Le interviste di Virus ilGiornaleonline 

 
B O N U S   F I S C A L E   G O V E R N O   R I F O R M E
 
INTERVISTA
al

 Professor Onorevole Michele Salvati

La redazione di Virus ilGiornaleonline
 
Professor Salvati, quest’estate non è passato giorno che qualche membro del governo o autorevole esponente dei partiti che lo sostengono non dicesse la sua su come dovrebbe essere utilizzato questo benedetto "bonus" fiscale. Le sembra decoroso?
Riserverei questo aggettivo (decoroso/indecoroso) ad altri comportamenti del nostro ceto politico.
In materia di politica economica interna in agosto le notizie scarseggiano e quella più grossa era la presenza di un consistente sovrappiù di entrate rispetto alle spese previste e all’impegno assunto in sede europea di portare il disavanzo all’1.3% rispetto al Pil. Naturale che i giornalisti si mettessero a tampinare chiunque tenesse accesi i telefonini in vacanza, e soltanto umano che costoro rispondessero. Umano, naturalmente, nel contesto di una maggioranza variegata e di un governo in cui il primo ministro non ha i poteri da monarca repubblicano che ha Blair, il quale può impedire ai suoi ministri di fare dichiarazioni dissonanti. Ma poi sarà il governo a decidere, dopo aver anzitutto accertato qual è l’effettiva consistenza del sovrappiù.
Personalmente trovo già abbastanza confortante che la quasi totalità delle risposte convergesse sulla scelta di ridurre strutturalmente la pressione fiscale. In vicinanza delle elezioni, avrei trovato virtuosa fino al masochismo una scelta di destinare il surplus, nella misura in cui sarà accertato, ad una riduzione accelerata del disavanzo.
Le elezioni, dunque: è un momento di bilanci. Lei ha appena scritto un libro pubblicato da Laterza e che porta il titolo significativo di "Occasioni mancate". In questo libro lei fa un bilancio agrodolce degli anni ’90, ed in particolare dei governi di centro-sinistra, ma, nella sostanza, sembra arrivare ad un saldo positivo. Non le sembra, invece, che anche gli anni ’90 siano stati un decennio di occasioni mancate?
Questo mi sembrerebbe un giudizio ingeneroso. Sono sicuro che sarà il giudizio del Polo, così come sono sicuro che il Centro-sinistra esalterà i meriti dei governi: entrambe cose legittime in campagna elettorale e non prive di giustificazioni. Da un punto di vista macroeconomico questi governi hanno fatto quel che doveva essere fatto e non era così facile fare: col senno di poi si capisce tutto, ma i patemi d'animo del '92, del '95, del 96-97 sono troppo vicini per essere dimenticati. Merito dell' "aumento delle tasse e della riduzione dei tassi", in larghissima misura. Ma una riduzione della spesa corrente comporta problemi politici di prima grandezza per qualsiasi governo che non abbia un consenso elettorale e una uniformità di indirizzo di tipo thatcheriano. Dal punto di vista microeconomico e strutturale, già dal primo governo Amato i principali problemi di riforma sono stati impostati e molti sono in via di soluzione. Certo, in molti casi si tratta dei tipici bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti, a seconda del punto di vista da cui li si guarda.
Ma le riforme importanti sono state tutte avviate, e scuotono equilibri che duravano da molto tempo: pensi alle privatizzazioni, al fisco, alla scuola, alla pubblica amministrazione, alla giustizia, al commercio, alla sanità, e può proseguire con qualsiasi comparto dell'attività delle pubbliche amministrazioni.
Già, ma come mai allora il Corriere può dedicare due paginoni elencando una serie impressionante di riforme bloccate. E l'elenco non è certo completo.
No, non è completo: Paolo Glisenti ne ha stilato uno più lungo e ragionato nel suo recente libro sulla Fine dello stato padrone, e non è completo neppure quello. I nemici delle riforme sono tanti e, se si tiene conto della loro forza e della fatica di Ercole che i governi di centro-sinistra dovevano affrontare, anche i successi parziali che sono stati ottenuti devono essere valutati con una certa generosità. Anzitutto va ricordato che le riforme orientate a rendere il sistema Italia più competitivo costano in termini di consenso: si pensi alle riforme del commercio e degli ordini professionali, per non dire di quelle delle pensioni o della legislazione del lavoro. Costano perché gli effetti benefici sono lontani, indiretti, incerti e poi si spalmano sul totale della popolazione che neanche se ne accorge, mentre gli effetti immediati sono avvertiti da gruppi ben organizzati, vicini al sistema politico e che hanno molto da perdere e strillano come ossessi.
Per potere fare riforme occorrono governi molto forti e coesi, e una struttura istituzionale e amministrativa molto efficiente. Non è il caso dei nostri governi, né di quelli di centro-sinistra, né di quelli di centro-destra; e non è il caso delle nostre istituzioni e della nostra P.A. Quanto alle istituzioni pensi al "costo per le riforme" della mancata riforma chiave, quella della Bicamerale, boicottata dal Polo. Pensi all'assurdo Bicameralismo, i cui effetti ritardanti si capiscono bene anche dai paginoni del Corriere. Pensi all'incerta divisione di compiti tra Stato e autonomie locali:
il "federalismo" era uno dei pezzi portanti del progetto della Bicamerale, ora è in discussione alla Camera e dubito che passerà queste Forche Caudine.
Pensi agli assurdi regolamenti parlamentari , che danno all'opposizione un potere di boicottaggio inaudito in altri sistemi e che, naturalmente, l'opposizione, quale che sia, non vuole modificare.
E pensi, in cauda venenum, all'inefficienza della pubblica amministrazione, nazionale e locale.
Qui Bassanini ha fatto molto, ma occorrono decenni e/o una forza politica mostruosa per risolvere il problema.
Sono tutte considerazioni ragionevoli Professor Salvati. Danno però l'impressione che, per fare le riforme, gli ostacoli che il centro-sinistra e il centro-destra devono affrontare siano esattamente gli stessi, che votare l'uno o l'altro non faccia differenza.
Fa differenza, e ne parleremo in campagna elettorale.
Gli ostacoli più importanti sono però comuni e lei ha colto perfettamente il punto. Se dovesse vincere le elezioni, anche il Polo si troverebbe di fronte gli stessi regolamenti parlamentari, la stessa pubblica amministrazione, le stesse incertezze sul ruolo delle autonomie, lo stesso bicameralismo, la stessa discrasia tra costituzione materiale e formale.
Ed anche il Polo è uno schieramento non coeso da un punto di vista programmatico, anche se i partiti di cui si compone sono meno numerosi di quelli del centro-sinistra: al di là di una valutazione politica, non sono sicuro che fare riforme con la Lega sia più facile che farle con Rifondazione.
A proposito della Lega, anche Lei pensa, come Giuliano Amato, che la proposta di referendum della regione lombarda sia incostituzionale?
Non credo che Amato abbia usato una espressione così decisa.
Il referendum non è incostituzionale semplicemente perché non è un referendum, è un, diciamo così, sondaggio istituzionale, un atto politico di cui Formigoni si assume la responsabilità: se preferisce spendere i soldi dei cittadini in questo modo, credo che nessuno possa impedirgli di farlo. Credo invece si tratti di un atto politico inopportuno, in un momento in cui si apre la discussione parlamentare sul federalismo, una vera e propria dichiarazione di guerra.
Spero di sbagliarmi, ma temo che il federalismo si aggiungerà alle numerose riforme che il Polo vuole impedirci di fare in questo scorcio di legislatura, in modo che il governo si presenti più debole alle elezioni.
I regolamenti parlamentari di cui dicevo prima offrono possibilità di ostruzione infinite, in una materia in cui le resistenze sono trasversali e occorrono ampie dosi di spirito bibartisan per costruire qualcosa di sensato.