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Gli enti previdenziali? C'è da vedere la foresta prima dei singoli alberi
 
intervista a Giuliano Cazzola
economista politologo esperto di materie sindacali
 
di Luciana Olcese
 
Il superministro Giulio Tremonti a Cernobbio ha accennato alla riforma degli enti previdenziali.
Ne parliamo con Giuliano Cazzola. Esperto di previdenza, ha seguito da vicino le vicende che hanno riguardato
il dibattito sulla riforma degli enti previdenziali e passato gli ultimi sei anni della sua vita all'interno di un ente previdenziale in qualità di componente del collegio dei sindaci.
 
Cosa pensa della proposta di Tremonti ?
 
Trovo necessaria una profonda revisione dell'assetto istituzionale degli enti previdenziali, che sono ancora troppi, non sempre efficienti, dotati di competenze e funzioni spesso ripetitive e accavallate. Inoltre, gli enti previdenziali sono veri e propri centri di potere. Se mi è consentito un paragone, sono le partecipazioni statali del nuovo secolo.
Amministrano 500mila miliardi l'anno, interagiscono con 20 milioni di famiglie e con milioni di imprese, gestiscono
(e devono dismettere) più di 100mila unità immobiliari, hanno 60mila dipendenti, investano risorse enormi in informatica e strumenti di comunicazione. Mi sembra ovvio che una diversa maggioranza - come del resto ha fatto con pochi scrupoli la precedente - si proponga di rinnovare i gruppi dirigenti. E per poterlo fare deve necessariamente cambiare gli ordinamenti, altrimenti questi organi rimangono fino al 2003.
 
E' solo un problema di nomine più gradite al nuovo governo ?
 
Non ci sono soltanto questioni di nomine. L'esigenza di riformare gli enti è antica. Già il Governo Ciampi nel 1993 inserì in finanziaria un'ampia delega che venne attuata solo in parte. Vennero istituiti l'Inpdap (fino a quel momento esisteva solo
per decreto legge) e l'Ipsema (l'ente dei marittimi che eroga poche prestazioni). Fu disposta la privatizzazione degli enti
dei liberi professionisti e dei giornalisti. Ma il provvedimento centrale riguardò l'ordinamento interno degli enti Inps, Inail, Inpdap e Ipsema. Si è parlato di modello duale: da un lato il presidente e il consiglio di amministrazione (nominato dal governo) dall'altro il consiglio di indirizzo e vigilanza come sede di rappresentanza delle parti sociali a composizione paritetica con un presidente scelto nella delegazione dei lavoratori (e quindi ripartito tra Cgil, Cisl e Uil).
I sindacati, allo scoppio di Tangentopoli, avevano lasciato ogni ruolo di amministrazione diretta e scelto la funzione di vigilanza.
 
Quale bilancio si può trarre dopo alcuni anni ?
 
L'esperienza non è stata felice. Tra i due organi vi è una conflittualità aperta. I Civ danno direttive politiche spesso inattuabili; così i cda li ignorano e loro protestano. Tenga conto che vi sono poi anche numerosi comitati di settore all'interno degli enti: un valzer di poltrone inutile e inefficace.
 
Quando è sorto questo problema ?
 
Anche i governi di centro-sinistra si erano posti il problema di cambiare questa situazione. Nella finanziaria dell'anno 2000 era stata inserita una norma di delega che non solo imponeva di rivedere l'ordinamento interno, ma anche le stesse funzioni degli enti. Poi il governo si è rifiutato di darvi attuazione. Lo sa perché ?
Non voleva lasciare al governo che si prefigurava al potere dopo le elezioni uno strumento che consentisse di mutare la composizione degli organi ora saldamente in mano ai partiti del centro-sinistra.
Con le attuali regole questi organi scadono nel 2003. E' un po' la solita storia che abbiamo visto ovunque, a partire dalla Rai. Negli enti previdenziali sono state occupate non solo le poltrone e le sedie, ma anche gli strapuntini.
Pensi che all'Inpdap le direzioni generali sono state portate da 11 a 25.
 
Che fare?
 
Innanzi tutto c'è da vedere la foresta prima dei singoli alberi.
Credo necessaria una forte semplificazione degli enti, mediante misure di fusione, scorporo e incorporazione.
Fino ad ora il dibattito era arrivato a immaginare tre enti: due per la previdenza (l'Inps e l'Inpdap) e uno per gli infortuni
(l'Inail che dovrebbe assorbire anche l'Ipsema e recuperare funzioni dal Servizio sanitario). Mi domando se non sia il caso
di ragionare, per quanto riguarda la previdenza, secondo altri schemi: il lavoro dipendente e quello autonomo, ad esempio.
Non ha più senso tenere distinto il lavoro privato da quello pubblico, nel momento in cui si va ad una unificazione delle regole; mentre sarebbe il caso di accorpare tutto il lavoro autonomo, tipico (coltivatori, artigiani, commercianti) e atipico (collaboratori, partite Iva), in un nuovo Istituto, magari retto con le regole degli enti privatizzati. Poi, c'è il problema delle prestazioni non pensionistiche (sia previdenziali, sia assistenziali) per le quali sarebbe il caso di prevedere una gestione separata, legata alle politiche sociali e del mercato del lavoro, coerente con la riforma degli ammortizzatori sociali.
 
E per quanto riguarda gli ordinamenti interni?
 
Fondamentale è poi superare il modello duale. Se devono essere le parti sociali a gestire la previdenza è bene che lo facciano senza tanti infingimenti. Sarebbe un ritorno all'antico, ma almeno servirebbe a fare chiarezza.
Altrimenti - come io penso - è meglio passare ad una gestione manageriale di nomina governativa.
Magari con l'obbligo di sentire in parere delle commissioni parlamentari sui nomi proposti.