La Fiomm "fai da te" delle disunità sindacali
di Artemio Ruggeri
Parte male la trattativa dei
metalmeccanici. Non solo per quanto riguarda i rapporti con la
controparte, ma anche sul piano dei rapporti tra i sindacati, che si sono
presentati al tavolo parlando linguaggi diversi. Dove è finita l'unità?
Eppure, la prima piattaforma unitaria per il rinnovo contrattuale della
categoria reca la data del 1966. L'evento suscitò tanto entusiasmo che,
nell'iconografia "fai da te" dell'epoca, veniva rappresentato con l'immagine di
una mano aperta dove ognuna delle dita corrispondeva ad uno dei cinque punti
della piattaforma. L'ultimo recitava laconicamente "modifica delle tabelle
salariali": non una parola di più né una di meno. La Fiom-Cgil aveva accettato
questa formulazione di compromesso su richiesta della Fim-Cisl, la quale non
voleva avere problemi con la sua confederazione allora impegnata a sostenere -
ante litteram - la politicadei redditi e la moderazione salariale. Negli anni
successivi, si consolidò e si estese (e non solo nei metalmeccanici) la prassi
dei rinnovi contrattuali all'insegna dell'unità d'azione: i sindacati storici
predisponevano (magari mediante laboriose mediazioni) rivendicazioni comuni e
gestivano - ad ogni livello - le vertenze e i negoziati in forma unitaria.
Certo, difficoltà, polemiche, accordi separati ci sono sempre stati: ma
costituivano l'eccezione contrastata rispetto a comportamenti di collaudata e
convinta collaborazione.
Ultimamente, le federazioni Fiom, Fim e Uilm
si sono presentate al tavolo della Federmeccanica con tre piattaforme non
solo distinte, ma profondamente divaricate nei contenuti. Tutto lascia credere
che le differenze tra i metalmeccanici della Cisl e quelli della Uil saranno
presto colmate. Non avverrà così con la Fiom-Cgil. E' sufficiente leggere la
carta rivendicativa presentata da questa organizzazione per comprendere come,
ancora una volta, essa abbia inteso assumere di proposito una posizione
inconciliabile con quella delle altre e ancor più con l'associazione datoriale
associata alla Confindustria.
C'è, innanzi tutto, la questione dei miglioramenti retributivi, in relazione
alle regole del patto triangolare del 1993, le quali assumono il parametro
dell'inflazione programmata come riferimento per gli oneri dei rinnovi, salvo
conguaglio successivo rispetto ai trend di quella reale. Fim e Uilm non
contestano tale criterio, ma sostengono che il tasso programmato fissato dal
Governo è inadeguato perché troppo grande è lo scostamento col dato effettivo.
La Fiom, invece, intende sottrarsi esplicitamente ai vincoli del patto del 1993
e recuperare libertà di iniziativa salariale, per altro con aumenti in cifra
fissa uguali per tutti. Il passaggio è delicato: non è facile violare delle
intese consolidate nel momento in cui la situazione produttiva della industria
metalmeccanica è critica. Come se non bastasse, la piattaforma della Fiom va
all'assalto, per via contrattuale, del quadro legislativo, formatosi nel corso
dell'ultimo decennio, riguardante gli istituti della flessibilità del rapporto
di lavoro, con l'obiettivo di introdurre dei vincoli al loro uso da parte delle
aziende. In teoria il proposito può sembrare lodevole, ma l'impresa è disperata,
perché si muove in contro tendenza non solo con le spinte presenti in Italia, ma
con i processi in atto in Europa e in tutto il mondo sviluppato. La Fiom, dunque, ha scelto pregiudizialmente di impegnarsi in una battaglia
solitaria, più per dare testimonianza delle proprie posizioni, che per
partecipare al rinnovo del contratto. In attesa, vi sono decine di vertenze che
interessano circa otto milioni di lavoratori. Sembra ovvio immaginare che la
nuova linea di condotta porterà al varo di piattaforme distinte. Una prospettiva
siffatta non è solo suicida; essa è avvilente per parecchie generazioni di
sindacalisti, allevati alla scuola dell'unità ed è preoccupante per il futuro
dell'economia e del Paese. Vanno messi in conto, infatti, scontri polemici,
azioni di sciopero e manifestazioni separate, caos di ogni tipo. C'è da
aspettarsi che qualche stratega occulto voglia inserirsi, a modo suo, in queste
lacerazioni.
Anche per i sindacati vale
il detto che nessuna ferita è profonda al pari di quelle inflitte con le proprie
mani.
Il lavoro, il suicidio e la
pubblicità
di
Giuseppe Piazzolla cassintegrato del Sud
Si parla moltissimo di
impedire il pensionamento anticipato, e di incentivare il proseguimento
del lavoro.
Belle parole, valide per chi ha un lavoro sicuro e non faticoso,
ma per noi lavoratori del SUD, sono molto lontane da realtà che viviamo. I
disoccupati ed i cassaintegrati del sud, sanno che solo grazie a dei miracoli
riusciranno ad ottenere un lavoro saltuario, precario e certamente non tale da
fargli raggiungere i limiti di anni necessari per raggiungere il traguardo della
pensione di anzianità (per quella di vecchiaia già staranno in una nicchia al
cimitero). Gli incentivi forniti dal Governo, mal gestiti, diventano solo risorse per le tasche affamate
di imprenditori scaltri, presenti solo nel momento di incassare, e poi assenti o
piangenti sempre alla richiesta di ulteriori aiuti utili per attivare altre
iniziative fantasma. Politici ricordatevi che per un padre di famiglia,
ritornare a casa senza soldi, è un disastro tale che gli fa perdere ogni diritto
ed ogni autorità, ma anche il controllo e quindi peoccupatevi. Da noi chi
guadagna mangia e comanda, e "nel bisogno" nessuno
pensa da dove vengoni i soldi.
In un mondo di comunicazione televisiva, si
afferma il bisogno di esagerazione, tanto che il suicidio, che da noi è
l'estremo sussulto di un povero disoccupato, in televisione diventa una
spacconata. Francesco Nuti minaccia il suicidio se
non gli sarà data la possibilità di dirigere un film entro marzo 2003. Oggi per
ottenere un tuo leggittimo diritto devi pubblicizzarlo, devi portarlo in
televisione (vedi il successo straordinario di Striscia la Notizia), devi
partecipare ai girotondi, agli scioperi della fame, agli incatenamenti vicino
agli stabilimenti o salire su un palazzo e minacciare di lanciarti nel vuoto. Ma
allora a che servono tanti uomini politici, che paghiamo profumatamente per
legiferare, ma che una volta a Roma pensano solo a mantenersi a galla?
Noi che crediamo nell'onestà e nella giustizia stiamo prendendo coscienza
della enorme potenza che ha l'informazione, e siamo pronti ad utilizzarla per il
bene dei lavoratori e contro tutti coloro che non fanno il loro dovere.
il
cassintegrato: Giuseppe Piazzolla (http://digilander.iol.it/GPBROKERS gppiazzolla@hotmail.com)
La tradizione Veneta e i Veneti non sono
razzisti
La legge finanziaria
taglia drasticamente le spese per la ricerca tecnologica di cui necessitano le
industrie venete
di Giorgio Vido segretario Nazionale
Liga Fronte Veneto
In alcune TV locali Venete sono accaduti fatti
spiacevoli con uno pseudo esponente della religione islamica che hanno fatto
apparire i Veneti come razzisti intolleranti. Nulla di più
falso e mistificatorio. I Veneti sono tolleranti e la maggioranza della
nostra gente è rimasta disgustata da simili spettacoli che nulla hanno a che
vedere con la difesa e il rispetto della nostra cultura.
L'isteria anti-islamica non ci distolga però da
considerazioni che riguardano il Veneto e lo sviluppo interno e internazionale.
I flussi migratori, in cui la componente islamica è preponderante, si devono
alla domanda di manodopera non qualificata richiesta dalle nostre attività
industriali e ciò comporta 2 ordini di problemi per lo sviluppo economico: la
spinta all'innovazione tecnologica, di importanza vitale per la sopravvivenza
delle industrie ostacolata e deviata da una simile domanda dequalificata, oltre
a estrema difficoltà e impossibilità d'integrazione di un numero così elevato di
soggetti portatori di una cultura del tutto estranea a quella veneta. C'è il
rischio di creare veri e propri ghetti o enclave nel nostro territorio con tutte
le conseguenze derivanti. Noi della Liga Fronte Veneto siamo convinti che il
Veneto debba regolare i flussi migratori secondo le sue necessità di ordine
economico e culturale limitando l'immigrazione da aree ove vi è una forte
presenza di culture e religioni non integrabili. Ecco perché
consideriamo come un vero e proprio attacco all'autonomia del Veneto la recente legge Bossi-Fini
sull'immigrazione che demanda allo stato italiano centralizzato e persino ai
prefetti la regolazione dei flussi immigratori, ed espulsione di clandestini.
Certe dichiarazioni di esponenti leghisti contro gli immigrati e le
manifestazioni di Bossi e della sua Lega appaiono contraddittorie e mistificanti
in quanto tese a coprire una politica sensibile solo alle esigenze di certi
settori industriali senza offrire soluzione ai problemi e alla prospettive di
sviluppo del Veneto. I Veneti temono invece, e subiscono, un centralismo
statalista che male si adegua con le nostre esigenze; l'ultima legge finanziaria
taglia drasticamente le spese per la ricerca scientifica tecnologica di cui
tanto necessitano le industrie venete. Ecco perché i Veneti debbono battersi per
l'Autogoverno per dotarsi degli strumenti giuridico-economici atti a garantirsi
un futuro. Solo con l'Autogoverno
potremmo programmarci uno sviluppo economico, sociale
e culturale predisponendo politiche di contenimento dell'immigrazione investendo risorse nella riqualificazione del
sistema industriale e nella pubblica istruzione. Riguardo gli immigrati
presenti siamo in tempo ad agire efficacemente espellendo tutti quelli dediti
alla microcriminalità e cercando di integrare i lavoratori stranieri già
inseriti nel nostro sistema produttivo. Se la nostra cultura non sarà
condizionata dal dio denaro e da uno sfrenato consumismo, ma conforme ai
tradizionali principi di civiltà e di tolleranza, che hanno caratterizzato tutta
la nostra storia, non vi sarà difficoltà ad assorbire una parte consistente
degli immigrati che, in assenza di veri valori, si rifugiano nella loro
originaria religione.
Padova, On. Giorgio Vido Segretario Nazionale
della Liga Fronte Veneto. givido@tin.it
Se Epifani ha ragione, viva i
disobbedienti
Editoriale de Il Riformista
Riponevamo, e ancora riponiamo, grandi speranze
in Guglielmo Epifani alla guida della Cgil.
E' difficile immaginare un futuro del riformismo
in Italia senza un grande sindacato riformista, e l'ascesa del primo socialista
al vertice è stato un segno positivo. E' per questo, non per amor di polemica,
che seguiamo con attenzione critica le prime mosse
di Epifani. E dobbiamo confessare che la
performance di Porto Alegre, come l'abbiamo letta su Repubblica, di Fabrizio
Ravelli, ci ha turbato. L'idea che il segretario della Cgil debba impegnarsi in
una discussione pubblica con i "disobbedienti" su quale sia la migliore
strategia comune, se quella della "legalità" sostenuta dalla Cgil, o quella
della "non legalità" sostenuta da Casarini e Caruso, è già sgradevole di per sè.
Cofferati non l'aveva
fatto. Lama non l'avrebbe
mai fatto. "Dividere i ribelli dai democratici" non sarebbe poi questa
grande sciagura per il futuro della sinistra italiana. Ma non è solo una
questione di stile. E' anche una questione di merito. Prendiamo il caso della
guerra. I "disobbedienti" dichiarano di voler "praticare anche forme di
illegalità di massa" nel caso che l'Italia aderisca al conflitto: "Dobbiamo
sabotare la macchina perversa, e il giorno della prima bomba entrare
collettivamemnte nelle basi militari per bloccarle". Epifani, per dissuaderli,
ribatte: "Guardate che il principio di legalità,
in un paese in cui la Costituzione dice che
ripudia la guerra, è positivo. Tanto è vero che il governo vuole violare e
tradire la Costituzione". Avendo ascoltato la lettura integrale di ciò che dice
la Costituzione a proposito della guerra dalla viva voce del presidente Ciampi,
non capiamo a che cosa si riferisca Epifani. Ma se questo è il suo giudizio,
allora hanno ragione Casarini e Caruso. Se il governo violerà e tradirà la
Costituzione, ribellarsi è giusto. Di più: è un dovere morale, anche ricorrendo
a ciò che Epifani critica con benevolenza: "Un uso seppur parziale e simbolico
della violenza". Casarini comunica che "i disobbedienti obbediscono a leggi
superiori, come la Carta dei diritti dell'uomo". E' l'argomento di tutti i
rivoluzionari.
Ma anche i riformisti, che obbediscono alla Costituzione,
dovrebbero andare in montagna se diventa carta straccia nelle mani di una cricca
di guerrafondai.