quello che vogliono, quando sarò andata via definitivamente. Egli non rispose subito. --Ma Sir Clifford si aspetta che tu torni da lui? --Oh, bisogna che torni --diss'ella. Tacquero di nuovo. --E il bambino nascerà a Wragby? --egli domandò. Connie gli mise un braccio intorno al collo: --Se non vuoi portarmi via, dovrà nascere a Wragby. --Portarti dove? --Dovunque! Via! Lontano da Wragby. --Quando? --Quando sarò tornata. --Ma a che serve fare una cosa due volte dal momento che andrai via? --Oh, devo tornare. L'ho promesso. L'ho promesso così solennemente! Del resto, tornerò per te, a te. --Al guardacaccia di tuo marito? --Non vedo che cosa importi. --No?-- egli riflettè un istante. --E quando pensi di andar via di nuovo, per sempre? Quando precisamente? --Non lo so. Tornerò da Venezia. E allora prepareremo tutto. --Come prepareremo? --Oh, racconterò tutto a Clifford. Dovrò dirgli tutto. --Veramente? Egli tacque. Ella gli passò entrambe le braccia intorno al collo. --Non rendermi le cose difficili! --supplicò. --Che cosa ti rendo difficile? --La mia partenza per Venezia e quello che si deve accomodare dopo. Un piccolo sorriso, un po' beffardo, passò sul viso di lui. --Non ti rendo le cose difficili --disse. --Cerco soltanto di scoprire quali sono le tue intenzioni. Ma nemmeno tu le conosci. Vuoi guadagnare tempo: preferisci vedere le cose da lontano. Non li rimprovero. Credo
che tu abbia giudizio. Rimanere Signora di Wragby può piacerti.
Non ti rimprovero per questo.
Non ho nessuna Wragby da
offrirti. Infatti, sai che cosa puoi avere da me. No, no. Credo
che tu abbia ragione! Lo credo davvero!
E non ci tengo affatto a vivere alle tue spalle, a essere mantenuto da te. C'è anche questo da considerare. Connie ebbe l'impressione
che egli le rendesse pan per focaccia.
--Ma tu mi vuoi, non è vero? --domandò. --E tu mi vuoi? --Lo sai. E'evidente. --Bene! E quando mi vuoi? --Potremo accomodare tutto quando sarò tornata. Ora sono come senza fiato con te. Devo essere calma e pensarci. --Molto bene. Calmati e
pensaci! Connie si sentì un po' offesa. --Ma hai fiducia in
me, vero? --disse. --Oh, assolutamente.
Ella sentì un tono di derisione
nella sua voce. --Insomma-- disse, un po' depressa --credi che
se non andassi a Venezia sarebbe meglio?--Sono sicuro che è
molto meglio che tu ci vada --rispose egli con voce calma, leggermente
beffarda.
--Sai che parto giovedì
prossimo? --Sì. Connie ora cominciò a riflettere. Infine disse:
--E al mio ritorno sapremo meglio che cosa fare. --Oh,
certamente. Quale strano abisso di silenzio fra loro!
--Sono stato dal notaio per il mio divorzio -diss'egli, un po' forzatamente. Connie ebbe un tremito leggero. --Sì? E che cosa ti ha detto? --Ha detto che avrei dovuto occuparmene prima; questo può creare delle difficoltà. Ma poichè sono stato nell'esercito, crede che tutto andrà bene. Purchè ella non mi ricada sulle braccia. --Dovrò saperne nulla lei? --Si! Ne sarà informata, e anche
l'uomo con cui vive, che farà da testimone. --Che orrore, tutte
queste formalità. Penso che anch'io dovrò passarci con Clifford!
Tacquero un momento. --E, naturalmente --diss'egli-- devo condurre
una vita esemplare durante i sei mesi o otto mesi che seguiranno.
Così, se vai a Venezia, non avrò più tentazioni per una o due
settimane.
--Sono una tentazione? --disse Connie accarezzandogli il viso. --Sono così felice di essere una tentazione per te! Non pensiamoci più! Avremo tutto
il tempo di pensarci quando saremo lontani. E' tutto qui! Ho riflettuto:
devo passare ancora una notte con te prima di andar via. Devo venire
ancora una volta al cottage. Posso venire giovedì sera? --Ma non è la
sera in cui tua sorella sarà da te?
--Sì. Ma ha detto che partiremo all'ora del tè. Potremo partire per quell'ora. Poi lei dormirà in qualche altro posto, non so dove, e io dormirò da te. --Ma allora bisognerà che sappia. --Oh, le racconterò tutto. Del resto, piu o meno, gliel'ho già detto. Mi sarà di molto aiuto;
è così avveduta. --Così partireste da Wragby per l'ora del tè,
come se andaste a Londra? Che via farete?
--Nottingham e Grantham.
--E tua sorella ti lascerà in qualche posto, e tu tornerai qui
a piedi o in automobile? Mi sembra molto rischioso. --Credi?
Bene, allora Hilda potrà ricondurmi indietro. Passerà la notte
a Mansfield, mi ricondurrà qui la sera e verrà a prendermi l'indomani
mattina. E molto semplice.
--E la gente che ti vedà.? --Mi metterò gli occhiali e un velo. Egli riflettè un poco. --Bene--disse-- fa' come ti pare, al solito. --Ma a te non farà piacere?
--Oh, sì, mi farà piacere certamente --disse, un po' scuro in
viso. --Bisogna battere il ferro finchè è caldo. --Sai a che
penso? --disse Connie d'un tratto. --Mi è venuto in mente all'improvviso.
Sembri il "Cavaliere del Pestello Ardente". --Sì? E tu? Sei
la Dama del Mortaio Rosso Infuocato? --Sì! --diss'ella.--Sì!
Tu sei Sir Pestello e io Lady Mortaio.
--Benissimo, eccomi investito
cavaliere! John Thomas è Sir lohn, agli ordini di Lady Jane.
--Sì! John Thomas è consacrato cavaliere! lo sono la dama dal vello bruno e anche tu devi avere dei fiori. Sì! Gl'intrecciò due violette
rosa tra i cespugli di peli d'oro rossiccio sopra il pene.
--Ecco! --disse. --Incantevole! Incantevole! Sir John! E gli mise un mazzetto di nontiscordardimè fra i peli neri del petto. --E non mi dimenticherai lì, nevvero?
Lo baciò sul petto, e gli fissò due nontiscordardimè, uno sopra ciascun
capezzolo, baciandolo di nuovo. --Fa' di me un calendario! --disse.
Rise, i fiori gli caddero dal petto. --Aspetta un momento! --aggiunse.
Si alzò, aprì la porta della capanna. Flossie, che era accucciata sotto il portico, si alzò e lo guardò. --Sì, sono io! --disse. La pioggia era cessata. V'era una pace umida, pesante, profumata. La sera si avvicinava. Uscì e scese per il piccolo sentiero in direzione opposta al viale. Connie contemplava la sua figura bianca e magra, che le sembrava simile a un fantasma, come un'apparizione che si allontanasse da lei. Quando non potè più vederlo, il suo cuore ebbe un tuffo. Rimaneva in piedi vicino alla porta della capanna, avvolta in una coperta, gli occhi fissi nel silenzio umido, immobile. Ma già egli tornava correndo con un passo strano, e portava dei fiori. Le faceva un po' paura, come non fosse del tutto umano. E quando le fu vicino, la guardò negli occhi, senza che ella potesse comprendere che cosa voleva dire. Aveva portato aquilegie, violette selvatiche, fieno tagliato di fresco, ciuffi di quercia, e boccioli di madreselva. Intrecciò freschi ramoscelli di quercia intorno ai suoi seni, unendovi ciuffi di campanule e violette, e sull'ombelico pose una violetta rosa, e fra i peli d'amore alcuni nontiscordardimè, e alcune asperule. --Eccoti in tutto il tuo splendore! --disse. --Lady Jane e le sue nozze con John Thomas. S'infilò dei fiori fra i peli del corpo, circondo il pene con un ramo d'erba rampicante e si mise un calice di giacinto, uno solo, nell'ombelico. Connie lo guardava, divertita del suo strano ardore. E gli pose una violetta fra i peli dei baffi dove rimase a penzolargli sotto il naso. --Ecco le nozze di John Thomas e di Lady Jane --diss'egli. --Dobbiamo lasciare che Constance e Oliver vadano per la loro strada. Forse... Stese una mano per fare
un gesto, ma sternutì e i fiori gli caddero dal naso e dall'ombelico.
Sternutì di nuovo. --Forse che cosa?
--diss'ella, aspettando
che continuasse. La guardò un po' confuso. --Eh? --disse.--
Forse che cosa? Continua quello che stavi dicendo --insistette
Connie--. Ma che stavo dicendo?
Aveva dimenticato. E fu per lei una delusione profonda che egli non avesse terminato la frase. Un raggio di sole giallo brillò sopra gli alberi. --il sole! --diss'egli- E' tempo che tu vada via. Tempo, signora, tempo! Che cosa vola senza ali, Vostra Signoria? Il tempo! il tempo! Prese
la camicia.
--Di' buona sera a John Thomas --disse, guardandosi il pene.-- Si sente sicuro fra le braccia delI'erba rampicante. Non sembra davvero un pestello
ardente, in questo momento! Infilò la camicia di flanella sopra
la testa. --il momento più pericoloso per un uomo --disse, quando
la testa riapparve-- è quando s'infila la camicia. Allora ha
la testa chiusa in un sacco.
E' per questo che preferisco
quelle camicie americane che s'indossano come una giacca.
Ella continuava a guardarlo. Egli si infilò le mutande e le abbottonò alla vita. --Guarda, Jane! --disse--. Tutti quei fiori! Chi metterà fiori su di te l'anno venturo, Jinny? Io o un altro? Addio mia campanula, addio! Detesto questa canzone, mi ricorda i primi tempi della guerra. Si sedette e cominciò a mettersi le calze. Connie rimaneva ancora immobile. Egli le mise una mano sulla curva delle natiche. --Piccola graziosa Lady Jane! --disse. --Forse a Venezia troverai un uomo che metterà gelsomini nei tuoi peli, e un fiore di melograno nel tuo ombelico. Povera, piccola Lady Jane. --Non dire queste cose! --diss'ella--. Le dici soltanto per farmi male! Egli scosse la testa. Poi riprese in dialetto: --Forse si, forse sì! Bene, allora non dirò nulla e starò zitto. Ma bisogna che tu ti vesta e ritorni alla tua nobile dimora, che s'erge così bella come nella poesia. Il tempo concesso è finito! il tempo concesso a Sir John e alla piccola Lady Jane! Mettiti la camicia, Lady Chatterley! Puoi essere chi sa chi, lì in piedi, senza camicia e coperta soltanto di qualche straccetto di fiore. Via, via! Ti svestirò mio giovane tordo dalla bella coda tonda. E le tolse le foglie che
aveva in testa, baciandole i capelli umidi, e i fiori dal petto
baciandole le mammelle e l'ombelico e i peli dell'amore, dove
lasciò i fiori intrecciati. --Devono rimanere finchè vorranno
--disse. --Ecco! Eccoti nuda di nuovo, non altro che una ragazza
con le natiche nude e un po' di Lady Jane. E ora mettiti la
camicia, perchè devi andare, altrimenti Lady Chatterley farà
tardi per il pranzo! E dove sei stata, mia bella ragazza?
Connie non sapeva mai come rispondergli quando parlava in dialetto a quel modo. Si vestì e si preparò. per rientrare un po' ignominiosamente a Wragby. Almeno così le sembrava: un po' ignominiosamente a casa. Egli volle accompagnarla fino al viale. I giovani fagiani stavano bene al coperto. Quando giunsero sul viale, videro Mrs. Bolton, pallida e ansante, venire agitata verso di loro. --Oh, signora, ci chiedevamo se le fosse accaduto qualcosa! --No! Non mi è accaduto nulla. Mrs. Bolton guardò in viso il guardacaccia, così liscio e fresco d'amore. Incontrò i suoi occhi un po' ridenti, un po' beffardi. Rideva sempre, di fronte alle disavventure. Ma la guardava con gentilezza. --Buona sera, Mrs. Bolton! Vostra Signoria ha compagnia, ora, quindi posso lasciarla. Buona notte, Vostra Signoria! Buona notte, Mrs. Bolton! Fece il saluto militare e s'allontanò. Ritornata a casa, Connie ebbe a subire tutto un interrogatorio. Clifford, che all'ora del
tè si trovava fuori, non era rientrato che un momento prima
dell'uragano: dov'era Sua Signoria? Nessuno ne sapeva niente.
Soltanto Mrs. Bolton supponeva che fosse andata a passeggiare
nel bosco. Nel bosco con un tempo simile!... Clifford, questa
volta, fu colto da una crisi di nervi. Trasaliva a ogni lampo,
impallidiva a ogni tuono. Guardava la pioggia, che cadeva violenta
e ghiacciata, come fosse la fine del mondo.
Si innervosiva sempre di più. Mrs. Bolton provò a calmarlo. --Ha senza dubbio preso riparo nella capanna. Non vi agitate. Sua Signoria è certamente
al sicuro. --Non mi piace che si trovi nel bosco con questo
uragano! Del resto, non mi piace che vada sempre nel bosco.
Ora è fuori da più di due ore. Quando è uscita? --Poco prima
che voi rientraste. --Non l'ho vista nel parco.
Dio sa dov'è e che cosa le è accaduto.
--Oh, non le è accaduto proprio niente. Vedrete. Ritornerà non appena
la pioggia sarà finita. E' la pioggia che la trattiene.
Ma Sua Signoria non rientrò appena cessata la pioggia. Passò parecchio tempo, il sole si mostrò per un ultimo guizzo giallo, ed ella non compariva ancora. Il sole tramontò, cominciava a farsi scuro, e il primo colpo di gong aveva già annunciato il pranzo. --Che cosa è successo?--proruppe Clifford, frenetico.--Manderò Field e Betts a cercarla. --Oh, non fatelo! --esclamò Mrs. Bolton. --Penseranno a un suicidio o chi sa che cosa. Non date modo che si facciano delle chiacchiere! Lasciate che vada io fino alla capanna a vedere se c'è. La troverò certamente. Clifford si lasciò persuadere e Mrs. Bolton si mise in cammino. Così Connie la incontrò nel viale, dove ella andava vagando pallida e sola come il cavaliere keatsiano. --Non dovete prendervela se sono venuta a cercarvi, signora! Sir Clifford era così agitato! Era convinto che foste stata colpita da un fulmine o uccisa dalla caduta di un albero. E voleva mandare Field e Betts nel bosco in cerca del vostro corpo. Allora ho pensato che era meglio venissi io, piuttosto che mettere in moto i domestici. Parlava nervosamente. Vedeva ancora nel viso di Connie la dolcezza e il segno della passione. E la sentiva irritata contro di lei. --Bene! --disse Connie. E non potè dir altro. Le due donne camminavano con fatica nel mondo molle di pioggia, in silenzio, mentre grosse gocce cadevano sul bosco con un rumore secco, come di piccole esplosioni. Quando giunsero nel parco, Connie passò avanti. Mrs. Bolton era un po' ansante: ingrassava. --Che sciocco Clifford a fare tante storie! --disse infine Connie irritata. In realtà parlava a se stessa. --Oh! Sapete come sono gli uomini! Ci provano gusto a eccitarsi. Ma quando vedrà Vostra Signoria si calmerà. Connie era molto irritata
che Mrs. Bolton conoscesse il suo segreto, perchè certamente
lo sapeva.
D'un tratto Connie si fermò nel sentiero. --E' mostruoso che debba essere seguita!--disse, con gli occhi fiammeggianti. --Oh, signora, non dite
questo! Avrebbe certo mandato i due uomini, e sarebbero andati
difilato alla capanna. Io non sapevo dove fosse, veramente.
A questa allusione, Connie diventò rossa di rabbia. Tuttavia
i segni della passione erano ancora in lei e non poteva mentire.
Non poteva nemmeno fingere che non ci fosse nulla fra lei e
il guardacaccia.
Guardava l'altra donna li in piedi, accanto a lei, così astuta, a capo chino, e che tuttavia, essendo donna, era un'alleata. --Oh, bene!--disse.--Se
così è, così sia. Non importa!
--Ma non avete nulla da temere, signora. Vi siete soltanto messa al riparo nella capanna. Non c'è assolutamente nulla da dire. Ripresero il cammino verso casa. Connie entrò nello studio di Clifford, furiosa contro di lui, contro la sua faccia pallida e alterata, contro i suoi occhi sporgenti. --Devo dirti che non vedo con quale diritto tu mi faccia seguire dai domestici! --Perdio! --esplose egli a sua volta--. Dove sei stata, donna? Sei stata via per ore e ore, e con un uragano simile! Che diavolo vai a fare
in quel bosco maledetto? Che cosa hai fatto? Sono ore e ore,
che la pioggia è cessata! Sai che ora è?
Ce n'è abbastanza per far impazzire chicchessia. Dove sei stata? Per cento diavoli, che cosa sei andata a fare? --E se preferissi non dirtelo?
Si tolse il cappello e scosse i capelli.
Egli la guardava con gli occhi fuori della testa; e gli si andavano tingendo di giallo. Quegli eccessi di rabbia gli facevano molto male: Mrs. Bolton ne sopportava le conseguenze per qualche giorno. Connie ebbe un improvviso rimorso. --Ma veramente-- disse, raddolcita-- si potrebbe pensare che sono stata chi sa dove! Mi sono semplicemente fermata nella capanna per tutto il tempo dell'uragano, ho acceso da sola un po' di fuoco e mi sentivo felice. Parlava ora tranquillamente. Dopo tutto, perchè agitarlo
di più? Egli la guardava con aria sospettosa. |