Federalismo &
Libertà.
Vademecum
per una "lobby liberale dei cattivi"
di Marcello Pera
<<La rivista di cultura politica
"Federalismo &
Libertà" (consacrata alla riflessione sul federalismo e sul
liberalismo) esce in libreria in questi giorni proponendo un testo del 1995 in
cui l'attuale presidente del Senato, Marcello Pera,
suggeriva la costituzione di una 'lobby liberale dei cattivi', contro ogni spirito compromissorio. Nel testo, tra
l'altro, il senatore Pera chiedeva riforme nette che contrastassero
l'assistenzialismo, lo spreco del denaro pubblico e il corporativismo sindacale.
Oltre all'intervento del presidente del Senato, la rivista include
un'analisi sull'attualità ed un corposo saggio di Gianfranco
Morra (che presenta il pensiero di Carlo Cattaneo
nel bicentenario della nascita del grande teorico del federalismo), un
pezzo di Domenico Crocco sulla 'lunga marcia' della
destra italiana verso il federalismo ed un'analisi documentata di Maurizio Stefanini sulla realtà del cosiddetto 'federalismo
indigeno', ovvero sulla domanda di autonomia ed autogoverno avanzata da molte
popoli autoctone (in Nuova Zelanda, Canada, Nuova Caledonia, e così via). Di
notevole interesse anche la sezione dedicata all'universo svizzero, con articoli
di Robert Nef, Paolo Pamini e
Yves Nespeca>>.
Federalismo lontano&vicino.
Marcello Pera, La riforma liberale: perché e quale.
LA LOBBY DEI CATTIVI
La Convenzione per la
Riforma liberale che oggi tiene la sua prima sessione è già stata ribattezzata
la
'Lobby liberale dei cattivi'. Non ci dispiace. Intendiamo infatti essere una lobby,
perché vogliamo rappresentare esigenze
e fare pubbliche pressioni affinché
esse siano tradotte in azione politica. Intendiamo essere una lobby liberale,
perché ci ispiriamo ad alcuni grandi princìpi teorici e politici del
liberalismo. Quanto ai 'cattivi', aspettate, ascoltate e giudicate da voi.
Non fatevi illussioni però: se
buoni sono quelli che vanno in giro dicendo che hanno buoni sentimenti, vogliono
buone regole
e si fanno il segno della croce ogni volta che vedono il
demonio in tv, beh, allora noi ci sforzeremo di essere pessimi.
In politica, abbiamo gusti
difficili. La mortadella ci piace così e così, ma la mortadella condita con la
nutella proprio non ci va giù, neppure se ci viene servita con una salsa
popolare.
LE
SETTE TIRANNIDI E IL GOVERNO BERLUSCONI
Perché non
possiamo non dirci cattivi?
Perché sono diventati cattivi i
cittadini italiani. Con due voti, quello referendario del 18 aprile 1993 e
quello politico del 27 marzo 1994, i cittadini italiani hanno mostrato di voler
abbattere due muri di Berlino: il muro dei partiti che li separava dalle proprie
istituzioni e il muro della consociazione fra i partiti che li separava dalla
propria libertà.
In particolare, con il voto del 27 marzo si è manifestata
una esigenza di liberazione contro le nostre sette tirannidi capitali.
Basta seguire
la vita di un cittadino dalla culla alla bara per capire quali sono.
1) Quando il cittadino cresce ha già sulle spalle
un debito pubblico che i suoi padri hanno contratto a sue spese per godersi la
loro vita.
2) Quando il cittadino cresce e va a
scuola, si trova un servizio gratuito o quasi, ma è incerto se sia fatto per la
sua educazione o a favore del pieno impiego degli insegnanti.
3) Quando esce da scuola, se va all'università, si accorge
che solo un terzo degli studenti si laurea e capisce che la cultura che gli
viene impartita non è competitiva neppure a livello europeo.
4) Se invece di iscriversi all'università, il cittadino si
rivolge al mercato del lavoro, riesce a trovare un posto e a guadagnare
qualcosa, si trova schiacciato da un fisco opprimente, stupido e cieco.
5) Quando ha a che fare con la pubblica
amministrazione o con lo Stato e ha bisogno di servizi, il cittadino si accorge
che né l'una né l'altro sono fatti per lui e che deve arrangiarsi come può.
6) Se il cittadino sopravvive e si rivolge al
sistema bancario, capisce che il credito passa attraverso la politica.
7) Infine, se prima di morire per caso litiga con un suo
condomino, il cittadino deve rinunciare all'idea che un giudice esamini la sua
causa, mentre se per accidente incappa nella giustizia penale, sa che i suoi
diritti sono spesso aleatori.
Ebbene, quando ci si chiede perché questa promessa di liberazione
del governo Berlusconi si sia affievolita e poi perduta,
si entra nel
vivo del tema delle riforme liberali per le quali la nostra Convenzione intende
fare pressioni.
Perché, dunque, è caduto il governo Berlusconi? Le
ragioni sono molteplici. Gli errori compiuti, che sono stati parecchi.
L'incompatibilità fra la carica di presidente del Consiglio e la proprietà di
grandi mezzi di comunicazione, che era un vizio di origine. I contrasti interni
alla coalizione, che sono stati fatali.
L'inesperienza e i pasticciamenti,
che sono stati profusi a piene mani. Ma tutto questo errori,
incompatibilità, contrasti, inesperienza non sarebbe stato sufficiente a
far cadere il governo Berlusconi se non fosse rinato un vecchio male del nostro
sistema internazionale e della nosra politica, l'ottava e madre di tutte le
tirannidi capitali costituita dalla mediazione parlamentare, dai giochi dei
partiti, dalla instabilità politica consentita e legalizzata dalla nostra
Costituzione.
Alla caduta del governo Berlusconi,
siamo ritornati ai tempi del voto bendato quando si diceva: 'Tu, partito o
candidato, chiedi
il voto a me elettore; io elettore
do il voto a te; tu poi, da eletto, fai come pare e piace a te senza rendere
conto a me'.
Era la cosiddetta 'politica delle
mani libere' (anche se, come poi si è visto, non erano 'mani pulite'). Questa
politica, questo vecchio contratto baro tra partiti e cittadini spiega tutto ciò
che è accaduto negli ultimi mesi: prima personaggi patetici che da ministri
decidevano una cosa e da parlamentari ne facevano un'altra, poi imboscate in
Parlamento, quindi ribaltoni di alleanze, infine stiracchiamenti della
Costituzione da parte del presidente della Repubblica, sospensione della
politica con un governo
di tecnici che è ai limiti se non
fuori della Costituzione e che comunque è una novità assoluta nella storia della
Repubblica.
IL
MAGGIORITARIO
Ecco allora un primo punto di riforma. Per
avere stabilità politica, occorre una legge elettorale che davvero consenta a
chi passa l'esame delle urne di governare. E affinché questa legge assicuri
trasparenza fra elettore ed eletto e responsabilità dell'eletto verso
l'elettore, occorre che sia maggioritaria, uninominale e ad un solo turno.
Perché uno stato e non due? Escludiamo naturalmente di prendere in
considerazione papocchi quali il premio di maggioranza alla Segni e Tatarella
sul genere della legge regionale.
La mia opinione, che è l'opinione di
pressoché tutti noi, è che il doppio turno ci riporterebbe indietro, al muro di
Berlino dei partiti. Intanto constatiamo un fatto. Molti di quelli che oggi
propongono il doppio turno, come il senatore Salvi,
in realtà consumano un doppio inganno. Perché dicono 'doppio turno', ma non
parlano di ballottaggio fra primo e secondo soltanto; e perché dicono
'maggioritario', ma non dicono che nei loro progetti è previsto ancora un
recupero proporzionale.
In realtà questi falsi
doppioturnisti vogliono una cosa sola: vogliono mantenere intatto il potere e
gli apparati dei partiti attuali e renderli ancora una volta arbitri dei governi
mediante le mani libere parlamentari.
In secondo luogo, neppure il doppio
turno col suo ballottaggio è preferibile al turno unico.
La ragione è molto semplice e la dico con una formula: il
doppio turno consente e facilita la formazione di coalizioni di liste;
il turno unico invece consente e
agevola la formazione di liste di coalizione. Una lista di coalizione non è una
coalizione di liste. Col doppio turno e la coalizione di liste, tutti i partiti
hanno interesse a mantenersi in vita e ad entrare in competizione l'uno con
l'altro; col turno unico e la lista di coalizione i partiti omogenei o affini
hanno interesse a coalizzarsi sotto un unico simbolo, con
un unico programma e con un solo
leader.
No dunque a tutti i tentativi di annacquare il
maggioritario per evitare la partitocrazia.
Sì invece a tutti gli sforzi per
renderlo più rigoroso per dare voce e decisione ai cittadini.
IL
PRESIDENZIALISMO
Il principio che chi passa l'esame delle
urne governa non basta ancora se poi chi passa l'esame deve, per governare,
passare un altro esame, quello del Parlamento. Ecco allora un secondo punto di
riforma, quella istituzionale.
E anche qui la riforma deve essere
autenticamente liberale: occore che ci sia una separazione netta, non solo di
competenze, ma anche di investitura, fra il potere esecutivo e il potere
legislativo.
Insomma,
che è eletto per controllare e legiferare non deve anche
governare.
Quale modello è migliore? Noi proponiamo il modello
americano. È semplice, perché prevede due attori, un presidente forte, capo
dello Stato e dell'esecutivo, che guida l'amministrazione sulla base di mandato
politico ricevuto direttamente dai cittadini, e un Parlamento altrettanto forte
in cui maggioranza e minoranza si confrontano fra loro e con il presidente.
È efficiente, perché aumenta la
funzione di controllo del Parlamento. È trasparente, perché esalta il valore del
voto e riduce il potere della partitocrazia. È
democratico, specie se esso è accompagnato da quel
federalismo che noi auspichiamo.
Non è vero che il modello americano
sia a rischio di involuzioni totalitarie. Proprio perché esso prevede un peso
forte bilanciato da un contrappeso altrettanto forte, esso riduce o elimina i
possibili squilibri. È vero invece che il modello americano rigetta la teoria
della cosiddetta 'centralità del Parlamento'. Ma questa teoria è falsa e
perniciosa: è falsa, perché in un sistema democratico nessuna istituzione è
centrale o sovrana su tutte le altre, solo i cittadini lo sono; ed è perniciosa,
perché quella teoria è solo una copertura della partitocrazia e del
consociativismo.
Insomma, no ad un capo dello Stato eletto che non sia anche
capo del governo; no ad un capo del governo eletto che non sia anche capo dello
Stato. Chi vuole scindere le due cose pensa solo ai partiti così come sono
attualmente come variabili indipendenti del sistema politico.
IL
METODO DELLE RIFORME
Come ottenere queste riforme? Anche qui
dobbiamo pronunciare altri no. Diciamo no alle commissioni bicamerali, perché
sono luogo di compensazione partitocratica. Diciamo no ad una blindatura
dell'attuale Costituzione come sarebbe toccare in senso restrittivo l'articolo
138, perché ciò impedirebbe il passaggio alla seconda Repubblica. Quanto ad una
Assemblea costituente, diciamo no se essa sia prevista all'inizio e sì solo se
essa sia al termine di un processo di maturazione politica in cui le forze si
siano chiarite le rispettive posizioni, le posizioni, le abbiano lanciate e
presentate ai cittadini, abbiano raccolto un consenso su
di esse. Si obietterà: e le regole?
Non sono forse le regole patrimonio di tutti su cui
tutti devono convertire?
Sì, ma sul punto c'è una grande
confusione, forse voluta. Una cosa sono le regole, un'altra le riforme. Le
regole si fanno con l'accordo di tutti, perché definiscono l'area della lotta
politica; le riforme no, le riforme le fa chi vince nei modi stabiliti dal
programma in base al quale ha vinto. Le regole sono impegni che le parti in
competizione prendono l'una rispetto all'altra; le riforme sono impegni politici
che ciascuna parte per proprio conto prende di fronte agli elettori. Chi, a
destra e sinistra, vuol portare le riforme sul tavolo delle regole in realtà non
vuole né le une né le altre o vuole solo la consociazione.
LA
RIFORMA LIBERALE
Una riforma liberale non si limita però
agli aspetti costituzionali.
Occorre anche una riforma
dell'azione e dei programmi politici. Noi, in proposito, auspichiamo due cose:
prima, la formazione
di due grandi schieramenti,
ancorché variegati al loro interno, uno di destra e uno di sinistra, o uno conservatore e uno
socialista; seconda, che lo schieramento conservatore o di destra sia
autenticamente, coraggiosamente liberale.
Non ci fanno
paura le parole, non siamo prigionieri di vecchie e
pigre categorie mentali e politiche.
Non temiamo le etichette 'destra' o 'conservatori',
temiamo solo la illibertà.
Forse non siamo di moda fra molti
intellettuali, ma agli intellettuali con la puzza sotto il naso e che si
ritengono ancora di moda lanciamo una sfida su concetti e punti concreti: che
cosa ancora intendete voi per uguaglianza se la volete coniugare con la libertà?
Che cos'è ancora per voi lo Stato sociale se volete unirlo all'efficienza, alla
competitività e all'autodeterminazione dei cittadini? Che cos'è esattamente la
vostra solidarietà se volete eliminare l'assistenzialismo? E con chi volete
essere solidali: con questo o quel cittadino svantaggiato o con le corporazioni
protette dai sindacati e dai partiti?
Per fare la seconda delle cose che ho
detto, occorre che il Polo delle libertà diventi un Polo
liberale.
Non siamo ciechi: vediamo che attualmente non lo è ancora
al grado in cui vorremmo e che riteniamo necessario per trasformare l'esigenza
di liberazione diffusa nel paese in una politica liberale. Per questo siamo
cattivi: perché dobbiamo sculacciare chi ancora recalcitra o non capisce o fa
finta di non capire.
Qui vediamo tre rischi: un rischio di moderatismo
democristiano, un rischio clericale e un rischio di deriva di destra cosiddetta
'sociale e cristiana'.
Quanto al clericalismo, cioè ai valori cristiani
messi come un berretto in capo allo Stato, è il caso di ricordare in particolare
all¹onorevole Buttiglione che nutre questo disegno
che tali valori riguardano le coscienze dei singoli non le istituzioni.
La libertà di coscienza, onorevole
Buttiglione, è nata anche prima del liberalismo!
No dunque alle sanzioni
penali dell'aborto e altre cose del genere.
Quanto al cristianesimo, è il
caso di ricordare all'onorevole Fini che esso non
basta a fare una politica né liberale né di destra neanche quando fosse
accompagnato da programmi sociali. Al contrario, programmi sociali e cristiani
sono, o possono facilmente diventare, programmi democristiani. Onorevole Fini,
davvero pensa che gli italiani abbiano voluto smettere di essere
assistenzialisti democristiani in un modo per tornare ad esserlo in un altro?
Quanto al moderatismo, da cattivi impenitenti e impertinenti, dobbiamo
rivolgere una domanda senza peli sulla lingua all'onorevole Berlusconi: onorevole Berlusconi, che cosa intende fare da
grande?
Vuole finalmente decidersi senza riserve per quella politica
liberale di cui questo paese ha bisogno come dell'aria e che lei stesso aveva
lanciato, o preferisce diluire il suo messaggio fino a renderlo senza gusto? Ho
già detto che la nutella non ci piace; aggiungo che non ci piace neppure una
marmellata moderata di frutti di bosco o di sottobosco.
IL
LIBERALISMO
Noi spingiamo nel senso del liberalismo. Più che
ai cosiddetti 'valori' oggi di moda, ci ispiriamo ad
un solo principio di valore,
il più bello, il più nobile, il più
attraente ed esaltante principio liberale dei grandi maestri: che gli uomini
nascono liberi, che ad uomini liberi tutto è concesso fuorché ciò che è proibito
dalla legge, e che la legge nulla può proibire ad un uomo libero fuorché ciò che
lede la libertà di un altro uomo.
Questo principio ci serve come guida
politica. A partire da esso, noi chiediamo uno Stato snello, non confessore di
anime,
non proprietario di imprese, non
gestore unico di servizi, non opprimente, non impiccione nella vita sociale e
privata.
Bensì, uno Stato regolatore che
abbia poche leggi e chiare, dotate di sanzioni che garantiscano l'autonomia dei
singoli,
la giustizia, la concorrenza, la
libertà imprenditoriale, l¹ambiente. Non entro nel merito di questi punti.
Lo faranno le relazioni successive.
E lo farà ancora la nostra
Convenzione con successive sessioni che saranno dedicate ai temi specifici.
Buon lavoro a tutti e
auguri di cattiveria liberale! Marcello Pera.