Marco Biagi: Mai l'angoscia quotidiana lo
tentò di rinunciare
Di quella sera
maledetta ho un ricordo nitido
di Giuliano
Cazzola
Il discorso commemorativo sul
prof. Marco Biagi,
pronunciato da Giuliano Cazzola il
7 giugno 2003 a Pavia
"Marco Biagi muore a
Bologna la sera del 19 marzo 2002 all'età di 51
anni, vittima di un attentato terroristico delle
Brigate rosse". Con queste essenziali parole termina
il libro che l'allievo prediletto, Michele Tiraboschi, ha voluto dedicare
al suo maestro nel primo anniversario della morte.
Di quella sera maledetta conservo un
ricordo nitido. Mi trovavo nella mia abitazione romana ed avevo appena finito di
ascoltare la radiocronaca di una partita di calcio. Nell'intervallo tra il primo
e il secondo tempo il giornale radio diede la notizia dell'assassinio di Marco
del quale ero amico da quasi trent'anni.
Quella stessa mattina avevo
ricevuto una sua e-mail che non ero riuscito ad aprire. Mi ripromettevo di
chiamarlo sul cellulare, ma non mi riuscì. I terroristi arrivarono prima. Il 19
marzo era un martedì: il venerdì precedente Il Sole-24 Ore aveva pubblicato un
appello per la riforma del mercato del lavoro (nel bel mezzo della "guerra
civile" sull'articolo 18) dove il professor Biagi figurava come terzo firmatario
dopo Renato Brunetta e chi vi parla. Quello stesso giorno, una delle riviste più
diffuse aveva pubblicato gli stralci di un rapporto dei Servizi nel quale
l'identikit di Marco spiccava a tutto tondo tra i possibili obiettivi del nuovo
terrorismo.
Nel ricordare questa dolorosa sequenza di date e di fatti non
intendo solo stigmatizzare ancora una volta le responsabilità di chi non volle
prestare ascolto ad allarmi purtroppo profetici. C'è un aspetto più
significativo da cogliere: il valore di un insegnamento sempre attuale. Ciascuna
delle stazioni del Calvario di Marco è la prova di un'esemplare forza morale.
Sapeva di essere in pericolo, ma non
volle mancare al suo dovere. Le lettere pubblicate postume furono scritte da una
persona che avvertiva tutto il dramma della sua situazione ed era deluso per
l'altrui sordità burocratica.
Come se non bastasse, Biagi sentiva crescere intorno a sé un'ottusa ostilità nel proprio ambiente di lavoro e di
vita; era divenuto bersaglio di un odioso ostracismo
di natura morale, soltanto perché osava collaborare
con il legittimo Governo del suo Paese.
Nei confronti del suo lavoro
le manifestazioni di un normale dissenso di merito, per altro legittimo ed
utile, erano contornate da un clima contestuale di sgradevoli riprovazioni
etiche che sfociavano in una sostanziale accusa di tradimento.
Nonostante
tutto ciò, Biagi non volle tirarsi indietro. Ignorò i pressanti inviti dei suoi
cari; continuò a scrivere i suoi editoriali, a fornire le sue preziose
consulenze, a fare la spola -da solo- tra Bruxelles, Modena, Bologna e Roma e a
recarsi ovunque fosse chiamato a difendere le sue idee, a svelare le menzogne
del pregiudizio ideologico altrui. Marco era un cattolico praticante; conosceva
il significato del martirio come testimonianza. Per lui la
vita non avrebbe avuto senso se non fosse stata illuminata da principi per i
quali vale la pena di non mollare mai. La tragedia umana degli ultimi
mesi di vita è stata consegnata alle lettere; molti di noi ancorché intimi amici
ne divenimmo consapevoli solo dopo il 19 marzo 2002; perché nulla di
quell'angoscia quotidiana lo distolse mai dal suo lavoro o sollevò in lui la
tentazione di farsi da parte, di rinunciare.
Quella di Marco Biagi era una
vita organizzata, scandita da orari prestabiliti, da spostamenti consueti, da
iniziative programmate e svolte nel minor tempo possibile.
Solo così era in
grado di governare la mole di iniziative in cui era impegnato. L'insegnamento
prima di tutto; poi i rapporti con gli allievi e gli studenti, tutti in qualche
modo associati alle molte attività che il professore svolgeva. Biagi sapeva
motivare i propri collaboratori, coinvolgendoli nelle ricerche che gli erano
state affidate, nella vita delle associazioni che aveva promosso,
nel lavoro
redazionale delle riviste giuridiche che dirigeva o nelle numerose relazioni
internazionali intraprese, nelle istituzioni europee innanzi tutto. Da alcuni anni, Marco doveva misurarsi
con i tempi morti dei ministeri, con le trappole
della politica.
Ma era riuscito ad affermare il suo metodo di lavoro;
poco alla volta furono gli uffici ministeriali ad adattarsi alle sue regole,
a preparare le riunioni, una dopo l'altra, affinché neppure un minuto
andasse perduto. Poi, c'erano gli articoli. Per collaborare a
un quotidiano
occorre prontezza e disponibilità, bisogna saper rispondere in poche ore alla
richiesta del direttore prima della chiusura del giornale. Biagi scriveva
ovunque, anche sul treno che lo portava da Roma a Bologna e ritorno.
Non era
facile per lui dedicarsi alla famiglia, alla moglie Marina e a quei due
meravigliosi ragazzi che crescevano a vista d'occhio e che presto, come garruli
uccelletti, avrebbero preso la propria strada. Così, Marco difendeva gli spazi
dedicati ai suoi cari con tutta la disciplina di cui era capace. Talvolta con
un'accanita ritualità: la corsa domenicale in bicicletta bardato come se
partecipasse al Tour; la messa in parrocchia; la partita allo Stadio, a tifare
rosso-blu.
Ma la domenica era fatta di altre abitudini, come i tortellini in
brodo in tavola, acquistati, al sabato, dal salumiere di via Oberdan, lo stesso
che il giorno dei funerali chiuse il negozio per lutto.
E' questa la persona che i terroristi
hanno voluto colpire "per educarne 100". Quel "nemico del popolo" caduto davanti all'uscio di
casa era un riformista, un uomo di sinistra vittima
dell'ostracismo di una sinistra (il bisticcio di parole è voluto), la quale non sa che farsene delle idee, del sapere, delle esperienze e
delle intuizioni, ma che pretende obbedienza cieca e
assoluta, in nome dell'appartenenza; che apprezza
soltanto gli intellettuali disposti a "suonare il
piffero" per la peggiore conservazione, una causa che in quelle file ha preso il posto del mito
della rivoluzione.
Dopo la vittoria della Casa delle
libertà, nel 2001, Marco non salì sul carro del vincitore, né gli furono chiesti
atti di fede politica.
Il ministro del Welfare gli offrì un
rapporto di collaborazione franco ed onesto, in piena libertà. E Marco trovò la
possibilità di ritessere la trama di quella riforma del mercato del lavoro che
aveva portato avanti a fianco del suo amico e collega Tiziano Treu. Ma
soprattutto si sentì circondato da quel rispetto umano (particolare fu il suo
rapporto con Maurizio Sacconi), da quella considerazione personale che la sua
parte politica gli aveva revocato da tempo, soltanto perché voleva proporre dei
cambiamenti a regole oggettivamente vetuste.
Si dice che i soli a morire
veramente siano coloro non lasciano nulla dietro di sé. Se ciò è vero, Marco
Biagi è ancora tra noi.
Il Parlamento della Repubblica ha varato quella
legge delega che scaturì dal Libro Bianco e che porterà per sempre il nome del
giurista bolognese. Certamente, Marco è vivo nel ricordo dei suoi cari, degli
amici e di quanti lo conobbero e lo stimarono. Un martire è
sempre un personaggio scomodo, soprattutto quando la sorte ha voluto che
potesse individuare e denunciare
in proprio e senza facoltà di smentita,
-perché i morti non si possono smentire- quel reticolo di responsabilità anche
indirette
che ne misero in pericolo la vita e lo
trasformarono in un obiettivo delle BR. Invece di severe autocritiche e di scuse
accorate davanti alla tomba della famiglia Biagi, nella parte monumentale della
Certosa, la sinistra-matrigna si appresta a candidare Sergio Cofferati a sindaco
di Bologna. A quanti dimorano nella serenità dei Campi Elisi non è concesso di
nutrire sentimenti di rancore. Ma noi che siamo vivi non
possiamo e non dobbiamo dimenticare.