Le interviste di
VirusilGiornaleonline
Cartella clinica dei
partiti:
"Bossi e la Rivoluzione
tradita"
la
Lega è in trappola
intervista a Paolo Zanoni
di Lucy dall'Ombra
Zanoni, perchè
nel suo ultimo libro parla di "Rivoluzione
tradita"?
Sul Po' e a Venezia avevamo giurato:
"Tutti per uno uno per tutti,
fino all'Indipendenza", avevamo giurato
che saremmo divenuti fratelli su libero suol, avevamo capito che da Roma non
sarebbe mai arrivato nessun cambiamento, che Roma era ormai solo
il simulacro di un potere arrogante e
vuoto, schiumante di rabbia ma traballante. Dovevamo rompere le catene con quel
mondo
e invece siamo andati a finire nell'
ennesimo governo italiano, troppo italiano per capire le ragioni della Padania.
Bossi non è il Ministro
della Devolution?
Bossi è prigioniero ormai del sistema da
Basso Impero che regna nella città dei Cesari. Bossi ci aveva insegnato:
"C'è una strada nel cuore:
indipendenza Nord". Moltissimi di noi ci avevano creduto. La Lega
aveva altre carte da giocare prima di decidere di partecipare all'italico
"circo". Forse è mancato il coraggio, e di conseguenza gli
uomini.
Ma una secessione non si fa a
slogan!
E' vero, ma fino al 1999 la Lega, Umberto Bossi stavano
seminando nelle coscienze la forza e la dignità di un senso di appartenenza che
giaceva silente dentro moltissimi cittadini settentrionali: ritrovare quell'idem
sentire che ci facese comprendere che l'Italia era a noi estranea. La Padania
era nata nei cuori, ora si trattava di strapparla a chi ce l'aveva scippata al
suono della marcetta di Mameli. Ma
c'erano le inchieste giudiziarie sulla GNP... L'Italia non aveva risposte politiche, aveva paura e sguinzagliò i
giudici per reati ideologici. Era solo una conferma di un potere che deve, per
suo stesso dna, eternare se stesso,
in qualunque modo. Violante voleva mandarci i carriarmati a Venezia...
affermazioni da Guinea Bissau.
E noi dovevamo restare in questo
paese?
E ora, che fa la
Lega? Che farà Bossi?
Non so. Certo
è che la Lega è in trappola. Si arrabbia, urla, attacca e alla
fine torna sui suoi passi.
Dicono che "Bisogna
mediare", non sanno rispondere altro. Lega di lotta e di governo
(romano): è impossibile, uno slogan
che come un boomerang ci tornerà sui
denti. E farà male, molto male.
CHI HA PAURA DI
QUESTO LIBRO ?
"BOSSI E LA RIVOLUZIONE TRADITA"
di Paolo Zanoni
Editoria Universitaria - Venezia
Il libro sarà presentato ai giornalisti a Venezia, Caffè
Papadopoli -
A Vicenza, Hotel Sofitel venerdì 14 dicembre 2001 - ore 11.30 -
a Verona, Caffè Letterario - Libreria Rinascita venerdì 14 dicembre 2001 - ore
16 pagine: 132 Prezzo: 10 euro Uscita in libreria: 15 dicembre
CHI HA
PAURA DI QUESTO LIBRO ?
Un libro scritto dall'interno della Lega
Nord e che pone delle domande sulla linea politica e sul futuro incerto della
Lega.
Un libro che svela i "misteri" delle
"Camicie verdi" anche in relazione alle inchieste del procuratore Papalia.
Un libro necessario per capire
l'evoluzione politica degli ultimi anni.
Paolo Zanoni (Verona 1974) è stato
tra i primi aderenti alle "Camicie Verdi" della Lega Nord.
Questo suo libro, "Bossi e la Rivoluzione
tradita", è una riflessione e, soprattutto, un'obiezione all'inversione che la
dirigenza leghista ha impresso al movimento privilegiando il quadro politico
italiano a quello padano. Il libro non è l'opera di un pentito
o di un dissociato ma, piuttosto, di un "bossiano" contro il nuovo Bossi.
"Bossi e la Rivoluzione tradita" parla della Lega ma - mutatis mutandis -
vale per tutti gli orizzonti politici perché, fondamentalmente, è un richiamo
alla ragione e alla coerenza politica. Il libro è dedicato "a tutti quelli che
nella loro personale battaglia non hanno mai accettato nessun burattinaio e che
continuano la ricerca a ritroso per trovare dove l'unico filo, quello della
memoria, si è spezzato". Perché, conclude Zanoni, "senza passato non c'è
futuro".
Cartella clinica dei
partiti 2:
Certe
sciocchezze e certe ambiguità sono lussi che
non possiamo
più permetterci
Intervista a
Franco Debenedetti, senatore DS
di Paolo Mossetti
Senatore, lei ha
strigliato i Ds per la scelta di partecipare alla
manifestazione del Social Forum durante il G8
di
Genova.
Che rapporto dovrebbe avere una sinistra
moderna con il Popolo di Seattle?
Io credo che la tolleranza non consista
nel far finta che non ci siano idee sbagliate: quelle degli antiglobalizzatori,
di Seattle come di Genova, sono sostanzialmente sbagliate; il confuso coacervo
in cui vengono affastellate rende sbagliate anche quelle che contengono grani di
verità. Non c'era bisogno dell'11 Settembre per saperlo, ma dopo l'11 Settembre
il margine di tolleranza per le idee sbagliate deve ridursi. Certe sciocchezze e
certe ambiguità sono lussi che non possiamo più permetterci.
Ho un'istintiva diffidenza verso il
conformismo, verso il politically correct. Ma le idee degli antiglobalizzatori
su OGM, Tobin Tax, multinazionali, debito del terzo mondo, origini dello
sviluppo e cause della miseria, apertura dei mercati e appiattimento culturale,
e via affastellando, sono sostanzialmente sbagliate. E non sono innocue: nei
momenti di crisi, come dopo l'11 Settembre, impediscono di distinguere cause ed
effetti, quindi di prendere posizioni e decisioni utili.
Basta leggere quanto hanno detto Dario Fo
o Susan Sontag.
Quali colpe
ha la sinistra nel suo rapporto con la piazza?
Riuscirà a
ricucire il rapporto con la «società
civile» senza ricadere nella demagogia?
Non ho particolare simpatia né per la
piazza né per la «società civile tra virgolette». Credo invece che
l'adesione, diciamo pure l'entusiasmo, che hanno saputo suscitare l'Ulivo di
Prodi, e, alla fine della campagna, anche l'Ulivo di Rutelli-Fassino, dimostri
la possibilità di suscitare passione civile e politica senza dover cedere né
alla demagogia della piazza né al generico sentimento prepolitico che sovente
anima la cosiddetta società civile.
Cosa
rappresenta Bertinotti per la politica italiana? E' giusto che una
sinistra italiana moderna, che vuole
ispirarsi alla socialdemocrazia europea,
guardi con simpatia ai centri sociali, al popolo antiglobal e protezionista di Josè
Bovè, ai
terzomondisti fautori della Tobin Tax?
E' inevitabile che in ogni società
complessa e libera esistano aree di disagio sociale, di irriducibile dissenso
ideologico. Intercettarlo e offrirgli uno sbocco politico è sicuramente utile.
Credo però che non si debba perdere di vista l'obbiettivo di comprendere tutti,
di conquistare tutti al disegno riformatore. Contenere e isolare il dissenso può
essere inevitabile, quindi anche utile, ma chi vuole governare il paese e ha un'idea di come farlo è
deve guardare oltre, perché molto più ambizioso e difficile è il suo obbiettivo.
È come per la protesta degli antiglobalizzatori: se un'idea è sbagliata non
diventa giusta per convenienza. gmosse@tin.it
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