Premessa: Si ritorna a parlare di BR dopo che il quotidiano Libero ha iniziato l'inchiesta sul rapporto della Digos e del giudice Giovanni Salvi in riferimento all'omicidio D'Antona circa probabili intercettazioni telefoniche che sarebbero state fatte su due "fiancheggiatori" dei brigatisti rossi, uno sarebbe forse Fausto Marini, che avrebbe avuto un colloquio telefonico con Antonio Lago Iglesias riguardo ad un presunto patto con il giudice Salvi, fratello del Senatore Cesare Salvi - tra i massimi esponenti dei DS ed ex Ministro del Lavoro nel Governo D'Alema - nel corso del quale avvenne ad opera delle BR l'omicidio D'Antona.
Nel colloquio telefonico "Fausto" avrebbe aggiunto: "Stanotte ho dormito per caso a Bologna da un compagno ex responsabile dei Carc". Pochi mesi dopo, a Bologna, fu ammazzato Marco Biagi.
 
Omicidio Biagi: l'enigma delle perizie balistiche
 
Intervista a Marco Rossoni di Misteriditalia
 
Ad oltre 2 mesi dal barbaro assassinio di Marco Biagi (Bologna, 19 marzo 2002) le indagini procedano al buio e sembrano destinate ad un buco nell'acqua come quello in cui sembra essere annegata l'inchiesta romana sul delitto D'Antona.
L'augurio è che l'inchiesta bolognese proceda su piste meno fantasiose di quelle imboccate dagli inquirenti e dagli investigatori di Roma: l'unica pista ancora attiva quella che voleva Alessandro Geri telefonista Br sta per essere archiviata.
La speranza è che le indagini stiano sviluppandosi al coperto da quelle fughe di notizie e al riparo dalle rivalità tra polizia e carabinieri che hanno contrassegnato le indagini romane. Dal più assoluto silenzio dell'inchiesta Biagi qualche indiscrezione trapela. L'ultima era in un informatissimo articolo di un cronista di razza qual è Carlo Bonini di Repubblica. L'articolo (Tre gli assassini di Biagi. Furono sparati più colpi di quelli raccolti dal Ris - 9 maggio 02) parla di un recente rapporto di polizia consegnato alla Procura di Bologna che "riscrive le sequenze chiave dell'omicidio di Marco Biagi". Bonini: "Per 50 giorni, gli investigatori della questura di Bologna e del Viminale hanno lavorato a fari spenti e ora, con una quindicina di pagine, modificano acquisizioni investigative date per certe, ridisegnano la scena del delitto, fanno ordine nelle congerie di testimonianze (oltre 200) seguite all'agguato, liberando l'indagine dall'approssimazione di 17 identikit di altrettante sospette sagome che appaiono di nessuna utilità. In queste carte sono almeno due le novità importanti: 3 e non 2 furono gli assassini del giuslavorista, e i colpi che lo investirono alle 20.15 del 19 marzo furono più dei 5 repertati sul corpo del professore e sugli intonaci del porticato di via Valdonica dai carabinieri del Ris". E qui sta la prima, clamorosa, rivelazione. Il rapporto della polizia smentisce i Carabinieri. In via Valdonica furono sparati più di 5 colpi. Ma se da un lato il rapporto di polizia contraddice quello dei carabinieri, dall'altro lo conferma: anche per la polizia l'arma usata contro Biagi è la stessa usata contro D'Antona. Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Bonini. "E' vero - spiegano ora gli investigatori della polizia - pur in presenza di una nuova perizia non ancora conclusa, si può affermare che l'arma è la stessa in via Salaria e in via Valdonica. Ma altrettanto si deve sostenere che identica ne è stata anche la tecnica di impiego. Come accaduto per le testimonianze raccolte a Roma in via Salaria, nel racconto di uno dei 6 testimoni bolognesi, la sera del 19 marzo, il braccio dell'assassino che si tende in direzione di Biagi, alcuni istanti prima delle deflagrazioni, ha infatti qualcosa di anomalo. "Una sorta di rigonfiamento. Meglio di prolungamento". Come se ad unire avambraccio e calcio della pistola fosse un sacchetto. Peccato però che a Bologna, a differenza di Roma, qualcosa andò storto. L'assassino comincia a fare fuoco, ma ad un certo punto il sacchetto che raccoglie i primi bossoli espulsi dalla cal.9 inceppa l'arma o ne complica l'uso. Chi spara se ne libera. E, a differenza dei primi (trattenuti dal sacchetto), i bossoli degli ultimi 5 colpi restano in terra. Per la polizia è questa l'unica spiegazione plausibile che tiene insieme la condivisa "verità scientifica del Ris" sull'identità dell'arma di Roma o Bologna e la discrasia tra colpi esplosi e bossoli repertati in via Valdonica. L'unica in grado di rispondere alle obiezioni di buon senso sollevate dalle 2 diverse scene del delitto (in via Salaria nessun bossolo in terra, in via Valdonica, 5). Se così non fosse - e sono gli estensori del rapporto ad ipotizzarlo - si dovrebbe concludere per quella formulata come "ipotesi di pura letteratura", ultima nella scala della verosimiglinza e priva di addentellati scientifici. Che sulla scena del delitto spararono 2 armi". Come si vede, un bel guazzabuglio. Che ingenera il sospetto che gli errori dell'inchiesta D'Antona stiano per ripetersi nell'inchiesta Biagi.
Per cercare di capire di più sulla situazione caotica dipinta da perizie e controperizie che complicano il caso Biagi, abbiamo interpellato un esperto balistico che ha già fornito la sua consulenza a Misteri d'Italia, Marco Rossoni.
 
D. Il nuovo rapporto della Polizia di Stato reso noto da Repubblica conferma quanto già affermato dai Carabinieri del Ris di Parma: l'arma usata in Via Salaria a Roma per uccidere D'Antona è la stessa usata in Via Valdonica a Bologna per assassinare Biagi. Cosa ne pensa?
 
R. Accertato che le impronte di classe e le impronte di tipologia ritrovate sui proiettili attestino la stessa marca e modello, lo stesso calibro e se l'arma di provenienza utilizzata per entrambi i delitti è una pistola o una rivoltella, non si può ancora dichiarare l'identità assoluta della stessa. Le prove inconfutabili e incontrovertibili d'identità assoluta si ottengono col sequestro dell'arma e lo studio, con gli esami comparativi delle impronte individuali che sono quelle micro imperfezioni che marcano le impronte stesse di classe e di tipologia e che sono dovute alle singole lavorazioni dei pezzi che compongono l'arma, alla loro usura e alla cattiva o buona manutenzione. Queste micro imperfezioni a loro volta segnano in modo indelebile e definitivo la struttura dei proiettili e dei bossoli. Le faccio un esempio: se io volessi perpetrare due omicidi con due armi uguali, stesso giorno d'acquisto, stesso calibro, stessa marca e modello, ma utilizzandone una per un omicidio ed un'altra per il successivo.
 
D. Secondo lei le armi sono riconducibili dopo una attenta perizia balistica ad essere dichiarate uguali?
 
R. No, credo di no. Nonostante siano macroscopicamente gemelle le loro Impronte individuali sono microscopicamente diverse. E solo con la presenza oggettiva, ossia dopo il sequestro, potremo dichiarare l'identità assoluta, che nel nostro esempio non c'è.
 
D. Insomma lei afferma categoricamente; niente arma, solo congetture?
 
R. Il concetto di base degli investigatori è giusto. Quello che mi chiedo - se non l'hanno già fatto - perché la famiglia D'Antona e la famiglia Biagi non incarichino un perito di parte che possa seguire i lavori da vicino. Ci sono troppe discrepanze nelle notizie che ci arrivano. Capisco la segretezza dei documenti ufficiali, non concepisco invece l'andirivieni d'informative seminate qua e là, dapprima atte a confermare, ma poi anche ad aggiungere, a volte a sovvertire. Il rapporto della Polizia oltre a confermare l'identità dell'arma aggiunge un particolare non di poco conto: la tecnica d'impiego usata pare sia la stessa per entrambi i delitti. Come accadde a Roma anche a Bologna sarebbe stato usato una specie di raccoglitore legato tra l'avambraccio e la pistola dello sparatore. Una sacca che ritenesse i bossoli sparati in modo da disorientare le repertazioni, così da ottenere un ulteriore vantaggio sulle investigazioni.
 
D. A Bologna qualcosa è andato storto, la pistola si è inceppata e l'omicida per finire l'agguato si è dovuto liberare del sacchetto. Cosa ne pensa?
 
R. Se D'Antona e Biagi sono stati attinti dai proiettili della stessa arma è tanto futile quanto rischioso escogitare un sistema così complesso di ritenzione bossoli. Non si pretende certo che un criminale conosca la balistica, ma a cosa servirebbe nascondere i bossoli, sapendo che i soli proiettili del secondo omicidio ricondurranno gli inquirenti verso il primo? Quindi, conosciuta l'inutilità dell'artifizio, non concepisco che un'organizzazione criminosa ben preparata rischi di esporsi in un agguato con un marchingegno che sicuramente comprometterà il risultato finale. Un assassinio di tale portata deve essere fulmineo, magari impreciso, ma rapido nell'esecuzione e nell'intento.
 
D. Sta dicendo che già dai soli proiettili ritrovati a Bologna gli investigatori possono risalire alla stessa matrice assassina? Hanno ragione che è la stessa arma ad aver sparato per entrambi?
 
R. Tutti sanno, comprese le Brigate Rosse che basterebbero le sole ogive repertate a indirizzare le indagini verso un riscontro approssimativo. Tanto più, ritrovare a distanza di tre anni le stesse ogive per confermarlo e rafforzarlo. Ma senza la presenza dell'arma, mi ostino a ripeterlo, l'obiettivo non è centrato, l'identità assoluta non esiste. E poi, che fine hanno fatto tutte le parole spese da voi giornalisti in merito al revolver usato per uccidere il dottor D'Antona? Provi a riguardarsi i giornali e i notiziari televisivi di tre anni or sono; tutti, parlavano di calibro.38 o .357mag. Perché oggi si alimenta un'altra verità? Forse quella precedente era falsa? O è falsa quella di oggi?
 
D. Il rapporto della Polizia dice che solo dopo i primi spari l'arma s'è inceppata e che l'omicida dopo si è liberato dal sacchetto proseguendo nel suo intento, ma incurante di recuperare i bossoli, esattamente 5,
gli ultimi in senso cronologico sparati e caduti in terra.
 
R. Il rapporto dice che contro Biagi sono stati esplosi in tutto 6 colpi. A dire il vero le mie informazioni erano di 7 colpi esplosi, di cui 4 proiettili estratti dal cadavere e 3 fuori bersaglio...
 
D. Per favore, si basi soltanto su quanto si sa del nuovo rapporto.
 
R. Se devo basarmi solo sul nuovo rapporto il confronto lo vinco io e mi spiego: l'arma s'è inceppata al primo colpo. Se i bossoli ritrovati in terra sono soltanto 5 e se i colpi sparati sono stati 6, ne mancherebbe all'appello 1. Un bossolo, il primo in ordine di sparo, quello che inceppò, manco a dirlo, l'arma. E qui commetto un errore nel descrivere che fu il bossolo ad incepparla. Le chiedo venia, l'arma interruppe il riarmo perché il tessuto pesante del sacchetto intorno ad essa impedì al carrello di riarmare, o una volta esploso il primo colpo e uscita l'aria dalla canna e successivamente il proiettile con tutti i residui di sparo, i lembi laceri del tessuto del sacchetto, furono fisicamente risucchiati nella canna della pistola per il noto principio gravitazionale
 
D. Provi a basarsi sui dati che ha lei, ossia 7 colpi esplosi.
 
R. Cambia ben poco, anziché incepparsi al primo colpo, l'arma lo ha fatto al secondo. Quando si usano artifizi così delicati i meccanismi, altrettanto delicati, possono interrompere il loro lavoro in un millesimo di secondo. Ma lei se lo immagina un brigatista con una sorta d'ampolla raccoglitrice che prolunga il braccio e che al primo o secondo colpo sparato deve: togliere il sacchetto e gettarlo in terra, togliere il caricatore, scarrellare l'arma e perdere una cartuccia inesplosa, rinfilare il caricatore, riarmare l'arma, prendere di nuovo la mira e finalmente risparare, poi cercare in terra la cartuccia inesplosa, raccogliere il sacchetto e fuggire via?
 
D. Sembra di assistere ad un film americano?
R. Credo che neanche un regista americano tra i più spregiudicati possa girare una sceneggiatura così demenziale. L'impressione è che qualcuno stia tentando di farci digerire cose così inverosimili. Lei ricorda quando in un mio precedente intervento su Misteri d'Italia (n. 38) scrissi che un'arma in calibro 9x17 - semiautomatica - mal si presta a perpetrare un così efferato delitto? A volte mi si chiede qual è l'arma migliore ed io, come esperto, rispondo che non esiste. Non c'è un'arma migliore rispetto A un'altra. Se non per differenze sostanziali di individualità personale: una pistola offre maggiore volume
di fuoco a discapito d'un revolver che ne offre meno, ma che non s'inceppa mai. Se dovessi difendermi utilizzerei una semiautomatica, se dovessi attaccare velocemente e con sicurezza poco mi importerebbe delle tante cartucce disponibili, userei la rivoltella. 1, 2 o 3 colpi veloci e piazzati bene, e la fuga.
 
D. Il sopralluogo e il rilievi tecnici in Via Valdonica hanno mostrato come 3 proiettili si siano conficcati nell'intonaco del porticato, secondo lei questi proiettili sono riconducibili al totale complessivo degli spari
di una unica arma? E i proiettili trattenuti dal corpo di Marco Biagi e quelli non andati a bersaglio non offrono agli investigatori la sicura ipotesi che furono più di 5 i colpi esplosi contro Biagi?
 
R. Questo è compito della perizia medico-legale. E' solo l'esame autoptico che può stabilire traiettoria, inclinazione, altezza, angolo e numero dei tramiti. Su questa base si può tentare di dare un ordine cronologico approssimativo alla sequenza dei colpi e alla vitalità delle ferite pre-mortem e di quelle post-mortem. Durante l'autopsia è preferibile la presenza dell'anatomopatologo e di un perito balistico che conosce già le dinamiche delittuose: vaghe distanze di sparo, di reperti balistici, posizione del corpo al rinvenimento, vie di fuga, etc etc. E' il miglior metodo per cominciare a delineare un quadro generale più chiaro.