la Sfida Politica più alta
La Lega di Bossi quale questione ha gettato sul tavolo sconvolto della politica italiana?
Semplicemente la questione dello Stato. E' la sfida politica più alta
 
Sabino Cassese ha ben descritto nel libro Lo stato introvabile il modello italiano di stato: un modello étatiste, con un apparato statale centralizzato, sottratto al diritto comune, con una preponderanza dell'esecutivo-amministrativo rispetto al legislativo-rappresentativo. E descrive la storia della sua costruzione: dai tentativi federalisti e autonomisti di Minghetti e Farini nel 1860
e di Jacini, che nel 1868 provò a elaborare una terza via tra il centralismo francese e il modello svizzero-americano: le Regioni, considerate circoscrizioni amministrative dello Stato, coincidenti con i vecchi stati pre-unitari. Ma l'idea liberale di self-governement fu sconfitta dalla paura del sud, dove i settori sociali più reazionari, legati alla Chiesa e ai Borboni, invocavano l'autonomia e il federalismo e usavano il ribellismo delle plebi meridionali contro la politica di brutale annessione garibaldina e sabauda.
Perciò tutte le correnti federaliste laiche (Cattaneo) e neo-guelfe (Gioberti) furono sconfitte, perché finirono per apparire come forze antisistema. Lo stato unitario, da fine ultimo dell'unificazione reale del Paese, divenne il suo strumento fondamentale.
Sono noti il feroce centralismo crispino contro l'insorgenza del movimento contadino e operaio, cattolico e socialista, le aperture
di Giolitti al municipalismo storico del nord e all'alleanza con il notabilato locale e la politica delle clientele dei mazzieri al sud, il federalismo di Salvemini e Sturzo come teoria politica e asse portante del nuovo meridionalismo. Al Congresso di Venezia del Ppi nel 1921, la Regione è descritta come «ente elettivo-rappresentativo, autonomo-autarchico, amministrativo e legislativo».
Nel 1926/27 il fascismo cancella le autonomie locali, introduce il podestà e soprattutto la figura del segretario comunale come funzionario statale. Il Comune diviene un organo ausiliario dello stato. Il passaggio alla Prima repubblica non ha cambiato i termini della questione, se non che i popolari, divenuti democristiani, sono arretrati sul centralismo: questa volta l'alibi era la paura delle regioni rosse. Con le parole, più o meno, di Cassese e di altri studiosi: alla costruzione di uno stato liberale di diritto si è sovrapposta quella dello stato amministrativo centralistico. Il fondamento della statualità non è la sovranità popolare, ma la sovranità dello Stato-persona. Alla base della formazione dello Stato unitario non sta un processo costituente contrattualistico liberale e democratico e neppure una libera trasposizione della sovranità da parte degli stati pre-unitari.
Il liberalismo centralista della seconda metà dell'800, saldandosi con la pratica normativa sabauda, la scuola hegeliana napoletana e con l'ossessione della disgregazione dello Stato di fronte ai conflitti territoriali, sociali e politici, ha finito per costruire uno stato politico solo formalisticamente liberale e uno stato amministrativo illiberale. Il che spiega per certi aspetti gli elementi di continuità con il fascismo e con il regime repubblicano, a direzione democristiana prima, consociativa poi. Tra i due "stati" si tende l'arco perverso del sistema politico-partitico del momento, prima liberale, poi fascista, poi democristiano, poi consociativo, il cui destino è profondamente consustanziale e piegato sullo stato amministrativo: il quale, per un verso diviene strumento di dominio e di puro arbitrio, per l'altro costituisce un vincolo ad ogni tentativo di riforma. Nelle pieghe di questo stato amministrativo, fondato oggi su 150.000 leggi e regolamenti e amministrazioni dirette o parallele, si è formata una classe sociale estesa e una burocrazia di alto livello, che rappresentano l'ostacolo principale ad ogni riforma che ne metta in discussione l'insediamento e il potere sociale e politico. La trasformazione coerentemente liberale della democrazia italiana non è possibile senza ricondurre lo Stato amministrativo sotto il controllo dello Stato politico liberale. Il che è come dire che le riforme politico-costituzionali sono destinate
a fallire e saranno comunque sempre ostacolate, se non si avvia un profondo processo costituente volto a spezzare il nucleo oscuro e illiberale dello stato amministrativo. La Lega ha posto la questione, avvolgendola in un linguaggio primitivo e illiberale, fatto di etnicismo, antiglobalismo, populismo. Parla male? Non c'è dubbio.
Ma nessun ciceroniano della classe politica nazionale ha provato a «dire» la questione che la Lega ha posto e che la storia d'Italia ripropone. Solo qualche balbettio tattico sul federalismo, riforme costituzionali approvate e poi misconosciute una volta all'opposizione. Interesse nazionale?
E come no! E' quello del pubblico impiego, delle pensioni di anzianità e di invalidità, di un Welfare iniquo, di una Pubblica amministrazione centro di inefficienza e corruzione. Perciò la Lega rimane a mio avviso l'unica forza riformista del governo Berlusconi. Il resto naviga all'indietro verso il porto della Prima repubblica. E verso il declino del Paese.
 
RISCOPRIRE CATTANEO: FEDERALISMO E LIBERTA
di Gianni Nencini
 
Carlo Cattaneo è un fervido sostenitore dei sistemi federali americano e svizzero e del decentramento inglese.
Sviluppa così la convinzione che una repubblica federale sia particolarmente adatta alla situazione storico-territoriale dell'Italia. Quando si parla dei fermenti culturali e politici del Risorgimento si parla sempre molto di Cavour, Gioberti, Mazzini e sempre poco di Carlo Cattaneo che è il pensatore che avanzava proposte politiche più innovative e liberali. Cattaneo (1801-1869) fu critico tanto nei confronti dei moderati quanto verso le ipotesi mazziniane. Il pensatore lombardo poneva
al centro della sua riflessione le singole intelligenze individuali la cui associazione poteva permettere lo sviluppo della società. Il pensiero di Cattaneo è permeato da un forte pragmatismo e i suoi studi sulle scienze sociali si basano sull'empirismo. Questa solida base "positivistica" lo porta a rifiutare ogni metafisica e di conseguenza a ritenere inaccettabile l'affermazione di un "primato" nazionale (per dirla con Gioberti),
o la ricerca di una "mistica" nazionale (secondo le ipotesi nazionaliste, immanentistiche e collettivistiche di Mazzini).
L'empirismo e il pragmatismo sono anche alla base dell'esperienze de "Il Politecnico" che dirige dal 1839 al 1844, dove, tra l'altro, affronta l'economia in termini scientifici. Proprio grazie a tali studi Cattaneo traccia un modello di crescita per l'Italia settentrionale basato sullo spirito imprenditoriale della borghesia commerciale e manifatturiera. Secondo Cattaneo l'ammodernamento delle istituzioni politiche avrebbe dovuto essere preceduto dall'aumento delle libertà in campo economico, come ad esempio la cancellazione delle "interdizioni imposte agli israeliti" secondo un suo scritto del 1835. E' chiara la centralità della borghesia all'interno del pensiero di Cattaneo, ma in lui, a differenza di quanto avviene nei moderati, a ciò si coniuga un liberalismo integrale
e moderno che tutela il valore assoluto della libertà individuale. Altro elemento a distinguerlo in modo netto dai moderati è il giudizio su Casa Savoia.
Il Regno di Sardegna è, per Cattaneo, più arretrato e conservatore del regime imperiale austriaco in cui, nonostante tutto,
la Lombardia è riuscita a sviluppare un'economia avanzata
. Ciò è dovuto alla presenza in Lombardia dell'Assolutismo illuminato durante il Settecento e allo sviluppo di un Illuminismo attento all'aspetto economico e giuridico sul finire del medesimo secolo. Tuttavia il tema centrale del pensiero di Cattaneo, sebbene non sia strutturato some una teoria politica sistematica, è il federalismo. Cattaneo è un fervido sostenitore dei sistemi federali americano e svizzero e del decentramento inglese.
Sviluppa così la convinzione che una repubblica federale sia particolarmente adatta alla situazione storico-territoriale dell'Italia.
Il tema del federalismo è particolarmente ben formulato nel "La città come principio ideale delle istorie italiane".
In questo scritto il pensatore mette in luce il peso avuto nella storia italiana delle "libere repubbliche cittadine", guidate da un'intraprendente borghesia mercantile. Con la prospettiva federale questo aspetto doveva essere riproposto, abbattendo i centralismi in nome di un decentramento capace di rispettare le diversità delle varie zone d'Italia. Accanto al progetto per l'Italia federale si inseriva un'Europa su base federale. Purtroppo a differenza delle tendenze neoguelfe e mazziniane, il radicalismo liberale e federalista di Cattaneo non ebbe seguito forse causa la mancanza nella penisola italiana della borghesia vivace e attiva
di cui il Nostro evidenziava la centralità sulla scena politica. Forse proprio adesso i tempi sarebbero maturi per riproporre la prospettiva di Cattaneo. Riscoprirne oggi l'intransigenza federale e liberale farebbe bene all'Italia e soprattutto all'Europa.
Serenissimi con l'Ulivo????????????????
 
Fausto Faccia, il Comandante in Piazza San Marco nella notte della presa del Campanile (8/9 maggio 1997), precisa che i Serenissimi -impegnati nella rivendicazione dei diritti fondamentali del Popolo Veneto - non si possono e non si sono mai schierati con nessuna alleanza politica italiana. La lotta e le prospettive politiche dei Serenissimi sono eloquentemente espresse da Fausto Faccia nel suo libro: In nome di San Marco Evangelista (sottotitolo: Il significato storico e nuove prospettive dell'impresa dei Serenissimi). Sicuramente chi ha steso gli articoli per Libero e Il Giornale parlando di una convergenza tra Ulivo e Serenissimi ha scambiato le scelte politiche di qualche partito autonomista con quella degli insorti veneti del 1997 per la Repubblica di San Marco. Abbiamo cercato di presentare alla stampa il libro di Fausto Faccia ma nessun giornale si è presentato. Ecco perché si confondono le posizioni dei Serenissimi con altre politiche di profilo non indipendentista. Il libro di Fausto Faccia è stato presentato -alla presenza dell'autore- a Venezia il 14 ottobre nella Sala San Leonardo a Cannaregio. Un'occasione per fare chiarezza! Per contatti con Fausto Faccia: tel. 3285417008 Venezia 8.10.2003. Albert Gardin Editoria Universitaria
Don Giuseppe Marini, chi è costui?
di Ettore Beggiato
 
"Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili, aveva indosso una bandiera di San Marco". Quesito di stampo manzoniano: Don Giuseppe Marini, chi è Costui? 
Don Giuseppe era un giovane cappellano di 29 anni, di Carrè (Vicenza, diocesi di Padova) che fu fucilato il 19 agosto 1809 a Vicenza dalle orde napoleoniche. Ecco quanto scrive il Tornieri nelle sue Memorie: "1809, 19 agosto... Giorno infaustissimo per essersi, per la prima volta in Vicenza, veduto fucilare un sacerdote. Questo atroce spettacolo si è eseguito questa mattina in Campo Marzo, un'ora dopo terza (le 10 circa). Ritornata la formidabile Commissione Militare alle sue missioni ha condannato ieri, e perciò furono fucilati questa mattina per la solita accusa di sollevazione, i seguenti: Don Giuseppe Marini d'anni 29 di Carrè sacerdote e capellano di Carrè, diocesi di Padova e Pietro Nicolati, d'anni 39, nativo dell'Ospedaletto di Valsugana di professione muratore". Di don Giuseppe Marini la storia non dice niente altro; nè una via, nè una piazza, nè un'associazione culturale è stata dedicata a questo giovane veneto che ha sacrificato la sua vita lottando per la libertà del suo popolo. Carlo Bullo, l'autorevole storico autore della più completa opera sui movimenti insurrezionali veneti nel 1809 scrive che: "Già nel 12 luglio, presso le sorgenti del Bacchiglione, aveano i militari fatto prigione assieme ad altri sollevati un parroco armato di pistole e di stili aveva indosso una bandiera di San Marco": chissà se siamo in presenza della stessa persona. Nel 1809 ci furono sollevazioni violentissime in tutto il Veneto e, in particolare, nell'alto vicentino. Intere vallate furono per diversi giorni in mano dei rivoltosi che,
il più delle volte, innalzavano la bandiera di San Marco. Napoleone aveva portato la nostra regione in miseria e disperazione come mai nella storia veneta oltraggiando sistematicamente la Chiesa. Il nostro popolo reagì con particolare vigore: i francesi, in nome della libertà, dell'eguaglianza e della fraternità, riportarono l'ordine con centinaia e centinaia di morti.
Una pagina, quella del 1809, che meriterebbe di essere conosciuta dal popolo veneto, ma non solo. A noi mancò una figura leggendaria come il tirolese Andreas Hofer che guidasse il nostro popolo, e mancò anche chi, come il grande pittore spagnolo Francisco Goya tramandasse ai posteri l'eroismo di chi lottava per la propria libertà e contro i crimini dell'occupante napoleonico.