M.Gal.
La Congiura del Silenzio
di Vittorio Feltri
Libero
27 Aprile
2003
La cigielle, invece di prendersela coi
propri iscritti che hanno impedito a Savino Pezzotta di celebrare il 25 aprile
in Piazza Duomo a Milano, minaccia Libero per aver denunciato l'episodio di
intolleranza, unico giornale ad averlo fatto esplicitamente. Al solito, gli
altri quotidiani hanno sfumato, detto e non detto. Guai a irritare i boss del
sindacato comunista. La minaccia consiste nella rituale promessa di querela.
Querelate, querelate. Chissenefrega. Ai nostri lettori segnaliamo un'intervista
a Pezzotta firmata da Luisa Grion sulla Repubblica di ieri. Domanda (sui
bordelli piazzaioli): di chi è la colpa? Risposta: «Di chi ha voluto distribuire
whisky agli indiani, sapendo che, una volta ubriachi, avrebbero usato i fucili.
Di chi, da un po' di tempo a questa parte, non fa che fomentare rabbia e
intolleranza criminalizzando chi non la pensa come lui».
Il discorso
pezzottiano è chiaro, riferito alla cigielle favorevole al referendum
sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
Cisl e Uil, al contrario,
sono ostili alla consultazione popolare. Dal contrasto sono nate polemiche
feroci e una spaccatura nella vecchia alleanza sindacale. Pezzotta è stato
accusato di essersi venduto a Berlusconi. Accusa gridata a ripetizione venerdì
durante la manifestazione celebrativa del 25 aprile. I fischi a Savino sono
partiti da lì, dalla bolgia cigiellina. Da dove, sennò? D'altronde per quale
motivo Cofferati si sarebbe poi battuto il petto? E per quale motivo la stesso
Pezzotta pretenderebbe ora delle scuse? Querelate, querelate, bamba. Avete
sventolato per mesi le bandierine iridate nella speranza di indurre Bush a non
fare la bua a Saddam; avete piagnucolato sulla perduta pace in Medioriente e
continuate a fiancheggiare Arafat, capo dei terroristi palestinesi e premio
Nobel per la pace (uno scherzo da prete); attaccate Berlusconi additandolo
all'opinione pubblica quale vertice di un governo liberticida, ma alla prima
occasione non consentite al timoniere del sindacato bianco di commemorare la
resistenza e la liberazione. Però, che coerenza. Questa vicenda ha
dell'incredibile. Come avrebbero reagito i compagni se fossero stati i cislini a
non permettere a Epifani, per esempio, di parlare al microfono durante una
manifestazione? Una considerazione e un quesito. Sempre venerdì, a Roma,
dopo il comizio del sindaco Veltroni (tema, la liberazione), gli esuberanti
giovani dei centri sociali, già animatori indefessi di cortei pacifisti, hanno
avuto l'originale idea di contestare Israele maneggiando vessilli palestinesi.
La rappresentanza ebraica ha abbandonato allibita il corteo da cui emanava puzza
di razzismo. In contemporanea a Milano un gruppo di sinceri democratici dava
fuoco alla bandiera con la stella di David, così, per gioco; un gioco innocente
sulla testa di un popolo che palestinesi, arabi di varia estrazione e islamici
duri e puri ambiscono sterminare. In proposito, non una voce di condanna si è
levata dall’area cattocomunista e pacifista. Crepino pure, gli ebrei. Ed ecco il
quesito: se a distinguersi nelle descritte attività razzistiche anziché i
protetti di Cofferati fossero stati quei bastardi di naziskin, quali sarebbero
stati i commenti della gioiosa massa progressista? Per completezza di
informazione, segnalo che la grande stampa nazionale e i maggiori notiziari
televisivi non hanno dato evidenza ai fatti in questione.
Non un articolo in prima pagina, non un
servizio è apparso sui teleschermi. Tutto ciò avrà pure un significato.
E il significato è che sui misfatti della
sinistra scatta, inesorabile come il destino, la congiura del silenzio. I
compagni danno addosso a Pezzotta, e scaricano le responsabilità su Libero.
Danno addosso agli ebrei, ne bruciano la bandiera insieme con quella americana,
e scaricano la responsabilità su fantomatiche minoranze che però, guarda caso,
tanto isolate non sono visto che stanno con loro. Sono buoni e innocenti per
definizione, i comunisti.
Vi invito, cari lettori, a immaginare cosa
sarebbe accaduto se venerdì Berlusconi, anziché starsene a casa, avesse
partecipato a una qualsiasi cerimonia che riguardasse la liberazione. Lo
avrebbero spolpato, ammesso fosse riuscito a salire in tribuna. Questa è una
certezza. Nonostante ciò, vignettisti, corsivisti e opinionisti ancora lo
criticano per non essersi prestato a finire sotto l'affettatrice di piazza. Ma
il Cavaliere per fortuna non è un salame come loro.
MILANO
- Una lettera firmata Brigate Rosse e contenente minacce di morte al
direttore di Libero, Vittorio Feltri, è giunta ieri nella sede del giornale a
Milano. Lo ha reso noto la direzione del quotidiano che valuta lo scritto «opera
più di un pazzo che di un'organizzazione terroristica». La lettera è stata
scritta con un pennarello blu e, come ha spiegato il condirettore Alessandro
Sallusti, è stata siglata con una stella a cinque punte. Minacce di morte anche
al giornalista, Mattias Mainiero, per un articolo che elogiava la posizione di
Berlusconi sulla guerra in Iraq. «Non è la prima volta e non sarà certamente
l'ultima che ci minacciano di morte - ha detto Sallusti -. Ovviamente abbiamo
avvisato la Digos. Sembra più un pazzo che le Br, anche se non è detto che un
pazzo non sia pericoloso».
La lunga stagione delle manifestazioni
PASSIONI FORTI PENSIERI VUOTI
di Francesco
Merlo
dal
Corriere della Sera Prima pagina 26 Aprile 2003
<dai quotidiani nazionali Virus
archivia qualche articolo di interesse particolare e generale nella
rubrica>
<Archeologie&Filosofie di
attualità>
Come nel bellissimo film di Scola, anche
ieri, 25 Aprile, «giornata particolare», c'è stato un Marcello Mastroianni che
non è sceso in piazza, che è rimasto da solo per non sentirsi solo. E fra 5
giorni, Primo maggio, altra «giornata particolare», questo nostro Mastroianni
rifiuterà di «marciare per non marcire», perché di nuovo sentirà su di sé il
disagio e persino la soffocazione delle manifestazioni rituali, delle adunate
celebrative. Il nostro Mastroianni, che non è più, come nel film, oppresso dal
fascismo, ha tuttavia capito che anche oggi in piazza non nascono ma muoiono le
idee. E che oggi, persino più di allora, il pensiero è solitario. Marco,
archivista del Corriere, ha calcolato che dal 25 febbraio al 25 Aprile abbiamo
organizzato 24 cortei «importanti». Uno ogni 3 giorni, come nei Paesi arabi e in
America latina, ben più della Francia, che pure è piazzaiola, e senza confronto
con gli altri Paesi avanzati, civiltà di individui e di pensiero. Manifestare
una volta ogni 3 giorni è un mestiere, sia pure esercitato per motivi nobili,
dalla pace alla giustizia alla Sanità. Sono temi che incantano le anime, ma di
cui si vedono le miserie nella politica reale. E difatti tutto il
solidarismo, l'ecumenismo e il comunismo di
piazza diventano, in politica, squallide
battaglie, insulti incivili, sgambetti tra
alleati, doppiezza e così via, sino al
paradosso della Cgil che voterà sì al quesito referendario che non
condivide, quello sull'articolo
18.
La Cgil vuole quello che non
vuole. E' il più recente degli ossimori, ma
è già crepato, nel senso delle crepe,
delle fessure da cui scappano la coerenza, la decenza, il pensiero. Così, più
cresce il numero delle manifestazioni di piazza più si allunga la vacanza del
pensiero. Il pensiero ci manca come il cerchio manca a una botte che perde da
tutte le parti. Ci manca il pensiero per capire come mai non c'è luogo del mondo
dove non succeda qualcosa di grave e di irreparabile, dalla guerra alla
polmonite, dalle fucilazioni nel nome di Che Guevara al terrorismo nel nome di
Dio, dalle atomiche coreane all'Europa che forse ridiventa mito. Ebbene, invece
di produrre pensiero noi produciamo manifestazioni di piazza, che del pensiero
non sono più neppure le scorciatoie. Persino la controversia, discutibile ma
legittima, sul 25 Aprile, e sul senso da dare adesso alla Liberazione, anziché
produrre libri, pensiero contro pensiero, ha prodotto contromanifestazioni: i
morti di Salò, le foibe.
Proprio come a Sanremo dove qualcuno
organizza il controfestival.
Ma il pensiero non va in piazza. A volte
nasce fischiettando con le mani in tasca o discutendo o studiando. Spesso è
pudico e a mala pena si consegna a un foglio di carta. Sempre il pensiero è
fatica solitaria. E' dunque per non pensare che corriamo in piazza? Ci torneremo
giovedì prossimo, Primo maggio, sempre che non accada qualcosa che ci indigni
prima, perché no?
E andremo pure al concerto dei sindacati,
in piazza San Giovanni. Certo si possono immaginare feste di piazza per
recuperare il senso della comunità perduta e si possono non amare le città di
Camus dove siamo tutti cittadini e tutti stranieri.
Ma diciamo la verità: sono feste tristi,
anche se cantano Bennato e i Nomadi, perché intimamente false, feste dove la
forma celebra il contrario della sostanza. La solitudine oggi, direbbe il nostro
Mastroianni, è consegnata alla folla, «la folla solitaria» dove ci si smarrisce
e dove si smarriscono le ragioni fondanti come l'antifascismo, come il lavoro.
La folla oceanica ha virtù psicanalitiche e ti spinge, come a Milano, a fare
cose di cui ti vergogni, a insultare Savino Pezzotta, a imbarbarirti come mai
altrove. Andando in piazza ogni tre giorni rischiamo di fare le cose contro cui
manifestiamo.
Sinistra divisa e «libertà di
voto»
IL GENIO PERVERSO DEL
REFERENDUM
di Angelo Panebianco
dal Corriere della Sera prima
pagina 28 Aprile 2003
<dai quotidiani nazionali Virus
archivia qualche articolo di interesse particolare e generale nella
rubrica>
<Archeologie&Filosofie di
attualità>
Chiunque sia, colui che per
primo ha concepito l'idea del referendum poi imposto da Rifondazione Comunista,
dai verdi e dalla Fiom per estendere le tutele dell'articolo 18 dello Statuto
(legge del 20 maggio’70) ai lavoratori delle piccole imprese, e che si terrà il
15 giugno, è un genio. Una mente perversa ma anche un genio. È una mente
perversa perché se in quel referendum prevalessero i «sì», i danni per
l'economia e la vita civile di questo Paese sarebbero incalcolabili. Ma è anche
un genio (politico) perché ha ideato un'arma micidiale grazie alla quale la
sinistra massimalista ha ora la possibilità di distruggere ciò che resta del
centrosinistra, di dare il colpo di grazia all'ala moderata della sinistra, e
forse anche di ridisegnare a proprio vantaggio le relazioni sindacali. Il
terremoto è già in atto. Nel centrosinistra solo la Margherita si è fin qui
schierata per un «no» deciso, diventando così, in prospettiva, il potenziale
punto di riferimento di quei cittadini che, pur avversi a Berlusconi, non
vogliono diventare ostaggi della sinistra massimalista. Ad essa si è affiancata,
sul piano sindacale, la Cisl (tecnicamente schierata per far fallire la
consultazione tramite l'astensione) e i fischi al suo coraggioso leader Savino
Pezzotta alla manifestazione del 25 aprile testimoniano della durezza dello
scontro. Il trofeo più importante, comunque, la sinistra massimalista lo ha già
ottenuto: la Cgil di Guglielmo Epifani si schiererà per il «sì». Ironie della
storia: forse, se alla testa della Cgil ci fosse stato ancora un capo forte e
carismatico come Sergio Cofferati, l'organizzazione avrebbe preso un'altra
strada.
Cofferati, appunto. È ora in terribili difficoltà. Le notizie che
filtrano lo danno orientato verso una scelta bizantina: «né sì né no». Non può
contraddirsi essendo sempre stato contrario all'estensione dell'articolo 18.
D'altra parte, è consapevole di avere fornito a Fausto Bertinotti la corda con
cui questi potrebbe impiccarlo. Lo ha fatto quando ha trasformato l'articolo 18
in un tabù, quando ha parlato nelle piazze di un diritto fondamentale
minacciato. Con che faccia potrebbe ora dire che quel «diritto fondamentale» non
va esteso ai lavoratori delle piccole imprese? Oltre che un regolamento di conti
fra sinistra massimalista e sinistra moderata, nonché fra le diverse anime del
sindacalismo, il referendum è anche un mezzo per decidere a chi spetti la
leadership dei massimalisti.
Coloro che però rischiano di più in questa
vicenda sono i Ds. Pagano per le loro divisioni interne, ma anche per la loro
mancanza di visione, di coraggio, di coerenza. Pagano il fatto di avere
fiancheggiato l'anno scorso, pur senza credervi, la campagna dell'allora leader
della Cgil Cofferati in difesa dell'articolo 18. Anche loro hanno fornito tratti
di corda a chi vuole impiccarli. Rischiano di annullarsi, di cancellare ciò che
resta della loro identità. Il loro stato confusionale è evidenziato dal fatto
che non hanno ancora assunto una posizione chiara. Sembra che, pur dichiarandosi
in linea di principio contrari al referendum, si orientino verso una scelta
bizzarra: lasciare «libertà di voto» ai propri sostenitori. Ma la «libertà di
voto» non è affare dei partiti. È la Costituzione a garantirla. Affare dei
partiti è dare indicazioni chiare. Se non lo fanno è perché non possono.
E se non possono, la loro
funzione viene meno e la loro identità è compromessa. Se non ci saranno colpi
d'ala e scelte coraggiose, la maggioranza dei Ds, già messa in ginocchio dai
massimalisti sulla questione della guerra in Iraq, rischia l'espulsione dal
mercato politico per manifesta irrilevanza. Sì, chi ha inventato questo
referendum è proprio un genio (del male).