I leader sindacali hanno lavorato per il re di Prussia? di Giuliano Cazzola
8 per mille: Diffidata la Pesidenza del Consiglio di Maurizio Turco
Una Rolls Royce contro un paio di scarpe? di Francesco Martin
Stato Vorace di Giuseppe Quarto
Ai leader sindacali non viene il dubbio di aver
lavorato per il re di Prussia?
di Giuliano Cazzola
 
Su 90mila prestazioni, 48.600 sono trattamenti di anzianità, i quali assorbono più del 64% della spesa complessiva.
Sono forse queste le statistiche delle pensioni degli operai siderurgici (sempre ostentati da Bertinotti, nei salotti televisivi), condannati a passare la vita davanti agli altiforni? O si tratta degli addetti a mansioni usuranti, quelle stesse che la legge tutelerebbe, con uno sconto sull'età pensionabile, se solo le parti sociali non avessero deciso, da oltre un decennio, che le norme applicative devono restare incompiute? Niente di tutto ciò. Il record delle pensioni di anzianità appartiene all'ex Inpdai, l'ente previdenziale dei dirigenti di aziende industriali, ora incorporato, a causa dell'incipiente bancarotta, nell'Inps, con una dote appresso "a carico dello Stato" pari a  milioni di euro 1.041 nel 2003, 1.055 nel 2004 e 1.067 dal 2005 in poi.
Si dirà che l'esercizio del comando e delle responsabilità è fonte di stress, mentre le imprese vogliono liberarsi dei dirigenti obsoleti. Le medesime storie già sentite a proposito del pensionamento precoce di Cipputi o dell'impiegato del Catasto.
E, forse, ci sarà pure un fondamento di verità in queste denunce. Ma le dimensioni abnormi del fenomeno sono la testimonianza ineccepibile di una ben diversa realtà: i dirigenti industriali non hanno esitato ad avvalersi di norme generose (un trattamento di anzianità è pari, in media, a 51mila euro l'anno) per varcare, appena possibile, la soglia della quiescenza, magari accendendo, poi, rapporti di collaborazione o di consulenza, con la propria od  altre aziende. Il Cnel ha calcolato che, dal 1996 alla fine del 2000, sono state liquidate dall'Inpdai ben 17.460 nuove pensioni anticipate. Oggi sappiamo che, nel 2001 e nel 2002, se ne sono aggiunte, complessivamente, altre 6.735. Ciò significa che circa la metà delle pensioni d'anzianità in vigore sono maturate negli ultimi anni, nonostante l'inasprimento delle regole, derivante dai processi di armonizzazione dei differenti regimi.
Naturalmente, tutto quanto è accaduto in conformità alle leggi, nel pieno rispetto di quelli che solitamente vengono chiamati "diritti acquisiti", la cui difesa non conosce distinzioni di qualifiche. Ma qui sta il punto: di troppi "diritti" si può anche morire, quando il loro esercizio entra in conflitto con le risorse disponibili. Infatti, l'Inpdai ha chiuso bottega e potrà continuare a pagare le pensioni dei dirigenti grazie alle ritenute fiscali di noi tutti. Verrebbe da chiedere alle grandi confederazioni sindacali se - con la loro difesa intransigente del pensionamento di anzianità - non abbiano finito per salvaguardare anche situazioni discutibili, come quelle che stiamo svelando. Quando si difende un privilegio non conta tanto che esso sia piccolo o grande.
Se il privilegio è modesto costa poco rinunciarvi. E' insensato, invece, ostinarsi a difendere un grande privilegio pur di mantenerne inalterati dei piccoli. E' questo l'errore di Cgil, Cisl e Uil, di nuovo schierate con la Lega di Bossi sulla linea del Piave dei trattamenti di anzianità. Succede, però, che il Fondo pensioni dei lavoratori dipendenti dell'Inps spenda, nel 2003, per la voce anzianità, solo 1,2 miliardi di euro in più di quanto viene destinato alla vecchiaia. Nelle gestioni dei lavoratori autonomi, invece, il "costo" dell'anzianità è di 2,1 miliardi di euro più elevata di quella riferita alla vecchiaia. Poi, c'è il caso clamoroso dei dirigenti industriali. Ai leader sindacali non viene il dubbio di aver lavorato per il re di Prussia?  
8 per mille
Diffidata la Pesidenza del Consiglio
di Maurizio Turco Presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo
 
In vista del 31 ottobre - data entro cui milioni di contribuenti dovranno presentare la dichiarazione dei redditi Irpef con il modello UNICO 2003 ho diffidato la Presidenza del Consiglio dei Ministri a porre in essere tutti gli atti necessari al fine di: - informare i cittadini circa il reale sistema di ripartizione dei fondi dell'8x1000 Irpef; - pubblicizzare l'utilizzo da parte dello Stato italiano dei fondi ad esso destinati -organizzare una campagna pubblicitaria volta per invitare i contribuenti a scegliere lo "Stato" tra i soggetti destinatari dell'8x1000 Irpef. Ogni anno la quota dell'8x1000 Irpef che viene assegnata alla CEI cresce a ritmi elevatissimi, sia in termini percentuali (passata in 3 anni dal 82,5% al 87%) che in termini assoluti (dai 449 milioni di euro del 1995 ai 908 del 2002). Contemporaneamente, la percentuale dei contribuenti che indicano lo Stato quale destinatario è in costante diminuzione. UN MERCATO TRUCCATO *Ma il Mercato delle coscienze è, in realtà, un mercato truccato da cui il soggetto in posizione dominante -la Chiesa cattolica- trae i vantaggi maggiori grazie alla scellerata "intesa" anticonconcorrenziale con tutti i Governi italiani che si sono succeduti dal 1990 ad oggi. Il modulo per la scelta della destinazione dell'8x1000 Irpef consente ai contribuenti di scegliere tra 7 soggetti concorrenti, tra cui lo Stato italiano. La Chiesa cattolica, ogni anno, attua una massiccia campagna di propaganda sui media dal valore di alcuni milioni si euro. Lo Stato, al contrario, rinuncia a farsi propaganda.
Così il Governo ogni anno "gioca a perdere", arrecando una danno al bilancio dello Stato di centinaia di milioni di euro.
E vista la ristrettezza dei mezzi a disposizione delle altre confessioni religiose, la maggiore beneficiaria è la CEI.
Ma non è tutto. Il mercato infatti è dopato. Il sistema di ripartizione della legge n.222/1985, prevede che la quota dell'8x1000 dei contribuenti che non hanno espresso la scelta sia ripartita tra i soggetti concorrenti in proporzione alle scelte espresse dagli altri contribuenti. Grazie a ciò, l'8x1000 Irpef del 64% degli italiani -a tanto ammonta la percentuale di coloro che non effettuano una scelta- aumenta la somma del gettito da ripartire tra i 7 concorrenti. La percentuale di contribuenti che non scelgono è in continua crescita -dal 55% del 1996 all'attuale 64%- anche (o sopratutto?) a causa del fatto che sono sempre meno gli italiani informati dal Governo su dove andranno a finire i loro soldi.
Abbiamo quindi diffidato la Presidenza del Consiglio a organizzare tempestivamente una campagna pubblicitaria per invitare i contribuenti a scegliere lo "Stato" tra i soggetti destinatari della quota dell'8x1000 Irpef, nonché a informarli sulle conseguenze della non scelta. In caso di colpevole (inerzia) del Governo chiederemo ai responsabili di rispondere in tutte le sedi, ivi compresa la magistratura contabile, del danno economico arrecato al bilancio dello Stato. In sede politica, denunciamo da subito la scellerata, pluriennale intesa volta a favorire un abnorme arricchimento della CEI. Tenuto conto, inoltre, che dal 1990 ad oggi i fondi destinati alle confessioni religiose -in particolare alla Chiesa cattolica- sono quintuplicati e che nell'ultimo triennio sono aumentati di oltre un terzo, considerato che la determinazione legislativa della percentuale dell'8x1000 dell’Irpef fu calcolata dal Governo di allora sulla base della previsione di un sostanziale mantenimento della cifra allora destinata alla Chiesa Cattolica, previsione rivelatasi totalmente errata per difetto, si è sottoposta con urgenza alla Presidenza del Consiglio l’opportunità di una tempestiva ri-determinazione (verso il basso) della percentuale Irpef congrua alla realizzazione delle finalità indicate dalla legge.
Maurizio Turco, Presidente dei deputati radicali al Parlamento europeo.

STATO VORACE
di Giuseppe Quarto
 
Un secolo fa in tutti i Paesi sviluppati il fisco prelevava circa il 10% del prodotto interno; oggi è quintuplicato. Ho letto come nessun paese della Comunità europea sia in condizione di rispettare i parametri del disavanzo pubblico e tutti i paesi chiedono di superare il vincolo del 3% di sfondamento della spesa. La verità è che, in Italia come altrove, lo Stato assorbe una montagna di denaro (circa la metà di quanto si produce), ma ne destina solo una parte al finanziamento di quelle attività considerate come tipiche del governo: contrastare la criminalità, organizzare la difesa, amministrare la giustizia, aiutare chi non è in grado di sostenersi.
Solo il 3% del bilancio è per la difesa, meno dell'1% serve alla giustizia e meno del 3% è per le pensioni sociali e gli invalidi.
Dove va il restante 91% delle risorse che lo Stato italiano incamera? La quasi totalità del bilancio pubblico è sprecato per servizi che sarebbero molto meglio gestiti da agenzie private in concorrenza tra loro. Questo dimostra che la classe politico-burocratica ci tratta come bambini, incapaci di provvedere a noi stessi. Non ci consente di destinare ad una mutua privata i soldi per la salute; ostacola lo sviluppo di un sistema educativo pluralistico e posseduto dai consumatori; non ci consente di optare per una pensione autonoma (e ci costringe a buttare miliardi nel gran calderone dell'Inps). E via dicendo. Inoltre la voracità dello Stato si appresta a fare un grande salto di qualità. Da qualche anno sono in vigore alcuni parametri in base a cui secondo il fisco ogni impresa deve per forza guadagnare una cifra prestabilita e deve pagare le tasse su quell'importo. Se per qualche motivo le cose sono andate diversamente bisogna saper dimostrare di non aver guadagnato; e va notato come in questo caso le scritture contabili non contino molto e, quindi, non sempre sia facile dimostrare di avere avuto redditi modesti o, addirittura, perdite effettive. Queste nuove disposizioni, unite alle esigenze crescenti della spesa pubblica e pongono le premesse per un livello di voracità fiscale mai raggiunto in tutta la storia.
Per di più questa sfrontatezza delle richieste fiscali si associa ad un quadro generale desolante: con tempi di spostamento che sono raddoppiati (causa un sistema viario da Terzo Mondo), con una burocrazia cartacea da Inquisizione e sistema che piace ai burocrati giustificandone l'esistenza. Piace da morire anche ai politici, perché finisce per consegnare nelle loro mani quasi tutti i problemi della comunità. Per costruire una simile macchina statale, che divora la metà delle nostre risorse e delle nostre libertà, c'è voluto molto tempo e si è sviluppato in maniera costante: attraverso regimi autoritari e democratici, di sinistra o di destra, liberali o socialisti, laici o democristiani, monarchici o repubblicani, conservatori o laburisti. La situazione, allora, è molto pericolosa, perché il rischio è che oggi uno Stato "democratico" possa riuscire a fare ciò che il comunismo, con il suo sistema brutale, non è stato in grado di realizzare. Alla luce di tutto ciò, riflettiamo sull'assurdità della situazione.
Noi non abbiamo affatto bisogno della politica, mentre sono i politici che hanno bisogno di noi per poter esercitare
il loro potere e disporre delle nostre risorse. È giunto quindi il momento che i politici facciano un passo indietro e lascino ai cittadini la libertà di provvedere a se stessi nel miglior modo. Lo Stato ha insanguinato l'intero Novecento e ha costruito schiavitù
di vario genere. Non dimentichiamolo mai. www.liberidiscegliere.org
   Pensioni: Una Rolls Royce contro un paio di scarpe?
di Francesco Martin
 
Prima di sciogliere il nodo pensionistico gordiano che ci affligge con le sembianze spettrali di una malattia incurabile, va definito quale sia la reale politica sociale di questo Governo Liberista: Perseguire obiettivi di "Eguaglianza Sociale", sul sentiero già tentato dal Centro-Sinistra, o, come dovrebbe essere specifico carattere di un Centro-Destra alternativo, di evidenziare in modo conveniente le "Diversità Sociali"? Trattare tutti allo stesso modo le pensioni di anzianità o di vecchiaia, è come proporre un "salario unico per tutti", a tutti lo stesso lavoro e la vendita di un solo prodotto al mercato che è di per sè, così come è la società, entità complessa e variabile. Se partiamo da un'ideologia generica di "Giustizia sociale", si giungerebbe a discettare se sia giusto che qualcuno abbia 10 case e qualcuno nessuna, o che un soggetto economico abbia Rolls Royce ed autista, mentre un altro non abbia i soldi per comperare le scarpe. Riponderà l'Economista che uno ha di più perchè ha lavorato di più e guadagnato di più, e un altro di meno perchè ha lavorato e prodotto di meno. E' proprio questo il punto: la Rendita Vitalizia andrebbe comunque data,
in  primis, a chi l'ha pagata per il numero di anni che era previsto al momento in cui ha stipulato il contratto di lavoro, e, in ogni caso, dovrebbe essere a rendimento pieno se ci si ritira con pensione di vecchiaia, ed a rendimento ridotto, a partire da un "minimo sociale", per chi intende ritirarsi prima, con riduzioni notevoli se molti sono gli anni mancanti, anche proponendo una parte minore o la completa trattenuta della liquidazione. Potrebbe esercitare altre professioni, dichiarandole, pena la cessazione della Rendita pubblica fino al compimento dei 65 anni. Evitare che accada che venga dato troppo, in simili condizioni di trattamento, ad alcuni, e nulla ad altri che hanno fatto gli stessi sacrifici e pagato i propri contributi: meglio dividere al 50% la rendita offrendola alla libera scelta degli aventi diritto.
Vogliamo ancora ridurre la spesa? Si dovrebbe prevedere, fuori dallo stipendio percepito, anche un limite massimo di prestazione pubblica non superiore ai 2.500 euro al mese, anche per chi, lavorando, ne percepisce 10 volte tanto. Se è vero che il Problema Pensioni è un'"emergenza internazionale", allora anche Tutti i Pensionati di Anzianità e quelli di Vecchiaia con pensioni d'oro dovrebbero essere richiamati a concorrere al taglio del deficit, con riduzione degli assegni percepiti a parità con coloro che vanno in pensione con le regole attuali: ad essi dovrebbe bastare la soddisfazione di aver percepito assegni vitalizi per 10-20- anche 30 anni più degli altri che sono stati costretti a rimanere al Lavoro, il quale, cosa che non dovrebbe accadere, rischia di essere ormai considerato, ove non sia di alto livello, redditizio e gratificante, quasi una Punizione Infernale. Naturalmente, vanno eliminati quei 3.000.000 di assegni di invalidità esistenti in Italia, a detta di numerosi osservatori politico-economici, considerati indebitamente percepiti, vero e proprio furto a tutti i contribuenti, ma per questo grande numero bisognerebbe invocare l'intervento dei Marines con una guerra-lampo! Ricordare anche l'altra faccia della medaglia: ciò che forse può essere utile al sistema privato potrebbe essere nocivo nel sistema pubblico: Burocrati messi alla guida di macchine obsolete impeditive allo sviluppo del Paese, oggi già strapagati e arricchiti con benefici extra dati dai Governi di Centro-Sinistra, farebbero di tutto per prolungare il lavoro, restando così a freno e zavorra nell'ostacolare le Riforme Istituzionali, da far partire a gran velocità per sburocratizzare e snellire la macchina statale, e preparare l'avvento di una Vera Economia Liberale, in una Nazione dove, per colpe e omissioni politiche di un passato ancora permanente, è più conveniente chiedere l'assistenza pubblica che non rischiare in proprio e confrontarsi con i mercati. Il Nobel per l'Economia Prof. Modigliani, indicò una via semplice ed equa per la riforma del sistema pensionistico, basata non sul Divieto, ma sull'Offerta con il Consenso della Controparte: Il Cliente del Sistema Pubblico ha lavorato solo per 1anno e chiede di andare in pensione? Bene, la rendita vitalizia sarà concessa con assegno mensile di Euro Uno. (...potrà sempre porlo come mattone iniziale per la costruzione futura della propria fortuna, oppure giocarselo al Superenalotto, in piena Libertà di Scelta e Autonomia). Francesco Martin.