Mercati internazionali e Joint Report: Pronti ad
esplodere?
di Artemio Ruggeri
I mercati
internazionali sembrano scommettere su di una sollecita conclusione del
conflitto irakeno o almeno su di una durata inferiore a quel periodo di sei
settimane, oltrepassato il quale si aprirebbero seri
rischi di recessione.
Le
Borse -nonostante il clima di grande incertezza- raggiungono indici di
altri tempi, come se fossimo in presenza di un'euforia ora repressa, ma pronta a
scoppiare alla prima stabile schiarita. La vita continua: il prezzo del petrolio
è in calo, i circoli economici riprendono fiato; si torna a tracciare scenari,
ad indicare previsioni. In questi giorni, dopo aver lasciato, per alcune
settimane, il campo alla politica, torna a farsi sentire la governance economica
della Unione. Con i soliti avvertimenti agli Stati membri: non credano i loro
Governi di accampare il pretesto del conflitto per ottenere sconti, per
rivendicare "danni di guerra", per accantonare il cammino doloroso del
risanamento. Certo, per la crescita bisognerà attendere il 2004; quest'anno
dovremo accontentarci di un 1% in più, che comunque scaccerà il fantasma della
recessione.
Intanto, l'Unione ritorna a
tirare le file del patto di stabilità.
Francia e Germania sono
ormai prossime alla procedura d'infrazione; l'Italia è tenuta sotto stretta
osservazione.
Gli inviti rivolti al nostro
paese sono, più o meno, sempre i medesimi: attuare le riforme -dal mercato del
lavoro alle pensioni- perché nel 2004 (in assenza di una ripresa forte e
consolidata) l'Italia dovrà affrontare, in maniera strutturale, quella manovra
di finanza pubblica che nell'anno in corso ha coperto con misure di carattere
straordinario e una tantum (a proposito, perché si è provveduto a prorogare i
termini dei vari condoni?), dal cui andamento dipende la tenuta di un quadro dei
conti pubblici già discretamente logorato. Molte sono le novità rispetto al
2002. Per il contributo che essa può dare, la delega sul mercato del lavoro è
già legge dello Stato, in attesa dei provvedimenti attuativi. Sulla problematica
della flessibilità e della modernizzazione del rapporto di lavoro pesa, sia pure
indirettamente, l'esito, assai incerto, del referendum sull'estensione
dell'articolo 18 dello Statuto: un battaglia che il Paese non potrà evitare e
che ormai è a portata di mano. Poi, -in parallelo con la discussione al Senato-
dovrebbe riprendere il confronto sulla delega previdenziale. Cgil, Cisl e Uil
hanno predisposto un documento unitario di osservazioni e richieste. E' un
segnale di novità, che giunge dopo le aspre divisioni sindacali dei mesi scorsi.
E si tratta di una posizione di contenuto prettamente sindacale, priva di
pregiudiziali sbavature ideologiche. Se il Governo aderisse, però, alle
richieste delle confederazioni sindacali, il disegno di legge -debole fin al suo concepimento-
perderebbe ogni chance riformatrice. Le organizzazioni sindacali hanno preso di
mira i pilastri portanti del riordino: la decontribuzione a favore dei nuovi
assunti, lo smobilizzo del trattamento di fine rapporto a favore dei fondi
pensione, la parità di condizioni tra le diverse forme di previdenza
complementare. Si può certo discutere a lungo -e in maniera critica- su
come tali aspetti sono affrontati nel progetto del Governo. Ma la loro totale
ablazione renderebbe l'impianto residuo inutile e inopportuno.
Sulle pensioni -mentre l'attenzione dei media era concentrata
sulla guerra- l'Unione ha parlato. Il 21/3, al vertice greco, i capi di Stato
e di Governo hanno varato il primo Joint Report sulle future strategie pensionistiche,
nel tentativo di dare uniformità, a livello del Continente, a problemi comuni
sempre più gravi. Anche i cammini più lunghi cominciano
sempre con un primo passo.
La strana guerra del sindacato: Cui prodest?
di Paolo
Carotenuto
La Cgil è un
sindacato davvero singolare, capace di clamorose e
plateali manifestazioni del proprio pensiero in alcuni periodi storici e della
più totale inerzia ed assenza in altri. Così nel giro di pochi anni la
Cgil è rimasta silente dinanzi a riforme del mercato del lavoro (che toccavano
anche la tutela dell'articolo 18 come nel caso dei lavoratori delle Cooperative,
con provvedimento del governo di centro sinistra guidato da Giuliano Amato, ndr)
per poi esplodere con toni e mezzi imponenti quando un altro governo, stavolta
di centro destra e guidato da Silvio Berlusconi, si è permesso di proporre in
via sperimentale ed in misura del tutto marginale la sostituzione della tutela
dettata dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori con forme risarcitorie per
il lavoratore indebitamente licenziato. Ma le competenze della Cgil sono senza
confini ed anche su temi come la guerra si impone sulla scena nazionale agitando
le piazze per portare avanti il proprio disegno, che in questo periodo è
indirizzato a destabilizzare la guida del Paese e le istituzioni della
Repubblica. Così ci ritroviamo il suo segretario generale, Guglielmo Epifani,
lanciarsi con grande disinvoltura nel gridare il suo né con Bush né con Saddam,
ponendo sullo stesso piano un presidente democraticamente eletto dal popolo con
un sanguinario dittatore autore delle più indicibili nefandezze di questo mondo.
Ed Epifani argomenta la sua singolare equazione appellandosi alla necessità di
essere coerenti tra quello che si pensa e quello che si dice, e tra quello che
dici e quello che fai. Solo in questo modo il movimento per la pace potrà durare
e divenire un punto di riferimento per l'gire politico e istituzionale. Epifani
parla di coerenza e non si può che rispettare la posizione di chi decide di
manifestare il proprio pensiero di rifiuto verso tutte le guerre. Ecco
giustificati gli scioperi, ecco motivato l'ingresso prepotente di un sindacato
nelle polemiche politiche tra gli schieramenti contrapposti.
Ma quando Epifani
parla di coerenza probabilmente dovrebbe innanzitutto fare autocritica
rammentando la posizione di appena 4 anni fa del suo sindacato. All'epoca
si svolse un'altra drammatica guerra preventiva, senza l'avallo dell'Onu, contro
un dittatore non certo peggiore di quello iracheno. Epifani era il numero 2
della Cgil, e né lui né il suo mitico segretario Cofferati, si produssero in
teorizzazioni lontanamente paragonabili a quelle di oggi. La guerra era quella
contro la Serbia-Montenegro e cominciò il 24 marzo 1999. Mentre i bombardamenti
proseguivano copiosi e senza sosta, la Cgil rimaneva indifferente cercando di
coprire il proprio imbarazzo e rintuzzare la ribellione interna del segretario
della Fiom del Piemonte, Cremaschi, che accusò i vertici del sindacato, a due
mesi dall'inizio del conflitto, di avere una posizione poco chiara ed esplicita.
Se non ci si sofferma sul lato comico della vicenda, visto che Cofferati fu
sottoposto ad accuse simili a quelle che oggi lui stesso muove a Berlusconi,
davvero illuminante fu la risposta dello stesso Cofferati a Cremaschi:
«Trovo improduttivo e pericoloso
semplificare temi complessi, per loro natura e perché
incidono sul sentire comune delle persone. Porta a
uno schieramento che non aiuta a capire le ragioni di quello che sta accadendo e
a trovare soluzioni. E'
giusto che un'organizzazione come la Cgil abbia una
sua opinione sulla guerra, ma bisogna evitare tagli
netti che non aiutano a nulla e nessuno». Presidente
degli Stati Uniti era Bill Clinton e Cofferati ben si guardava dal collocarlo
sullo stesso piano di un criminale come Milosevic e ben si guardava dal
manifestare contro il governo D'Alema che sostenne l'intervento della Nato nel
Kosovo.
Oggi il coerente
Epifani non può non scendere in piazza per dichiarare il suo né con Bush
né con Saddam e non può nemmeno trattenersi dal lanciare accuse al Governo che a
questa guerra non partecipa direttamente. Non so a chi possano giovare questi
toni e queste proteste, ma di sicuro non sono sinonimo di serietà e logica da
parte di chi le mette in atto.
WELFARE:
Domenica 15
giugno non andate al mare
Un no al
referendum è un sì alle riforme
da il Riformista direttore
Antonio Polito
Domenica 15 giugno, per quanto caldo
possa fare, non andate al mare e non restate a
casa. Andate a votare no al referendum per l'estensione dell'articolo 18
dello Statuto alle piccole imprese, con meno di 15
dipendenti. Finora gli argomenti che sono stati contrapposti dai fautori
del sì, del no, e dell'astensione sono stati eminentemente politici (o
politicisti). Con l'eccezione dei promotori del referendum, che l'hanno indetto
con un'ottima motivazione: se il reintegro automatico nel posto di lavoro in
seguito a licenziamento senza giusta causa è un diritto, non si capisce perché
debba valere solo per una parte dei lavoratori italiani.
Il nostro suggerimento a
votare no nasce appunto dalla convinzione che il reintegro non sia un diritto ma
una tutela.
Ciò
che è un diritto, e non va toccato, è il
diritto a non essere licenziati senza giusta causa. Ci sono molti altri modi,
più efficaci ed equi sia per il lavoratore sia per il datore di lavoro, di
garantire quel diritto. Per esempio c'è la soluzione alla tedesca, proposta da
Pietro Ichino, che lascia al giudice la scelta tra l'indennizzo e il reintegro,
a seconda dei casi. Rendere invece obbligatorio il reintegro anche per
piccolissime aziende (spesso familiari, spesso governate sulla base di un
rapporto di fiducia quasi personale tra lavoratore e datore di lavoro), vorrebbe
dire estendere una rigidità laddove non c'è, con seri danni all'economia, in
particolare nelle zone del paese (Toscana, Emilia) dove più forte è il rapporto
della sinistra con quelli che un tempo si chiamavano ceti medi produttivi.
Immaginate il titolare di un ristorante con quattro dipendenti: ne assumerebbe
mai un quinto se sapesse che un'eventuale causa di licenziamento potrebbe durare
fino a sette anni? Non troverebbe più facile rivolgersi al mercato nero della
manodopera? Assisteremmo così al paradosso di aver tentato di rendere più
flessibile e più europeo il nostro mercato del lavoro finendo col renderlo più
ingessato e anacronistico.
C'è anche un'altra ragione per cui bisogna votare no al
referendum.
Chi dice che se vince il
sì «tanto poi una riforma bisognerà
comunque farla», mente. Se vince il
sì, nessun parlamento avrà la forza di nessuna riforma. Il fatto che il sì abbia
buona probabilità di vincere in caso di raggiungimento del quorum, non ci fa
cambiare idea. Le battaglie politiche si fanno sulla base dei convincimenti, e
non dell'opportunità.
Se si combattono, i convincimenti possono essere trasformati in
consensi.
Se si evitano, vincono sempre gli altri.
Maroni, l'art 18, un gruppo di hip
hop,
di Rasoio
Maroni 2 anni fa pensava
che l'art 18 fosse un gruppo di hip hop.
Tra i firmatari che leggo su Virus dei comitati per
il NO noto alcune presenze e traggo queste conclusioni. 1- Roberto Maroni.
Ha esordito nel lavoro come rappresentante dell'AVON nota azienda cosmetica
per casalinghe frustrate degli anni 70. Ciò gli ha prodotto un sostanzioso
know-how nel campo dei diritti dei lavoratori. Appena divenuto ministro
va alle trattative con i sindacati tagliando fuori il maggior sindacato
italiano con la scusa che è un covo di comunisti conservatori che non
comprendono questa loro "occasione storica" i cui benefici saranno notevoli,
soprattutto se hai dei mutui da pagare. 2 -Ferdinando Adornato, uomo cultural-liberal
della sinistra dopo anni di militanza resta folgorato da Berlusconi e
dal suo conto in banca e come tanti "compagni" che hanno rotto i cosidetti
per anni a tutta l'Italia con cortei e teorie sulla dittatura del proletariato...
all'improvviso... tutto finito, controordine, tutti a destra: nel giro
di 24 ore dice esattamente il contrario di quello che pensava poche ore
prima. In sua compagnia la ex compagna di Rifondazione, Majolo; Giuliano
Ferrara che di salamelle alle Feste dell'Unità ne ha rigirate parecchie;
il ministro degli esteri Frattini, ex compagno della FGCI; Guzzanti i
cui due famosi figli, (invece di Biancaneve raccontava loro da piccoli
la storia del Che Guevara, per sua stessa ammissione) hanno continui attacchi
di "Maledizione di Montezuma. Ma anche l'insospettabile Umberto Bossi
che oltre a
fingere di frequentare l'Università di Pavia raccontando alla moglie di
essere quasi laureando, partecipava alle manifestazioni anti Pinochet
con i compagni di Lotta Continua (esistono foto) e al Cantagiro con il
nome Donato nel 1962. 3 - Tajani che è diventato famoso per aver fatto
il portavoce di Berlusconi, nel senso che ripeteva quello che Berluska
avrebbe detto. Poi ha perso contro uno come Veltroni a Roma, una delle
città più nere d'Italia. Tutti grandi lavoratori insomma che senz'altro
non hanno mai fatto 8 ore di tornio con uno stipendio di 900 euro, il
mutuo da pagare e il datore di lavoro iscritto alla Confindustria, della
serie "io i miei diritti li difendo bene cicca
- cicca", che non
vuole vedere i sindacati in azienda.
Dimeticavo, tutta
gente che prende 17 milioni al mese e dopo 5 anni di legislatura ha diritto ad
un vitalizio esentasse dai 3 ai 5 milioni per tutta
la vita. Maroni fino a 2 anni fa alla domanda: "Cosa
ne pensa dell'art. 18?" avrebbe risposto "Bel gruppo di
hip-hop!" I lavoratori non sono fessi. E nemmeno gli
imprenditori, infatti si stanno guardando in giro per vedere se esiste qualcosa
di meglio di questa cricchetta di miliardari dalle mutande sporche (Forza Italia
= circa 60 indagati + circa 90 relativi avvocati...
della serie
"Le toghe saranno rosse
ma gli Italiani non sono coglioni").
Rasoio
Art. 18. La strage delle padelle antiaderenti
di Veleno
Qualcuno
chiede: Mi spiegate le ragioni che inducono
dipendenti (operi,
manovali ecc.) ad accettare l'articolo 18??
Risposta: Che lavoro fa chi lo chiede?
Io penso che non sia nè operaio nè manovale. Però me lo dica
dai.
Conclusione: Possiamo chiedere la licenziabilità immediata senza giusta causa
anche ai Notai dall'albo, la chisura immediata di aziende che non si comportano
bene, la messa alla porta dei politici assenteisti, dei datori di lavoro che
"Ragazza o me la dai o ti licenzio e senza giusta causa ha ah ah!", ai datori di
lavoro che pur essendo iscritti alla Confindustria non vogliono operai iscritti
al sindacato, agli imprenditori che assumono in nero gli extracomunitari però
poi non li vogliono vedere la sera nelle vie delle loro città, dei politici che
vanno in giro a disinfettare i vagoni dei treni dove si sono seduti i negri, dei
politici che vogliono prendere le impronte dei piedi ai negri (ma prendigli le
impronte dell'uccello ai negri così ti rendi conto della superiorità della
razza!) e a tutti quelli che si domandano come sono imbecilli questi operai
metalmeccanici che non capiscono che poter essere licenziati senza Giusta Causa
è la segreta ambizione di ogni essere intelligente. Dicono che l'alluminio negli
alimenti porti all'Altzimher. Non sapevo che le padelle antiaderenti avrebbro
minato le nostre menti migliori.... quando avete finito di domandarvi sull'art
18, andate dai cassaintegrati della Fiat a fare la stessa domanda. Mettetevi la
cintura di castità.
Quelli sono operai,
manovali...... VELENO.
A Bologna Comitato per il NO Art. 18
di Marco Beltrandi Direzione di
Radicali Italiani
A Bologna si è tenuta la presentazione
del costituendo Comitato Regionale per il NO al referendum sull'art.18 dello Statuto dei lavoratori, promosso da Radicali Italiani. Presenti, e
aderenti al Comitato, che lavorerà in simbiosi con quello nazionale costituito
il 7 agosto 2002: On. Fabio Garagnani (FI, capogruppo FI al Consiglio Comunale
di FI), Prof. Giuliano Cazzola (economista, editorialista e consulente del
Governo), Prof. Carlo Monaco (assessore all'urbanistica al Comune di Bologna),
Avv, Angelo Scavone (consigliere comunale di FI), On. Massimo Palmizio (Vice
Responsabile Nazionale Dipartimenti Esteri, FI), oltre agli esponenti radicali
Benedetto Della Vedova (europarlamentare e Presidente Radicali Italiani),
Michele De Lucia (coordinatore nazionale Comitato per il No costituito dai
radicali, membro Direzione Radicali Italiani), e Marco Beltrandi
(membro Direzione Radicali Italiani). Oltre alla illustrazione del
quesito e delle ragioni del No, è stato evidenziato come per la politica e
l'Italia, questo referendum rappresenti una occasione ed un rischio: l'occasione
di far emergere nel paese un serio confronto sulle riforme del mercato del
lavoro e del Welfare State italiano, con la concreta possibilità di convincere i
cittadini a recarsi alle urne e votare NO, e lanciare una seria azione
riformatrice sinora mancata. Il rischio, che si sta verificando e contro
cui i radicali combatteranno, è che invece da destra come da sinistra ancora una
volta si strumentalizzi il referendum asservendolo agli interessi ed incertezze
partitiche, continuando a censurare ogni informazione sull'argomento, in
modo da far mancare il quorum e facendo così vincere alle urne il Sì,
senza dare la possibilità alla maggioranza degli italiani che vuole un mercato
del lavoro libero da incrostazioni corporative, moderno, che tuteli tutti i
cittadini e non una parte soltanto, adeguato alle esigenze attuali
dell’economia, di vincere una battaglia politica non solo simbolica, oltre a
salvare le piccole imprese da una norma anacronistica (l'obbligo del reintegro
in caso di licenziamento sena giusta causa) e certamente
dannosa.