F E D E R A L I S M O - S U S S I D I A R I E T A' - D E V O L U T I O N
 
dI Salvatore Lauro
Senatore di Forza Italia
 
Diversi problemi sarebbero stati agevolmente risolti se si fossero affrontati in un unico processo riformatore all'interno di quella che poteva essere l'Assemblea costituente o in via subordinata di quello che avrebbe potuto essere la Bicamerale.
E' ovvio che andando per piccoli passi, piccoli pezzi di riforma non sempre si può immaginare una ottimizzazione del risultato. Per questo motivo restano diverse questioni completamente irrisolte. Cominciamo dalla ripartizione dei poteri: meglio sarebbe un riconoscimento piuttosto che un'attribuzione o una concessione di poteri nei confronti delle Regioni evitando il passaggio da un centralismo statale ad un centralismo regionale. Il secondo aspetto è quello attualmente che stabilisce la diversa impostazio- ne tra Statuti autonomi speciali e statuti ordinari. Oggi se si fosse avuto in passato di riconoscere piuttosto che di attribui- re anche a tutte le regioni del Paese e non solo a quella siciliana gli stessi poteri, ci troveremmo in una situazione completame- nte diversa però questa è la realtà e con essa dobbiamo fare i conti. Proprio per evitare che si passi da un centralismo statale ad un centralismo regionale, va ripresa quella parte dello statuto siciliano che riguarda l'autonomia ordinamentale nella materia degli enti locali e va sviluppata e corretta in maniera tale, che da lì stesso nasca il riequilibrio dei poteri tra organo centrale regione e organi periferici locali, comunali e provinciali: questo laddove si ritenga definitivamente di mantenere questi ultimi.
Ho un'opinione, che mantengo come opinione personale, secondo cui le province dovrebbero essere eliminate.
Ma nel momento in cui si decidesse di mantenerle, è ovvio che andrebbe riconosciuto il diritto di ciascuna regione, nell'ambito dell'ordinamento degli enti locali, di operare tale distinzione e tale distribuzione di compiti. Non escluderei, in tale contesto, una sorta di costituzione periferica della Conferenza Stato-regioni o Stato-grandi città, a livello regionale: Conferenza regioni -enti locali. E questo sarebbe uno spostamento consistente di poteri, che potremmo operare.
Accanto ad esso, c'è l'altro, che tocca l'argomento principale sul quale si dibatte e su cui, in gran parte, impattò anche la Bicamerale, che è il cosiddetto federalismo fiscale: pessima espressione per tradurre un concetto che ancora più sgomenta, con quella naturale mancanza di coraggio che è giustificabile quando si passa da un sistema ad un altro; lo stesso tipo di coraggio che nel 1964 portò alla prima grande riforma del sistema di bilancio federale negli Stati Uniti.
Saremo capaci di avere questo coraggio nel nostro paese, nel riconoscere che la finanza derivata non debba più essere consi- derata come finanza derivata dallo Stato verso le Regioni, ma come finanza derivata dalle Regioni verso
lo Stato?
E' tutto qui, il problema. Dovremmo riuscire ad immaginare che le Regioni
hanno un loro insieme di risorse e che, esauriti i bisogni di quelle Regioni e distribuite tali risorse nell'ambito del proprio territorio, c'è un altro problema grave e serio che va risolto, che è quello di consentire allo Stato centrale lo svolgimento di quelle funzioni che non sono delegabili, che sono
sicuramente da mantenere all'amministrazione centrale. E c'è poi un secondo problema, per me assolutamente ineludibile, che è quello comunque di costituire un fondo di solidarietà.
Questa è una rivoluzione copernicana, rispetto a cioò di cui ancora si discute, pur mentre la Camera, lodevolmente, sta occupandosi di neo-federalismo e laddove anche le leggi che vanno sotto il nome del ministro Bassanini rappresentano lodevolissimi ma al tempo stesso modestissimi tentativi, rispetto a quell'idea che sto enunciando in maniera estremamente schematica: e mi piacerebbe poter spiegare in maniera molto più compiuta un'idea alla quale mi sono affezionato e attorno alla quale lavoro.
E' su questo terreno che va giocata la grande scommessa del futuro del nostro paese, non tanto e soltanto nel fare un aggiustamento marginale di poteri, e quindi di esercizio di funzioni all'interno di parti del territorio regionale, in contrap- posizione, spesso allo Stato centrale; ma al contrario nell'avere finalmente il coraggio di dire: sono le regioni che hanno, da oggi in poi, questo potere; ogni regione organizza  proprio perché le si dà tale compito, per evitare ogni neo-centralismo- la redistribu- zione di quei poteri all'interno del proprio territorio tra enti locali e governo centrale regionale; e spetta alle regioni il potere prima rio di raccolta di reddito per far fronte alle funzioni proprie, e solo in modo derivato alle funzioni dello Stato.
La riforma federale può svolgere una funzione importante per rispondere alle esigenze di deburocratizzazione e ridifinizione dei compiti di Stato e società nel senso di assegnare all'azione pubblica soltanto quelle funzioni che non possono essere efficacemente garantite dal mercato o dalla organizzazioni non profit: il terzo settore.
Siamo convinti che esiste un nesso profondo tra federalismo, riforma della pubblica amministrazione e rafforzamento della società civile organizzata.

Riforma Bassanini

Doveva essere la riforma più innovativa dal punto di vista della redistribuzione dei poteri dal centro alla periferia mai tentata in Italia. Ma mentre Bassanini aspirava a ciò molti importanti atti dei Governi di centro sinistra sono andati nella direzione della riaffermazione di una rigida centralizzazione del potere decisionale che negava e frustrava quella domanda di libertà "da" che saliva specie dal nord Italia. Pensiamo alle principali riforme del centro sinistra: la riforma Bindi, ipercentralistica incompatibile con qualunque ipotesi di riorganizzazione in direzione federale, regionale della sanità pubblica. Oppure prendiamo il caso della riforma Berlinguer dei cicli scolastici: anche qui l'autonomia delle singole scuole si accompagna ad un controllo centralizzato e perciò stesso pesantemente uniformante del sistema scolastico nel territorio nazionale che centra poco con le domande di
rispetto delle esigenze delle diverse aree terittoriali.
Si prenda il caso del Ministro Visco, prima delle finanze ora del tesoro, tuona in nome dello Stato centrale e dei suoi conti contro  le Regioni che spendono troppo. Contemporaneamente è molto più indulgente con le organizzazioni sindacali in materia di previdenza. Le Regioni spendono molto: ecco un argomento decisivo a favore del federalismo fiscale ossia di un regime in cui il potere locale o regionale che spende troppo è anche costretto a rimediare aumentando l'imposizione fiscale e pagando così in termini di consenso le proprie propensioni all'eccesso di spesa.
La politica dei piccoli passi non paga ed è dannosa per lo sviluppo.
Agire significa sempre l'assunzione di un rischio ma è un rischio che il centro sinistra non si è voluto assumere e per questo il Paese lo punirà.

Principio di sussidiarietà

Il federalismo e il principio di sussidiarietà.
Storicamente il federalismo è un cammino politico che va dal diviso all'unito, dalla periferia al centro. In Italia il problema del federalismo non è quello di trasferire poteri al centro ma l'opposto.
Dal Paese viene una sempre più forte reazione ad un eccesso di centralismo. Per questo la parola giusta è devoluzione.
Forza Italia è la prima forza politica che ha parlato di devoluzione in Italia e che ha votato nel suo Congresso nazionale una mozione sulla devoluzione. La devoluzione è nello spirito dei tempi e nella meccanica costituzionale. Non solo in Italia. Lo Stato-nazione deve cedere quote di sovranità, tanto verso l'alto-nel nostro caso verso l'Europa quanto verso il basso  nel nostro caso verso le Regioni. Lo Stato-nazione è infatti troppo piccolo e grosso. Troppo piccolo per gli affari grossi, e per questo in Europa serve l'Europa; troppo grosso per gli affari piccoli, e per questo in Italia servono le Regioni.
Sanità, istruzione e formazione, ordine pubblico territoriale, sono servizi pubblici che possono essere prodotti molto più efficace- ente dalla Regioni che dallo Stato da solo. La devoluzione è una forma di realizzazione della sussidiarietà. E la sussidiarietà è la forma principale della nostra politica, che parte dalla persona, dalla famiglia, dall'impresa per arrivare allo Stato solo in forma residuale, solo per quei beni pubblici che possono essere prodotti esclusivamente su scala nazionale. In questi termini la devo- luzione non è eversione ma all'opposto realizzazione della nostra Costituzione che espressamente prevede l'aggiunta di nuove competenze alle vecchie competenze regionali.

La devolution può essere descritta come segue:

sussidiarietà + statuti regionali speciali = devolution. In tutto il mondo gli Stati perdono compiti e funzioni, con una devoluzione di questi compiti e funzioni o al privato o ai livelli di governo inferiori. Questa è la vera devoluzione, che ha nella sussidiarietà e negli statuti speciali i suoi due pilastri. E' la devoluzione come la si concepisce in Europa.
Critico molto l'articolo 1 che riscrivendo l'articolo 114 della Costituzione sembra voler diluire il federalismo in innumerevoli enti mentre è chiaro che in tutti gli ordinamenti costituzionali il patto federale è stretto tra soggetti che hanno dimensioni assimilabili a quelle che in Italia sono proprie delle comunità regionali. Per quanto riguarda l'articolo 2 che riscrive l'articolo 16 della
Costituzione, non ritengo accettabile l'idea di un numero chiuso di regioni a statuto speciale quasi che le attuali godessero di una sorta di condizione di extra costituzionalità, condizione questa che si può riconoscere in parte vera per quanto concerne la Sicilia. Il testo deve essere quindi modificato in modo da rendere possibile anche alle altre regioni di accedere alla specialità.
La perplessità poi suscita l'inclusione nella podestà esclusiva dello Stato di settori come la disciplina dei beni culturali e dell'istruzione mentre al contrario non è stata prevista tra le materie riservate allo Stato la tutela e lo sviluppo della lingua italiana.

Sarebbe importante solo una Assemblea costituente.

Stiamo comunque parlando di qualcosa che esula completamente dalla materia che era stata trattata nella Commissione bicamerale: è stato accantonato il punto relativo alla Camera delle regioni e quello relativo alla forma di governo e di Stato nonché all'eventuale elezione diretta del Presidente della Repubblica e anche il principio di sussidiarietà che era accennato è rimasto nei sogni e negli annunci.
L'onorevole D'Alema nel suo intervento alla Camera ha rivendicato il diritto del Parlamento di fare le riforme.
Certo questo segnale è un motivo di allarme sullo stato della vita pubblica, però se spetta al Parlamento fare le riforme  l'on. D'Alema ci concederà di dire che il Parlamento ha avuto una intera legislatura e le responsabilità del fatto che le riforme non siano giunte in porto possano essere addebitate a qualche intemperanza di Berlusconi ma al fatto che man mano che si sono presentate le occasioni voi avete preferito farci lavorare sulla par condicio notte e giorno pur di fare una legge che interessava soltanto a voi.
Non dimentichiamo che abbiamo un Presidente del Consiglio a poche settimane dall'esaurimento delle sue funzioni, un Presidente del Consiglio abusivo che deve portare a termine la finanziaria dopo la quale avrà esaurito i suoi
compiti.

Commento di Salvatore Bonesu

 L'unico federalismo possibile passa per l'indipendenza delle nazioni altrimenti è riverniciatura della dipendenza e della sudditanza. Se veramente credi nel federalismo non puoi non credere che uno dei diritti fondamentali dei popoli, compreso quello sardo, sia di autodeterminarsi e di poter dire no o si ad eventuali aggregazioni tra nazioni o popoli.
 Saludos meda Bustianu Cumpostu  bustianu@tiscalinet.it