Come uccidere la posta
elettronica?
Ci prova
"il Garante"
Il Garante per la privacy ha stabilito che
la stessa sarebbe violata se qualcuno utilizza a fini di comunicazione
politica indirizzi E-mail che ha reperito sulla
Rete,
pur se rilevati in luoghi di pubblica
frequentazione
Secondo l'Autorità per inviare questi
messaggi occorrerebbe il consenso degli interessati. Abbiamo più volte sostenuto che la legge sulla
Privacy, oltre a stabilire il diritto del livello superiore (lo Stato) a fare
ciò che vuole dei dati dei suoi amministrati, ha messo i privati nelle
condizioni dei polli di Renzo di anzoniana memoria: scannatevi
tra di voi, tanto qualcuno ha già deciso la vostra sorte e vi sta conducendo
verso essa. E la decisione odierna dell'Autorità rientra in
questa logica, perchè apre la guerra tra privati già condannati, lasciando inalterato lo Stato
a svolgere il suo permanente spamming (anche se ora, per evidenti
ritardi tecnologici, lo Stato non lo fa in
Rete, ma solo con la più tradizionale posta:
c'è qualcuno che non abbia
ricevuto quelle lettere minatorie dell'Urar per la sua
presupposta convinzione che il fatto di esistere è legato al possesso di una tv
e quindi scatterebbe l'obbligo di
pagare quella tassa che continuano a chiamare canone o abbonamento?). Si vuole
ammazzare la posta elettronica: questo è quello che sta succedendo.
Non escludiamo che sia il
primo passo per una tassazione unitaria della
stessa. Anche noi siamo contrari allo spamming ma non lo mettiamo
in pratica nell'unico modo in cui è possibile senza ammazzare lo strumento:
l'autoregolamentazione e, solo in caso di non cancellazione dagli elenchi dopo
un'ingiunzione, la richiesta di intervento dell'Autorità della
Privacy che dovrebbe duramente sanzionare chi non vi ottempera.
Invece l'Autorità ha
deciso che, senza tanto forzare i termini della questione, per
esempio, non si può più mettere la pubblicità in cassetta, e che, prima di
farlo, bisognerebbe mandare una lettera in cui si chiede il permesso:
essere pubblicamente
in Rete equivale a mettere una cassetta della posta
davanti all'ingresso della propria abitazione.
Sulle cassette compaiono degli avvisi per il non gradimento della
pubblicità, ma non c'è legge che
lo vieti salvo quella del
mercato che invoglierebbe la
"vittima" a non comprare i prodotti di cui subisce la violenza.
Invece il
Garante, questa legge la vuole mettere in
Rete. Capiamo la logica che ispira l'Autorità, che è
quella che
i data-base promozionali
devono contenere elenchi di persone che hanno autorizzato il trattamento dei
loro dati anche per quella funzione (è lo stesso consenso che
diamo banca altrimenti non ci aprono il conto...), ma, sia perchè la questione è
regolamentata con un pesante vantaggio per chi ha servizi che gestisce in regime
di monopolio/cartello (l'esempio della banca è calzante), e, inoltre -è bene
ricordarlo- non riguarda la pubblica amministrazione, non capiamo perchè
in Rete, dove l'E-mail è la regina del contatto, non si
debba favorire lo stesso: a maggior
ragione, considerato che, in termini tecnici, la cancellazione da questi
elenchi, dopo il primo invio non gradito, è un click col mouse sulla casella "reply" del programma
di posta elettronica e, qualche volta, con l'aggiunta della parola
"remove" (cosa ben diversa dalla lettera, raccomandata
A/R, da inviare). Insomma, il problema è che la legge italiana sulla
Privacy non è stata concepita pensando all'irrompere
gigantesco della comunicazione via Internet nella vita dei
privati, e qui sta mostrando tutte le sue debolezze
e astrusità. Il Garante invece di
riconoscere il problema, ha preferito mostrare la
mascella dura della legge, col risultato che spiana la
situazione alla morte dell'E-mail.
duc.it@aduc.it