Fallaci, talebana illuminista.
Ma come darle torto?
di Dino Cofrancesco
Ho l'impressione che l'obiettivo
polemico di Oriana Fallaci non sia tanto l'intolleranza islamica (per lei, come per Giovanni
Sartori e, in genere, per tutta
l'intellighentzia liberal, ampiamente scontata) quanto
un'antico morbo italico che potrebbe
definirsi
andreottismo, dal nome del suo portatore più
prestigioso (e, riconosciamolo, più intelligente e spiritoso).
Si tratta di un mix, tutto
cattolico-romano, di pessimismo antropologico
e di ottimismo teleologico - relativo, cioè, agli esiti
finali delle drammatiche vicende umane.
Il pessimismo è dettato dalla constatazione che far ragionare gli uomini è tempo
perso, perchè c'è chi la vuole cotta e
chi la vuole cruda; ci sono i pazzi fanatici e ci sono le persone di buon senso
(che, però, nella maggior parte dei casi, non sono disposte a muovere un dito
per evitare a sè e agli altri grossi guai ); ci sono gli attori sociali
e politici consapevoli della dura
resistenza che la materia umana oppone ai tentativi di mettere le braghe al
mondo
e ci sono quelli che considerano le società e gli stati come cera molle da
plasmare ad libitum.
L'ottimismo è fondato sulla fiducia in
una qualche provvidenza (trascendente, come quella manzoniana, o immanente come
lo stellone d'Italia), che alla fine
rimetterà le cose a posto, spegnerà i
bollenti spiriti di quanti progettano trasformazioni radicali dell'esistente (di
tipo reazionario o rivoluzionario) e riconsegnerà lo scettro del potere ai saggi
e prudenti, che non si sono troppo compromessi, che hanno mantenuto la calma,
nei giorni delle tempeste civili, che si sono messi prudentemente in disparte
per dar modo agli esagitati di
scannarsi a vicenda.
Due adagi romeneschi colgono l'essenza
dell'andreottismo : <ce vo'
pazienza !> e <se ne
so' viste tante!>.
Il primo si basa
sulla rassegnazione alla immodificabilità della natura umana; il secondo sulla sicurezza che,
per citare il grande Edoardo, non ci sono
nottate che non passino.
Nel caso del rapporto con le altre culture,
l'andreottismo si traduce in tolleranza scettica che non è rispetto dei valori
dell'altro
ma rifiuto di uno scontro frontale privo
di senso dal momento che le sabbie mobili della nostra etica sociale finiranno,
prima o poi, per neutralizzare tutti i fondamentalismi.
Se il processo di secolarizzazione ha drasticamente ridotto i
fedeli delle chiese e sette cristiane (ed
ebraiche), perchè non dovrebbe produrre gli stessi
effetti sugli islamici, sugli animisti, sugli induisti?
Oltre tutto, pensa l'ala
bigotta dell'andreottismo, un po' di fondamentalismo non guasta certo in un
mondo, come quello occidentale, dominato dal consumismo, dalla droga, dal
tramonto della famiglia e dalla delegittimazione di ogni tipo di autorità.
Se il diritto di famiglia islamico è molto diverso dal nostro - ha
dichiarato un simpatico andreottista come l'ex Presidente
Cossiga -modifichiamo le nostre leggi, nel senso di renderle compatibili
con le deroghe rese necessarie dalla convivenza 'allargata'.
Ciò che Oriana Fallaci, sembra aver colto, è questa
strategia a' la Kutusov. Il generale zarista contava
sulle immense pianure russe e sulla collaborazione del Generale Inverno per
sconfiggere le poderose armate di Napoleone.
Oggi i dialoghisti, quelli sempre
disponibili a venire incontro all'Islam, a
distinguere nel suo interno tra buoni e cattivi, a costruire moschee col denaro pubblico (quindi
anche di chi non vuole spendere un soldo bucato nè per la moschea, nè per la
chiesa,
nè per la sinagoga) contano, senza
esserne consapevoli, sulle nostre steppe morali, sulla devitalizzazione delle
forti credenze religiose esposte all'indifferentismo e al <disincanto del mondo> delle avanzate società industriali
di massa.
La Fallaci fa bene a reagire con rabbia
a tutto questo e a richiamare i valori profondi della civiltà occidentale, fa
bene a ribadire con forza che l'anestesia morale non è la sola alternativa (e
tanto meno l'unica risorsa) contro il fanatismo religioso.
Vivaddio, ricordiamoci di Locke, di
Voltaire, di Kant ovvero dei mattoni etici della nostra cultura, non
vergogniamoci di dire che
il pellegrinaggio alla Mecca sta sullo
stesso piano del pellegrinaggio alla Madonna di Montevergine e che la libertà di
fare
l'uno o l'altro non va confusa con la pretesa di obbligare all'uno o all'altro,
giacchè imporre una credenza religiosa è come imporne una totalitaria.
L'incontro tra le civiltà, ammonisce
la Fallaci, ha senso solo quando la civiltà che
accoglie ha il rispetto della propria identità, delle proprie tradizioni, dei
propri valori pur se non disgiunto dalla consapevolezza delle sue gravi
responsabilità storiche.
Come darle torto?
Sennonchè la denuncia e l'indignazione,
come spesso accade, vanno oltre il segno col rischio di contrapporre una sorta
di talebanismo illuminista a quello
afgano. E' opportuno ricordare alla nostra radicale antiandreottista che il
senso della complessità del mondo rappresenta una delle più preziose eredità dei
lumi (specialmente del Settecento angloscozzese)
e che la complessità non è solo l'alibi dello scettico che, dinanzi ai
conflitti mortali del presente, si mette sempre nell'ottica
della sintesi che ne verrà fuori, o del
giorno dopo, (costume mentale che Gramsci fustigava
nel moderatismo crociano)
ma è la coscienza tragica e severa
che non è agevole rendere i diritti e le credenze compatibili e che, essendo
<il mondo pieno di dei>, le regole
del gioco, garanti della convivenza, diventano più importanti del gioco stesso.
Dobbiamo rassegnarci a un mondo
caratterizzato dall'eterna contrattazione di diritti e di doveri, proteso, da un
lato,
a salvaguardare, con irrinunciabile
intransigenza, la nostra identità (minacciata anche dall'andreottismo),
dall'altro, a garantire alle culture diverse dalla nostra spazi limitati ma
reali, che non si possono definire, cartesianamente, una volta per tutte, come
pretenderebbe la Fallaci nella sua comprensibile
insofferenza del buonismo dilagante.
C'è una consapevolezza, tuttavia, che
non dovrebbe mai annebbiarsi negli amici della società aperta: finchè la
religione
(e, senza falsi infingimenti,
riconosciamo che oggi il problema riguarda, soprattutto, quella islamica) non
uscirà dalla sfera pubblica, finchè non si privatizzerà, difficilmente si
potranno esorcizzare gli spettri della violenza e dell'infamia.
Il Secolo XIX.