Art.18:
Il Palazzo d'Inverno della C.G.I.L. e il Palazzo Guardone del Cav.
di Giuliano Cazzola (comitato per il NO)
Intervista di Lucy dall'Ombra
 
Caro Cazzola, Virus vede una gran brutta e sterile baraonda attorno al prossimo Referendum sull'Articolo18 dello Statuto dei lavoratori e chiede a lei, che è stato per tanti anni un significativo collaboratore della C.G.I.L., cosa sta succedendo veramente nella Confederazione e come si concilieranno le diverse posizioni all'interno dei DS che si dibattono in un vero psicodramma. Guglielmo Epifani ha preannunciato che la Cgil voterà SI al referendum sull'articolo 18. La sorprende questa decisione?
R: Che sarebbe finita così e che la Cgil avrebbe assunto posizioni radicali (nonostante i distinguo che il suo gruppo dirigente a partire dal padre padrone che lavora in Pirelli aveva espresso nei confronti dell'iniziativa referendaria) era assolutamente coerente con la linea di condotta che la Confederazione di Corso Italia porta avanti da anni. Il calcolo della Cgil non è quello
di banale buon senso che induce a scegliere il "meno peggio". Si tratta di un passaggio consapevole e determinato.
Anzi di un calcolo politico vero e proprio.
In sostanza, cosa si propone la Cgil?
R: Epifani e i suoi sanno bene di intraprendere una battaglia difficile, probabilmente destinata alla sconfitta, in ogni caso esiziale (qualunque sia l'esito) per il paese (e quindi per tutti) e per la sinistra, in particolare. Ma è proprio questo (stanare la sinistra) l'obiettivo della Confederazione del lavoro, nuovamente alla ricerca di un'altra, poco gloriosa, pagina del duello a sinistra. Optare per il sì nella consultazione del 15 giugno significa, inevitabilmente, aprire una ferita lacerante nel campo bombardato del centro-sinistra, non solo tra le componenti uliviste e quelle neo o vetero comuniste, ma anche tra la Margherita e i Ds e persino all'interno della Quercia. Per non parlare delle polemiche che si riapriranno tra le Confederazioni sindacali dopo i recenti timidi passi di riavvicinamento.
Non trova che anche questa volta il comportamento della Cgil sia innaturale per un sindacato?
R: Certamente. Con la decisione che il Direttivo si appresta ad adottare, i vertici del "sindacato rosso" si avvarranno, ancora una volta impropriamente, delle strutture, delle risorse e dei militanti sindacali per perseguire un disegno politico e bersagliare il quartier generale della gauche. Ma c'è di più. Non c'è mai limite al peggio.
Cioè?
R: Le notizie che giungono dal palazzotto rosa salmone della Cgil mettono i brividi. Pare che i segretari vicini al Cinese sostenessero una linea più soft: fossero, cioè, per lasciare libertà di voto. Ad imporre la svolta è stato Guglielmo Epifani.
Così, il giovane Aziz ha cercato di rendersi autonomo da Sergio Cofferati seguendo una linea più di sinistra, d'intesa con Paolo Nerozzi - l'ideologo (sic !) del sindacato come soggetto politico - e con i "sandinisti" della Fiom.
Cosa succederà adesso?
La decisione della Cgil rappresenta comunque un momento della verità. Per l'Ulivo, certamente.
R: Sta a Rutelli e a Fassino sottrarsi ad un effetto domino che - dopo la brutta figura della scivolata pacifista ed anti-Usa - riporterebbe la sinistra all'età della pietra.
E la maggioranza? Sembra che da questa, la patata bollente del Referendum, sia passata nella mani già fragili e disunite dell'opposizione mentre la maggioranza sta a guardare. Bruttisimo clima politico non trova?
R: Eh sì. Ma anche la maggioranza non può ulteriormente esitare, ma deve scendere in campo. Ad una forza politica non è consentito di stare sempre a guardare, sperando che l'avversario fugga o si affondi da solo. Ogni tanto qualche battaglia seria la Casa delle libertà dovrà incominciare a combatterla. Purtroppo, ha ragione Ottaviano Del Turco quando a Radio Radicale ha ricordato che il Berlusconi del 2003 non è il Craxi del 1985, del referendum sulla scala mobile.
Ha perfettamente ragione caro Cazzola. Certo è che tutto ci si poteva aspettare dal Governo Berlusconi,
con un leader della Coalizione e un presidente del Consiglio conosciuto come imprenditore decisionista e pragmatico, ma sulla probailità che il suo Governo navigasse a vista e facesse spesso la parte del guardone nelle questioni esiziali per il Paese, nessuno ci avrebbe scommesso un penny. Resta un vero mistero il motivo per cui il Cav. affossò il Referendum sull'Art. 18 promosso dai Radicali che si svolse quando già i sondaggi davano la vittoria elettorale al Polo delle Libertà. Vanità? Booh.....
Il Direttore del «Riformista» Polito al Corsera:
Sergio dice sempre le stesse cose sembra uscito dal film «Oltre il giardino»
<dai quotidiani nazionali Virus archivia qualche articolo di interesse particolare e generale nella rubrica>
<Archeologie&Filosofie di attualità>
 
Non si sono mai amati. Sergio Cofferati da una parte; e dall'altra il Riformista, il quotidiano diretto da Antonio Polito, riferimento
di una certa sinistra di governo, caratterizzato da uno stile anglosassone.
L'ex leader della Cgil lo ha definito «il succedaneo arancione del Foglio» di Giuliano Ferrara.
Polito risponde così: «Non avevo dubbi che preferisse Il Foglio».
Fuori dagli schemi, che ne pensa di Cofferati?
«Mi ricorda un po' lo stile di Chance il giardiniere, il personaggio di Oltre il giardino , quel bellissimo film con Peter Sellers.
Un giorno Sellers abbandona il giardino, ripete sempre la stessa cosa, ha un modo di parlare allusivo, ha successo...».
In quel film Sellers è quasi autistico...
«Ora non vorrei usare questo termine, sarebbe offensivo, in primo luogo per gli autistici. Ma Cofferati è veramente uno "oltre il giardino", ripete con aria ispirata delle cose criptiche, senza abbinare a quello che dice quello che andrebbe fatto.
Anche sull’articolo 18 non si schiera perché bisogna sempre vedere quello che accade, come si evolve il gioco politico.
Molto curioso, visto che anche lui ha provocato in qualche modo questo referendum, con le sue mobilitazioni».
Lei dice che Cofferati non dice mai nulla, tranne qualche no. Lui invece accusa i Ds di staticità.
«Ha detto una cosa giusta, sono un partito statico. Ma una delle ragioni della staticità è proprio Cofferati, costituisce un peso al rinnovamento, come se il partito fosse a sovranità limitata, perché può fare certe cose solo se Cofferati gliele fa fare,ma lui a sua volta non partecipa alla decisioni del partito. Come una circolazione extracorporea».
M.Gal.
La Congiura del Silenzio
di Vittorio Feltri
 
Libero 27 Aprile 2003  
 
La cigielle, invece di prendersela coi propri iscritti che hanno impedito a Savino Pezzotta di celebrare il 25 aprile in Piazza Duomo a Milano, minaccia Libero per aver denunciato l'episodio di intolleranza, unico giornale ad averlo fatto esplicitamente. Al solito, gli altri quotidiani hanno sfumato, detto e non detto. Guai a irritare i boss del sindacato comunista. La minaccia consiste nella rituale promessa di querela. Querelate, querelate. Chissenefrega. Ai nostri lettori segnaliamo un'intervista a Pezzotta firmata da Luisa Grion sulla Repubblica di ieri. Domanda (sui bordelli piazzaioli): di chi è la colpa? Risposta: «Di chi ha voluto distribuire whisky agli indiani, sapendo che, una volta ubriachi, avrebbero usato i fucili. Di chi, da un po' di tempo a questa parte, non fa che fomentare rabbia e intolleranza criminalizzando chi non la pensa come lui».
Il discorso pezzottiano è chiaro, riferito alla cigielle favorevole al referendum sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Cisl e Uil, al contrario, sono ostili alla consultazione popolare. Dal contrasto sono nate polemiche feroci e una spaccatura nella vecchia alleanza sindacale. Pezzotta è stato accusato di essersi venduto a Berlusconi. Accusa gridata a ripetizione venerdì durante la manifestazione celebrativa del 25 aprile. I fischi a Savino sono partiti da lì, dalla bolgia cigiellina. Da dove, sennò? D'altronde per quale motivo Cofferati si sarebbe poi battuto il petto? E per quale motivo la stesso Pezzotta pretenderebbe ora delle scuse?  Querelate, querelate, bamba. Avete sventolato per mesi le bandierine iridate nella speranza di indurre Bush a non fare la bua a Saddam; avete piagnucolato sulla perduta pace in Medioriente e continuate a fiancheggiare Arafat, capo dei terroristi palestinesi e premio Nobel per la pace (uno scherzo da prete); attaccate Berlusconi additandolo all'opinione pubblica quale vertice di un governo liberticida, ma alla prima occasione non consentite al timoniere del sindacato bianco di commemorare la resistenza e la liberazione. Però, che coerenza. Questa vicenda ha dell'incredibile. Come avrebbero reagito i compagni se fossero stati i cislini a non permettere a Epifani, per esempio, di parlare al microfono durante una manifestazione?  Una considerazione e un quesito. Sempre venerdì, a Roma, dopo il comizio del sindaco Veltroni (tema, la liberazione), gli esuberanti giovani dei centri sociali, già animatori indefessi di cortei pacifisti, hanno avuto l'originale idea di contestare Israele maneggiando vessilli palestinesi. La rappresentanza ebraica ha abbandonato allibita il corteo da cui emanava puzza di razzismo. In contemporanea a Milano un gruppo di sinceri democratici dava fuoco alla bandiera con la stella di David, così, per gioco; un gioco innocente sulla testa di un popolo che palestinesi, arabi di varia estrazione e islamici duri e puri ambiscono sterminare. In proposito, non una voce di condanna si è levata dall’area cattocomunista e pacifista. Crepino pure, gli ebrei. Ed ecco il quesito: se a distinguersi nelle descritte attività razzistiche anziché i protetti di Cofferati fossero stati quei bastardi di naziskin, quali sarebbero stati i commenti della gioiosa massa progressista? Per completezza di informazione, segnalo che la grande stampa nazionale e i maggiori notiziari televisivi non hanno dato evidenza ai fatti in questione.
Non un articolo in prima pagina, non un servizio è apparso sui teleschermi. Tutto ciò avrà pure un significato.
E il significato è che sui misfatti della sinistra scatta, inesorabile come il destino, la congiura del silenzio. I compagni danno addosso a Pezzotta, e scaricano le responsabilità su Libero. Danno addosso agli ebrei, ne bruciano la bandiera insieme con quella americana, e scaricano la responsabilità su fantomatiche minoranze che però, guarda caso, tanto isolate non sono visto che stanno con loro. Sono buoni e innocenti per definizione, i comunisti. 
Vi invito, cari lettori, a immaginare cosa sarebbe accaduto se venerdì Berlusconi, anziché starsene a casa, avesse partecipato a una qualsiasi cerimonia che riguardasse la liberazione. Lo avrebbero spolpato, ammesso fosse riuscito a salire in tribuna. Questa è una certezza. Nonostante ciò, vignettisti, corsivisti e opinionisti ancora lo criticano per non essersi prestato a finire sotto l'affettatrice di piazza. Ma il Cavaliere per fortuna non è un salame come loro.
MILANO - Una lettera firmata Brigate Rosse e contenente minacce di morte al direttore di Libero, Vittorio Feltri, è giunta ieri nella sede del giornale a Milano. Lo ha reso noto la direzione del quotidiano che valuta lo scritto «opera più di un pazzo che di un'organizzazione terroristica». La lettera è stata scritta con un pennarello blu e, come ha spiegato il condirettore Alessandro Sallusti, è stata siglata con una stella a cinque punte. Minacce di morte anche al giornalista, Mattias Mainiero, per un articolo che elogiava la posizione di Berlusconi sulla guerra in Iraq. «Non è la prima volta e non sarà certamente l'ultima che ci minacciano di morte - ha detto Sallusti -. Ovviamente abbiamo avvisato la Digos. Sembra più un pazzo che le Br, anche se non è detto che un pazzo non sia pericoloso».
La lunga stagione delle manifestazioni
PASSIONI FORTI PENSIERI VUOTI
di Francesco Merlo
   dal Corriere della Sera Prima pagina 26 Aprile 2003  
<dai quotidiani nazionali Virus archivia qualche articolo di interesse particolare e generale nella rubrica>
<Archeologie&Filosofie di attualità>
 
Come nel bellissimo film di Scola, anche ieri, 25 Aprile, «giornata particolare», c'è stato un Marcello Mastroianni che non è sceso in piazza, che è rimasto da solo per non sentirsi solo. E fra 5 giorni, Primo maggio, altra «giornata particolare», questo nostro Mastroianni rifiuterà di «marciare per non marcire», perché di nuovo sentirà su di sé il disagio e persino la soffocazione delle manifestazioni rituali, delle adunate celebrative. Il nostro Mastroianni, che non è più, come nel film, oppresso dal fascismo, ha tuttavia capito che anche oggi in piazza non nascono ma muoiono le idee. E che oggi, persino più di allora, il pensiero è solitario. Marco, archivista del Corriere, ha calcolato che dal 25 febbraio al 25 Aprile abbiamo organizzato 24 cortei «importanti». Uno ogni 3 giorni, come nei Paesi arabi e in America latina, ben più della Francia, che pure è piazzaiola, e senza confronto con gli altri Paesi avanzati, civiltà di individui e di pensiero. Manifestare una volta ogni 3 giorni è un mestiere, sia pure esercitato per motivi nobili, dalla pace alla giustizia alla Sanità. Sono temi che incantano le anime, ma di cui si vedono le miserie nella politica reale. E difatti tutto il solidarismo, l'ecumenismo e il comunismo di piazza diventano, in politica, squallide battaglie, insulti incivili, sgambetti tra alleati, doppiezza e così via, sino al paradosso della Cgil che voterà sì al quesito referendario che non condivide, quello sull'articolo 18.
La Cgil vuole quello che non vuole. E' il più recente degli ossimori, ma è già crepato, nel senso delle crepe, delle fessure da cui scappano la coerenza, la decenza, il pensiero. Così, più cresce il numero delle manifestazioni di piazza più si allunga la vacanza del pensiero. Il pensiero ci manca come il cerchio manca a una botte che perde da tutte le parti. Ci manca il pensiero per capire come mai non c'è luogo del mondo dove non succeda qualcosa di grave e di irreparabile, dalla guerra alla polmonite, dalle fucilazioni nel nome di Che Guevara al terrorismo nel nome di Dio, dalle atomiche coreane all'Europa che forse ridiventa mito. Ebbene, invece di produrre pensiero noi produciamo manifestazioni di piazza, che del pensiero non sono più neppure le scorciatoie. Persino la controversia, discutibile ma legittima, sul 25 Aprile, e sul senso da dare adesso alla Liberazione, anziché produrre libri, pensiero contro pensiero, ha prodotto contromanifestazioni: i morti di Salò, le foibe.
Proprio come a Sanremo dove qualcuno organizza il controfestival.
Ma il pensiero non va in piazza. A volte nasce fischiettando con le mani in tasca o discutendo o studiando. Spesso è pudico e a mala pena si consegna a un foglio di carta. Sempre il pensiero è fatica solitaria. E' dunque per non pensare che corriamo in piazza? Ci torneremo giovedì prossimo, Primo maggio, sempre che non accada qualcosa che ci indigni prima, perché no?
E andremo pure al concerto dei sindacati, in piazza San Giovanni. Certo si possono immaginare feste di piazza per recuperare il senso della comunità perduta e si possono non amare le città di Camus dove siamo tutti cittadini e tutti stranieri.
Ma diciamo la verità: sono feste tristi, anche se cantano Bennato e i Nomadi, perché intimamente false, feste dove la forma celebra il contrario della sostanza. La solitudine oggi, direbbe il nostro Mastroianni, è consegnata alla folla, «la folla solitaria» dove ci si smarrisce e dove si smarriscono le ragioni fondanti come l'antifascismo, come il lavoro. La folla oceanica ha virtù psicanalitiche e ti spinge, come a Milano, a fare cose di cui ti vergogni, a insultare Savino Pezzotta, a imbarbarirti come mai altrove. Andando in piazza ogni tre giorni rischiamo di fare le cose contro cui manifestiamo.
Sinistra divisa e «libertà di voto»
IL GENIO PERVERSO DEL REFERENDUM

di Angelo Panebianco
dal Corriere della Sera prima pagina 28 Aprile 2003
<dai quotidiani nazionali Virus archivia qualche articolo di interesse particolare e generale nella rubrica>
<Archeologie&Filosofie di attualità>
 
Chiunque sia, colui che per primo ha concepito l'idea del referendum poi imposto da Rifondazione Comunista, dai verdi e dalla Fiom per estendere le tutele dell'articolo 18 dello Statuto (legge del 20 maggio’70) ai lavoratori delle piccole imprese, e che si terrà il 15 giugno, è un genio. Una mente perversa ma anche un genio. È una mente perversa perché se in quel referendum prevalessero i «sì», i danni per l'economia e la vita civile di questo Paese sarebbero incalcolabili. Ma è anche un genio (politico) perché ha ideato un'arma micidiale grazie alla quale la sinistra massimalista ha ora la possibilità di distruggere ciò che resta del centrosinistra, di dare il colpo di grazia all'ala moderata della sinistra, e forse anche di ridisegnare a proprio vantaggio le relazioni sindacali. Il terremoto è già in atto. Nel centrosinistra solo la Margherita si è fin qui schierata per un «no» deciso, diventando così, in prospettiva, il potenziale punto di riferimento di quei cittadini che, pur avversi a Berlusconi, non vogliono diventare ostaggi della sinistra massimalista. Ad essa si è affiancata, sul piano sindacale, la Cisl (tecnicamente schierata per far fallire la consultazione tramite l'astensione) e i fischi al suo coraggioso leader Savino Pezzotta alla manifestazione del 25 aprile testimoniano della durezza dello scontro. Il trofeo più importante, comunque, la sinistra massimalista lo ha già ottenuto: la Cgil di Guglielmo Epifani si schiererà per il «sì». Ironie della storia: forse, se alla testa della Cgil ci fosse stato ancora un capo forte e carismatico come Sergio Cofferati, l'organizzazione avrebbe preso un'altra strada.
Cofferati, appunto. È ora in terribili difficoltà. Le notizie che filtrano lo danno orientato verso una scelta bizantina: «né sì né no». Non può contraddirsi essendo sempre stato contrario all'estensione dell'articolo 18. D'altra parte, è consapevole di avere fornito a Fausto Bertinotti la corda con cui questi potrebbe impiccarlo. Lo ha fatto quando ha trasformato l'articolo 18 in un tabù, quando ha parlato nelle piazze di un diritto fondamentale minacciato. Con che faccia potrebbe ora dire che quel «diritto fondamentale» non va esteso ai lavoratori delle piccole imprese? Oltre che un regolamento di conti fra sinistra massimalista e sinistra moderata, nonché fra le diverse anime del sindacalismo, il referendum è anche un mezzo per decidere a chi spetti la leadership dei massimalisti.
Coloro che però rischiano di più in questa vicenda sono i Ds. Pagano per le loro divisioni interne, ma anche per la loro mancanza di visione, di coraggio, di coerenza. Pagano il fatto di avere fiancheggiato l'anno scorso, pur senza credervi, la campagna dell'allora leader della Cgil Cofferati in difesa dell'articolo 18. Anche loro hanno fornito tratti di corda a chi vuole impiccarli. Rischiano di annullarsi, di cancellare ciò che resta della loro identità. Il loro stato confusionale è evidenziato dal fatto che non hanno ancora assunto una posizione chiara. Sembra che, pur dichiarandosi in linea di principio contrari al referendum, si orientino verso una scelta bizzarra: lasciare «libertà di voto» ai propri sostenitori. Ma la «libertà di voto» non è affare dei partiti. È la Costituzione a garantirla. Affare dei partiti è dare indicazioni chiare. Se non lo fanno è perché non possono.
E se non possono, la loro funzione viene meno e la loro identità è compromessa. Se non ci saranno colpi d'ala e scelte coraggiose, la maggioranza dei Ds, già messa in ginocchio dai massimalisti sulla questione della guerra in Iraq, rischia l'espulsione dal mercato politico per manifesta irrilevanza. Sì, chi ha inventato questo referendum è proprio un genio (del male).