La
Gestione dei co.co.co?
Gallina dalle uova d'oro per l'Inps
Intervista a Giuliano Cazzola di Lucy dall'Ombra
Sull'incontro Governo-sindacati sulle pensioni che
si è svolto il 9 dicembre '03 abbiamo sentito l'opinione di Giuliano
Cazzola,
esperto di previdenza e di problemi
sociali.
Caro Cazzola, ritiene che nel 2004 il
dialogo governo-sindacati sulla riforma del sistema previdenziale
possa
continuare in modo costruttivo? Il
dialogo è iniziato e continuerà fino al 10 gennaio. E’ un buon segno?
Allo stato degli atti sarebbe
sbagliato attribuire all'incontro più importanza di quella che effettivamente ha
avuto. Siamo lontani da un'intesa per tanti motivi. In questa materia i grandi
soggetti collettivi hanno dei vincoli derivanti dal proprio ruolo di
rappresentanza di precisi interessi; non sono in grado di fare ciò che è giusto,
ma devono accontentarsi di quanto è possibile. Soprattutto dopo che le direzioni
confederali hanno preso impegni solenni con i lavoratori attraverso uno sciopero
generale ed una manifestazione nazionale. Al di là delle parole altisonanti
della propaganda politica non è difficile avvertire la presenza di un dibattito
vero all'interno dei sindacati, i cui gruppi dirigenti non vivono sulla luna e
conoscono benissimo la realtà.
Quale è la realtà e perché una riforma
delle pensioni è necessaria in Italia e in Europa?
La questione
delle pensioni non è un'invenzione pretestuosa di questo Governo, il quale - è
bene ricordarlo - ha girato il più possibile al largo di una materia tanto
spinosa. Nella sua stesura iniziale il disegno di legge delega era molto
debole.
Il rafforzamento tramite l'emendamento è venuto in
seguito alle pressioni della Unione oltrechè di tutte le istituzioni
internazionali. Le pensioni sono davvero il nuova fantasma che si aggira per
l'Europa. Ovunque, il problema è posto quale risposta alle sfide della
rivoluzione demografica e dell'invecchiamento che pretendono non solo nuove
politiche del lavoro tali da utilizzare al meglio l’esperienza della manodopera
anziana in vista di tempi ormai prossimi nei quali il declino della natalità
determinerà “buchi” vistosi nel normale turn-over (che l'immigrazione potrà
colmare solo in parte), ma anche (e soprattutto) una correzione dei sistemi
pensionistici allo scopo di elevare l'età effettiva di pensionamento in linea
con le crescenti attese di vita. La materia della previdenza somiglia alla
grande questione dell'ambiente e dell'ecologia. Le generazioni presenti, a cui è
data la possibilità di decidere, non impiegano solo risorse proprie, ma anche
quelle dei figli e dei nipoti. Ecco perché è necessaria, nell'affrontare il tema
delle pensioni, una vera lungimiranza illuminata dalla capacità di assumersi le
proprie responsabilità.
Perché i sindacati hanno una posizione
tanto intransigente, nonostante le aperture che il Governo
lascia intravedere?
L'errore dei sindacati (culturale prima che
politico) è quello di negare alla radice l'esigenza di ulteriori riforme. Così,
rifiutano di
misurarsi anche a costo di sottrarsi al primo
dovere di un sindacato: cercare in tutte le situazioni di difendere al meglio
gli interessi
rappresentati. Cgil, Cisl e Uil hanno davanti a sé
un enorme spazio d'iniziativa, se a partire da gennaio sapranno
avvalersene.
Possono negoziare una diversa forma di utilizzo del
tfr, chiedere una revisione della decontribuzione fino a 5 punti, spostando il
tiro
su di un'altra aliquota di prelievo anziché su
quella pensionistica a loro tanto cara. Possono cercare di addolcire lo scalino
che si
determinerà a partire dal 1° gennaio 2008. E in
generale potrebbero avvalersi di quella parte dell'emendamento che impegna
il
Governo a recepire i contenuti di un “avviso
comune” in gradi di garantire i medesimi risparmi ed indirizzi ora
indicati
nell'emendamento. Il Governo non ha certo dato
prova di una sagacia negoziale, ma i terreni di iniziativa per il sindacato
non
mancano. Bisogna saperli cogliere per migliorare
una delega per certi aspetti rozza.
Come si esce da questa situazione
inconcludente?
Il vero rebus da sciogliere sta nel comportamento del
Governo. E’ evidente che la tattica dei rinvii racchiude un segnale a Cisl e a
Uil, nella speranza (destinata ad andare delusa rebus sic stantibus) di
ripercorrere la via del patto per l'Italia. Ma questa - dopo la riunione
dell'Esecutivo della Cisl che ha deciso “nessuna intesa senza la Cgil”- è
un'ipotesi assai remota. Il Governo non deve dimostrare incertezze. Maroni
riuscirà forse a convincere Pezzotta ed Angeletti al confronto solo se essi
avranno la sensazione che, con loro o senza di loro, il Parlamento varerà la
riforma in tempi rapidi. Credo che all'interno della maggioranza sussistano
ancora troppe incertezze. E che si voglia rinviare il problema fino a dopo le
elezioni di primavera. Sarebbe un errore fatale.
Ci prenderebbe per i soliti italiani, tutto fumo e
niente arrosto. Il contraccolpo sui mercati e con le agenzie di rating avrebbe
riflessi negativi proprio nel momento in cui comincerebbero a spirare venti a
lungo attesi di ripresa. Questa maggioranza deve smetterla di farsi intimidire
dall'elettorato altrui e trascurare il proprio. Per alcune centinaia di
lavoratori delle valli lombarde che votano Lega hanno valuto salvare le pensioni
di anzianità (il cavallo di battaglia della sinistra) fino alla fine del 2007,
con l'aggiunta del premio iniquo degli incentivi detassati. Intanto, al solo
scopo di fare cassa, nel silenzio generale, hanno aumentato le aliquote dei
co.co.co, come se non sapessero che la loro gestione è la gallina dalle uova
d'oro per il bilancio Inps e che dal 1996 ad oggi ha regalato la bellezza di 18
miliardi di euro alle casse deficitarie dei dipendenti e degli
autonomi.
I sindacati fino ad ora hanno esibito i
muscoli. Cosa pensa della manifestazione nazionale di
Cgil, Cisl e Uil?
Una grande manifestazione
democratica merita sempre attenzione e rispetto. Ma è presto - lo dico ai
leader sindacali- per cantare vittoria. Io non giuro sui dati dell'Istat,
ma se è vero che il 24 ottobre allo sciopero generale - come ha documentato
l'Istituto centrale di statistica - hanno partecipato solo 700mila lavoratori,
ciò significa che il Paese è più maturo e consapevole e che i professionisti
delle manifestazioni – sono sempre i medesimi in tutte le occasioni -
rappresentano solo se stessi. Nel 2002, la Cgil di Sergio Cofferati portò a
Roma - dissero - tre milioni di persone in difesa dell'articolo 18 dello
Statuto.
Un anno dopo, il referendum che di quella lotta era figlio, si rivelò uno dei più grossi fallimenti della storia
politica recente.
Cazzola, ho letto il suo
ultimo libro e l'ho trovato molto ben documentato
e alla portata di tutti. Forse, se il
pubblico fosse meglio informato dalla stampa e dai media sulle modalità e sui
contenuti sociali della riforma del sistema previdenziale,
ai sindacati, e al governo, sarebbe risparmiata
la eterna sceneggiata della "lotta di piazza",
no?
Banche
& banchisti da
galera, anzi da
ergastolo!
di Paolo
Manfredi
Sta per scoperchiarsi un pentolone nel settore
bancario e nei mercati finanziari. I risparmiatori sono avvisati ed è bene che
comincino sin d'ora a correre ai ripari. Meno male. Sto riacquistando fiducia
nella Magistratura. Ci sono alcuni Giudici che
stanno lavorando nel nostro interesse per riparare
i numerosi torti da noi subiti come cittadini e come risparmiatori.
E
fanno ciò in un lodevole anonimato, senza pretendere e ricevere le luci della
ribalta come è accaduto per i loro omologhi nei processi SME e MONDADORI. Di
questi processi, in effetti, a noi risparmiatori poco ci cale, in quanto come
investitori diretti siamo stati solo marginalmente toccati. Se non fosse stato
per giornali come La Repubblica, che battono la grancassa solo quando i problemi
riguardano gli interessi esclusivi di certe consorterie e non la generalità dei
cittadini, quei processi si sarebbero persi tra le migliaia dei ruoli iscritti
presso un qualsivoglia Tribunale della Repubblica. Ma "La Repubblica", si sa, ha
un suo personale Tribunale "che giudica e manda a seconda che avvinghia ". Ed il
suo barbuto fondatore è un implacabile inquisitore.
Le vicende che possono interessare la generalità
dei cittadini, invece, sono quelle che hanno avuto luogo in occasione delle
privatizzazioni, dei nuovi collocamenti in Borsa, degli aumenti di capitale,
delle emissioni obbligazionarie spazzatura, della scalate a società senza
investire una lira propria ecc.. E tutto ciò senza che le Autorità preposte
alla tutela del pubblico risparmio, in primis et ante omnia la Banca d'Italia e
la Consob, abbiano mosso un dito. Anzi, in più occasioni hanno addirittura
caldeggiato,
a botta di MORAL (?) SUASION, certe soluzioni poche
congrue per i risparmiatori. Sono queste le vicende che alcune Procure, quella
di Roma tra le altre, stanno ponendo sotto osservazione. E' una grave questione
quella che ha interessato in questi anni i nostri risparmi, si tratta di una
delle più grandi frodi mai viste nella storia d'Italia ai danni dei cittadini.
Questi accadimenti hanno avuto il loro apice nelle colossali speculazioni
verificatesi a cavallo del secondo millennio. Gli ex Bot people sono stati
trasformati di colpo in investitori di Borsa, senza averne il Background
adeguato e senza che nessuna Autorità vigilasse sui loro immaturi passi in
quella giungla affaristica e senza regole fisse che è il nostro mercato
finanziario. In seguito sarebbero diventati i ragazzi del '99 mandati incontro
al massacro del pubblico risparmio. I truffatori, invece, hanno messo il loro
bottino al sicuro nei paradisi finanziari. E stiamo pur certi che quei soldi non
ritorneranno in Italia. Su tutte queste vicende era calata la cortina fumogena
della disinformazione, che ha fatto sì che processi con una buona sceneggiatura
ed una bella scenografia rubassero il campo alla questione ben più rilevante
della tutela del pubblico risparmio, vero e proprio fondamento di una democrazia
sostanziale.
Adesso vedremo come andrà a finire. Tuttavia, in
certi settori moralità e legalità non sempre hanno risvolti positivi per i
risparmiatori che alla fine, purtroppo, si troveranno a pagare per gli
errori altrui.
Alle
corporazioni sonni tranquilli, ma agli
altri......
di Giuseppe Quarto
Signor direttore,
al
mio fruttivendolo ho chiesto se era contento dell'abolizione dello
scontrino fiscale. La sua reazione, però, è stata di inveire contro il
governo. In pratica, mi ha spiegato che per non emettere lo scontrino fiscale
egli avrebbe dovuto concordare un aumento delle tasse che per il primo anno era
del 9%, mentre negli anni successivi si aggirava tra il 4 e il 5%. Ciò che più
lo irritava è che, anche scegliendo di pagare più tasse e in qualche modo
“prestabilite”, egli avrebbe comunque dovuto tenere la contabilità e avvalersi
delle prestazioni (non certo gratuite) del commercialista. Questo atteggiamento
del governo è singolare visto che concorda l'ammontare delle imposte con
una bottega di 30 metri quadrati e ciò nonostante lo obbliga a onerose
contabilità burocratiche del tutto inutili. Come disse Andreotti, “a pensar
male si fa peccato, ma spesso si indovina” e quindi, mi pare evidente che il
governo non abbia voluto inimicarsi la potente corporazione dei commercialisti e
del consulenti fiscali. Perché? Primo perché nella democrazia
italiana i grossi numeri contano poco. I partiti
sanno che l'elettore medio è una pecorella inaffidabile, riesce a tradire
pensino le sue stesse intenzioni di voto, e al seggio preferisce la spiaggia.
Per questo, non si fa mai nulla che vada a vantaggio dei consumatori e dei
cittadini comuni (massa informe, scostante, e disorganizzata), ma si tutelano
con la massima attenzione gli interessi delle corporazioni. Le corporazioni
sembrano offrire un patrimonio di voti compatto (sottolineo: sembrano), su cui è
meglio poter contare.
D'altra parte, a Palazzo Madama siedono 95
professionisti (ben 44 gli avvocati), mentre a Montecitorio sono 164 (di cui 71
sono avvocati). Al governo, su 51 sottosegretari, 18 sono liberi professionisti.
Sui loro conflitti d'interesse, si tace e s'acconsente.
Ma è certo che alcuni montano la guardia agli
interessi di categoria. È anche per questo che la società italiana registra, al
suo interno, una bassissima mobilità professionale. I mestieri diventano feudi,
che si passano di padre in figlio. Impedendo così di valorizzare
nuove risorse intellettuali e, soprattutto, presentando il conto ai
consumatori, che pagano prezzi minimi prestabiliti al di là della bravura o meno
del professionista. Le poche voci che oggi chiedono la liberalizzazione delle
professioni (dall'Istituto Bruno Leoni al
Movimento Nazionale Liberi Farmacisti) non ricevono attenzione dai media.
Eppure la necessità di liberalizzare le professioni è un'esigenza pressante
della società dal momento che tali strutture sono per loro nature
liberticide nel momento in cui sbarrano la strada a chi vuole lavorare. Nel caso
dell'ordine dei giornalisti, ad esempio, è ridicolo che per saper scrivere ed
informare si debba avere l’imprimatur della categoria, che ovvio, non può
garantire alcunché. Ancor più emblematico è il caso degli avvocati, che sono
bocciati nelle sedi di esame del Nord (dove solo il 22% viene abilitato) e
quindi si spostano al Sud, e diventano ottimi professionisti. A Reggio Calabria,
infatti, viene abilitato il 98% degli esaminandi. I nostri governanti
dovrebbero avere il coraggio nel liberalizzare sia le professioni sia i
mercati, liberalizzando questa società e facendola più efficiente. Ci sono
grandi sfide che attendono la nostra società e potremo vincerle se saremo liberi
da lacci, lacciuoli e regolamenti che imbrigliano cittadini ed aziende in una
ragnatela perversa. Purtroppo, però, pare che notai, farmacisti, avvocati,
commercialisti, periti, ingegneri architetti e così via possono dormire sonni
tranquilli. Allo stato attuale ben difficilmente il governo farà scelte
coraggiose e liberali.
La ringrazio dello spazio che vorrà
accordarmi, Giuseppe Quarto responsabile Club “L'Imprenditore” -
Brescia clubimprenditore@virgilio.it