Cerchi
& Botti del "Giovane
Werther"
di Artemio Ruggeri
Il 18 ottobre scorso
Guglielmo Epifani ha saldato il suo debito con Sergio Cofferati.
Da
ora in poi le decisioni che assume ed assumerà la Cgil
verranno scritte nel curriculum del neo-segretario. Nessuno pretende che
Epifani compia dei miracoli e sia tanto bravo da far decantare, così in breve,
una situazione blindata dal suo autorevole predecessore. Ci auguravamo che i
toni garbati nei confronti degli ex partner preludessero ad una revisione
strategica profonda della Cgil, nella consapevolezza che l'unità è
indispensabile se il sindacato intende svolgere il proprio ruolo nel difficile
momento che attraversa il paese. Per ora, tuttavia, il "giovane Werther", come lo chiamano gli amici, ha dato un
colpo al cerchio e uno alla botte. A volte ha sbandierato l'identità della Cgil (nel caso della delirante piattaforma contrattuale
separata della Fiom), in altre non ha respinto l'intesa possibile con Cisl e Uil
(come nel caso Fiat). Speriamo che, col tempo, il neo segretario prenda coraggio
e si ravveda del tutto. Se avesse ancora qualche dubbio, Epifani dovrebbe
rileggere e meditare sulle seguenti parole: "Ma il collante essenziale resta
l'unità. E' legittimo, in una situazione così degenerata, essere increduli e
scettici, ma io non vedo in che modo la partecipazione democratica più autentica
possa essere avvantaggiata da una divisione crescente del movimento sindacale,
quindi da un indebolimento sostanziale delle possibilità di azione e di
conquista dei lavoratori nelle fabbriche e nella società. E' difficile, ma
bisogna sapere che, se non si riesce, si va indietro non solo sul fronte delle
condizioni dei lavoratori, ma anche, sull'altro non meno essenziale, delle
prospettive politiche del nostro paese".
Si tratta del
brano di un'intervista rilasciata da Luciano Lama ai
tempi dei gravi contrasti, con Cisl e Uil, sulla
scala mobile, all'inizio degli
anni 80. Il leader storico della Confederazione descriveva così la sua
Cgil: "Il sindacato dell'unità, perché senza unità
perderebbe la sua forza. Il sindacato dei
lavoratori, perché senza o contro i lavoratori
perderebbe la sua credibilità: i due elementi sono
inscindibili e valgono per tutti". Questa cultura sembra essere perduta.
Viene preferita la rivendicazione orgogliosa della propria identità, come se
ogni onesto compromesso - che da sempre è il sale della politica - fosse un
cedimento. Come se il dialogo con le altre forze sociali comportasse una
rinuncia del sindacato ai propri valori, agitati invece come un clava
all'indirizzo degli altri. Era ancora Lama (poco prima di lasciare la Cgil nel
1986) ad affermare che "l'unità di classe è indispensabile, ma una strategia di
cambiamento sollecita alleanze ben più vaste nell'intera arena sociale e
politica.
In questo senso, il "patto del lavoro" da solo non basta. Il
"patto tra produttori" non lo sostituisce né vi si sovrappone; anzi ne è la
naturale proiezione".
Verrebbe, allora, da domandarsi cosa distingue il Patto per l'Italia (contro il quale la Cgil
ha scioperato) da quell'intesa
tra produttori che ossessionava Luciano Lama.