Perchè il dialogo sulle pensioni conviene all'opposizione?
di Artemio Ruggeri
 
I leader sindacali hanno sfidato Berlusconi ad un match televisivo sulla previdenza. Si vede che i sindacalisti pensano di abitare
sul Monte Sinai ed essere depositari delle tavole della legge. In ogni caso è positivo che su questa materia si sviluppi un confronto aperto in grado di mettere a nudo tutte le posizioni in campo. Il tema è di per sé molto complesso e  tocca interessi diffusi, destabilizza programmi personali e familiari capaci, senza una profonda “rivoluzione culturale”, di “fare blocco” e di erigersi a mo’d'invalicabile barriera. Il dibattito sulla previdenza ha uguale spessore culturale di quello ambientale. Anche nel caso delle pensioni, infatti, le generazioni presenti “consumano” risorse destinate a quelle future, ne ipotecano per lunghi anni le prospettive
di lavoro e di vita. Il Paese subisce il trauma di uno sciopero generale. I sindacati esercitano un loro diritto. Ma l'agire secondo le proprie prerogative non esonera delle importanti forze sociali a dar prova di responsabilità. Su questo terreno Cgil, Cisl e Uil prestano il fianco a numerose critiche. E' evidente, infatti, che l'intransigenza delle confederazioni non crea difficoltà solo alla maggioranza e al Governo. Paradossalmente, quest'ultimo può vantarsi, nei circoli internazionali, della bontà della riforma proprio in conseguenza della reazione dei sindacati. E' palese l'imbarazzo dell'ala riformista e moderata dell'opposizione, quella dotata di una salda cultura di governo. Essa sa bene (si vedano le dichiarazioni di Enrico Letta e Tiziano Treu, ma pure dello stesso Piero Fassino) che una revisione delle riforme degli anni ’90 è ineludibile: lo ha ribadito di recente il Consiglio europeo, sottolineando la questione essenziale dell'innalzamento dell'età effettiva di pensionamento.
Nessuna forza politica potrebbe opporsi al riordino previdenziale e candidarsi placidamente a governare nel 2006.
Qualunque sarà il colore dei prossimi esecutivi, il problema continuerà a porsi alla stessa maniera, se non sarà risolto adesso.
I sindacati, allora, potranno proclamare ulteriori iniziative di lotta ma non riusciranno ad impedire (guai se fosse così) che si compiano i processi necessari, almeno fino a quando sosterranno che nulla deve essere cambiato. Diverso sarebbe il discorso
sul merito delle proposte del Governo. Ma anche su questo terreno la visuale di Cgil, Cisl e Uil finisce per essere strabica.
Nulla si dice su quanto il Governo propone di fare (anzi di non fare) fino a tutto il 2007. Si vede che la linea demagogica dell'esecutivo (tutto come prima più gli incentivi esentasse) non dispiace ai sindacati. Varrebbe, allora, la pena di aprire un confronto per correggere le misure post 2008, in effetti troppo severe e prive dell'indispensabile gradualità. Il Governo non sarebbe contrario ad adottare cambiamenti ragionevoli ed equi. La linea di dialogo, dunque, metterebbe assai più in mora il Governo che non quella della contrapposizione intransigente. Ma ci vorrebbe maggior coraggio di quello richiesto per proclamare gli scioperi.

Sindacati miopi e prigionieri di se stessi
di Giuliano Cazzola
 
I sindacati hanno deciso scioperare contro il progetto del Governo in materia di pensioni. È un loro diritto: l'Italia è un paese libero, grazie anche a una coalizione di Centro-destra che, nel 1994, ha saputo fornire un'alternativa a milioni di italiani che non volevano irreggimentarsi nella "gioiosa macchina da guerra" di Achille Occhetto e compagni. Eppure, a meno di non immaginare, a livello internazionale, una gigantesca congiura delle forze reazionarie perennemente in agguato, ci sarà una ragione se tutti i centri di analisi si ostinano a battere sempre lo stesso chiodo. Insomma, la riforma delle pensioni andava completata, dopo gli importanti interventi del decennio novanta. Cgil, Cisl e Uil non possono pretendere di fermare il corso delle dinamiche economiche e sociali. L'attuale sistema pensionistico, come gran parte di quelli del Vecchio Continente, ha radici in una società, in una struttura economica e del mercato del lavoro, in scenari demografici lontani nel tempo al pari di una stella spenta che si ostina ad inviare raggi di luce senza più vita. Certo, il progetto del Governo non è alieno da critiche, anche serie. Ma almeno propone una direzione di marcia in linea con l'Europa. I sindacati, invece, sono prigionieri di se stessi, dei loro stanchi riti. Il premier Silvio Berlusconi, con la sua apparizione in TV, ha scelto la linea giusta: il Governo deve misurarsi con l'opinione pubblica. La società è migliore dei soggetti collettivi che pretendono di rappresentarla. Anche l'elettorato. I sindacati riempirono le piazze contro la revisione dell'articolo 18, ma il referendum del 15 giugno del 2003 si è rivelato uno dei più clamorosi fallimenti della storia recente.
 Ora si è aperto nel paese un confronto sulla sola grande questione che conti veramente per il futuro del sistema pensionistico: l'innalzamento dell'età effettiva di pensionamento in armonia con le aspettative di vita attese nei prossimi decenni. È il tema centrale della riforma francese (il requisito contributivo salirà a 42 anni nel 2020). È il punto focale del rapporto Rurup in Germania (l'età pensionabile salirà da 65 a 67 anni nel 2035, il requisito minimo a 64 anni). Ovunque i Governi devono affrontare scioperi e proteste. Ma questa è la via per garantire ai giovani una più solida opportunità di lavoro oggi e un'adeguata pensione domani.
A chi chiedeva a Vittorio Foa cosa significhi essere di sinistra il grande vecchio della gauche rispose: "Pensare agli altri nel futuro"

Pensioni. Sindacato eversivo
di Benedetto Della Vedova
Le parole di Savino Pezzotta riportate dal Corriere della Sera sono state di gravità inaudita e il fatto che il leader della CISL sia stato, fino ad oggi, il dirigente sindacale che pare più aperto al dialogo, non ne diminuisce la portata eversiva dell'ordine costituzionale. La sua tesi che le pensioni siano un problema "del sindacato" e non "della politica", avrebbe avuto cittadinanza in tempi per fortuna lontani del corporativismo come strumento non liberale di mediazione degli interessi economici e sociali. In una democrazia liberale, perfino in quella italiana, spetta unicamente al Parlamento e al Governo legiferare, anche sui temi economico-sociali. La previdenza, soprattutto la obbligatoria nei sistemi a ripartizione, non è materia di contrattazione tra le parti, ma materia fiscale a pieno titolo. Il sindacato rappresenta, va da sé "legittimamanete", gli interessi diretti e materiali di milioni di pensionandi che sperano di usufruire ancora di un sistema irresponsabilmente generoso, ma non certo, quello dei giovani (che, per giunta, pesano in misura irrilevante sulla base sindacale) su cui peserebbero glii oneri della non-riforma. Se Pezzotta crede di avere il consenso degli elettori italiani per imporre il suo "niet" a qualsiasi ipotesi di riforma della previdenza, non ha che da seguire le orme del suo predecessore, possibilmente con migliore fortuna. Benedetto Della Vedova, deputato radicale al Parlamento europeo.
Giovani & Pensioni
di Francesco  Martin 
 
Finalmente qualcuno ha compreso, e la Germania ne offre l'esempio, quella che da molto tempo ritengo l'unica via praticabile
per riformare e rendere equo il sistema pensionistico che, da nazionali, avrà pesi e costi internazionali: Ridurre i Rendimenti degli assegni vitalizi. Non solo per chi deve andare in pensione, ma anche a coloro che godono già da molti anni di assegni superiori rispetto a quanto versato nel periodo lavorativo. Oggi che siamo parte dell'Europa, abbiamo il dovere di chiedere e imporre Riforme, Riduzione dei Costi, Adeguamento alla Modernità, anteponendo ad essa che vuole ancora imporre la propria antica volontà su tutti noi, l'Uomo Libero, in un Territorio Libero, di Libera Iniziativa, con il fine dell'Imprenditorialità Popolare Diffusa, con il Vantaggio multiplo, del Mercato Globale, Locale e nostro. Fa meraviglia che alla proposta dell'On. Berlusconi di Riforma Strutturale delle pensioni di anzianità da poter ottenere, (salvi, come è logico, i lavori usuranti), ad almeno 40 anni di contributi dal 2008, varie Forze Politiche ed i Sindacati facciano levata di scudi e minaccino uno sciopero generale. In realtà il Governo di Centro-Destra nulla toglie e nulla cambia alla famosa "Tabella Dini" allegata alle Riforme pensionistiche votate dal precedente Governo di Centro Sinistra che prevede, già dal 97, a tutti gli effetti, il possesso di 40 anni contributivi dal 2008 per ottenere la pensione di anzianità. Sarà stato un caso che il precedente Governo abbia messo mano alle pensioni 5 volte in 5 anni senza che i Sindacati si opponessero ma anzi, cercando di convincere i propri iscritti che le riforme erano necessarie? Per il resto, è saggia la proposta di aumentare lo stipendio di chi permane al lavoro avendo maturato i requisiti per la pensione. Infatti, quello che è scandaloso è il fatto che, a parità di età e condizioni di lavoro, chi è andato o va in pensione riceva un vitalizio poco inferiore, se non superiore, allo stipendio di chi permane in attività. Non il divieto, ma i tagli per chi si ritira anticipatamente sono doverosi e necessari.
Resta il problema che chi permane in attività fino a tarda età continua ad occupare a lungo tempo un posto di lavoro che potrebbe essere riassegnato ad un giovane. Il quale, Povero Giovane, dovrà lavorare per mantenere i pensionati e sarà costretto a dotarsi di una valida e costosa pensione integrativa. Dovrebbe guadagnare almeno il doppio degli stipendi attuali o non ce la farà a sopportare un tale ingente peso economico-finanziario per 40 anni di lavoro, e allo stesso tempo, essere in grado di avere elevata capacità di spesa per acquistare beni e servizi e sostenere l'economia. O, i prossimi Governi dovranno mantenere alto il prezzo della benzina e introdurre tasse per tappare i buchi di bilancio. Il problema rimane invariato: finchè non si taglierà a dovere l'INTERA SPESA PUBBLICA, e le Riforme necessarie nelle Pubbliche Amministrazioni non saranno compiute, la pressione fiscale non potrà scendere, avremo meno risorse per la spesa particolare e generale delle famiglie, e la Finale Riforma del Fisco, che darebbe ossigeno e sprint alle aziende, nuovi impieghi ai giovani e più Euro in tasca, non potrà innescaren la catena virtuosa di fenomeni a retroazione in grado di aumentare lo Sviluppo e la Ricchezza del Paese. Francesco Martin cittadino europeo.

TERRORISMO
I sindacati ascoltino l'allarme di Pisanu
 
Il ministro dell'Interno Pisanu è una persona seria, affidabile, parca e misurata nelle dichiarazioni, come impone la sua carica.
Per questo la sua tesi sul rischio di infiltrazioni terroristiche all'interno dei cortei sindacali e politici non può e non deve essere sottovalutata. E' un vero allarme che ci riporta indietro di anni. Purtroppo. Sono stati ritrovati nel pieno centro di Roma 2 ordigni recapitati via posta. Uno è esploso, senza provocare vittime, nella vecchia sede del ministero del Lavoro; l'altro trovato a poche centinaia di metri presso la sede della Regione Sardegna. Un terzo è esploso in una stazione dei carabinieri a Cagliari.
Poi altri pacchi bomba recapitati qua e la', una catena. Tra loro un collegamento ci deve essere, ma deve esserci stato -sentite le dichiarazioni di Pisanu- anche un collegamento con la manifestazione promossa dai sindacati europei. Nel primo caso la pista può portare a quella area anarco-insurrezionale-indipendentista con legami con la malavita tradizionale che da tempo sta colpendo la Sardegna. Anche in questo caso è stato Pisanu, a maggio, a sottolineare la gravità del fenomeno: «In Sardegna c'è un clima che non possiamo più tollerare: troppi attentati contro le istituzioni e il mondo del lavoro minacciano non solo la convivenza pacifica, ma anche la possibilità di sviluppo dell'isola». Alcuni giorni prima i "Nuclei proletari per il comunismo" avevano rivendicato un attentato alla sede della Cisl di Cagliari; mentre l'"Organizzazione indipendentista rivoluzionaria" si era attribuita i falliti attentati all'azienda di soggiorno di Alghero e al Comune di Arzachena. E ancora, alcuni imprenditori di Olbia sono stati vittime di attentati. Ma c'è anche un'altra ipotesi che non si può scartare a priori. Come ha detto lo stesso Pisanu legando le bombe alle iniziative sindacali. Dopo gli assassini di Massimo D'Antona e Marco Biagi, collaboratori del ministero del Welfare, il mondo del lavoro in senso lato (dai giuslavoristi, ai sindacalisti, ai dirigenti di impresa) è stato messo nel mirino perché è lì - comedice Pisanu - che le nuove Br individuano l'ambito nel quale si realizza il cambiamento della «fisionomia storica della classe operaia». Ecco, allora -riproponendo un copione logoro ma inquietante- che i terroristi si sono rifatti vivi, ai primi segnali di una nuova stagione di conflitto sociale, legittimo, civile e democratico, che in nessun caso va imbrattato dalla violenza terroristica. Ancora una volta spetterà al sindacato confederale respingere ogni tentativo di infiltrazione. Anche perché c'è chi ricorda che gli incidenti al G8 di Genova furono preceduti dall'invio di buste bomba simili a quelle ritrovate.