Il "vaso di Pandora" degli archivi segreti delle BR
di Giuliano Cazzola
Dal "vaso di Pandora" informatico degli archivi segreti
delle BR continuano ad uscire notizie inquietanti sui possibili bersagli dei
"commando" terroristici. Sono stati resi noti, così, i nomi di personalità
"schedate", osservate, sottoposte ai pedinamenti e alla raccolta di dossier
informativi che andavano a costituire le "istruttorie", prima delle sommarie
esecuzioni. Si è saputo che un intellettuale mite e gentile come Paolo Onofri
era stato oggetto di "particolari attenzioni" soltanto perché aveva coordinato,
per incarico del Governo Prodi, una commissione chiamata a redigere un rapporto
sulla riforma del welfare state: un documento di grande spessore culturale,
ingiustamente finito nel dimenticatoio. Poi è stata al
volta di Enrico Letta, già ministro della Repubblica,
ora esponente di punta della Margherita, il quale
aveva goduto, insieme al senatore Stefano Passigli, dei DS, delle attenzioni dei
killer di Massimo D'Antona e Marco Biagi.
Probabilmente, se non ci fosse stato l'eroismo di un valoroso sottufficiale
della Polizia di Stato, la banda brigatista avrebbe colpito ancora, scegliendo
nell'elenco degli "obiettivi" le persone più inermi ed indifese.
La loro prima preoccupazione, infatti, era quella di assicurarsi che alle
loro vittime designate non fosse assegnata alcuna forma di tutela, poiché
non avrebbero avuto certo il coraggio di affrontare un conflitto a fuoco,
ad armi pari. Come sempre, quando si commentano le azioni delle BR emergono
definizioni sommarie: si parla di "follia omicida", mentre si ha a che fare
con un disegno lucido e razionale. Le loro vittime si somigliano tutte. Si
tratta di "riformisti", di moderati, aperti al dialogo; persone che, a prescindere
dalla loro collocazione politica, avvertono l'esigenza del cambiamento e si
fanno carico di individuare e proporre soluzioni adeguate per affrontare "il
nuovo che avanza" con risposte valide ed eque. Proprio per tali caratteristiche
sono i peggiori nemici dei fanatici portatori di ideologie assolute (non è
un caso che lo stesso fondamentalismo islamico agisca secondo i canoni del
brigatismo nostrano), perché i "riformisti" (come Tarantelli, Ruffilli, D'Antona,
Biagi e tanti altri) sono la prova vivente che l'innovazione è possibile,
che la storia (quel processo che i terroristi vorrebbero far deviare verso
ideali falsi e bugiardi, creatori di oscene mostruosità, di tirannie sanguinarie)
va avanti, nonostante tutto. Naturalmente, sono i nomi di personalità conosciute
a "fare notizia". Ma le BR non guardano in faccia a nessuno. Sottoposti ad
"istruttoria preliminare" (e magari ad un colpo di pistola sparato a tradimento)
sono stati anche donne e uomini noti solo nel loro ambiente. Si è saputo di
un sindacalista della Cisl toscana. Non c'è da stupirsi: l'organizzazione
di Savino Pezzotta ha svolto un ruolo particolarmente esposto nella "guerra
civile" che si è combattuta (e si continua a combattere) in questo sventurato
Paese, dove ad una maggioranza voluta dagli elettori non si riconosce il diritto
di governare. Ma anche il presidente di un ente bilaterale (gli organismi
della concertazione applicata tra le parti sociali, dediti ad iniziative di
formazione professionale e alla predispostone di un minimo di ammortizzatori
sociali di natura pattizia) si è trovato nell'elenco dei possibili "morituri".
La reazione di questo signor Nessuno (così ha voluto definirsi) più che alla
paura è stata improntata allo stupore. Poi è venuta l'amara constatazione:
per arrivare a lui, l'imbeccata deve essere venuta dall'interno del mondo
sindacale. Ecco allora il rovello che ci accompagna da anni, lo stesso che
è emerso dopo la morte di Massimo D'Antona e che ha trovato conferma non solo
nei proclami brigatisti (che usano un linguaggio vetero-sindacalista, purtroppo
ancora in uso in certi settori), ma nella militanza sindacale degli stessi
BR arrestati. Si tratta certo di pratiche entriste:
i sindacati in Italia sono organizzazioni democratiche; molti dei loro dirigenti
sono nel mirino del terrorismo.
Per queste ragioni, grande è il contributo che le confederazioni possono dare
alla lotta contro i residui (?) del partito armato.
Non si tratta solo di riconoscere la loro oggettiva debolezza contro le infiltrazioni,
propria di una grande organizzazione di massa, aperta a tutti; ma anche di
abbassare il tono della polemica. E' evidente, che le BR strumentalizzano
le stesse rivendicazioni dei lavoratori allo scopo di fare proseliti tra le
frange estremiste della galassia sindacale e di quei settori dell'emarginazione
sociale un tempo classificati come sottoproletariato. Insomma, il disegno
del terrorismo è chiaro (e non è neppure nuovo): dare l'idea di un movimento
antagonista, strategicamente unificato, di cui la frazione violenta e quella
armata rappresentano la componente avanzata. Negli anni di piombo, la sinistra
seppe intuire la manovra e respingerla con forza e determinazione, anche quando
il terrorismo cercò di incunearsi malignamente - con il delitto Tarantelli
- all'interno di un'aspra polemica tra le organizzazioni sindacali e le forze
politiche in occasione della vicenda della scala mobile. Purtroppo, non è
avvenuta la stessa cosa quando si è trattato di affrontare la questione della
revisione dell'articolo 18 dello Statuto e di valutare (anziché demonizzarla)
la portata innovativa della legge Biagi. 077