Intervista a Giuliano Cazzola
economista politologo esperto di materie sindacali
"Al punto in cui erano arrivate le cose, afferma Cazzola, Amato non aveva altre possibilità che far buon viso a cattiva sorte. Gli hanno fatto capire che per lui si trattava di bere o affogare. Se si fosse opposto alla candidatura di Rutelli gli avrebbero dato gli otto giorni in modo spiccio. A quel punto sarebbe stata un’implicita sfiducia anche per il suo governo, mentre in questo modo, prestandosi al ruolo di king maker, può restare a Palazzo Chigi fino alle elezioni. Ma la conclusione delle vicenda non è molto decorosa, anche perché pure un bambino capisce che ad Amato (chiedo scusa) girano parecchio le balle. Era evidente che avrebbe fatto il possibile per essere lui il candidato. Inoltre ha tardato a capire che per lui la corsa era finita. Per almeno una ventina di giorni, dopo l’errore di fine agosto di mettere in corsa Rutelli, convocandolo a Palazzo Chigi, ha fatto battute (è Amato che ribattezzato Rutelli "Mister Italia"), si è dichiarato indisponibile. Poi di colpo lo schianto a "Porta a porta". Ma non ha convinto nessuno. Al Palavobis lo spettacolo della incoronazione è stato patetico, degno del peggior centralismo democratico, quando toccava a chi era in dissenso svolgere la relazione introduttiva.
Veniamo al "BeneAmato". Perché ha voluto scrivere un libro dedicato all’esperienza governativa di Giuliano Amato ?
La mia storia prende le mosse dal governo Amato del 1992 allo scopo di rivalutare quell’esperienza che, a mio avviso, è stata fondamentale per evitare la bancarotta del paese, per avviare le riforme, le privatizzazioni e il risanamento di conti pubblici. Quella esperienza venne duramente contrastata dalla sinistra politica e sindacale, fino ad essere espunta per anni dal novero dei governi "virtuosi", la cui serie cominciava sempre da quello presieduto da Ciampi. Ebbene, nel momento in cui Amato soggiaceva al canto delle sirene dell’ambizione politica e si faceva coinvolgere, nella primavera scorsa, in un esecutivo di basso profilo, in partenza condannato a vivacchiare senza poter pensare in grande (perché impedito dalla sua stessa maggioranza), ho voluto ricordare al dottor Sottile che senza il coraggio dei bei tempi avrebbe dissipato, col governo n. 2, un patrimonio di credito accumulato con l’azione della compagine n.1, otto anni or sono.
I fatti successivi sembrano aver confermato la sua analisi.
Purtroppo sì. Amato è stato invitato a farsi da parte per fare posto a Francesco Rutelli. Con poco riguardo. Come avevo scritto nel libro, ai profeti disarmati si può anche mancare di rispetto. E Amato non è tale solo perché non ha un partito alle spalle, ma soprattutto perché ha accettato regole del gioco non sue; ha gettato subito la spugna del riformismo alto. E lo ha fatto consapevolmente, quasi con cinismo. Fin dalle sue dichiarazioni alla Camera, all’atto del voto di fiducia, ha voluto prendere le distanze dalla sua prima esperienza, invitando a non contrapporre la sua maggioranza di oggi all’Amato di ieri. Affermando così che lui prendeva le distanze da se stesso. Sapeva bene il presidente di non essere amato (mi scuso del bisticcio di parole) dall’elettorato diessino, anche in conseguenza di quella sua lontana esperienza di governo. Purtroppo, però, la sua captatio benevolentiae non si è limitata solo a questa abiura. In questi mesi ha fatto di tutto: polemiche astiose col Polo, revisioni non troppo oneste (si pensi alla ricostruzione dei suoi rapporti con Craxi). Ha corteggiato, al vertice Ocse, il popolo di Seattle in versione bolognese (e a chiappe nude) e ha blandito i professionisti dello stragismo, sempre a Bologna il 2 agosto, accreditando la teoria del doppio Stato. Ma nulla è peggio della Finanziaria da fine della prima Repubblica, zeppa di interventi demagogici e di coperture finanziarie inadeguate, come è quella che il suo governo ha presentato allo scopo di foraggiare i propri insediamenti sociali.
In sostanza, lei sostiene che Amato ha costruito con le proprie mani la sconfitta. Ma come si spiega che gli abbiano preferito Rutelli ?
Esistono molti motivi. Innanzi tutto appare chiaro che sul piano della comunicazione è Berlusconi a condurre le danze. Rutelli, infatti, è il candidato che più somiglia (seppure il sedicesimo) a Silvio Berlusconi. La sinistra si è adeguata ai modelli del Cavaliere. Poi, Amato ricordava il passato al popolo della Quercia. E i propri errori. Amato evocava la battaglia assurda in difesa della scala mobile del 1984; richiamava l’irrisolta questione craxiana; riproponeva il problema di un’identità socialdemocratica che gli ex comunisti hanno sempre eluso, nascondendosi dietro formule democraticistiche. Gli ex comunisti hanno sempre rimosso la loro storia, hanno preferito ripartire sempre da zero (o almeno hanno preteso di poterlo fare). E chi meglio di Rutelli poteva assicurare un nuovo inizio, rappresentare l’insostenibile leggerezza dell’essere meglio di Francesco Rutelli ?
Non le sembra di essere troppo severo con Amato ?
Ma lo ha visto, al Palavobis, incoronare Rutelli alla stregua di quei generali sovietici che davanti al plotone d’esecuzione morivano gridando "Viva Stalin" ? Guardi, io ha conosciuto l’Amato-Roosevelt, il grande riformatore. Purtroppo, ho dovuto vedere anche l’Amato-Facta. La faccia che il presidente ha perso in questi mesi non è solo la sua, ma anche la mia. E’ la faccia della parte migliore del paese. Ed è questo che non posso perdonargli.