Sindacati & Politica
"Tutti fanno politica. Faccia una prova. Mi porti un'intervista recente di Cofferati in cui si parli di salario"
 Luciana Olcese intervista 
Giuliano Cazzola, economista, esperto di questioni sindacali
cazzola.g@tiscalinet.it
 
Ritornano di grande attualitą i temi trattati in questa intervista fatta da Virus nell'ottobre 2001 a Giuliano Cazzola, tra i massimi esperti di materie sindacali, previdenziali e finanziarie.
D: Il Giornale di mercoledì 21 febbraio ha pubblicato un'inchiesta sugli stipendi dei lavoratori, dimostrando che ormai non sono più protetti neppure nei confronti dell'inflazione. Nel 1997, a fronte di un'inflazione dell'1,7% i salari lordi sono cresciuti del 3,8%.
Nel 2000 a fronte di un'inflazione del 2,6% solo dell'1,9%.
Da cosa dipende questa situazione ?
 
R: E' un classico prodotto dei tempi in cui viviamo. Quando sindacati scelgono di fare politica, finiscono per pagare un prezzo notevole nell'esercizio del proprio ruolo specifico. I dirigenti sindacali fondano partiti, condizionano maggioranze e governi, rilasciano interviste sul futuro della sinistra ma non sono altrettanto attivi e solleciti nel difendere i lavoratori.
La conseguenza è una perdita di valore sociale del lavoro dipendente: non è un bel risultato negli anni della sinistra al potere.
Il sindacato - come interlocutore autonomo ed unitario - non ha mai contato poco come oggi, nel momento in cui alcune sue componenti sembrano tenere al guinzaglio governo e maggioranza. Bisogna tornare indietro di 40 anni per trovare divisioni tanto profonde come le attuali. Sa di chi è la colpa ? Del rapporto privilegiato che i governi di centro-sinistra hanno instaurato con
la Cgil. Un rapporto che ha una sola giustificazione: i meccanismi di potere all'interno dei Ds e della coalizione.
 
D: In questo modo si rafforza la spirale del lavoro rifiutato. I giovani non sono più attratti dal lavoro produttivo. Perchè ?
 
R: Il lavoro produttivo è scarsamente retribuito e per giunta è taglieggiato da un insopportabile cuneo fiscale e contributivo.
Ma la questione salariale è solo uno degli aspetti drammatici. Ci sono dati preoccupanti per quanto riguarda gli infortuni, le condizioni di lavoro. Eppure vi sono leggi, regolamenti, diritti sindacali che dovrebbero consentire di affrontare la situazione.
La verità è che su certi temi non vi è più la necessaria tensione.
 
D: Dagli ambienti neo comunisti viene la proposta di ripristinare una sorta di scala mobile, che possa rivalutare automaticamente le retribuzioni rispetto al costo della vita. Cosa ne pensa ?
 
R: Guardi, non inseguiamo falsi problemi. La scomparsa della scala mobile non c'entra per nulla. L'indennità di contingenza non esiste più dall'inizio degli anni novanta, eppure la dinamica dei salari è crescita più dell'inflazione fino a pochi anni or sono.
La verità è che l'attuale struttura della contrattazione (nazionale di categoria e decentrata nelle imprese medie e grandi) non è più in grado di rispondere alle esigenze del mondo del lavoro. I contratti nazionali non sono applicati in gran parte del paese, perchè non sono sostenibili nelle realtà economica più svantaggiate. Dal canto suo, la contrattazione integrativa aziendale si esercita in qualche migliaio di imprese. Ma in Italia le aziende sono 3,5 milioni di cui 3,3 milioni con meno di 10 addetti.
 
D: Quali sono i suoi suggerimenti ?
 
R: Bisogna legare maggiormente il livello delle retribuzioni all'effettiva produttività del lavoro nelle diverse realtà territoriali. L'attuale assetto contrattuale è un residuo del passato, è adatta ad un mercato del lavoro protetto che perde consistenza sempre più. Inoltre bisogna ridurre il prelievo sulle buste paga (contenendo la spesa corrispondente), altrimenti anche i milgioramenti salariali più generosi si tradurranno sempre in modesti ritocchi, al netto.
 
D: Non crede che questa penalizzazione del lavoro dipendente sia da annoverare tra le cause che determinano il ricorso al lavoro sommerso, allo scopo di pagare meno tributi ?
 
R: Una recente ricerca dell'Ires (il centro studi della Cgil) ha sostenuto che in Italia vi sono 3 milioni di lavoratori in nero, la metà dei quali nelle regioni del Sud. Quando un pezzo così rilevante della economia non è in condizione di rispettare le leggi, non possiamo dire che sbaglia; sbagliate sono le regole. Le leggi devono servire alla società, non il contrario.
 
D: Come giudica la politica sindacale ?
 
R: Provi a mettere a confronto i dati sulle retribuzioni che finiscono a coda di pesce, con quelli della spesa sociale e in particolare della spesa pensionistica. Vedrà che il trend è del tutto inverso: la crescita, al di sopra del saggio di inflazione, non
si è mai interrotta. Io scorgo in questa contraddizione una scelta di campo dellle maggiori confederazioni. In questi ultimi tempi, hanno spostato il tiro: dai rapporti di produzione e di  classe (come si diceva una volta) al bilancio dello Stato.
Un classico compromesso socialdemocratico con cinquant'anni di ritardo: tregua sociale, scarsa conflittualità, pochi scioperi, collaborazione in fabbrica in cambio di poter contare sul versante della redistribuzione del reddito sul piano fiscale e della spesa pubblica.
 
D: Non mi aspettavo che proprio lei criticasse l'atteggiamento di responsabilità che i sindacati hanno avuto negli ultimi tempi. Tra l'altro vi è stato un crollo delle ore di sciopero: 13 milioni nel 1996 e 5,8 milioni nel 1999. Un dimezzamento bello e buono.
 
R: Evviva il sindacato responsabile. Purtroppo lo è solo coi datori di lavoro. Io non rimpiango i tempi in cui si teorizzava che il salario è una variabile indipendente e quando la scala mobile trascinava e consolidava tassi di inflazione a due cifre.
Non è sano, però, un sistema democratico in cui nessuno fa più il suo mestiere e tutti fanno politica.
Faccia una prova. Mi porti un'intervista recente di Cofferati in cui si parli di salario, di qualifiche, di orario di lavoro e non di pensioni. O peggio delle prospettive della sinistra.